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1861. Il regno delle Due Sicilie è annesso al Piemonte. Inizia la resistenza (prima parte)

Posted by on Set 24, 2019

1861. Il regno delle Due Sicilie è annesso al Piemonte. Inizia la resistenza (prima parte)

Iniziamo con le scansioni odierne ad aggiungere dei passi interessanti tratti dal volume di Antonio Pagano, Due Sicilie 1830/1880. Anche questa è Storia, forse “leggermente” diversa da quella insegnata nelle scuole italiane. Gennaio Il 1°, a Gaeta, Francesco II e Maria Sofia ricevono i tradizionali auguri per il nuovo anno dagli ufficiali in alta uniforme. A Napoli sono arrestati sei generali duosiciliani, tra i quali: Ruggiero, Polizzy, i fratelli Marra e Barbalonga. Il generale Della Rocca chiede al governo di Torino di inviare a rinforzo almeno una brigata di fanteria per contrastare le insorgenze. A L’Aquila, Avezzano e Città Ducale è proclamata la legge marziale. A Palermo, il 2, il luogotenente fa pubblicare un decreto che vieta gli assembramenti, ma le ordinanze della questura sono lacerate dal popolo. Un avvocato siciliano, Gorritte, propone a Farini di tentare per suo tramite un accordo con Francesco II, cui avrebbe prospettato il recupero delle proprietà personali e dei depositi bancari della famiglia reale in cambio della pacifica cessione di Gaeta. Farini ha dal Cavour il benestare per questa operazione e versa al Gorritte quattromila franchi per la missione, che, naturalmente, non ha alcun risultato. Il 3, a San Severo, circa tremila persone, assalgono le carceri al grido di “Viva Francesco II” e liberano gli insorgenti imprigionati. Negli scontri muoiono dieci cittadini e una guardia nazionale. La pronta reazione delle truppe piemontesi causa numerosi morti e l’incarcerazione di centinaia di uomini. A Portici un gruppo di circa trenta partigiani, di cui dodici donne, assalta le guardie nazionali, ferendone due, ma negli scontri sono arrestati 23 assalitori e due sono immediatamente fucilati. È fissata per il 27 la data delle prime elezioni per il parlamento italiano. Nelle Due Sicilie le circoscrizioni elettorali, sono costituite in modo tale da limitare al massimo il numero di deputati meridionali. È pure raddoppiato il censo minimo da venti a quaranta lire di imposte pagate l’anno come requisito per avere diritto al voto. Nei territori occupati sono applicate le tariffe doganali piemontesi nel quadro di una politica liberistica che mette in ginocchio le industrie duosiciliane ancora in attività, improvvisamente esposte alla concorrenza europea e del Nord dell’Italia. È imposta la bandiera piemontese, sono imposte le leggi piemontesi, i codici piemontesi, le uniformi piemontesi, le abitudini piemontesi, l’orario piemontese. ASora e ad Avezzano le formazioni della resistenza legittimista tentano di conquistare L’Aquila. Altri gruppi di si formano a Sulmona. i II 4, nell’Ascolano, gli insorgenti, circa 600 inquadrati militarmente e comandati da Giovanni Piccione, attaccano e sconfiggono alcune compagnie del generale Pinelli, che fa fucilare civili inermi. Napoleone III invia a Cavour una proposta di armistizio per Gaeta da far durare quindici giorni, durante i quali la flotta francese sarebbe stata richiamata lasciando una sola nave per osservare il rispetto delle condizioni dell’armistizio. Questo naturalmente a condizione che Francesco II accetti di consegnare Gaeta, cessando ogni ostilità. In caso di diniego la flotta francese si sarebbe allontanata, lasciando via libera a quella di Persano. ACivitella del Tronto nei giorni 4 e 5 i piemontesi subiscono un’altro duro smacco, attaccati dai soldati della fortezza assediata e, alle spalle, da 300 insorti discesi da Monte Fultrone e da altri 400 che sorprendono i bersaglieri su Rocca S. Nicola. I combattenti legittimisti e possono rifornirsi di munizioni nella fortezza. Il 5 tre compagnie del 39° fanteria attaccano nell’Ascolano un gruppo di insorgenti, ma ! devono ripiegare subendo la perdita di tre ufficiali e un’ottantina di soldati. A Carsoli gli insorgenti di Francesco De Luca impongono taglie e requisizioni ai liberali. Il 5 Pio IX scrive a Francesco II di «non cedere ad esigenze ingiuste, sostenendo fino agii estremi la santità dei propri diritti, giacché nel caso presente cedere sarebbe lo stesso che cooperare al male». Farini si dimette da Luogotenente. Il 6 il ministro degli esteri francese annuncia all’ambasciatore di Francia a Roma che per l’assedio di Gaeta si sta trattando un armistizio che dovrebbe concludersi il giorno 19. Vittorio Emanuele rientra a Torino e lascia il 7 come luogotenente nelle province napoletane il cugino, principe Eugenio di Savoia-Carignano, assegnandogli come rendita due milioni di lire annue e caricando le spese sulle rendite di Napoli. Al luogotenente è affiancato Costantino Nigra, che affida a Liborio Romano i dicasteri dell’Interno e dell’Agricoltura, chiamando a far parte del suo nuovo governo Mancini e Spaventa. È pubblicata sui giornali inglesi una lettera di Mazzini indirizzata al segretario di Garibaldi, con l’affermazione che Cavour non aveva alcun merito nella conquista del Regno delle Due Sicilie, perché i fatti decisivi erano stati sempre ispirati al suo governo direttamente dalla ì massoneria inglese. Intanto da Torino parte un altro contingente di soldati per reprimere le rivolte nei territori meridionali. A Gaeta, i Sovrani, dopo che una cannonata ha sfondato il soffitto dello spogliatoio della regina, traslocano