Alta Terra di Lavoro

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1861. Il regno delle Due Sicilie è annesso al Piemonte. Inizia la resistenza (seconda parte)

Posted by on Set 25, 2019

1861. Il regno delle Due Sicilie è annesso al Piemonte. Inizia la resistenza (seconda parte)

Luglio S. Vito (Teramo), il 1, insorge contro il nuovo regime. Interviene il 30° reggimento fanteria. I militari rastrellano il paese, fucilano 153 civili e ne deportano 120 in Piemonte. Nei boschi di San Fele avviene uno scontro tra guerriglieri e un forte gruppo di carabinieri e guardie nazionali. 14 sono catturati e fucilati. Nel comune di Isola gli insorti di Chiavone assaltano il posto doganale dello Scaffo S. Domenico e s’impossessano d’armi e munizioni. In Irpinia, il 2, sono in rivolta Chiusano, Sorbo Serpico, Salza, Volturara, Malepassoe Monteforte. Nel beneventano un drappello di soldati è massacrato e i loro cadaveri sono appesi ad un chiodo davanti alle porte delle case che poco prima hanno saccheggiato. A Napoli sono arrestati per “camorrismo” circa 80 operai della costruenda ferrovia da Napoli all’Adriatico che protestavano per i bassi salari imposti dai piemontesi. Tumulti e scioperi sono compiuti ancora dagli operai della fabbrica Bruno e da ebanisti. Il luogotenente Ponza, preoccupato per la crescente e dilagante rivolta, chiede urgenti rinforzi di truppe a Torino. La società di Adami e Lemmi, intanto, dopo aver occultato tutto il denaro ricevuto per la costruzione delle ferrovie napoletane, rinuncia all’impresa. L’operazione è tenuta nascosta, mail giornale torinese, VEspero, denuncia le tangenti e perché fosse affidato l’appalto. Il governo decide di riaffidare l’opera al francese Talabot, socio di James de Rothschild, il banchiere parigino che aveva già finanziato tutti gli affari e le guerre dei Savoia. Il Talabot rinuncerà anch’egli alla concessione. Il 5, a Montefalcione a seguito di una rivolta popolare sono scacciati i liberali e sono ripristinate le insegne delle Due Sicilie. Sono aboliti il Collegio della Real Marina in Napoli, la Scuola d’insegnamento nautico di Piano di Sorrento, le scuole nautiche mercantili di Bari, di Palermo, Messina e Catania. Il 6 insorge tutta l’Irpinia e sono respinti tutti i tentativi di attacchi delle guardie nazionali e delle truppe. Anche nel Matese la rivolta scoppia partendo da Letino e da Gallo. In Montemiletto quattro soldati e un caporale del 6° fanteria e un tenente della guardia nazionale sono uccisi dalla popolazione inferocita. Il 7 si ribellano trentuno comuni che innalzano la bandiera delle Due Sicilie. I liberali scappano tutti a Napoli, i soldati catturati sono tutti massacrati. A Paroline, a Montemiletto e a Lapio sono costituite nuove autorità comunali. Sul colle Sant’Angelo, nei pressi di Atripalda, un gruppo legittimista è attaccato dalle truppe che sono respinte. I soldati si dirigono verso Manocalzati, che è rastrellato ed in parte saccheggiato. A Monteforte Irpino 170 uomini della resistenza uccidono numerosi soldati occupanti. In provincia di Campobasso un reparto di fanteria che sorveglia alcuni detenuti, attaccato dagli insorti, stermina i prigionieri per poter fronteggiare l’attacco senza impacci. Il prefetto di Avellino, De Luca, alla testa di una compagnia del 6° fanteria e di un battaglione della guardia nazionale riesce a riprendere Atripalda e attacca poi Candida e Chiusano annientando le resistenze e procedendo poi a sommarie fucilazione dei catturati. A Napoli vi è un altro violento tumulto degli operai della ferrovia contro la guardia nazionale, represso a fucilate da un reparto di bersaglieri. Il governatore di Teramo, Sigismondi, chiede truppe al comando di Napoli per contrastare la resistenza che ha il completo dominio del Comune di Penne. Anche nel circondario di Sora opera incontrastato il gruppo comandato da Schiavone. L’8, Carlo Torre, governatore di Benevento, invia al segretario generale del Dicastero di Polizia in Napoli, Silvio Spaventa, una relazione allarmata sulla situazione nel Sannio. Cialdini, acquartieratosi in Avellino, il 9, invia a Montefalcione una spedizione composta di 500 soldati del 6° fanteria e di un battaglione della guardia nazionale al comando del prefetto De Luca. Queste truppe, durante il loro cammino, ammazzano numerosi contadini solo per precauzione. Giunte nei pressi dell’abitato, sono assalite dagli insorti, circa 6.000, e devono rifugiarsi nel monastero dei Padri Dottrinari, subendo numerose perdite. Qui sono salvati da gruppi di fanteria e cavalleria della Legione ungherese accorsa da Nocera, quando già l’edificio sta per essere incendiato. I reparti di Pilone assaltano Boscotrecase e, evitando di cadere in una trappola tesa dalle truppe, le aggirano e le sbaragliano uccidendo due ufficiali, impadronendosi anche delle armi da fuoco in dotazione e liberando dal carcere cinque insorti imprigionati. Sempre il 9, le bande di La Gala costringono le truppe a sgomberare tutto il beneventano. Due colonne formate da 200 mercenari ungheresi, con quattro cannoni rigati, un battaglione e 800 guardie mobili assaltano nuovamente Montefalcione. La cittadina è circondata e dopo un’accanita resistenza è presa, saccheggiata e data alle fiamme. Sono assassinati oltre 150 cittadini, altre centinaia sono deportati. Il maggiore ungherese Girczy, comandante del reparto ungherese, è decorato con la croce di cavaliere dell’ordine militare di Savoia e la medaglia di bronzo al valor militare. Altri quattro ufficiali piemontesi hanno la medaglia d’argento. In Capitanata il generale Gustavo Mazé de la Roche ordina di incendiare tutte le masserie abitate e i pagliai, facendo eseguire un ferreo controllo all’uscita degli abitanti dai villaggi. Ogni sospetto è fatto fucilare. Da Bojano, in una lettera ai familiari, scrive: «siccome i prigionieri facevano il gesto di slegarsi chiamando in loro soccorso i banditi, i soldati hanno cominciato ad ucciderli; sbarazzatisi così di loro, essi hanno potuto, malgrado il loro numero, trarsi d’impaccio». L’ 11, De Luca porta le truppe ungheresi a Lapio, Montemiletto e Montefusco: anche qui verificano uccisioni, saccheggi e incendi. Numerosi abitanti riescono a salvarsi con la fuga dirigendosi sulle vicine montagne. A Volturara De Luca fa impiccare un popolano e dà l’ordine di lasciarlo appeso per molti giorni nella piazza del paese. Sono molte centinaia i paesi che si ribellano all’invasore piemontese e ai loro collaborazionisti ed è quasi impossibile descriverli tutti. È un intero popolo che insorge. Sono uccisi liberali, i sindaci collaborazionisti e gli ufficiali della guardia nazionale. Sono distrutti gli archivi comunali, distrutti gli stemmi sabaudi e sono liberati numerosi detenuti. Tra i fatti più importanti vanno citati quelli avvenuti a