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1799-1999 Repubblica Napoletana e Insorgenza antigiacobina

Posted by on Ott 29, 2019

1799-1999 Repubblica Napoletana e Insorgenza antigiacobina

1. Appunti di storia dell’Insorgenza / 9

Pubblichiamo la trascrizione — rivista dall’autore e annotata redazionalmente — dei due interventi che Francesco Pappalardo ha svolto in occasione della tavola rotonda 1799-1999 Repubblica Napoletana e Insorgenza antigiacobina. Fra modernizzazione politica e rivendicazione dell’identità del 27 marzo 1999 a Milano, di cui riportiamo più sotto una breve cronaca.

D.: Come leggere il breve episodio della Repubblica Napoletana all’interno del contrasto fra i due momenti della modernizzazione politica in senso ideologico e della rivendicazione dell’identità?

R.: Il quesito è molto articolato e presuppone una risposta altrettanto articolata, ma dovrò limitarmi ad alcuni aspetti. Partirò dalla definizione di “rivoluzione passiva”, riferita agli eventi napoletani e in genere alle rivoluzioni del Triennio Giacobino (1796-1799) in Italia. L’idea di “rivoluzione passiva” nasce, già durante il Triennio, fra i protagonisti della repubblica, primo fra tutti il molisano Vincenzo Cuoco (1770-1823), che proprio a Milano, in esilio, scrive nel 1801 il Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli del 1799 (1),dove constata che la rivoluzione era stata imposta dalle armi francesi ai “patrioti” napoletani e che a Napoli coesistevano due “popoli”: […] essi avevano diverse idee, diversi costumi e finanche due lingue diverse” (2) . Anche Francesco Lomonaco (1772-1810), un giacobino un po’ più arrabbiato di Vincenzo Cuoco, lamenta, nel suo Rapporto al cittadino Carnot, del 1800, l’assenza in Italia di una rivoluzione “attiva”. Le stesse gazzette dell’epoca, i giornali repubblicani, colgono questa nota di estraneità dei rivoluzionari rispetto alla popolazione, e il Veditore Repubblicano dell’11 germile (31 marzo1799) — era appena stato imposto il il “decadario”, cioè il calendario rivoluzionario francese, che introduceva la settimana di dieci giorni e mutava i nomi dei mesi e dei giorni — osserva: “I Napoletani sono stati costretti ad essere liberi”. Questa annotazione, forse in maniera un po’ più cruda, è stata ripresa duecento anni dopo da uno storico francese filo-rivoluzionario, Jean-Louis Harouel, professore ordinario presso la facoltà di Diritto dell’Università di Parigi II, autore di uno studio sulle “repubbliche sorelle”, cioè le repubbliche giacobine proclamate nel Triennio al di fuori della Francia. Intervistato da un quotidiano napoletano, Harouel ha dichiarato: “In fondo, quelle repubbliche ricordano le democrazie popolari create dall’Unione Sovietica, in seguito a un’invasione militare e con l’appoggio di minoranze vicine per ideologia all’occupante. Non appena quest’ultimo abbandona il campo, il regime crolla” (3) . Si tratta di un’affermazione molto decisa, che può essere anche discussa in altra sede, ma che conferma le intuizioni dei rivoluzionari di circa duecento anni prima. È stato fatto notare che questo appellarsi alla estraneità dell’invasore, al suo carattere di straniero, non ha molto senso in un paese come l’Italia, soprattutto in un regno come quello di Napoli, in qualche modo avvezzo alle invasioni. Si afferma comunemente che le dominazioni francese, spagnola, austriaca erano per gli italiani, non dico un fatto quotidiano perché duravano anche a lungo, ma comunque un fatto consueto, e che le popolazioni si erano dunque abituate al cambiamento di dinastia e talora anche al cambiamento di cultura. Per rispondere a questa obiezione mi viene in aiuto Luigi Blanch (1784-1872) — un moderato, come si definiva allora una persona che criticava sia i rivoluzionari che la monarchia e cercava quindi di stare in equilibrio fra posizioni differenti —, forse il più acuto degli storici napoletani della prima metà del secolo XIX, autore di una storia de Il Regno di Napoli dal 1801 al 1806, che rimase inedita finché venne scoperta e pubblicata da Benedetto Croce (1866-1952), nel 1945 (4). Blanc scrive che […] i popolani di Napoli alla fine del Settecento, quando conobbero la morte del re [Luigi XVI (1754-1793)] e le persecuzioni alla religione e ai suoi ministri, acquistarono profonda antipatia, che si poteva senza esagerazione denominare odio, per le nuove massime rivoluzionarie e per i suoi partigiani” (5) Agiva in loro un sentimento di nazionalità che, con un significato piuttosto diverso da quello odierno, […] rappresentava per quel popolo il proprio modo di essere, le abitudini, i costumi e le credenze. Conservarle era indipendenza e libertà, perderle schiavitù” (6) . Pertanto, ed è questa l’annotazione più interessante in relazione a quello che stiamo dicendo, […] l’invasione dei Francesi della rivoluzione dava al governo un appoggio che esso non avrebbe trovato forse contro i Francesi di Luigi XVI né contro gli Austriaci o gli Spagnuoli, che avessero invaso il regno e cambiato la dinastia” (7) . L’annotazione, in sintesi, vuol dire che la Rivoluzione è avversata dai napoletani — quando dico “napoletani” intendo tutti gli abitanti del Regno, ovvero i “regnicoli”, come si diceva allora, perché il Regno di Napoli è forse l’unico degli Stati d’Europa intitolato alla sua capitale e quindi si può ben estendere il termine all’insieme dei suoi abitanti —, e nel complesso anche dagli italiani, che la percepiscono nella sua essenza reale: straniera nella lingua e nei modi, ma anche straniera al