Alta Terra di Lavoro

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150 ANNI D’OCCUPAZIONE, UNA POLITICA DI SPOLIAZIONE DEL SUD

Posted by on Set 26, 2018

150 ANNI D’OCCUPAZIONE, UNA POLITICA DI SPOLIAZIONE DEL SUD

Leggendo gli scritti di Francesco Saverio Nitti del 1900, in cui fa una lucida analisi della politica colonialista dello Stato italiano nei territori del conquistato Regno delle Due Sicilie si rimane sconcertati. Li si può leggeri come una analisi che descriva le attuali condizioni socio economiche del Meridione e delle politiche economiche dell’attuale Stato italiano.

NULLA E’ CAMBIATO, anzi peggiorato se consideriamo i 150 anni trascorsi, che hanno radicalizzato uno stato sociale di miseria, emarginazione, di malavita e sottosviluppo, degno di un dominio anziché di una colonia. I programmi straordinari per lo sviluppo dell’Italia hanno perseguito sempre la stessa logica di privilegiare le aree settentrionali al Meridione. Il piano Marshall vide giungere in Italia una massa enorme di denaro e di aiuti umanitari, ma solo il 7% di essi giunsero nei territori del Regno delle Due Sicilie, La Cassa per il Mezzogiorno, che tanto è servito ai denigratori del Sud, è servita ad arricchire le imprese settentrionali ed il potere politico centralista, che acquisivano tutte le gare d’appalto per la realizzazione delle infrastrutture al Sud o per impiantarvi industrie, le cattedrali nel deserto, che fallivano subito dopo o non avviavano per nulla la produzione. La Cassa istituita come operazione di sviluppo straordinaria per il Sud ha prodotto opere pari ad 1/3 di quanto è stato realizzato nelle regioni del centro nord con gli stanziamenti ordinari. Il Sud, il Regno, dopo essere stato spoliato e saccheggiato di tutte le sue ricchezze durante la conquista dal 1860 in poi, ha  subito il più feroce stupro, trasformare le sue popolazioni in “parco buoi” da sfruttare, come consumatori, come elettori, come mano d’opera a basso costo, come finanziatori diretti della parte nord dell’Italia.

20 milioni di Meridionali, che forniscono oltre il 70% dei militari a servizio dell’invasore italiano;

20 milioni di Meridionali, che devono acquistare prodotti delle industrie settentrionali ed estere, che  rappresentano l’80% dei beni venduti al Sud;

20 milioni di Meridionali, che devono votare i partiti nazionalisti, finanziati e controllati dai grandi poteri finanziari settentrionali, che non hanno alcun interesse per vere politiche di sviluppo al Sud.

20 milioni di Meridionali da cui attingere da sempre manodopera a basso costo e remissiva, che negli ultimi anni si è trasformata in manodopera qualificatissima, impoverendo ulteriormente il Sud di preziose risorse umane;

20 milioni di risparmiatori che depositano i risparmi in banche del nord, che finanziano prestiti e mutui al nord. Tali banche hanno acquisito, quasi gratis, le più importanti banche del Sud, il Banco di Napoli e di Sicilia, un tempo prima della conquista del Regno rappresentavano il più alto esempio di ricchezza e capacità gestionale al mondo;

20 milioni di Meridionali, clienti obbligati delle compagnie di assicurazioni settentrionali.