Visciano e di Vallerotonda in Terra di Lavoro; a Migliano e a Moschiano nel Nolano; a Castelpagano e a Circello nel Beneventano; a Castelluccio, Montecilfone, Guglionisi, Acquaviva, San Felice e Cercepiccola nel Molise; a Fano Adriano, Tossiccia, Crognaleto, e Montebello nel Teramano; a Pennapiedimonte, nel Chietino; a Pescolamazza e Avella nell’Avellinese; a Baragiano ed Auletta in Basilicata; a Vieste nel Gargano; a Gioia del Colle in Terra di Bari; a Serracapriati in Terra d’Otranto; a Strangoli, Zagarise e San Mauro in Calabria. Tutti questi paesi subiscono dopo pochi giorni la repressione disumana dei piemontesi che uccidono, saccheggiano e danno alle fiamme le case. Molte centinaia di persone senza alcun motivo sono arrestate e deportate in Piemonte o in Lombardia. Il 12, in Capitanata i bersaglieri ed i lancieri del “Milano” sorprendono e catturano nume rosi insorti alla masseria Nocelle, presso Lucerà: ne fucilano sette anche se hanno deposto li armi e si sono già arresi. A Vastogirardi e ad Acquaviva Collecroce, nel Molise, le guardie nazionali riescono a respingere un assalto. A Napoli il conte Ponza di S. Martino si dimette da luogotenente generale. Il 13, ad Arpaia, nel Beneventano, un reparto di bersaglieri e fanteria è messo in fuga, dopo uno scontro, dai gruppi di La Gala. Anche la guardia nazionale di Colle Sannita subisce perdite a Toppa dei Felci. Altri assalgono la guardia nazionale di San Nicola e Monteforte Irpino, ma senza successo. Nuovi scontri avvengono nei boschi di San Fele presso Ripacandida. In Calabria il 29° fanteria attacca a sorpresa formazioni di guerriglieri a Strangoli, Picerno, Taverna e S. Giovanni in Fiore, ma la maggior parte riesce a fuggire nascondendosi nella Sila. È emessa un’ordinanza, firmata da Silvio Spaventa, per la formazione di altri reparti di guardie nazionali. Sono arruolati circa 600 ufficiali ex garibaldini e circa 20.000 guardie. È assicurata una paga di centesimi 77 (grani 18) il giorno, superiore al salario medio dei braccianti, ma sono numerosissimi i contadini che cominciano ad occultarsi nei boschi. Il 14, il gruppo di resistenza comandato da Chiavone, attraversata la Val Roveto, libera S. Vincenzo, S. Giovanni, Collelongo e Villavelonga e si dirige verso il piano delle Cinque Miglia per riunirsi ai gruppi comandati da Centrillo nella Majella, ma prima di Pescasseroli la formazione è costretta a ripiegare perché trova le strade sbarrate dal 35° fanteria piemontese. Nel ripiegare verso il fiume Liri i guerriglieri sono assaliti durante il guado dal 44° fanteria e subiscono molte perdite. È assalita la corriera di Rotonda da 9 insorti che si procurano nuove armi dai carabinieri messi in fuga. Ad Avellino 60 insorti si costituiscono e sono subito incarcerati. Altri episodi di protesta perle paghe troppo basse avvengono a Napoli, ma i dimostranti sono dispersi dall’intervento delle guardie nazionali. Il 15 il generale Giovanni Durando è sostituito dal generale Cialdini, che ha anche la carica di Luogotenente delle Provincie Napoletane, riunendo nelle sue mani il potere militare e quello civile. Il governo, considerando molto seria la possibilità di una loro cacciata dai territori appena conquistati, ordina a Cialdini di reprimere le insurrezioni con tutti i mezzi di guerra, ordinando con decreto il saccheggio e la distruzione dei centri ribelli. Costui ristruttura la guardia nazionale, arruolando anche delinquenti, ex garibaldini e assassini, liberati dalle carceri, promettendo loro l’impunità per ogni loro atto diretto contro i briganti. È aiutato in questo reclutamento dalla borghesia del Napoletano, possidenti, coloni e proprietari vari, che temono per la loro incolumità. È instaurato un sistema di carcerazione senza prove e su semplici sospetti e il domicilio coatto. Sono moltiplicati premi e le taglie per favorire la delazione. È intensificata particolarmente una guerra psicologica attraverso bandi, proclami e servizi giornalistici e fotografici che deformano ogni notizia per stroncare la volontà di resistenza della popolazione. Le truppe destinate a combattere la guerriglia sono portate a circa quarantamila uomini. Il VI corpo d’armata è formato da 18 reggimenti di fanteria, 9 battaglioni bersaglieri e 2 reggimenti di cavalleria, ai quali si aggiungono le guardie nazionali reclutate nelle varie zone. Solo a Napoli e dintorni vi sono 37 battaglioni. In seguito sono create zone militari allo scopo di presidiare i territori più importanti. Sul confine romano le truppe sono poste al comando del generale Govone, in Terra di Lavoro è posto il generale Pinelli, nel Molise Villarey, in Calabria De Gori. A questi comandanti è dato il preciso ordine di dare alla repressione un carattere spietato allo scopo di terrorizzare la popolazione. Al parlamento di Torino è approvato il 15 un decreto che dichiara il corso legale della lira piemontese in tutto il territorio del regno. In Calabria, il 16, il capo della resistenza calabrese, Luigi Muraca, pubblica un suo proclama: «Catanzaresi, alle promesse lusinghiere succedette il disinganno, alla ricchezza la povertà, alla libertà la schiavitù. Eccoci, o Calabresi, al disinganno del dolore, all’iliade più amara, sol chi è cieco non vede là dove ci hanno condotti i falsi liberali, quelli appunto che mettendosi un cencio rosso cercarono ed ebbersi la pagnotta, e non fecero che per aver il loro scotto. E di fatto, se non fu violento il plebiscito, perché le reazioni molteplici di tutte le Provincie del governo borbonico? Perché il malcontento di tutte le classi, meno la classe pagnot-tizia? E dov’è mai la libertà sotto un governo liberticida che stiva le prigioni del nostro reame di reazionari da quello chiamati col nobile nome di briganti? Le carceri pubbliche non possono contenere di avantaggio. Dov’è la ricchezza se l’erario è smunto, se spoglie sono tutte le casse pubbliche, depauperata la più ricca fra le metropoli, Napoli. Dunque, o calabri, ai fatti: noi abbiamo incominciate le nostre campagne, non già come quelle del Gialdini con la marziale fucilazione, ina con la palma, con lo giglio, col vessillo del nostro legittimo sovrano Francesco secondo figlio di una santa, pronipote di un santo; guai a chi opporrassi alle mie bande che non entreranno quai ribelli nei paesi e nelle città dei prodi calabresi. Lo sanno gli scherani del Re sabaudo, lo sanno gli stessi francesi che non hanno dimenticato il bruzio valore; lo sanno i raccogliticci e melensi carabinieri; lo sa infine la piumata guardia nazionale che altro non è buona, a fare la sua comparsa pluteale, ebbene noi marceremo per istabilire in Calabria il governo provvisorio a nome di Re Francesco secondo: se seguaci troverete l’ancora della salvezza, se avversi ritenete che è sonata l’ora vostra. Del territorio di