costume, alle credenze e ai legittimi interessi di un popolo. Alla luce di queste considerazioni, capovolgo l’obiezione e domando: perché i napoletani, che hanno assistito effettivamente nel corso dei secoli al succedersi di diverse dinastie sul trono di Napoli, insorgono soltanto contro i francesi? La risposta, a costo di banalizzare, è molto semplice: perché i sovrani succedutisi prima dei francesi rivoluzionari erano legittimi, cioè s’impegnavano a rispettare le tradizioni e l’autonomia giuridica e istituzionale del Regno. Erano pertanto giustificati i sentimenti di lealismo e di devozione nutriti dalla popolazione meridionale verso le dinastie succedutesi fino al 1734, quando la dinastia diventa nazionale, con i Borboni. Giuseppe Galasso — che a mio avviso è uno dei più attenti storici italiani contemporanei — ricorda che: “Nell’etica civile di quel tempo l’appartenenza di più paesi alla medesima corona e dinastia non configurava alcun problema di nazionalità oppressa. Se la sovranità regia era legittima, la coscienza pubblica e il sentimento politico non potevano trovarvi alcunché di incongruo col proprio orizzonte psicologico e culturale” (8) . Quindi, il mutamento che avviene con il 1799 — e qui credo che stia il centro della risposta alla domanda del moderatore — consiste in questo: tutte le dinastie succedutesi sul trono avevano rispettato l’identità del Regno di Napoli e dei napoletani, mentre i rivoluzionari francesi invece non la rispetteranno, perché la modernizzazione politica di cui erano portatori di suo vuol fare tabula rasa di quanto esiste. La Repubblica Napoletana è un esperimento ante litteram rispetto a quello che sarà fatto poi con il Risorgimento, quando gli “unitari”, alla fine del percorso, constateranno che, fatta l’Italia, bisognava “fare” gli italiani. In realtà, non occorreva “fare” gli italiani, bensì “rifarli”, perché gli italiani già esistevano e le insorgenze sono appunto la prova di questa comune identità del popolo italiano. I repubblicani non si pongono tanto lo scopo di educare i napoletani bensì di “rieducarli”, in senso proto-marxista,cioè di costruire un popolo nuovo, diverso da quello che reale. Alla fine del secolo XVIIIesisteva un popolo napoletano — e non entro nella querelle storiografica sull’esistenza o meno di una nazione napoletana, che in questa sede non è rilevante — ed esisteva una nazione italiana con una sua identità specifica, complessa e molto articolata, manifestatasi storicamente all’interno delle diverse realtà storiche, politiche e sociali che componevano il “paese Italia”. Questa identità si rivela in maniera molto chiara, splendida ed efficace proprio di fronte al comune nemico: è appunto l’unità del mondo difeso e della sua cultura a provocare una risposta unitaria da parte della popolazione italiana. E saranno proprio i repubblicani di Napoli a doverlo constatare amaramente, scoprendo quasi con terrore, così come del resto era accaduto ai loro colleghi francesi, che il Popolo, con la “P” maiuscola, da essi idealizzato, non era il popolo che avevano sognato e studiato a tavolino, ma aveva una concretezza che gli derivava proprio da una identità storica ben specifica. Quando la letterata Eleonora Pimentel Fonseca (1752-1799), il 9 febbraio 1799, scrive con stupore sul Monitore Napoletano — il giornale da lei animato durante i giorni della Repubblica Napoletana — […] ond’è poi surto un tanto subitaneo furore che la plebe insurga da per tutto, atterri gli alberi di libertà, e si scagli accanita contro tutti i Civili?” (9) ,sembra domandarsi “Ma da dove vengono questi?”. È la scoperta del popolo “reale”, che — avvisa la letterata — […] per fintanto che una migliore istruzione non l’innalzi alla vera dignità di Popolo, bisognerà continuare a chiamar plebe” (10) . Quando il giovane duca Gennaro Serra di Cassano (1744-1799), davanti al boia, si rammarica perchéil popolo per cui aveva combattuto plaudiva alla sua esecuzione, mostra tutta la sua incomprensione del reale — essendosi costruita, probabilmente in buona fede, una immagine del popolo diversa da quella reale —, quell’incomprensione che aveva suscitato ovunque una reazione compatta. In tutto il Regno di Napoli sono centinaia le comunità insorte, unanimemente e spontaneamente, senza alcuna forma di coordinazione, proprio a testimoniare, in modo concreto e anche sanguinoso, la resistenza a una trasformazione forzata. Qualche giorno fa a Roma, in occasione della presentazione di una nuova edizione del libro di Vincenzo Cuoco, è stato stampato un manifesto che sullo sfondo riportava i nomi dei centoventi “martiri” della Repubblica Napoletana, ovvero di coloro che erano stati condannati a morte da parte della Giunta di Stato nominata da Ferdinando IV di Borbone (1751-1825). Ebbene, senza condividere assolutamente questa forma di repressione — il re non volle seguire i consigli del cardinale Fabrizio Ruffo di Baranello (1744-1827), che gli suggeriva di favorire con cautela una pacificazione del Regno, […] perché distruggendo si distrugge la nostra patria, ed è molto difficile il restorarla” (11) —, né volendo peraltro “pesare” i morti di una parte e dell’altra, suggerirei di preparare una locandina recante i nomi di tutti i villaggi brutalizzati dai francesi e dai giacobini collaborazionisti — costoro all’epoca non fecero nulla di diverso dal collaborare agli abusi e alle violenze di un governo instaurato e sostenuto dallo straniero —, che però sono certo non basterebbe a contenere i nomi di tutti i paesi distrutti.