in una casamatta addossata al bastione Ferdinando a picco su! mare. Nella casamatta si sistemano anche i conti di Trani e di Caserta, il duca di Sangro e il generale Ferrari. Cialdini, invece, si acquartiera in una villa a Castellone. Francesco II invia il colonnello Luvarà ed il Conte Teodulo Emile de Christen, con poche truppe, verso l’Abruzzo con il compito di rinforzare la resistenza nella regione per alleggerire la pressione su Gaeta. Cavour scrive al generale Della Rocca che è stato raggiunto l’accordo con Napoleone III per la partenza della flotta francese da Gaeta il 19. L’8, il giorno prima dell’armistizio, allo scopo di dimostrare la sua potenza, Cialdini ordina di eseguire un bombardamento. Per tutto il giorno cadono su Gaeta quasi 8.000 proiettili che provocano sette morti e 20 feriti. Anche l’artiglieria napoletana fa la sua parte con un terribile fuoco di controbatteria, che causa 2 morti e 24 feriti agli assediami. Cessato il bombardamento, il capo di stato maggiore francese, ammiraglio Tinan, si reca da Francesco II accordandosi per una sospensione delle ostilità allo scopo di trattare un armistizio. Le clausole proposte dall’ammiraglio, che prevede tra l’altro un controllo da parte francese nel campo piemontese, sono però violentemente contrastate da Cialdini e ciò permette, durante la tregua, a-gli assediami di rinforzare notevolmente (ed impunemente) i lavori d’assedio che sono stati espressamente vietati dagli accordi. Il nuovo luogotenente stanzia per lavori pubblici nel Mezzogiorno 10 milioni, ma di questi sono effettivamente spese 500 mila lire: il resto si perde tra le mani dell’amministrazione, di cui fanno parte numerosi collaborazionisti e rappresentanti della camorra inseriti da Liborio Romano. Il 9 un reparto di bersaglieri si asserraglia a Borgo e Mozzano in provincia di Ascoli Piceno, rendendosi responsabili di violenze ai danni dei civili. A Barletta la popolazione manifesta contro il rincaro del grano, riuscendo a disarmare la guardia nazionale. Il 10, 200 insorti, organizzati dal colonnello calabrese Francesco Luvarà, impegnano in combattimento circa 400 piemontesi: liberano Carsoli, poi Tagliacozzo, dove innalzano i vessilli duosiciliani. Accorrono migliaia di altri insorgenti che portano il numero dei combattenti i tremila. A Napoli, il capo della Polizia, Silvio Spaventa, fa arbitrariamente arrestare e deportare in Piemonte 23 ufficiali superiori duosiciliani. Poi, «essendo cagione di scandalo e disordine», decreta che «nissuno possa più portare uniformi borboniche», perché numerosissimi ex soldati duosiciliani smobilitati da Garibaldi, nella maggior parte contadini privi di vestiario, continuano a vestire con pantaloni e giubbe militari. L’U vi sono altri combattimenti a Mozzano, dove il 39° reggimento di fanteria piemontese proveniente da Ascoli, con sei cannoni, dopo essere riuscito ad impossessarsi anche di S. Vito eRosara, ha fucilato tutti i preti e numerosi cittadini. Il 39° è attaccato tra Mozzano ed Acquasanta da un reparto di combattenti legittimisti comandati da Giovanni Piccioni che annienta nel combattimento due compagnie, comandate dal capitano conte Angelo Zanattelli. Il resto riesce a salvarsi con una precipitosa fuga verso Ascoli. Nel Chietino, l’11, il comandante Angelo Camillo Colafella, con il suo gruppo, riesce a liberare una quarantina di insorgenti incarcerati a S. Valentino, dove il capitano della guardia nazionale è ucciso. Lo stesso giorno Domenico Coja, detto Centrillo, con 150 combattenti batte la banda garibaldina “cacciatori del Vesuvio” e le guardie nazionali a Castellone al Volturno, dove ripristina le insegne duosiciliane, arruolando con l’occasione numerosi cittadini nelle sue fila. Un altro gruppo di insorti assale la guarnigione di Castelluccio e si rifornisce di armi e munizioni. Il 12 il principe Eugenio di Savoia-Carignano si reca a Gaeta a visitare le postazioni piemontesi. Francesco II passa in rassegna le sue truppe, annunciando che l’attacco piemontese sarebbe ripreso tra pochi giorni, lasciando libero chi avesse voluto di ritirarsi. 180 soldati dichiarano di voler partire e rimangono circa 8600 uomini. Nello stesso giorno il gen. Ferdinando Pinelli in persona forma quattro colonne di soldati piemontesi, rinforzate da sei pezzi d’artiglieria, e parte da Ascoli puntando verso Mozzano, ma è attaccato con violenza e dopo aver subito molte perdite, è ancora una volta messo in fuga dagli insorti. A Napoli il 13 i piemontesi distruggono la tipografia del giornale “La Croce Rossa” ed è arrestato un prete della chiesa del Gesù Nuovo perché ha fatto l’apologia di Francesco II. A : Tagliacozzo circa 2000 insorti attaccano il presidio piemontese, che, dopo poche ore di combattimento, avendo avuto una ventina di morti, fugge verso Scurcola mettendosi in salvo poi ad Avezzano, ma durante la fuga i piemontesi sono continuamente assaliti dagli abitanti anche t con le pietre. Bastogi concede un prestito all’impresa Brassey per costruzione di 235 chilometri della linea ferroviaria da Livorno al Ghiaione. Il 14 nei territori di Teramo e di Ascoli altre sommosse sono represse dai reparti della brigata “Bologna”. Numerosissimi sono i fucilati. Nei giorni 14 e 15, numerosi militari napoletani, prigionieri di guerra nelle carceri di Nola, Avellino ed Aversa, riescono ad evadere e vanno ad aggregarsi alle prime formazioni di insorti della zona. Questa fuga spaventa il principe di Carignano, che chiede a Cavour di far