Catanzaro, 16 luglio 1861. Il Generale in Capo Muraca Luigi». Il 16, Francesco II, in una lettera inviata a Bermudez de Castro, afferma che i progettati sbarchi in Sicilia ed in Calabria sono compromessi. Il giorno 17, Chiavone scaccia le guardie nazionali e bruciano le case dei liberali a S. Giovanni e a S. Vincenzo nei pressi dell’Aquila. Il 44° di linea giunge quando gli insorti sono già andati via. A Napoli, Silvio Spaventa, si dimette, dileguandosi senza lasciare traccia. Il gruppo di Chiavone il 19 è assalito di sorpresa a Collelungo da reparti del 14° fanteria, ma riesce a sfuggire all’accerchiamento rifugiandosi nel territorio pontificio. A Napoli, il 19, Cialdini, alla cerimonia d’insediamento, fa un minaccioso proclama terminando con la frase: «Quando rugge il Vesuvio, Portici trema». A Gioia del Colle i piemontesi, allo scopo di prevenire altri accenni di rivolta, incominciano ad incarcerare una cinquantina di presunti ribelli. Il 20 è fucilato ad Avellino il comandante Vincenzo Petruzziello, catturato a seguito di un tradimento. Nelle campagne irpine le truppe catturano 232 “sospetti”, tra i quali numerosi preti e le varie autorità dei paesi. Il giorno dopo vi è uno scontro a Baragiano tra piemontesi e insorti, i soldati savoiardi sono precipitati nei vicini burroni per risparmiare le munizioni. Il 21, l’ex sergente Pasquale Domenico Romano di Gioia del Colle, riunisce una folta comitiva di guerriglieri nei boschi vicini. Romano dà alla sua banda una vera e propria struttura militare caratterizzata da una ferrea disciplina. Sempre il 21, si verifica uno scontro tra un reparto di guardia nazionale e un gruppo di resistenza di Cellino S. Marco. 11 sono catturati e portati a Brindisi dove sono fucilati. A Nola, dove il generale Pinelli ha posto il suo comando per la repressione dei movimenti legittimisti, sono concentrati tutti i sospetti catturati, che sono fucilati senza alcun processo. Napoleone III, da Vichy, dopo aver affermato che miseria ed anarchia imperversano nelle Due Sicilie dove si uccide indiscriminatamente, conclude in una lettera di protesta al governo savoiardo: «les Bourbons n’ont jamais fait autant». Il giornale torinese cattolico “L’Armonia”, il 21, dichiara che degli oltre 70.000 soldati, che componevano il disciolto esercito duosiciliano, solo 20.000 “consentivano a cambiare uniforme e giurare fedeltà al nuovo governo”. Di questi circa 18.000 erano stati incorporati coattivamente. Il Senato decreta la costruzione di un arsenale marittimo militare a La Spezia e lo smantellamento di quello di Napoli. Nella Valle del Liri si ha un altro violento scontro tra gli insorti di Chiavone e un forte raggruppamento di truppe del 44° di linea rinforzato da guardie nazionali. A S. Giorgio La Montagna, nell’avellinese, il 22 la casermetta della guardia nazionale è assalita da una folla tumultuante. Il 23, per opera dell’avvocato Ettore Noli, è scoperta dalla polizia quella che è chiamata “congiura di Frisio”, dal nome del villino a Posillipo dove si riunivano i congiurati. Sono coinvolti: Monsignor Bonaventura Cenatiempo, un ricco avvocato ecclesiastico, Girolamo Tortora, un facoltoso possidente di Nocera dei Pagani, e altri ex ufficiali duosiciliani, tra i quali il conte de Christen. Gli incriminati sono 81, ma la maggior parte riesce a fuggire in tempo. I restanti sono tutti condannati a dieci anni di lavori forzati. Il 14 ottobre 1862, il Cenatiempo riuscirà a sfuggire dal carcere, nascondendosi in una cesta di biancheria sporca e riuscendo a raggiungere avventurosamente Roma, dove sarà accolto gloriosamente da Francesco n. Il 24, in un rapporto dell’intendente di Cerreto Sannita, Mario Carletti, al governatore di Benevento, Carlo Torre, così si legge: «I briganti scorazzanti pel Matese, corona di aspre ed intrattabili montagne poste a cavaliere di questa contrada, sono entrati nell’ardito intendimento di scendere al piano e aggredire l’abitato per consumarvi fatti di immane atrocità appena che la poca forza regolare qui stanziata se ne apparti per poco chiamata altrove …». Il governatore di Benevento chiede immediatamente altre truppe al luogotenente Cialdini. Gli insorgenti del Matese sono guidati da Cosimo Giordano di Cerreto Sannita, ex sergente. Il raggruppamento è costituito da circa duecento guerriglieri. Ancora il 24, Gioia del Colle e S. Vito insorgono ancora, contando sul gruppo del sergente Romano, ma le truppe del 30° fanteria e le guardie nazionali, entrate negli abitati nei giorni successivi, compiono un massacro di 170 persone a Gioia del Colle e di 65 a Vieste. Tra i fucilati vi è anche il fratello del Sergente Romano, Vito, di appena diciassette anni. Violenti tumulti avvengono a Messina tra gli operai che protestano per le basse paghe imposte dai piemontesi. Il 25 vi è uno scontro a Cellino S. Marco tra guardia nazionale e insorti, di cui undici sono catturati e fucilati il giorno dopo nella piazza centrale di Brindisi. Il gruppo di resistenza comandato dal sergente Romano si concentra nel bosco Lama dei Preti. A Napoli è arrestato e rinchiuso nel carcere di S. Maria Apparente il figlio del principe di Montemiletto, Carlo Tocco, duca di Popoli, uno dei principali organizzatori della resistenza partenopea. Numerose colonne mobili formate da reparti del 30° fanteria e squadre della guardia nazionale rastrellano le campagne intorno alla città di Bari. Negli ultimi giorni di luglio Chiavone attacca, in più riprese, il 3° reggimento granatieri, fucilando ogni piemontese fatto prigioniero. Di lui parlano le gazzette legittimiste di tutta Europa, esaltando le sue gesta. A Napoli, alcuni insorti con veloci azioni si riforniscono di armi e munizioni nelle casermette a Capodimonte ed al Vomero. Il 27 i bersaglieri arrestano presso Pozzuoli un corriere perché in possesso di carte “borboniche” e lo fucilano nel paese di Qualiano. Antonio Apuzzo, detto Caprariello, forma un gruppo di 200 insorti, numerosi dei quali provenienti dagli sbandati del gruppo di Barone. AI Sud la situazione economica continua a peggiorare: il pane è quasi introvabile ed è venduto a prezzo elevato. Il 31, il colonnello Galatesi, di stanza a Teramo, è esautorato dal suo incarico a causa di un suo violento proclama contro il “brigantaggio”. Agosto A Casalduni, il 1°, il sindaco Ursini avverte tutti i capifamiglia che i giovani che non si fossero presentati in tempo utile alla chiamata alle armi, sarebbero stati fucilati, ma la reazione dei convenuti è unanime nella decisione di non ottemperare agli ordini di “truppe straniere”. A Napoli sono inscenate manifestazioni contro i giornali legittimisti “Settimana”, “Gazzetta del Mezzodì”, “Unità Cattolica”, “Araldo”e “Flavio Gioia”. Il 2, Massimo D’Azeglio, invia una lettera al senatore Carlo Matteucci, pubblicata poi dai