D.: Potrebbe descrivere l’humus popolare che, nel bene e nel male, genera i “lazzari”?

R.: Come ha ricordato l’amico Giuseppe Planelli, è difficile spiegare in breve i termini dell’Insorgenza senza gli elementi utili a capire il comportamento di un popolo di “antico regime” — sia pure un antico regime ormai allo stato terminale —, e quindi l’organizzazione di una società civile autonoma rispetto allo Stato, uno Stato ben diverso da quello moderno. Il dottor Giacomo de Antonellis, che circa vent’anni fa ha scritto un libro sulle “quattro giornate di Napoli” del 1943, ha voluto richiamare anche le “tre giornate di Napoli” del 1799. Proprio il comportamento dei napoletani — rappresentato non soltanto dai “lazzari”, cioè dal popolo minuto, ma anche da quattromila soldati dell’esercito regolare — in queste giornate, quando affronta l’esercito francese rivoluzionario come più tardi affronterà quello tedesco nazionalsocialista, se studiato bene, esprime ed evidenzia in qualche modo l’organizzazione di una società che, come ha delineato rapidamente il professor Edoardo Bressan rispondendo alla prima domanda, era disposta comunque per ceti o per ordini o per corpi intermedi, e quindi aveva una organicità e un’autonomia oggi difficilmente comprensibili. Ebbene, la resistenza quasi vittoriosa dei napoletani nel 1799, di fronte a un esercito che, per quanto “scalzo e lacero” come tutti gli eserciti napoleonici di quegli anni, possedeva comunque un volume di fuoco eccezionale per l’epoca, mostra una notevole capacità organizzativa dei popolani, grazie anche a momenti di coordinamento che fanno riferimento a forme di organizzazione interne alla società bassa di Napoli — tipiche delle società di antico regime —, in particolare alle strutture corporative e ad altre forme di aggregazione religiosa dei laici, come le “cappelle serotine”, scuole di preghiera istituite da sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787) circa settant’anni prima. Si tratta quindi di un popolo che ha un’organizzazione e dei capi, inizialmente di estrazione aristocratica, come Gerolamo Pignatelli, principe di Moliterno (1774-1848), eroe della guerra del 1796 contro i francesi nell’Italia settentrionale, e il generale Lucio Caracciolo, duca di Roccaromana, acclamati comandanti militari. Ancora una volta, come nella insorgenza della Vandea in Francia nel 1793-1796, gli insorgenti vanno a stanare dalle loro case i nobili e chiedono loro di mettersi alla testa della rivolta popolare, proprio perché hanno ancora questa idea della società che deve essere organizzata in tutte le sue componenti. Ma gli aristocratici passano quasi subito nel campo avverso, occupando insieme ai giacobini il castello di Sant’Elmo, da cui si domina l’intero abitato di Napoli. I “lazzari” scelgono allora capi provenienti dalle loro file, i capi “naturali”, che la società ha saputo esprimere “dal basso”, nelle corporazioni e in tutte le forme di aggregazione laiche e religiose dell’epoca e in questo modo possono resistere per tre giorni a un esercito molto potente.

Vorrei chiudere cercando di delineare in due minuti la parabola — che in qualche modo è reale e in qualche modo è metaforica — percorsa dai “lazzari” napoletani fra il gennaio e il giugno del 1799. Essi si comportano in modo radicalmente diverso a distanza di pochi mesi e ciò dipende, rivelandolo, dal conflitto fra l’identità e la modernizzazione. I napoletani non avevano dimenticato le angherie e le violenze di cinque mesi di occupazione, patite in silenzio. Il marinaio di Santa Lucia, fucilato per aver gridato “Viva il re!” davanti ai soldati francesi che gli ingiungevano di inneggiare alla “Libertà”, bene impersona il popolo genuino, che non si piegava alla Rivoluzione. Questo è l’eroe del popolo che non dimentica i tradimenti e che a giugno si vendica ferocemente. Ma se il popolo di gennaio ha ancora una identità, una struttura, una organizzazione e dei capi naturali, dopo cinque mesi di Rivoluzione si presenta senza guida e disarticolato, anche in conseguenza del repentino voltafaccia di alcuni suoi capi, come Michele Marino e Francesco Antonio Avella, detto “Pagliucchella”, attirati dalle lusinghe dell’abile generale Jean Etienne Championnet (1762-1800). In quei cinque mesi idealmente si è consumato il precoce trapasso verso la modernizzazione, si è eclissata l’identità di popolo cristiano, le forme antiche di organizzazione della società sono andate perse, i capi non ci sono più, e si assiste alle brutalità di giugno, quando inutilmente il cardinale Ruffo tenterà di fermare la violenza popolare e ci sarà saccheggio e buio sulla città per sette giorni. Solo a questo si rifaranno in seguito gli storici rivoluzionari per bollare definitivamente d’infamia un popolo contro-rivoluzionario, che conferma la sua lontananza dalla “civiltà”: ma quel popolo è figlio della Rivoluzione, che compie ogni sforzo nell’organizzare e poi “liberare” le latenze sovversive presenti post peccatum, in misura minore o maggiore, in ogni corpo sociale (12) . Senza le barriere costituite dall’autorità, un popolo di antico regime, che ha un sua storia, con tutti i suoi limiti — alcune riforme erano state avviate anche da re Ferdinando IV e nessuno sa se potevano andare in porto felicemente senza Rivoluzione —, si trova di fronte a una rivoluzione che cerca di fare tabula rasa di quanto esiste. La massa amorfa ed eterodiretta di giugno è in un certo senso, anche se con forme meno violente e diverse, la metafora dell’Italia in crisi di identità che abbiamo oggi, che ha attraversato, pur senza perdere tutti i suoi parametri di riferimento, il Triennio Giacobino, ha attraversato l’unità statuale forzata del 1861 e tante forme di disarticolazione e di pedagogia “patriottica”, che ci lasciano oggi senz’altro con un’identità molto più povera.

Francesco Pappalardo


Note

(1) Rizzoli, Milano 1998.

(2) Vincenzo Cuoco, Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli del 1799, Procaccini, Napoli 1995, p. 123.

(3) Jean-Louis Harouel, in Speciale Bicentenario, supplemento a Il Mattino, del 21-1-1999, p. 25. La tesi è illustrata in Idem, Les républiques soeurs, Presses Universitaire de France, Paris 1997.

(4) Cfr. Luigi Blanch, Il Regno di Napoli dal 1801 al 1806, in Idem, Scritti storici, a cura di B. Croce, 3 voll., Laterza, Bari 1945, vol. I, pp. 3-292.

(5) Ibid., p. 46.

(6) Ibid., p. 47.

(7) Ibidem.

(8) Giuseppe Galasso, L’Italia una e diversa nel sistema degli Stati europei (1450-1750), in G. Galasso e Luigi Mascilli Migliorini, L’Italia moderna e l’unità nazionale, in Storia d’Italia, a cura diG. Galasso, UTET, Torino 1998, vol. XIX, pp. 3-492 (p. 480).

(9) Il Monitore Napoletano 1799,a cura di Mario Battaglini, Guida, Napoli 1974, p. 114.

(10) Ibid., p. 66.

(11) Lettera del cardinale Fabrizio Ruffo al ministro John Francis Edward Acton (1737-1811), del 30-4-1799, in La riconquista del regno di Napoli nel 1799. Lettere del cardinal Ruffo, del re, della regina e del ministro Acton, a cura di B. Croce, Laterza, Bari 1943, p. 155.

(12) Cfr. Gustave Thibon, Diagnosi. Saggio di fisiologia sociale, in Idem, Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale, Effedieffe, Milano 1998, pp. 11-145 (pp. 91-92).

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2. Notizie e segnalazioni bibliografiche

2.1 Pubblicazioni dell’Istituto

– Francesco Pappalardo, 1799: Rivoluzione e Contro-Rivoluzione nel Regno di Napoli, Istituto per la Storia delle Insorgenze, Milano 1999 (pro manuscripto).