Le risorse FAS inizialmente stanziate dalla finanziaria 2007 per il periodo di programmazione 2007-2013 ammontavano a 64,4 miliardi, poi drasticamente ridotte fino agli attuali 53,7 miliardi di cui solo 21,8 al Sud, peraltro ancora bloccati, nonostante la Comunità europea abbia posto il vincolo di destinare l’85% dei fondi FAS proprio al Mezzogiorno. Tali risorse che servivano, per recuperare il divario tra le aree ricche e quelle povere della Ue, devono essere spese entro il 2013, e rappresentano per il Sud l’ultimo treno poichè dal 2013 l’Europa ridurrà i finanziamenti, per dedicarsi al sostegno dei nuovi membri dell’Est europeo. Dal 2008 ad oggi il governo italiano ha saccheggiato i fondi FAS a copertura degli oneri di numerose disposizioni legislative. I fondi destinati alle aree sottosviluppate d’Italia, il Meridione, sono stati destinati per finanziare le opere per la realizzazione dell’expo 2015 di Milano, per rinnovare la flotta di traghetti dei maggiori laghi lombardi, per finanziare la crisi del consorzio del parmigiano reggiano, per pagare le multe agli allevatori settentrionali per lo sforamento delle quote latte, per coprire il disavanzo sorto dall’abolizione dell’ICI sulla prima casa, per la ricostruzione dei danni del terremoto in Abruzzo, per ridurre il debito pubblico, per gli ammortizzatori sociali (dei 4 miliardi, 3 vanno alle Regioni del Nord, dove è maggiore la quantità di ore di cassa integrazione in seguito alla recessione), per il G8 (mai realizzato, e che è costato da solo oltre 300 milioni di euro), per il termovalorizzatore di Acerra, per il credito alle piccole imprese, per la riqualificazione energetica degli immobili, per l’emergenza rifiuti di Napoli, per ripianare i buchi di bilancio di Roma e Catania, per veicoli per il soccorso civile, per l’edilizia carceraria, per finanziare il Servizio sanitario nazionale, per l’Alitalia, per l’aeroporto Dal Molin (dove gli americani intendono costruire una nuova base militare), per la privatizzazione delle Tirrenia, per risanare le Ferrovie dello Stato (che contemporaneamente hanno disposto la soppressione di dodici treni a lunga percorrenza dalla Calabria verso Milano e Torino). Persino per gli sconti su benzina e gasolio concessi agli automobilisti di Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige.

I FAS sono stati, invece, negati alle regioni meridionali per il ripianamento del disavanzo sanitario, obbligando le amministrazioni regionali ad imporre maggiori carichi fiscali ad una popolazione già provata economicamente e che vive in uno stato di grave miseria.

Poco importa se i dati sulla recessione dimostrano che la crisi colpisce più duramente il Sud del Nord. Anche i fondi regionali vengono intaccati. i tagli del governo alla scuola, hanno costretto le Regioni a intervenire, con una nuova forma di welfare destinato ai docenti, i cosiddetti Contratti di solidarietà. Solo la Campania ha impiegato per i propri docenti disoccupati ben 20 milioni di euro. Pagati con fondi strutturali. Ma che vi fosse un grossa sperequazione nella distribuzione della spesa pubblica tra Nord e Sud è noto da 150 anni, tanto che già nei primi anni di unità lo Stato spendeva mediamente 50 lire per ogni cittadino del Nord e 15 per quello del Sud. Si calcola che l’ingiustizia fiscale sia costata al Sud 100 milioni/anno: nel 1901 il Mezzogiorno produceva un reddito pari al 22-23 % di quello complessivo italiano, ma pagava imposte sul reddito pari al 35-37% di tutte le imposte sul reddito percepito in Italia. Successivamente le cose non sono cambiate, così, nel primo decennio del secolo ventesimo, una provincia depressa come quella di Potenza pagava più tasse d’Udine e la provincia di Salerno, ormai lontana dalla floridezza dell’epoca borbonica essendo state chiuse cartiere e manifatture, pagava più tasse della ricca Como. L’iniquo sistema fiscale provocò ovviamente una grossa differenza tra nord e sud. La politica fiscale perseguita dallo Stato unitario fu assolutamente ingiusta perchè non omogenea dal Nord al Sud; il primo venne avvantaggiato, il secondo penalizzato.

Incolpevole SUD, ingrato NORD, il mondo ringrazia gli italiani. L’Italia ringrazia gli immigrati