giornali, nella quale scrive : «Noi siamo proceduti innanzi dicendo che i governi non consentiti dai popoli erano illegittimi: e con questa massima, che credo e crederò sempre vera, abbiamo mandato a farsi benedire parecchi sovrani italiani; ed i loro sudditi, non avendo protestato in nessun modo, sì erano mostrati contenti del nostro operato, e da questo si è potuto scorgere che ai governi di prima non davano il loro consenso, mentre a quello succeduto lo danno. Così ì nostri atti sono stati consentanei al nostro principio, e nessuno ci può trovare da ridire. A Napoli abbiamo cacciato ugualmente il sovrano, per stabilire un governo sul consenso universale. Ma ci vogliono, e pare che non bastino, sessanta battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che, briganti e non briganti, tutti non ne vogliono sapere. Mi diranno: e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, ma so che di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là si. Si deve dunque aver commesso qualche errore ; si deve, quindi, o cambiar principi, o cambiar atti e trovare modo di sapere dai Napoletani, una buona volta, se ci vogliono si o no. Capisco che gli Italiani hanno il diritto di far la guerra a coloro che volessero mantenere i Tedeschi in Italia; ma agli Italiani che, rimanendo Italiani, non vogliono unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate … perché contrari all’unità». Ma questa è la risposta personale che il presidente del Consiglio, Bettino Ricasoli, dà a D’Azeglio il 14: «Se (ì Napoletani) non consentono, più se ne fucilerà e più cresceranno il numero delle prove contro di noi: e bisognarà cercare altre vie. E mi permetterei di non accettare la tua parola “Essi rifiutano non noi, ma l’Italia”. Sarebbe vera se volessero mettersi con stranieri. Ma l’Italia si può intendere in più modi. E quantunque io l’intenda come l’intendi tu, non per questo vorrei fucilare chi la pensa altrimenti». II D’Azeglio scrive quello che moltissimi pensano, ma il governo, risponde in forma ufficiale a questa lettera, addossando allo Stato Pontificio le responsabilità del brigantaggio, che è alimentato da Francesco II con la protezione del Papa e che non si può dubitare della “legittimità” dei plebisciti. In realtà, com’è riconosciuto dalla stessa Commissione d’inchiesta, l’azione esercitata dal governo duosiciliano in esilio a Roma è del tutto trascurabile e l’aiuto prestato è limitato all’invio sporadico di qualche agente di collegamento e di scarsi soccorsi materiali. In tutte le province meridionali la guerriglia è un fenomeno di ribellione popolare del tutto spontaneo per liberarsi dagli invasori. Il 2, l’insorgente Gennaro Rinaldi, detto Sticco, si presenta al sindaco di Pontelandolfo portandogli una missiva e, senza attendere una risposta, va subito via. Nella missiva c’è scritto che Marciano, comandante la brigata Fra Diavolo, chiede al sindaco 8.000 ducati, due some d’armi e viveri entro 48 ore, altrimenti avrebbe messo a ferro e fuoco le case dei liberali. La somma doveva essere consegnata al latore del biglietto. Il sindaco Melchiorre avvisa il delegato di polizia Vincenzo Coppola e l’architetto Sforza, chiedendo aiuto immediato al governatore di Benevento. Due giorni dopo arriva in città il colonnello della Guardia Nazionale De Marco a capo di una colonna di 200 militi. A Napoli i liberali distruggono le tipografie dei giornali “l’Araldo”, “Stampa Meridionale ” e “Corriere meridionale “. Il generale Dalla Chiesa emana il 3 un bando con il quale invita i briganti a presentarsi, promettendo l’impunità. Alcuni, presentatisi, sono torturati per avere informazioni sui luoghi dove si erano rifugiati e in seguito sono fucilati. Il 4 a S. Paolo, nel Molise, gli insorti in uniforme dell’armata duosiciliana uccidono il sindaco liberale Antonio Capra e innalzano la bandiera delle Due Sicilie sul municipio. Sono saccheggiate le case dei collaborazionisti, compresa quella dell’arciprete Giovanni Rogati e di suo fratello. Anche a Supersano, in Puglia, i guerriglieri di Rosario Parata (detto “Sturno”) invadono il paese al grido di “Viva Francesco II”. Il 4, a Torino, la Camera accerta che il debito pubblico è di 2.374 milioni di lire. È approvata la legge sul riordinamento della Guardia Nazionale costituendola in battaglioni di circa 600 uomini. Ad Auletta, per sedare la rivolta, gli ungheresi uccidono 45 persone, tra le quali quattro sacerdoti che sono seviziati con coltelli. Altri 100 sono deportati nelle carceri di Salerno. Il paese è saccheggiato e dato alle fiamme. Nel Beneventano si sollevano San Marco dei Cavoti, Molinara, San Giorgio La Molara, Pago, Pietrelcina, Paduli, Colle Sannita, Paolise, Bucciano, Forchia, Reina e Civitella. A Galugnano la resistenza s’impossessa delle armi della guardia nazionale e distrugge la casermetta. Pure il 4 un gruppo della resistenza abruzzese assalta con un rapido attacco un distaccamento situato presso la frontiera di San Cataldo. La notte tra il 4 ed il 5 le montagne che cingono Pontelandolfo sono piene d’insorgenti: i fuochi accesi sono tantissimi e i militi del colonnello De Marco decidono di allontanarsi, avvisando il sindaco Melchiorre, l’architetto Sforza, il delegato Coppola e pochi altri liberali. La fuga avviene verso mezzogiorno e la colonna di De Marco scorta 10 carri pieni di casse degli averi dei liberali. Il sindaco Melchiorre, prima di partire, delibera che la fiera di San Donato non doveva svolgersi. La colonna si dirige verso San Lupo Il 5 sono bruciati dalle truppe vastissime estensioni di boschi nell’avellinese, in Calabria ed in Basilicata, dove si rifugiano gli insorti, causando danni incalcolabili, le cui conseguenze si vedono ancora oggi. A S. Maria a Vico, presso Napoli, gli insorti assaltano e mettono in fuga un drappello di truppe e guardie nazionali. A Pontelandolfo, il 6, l’arciprete Epifanio De Gregorio chiama Filippo Tommaselli, da tutti conosciuto come il Generale, a sostituire Melchiorre e ad istituire un governo provvisorio. Lina delegazione di popolani si reca da Don Epifanio per chiedergli di far entrare in paese gli insorgenti di Cosimo Giordano. Don Epifanio acconsente e invia una delegazione presso l’accampamento di Giordano. La delegazione è formata da Saverio Di Rubbo detto Bascetta, Salvatore Rinaldi detto Matteo, Andrea, Nicola e Michelangelo Mancini, Scudanigno, Carlotommaso Bisconti, Gennaro e Michele Rinaldi di Giuseppe ed i figli di Romualdo Rinaldi. A Catania la popolazione manifesta per il prezzo elevato dei generi di prima necessità. Le autorità fanno chiudere numerosi forni. Il giorno dopo, avviene lo stesso l’antichissima Fiera di S. Donato. Il viale che porta dalla provinciale alla piazza principale di Pontelandolfo, attraverso lo spiazzo della chiesa di San Donato, è gremito