Il breve saggio di Francesco Pappalardo, napoletano, collaboratore dell’ISIN di Roma, rievoca i lineamenti di massima degli eventi che portarono all’instaurazione della giacobina Repubblica Napoletana nel 1799, e passa in rapida rassegna le premesse religiose e culturali, le gesta e le cause della insorgenza del popolo napoletano e della riconquista del Regno di Napoli operata dall’Armata della Santa Fede. L’opuscolo contiene in sintesi l’interpretazione della vicenda della prima fase della Rivoluzione italiana nel Mezzogiorno, nonché dell’Insorgenza italiana in generale, alla luce delle categorie del pensiero cattolico contro-rivoluzionario.

– Oscar Sanguinetti, “Altamura. La strage delle innocenti”. Un falso storico contro l’Insorgenza italiana, in Cristianità, anno XXVII, n. 287-288, marzo-aprile 1999, pp. 11-17.

L’articolo si occupa della “sortita” in àmbito di Insorgenza della scrittrice e giornalista femminista Maria Antonietta Macciocchi, autrice di un articolo, ospitato dal Corriere della Sera del 17 febbraio 1999, che fa riferimento a un presunto massacro di religiose operato ad Altamura in Puglia da parte d’insorgenti sanfedisti guidati dal cardinale Fabrizio Ruffo di Baranello nel 1799. Dopo avere smontato le deboli “pezze d’appoggio” della studiosa e mostrato l’insussistenza dei fatti, l’articolo situa l’intervento nella sua luce ideologica militante, valutandolo in ultima analisi come un probabile segnale di una nuova tattica attuata dagli avversari dell’Insorgenza nei confronti di essa: dopo il silenzio e dopo la contraffazione, è ora il turno del falso storico e della diffamazione più plateali.

2.2 Altre pubblicazioni

– 1797 Bonaparte a Verona, a cura di Gian Paolo Marchi e Paola Marini (Catalogo della mostra omonima, Verona, 20 settembre 1997-11 gennaio 1998), Marsilio, Venezia 1997.

Il volume, oltre che il catalogo delle opere presentate alla mostra, contiene un nutrito numero di brevi saggi volti a illuminare i differenti aspetti — storici, politici, artistici, linguistici, sociali, ideologici — della società veronese della fine del 1700, nonché l’impatto dell’invasione e della “democratizzazione” dell’importante provincia veneta. Un saggio di Franco Vecchiato (pp. 181-200) è dedicato a La resistenza antigiacobina e le Pasque veronesi. Pure interessante è la pubblicazione di brani di un diario manoscritto — Giornale di quanto è successo in Verona negli anni 1796-97, presso la Biblioteca del Museo “Correr” di Venezia — redatto da un ufficiale veneto, il capitano Antonio Paravia (1754-?) di Corfù, che fu testimone oculare dell’insorgenza veronese (cfr. Roberta Penso, Gli avvenimenti veronesi del 1796-1797 nel Giornale del capitano Paravia, pp. 206-210).

– Virgilio Ilari, Indirect Approach: storia militare della Repubblica Romana (1796-1799), relazione inedita per il convegno di studi Centralismo e particolarismo. L’esperienza della repubblica Romana (1798-1799), Roma, Palazzo della Sapienza, 14-16 aprile 1999.

Il saggio di Virgilio Ilàri, docente di storia delle istituzioni militari all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, storico e pubblicista, e di Piero Crociani, esperto di uniformologia, nel descrivere gli eventi e gli aspetti militari dell’effimera giacobina Repubblica Romana, instaurata dai francesi nel 1798, si imbatte nel fenomeno dell’Insorgenza dell’Italia centrale, la cui storia — e il saggio ne è la verifica empirica — si interseca e si intreccia in maniera inestricabile con quella del movimento repubblicano e rivoluzionario antagonista, sì che non si spiega questo senza quella.

Il pregio del lavoro, tutt’altro che facile, svolto dai due studiosi — di cui la relazione al convegno di Roma è solo una parte dei risultati — sta nell’essere riusciti a tracciare un quadro unitario della miriade di episodi di azione, reazione, sollevazione, repressione, rappresaglia, che contraddistinguono la lotta fra le forze rivoluzionarie e quelle contro-rivoluzionarie, nonché fra la potenza militare francese e le potenze austro-imperiale, britannnica, russa e ottomana — ovvero la seconda coalizione anti-napoleonica — negli anni 1798-1799 in Italia centrale. Non solo un disegno unitario, ma anche un quadro dinamico, collegando fra loro fatti avvenuti in teatri anche distanti, mettendo in luce le linee di tendenza e di evoluzione dei fatti medesimi, dando, infine, non pochi nomi e cognomi a località, comandanti, reparti, flotte, bandiere, ecc. che di norma sfuggono alla memoria storica.

Nel testo vengono ripercorse le linee sommarie del primo scontro fra lo Stato Pontificio e i francesi del 1796-1797, conclusosi con la Pace di Tolentino; della ripresa del conflitto dopo l’uccisione a Roma del diplomatico francese generale Leonard Duphot (1769-1797), l’occupazione di Roma, la proclamazione della Repubblica, l’esilio di Papa Pio VI (1717-1799) e l’esplosione della rivolta popolare a Trastevere e nei castelli. Ma l’insorgenza esplode in maniera massiccia e duratura solo nei mesi in cui Bonaparte è in Egitto, allorché le potenze approfittano della carenza di qualità di comando e intensificano i loro sforzi nella Penisola e l’Insorgenza conosce un salto di qualità operativo e di intensità. Insorge l’Umbria pontificia, insorge il dipartimento del Circeo, insorgono per la seconda volta le Marche. A cavallo fra 1798 e 1799 si assiste all’entrata in guerra contro la Repubblica Romana dell’esercito napoletano, atto che apre uno scenario di movimento e di continuo confronto e scontro fra le armate franco-italiane a sostegno della Repubblica e reparti borbonici, che si assesta solo a metà del 1799, con la sorprendente sconfitta borbonica sancita dall’armistizio di Sparanise. Ma immediatamente il quadro ritorna in moto con il progresso della risalita dello stivale a opera dell’Armata Cristiana del cardinale Fabrizio Ruffo di Baranello (1744-1827) che a metà di giugno libera Napoli. A ridosso delle operazioni belliche e spesso inquadrate al loro interno si manifestano numerose le insorgenze popolari. L’invasione austro-russa dell’Italia settentrionale e la caduta della Repubblica Cisalpina complicano la situazione strategica per i francesi che, nonostante non siano ancora sconfitti nel Mezzogiorno, devono comunque ritirarsi per evitare di finire in un cul de sac. Ma i francesi resistono, occupando porzioni significative della Penisola, fino all’ottobre-novembre 1799, quando saranno costrette a rifluire definitivamente verso la Liguria.