deportale ad Ancona circa 3.000 soldati duosiciliani. Il 16 è festeggiato in Gaeta il compleanno di Francesco II e vi è anche una parata militare. Assistono alla cerimonia i diplomatici stranieri, venuti per l’occasione. Anche le navi francesi e spagnole sparano una salva di 21 colpi. Nel duomo, tra le macerie, è intonato il Te Deum. Alcuni diplomatici restano nella fortezza assediata, altri se ne tornano a Roma. È emesso un decreto di scioglimento, con effetto dal 1 ° febbraio, del corpo dei volontari garibaldini dell’Italia meridionale. Il generale Pinelli ordina il 17 una rappresaglia, marciando verso l’indifesa Valle Castellana, ove saccheggia e incendia Cesano, Cerqueto, Settecerri, Serra, Collegrato, Olmeto, Basto, Macchia di Sole, Santa Rufina e San Vito. Il giorno successivo, gli insorti inferociti, dovunque trovavano soldati piemontesi, piombano loro addosso, massacrandoli. Il generale Della Rocca, spaventato dalle ferocissime incursioni degli insorti, dà l’ordine che “non si perdesse tempo a fare prigionieri, dato che i governatori avevano già fatto imprigionare molta gente’”. Da Napoli sono imbarcati per essere deportati a Genova 112 ufficiali napoletani, fra i quali Capece, i fratelli Bartolo e Andrea Marra e Galeota. Da Milano è spedito a Napoli un battaglione carabinieri che è dislocato a Venafro. Ad assediare Civitella sono inviati in aggiunta il 27° reggimento fanteria ed il 27° battaglione bersaglieri per un totale di 3.500 uomini, comandati dal colonnello Raffaele Sircana. Il capitano Giuseppe Giovine della Gendarmeria Reale è nominato colonnello da Francesco II, che invia anche un encomio per la valorosa resistenza della fortezza. Cavour, intanto, si accorda definitivamente con Napoleone III per far ritirare il giorno 19 la flotta francese da Gaeta, nonostante le pressioni contrarie di Austria, Prussia e Russia. Prezzo del ritiro è la cessione alla Francia dei comuni di Mentone e Roccabruna con un trattato che verrà firmato il 2 febbraio. Davanti alle mura di Gaeta i piemontesi sperimentano un primitivo sistema d’illuminazione elettrica per spiare i movimenti delle truppe napoletane. Le apparecchiature sono state prelevate a Napoli, dove già dal giugno del 1852 erano in avanzata fase di studio. Scurcola, liberata il 19 da circa 300 insorti, per iniziativa di Giacomo Giorgi, avvocato di Civitella Roveto, che li comandava, innalza le bandiere duosiciliane, ma dopo due giorni è assalito dall’intero 6° reggimento di linea piemontese, comandato dal colonnello Quintini. Questi fa trucidare 117 civili, due sacerdoti, un monsignore ed il curato di Monte Sabinese. Solo a stento si salvano il colonnello Luvarà e l’avvocato Giorgi. Tutti gli abitati sono saccheggiati e dati alle fiamme. Per questa strage il governo piemontese elargisce 14 medaglie d’argento. Il governo piemontese, preoccupato dall’eco sulla stampa estera di quelle stragi ordina di fucilare soltanto i capi combattenti. Ma gli ufficiali piemontesi definiscono capo ogni insorto che catturano e continuano le fucilazioni senza alcun problema. La partenza della flotta francese, intanto, lascia Francesco II indifeso. Mentre il vapore francese Dahomey lascia il porto, diretto a Messina con seicento tra donne e bambini, una nave piemontese con bandiera bianca entra con il generale Manabrea ed il colonnello Caselli per trattare un ulteriore accordo di resa. La richiesta è respinta e Cialdini dichiara lo stato di blocco navale, ma non riesce ad impedire al vapore francese Sphynx di sbarcare 1.500 balle di farina nella notte del 21. La flotta piemontese di Persano si posiziona nel golfo, che resta del tutto isolata dal mondo. Il 21, il giornalista francese Garnier, che ha contribuito a creare il mito dell’eroina di Gaeta, descrivendone le gesta sul “Journal” di Parigi, insieme agli altri stranieri ospitati nella casamatta della batteria Regina, fa celebrare al santuario della Montagna Spaccata una messa propiziatoria in memoria di Luigi XVI di Borbone. La mattina del 22, mentre le bande dell’8° e del 9° cacciatori intonano l’inno reale, tutte le batterie di Gaeta fanno fuoco su quelle piemontesi. L’azione è così violenta e precisa che le batterie degli assediami in prossimità della fortezza sono smantellate. Salta in aria anche la polveriera sul colle dei Cappuccini, causando decine di vittime e numerosi feriti. La flotta di Persano si avvicina ai bastioni, aprendo il fuoco con tutti i suoi cannoni. Ma è sistemata troppo lontana e non riesce a colpire le postazioni duosiciliane. Per sfidare il nemico, allora le truppe duosiciliane si scatenano dagli spalti provocatoriamente con insulti e gesti osceni nei confronti delle navi piemontesi. La cannoniera Vinzaglio si lascia tentare dalla sfida e si avvicina ancor più alla fortezza. Giunta a tiro, però, una potente scarica la colpisce, provocando vittime e danni, tanto che subito manovra per allontanarsi tra le grida e gli insulti dei duosiciliani. Anche altre navi piemontesi si fanno avanti. La Confienza di Saint-Bon non fa nemmeno in tempo a puntare i suoi cannoni che è colpita da una precisa scarica che la danneggia seriamente. Il resto della flotta torna immediatamente indietro, puntando verso Ponza per sfuggire più rapidamente ai tiri delle batterie napoletane. La festa sugli spalti è veramente grande ed è anche allietata dalla cattura dei numerosi pesci uccisi dai colpi piemontesi caduti in mare. Le batterie duosiciliane hanno sparato circa undicimila colpi, le piemontesi