di almeno cinquemila persone: contadini di Casalduni, di Morcone, di San Lupo, di Sepino, di Campolattaro, di Fragneto, di Guardia. Durante la processione, arrivano anche gli insorti di Cosimo Giordano che sono accolti festosamente da tutti gli abitanti al grido di “W Francesco II”. Giordano ed i suoi, seguiti da oltre tremila popolani, si dirigono verso il corpo di guardia, disarmano i pochi ufficiali rimasti e lo devastano. I ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi sono fatti a pezzi, le suppellettili sono distrutte. Gregorio Perugini stacca la bandiera tricolore e strappa dal panno bianco lo stemma sabaudo, mentre Gregorio Poi-letta infrange l’asta di legno. Sono scovati e fucilati i liberali Agostino Vitale e Michelangelo Perugino. La casa del sindaco Melchiorre è devastata. La stessa sorte tocca alle case di Iadonisio, del medico condotto Dionisio Lombardi e dell’architetto Sforza. Danno il loro appoggio con denaro e viveri: Samuele Perugini, Gaetano Fusco, Nicola Rinaldi e Tommaso Pesce. Cosimo Giordano ed il suo vice, seguiti dal popolo, si dirigono verso la casa comunale, dove distruggono i registri dei nati per evitare la chiamata alle armi dei giovani. Dopo aver appiccato il fuoco all’ufficio anagrafe, si dirigono nella sala del Municipio ed abbattono gli stemmi sabaudi; la bandiera tricolore è bruciata sul balcone e al suo posto è issata quella delle Due Sicilie, tra le grida festanti e gli evviva della gente. Con la benedizione di Don Epifanio, gli insorgenti si dirigono sull’antico torrione per issarvi la bandiera e per istituire un governo provvisorio. Ai legittimisti di Giordano si uniscono uomini di Casalduni e Campolattaro. Il 7 Casalduni è semideserta, numerosi sono a Pontelandolfo per la fiera, ma verso le 18 qualcuno porta la notizia che alla fiera di San Donato sono arrivati Giordano e la sua banda, che dappertutto sventolano i vessilli delle Due Sicilie e che era stato proclamato un governo provvisorio. La gente rimasta si raduna spontaneamente e si dirige alla caserma della guardia nazionale, scardina l’ingresso, s’impadronisce delle armi e delle munizioni e abbatte gli stemmi sabaudi. Le stesse cose avvengono a Campolattaro. I liberali erano fuggiti la sera precedente. La folla incendia le case di Don Luigi Tedeschi, di suo fratello Salvatore e quella di Don Carlo Tardone. A Napoli Cialdini teme che la situazione possa diventare incontrollabile tanto che telegrafa al generale Cadorna: «Nel caso di avvenimenti gravi ed imprevisti a Napoli od altrove, concentri la sua truppa a Teramo, Aquila e Pescara ed agisca secondo le circostanze se le comunicazioni con me venissero interrotte». Il 7 e P8 i guerriglieri di Sturno, in una rapida scorribanda nel Salento, eliminano le guardie nazionali di Scorrano, di Nociglia e Surano, dove innalzano gli stemmi duosiciliani. Anche gli insorti di Carpignano, Borgagne e Martano si riuniscono e, guidati da Donato Rizzo (detto Sergente), assalgono la guardia nazionale di Carpignano, impadronendosi dei fucili. Sono inseguiti inutilmente dal sindaco Liborio Salomi, che qualche giorno dopo subisce l’incendio del suo uliveto. A Torino il ministro della marina conclude un accordo con l’industriale americano William H. Webb per la costruzione a New York di due pirofregate corazzate. A Casalduni, verso mezzogiorno dell’8, una cinquantina di persone si avviano verso il municipio, portando legato il garibaldino Rosario De Angelis, per farlo processare. L’ex sergente Leone va incontro alla folla, cercando di frenarla, proponendo di incarcerare il traditore. Il garibaldino è rinchiuso nel carcere di Pontelandolfo. Il governo provvisorio decide di liberarlo, ma a Fragneto il garibaldino, riconosciuto da alcuni contadini, è ammazzato. La notte dell’8 vi è un rastrellamento a Napoli, dove sono arrestate 37 persone, tra le quali quattro Marescialli di Armata (Giovanni Rodriguez, Gennaro Fergola, Luigi Tabacchi, Rodrigo Afan de Rivera), undici Generali (Nicola Colucci, Vincenzo Polizzi, Nicola De Martino, Gennaro Marcarelli, Fabio Sergarei, Carmine Luverà, Francesco Antonelli, Giovanni Dorge-mont, Emanuele Palumbo, Luigi Guillamatta ed Emanuele Sigrist), due colonnelli (Vincenzo Afan de Rivera e Legardi) e altri ufficiali, tra i quali il Maggiore Pietro Quandel. Sono internati nel forte del Carmine e poi sono imbarcati per essere imprigionati a Fenestrelle, in dispregio totale degli accordi di Gaeta. Il 9, a Cancello, i soldati uccidono 29 civili che manifestavano contro gli occupanti. I guerriglieri dei La Gala assaltano un treno carico di truppe, che subiscono numerose perdite. Il giorno dopo, Ruvo del Monte, S. Giorgio, Molinara, Pago e Pietrelcina sono accerchiate dalle truppe del 31° Bersaglieri comandato dal maggiore Davide Guardi: le case sono saccheggiate, 23 persone sono uccise e confiscato il denaro delle casse comunali. L’ufficiale taglieggia anche i possidenti, dei quali ne arresta numerosi perché si erano rifiutati di pagare e li accusa di attentato alla sicurezza dello Stato. Tra questi bersaglieri sono numerosi quelli che si fanno fotografare, sorridenti, accanto ai cadaveri a cui tengono sollevata la testa tirandola per i capelli. Tra i taglieggiatori vi è anche il maggiore Du Coli del 61° fanteria. Tommaselli, capo della resistenza di Pontelandolfo, allo scopo di acquistare pane e farina per la cittadinanza, il 9 ordina di assaltare una carrozza postale che trasporta le paghe per la truppa. La carrozza è scortata, ma l’assalto è incruento: a nessuno è torto un capello e sono prelevati soltanto il denaro ed i loro preziosi. Sempre il 9, il 43° di linea compie un rastrellamento a Borgo di Sora, catturando numerosi combattenti di Chiavone, che sono subito fucilati. A Campobasso è fucilato il comandante Antonio Nardacchione. Le guardie nazionali di Poggiardo, nelle Puglie, riescono a sorprendere la banda del Sergente Romano nel bosco del Belvedere, ma sono fermati dalla reazione degli insorti, che, invece di ucciderli, li bastonano e li lasciano poi fuggire. Il Sannio ed il Molise sono praticamente sotto il controllo della resistenza. Cerreto Sannita è isolata e così Campobasso, il cui governatore Giuseppe Belli fa arrivare questa informativa a Cialdini: «Ho interessato questo colonnello del 36° Fanteria a spedire delle forze verso Sepino lo stesso ho fatto col generale Villerey comandante la brigata di Isernia. Ho telegrafato al governatore di Benevento per conoscere lo stato di quei luoghi mentre il commercio sì trova paralizzato da due giorni dopo le notizie dei noti avvenimenti, infine non ho mancato disporre che le guardie nazionali dei Comuni lungo la strada sino a Sepino, pratichino esatte e perenni perlustrazioni interessando in pari tempo i miei colleghi di Benevento e Caserta a fare lo