Da questo minuzioso sforzo di ricostruzione — completato con un denso capitolo dedicato alla composizione e all’organizzazione dell’esercito della Repubblica Romana e da sei fittissime pagine di bibliografia — emerge un mosaico complesso, che però inizia a delineare anche se incompiutamente figure complete.

Da non sottovalutare come importanza è, fra le altre cose, la conta delle vittime, che, con stile asciutto e apparentemente neutrale, i due autori effettuano al termine della descrizione dei vari innumerevoli episodi di sangue. Se si volesse fare la somma di esse, nei limiti dell’area geografica e dell’arco di tempo considerati, ne risulterebbe una cifra impressionante, che — cosa assai importante — avvalora la cifra di 60.000 vittime fra gl’insorgenti italiani — si pensi al solo massacro di 1.500 persone a Isernia, nel Molise —, avanzata con riferimento all’inizio del 1799 dalle memorie del generale napoleonico Paul-Charles Thiébault (1769-1846).

L’interpretazione di fondo dei due autori propende per vedere l’Insorgenza italiana come un mero aspetto del conflitto strategico e geopolitico che contrappone tradizionalmente la potenza francese all’Impero e all’Inghilterra: lo scontro nell’àmbito del teatro operativo italiano vedrebbe appunto l’Insorgenza come una risorsa nelle mani delle potenze coalizzate al fine di nuocere indirettamente — indirect approach — ai francesi. La spedizione in Egitto di Napoleone Bonaparte (1769-1821), la lotta intorno ai principali porti italiani: Livorno, Civitavecchia, Ancona, le operazioni in terraferma in Italia sarebbero così da mettere in relazione con il conflitto continentale e con le sue linee strategiche: attacco francese all’egemonia britannica nel Mediterraneo, occupazione delle Isole Ionie, contesa sull’eredità del decadente impero ottomano, occupazione dell’Isola d’Elba e di Malta, egemonia sulla Sicilia, ecc. Così l’Insorgenza italiana avrebbe poco di spontaneo, nel senso che verrebbe attivata oppure se ne favorirebbe l’esplosione o, ancora, se ne “cavalcherebbe” l’esistenza e, infine, la si disattiverebbe bongré, malgré a fronte di necessità tattiche, di volta in volta cangianti. Considerando che si tratta del primo tentativo di rilievo — anche se sollecitato da finalità non dirette — di formare un quadro complessivo degli aspetti bellici di una parte non secondaria dell’Insorgenza italiana e considerando altresì che il testo esaminato è solo una bozza, si possono intravedere i pregi dello sforzo dei due studiosi — oltre a quelli già evidenziati — la “professionalità” dello stile, il dominio della materia e l’introduzione di categorie scientifiche e di una terminologia appropriata nell’analisi dei fenomeni, delle quali altri studiosi beneficeranno. Passando ai punti di miglioramento, occorre dapprima dire che il quadro viene composto in generale assumendo come accertato quanto riferito da studi che talora sono parziali e a base locale, senza verificare che fatti e giudizi siano realmente appoggiati su documenti di qualità. Altro limite è il “taglio” interpretativo del fenomeno. Ilari e Crociani, mentre ricuperano al fenomeno una dimensione, quella geopolitica, spesso ignorata o sottovalutata, sembrano fare di questa dimensione, pur reale, l’unica dimensione importante dell’Insorgenza, e questo pare alquanto riduttivo, perché non esaurisce la complessità di un fenomeno che ha molte facce e molte radici, soprattutto nelle sue fasi iniziali. Il legame causa-effetto generale fra piani militari dei coalizzati e insorgenze è difficile da riscontrare sempre, mentre quella che prevale è la varietà e la fludità delle diverse situazioni. Sollevazioni spontanee, insorgenze provocate da formazioni di irregolari — banditi o briganti — o da agenti delle potenze, veri e propri piani strategici largamente autonomi, come nel caso della guerra condotta dall’Armata della Santa Fede nel 1799. Anche il semplice utilizzo alleato di sollevazioni popolari autonome all’interno di quadri bellici strategici non è una costante. Il rapporto fra Insorgenza e guerra “grande” comunque esiste ma lo si può esprimere meglio nei termini di una correlazione, che se si rivela alquanto tenue per per il 1796-1797 — i caratteri predominanti dei moti di questi mesi sono la spontaneità, la brevità e l’assoluta mancanza di coordinamento —, tende in seguito a crescere a seconda dello sviluppo del quadro bellico generale e dei singoli fenomeni, culminando con gli eventi dell’Italia centrale e meridionale del biennio 1798-1799.

– Ministero per i Beni Culturali e Ambientali; Archivio di Stato di Perugia; e Assessorato alle Attività Culturali del Comune di Perugia, L’albero della libertà: Perugia nella repubblica giacobina. 1798-1799. Catalogo delle mostre organizzate in occasione del bicentenario della Repubblica romana. Perugia, 10 ottobre-15 novembre 1998, Volumnia, Perugia 1998, pp. 168, con ill.

I saggi introduttivi contenuti nel volume edito a illustrazione della mostra organizzata in occasione del bicentenario della giacobina Repubblica Romana del 1798-1799 spaziano sui vari aspetti dell’esperienza repubblicana instaurata nello Stato Pontificio dalla conquista franco-repubblicana. Si va del piano delle idee a quello religioso a quello della società, dell’amministrazione, della politica, delle riforme eversive dell’antico regime realizzate dal governo repubblicano, al piano culturale, dei simboli, del costume. Una sezione della mostra è stata dedicata al tema Dall’insorgenza alla repressione militare. In quest’àmbito il volume presenta due brevi note di Cecilia Minciotti Tsoukas relative a Reazione popolare e insorgenza contadina (pp. 100-102) — che rievoca le insorgenze di Città di Castello (16 aprile 1798), di Castel Rigone (22 aprile 1798) e del Lago Trasimeno e, infine, l’assedio di Perugia del maggio 1798 — e Dalla caduta della Repubblica alla “normalizzazione” del cardinale Rivarola (pp. 104-107), che ricorda la ripresa d’insorgenza dell’estate 1799, in coincidenza e in collegamento con il movimento del Viva Maria! aretino. Interessante anche il saggio di Francesca Romana Cassano (pp. 113-116) su Le stampe d’epoca e la propaganda controrivoluzionaria, dove si descrivono alcune modalità e alcuni strumenti — per lo più stampe che rappresentavano i delitti della Rivoluzione francese e oggetti devozionali — della propaganda contro-rivoluzionaria del Viva Maria! nel 1799-1800.