tredicimila, compresi quelli delle navi. Il morale degli assediati sale alle stelle, il mito dell’«eroina di Gaeta», che è sempre stata nei luoghi più esposti, diventa leggenda. La sera del 24 si ha ancora una violentissima e molto precisa azione dell’artiglieria duosiciliana sulle più avanzate trincee piemontesi, che devono essere abbandonate. Tra le vittime, due ufficiali. In un’azione della resistenza ad Arquata, una compagnia piemontese è dispersa. Nella zona di Sora, de Christen e Chiavone, non riuscendo a riprendere la città, si rifugiano il 25 nel territorio pontificio. Il generale Maurizio de Sonnaz li insegue con le sue truppe e, non riuscendo a catturarli, sfoga la sua vendetta sull’Abbazia di Casamari, dove gli insorti hanno sostato. Qui i piemontesi cacciano i monaci, distruggono la famosa farmacia, saccheggiano i preziosi arredi, fanno scempio del tempio e danno tutto alle fiamme, compresi preziosi manoscritti. Il de Christen occupa Bauco (l’odierna Boville Érnica in provincia di Frosinone) con Chiavone e seicento uomini. De Sonnaz cerca di assalire il paese con 3.500 soldati, ma, respinto, subisce molte perdite ed è costretto a ritirarsi. Si hanno altri combattimenti ad Arquata tra insorti legittimisti e piemontesi. Il 27 il ministro della Marina francese telegrafa al generale Ritucci, che ha assunto il comando della Piazza di Gaeta, comunicando che è stata messa a disposizione dei sovrani la nave Mouette, già ancorata nel porto di Napoli, per qualsiasi necessità. Nelle elezioni per il parlamento italiano, su circa 24 milioni di abitanti della penisola, gli aventi diritto al voto sono 418.850.1 votanti effettivi sono 239.853, ossia meno dell’uno per cento della popolazione. Nelle Due Sicilie, il cui territorio è la metà del nuovo regno, hanno diritto al voto solo 129.700 persone su una popolazione di 8.600.000 abitanti. Si presentano a votare solo in 87 mila che eleggono 144 deputati. Garibaldi si presenta nel collegio elettorale di Napoli dove ha solo 39 voti. In Sicilia impera la più completa anarchia. A Mirto di Messina, il presidente del seggio è ucciso da insorti duosiciliani. Nell’isola sono inviati altri 15.000 soldati per mantenere l’ordine pubblico. Conosciuti questi risultati Massimo d’Azeglio commenta: “Queste Camere rappresentano l’Italia così come io rappresento il Gran Sultano turco”. A dispetto delle retoriche declamazioni, il popolo sovrano è limitato ad una ristretta cerchia, l’alta e la media borghesia, oggetto per di più di non poche pressioni perché votassero bene. Le elezioni sono, poi, condizionate dai prefetti piemontesi. Mentre nel nord Italia c’è un elettore ogni 12 abitanti, nel sud si ha un elettore ogni 38 abitanti Nella cittadella e nel campo militare di Lombardore, nella fortezza di Fenestrelle, di S. Maurizio Canavese, di Alessandria, di S. Benigno, di Genova e Bergamo, sono deportati come prigionieri di guerra circa 1.700 ufficiali e 24.000 soldati duosicilianii. Per evitare ogni tentativo di fuga i prigionieri sono incatenati a due a due. Gaeta è continuamente bombardata con una media di circa cinquecento colpi al giorno. Alle vittime delle bombe, si aggiungono quelle del tifo. Ma nel giorno di carnevale la truppa vuole festeggiare lo stesso con maschere, balli e canti. Una strana processione si reca verso la casamatta dei sovrani, dove è improvvisata una vorticosa tarantella, mentre la regina batte le mani divertita. Ad Arquata del Tronto si ha un sanguinoso scontro tra il raggruppamento di insorti comandato da Piccioni e i “cacciatori del Tevere”, gruppo di toscani e umbri comandati da Luigi Masi. Il 31, termine di presentazione per i giovani delle Due Sicilie chiamati alle armi, su 72.000 previsti pochissimi rispondono. 11 bando di chiamata sarà reiterato il 24 aprile con ordine di presentazione al 1 ° giugno. Da aggiungere che l’ordine di precettazione non è diffuso in tutti i Comuni e in ogni modo è notificato con molto ritardo. Il gruppo di resistenza comandato da de Christen è assalito da piemontesi che subiscono 11 morti e 44 feriti. A Napoli intanto si manifesta per la mancanza di lavoro. Febbraio Scaduto il termine per la presentazione dei giovani alla leva, le truppe piemontesi si recano in vari centri dove rastrellano i giovani dai 20 ai 25 anni ignari del bando. I figli dei liberali e dei loro amici, avvertiti in tempo, si sono nascosti. I giovani rastrellati sono dichiarati in arresto per renitenza, ma in alcuni paesi, come a Castelsaraceno, a Carbone e a Latronico sono fucilati sul posto. Molti, però, riescono a fuggire nei boschi e sulle montagne. Il generale Pinelli, in Abruzzo, espugnate Arli e Santa Lucia dopo aspri combattimenti, distrugge le chiese e sequestra gli oggetti sacri. Pure altri diciassette paesi sono messi a ferro e fuoco. Il 2, una compagnia di truppe piemontesi è circondata da un gruppo della resistenza di Arquata del Tronto, ma giungono in loro soccorso reparti della brigata Bologna, che mettono in fuga gli insorti. Sono catturati e fucilati 150 persone, saccheggiati e incendiati diversi villaggi della zona. Il 3, Pinelli, emette un proclama scandaloso che fa inorridire l’intera Europa: «Un branco di quella progenie di ladroni ancor s’annida sui monti ; snidateli, siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali la pietà è delitto: sono prezzolati scherani del vicario non di Cristo, ma di Satana. Noi li annienteremo, schiacceremo il sacerdotal-vampiro, che con le sue sozze labbia succhia