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GLI ESERCITI DEL REGNO DI NAPOLI – Alta Terra di Lavoro

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già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

GLI ESERCITI DEL REGNO DI NAPOLI

Posted by on Nov 10, 2017

GLI ESERCITI DEL REGNO DI NAPOLI

La storia militare del Regno di Napoli differisce sensibilmente da quella del resto della penisola, in relazione ad una cultura sostanzialmente differente ma anche grazie all’opera dottrinale fornita da teorici come il Pignatelli, il Colletta, il Capecelatro e non ultimo il marchese di Martignano Giuseppe Palmieri,  la cui opera “Riflessioni critiche sull’arte della guerra” valsero all’autore le lodi di, nientedimeno che,  Federico II di Prussia.

   Grandi imprese compirono le armate napoletane al seguito di Carlo V, specialmente durante la Battaglia di Pavia, dove epiche furono le gesta di un’armata partenopea, agli ordini del marchese di Sant’Angelo. Dopo aver ingaggiato un furioso corpo a corpo col sovrano francese Francesco I, il marchese rimase ucciso nello scontro, suscitando l’ira dei suoi cavalieri che, con una violenta carica, aggredirono l’avanguardia nemica, disperdendola e catturando un cospicuo numero di prigionieri. Un’altra prova di forza di notevole valore, sempre al seguito di Carlo V, avvenne durante la battaglia di Muhlberg, avvenuta il 24 aprile 1547, contro le armate protestanti, decisa proprio grazie all’intervento della cavalleria napoletana, che passò il fiume l’Elba guadandolo, aggirando così lo schieramento avversario e cogliendolo di sorpresa.

   Successivamente le armate napoletane, inquadrate in otto reggimenti nelle armate spagnole, presero parte alla Guerra dei Trent’Anni, nella guerra contro il Portogallo nel 1701 ed in quella di Successione Spagnola contro il Re Sole Luigi XIV. In tale periodo non va trascurata l’opera dottrinale del salentino Giovan Battista Martena, autore di un trattato sull’utilizzo dell’artiglieria sui teatri bellici. Anche sotto la dominazione austriaca gli eserciti napoletani dettero il loro apporto militare al fianco dei nuovi dominatori tuttavia, durante la Guerra di Successione Polacca, quando le armate franco – spagnole di Carlo III di Borbone, infante di Spagna e Duca di Parma, Piacenza e Guastalla, giunsero a Napoli, la stragrande maggioranza dei soldati napoletani si schierò al suo fianco, contribuendo in maniera determinante alla vittoria nella Battaglia di Bitonto, che sancì la ritrovata indipendenza del Regno sotto lo scettro del Borbone.

Carlo di Borbone portò dalla Spagna circa la metà di uomini di quello che sarebbe divenuto in seguito il suo esercito, circa 35 mila cui se ne aggiunsero altri 20 mila dopo breve tempo. In particolar modo rinforzò l’arma di artiglieria, ancora piuttosto povera nel Regno di Napoli, limitata a sole 300 unità ripartite fra gli addetti alla fonderia di Napoli, ai Magazzini delle polveri di Castel dell’Ovo, al laboratorio munizioni sulla via per Chiatamone, alla Scuola ed ai bombardieri delle fortezze e dei presidi dislocati lungo le coste, a difesa da eventuali sbarchi pirateschi. Il nuovo esercito si articolava dunque in reggimenti spagnoli, affiancati da reparti svizzeri, irlandesi e corsi.

   L’opera del Borbone, fortemente influenzato dalla dottrina spagnola ma, in parte, anche da quella francese, fu diretta all’eliminazione di tutto ciò che potesse ricordare la dominazione asburgica. I regolamenti e l’organizzazione delle armate si richiamavano chiaramente a quelli spagnoli. Nel 1735 Carlo confermò le regole di arruolamento già in vigore all’epoca del vice regno spagnolo mentre, cinque anni più tardi istituì dodici reggimenti provinciali, articolati su due battaglioni, con i quali intendeva, in un certo qual modo, omogeneizzare le truppe locali con quelle straniere. Le uniformi dei due battaglioni, costituenti ogni reggimento, variavano in relazione al colore dei pantaloni. Il secondo battaglione, infatti, li portava dello stesso colore del panciotto.

   Lasciata Napoli per sedere sul trono di Spagna, il regno passò nelle mani del figlio Ferdinando IV, allora ancora troppo giovane. Il Tanucci, reggente del giovane sovrano, nel 1765 scioglieva i dodici reggimenti provinciali, sostituendoli con sei di nuova concezione mentre, dopo il 1780, il ministro Giovanni Acton riorganizzava e rimodernava l’esercito, eliminando l’influenza spagnola e definendo il colore delle uniformi, successivamente sancito nel regolamento dell’8 aprile 1791. Questo prevedeva una giacca blu per la fanteria, mentre quella della cavalleria era celeste o verde, con calzoni di pelle giallo chiaro.