– Giovanni Ruffo, Il cardinale rosso, Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli (Catanzaro) 1999.

Accurato studio sulla figura del cardinale calabrese Fabrizio Ruffo di Baranello (1744-1827), vicario di re Ferdinando IV di Borbone (1751-1825), per il Reame di Napoli nel 1799. Della sua vita viene narrata anche la parte meno nota, quella che precede il 1799. Cresciuto alla corte pontificia fin dai più teneri anni, allevato e istruito da monsignor Giovanni Angelo Braschi (1717-1799), il futuro Pio VI (1775-1799), Ruffo inizia la carriera ecclesiastica a Roma — nella quale erano già entrati anche altri membri della famiglia Ruffo, raggiungendo i vertici curiali —, ricevendo gli ordini sacri fino al diaconato Grazie alle sue doti e alla familiarità e benevolenza del Papa diviene in breve uno degli uomini di punta della corte e dello Stato pontifici. Moderatamente riformatore, asseconda e realizza la politica innovatrice in campo civile inaugurata da Papa Pio VI, che lo nomina Tesoriere della camera Apostolica e lo crea cardinale nel 1791. Nonostante le intuibili pressioni, Ruffo, la cui vocazione è eminentemente civile e politica, si oppone sempre al conferimento degli ordini maggiori, forse per conservare una maggiore libertà di azione. Passato al servizio del suo re a Napoli, il brillante prelato si occupa dapprima della direzione della colonia agricola e industriale modello di San Leucio al Sannio in provincia di Benevento. Poi viene chiamato alla corte borbonica e segue il re nell’esilio palermitano del dicembre 1798, causato dalla conquista franco-repubblicana del Regno, susseguente alla sconfitta delle armi napoletane nella guerra contro la giacobina Repubblica Romana del 1798-1799. Riceve quindi da re Ferdinando l’incarico di sollevare le Calabrie e di marciare col popolo inquadrato “a massa” sulla capitale. Cosa che egli farà con zelo infaticabile, con puntiglio, con equità, con finezza diplomatica, cercando sempre di evitare eccessi da parte dei suoi spesso raccogliticci soldati e collaboratori, come pure, dopo la vittoria, si sforzerà di temperare l’ira sovrana e le manovre britanniche contro la minoranza rivoluzionaria napoletana sconfitta.

La sua condotta efficace, scrupolosa e sostanzialmente mite gli varrà la considerazione e la stima di Napoleone Bonaparte (1769-1821) che nel 1808 lo vorrà d’imperio a Parigi per preparare le trattative per la liberazione di Papa Pio VII (1800-1823) prigioniero in Francia: l’attenta opera svolta gli frutterà nel 1813 il conferimento da parte dell’Impero della Legion d’Onore di quarto grado, immediatamente precedente quello riservato ai regnanti. Con la Restaurazione del 1815 il cardinale Ruffo rientra nel governo pontificio.

Il lavoro di Giovanni Ruffo, medico a Milano, discendente del cardinale, oltre all’opportunità e alla felice forma espressiva, ha il pregio di essersi avvalso di documenti riservati di famiglia — per lo più lettere —, dei quali viene riportata in appendice un’ampia rassegna.

– Massimo Viglione, Rivolte dimenticate. Le insorgenze degli italiani dalle origini al 1815, Città Nuova, Roma 1999.

Il volume traccia un ampio profilo dell’Insorgenza italiana, della quale inventaria con puntualità tutte le manifestazioni e gli episodi del periodo 1792-1814. Nel volume Viglione rielabora sostanzialmente il materiale utilizzato per l’opera La “Vandea Italiana”. Le insorgenze controrivoluzionarie dalle origini al 1814 (Effedieffe, Milano 1995). A differenza del primo lavoro, però, nel nuovo vengono smorzati alquanto i toni polemici e lo stile da pamphlétaire si fà maggiormente piano e di taglio scientifico. Il volume si conferma utile per il quadro d’insieme che ne risulta e per l’individuazione dei vari episodi; operativamente, il volume è alquanto meno agevole da usare rispetto al precedente, essendo le insorgenze distribuite per regione o Stato, invece che cronologicamente e per località; inoltre sono scomparsi gli assai comodi grassetti nei nomi dei luoghi. Occorre notare che la documentazione di supporto al quadro di sintesi rimane ancora di livello alto, dove i riferimenti a fonti di prima mano sono ancora alquanto scarsi: troppi rimandi critici fanno riferimento a ipotesi di cronisti o a elaborazioni di storici piuttosto che a documenti originali, con il conseguente rischio che ne deriva di una sopravalutazione o di una sottovalutazione del fenomeno.

– Dino Zuccherini, Costruzione della nuova città “giacobina”: le feste come propaganda e il controllo repressivo, in La Municipalità democratica di Padova (1797). Storia e cultura. Convegno di studi nel secondo centenario della caduta della Repubblica veneta (Padova, 10 maggio 1997), a cura di Armando Balduino, Marsilio, Venezia 1998, pp. 61-76.

Dedicato alla municipalità “democratizzata” di Padova, creata dai francesi nel 1797 e vissuta fra l’invasione francese delle Venezie e la caduta della Repubblica, perfezionata dal successivo Trattato di Campoformio, il convegno del 1997 ne ha illustrato gli aspetti più significativi e originali. In particolare, segnaliamo la relazione di Dino Zuccherini — amico e collaboratore dell’ISIN di Padova — (pp. 61-73), di cui sopra, che si sofferma in specie sulla nuova “liturgia” rivoluzionaria, mirante — a Padova come ovunque — a sostituire negli animi della popolazione i modelli e le cadenze di vita del cattolicesimo tridentino con nuovi riti, nuove feste e nuove forme di computo e di uso del tempo a sfondo antropocentrico e con finalità di attivazione dei ceti umili in funzione filo-rivoluzionaria.

2.3 Articoli di periodici

– Francesco Mario Agnoli, Ipoteche sulle insorgenze, in Studi Cattolici, anno XLIII, n. 456, febbraio 1999, pp. 120-124.