stesso, per il tratto della consolare che rientra nelle rispettive giurisdizioni». Il 10, anche i reparti che avevano occupato Ruvo del Monte, dopo un breve scontro, fuggono terrorizzati per l’arrivo dei guerriglieri di Crocco che riconquistano la cittadina e fucilano 17 liberali. Il generale De Sonnaz invia da S. Lupo un drappello di 45 uomini del 36° fanteria, comandato dal tenente Cesare Augusto Bracci, per sedare la rivolta di Pontelandolfo. Alle prime ore dell’alba del 10 agosto il tenente Bracci, parte da Campobasso. Alla stessa ora cinquanta insorti, si dirigono verso Guardia Sanframondi, ove disarmano la guardia nazionale e assalgono la casa del cassiere del Comune di Faicchio, prelevando fucili e denaro. Il drappello di Bracci, arrivato in località Borgotello, è accolto da colpi di fucile e un bersagliere rimane ucciso. Le campane suonano a stormo per dare l’allarme e molti scappano sulla montagna a piedi o a cavallo. Arrivati a Pontelandolfo, i militari scavalcano il muro di cinta della torre medievale e si accampano nel giardino, ma dalla piazza i contadini sparano contro la torre. I bersaglieri rispondono al fuoco e si allontanano. Riescono ad arrivare a le Campetelle, dove vistisi circondati da numerosi partigiani a cavallo nei pressi della masseria Guerrera, si danno alla fuga in ordine sparso. Arrivati sulla sommità della collina San Nicola, accorgendosi che anche la strada per San Lupo è bloccata dagli insorti, si dirigono verso Casalduni, inseguiti dalla folla inferocita. Nei pressi della cappellina De Angelis, i soldati sono sorpresi dal sergente Angelo Pica e dal suo vice Pellegrino Meoli, che sono a capo di una trentina di sbandati. Comincia una sparatoria e due soldati rimangono uccisi. Nel frangente uno dei soldati, accusando il tenente Bracci di incapacità, gli spara col fucile uccidendolo. Tutti gli altri, tranne un sergente che si nasconde tra i rovi della boscaglia, si consegnano ai guerriglieri. Il sergente Pica ed i suoi uomini, dopo averli disarmati, fanno incolonnare i prigionieri e si dirigono verso Casalduni, dove i guerriglieri sono accolti da una folla festante che li incita a fucilare (prigionieri. Tra la folla in piazza vi è anche il vice sindaco Nicola Romano, che aveva fatto brogli durante il Plebiscito. Anche lui si mette a gridare contro i militari, ma, riconosciuto, è legato ad un albero della piazza ed è fucilato. È istruito un processo sommario che decide la fucilazione, che avviene alle ore 22,30 dell’11. Il reato loro addebitato è giudicato gravissimo: avevano invaso un regno pacifico senza dichiarazione di guerra; avevano fucilato migliaia di contadini e di giovani renitenti alla leva piemontese. Intanto Cosimo Giordano ed Angelo Pica sono chiamati a Pontelandolfo per prendere nuovi ordini da Filippo Tommaselli e per stabilire un piano per respingere eventuali attacchi. Infatti, al Tommaselli erano arrivate notizie che circa duecento bersaglieri marciavano verso Pontelandolfo con alla testa il garibaldino De Marco. I soldati si fermano a Solopaca nell’attesa d’ordini. La notizia degli avvenimenti di Casalduni arriva anche a San Lupo al liberale Iacobelli, il quale, alla testa di duecento guardie nazionali bene armate pensa di dirigersi verso la città, ma accortosi che ogni strada è controllata dagli insorti, si dirige verso Morcone, da dove invia a Cialdini una missiva, che in pratica decreta la fine di Pontelandolfo e Casalduni. Eccone il testo: «Eccellenza, Quarantacinque soldati, tra i più valorosi figli d’Italia, il giorno il agosto 1861 furono trucidati in Pontelandolfo. Arrivati sul luogo vennero tenuti a bada dai cittadini fino al sopraggiungere dei briganti. Giunti costoro, i soldati avevano subito attaccato, ma il popolo tutto accorse costringendoli a fuggire. Inseguiti si difesero strenuamente, sempre combattendo, fino a ritirarsi nell’abitato di Casalduni ove si arresero e passati per le armi. Invoco la magnanimità di sua eccellenza affinché i due paesi citati soffrano un tremendo castigo che sia d’esempio alle altre popolazioni del sud» Cialdini ordina allora al generale Maurizio De Sonnaz che di Pontelandolfo e di Casalduni “non rimanesse pietra su pietra”. Questi, il 13, forma due colonne con il 18° reggimento bersaglieri, una di 500 uomini al comando del tenente colonnello Negri, che si dirige verso Pontelandolfo, l’altra di 400 uomini al comando di un maggiore, il conte Carlo Magno Melegari, che si dirige verso Casalduni. Prima di entrare nei paesi, le colonne hanno uno scontro con una cinquantina d’insorti, che sono costretti a fuggire nei boschi dopo avere ucciso venticinque bersaglieri nel combattimento. All’alba del 14, Pontelandolfo è circondata. Dopo che un plotone accompagnato da De Marco ha contrassegnato le case dei liberali da salvare, entrati a Pontelandolfo, i bersaglieri fucilano chiunque capita a tiro: preti, uomini, donne, bambini. Le case sono saccheggiate e poi tutto il paese è dato alle fiamme e raso al suolo. Tra gli assassini vi sono truppe ungheresi che compiono vere e proprie atrocità. I morti sono oltre mille. Per fortuna numerosi abitanti sono riusciti a scampare a quel massacro rifugiandosi nei boschi. Nicola Biondi, un contadino di sessant’anni, è legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri, i quali denudano la figlia Concettina, di sedici anni e la violentano a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, sviene per la vergogna e per il dolore. Il bersagliere che la stava violentando, quasi indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alza e le spara. Il padre della ragazza, cercando di liberarsi dalla fune che lo teneva inchiodato al palo, è fucilato anch’egli dai bersaglieri. Le pallottole rompono anche la fune e Nicola Biondi cade carponi nei pressi della figlia. Nella casa accanto, un certo Santopietro; con il figlio in braccio, sta per scappare, ma è bloccato dai militari, che gli strappano il bambino dalle mani e lo uccidono senza misericordia. Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, è il più esagitato. Dà ordini, grida come un ossesso, ed è talmente assetato di sangue che con la sciabola infilza ogni persona che riesce a catturare, mentre i suoi sottoposti sparano su ogni cosa che si muove. Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti. Angiolo De Witt, del 36° fanteria bersaglieri così ha descritto quell’episodio: «… il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere perla via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro. Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un “intera giornata: il castigo fu tremendo…». Due dei giovani, che erano stati salvati dal De Marco perché liberali, nel vedere tanta barbarie e tanto accanimento contro i loro concittadini e contro la loro città, dopo essersi consultati col proprio padre, si dirigono verso il colonnello Negri. I due giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali a Napoli, sognavano un’Italia una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. Ma a quelle scene di terrore e di orrore aprono di colpo gli occhi. Il più giovane dei due aveva finito da poco gli studi all’università di Napoli e stava avviandosi all’avvocatura; il più grande era un buon commerciante a Pontelandolfo. I due fratelli sono accompagnati dal De Marco per protestare contro quel barbaro eccidio. Il Negri per tutta risposta dà immediatamente ordine di fucilarli tutti. Dieci bersaglieri prendono i Rinaldi, s’impossessano dei soldi che hanno nelle tasche e li portano nei pressi della chiesa di San Donato. I due fratelli chiedono un prete per l’ultima confessione, ma è loro negato. Istantaneamente sono bendati e fucilati. L’avvocato muore subito mentre il fratello, pur colpito da nove pallottole è ancora vivo. Il colonnello Negri, si avvicina e lo finisce con un colpo di baionetta. Il saccheggio e l’eccidio durano l’intera giornata del 14. Numerose donne sono violentate e poi ammazzate; alcune che s’erano rifugiate nelle chiese sono trucidate dopo essere state denudate davanti all’altare. Una, oltre ad opporre resistenza, graffia a sangue il viso di un piemontese; le sono mozzate entrambe le mani e poi è ammazzata a fucilate. Tutte le chiese sono profanate e spogliate. Le ostie sante sono gettate, le pissidi, i voti d’argento, i calici, le statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati. Gli scampati al massacro, sono rastrellati e inviati incolonnati a Cerreto Sannita, dove circa la metà di loro è fucilata. A Casalduni la popolazione, avvisata in tempo, fugge. Rimane in paese solo qualche malato, qualcuno che non crede ad una dura repressione e qualche altro che pensava di farla franca restando chiuso in casa. Alle quattro del mattino il 18° battaglione, comandato dal maggiore Melegari e guidato da Jacobelli e Tommaso Lucente di Sepino, circonda il paese. Melegari, attenendosi agli ordini ricevuti dal generale Piola-Caselli, dispone a schiera le quattro compagnie di cento militi ciascuna e attacca baionetta in canna concentricamente. La prima casa ad essere bruciata è quella del sindaco Ursini. Sentendo gli spari e le grida, i pochi rimasti in paese escono quasi nudi da casa, ma sono infilzati dalle baionette dei bersaglieri. Dopo aver messo a ferro e fuoco Casalduni ed aver sterminato tutti gli abitanti trovati, il maggiore Melegari chiama il tenente Mancini e gli ordina di andare a Pontelandolfo per ricevere istruzioni dal generale De Sonnaz. Dalle alture i popolani osservano ciò che sta accadendo nei due paesi, ma sono impotenti di fronte a tanto orrore. A Pontelandolfo e a Casalduni i morti superano il migliaio, ma le cifre reali non sono mai svelate dal governo. Il “Popolo d’Italia”, giornale filo governativo e quindi interessato a nascondere il più possibile la verità sui morti, indica in 164 le vittime di quell’eccidio, destando l’indignazione persino del giornale francese “Patrie” e quella dell’opinione pubblica europea. L’11 è inviato contro Crocco un battaglione del 62° reggimento fanteria, rinforzato da un battaglione bersaglieri, tre battaglioni carabinieri, tre compagnie del 32° fanteria, da uno della guardia nazionale e da un altro della guardia mobile, per un totale di circa 4000 uomini. Crocco, nonostante l’enorme disparità di forze, decide di accettare lo scontro. Unisce le sue forze ai 160 cavalleggeri di Agostino Sacchitiello e, dopo aver finto in un primo tempo di puntare su Calitri, inverte la marcia e si posiziona a Toppacivita, dove ha fatto approntare un campo trincerato. Qui si posiziona con circa 1000 armati a piedi e 200 cavalieri. Il 14, alle 4 del mattino, i guerriglieri sono assaliti dalle truppe che sono respinti e contrattaccati tre volte. Nicola Summa e Pasquale Cavalcante guidano con somma perizia militare i contrattacchi con la cavalleria, avvolgono gli attaccanti e li sterminano in un rapido carosello. Alla fine della giornata fanti, bersaglieri, carabinieri sbandati si salvano con la fuga verso Rionero, lasciando sul terreno oltre 200 morti e abbandonando salmerie e munizionamento. Sono fatti anche 50 prigionieri, tra cui un capitano, che poi saranno scambiati con 12 insorti. Da ricordare per il loro coraggio anche i comandanti Giuseppe Schiavone, Giovanni Coppa, Teodoro Gioseffi e Michele Caruso. Della formazione di Crocco fanno parte numerose donne, alcune molto belle, come Maria Oliviero (moglie di Pietro Monaco) e Filomena De Marco (amica di Michele Caruso), dimostrando in più occasioni un eccezionale coraggio. L’11 insorge Matera, ma la rivolta è rapidamente soffocata e circa 500 persone sono deportate in Liguria, dove sono tenute tre anni in carcere senza processo. Nei giorni seguenti reparti militari distruggono i raccolti e abbattono centinaia di capi di bestiame. Numerose sono le fucilazioni indiscriminate. Un durissimo scontro avviene al Carmine di Avigliano tra le guardie nazionali e un gruppo di guerriglieri. Il 16 inizia, alle assise di Torino, il processo Cibolla. L’imputato, un ladro ed assassino, ha indicato in un funzionario piemontese, Filippo Curletti, collaboratore di Cavour, la persona che gli aveva permesso impunemente di compiere i suoi delitti. Uno dei complici del Cibolla è morto misteriosamente in carcere prima del processo ed anche il Cibolla si salva a stento da un misterioso malessere. Il Curletti è fatto scarcerare da Cavour e si rifugia in Svizzera, dove dopo qualche mese farà stampare un libro in cui sono descritte ruberie di Cavour, di Vittorio Emanuele, di Garibaldi, dei vari generali piemontesi e dei brogli del Plebiscito. Denunciava, inoltre, che nel Napoletano i piemontesi compivano estorsioni per fare o non fare incarcerare, per fare o non fare fucilare, si spartivano i proventi dei saccheggi e compivano ricatti. Il generale Cialdini rassegna per telegrafo le dimissioni, ma il governo non le accetta. Il 17 gli insorgenti di Castrignano de’ Greci, di Guagnano, Ginosa, Laterza e Castellaneta, assaltano la guardia nazionale appropriandosi delle armi e bruciando il tricolore e i ritratti di Vittorio Emanuele e di Garibaldi. Le guardie nazionali dei villaggi di Pernucari e Rombiolo, nei pressi dell’odierna Vibo Valentia, sono assalite e messe in fuga da un gruppo di partigiani che s’impossessa delle loro armi e munizioni. Dopo la battaglia di Toppacivita Crocco decide di acquartierarsi a Lagopesole. Il 20 attacca i presidi di Monteverde e Teora in Alta Irpinia. Il 21 le truppe del 5° e 21° fanteria mettono a ferro e fuoco Cotronei, assassinando decine di persone, tra cui anche frati passionisti. A Carbonara è assassinato dal comandante