da secoli il sangue della madre nostra. Purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall’immonda sua bava, e da quelle ceneri sorgerà più rigogliosa la libertà». Per tacitare l’opinione pubblica straniera Pinelli è rimosso dall’incarico ed è sostituito dal generale Luigi Mezzacapo. Il 4, Francesco II lancia un messaggio incitando il popolo duosiciliano alla resistenza contro l’invasore. Avvengono sommosse con scontri a fuoco con le Guardie Nazionali a Pomarico, Montescaglioso, Grottole, Tricarico e Oppido. A Gaeta i tiri delle batterie piemontesi diventano di giorno in giorno più precisi, probabilmente perché alcuni traditori hanno indicato la posizione dei depositi delle polveri. Il 4 è centrata la polveriera di Cappelletti dove muoiono sette soldati e si apre una breccia nella cinta nei pressi della porta d’ingresso, facendo rovinare 4 obici e due cannoni. È evitato, per il coraggioso intervento dell’artificiere Chiapparelli e del marinaio Feduce, un incendio che avrebbe fatto saltare la polveriera Transilvania. Il pomeriggio del 5, alle ore 4 pomeridiane, un colpo centra in pieno il deposito di munizioni della Cortina di S. Antonio con sette tonnellate di polvere e 40.000 cartucce. Salta in aria l’intero bastione, aprendo un cratere di oltre quaranta metri, muoiono 316 militari e più di 100 civili. Tutta Gaeta è coperta dal fumo. Mentre si estraggono dalle macerie i morti ed i feriti, i piemontesi continuano più intensamente il fuoco, concentrando i tiri proprio sulla zona dell’esplosione e facendo altre vittime tra i soccorritori. Anche la flotta di Persano interviene con tiri ravvicinati, ma senza alcuna efficacia, perché si tiene a distanza dalle batterie napoletane. Il bombardamento prosegue tutta la notte, con il lancio di circa 600 proiettili ogni ora. All’alba dello stesso giorno 5, sotto Civitella del Tronto, tre colonne di legittimisti si avventano sulle truppe piemontesi. Durante i combattimenti, una quarta colonna, comandata dal barone Trojani, che porta rifornimenti alle truppe assediate, cade in un’imboscata. Il Trojani, chiamato “Daddà”, è colpito da una fucilata alla gamba destra ed è catturato. Disteso sopra una scala a pioli è fucilato, insieme ad altri insorgenti catturati, nel piazzale di Porta Maggiore ad Ascoli. La folla, accorsa a vedere il triste spettacolo, piange, ma i piemontesi colpiscono la gente con i calci dei fucili. A Londra, all’inaugurazione del Parlamento, è riproposta nel discorso della Regina Vittoria la politica del “non intervento” per la questione italiana. Il deputato Benjamin Disraeli afferma nel suo discorso che l’Italia deve avere Roma e Venezia, ma che l’alleanza tra Francia e Italia è un pericolo per l’Inghilterra. Il 6 è concordato a Gaeta un armistizio di 48 ore per seppellire i morti ed evacuare 200 soldati tra malati e feriti, che saranno imbarcati il giorno dopo su due navi piemontesi. L’8 a Torino s’inaugura il parlamento italiano, mentre ancora sventola la bandiera duosiciliana a Gaeta, Messina e Civitella del Tronto. Quasi tutti i parlamentari sono iscritti alle logge massoniche, ma, per garantire un’adeguata copertura ai fratelli che ricoprono cariche pubbliche, questi sono esonerati dal frequentare la loggia e i loro nominativi non appaiono in alcun elenco ufficiale. A Gaeta il generale Ritucci convoca il Consiglio di Difesa, cui partecipano 31 ufficiali superiori, tra i quali gli svizzeri Wieland e d’Auf de Mauer, il generale Pelosi, Sanchez de Luna, Marnili, Bosco, Rodrigo Afan de Rivera e Riedmatten. Il responso è che la fortezza avrebbe potuto ancora resistere, però solo per poco anche in considerazione della situazione sanitaria. Il 9 il bombardamento riprende con più violenza e precisione. Cadono ad uno ad uno: casematte, magazzini, depositi e riservette. Un incendio scoppiato davanti alla polveriera del bastione Annunziata è coraggiosamente spento da due artiglieri, Barrecchia e Pettorelli. Il tenente d’artiglieria Savio, morto mentre punta un cannone, è sostituito immediatamente dal fratello, che cade anch’egli sul suo cadavere. Una fregata piemontese tenta ancora una volta di cannoneggiare attraverso il bastione saltato, ma è messa in fuga dal preciso tiro delle batterie napoletane. Da Napoli Costantino Nigra invia una lettera a Cavour con la quale riferisce: «Il Paese è tranquillo e Napoli si lascia governare. Il numero dei delitti che si commettono nella città è relativamente minore di quelli che si commettono in Torino e Milano. E noti che i carabinieri sono insufficienti ed in parte nuovi, e che gli agenti di pubblica sicurezza anche sono pochissimi e nuovissimi». Il 10, giunge alla regina Maria Sofia una lettera dell’imperatrice francese, che in termini molto affettuosi le consiglia di rinunciare ormai a quella resistenza diventata inutile. Il re, perduta ogni speranza di interventi stranieri, riunisce lo Stato Maggiore per decidere sulla capitolazione, ma non tutti sono d’accordo. È, in ogni modo, incaricato il tenente colonnello di Stato Maggiore Delli Franci di sondare la disponibilità di Cialdini durante il trasporto fuori di Gaeta di altri malati di tifo. Cialdini, dopo essersi consultato via telegrafo con Cavour, raggiunge un primo accordo per la cessione della fortezza dopo la partenza dei sovrani. Intanto scoppia un altro deposito di munizioni, ma l’artiglieria duosiciliana continua a rispondere colpo su colpo, anche se con minore intensità con sole 120 bocche da fuoco. Quando iniziano le