Nell’articolo Agnoli si sofferma sul volume Le insorgenze popolari nell’Italia rivoluzionaria e napoleonica, numero monografico di Studi Storici. Rivista trimestrale dell’Istituto Gramsci, anno 39, n. 2, aprile-giugno 1998 (Edizioni Dedalo, Bari 1998), di cui abbiamo dato conto nel n. 9 della Nota Informativa. In particolare critica l’omissività o il “riduzionismo” di fondo sulla storiografia “revisionista” o di orientamento favorevole all’Insorgenza. Questo tratto si palesa evidente nel caso delle Pasque Veronesi sul quale episodio Agnoli ha scritto un ampio saggio nel 1998, che viene citato — come peraltro altri contributi di analogo orientamento — solo in nota dagli autori progressisti della rassegna. Secondo Agnoli, in sintonia con le vedute dell’Istituto, l’Insorgenza va letta come un fenomeno sì assai sfaccettato — in quanto riflette l’ampio pluralismo istituzionale e il particolarismo dell’antico regime —, ma soprattutto come risposta unitaria a un fenomeno altrettanto unitario come la modernizzazione rivoluzionaria, una risposta che si esprime con modalità peculiari — quelle di reazione violenta — a fronte di una inoculazione altrettanto brusca e forzata di elementi di cambiamento culturale e politico.

– Mario Di Palma, La Repubblica napoletana del 1799, in Studi Cattolici, anno XLIII, n. 455, gennaio 1999, pp. 16-22.

Agile e serio profilo degli eventi, tratta delle premesse — in particolare la politica riformistica del governo borbonico lungo tutto il XVIII secolo, su cui l’autore fornisce ampi ragguagli — e dei fatti legati alla Repubblica Napoletana del 1799, in chiave critica moderata. La ricostruzione è della vicenda è sostanzialmente corretta, anche se lascia in ombra l’impresa di riconquista e la figura del cardinale Fabrizio Ruffo di Baranello. L’autore ha però purtroppo il torto di riprendere acriticamente le voci di una […] orripilante […] strage delle orsoline ad Altamura” a opera dei sanfedisti (p. 21), propalate il 17 febbraio 1999 sul Corriere della Sera da Maria Antonietta Macciocchi (sulla falsità dell’episodio e a confutazione delle tesi della Macciocchi cfr. Oscar Sanguinetti, “Altamura. La strage delle innocenti”. Un falso storico contro l’Insorgenza italiana, in Cristianità, anno XXVII, n. 287-288, marzo-aprile 1999, pp. 11-17, di cui al par. 2.1 supra). Un altro punto interrogativo che l’articolo solleva è il collegamento — peraltro solo enunciato — che Di Palma di fatto istituisce, in conclusione, fra la repressione borbonica contro gli esponenti della Repubblica del 1799 e la repressione sabaudo-garibaldina contro la reazione legittimista e contadina scoppiata all’indomani dell’Unità in tutto il Mezzogiorno. Premesso che è apprezzabile che si riparli anche di questa pagina sepolta sotto il sigillo infamante del “brigantaggio”, il paragone sembra alquanto dubbio. Ferdinando IV non scatenò la guerra contro i suoi sudditi, ma, sicuramente a torto, eccedette nelle sanzioni giudiziarie contro una élite borghese provatamente eversiva. Il popolo napoletano nel 1799 accoglie con favore il ripristino del governo legittimo e dell’antico ordine di cose: non batte ciglio neppure davanti alle feroci vendette anglo-borboniche. Quando sessant’anni dopo invece impugnerà nuovamente le armi e morirà per difendersi dalla libertà “piemontese”, rivendicando esplicitamente o implicitamente ciò che sopravviveva del regime pre-rivoluzionario, si ricollegherà in pieno alla tradizione dei “lazzari” e dei sanfedisti del 1799.

3. Notizie dell’Istituto

– È in corso di stampa la Guida Bibliografica dell’Insorgenza in Lombardia (1796-1814), realizzata dall’Istituto nell’àmbito di una ricerca pluriennale sul fenomeno, intrapresa con la sponsorship e con il contributo del Settore Trasparenza e Cultura della Regione Lombardia.

– Su invito del corpo docente, il 9 aprile 1999 il dr. Marco Invernizzi, presidente dell’ISIN, ha tenuto un intervento presso l’Isituto tecnico-commerciale “Verri” di Milano nell’àmbito di una conferenza a due voci sul tema delle repubbliche giacobine del 1796-1799. La relazione — con il supporto di lucidi da proiezione — è consistita nel delineare un profilo storico e interpretativo dell’Insorgenza italiana; presenti alcuni docenti e circa cento allievi delle sezioni della quarta classe. L’altro relatore, che ha trattato della Rivoluzione francese, della sua “versione italiana” e delle insorgenze è stato il professor Franco Della Peruta, ordinario di storia del Risorgimento presso l’Università Statale di Milano. È seguito un breve dibattito.

– Il 20 marzo 1999, sulle frequenze di Radio Maria, nell’àmbito della rubrica Problemi della Chiesa, il dott. Andrea Arnaldi di Alleanza Cattolica e il dott. Gabriele Fontana dell’ISIN hanno tenuto una conversazione sul tema della Repubblica Napoletana del 1799, rispondendo anche a numerose domande telefoniche.

– Promosso dall’Istituto, in collaborazione con Alleanza Cattolica, con l’Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale di Roma e con la rivista Cristianità, sabato 27 marzo 1999 si è svolta presso il Centro Culturale di Milano, la tavola rotonda 1799-1999 Repubblica Napoletana e Insorgenza antigiacobina. Fra modernizzazione politica e rivendicazione dell’identità. Alla presenza di numeroso pubblico — fra il quale l’Assessore al Comune di Milano Serena Maestrelli Manzin, il capo-gruppo consiliare Roberto Predolin, gli scrittori Giovanni Ruffo, discendente e biografo del leader della Santa Fede, cardinale Fabrizio Ruffo, e Rino Cammilleri — sono intervenuti sul tema il professor Edoardo Bressan, ricercatore di storia contemporanea presso l’università Statale di Milano, Giacomo de Antonellis, giornalista e scrittore, Francesco Pappalardo, giornalista e direttore dell’Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale di Roma, Giuseppe Planelli, giornalista dell’Osservatore Romano. Ha coordinato il dibattito Marco Invernizzi, presidente dell’Istituto per la Storia delle Insorgenze.