Il Piemonte, che era anche lo Stato più indebitato d’Europa, si salvò dalla bancarotta unificando il suo debito pubblico con gli abitanti dei territori conquistati. Furono svenduti, a una casta di privilegiati tutti i beni privati dei Borbone, gli stabilimenti pubblici civili e militari delle Due Sicilie. Tutte le spese per la “liberazione” e dei lavori pubblici (affidati alle speculazioni delle imprese lombardo-piemontesi) furono addebitate proprio alle regioni del sud. Fino allora il sud  aveva un sistema fiscale razionale ed efficiente, tra i migliori d’Europa, con la politica sabauda, fu applicato un aumento di oltre il 32% delle imposte, mentre gli fu attribuito meno del 24 per cento della ricchezza “italiana”. Per le bonifiche delle aree agrarie tra il 1862 e il 1897, si spesero 267 milioni al Nord, 188 milioni nelle regioni centrali e solo 3 milioni al Sud! Queste bestiali scelte politiche favorivano gli espatri, spesso su pressioni dei paesi esteri (hanno svenduto il bene più prezioso), naturalmente stavano ben attenti di non oltrepassare certe quote oltre un certo limite per non correre il rischio di dover aumentare i salari a causa della scarsa offerta di manodopera. Un mezzo per il controllo sociale. Gli italiani erano in Belgio minatori, in Svizzera camerieri, in Francia contadini, in Germania facchini ecc …

Un ragazzo su tre non ha mai sentito parlare del fenomeno “emigrazione” esterna e interna che nell’ultimo secolo ha sconvolto l’Italia:

-30 milioni di Italiani hanno lasciato la penisola

-5 milioni sradicati dagli ambienti d’origine verso il nord Italia negli anni del secondo dopoguerra.

2/3 dei giovani non sanno nulla o quasi di emigrazione, neanche la SCUOLA approfondisce, meglio non far sapere la Storia negativa dell’Italia, “i giovani hanno bisogno di esempi positivi e che il resto non conta”.

“chi controlla il passato controlla il futuro”, potremmo dire, allora: OSCURIAMOLO, meglio l’ignoranza.

L’emigrazione iniziata nel 1820, subito dopo le guerre napoleoniche. Nel 1830 in America si contavano 439 italiani l’esodo continuò lento fino alla costituzione del Regno d’Italia, quando per le prime repressioni nel Sud (molti “briganti” fuggirono in Egitto facendo decollare il Paese), le sterili (e punitive) politiche d’intervento adottate dallo statuto “Piemontese” (come in Veneto, abbandonato a se stesso) il movimento migratorio dal 1880 fu di circa 100.000 unità l’anno (principalmente proprio dal Nord-Est – l’80%), andò crescendo in proporzioni impressionanti sul resto d’Italia, nel 1913 in 12 mesi emigrarono 872.598 individui. (Tra il 1906-1910 furono complessivamente 3.256.000, e nel periodo 1911-1915 ne partirono altri 2.743.000).

I piemontesi insediatisi al potere si resero protagonisti di: ruberie , assassinii (pulizia etnica), fucilazioni, debiti nei Comuni, nelle Province. Distrussero in poco tempo l’economia del Meridione. Fecero sparire tutto: i macchinari delle fabbriche, i beni religiosi, i beni demaniali, libri antichi e persino le rotaie dei binari ferroviari. Uomini e donne perseguitati abbandonavano città e paesi, accrescendo la ricchezza di popoli stranieri, costruendo dighe, porti, gallerie, grattacieli, palazzi, musei, ferrovie, o trasformando i deserti in terreni fertili. Dopo la I guerra nel 1920 emigrarono 614.611 italiani, e dal 1921 al 1930 il totale fu di 2.577.000. Una intera regione. Nel 1927 gli Italiani all’estero erano già 9.163.367, America; Europa; 188.702; Africa; Australia; Argentina; Brasile; Asia.Una ricchezza per questi paesi, un impoverimento per l’Italia. L’emigrazione riprende Dopo la seconda guerra mondiale. Dal 1946 fino al 1971, ripresa a pieno ritmo in 25 anni 5.737.000. Si calcola che nel corso del secolo il totale dei partiti furono circa 29.000.000, e solo 10.275.000 fecero ritorno in patria. Dopo la II guerra l’industrializzazione di una sola zona del Paese (il triangolo Nord-Ovest) provocarono migrazioni interne, sconvolgendo le regioni italiane. In negativo da dove partivano, ma neppure positivo dove arrivavano (urbanizzazione selvaggia e il non decentramento delle industrie). Dopo il “miracolo economico” nel Nord, i 5 milioni di meridionali emigrando avevano impoverirono i loro paesi d’origine di risorse umane, di manovalanza e professionalità.                                                                                                                                            

Nel 1862 – L’abolizione delle tariffe protezionistiche provoca il crollo dell’economia del Regno di Napoli a favore del Nord. Chiudono gli opifici tessili, l’arsenale di Castellammare, le cartiere, le ferriere, ecc. Le commesse dei lavori pubblici nel Sud vengono affidate a ditte del Nord pagate con i soldi dei “napoletani”  ridotti in miseria.