trattative, il Cialdini, per affrettarne i tempi accelera il volume di fuoco su tutta Gaeta, facendo altre inutili vittime. Nella notte tra l’I 1 ed il 12 il Cialdini fa scatenare un inferno di fuoco su Gaeta, soprattutto con le nuovissime batterie posizionate alla Torre Viola, all’Atratina ed ai Cappuccini. Il 12 Francesco II emana il seguente ordine del giorno: «Generali, Uffizioli e Soldati dell’Armata di Gaeta ! La fortuna della guerra ci separa. Dopo cinque mesi nei quali abbiamo combattuto insieme per l’Indipendenza della Patria, dividendo gli stessi pericoli, soffrendo le stesse privazioni, è giunto per me il momento di mettere un termine ai vostri eroici sacrifici. Era divenuta impossibile la resistenza, e se il mio desiderio di soldato era di difendere con Voi l’ultimo baluardo della Monarchia, fino a cadere sotto le mura crollanti di Gaeta, il mio dovere di Re, il mio amore di Padre, mi comandano oggi di risparmiare un sangue generoso, la cui effusione nelle circostanze attuali non sarebbe che l’ultima manifestazione di un inutile eroismo. Per Voi, miei fidi compagni d’armi, per pensare al vostro avvenire, per le considerazioni che meritano la vostra realtà, la vostra costanza, la vostra bravura, per voi rinunzio all’ambizione militare di respingere gli ultimi assalti di un nemico, che non avrebbe preso la Piazza difesa da tal soldati, senza seminare di morte il suo cammino. Militi dell’ Armata di Gaeta, da dieci mesi combattete con impareggiabile coraggio. Il tradimento interno, l’attacco delle bande rivoluzionarie di stranieri, l’aggressione di una potenza che si diceva amica, niente ha potuto domare la vostra bravura, stroncare la vostra costanza. In mezzo alle sofferenze d’ogni genere, traversando i campi di battaglia, affrontando il tradimento, più temibile che il ferro ed il piombo, siete venuti a Capua e a Gaeta, segnando il vostro eroismo sulle rive del Volturno, sulle sponde del Garigliano, sfidando per tre mesi dentro a queste mura gli sforzi d’un nemico, che disponeva di tutte le risorse d’Italia. Grazie a voi è salvo l’onore dell’Armata delle Due Sicilie; grazie a voi può alzare la testa con orgoglio il vostro Sovrano; e sulla terra d’esilio, in che aspetterà la giustizia del Cielo, la memoria dell’eroica lotta dei suoi Soldati, sarà la più dolce consolazione delle sue sventure. Una medaglia speciale vi sarà distribuita per ricordare l’assedio; e quando ritorneranno i miei cari soldati nel seno delle loro famiglie, tutti gli uomini d’onore chineranno la testa al loro passo, e le madri mostreranno come esempio ai figli i bravi difensori di Gaeta. Generali, Uffiziali e Soldati, vi ringrazio tutti, a tutti stringo la mano con effusione d’affetto e riconoscenza. Non vi dico addio, ma a rivederci. Conservatemi intatta la vostra lealtà, come vi conserverà eternamente la sua gratitudine e la sua affezione il vostro Re Francesco.» Invia, quindi, al Comando piemontese i rappresentanti per trattare la resa, mentre continua il bombardamento. Il 12, a Napoli, in Piazza Castello, il principe di Carignano sfugge ad un attentato. Contemporaneamente vi sono sommosse nella città e nella provincia. Venafro è il primo centro delle Due Sicilie in cui s’incomincia a cambiare la toponomastica: il 12 la piazza principale diventa Piazza Milano in memoria di un battaglione mobile formato da milanesi. La proposta è fatta dal canonico don Raffaele Cinnico. Il 13, il bombardamento su Gaeta diventa parossistico. Salta in aria il deposito munizioni della batteria Transilvania, con diciotto tonnellate di polvere e numerosi esplosivi. Muoiono due ufficiali, oltre cinquanta militari e parecchi civili. Numerosi feriti non possono essere soccorsi. I piemontesi applaudono al massacro. Partecipano alle trattative per i duosiciliani, il generale Antonelli, capo di Stato Maggiore dell’Armata di Terra, il barone Pasca dell’Armata di Mare, e il colonnello Delli Franci. Per i piemontesi, il generale Menabrea e il colonnello Caselli. Si dispone che la guarnigione rimarrà prigioniera fino alla resa delle fortezze di Civitella del Tronto e di Messina. Le perdite duosiciliane a Gaeta sono state di 506 morti per ferite e 307 per malattia, 743 dispersi e circa 800 feriti fuori della piazzaforte. I piemontesi hanno avuto solo 50 morti e 350 feriti. La capitolazione, nella villa di Caposele in Castellone, è firmata mentre ancora continua il bombardamento. Alle 7 del mattino del 14, Francesco II e Maria Sofia escono dalla fortezza per imbarcarsi sulla nave francese Mouette. Lungo il percorso, una folla di militari e civili saluta commossa il passaggio dei sovrani. Numerosi soldati, mentre presentano le armi, non riescono a trattenere le lacrime e gridano “Viva ‘o Rre”. Alcuni ufficiali spezzano le loro spade con rabbia, gettando via i tronconi, piangendo senza vergogna, mentre la banda intona l’inno nazionale. Una lancia con marinai in alta uniforme, porta il re e la regina sulla Mouette. Sulla nave è alzata la bandiera duosiciliana accanto a quella francese. Quando la Mouette salpa, è eseguita dalla batteria di S. Maria la salva reale di ventuno colpi e sulla Torre d’Orlando la bandiera duosiciliana è alzata ed abbassata per tre volte. La brigata piemontese Regina, comandata dal generale de Regis, entra nella fortezza ed occupa tutte le fortificazioni. I sovrani sbarcano a Terracina, dove sono accolti dal conte Gregorio Antonelli e dal comandante del presidio francese. Un reparto francese rende gli onori, i soldati duosiciliani rifugiati gridano: “Vìva ‘o Rre !”