del distaccamento del 39° di linea il sacerdote don Francesco Fischietti, di S. Angelo dei Lombardi, solo perché è stato visto parlare con alcuni uomini della resistenza sospettati di aver assalito il giorno prima alcune guardie nazionali. Scontro a fuoco nei pressi di Ceccano tra militari e insorti dei quali solo alcuni a stento riescono a passare il confine pontificio. Il comandante Francesco Basile ha radunato in poco tempo circa cento uomini, con i quali ha cercato di attraversare il territorio di Ceprano. Respinto una prima volta dai francesi, il gruppo è costretto a ritirarsi. La stessa notte, in trenta a cavallo ritornano nelle province napoletane, mentre altri sessanta con dodici cavalli e muli, riescono ad entrare nello Stato Pontificio, passando per le montagne di Falvaterra. Nei pressi di Pofi, sono disarmati e arrestati dai francesi, tra i quali lo stesso Basile, in uniforme da ufficiale duosiciliano. Il 22, il paese di Pietraroia è circondato dai bersaglieri che ammazzano due preti, una decina di sospetti e le donne e i bambini che trovano con loro. Un improvvisato consiglio di guerra condanna a morte il sarto Giovanni Melloni di Casalduni ed il contadino Michelangelo Cataudo di San Leucio del Sannio, che sono immediatamente fucilati. Sono accusati di aver partecipato al massacro dei bersaglieri avvenuto qualche giorno prima. Nella Fortezza-lager del Forte S. Carlo di Fenestrelle si verificano numerosi episodi di ribellione e anche vari tentativi d’evasione in massa, come quello del 22, quando circa un migliaio di prigionieri tentano di impadronirsi della fortezza, ma sono scoperti poche ore prima dell’azione. Sono sequestrate, oltre ad alcune armi, anche una bandiera duosiciliana. Circa una trentina riescono a fuggire verso il confine francese. Nel porto di Castellammare di Stabia si posiziona in rada una flotta di otto navi inglesi. Il 23, Cialdini chiede con insistenza al governo di Ricasoli rinforzi per l’impossibilità di domare le insurrezioni con le truppe che ha a disposizione. Il 24, venti battaglioni rastrellano il Matese, bruciando il bosco di Letino. Tra i fucilati, a S. Germano, per ordine del maggiore Spinola dell’ 11 ° fanteria, vi è anche il Caretti, fierissimo ufficiale napoletano. Il barone Ricasoli, allo scopo di mistificare la verità sugli eccidi commessi dalle truppe, invia una lunga circolare a tutte le ambasciate all’estero con la direttiva di comunicare ai governi stranieri che le responsabilità del brigantaggio sono da attribuire al Papa Pio IX. Il 27, gli insorti liberano in Calabria Verbicaro, Pernucari e Rombiolo, dove però sono messi in fuga dalla preponderante guardia nazionale di Laureano subito intervenuta. C’è uno scontro a fuoco tra soldati e il gruppo comandato da Barone che perde 8 uomini. Il resto riesce a fuggire ed a nascondersi nei boschi vicini. La zona è però rastrellata per più giorni e numerosi insorti sono catturati, tra cui lo stesso Barone, che è fucilato nella piazza di Santa Anastasia il 1 ° settembre. Il 28, Cotronei è data alle fiamme dalle truppe per domare una rivolta popolare. Alcuni insorti, tra i quali Biagio Matteo, catturati nei pressi di S. Angelo dei Lombardi, sono fucilati durante il tragitto verso il carcere di Avellino. Altra sommossa a Crotone. Nel Salente i guerriglieri conquistano Calugnano, Nociglia e Surano e vi organizzano un governo legittimista. Nei pressi di Chieti il 29 alcuni insorti uccidono il comandante della guardia nazionale di Caldari e saccheggiano la sua casa. A Napoli Cialdini, allo scopo di prevenire un vasto piano insurrezionale, fa arrestare o espellere 71 arcivescovi, tra cui il cardinale Sisto Riario Sforza, arcivescovo di Napoli, che si rifugia a Roma insieme agli arcivescovi di Salerno, dell’Aquila e di Teramo. Gli arcivescovadi sono ritenuti centri fomentatori di insurrezioni. Sono arrestati ed espulsi anche alti funzionari, generali dell’esercito duosiciliano e magistrati, tra i quali il napoletano Giacomo Tofano, presidente della Gran Corte Criminale. Si rifugiano a Roma anche molte famiglie di nobili legittimisti e alti ufficiali del disciolto esercito duosiciliano. Nei pressi del confine pontificio, nel circondario di Fondi, vi è uno scontro a fuoco truppe pontificie e bersaglieri del 28° battaglione. A scopo preventivo, a Moiano, il 30, un reparto di bersaglieri fucila 4 sospetti e tre donne. Nel porto di Napoli si posiziona in rada la flotta inglese proveniente da Castellammare di Stabia. Il 31 un centinaio di soldati, che hanno assaltato Vico di Palma, nel Nolano, sono messi fuga dagli insorti, ma il generale Pinelli il giorno dopo fa radere al suolo tutte le case. Nella zona vesuviana gli insorti sono comandati dal’ex colonnello Ricoletti, al quale fanno capo i comandanti della resistenza locale: Antonio Cozzolino, detto Pilone, Antonio Viscusi e Vincenzo Barone, tutti ex militari. Nel Napoletano la resistenza compie le sue azioni quasi sempre di sorpresa. Pilone assale sul finire di agosto numerosi convogli ferroviari, facendosi sempre beffa delle truppe. Tutte popolazioni dei paesi vesuviani parteggiano apertamente per lui. I territori di Visciano, Montedecoro, Cervino e Durazzano sono controllati dai fratelli La Gala. Un altro vittorioso scontro avviene nel territorio di Lucerà dove Crocco fa strage di una compagnia del 62° fanteria rinforzata da due battaglioni di guardie nazionali. Nel Teramano le guardie nazionali comandate da Tripoti uccidono in sei giorni 526 persone. Ad Auletta la legione ungherese ammazza 45 uomini, tra cui quattro sacerdoti, saccheggia e brucia tutte le case. A fine agosto Cialdini ordina di rastrellare la cittadina di Cerreto Sannita, paese del temutissimo Giordano. In territorio di Lucerà si ha un altro scontro degli insorti di Crocco contro una compagnia del 62° fanteria e di guardie nazionali. Altri piccoli scontri avvengono intorno alle cittadine di Teora e di Monteverde. Il giornale fiorentino “Il Contemporaneo” pubblica alcune statistiche sui primi nove mesi della “libertà” piemontese nel Regno delle Due Sicilie: morti fucilati “istantaneamente” 1.841, fucilati “dopo poche ore” 7.127, feriti 10.604, prigionieri e arrestati 20.000, 3000 ex soldati deportati nel campo di concentramento di S. Maurizio (vicino Torino), famiglie “perquisite” (saccheggiate) 2.903, case incendiate 918, paesi totalmente distrutti 14, paesi incendiati 5, chiese saccheggiate 12, sacerdoti fucilati 54, frati fucilati 22, comuni insorti 1.428, persone rimaste senza tetto 40.000. Nel territorio di Teramo sono stati uccisi 526 contadini nel solo mese di agosto.

fonte http://thule-italia.com/wordpress/2011/03/17/1861-il-regno-delle-due-sicilie-e-annesso-al-piemonte-inizia-la-resistenza-terza-parte/

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