Con lo scoppio della Rivoluzione Francese e le relative conseguenze, grandi cambiamenti avvennero in seno alle armate napoletane. Avendo il governo del regno aderito alla Prima Coalizione contro la Francia, ben 6 mila soldati napoletani parteciparono, insieme a quelli piemontesi, all’occupazione di Tolone, al fianco delle forze inglesi. La città fu successivamente liberata dai Francesi il 17 dicembre del 1793, grazie al piano studiato da un giovane maggiore di artiglieria di nome Napoleone Bonaparte. Durante la Campagna d’Italia del 1796, ben quattro reggimenti di cavalleria napoletani, denominati “Re”, “Regina” “Principe” e “Napoli”, per una forza totale di circa duemila uomini agli ordini del generale Alessandro Filangieri, compirono gesta tali da attirare le attenzioni dello stesso Napoleone che li definì i “Diavoli Bianchi”. In particolare, il 10 maggio del 1796, i  suddetti reggimenti riuscirono a coprire la ritirata delle armate austriache dopo la sconfitta subita nella Battaglia di Lodi.

Nel settembre del 1798 la flotta inglese dell’ammiraglio Nelson giunse a Napoli dove, grazie all’appoggio di amicizie altolocate, questi riuscì a convincere il sovrano Ferdinando IV ad organizzare una spedizione militare per liberare Roma occupata dai Francesi, comandati dal generale Berthier. Il mese successivo un esercito di 50 mila uomini, al comando dell’austriaco Mack muoveva alla volta dell’Urbe. I Francesi, trovandosi impreparati e con forze insufficienti, lasciarono la città portandosi dietro tutti i giacobini romani così, il 18 novembre, le truppe napoletane entrarono a Roma con in testa Ferdinando. Il successo, però, fu di breve durata, infatti il generale Championnet, che aveva sostituito Berthier, contrattaccò con 12 mila uomini. Dopo un paio di scaramucce fra aliquote d’avanguardia, le forze napoletane dovettero arrendersi alla superiorità del nemico e si ritirarono incalzati dai Francesi. Giunto a Napoli, il Borbone lanciò un appello alla cittadinanza, esortandola a resistere ad ogni costo quindi si imbarcò sulla nave di Nelson alla volta di Palermo. Championnet avanzò indisturbato, senza grande fretta però, permettendo ai suoi uomini di lasciarsi andare ad ogni sorta di saccheggi e vandalismi, che i contadini non gradirono. Andò delineandosi così una di resistenza popolare, denominata brigantaggio, polarizzata intorno a figure leggendarie come Michele Pezza detto “Fra Diavolo” o Giovan Battista Rodio. L’esercito francese giunse il 23 gennaio 1799 a Napoli, dove in precedenza i locali giacobini avevano proclamato la Repubblica Partenopea, scatenando la resistenza dei “Lazzaroni”, fedeli ai Borboni.

   Fu intorno alla figura del cardinale Ruffo di Calabria che si ricostituirono le armate legittimiste, dette Sanfediste, che in pochi mesi riuscirono a riconquistare il regno, cacciando via i Francesi, distolti anche dall’offensiva delle armate russe del generale Suvorov nel nord d’Italia ed in Svizzera, permettendo a Ferdinando IV di ritornare sul trono di Napoli.

   Il 16 febbraio del 1806, dopo la nuova conquista del regno da parte dei Francesi, l’imperatore Napoleone insediava sul trono napoletano il fratello Giuseppe che, però, in seguito alla nuova nomina a sovrano di Spagna, il 15 luglio 1808 veniva sostituito dal cognato, il maresciallo Gioacchino Murat, marito di Carolina Bonaparte. Ferdinando IV riparava nuovamente a Palermo dove assumeva in nome di Ferdinando III Re di Sicilia. Ben poco si conosce in merito alla struttura dell’esercito napoletano durante il regno di Giuseppe Bonaparte. Questo, il 4 luglio 1806, fu sconfitto a Maida, in Calabria, dalle forze inglesi agli ordini del generale Stuart, rinforzate da volontari calabresi, siciliani e napoletani, comandati del colonnello Filippo Cancellieri. Più consistenti sono invece le notizie relative al regno di Murat che, da amante delle uniformi sfarzose, provvide a disegnarne personalmente alcune,specialmente per i corpi della Guardia e della cavalleria .

   Il primo atto di Gioacchino Napoleone, come soleva chiamarsi, da sovrano, fu un operazione militare che liberò l’isola di Capri dalla presenza di alcuni reparti inglesi che operavano un blocco nel porto di Napoli. Tuttavia il Murat non riuscì mai a conquistare la Sicilia, secondo le sue aspettative.

 

Cosimo Enrico Marseglia

FONTE

BLOG NAPOLITANIA

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