. Una scorta di dragoni li accompagna fino a Roma, dove Pio IX ha messo a loro disposizione il palazzo del Quirinale e dove li aspettano anche la regina Maria i Cristina di Spagna, il conte e la contessa di Trapani e il conte di Trani e il conte di Caserta. La vicenda delle Due Sicilie è l’unico esempio, in tutta la storia moderna, in cui una coppia reale ha saputo dimostrare un eccezionale coraggio fisico e morale nell’affrontare diretta-I mente gli effetti di una guerra. Francesco II e Maria Sofia di Baviera hanno dimostrato con i fatti di essere veramente un Re e una Regina. Tutta la stampa europea dell’epoca rimane affascinata dall’eroico comportamento di Francesco II e di Maria Sofia. Gli invasori piemontesi entrano nella cittadina di Gaeta e non vedono che macerie ammucchiate, cannoni smontati, caserme diroccate, il terreno solcato dalle bombe e dalle granate tanto che è difficile trovare un tratto di metro lineare che non fosse stato colpito da qualche proiettile. I parapetti quasi tutti disfatti. Un odore nauseabondo di morto esala da tutte le parti provenendo dai cadaveri giacenti sotto le rovine e che non è stato possibile seppellire. Al mattino del 15, davanti all’esercito piemontese schierato sull’istmo di Montesecco, presenti il principe Eugenio di Savoia-Carignano e Cialdini, escono dalla fortezza le truppe duosiciliane sfilando con in testa i generali. Sono 920 ufficiali e circa diecimila soldati. I generali sono imbarcati sulla nave Authion per Napoli, dove sono lasciati liberi sulla parola. Gli altri sono imbarcati su altre navi per portarli prigionieri nelle isole del golfo: duemila sono inviati a Capri, ottocento a Nisida, cinquecento a Baia, ottocento a Procida e mille a Bagnoli. Agli ufficiali prigionieri di guerra sono concessi due franchi di sussidio il giorno, ma per riscuoterli, sono costretti a far la coda per ore intere, in abiti logori come mendicanti. Rimangono a Gaeta solo gli ufficiali di Stato Maggiore per le altre incombenze della capitolazione. Nello stesso giorno gli occupanti impongono ai sindaci e decurioni della città e dei borghi vicini di fare atto di libera, spontanea e sincera adesione al governo di S.M. Vittorio Emanuele, re costituzionale d’Italia una e indivisibile, ed ai legittimi discendenti di lui. A Napoli, illuminata a festa, sono sparati 101 colpi di cannone in onore di Cialdini che è nominato da Vittorio Emanuele duca di Gaeta. Viene istituita una commissione per esaminare gli ufficiali duosiciliani che intendono aderire all’esercito italiano. È presieduta dal generale de Sauget e composta di ufficiali duosiciliani e piemontesi. In due mesi la commissione esamina 3.600 casi. Passano nelle file dell’esercito vincitore, conservando il proprio grado, 2.191 ufficiali duosiciliani che chiedono subito dopo il collocamento a riposo. Si registrano, intanto, altre insurrezioni in Basilicata, a Montescaglioso, Tricarico, Stigliano, Grottole, Lavello, Laurenzana, Ferrandina e Montemurro. Il 14, il generale Chiabrera, che in due mesi non ha preso alcuna iniziativa, notifica al generale Fergola, comandante la cittadella di Messina, la capitolazione di Gaeta e gli intimala resa, aggiungendo che ogni ulteriore resistenza sarebbe stata considerata un delitto e lui un brigante. Fergola risponde che si sarebbe attenuto ai regolamenti militari delle Due Sicilie e che non aveva avuto alcun ordine in merito da S.M. il Re. Nella cittadella militare vi sono più di 4.000 soldati con 152 ufficiali. II 15, anche a Civitella il generale Pinelli intima al colonnello Giovine di arrendersi, minacciando rappresaglie sulla sua famiglia in caso contrario. Il Giovine riunisce nella piazza d’arme del Cavaliere la truppa e parla in termini convincenti di onorevole capitolazione, secondo le clausole di Gaeta, prima che la guarnigione sia considerata dai piemontesi fuori legge e sottoposta a giudizi sommari. Unanime è il rifiuto di arrendersi. Giovine, allora, lascia Civitella col pretesto di perlustrare la strada di circonvallazione, insieme al tenente colonnello Salinas, all’alfiere Benedetto Cuscianna e ad un altro gendarme, ma si reca presso il comando piemontese del colonnello Raffaele Sircana, che lo fa immediatamente imprigionare. Il 16, a Roma, Francesco II ricostituisce un governo in esilio, affidandone la presidenza all’ammiraglio Del Re. Presso il Quirinale continuano ad essere accreditati i ministri stranieri e ai loro governi, il re invia un atto d’accusa contro i piemontesi e contro i governi che lo hanno abbandonato, proponendo un congresso. Scontri avvengono a Monteleone Sabino tra “cacciatori del Tevere” e i raggruppamenti comandati dal Luvarà e dal De Coataudon. Il 17, domenica, a Roma, i sovrani duosiciliani ricevono la visita del collegio dei Cardinali. Al cardinale Barberini che gli augurava di restare a lungo a Roma, Francesco II risponde: «alla peggio, eminentissimo, partiremo insieme …». Il 18, un decreto stabilisce, dal 1° luglio, l’entrata in vigore del codice piemontese in tutte le province duosiciliane. È abolito il Concordato stipulato con lo Stato Pontificio (Decreti Mancini), sono sequestrati e venduti tutti i beni ecclesiastici, per i quali il Piemonte incassa 600 milioni di lire. Sono acquistati a prezzi irrisori dai borghesi liberali, che, tra l’altro, si servono proprio della scomunica, comminata dal Papa per gli acquirenti, per allontanare i contadini dalle aste di vendita delle