Il 6 giugno 1861, il giornale “Union” di Parigi scrive: “Si sono tolti al palazzo reale di Napoli, specchi, porcellane dell’antica fabbrica di Portici… e perfino delle batterie da cucina. Ma ciò che più è strano, si sono tolti ai due ospedali militari della  Trinità e del Santo  Sagramento due enormi mortai di bronzo cesellati, opera a quanto pretendesi  di Benvenuto Cellini…. Essi sono stati imbarcati per Torino. Infine si è tentato di rubare notte tempo la celebre porta di bronzo cisellata che fa il principale ornamento dell’Arco di Trionfo d’Alfonso d’Aragona nel Castel Nuovo… Il governo per non sollevare il popolo dichiarò che  l’avea fatta smontare per ripararla”. (G. De Sivo – La Tragicommedia del 19.06.1861)

10 agosto 1863 – Gli operai della fabbrica di Pietrarsa scioperano contro i licenziamenti e l’innalzamento dell’orario di lavoro da 10 a 11 ore. I bersaglieri sparano ed uccidono sette operai. 

Nel gennaio 1864 – La fabbrica di Pietrarsa, che dava lavoro a circa 7.000 operai, viene chiusa e le macchine vengono mandate a Genova per rimodernare l’Ansaldo. (L’azienda Ansaldo nacque per interessamento del conte di Cavour, fermamente intenzionato a salvare le moderne strutture della Taylor & Prandi, sfortunata azienda meccanica fondata nel 1846 per la costruzione di piroscafi in ferro che, a causa di sopravvenute difficoltà finanziarie, aveva chiesto l’intervento dello Stato. Nel 1852, il ministro Cavour riuscì a coalizzare una solida compagine imprenditoriale, composta dal banchiere Carlo Bombrini, dall’armatore Raffaele Rubattino e dal finanziere Giacomo Filippo Penco, alla quale impose, promettendo commesse statali, la direzione del giovane e brillante ingegnere meccanico Giovanni Ansaldo, scelto tra i docenti dell’ateneo torinese.  Le intenzioni di Cavour erano di dare vita ad una industria piemontese per la produzione di locomotive a vapore e materiale ferroviario, in modo da eliminare le costose importazioni dei macchinari dall’Inghilterra e dal regno delle due Sicilie. Ansaldo Wikipedia). In 10 anni d’occupazione sono emigrati circa 40.000 abitanti del Sud, circa 123.000  partigiani , “briganti”,  sono stati fucilati,  più di 43.000 “borbonici”  deportati nelle carceri del Piemonte. 

Carlo Bombrini (Genova, 3 ottobre 1804 – Roma, 15 marzo 1882) è stato un banchiere e imprenditore italiano. Senatore del Regno d’Italia fu amico in gioventù di Giuseppe Mazzini. Fu Direttore Generale della Banca di Genova dal 1845 al 1849, Direttore Generale della Banca Nazionale degli Stati Sardi dalla sua fondazione, 1849, al 1861 ed infine Governatore della Banca Nazionale del Regno d’Italia dal 1861 al 1882.Contribuì all’unità d’Italia finanziando le prime guerre d’indipendenza. Fu amico di Camillo Benso Cavour, del quale condivideva le aspirazioni per una modernizzazione del sistema industriale italiano. È stato tra i fondatori della società industriale Ansaldo. Fu tra i promotori dello smantellamento delle grandi industrie del meridione d’Italia, prima fra tutte quella di Pietrarsa, presentando il piano economico-finanziario che avrebbe alienato tutti i beni del Regno delle Due Sicilie. Famosa la sua frase «Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere» riferita ai meridionali. Il suo piano ebbe gli effetti sperati e la sua Ansaldo beneficiò della neutralizzazione di Pietrarsa che non ebbe più commesse, dirottate a Genova.

fonte

sud indipendente

 

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