Quest’ultimo ha aperto i lavori ripercorrendo le maggiori tappe del dibattito storico intorno all’Insorgenza italiana e ha riassunto le principali attività svolte dall’Istituto in ambito culturale, dalla sua fondazione, nel 1995, a oggi, annunciando, fra le altre cose, la prossima pubblicazione di una Guida Bibliografica dell’Insorgenza in Lombardia (1796-1814) — che raccoglie circa cinquecento schede annotate di opere che hanno riferimento al tema contenuto nel titolo — realizzata dall’Istituto nell’ambito di una ricerca, sviluppata con il sostegno della Regione Lombardia.

Nel corso del primo ciclo di domande e risposte, Edoardo Bressan ha inquadrato l’Insorgenza all’interno del processo di profondo mutamento culturale e sociale della fine del Settecento, come risposta alla riduzione individualistica della sfera dei diritti e a un vuoto di punti di riferimento e di stabilità che influenza in maniera determinante le popolazioni italiane ed europee, soprattutto i ceti umili, rimasti sostanzialmente immuni dalla modernizzazione culturale e li spinge a reagire. A Giacomo De Antonellis è toccato invece il compito di illustrare i lineamenti storici la breve esperienza della Repubblica napoletana, di cui ha messo in luce il carattere di novità ma, nel contempo, di astrattezza nella parte progettuale e riformistica. Il carattere di veicolo della modernizzazione, ma di una modernizzazione ideologica, è stato invece attribuito alla Repubblica da Francesco Pappalardo, che ha evidenziato come la reazione del popolo — o della “nazione” napoletana — all’inoculazione della Rivoluzione di Francia sia stata corale e favorita dalla struttura tipicamente di antico regime della società del Regno, in tutte le sue aree geografiche. Il pluralismo istituzionale, l’autonomia della società civile dallo Stato, la fine struttura delle aggregazioni sociali a base familiare, sia religiose che civili e professionali, hanno mantenuto ben compaginato il popolo davanti all’aggressione franco-repubblicana e giacobina, sì che esso ha potuto resistere militarmente al di là di ogni aspettativa contro le armi francesi nel gennaio 1799. Al termine del primo “giro di tavolo” Giuseppe Planelli ha tracciato un breve, ma ricco — anche di humor — profilo della guerra condotta dall’esercito della Santa Fede — che arrivò a inquadrare 22.000 uomini — dalla Calabria alla liberazione della capitale nel giugno 1799.

La seconda tornata di interventi è stato iniziato dal professor Bressan, che è tornato sul tema del vuoto di struttura e sul disorientamento di mentalità creatosi con il crollo dell’antico regime in Italia, che né le repubbliche giacobine né il consolato e l’impero napoleonici sono in grado di surrogare, sì che la resistenza contro di essi si coagula e permane allo stato latente lungo tutto il periodo napoleonico — esplodendo sporadicamente e in maniera imponente in Veneto e nel Tirolo italiano nel 1809 — e le popolazioni nord-italiane non potendo tornare ai vecchi regimi — alla plurisecolare Repubblica di Venezia, in particolare — preferiranno trovarsi sotto la corona austriaca che non sotto il regime moderno dei francesi rivoluzionari. Ampi e saporiti ragguagli sulla figura di re Ferdinando IV di Borbone, il re due volte esiliato dai francesi napoleonici, ha poi fornito Giuseppe Planelli, mettendo il luce il costante e genuino amore per il sovrano manifestato dal popolo napoletano, che lo sentiva, pur nella distanza dei ruoli, uno dei suoi. Anche per lui come il cardinale Ruffo occorre rivedere i luoghi comuni diffamatori oramai invalsi. Giacomo De Antonellis è tornato a sua volta sul tema della Repubblica Napoletana, per mettere a fuoco alcuni aspetti della questione dell’Insorgenza nel Meridione nel Triennio. In particolare si è soffermato sul popolo napoletano, da non ridurre ai lazzari, sulla sua resistenza ai francesi, sul carattere esotico, eversivo e rubereccio, del regime napoleonico, sulle spoliazioni francesi, spesso sacrileghe — in particolare citando il caso di Benevento —, delle comunità del Regno, sulla sostanziale onestà della monarchia, anche durante il trasferimento della capitale a Palermo. In chiusura Francesco Pappalardo non ha esitato ad affrontare il problema della violenze perpetrate dai “lazzari” sugli sconfitti giacobini nel giugno del 1799, ricollegandole però, più che alla natura originaria del popolo napoletano, che nel gennaio esprime una resistenza ordinata e tutto sommato mite, ai cinque mesi di corrosione del tessuto morale della città, operato dalla Repubblica, cinque mesi sufficienti a trasformare un popolo ordinato e timorato di Dio in una massa pronta a ogni forma di licenza.

* * *

Segnaliamo il convegno La memoria e il perdono che si terrà il 28 e il 29 maggio 1999 a Servigliano (Ascoli Piceno), cui sarà presente, accanto ai migliori storici dell’Insorgenza — Francesco Mario Agnoli, Reynald Secher, Sandro Petrucci — e a specialisti locali, anche l’Istituto per la Storia delle Insorgenze. Per l’occasione sarà allestita una mostra iconografica, intitolata I popoli contro l’utopia. Le insorgenze popolari antigiacobine in Italia. 1796-1815.

4. Libri e articoli ricevuti

(La rassegna che segue riporta i titoli di opere — su temi vari — pervenute all’Istituto, il quale non esprime alcun giudizio sulle medesime, riservandosi, se del caso, di darne in seguito recensione).

– “2 dicembre 1798 – 2 dicembre 1998: “…E la città ancora bruciava…”. A duecento anni dal sacco francese. Catalogo della mostra (Palazzo Comunale di Nepi (Viterbo), 19-12-1998/10-1-1999), in AntiquaViva. Bollettino periodico, anno I, n. 1, dicembre 1998.

– Vito Cicale e [p.] Giacomo Verrengia [OFM Conv.], L’abate Mattia de Paoli da Cellole. Le opere della controrivoluzione del 1799, Caramanica, Marina di Minturno (Latina) 1997.

– Fulvio Izzo, I lager dei Savoia. Storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per meridionali, Edizioni Controcorrente, Napoli 1999.

– Roberto Sarzi, Andreas Hofer a Mantova in catene… La simpatia popolare per la vittima del dispotismo napoleonico. Il processo e la condanna dell’eroe del Tirolo, Sometti, Mantova 1999.

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