terre. Questi, che fino allora avevano lavorato quelle terre, ne sono allontanati per l’avidità dei nuovi sacrileghi padroni. È creata la provincia di Benevento smembrando i territori delle province del Molise, di Avellino, della Capitanata e di Salerno, senza tenere conto della posizione geografica del territorio e senza sentire i Comuni interessati. Il disagio della popolazione è enorme e il deputato molisano Amicarelli così afferma nel Parlamento: «…quando si comincia ad operare con illegalità, non è da meravigliare che si seguiti con arbitrio». A Torino è inaugurata la nuova legislatura a Palazzo Carignano. Assistono i plenipotenziari di Prussia, Inghilterra, Francia, Turchia, Svezia e Belgio. Pur essendo la prima del nuovo regno, la legislatura continua la numerazione subalpina, come Vili legislatura. Vi partecipano deputati e senatori degli Stati appena annessi. Costantino Nigra scrive in una lettera a Cavour: «Le spedisco i deputati e i senatori. Vostra Eccellenza vedrà che roba. Ma è malleabile». A Palermo si è incaricato della spedizione il marchese Corderò di Montezemolo. Prima che inizi il discorso del re, le guardie nazionali intervengono per espellere dall’aula un napoletano, di nome Antonio Catelano, che si è seduto tra i deputati con l’intenzione di intervenire. Fanno parte della Camera 85 nobili, 126 professionisti, 23 ufficiali e 5 religiosi, mentre i senatori sono 221. A Civitella del Tronto lo stesso giorno il generale Mezzacapo, approfittando della defezione del colonnello Giovine, propone la capitolazione della fortezza al Maggiore Ascione, ma questi, sostenuto dall’alfiere Messinelli, respinge la richiesta, affermando che avrebbe ceduto soltanto se glielo avesse chiesto Francesco II. Il generale Mezzacapo posiziona nuove artiglierie e sistema cariche esplosive sotto i bastioni. La decisione rafforza l’irrigidimento della resistenza che avvia nuove opere di difesa. Il 19 arriva con una nave francese nella Cittadella di Messina, il tenente di Stato Maggiore Luigi Gaeta inviato da Francesco II, con trentamila ducati in oro per il sostentamento delle truppe. La situazione, però, è critica. Isolata da mare e da terra, la resistenza non possiede nessun cannone rigato e per di più deve provvedere al mantenimento di circa mille persone, donne e bambini compresi. A Napoli, il 20, sono arrestati 250 operai dell’arsenale, mentre protestano per gli inasprimenti dei prezzi dei generi di prima necessità e per le basse paghe. A Roma alcune persone prezzolate dai piemontesi spargono nelle aule dell’Università e nei luoghi di maggior passaggio coccarde tricolori. Il 21 Cavour presenta al Senato il disegno di legge per la nomina di Vittorio Emanuele a re d’Italia. A Civitella i piemontesi, dopo aver sistemato le batterie, scatenano il 24 un bombardamento contro la città e la fortezza che dura ininterrottamente fino alle due di notte. Violenta è anche la risposta dei 23 cannoni duosiciliani. I civili terrorizzati cercano di rifugiarsi nelle cantine o nei sotterranei del castello. Sono sparati 2.075 proiettili d’ogni tipo che causano danni alle case e alle mura. Il 25, alle cinque del mattino, tre colonne piemontesi formate da tremila uomini, guidate dai colonnelli Pallavicini e Sircana, e dal maggiore Campo, assaltano con le scale la fortezza di Civitella. I piemontesi hanno sistemato sotto il portone di Porta di Vena anche una carica e-splosiva, che però non esplode. La reazione degli assediati è immediata. Si battono anche dai civili e le donne ed i ragazzi. I piemontesi, decimati dalla fucileria borbonica, dal lancio di bombe e persino di pietre, non riescono nemmeno ad avvicinarsi alle mura e devono ritirarsi nei loro avamposti, lontani dal tiro utile dell’artiglieria. Lo stesso 25, il capitano Minichino ed il colonnello Pagano cercano di organizzare in Sicilia un gruppo di combattimento per bande per lottare contro i piemontesi nell’isola. Un centinaio di insorti, provenienti da Malta, sbarca tra Siracusa e Noto, ma gli insorti sono costretti a disperdersi per l’intervento delle guardie nazionali. Nello Stato Pontificio reparti di truppe francesi sono posti a difesa di Frosinone, Ceprano e Veroli. A Torino il Senato approva il 26 il disegno di legge che conferisce a Vittorio Emanuele il titolo di re d’Italia. Questi sono i risultati della votazione: 129 favorevoli, 2 contrari e 43 assenti. Il 27 Cialdini sbarca nei pressi di Messina con l’artiglieria resasi disponibile dopo la caduta di Gaeta. Alla Brigata Pistoia si aggiungono quattro battaglioni di bersaglieri, reparti del genio, un reggimento di fanteria e con l’artiglieria forte di 43 nuovissimi cannoni rigati e 12 mortai. Intima al generale Fergola di arrendersi perché, essendo stato proclamato il regno d’Italia, se continua a resistere l’avrebbe considerato “un vile assassino”. Il generale Fergola, indignato, respinge ancora una volta quest’invito, espresso in modo così sconnesso. Il 28 sono resi noti i risultati del censimento. La popolazione del nuovo regno d’Italia è di 21.002.395 abitanti, così formati: Piemonte, 3.815.637; Lombardia, 2.771.647; Napoletano, 6.843.355; Sicilia, 2.231.020; Toscana, 1.779.333; Modena, 609.139; Parma, 508.734; Sardegna, 573.115; Province romane adriatiche, 1.937.184; Provincia di Benevento, 23.176.

fonte http://thule-italia.com/wordpress/2011/03/15/1861-il-regno-delle-due-sicilie-e-annesso-al-piemonte-inizia-la-resistenza-prima-parte/

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