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28 giugno 1857: Carlo Pisacane tenta di spodestare i Borbone e marciare su Napoli – Alta Terra di Lavoro

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28 giugno 1857: Carlo Pisacane tenta di spodestare i Borbone e marciare su Napoli

Posted by on Giu 28, 2017

28 giugno 1857: Carlo Pisacane tenta di spodestare i Borbone e marciare su Napoli

Abbiamo raccontato tante storie sull’Unità d’Italia: abbiamo provato più volte quanto, in realtà, sia stata un’occupazione militare, che i Borbone, raccontati dai libri di storia come dispotici e repressivi sovrani, fossero capi di stato non diversi da quelli delle altre nazioni del tempo (di Carlo e del giovane Ferdinando II all’epoca si diceva che fossero illuminati), ed abbiamo celebrato gli eroi che lottarono e morirono per difendere il Regno delle Due Sicilie dall’occupazione piemontese.

Non bisogna dimenticare, però, che a combattere per l’Italia non c’erano solo uomini senza scrupoli col solo desiderio di arricchirsi alle spalle dei meridionali, ma anche giovani idealisti che si battevano per ciò in cui credevano: libertà, patriottismo e, perchè no, amore

“Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti” è l’inizio de “La spigolatrice di Sapri” di Luigi Mercantini, un’ode che celebra la sfortunata spedizione di un manipolo di rivoltosi che, nel 1857, cercarono, da soli, di detronizzare i Borbone ed unificare l’Italia. L’opera descrive anche un giovane “Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro”: si tratta di Carlo Pisacane, il napoletano che guidò quella spedizione eroica e che morì insieme ai suoi uomini. Carlo nacque a Napoli il 22 agosto del 1818 da una famiglia di nobili decaduti. Insieme al fratello Filippo ricevette un’educazione militare al collegio della Nunziatella e, nel 1839, divenne alfiere nel Real Esercito dei Borbone. A differenza del fratello, che rimase fedele al re e alla divisa fino alla fine del Regno, Carlo mal sopportava la vita militare mentre le sue idee lo allontanavano sempre più dalla monarchia. Sin da giovane si era interessato a scritti patriottici e romantici, ad idee di libertà e democrazia, fino ad arrivare al socialismo del tempo ed all’ateismo.

A favorire, però, la rottura col Regno delle Due Sicilie fu l’amore. Il giovane intraprese una relazione passionale e clandestina con Enrichetta De Lorenzo, moglie di suo cugino Dionisio Lazzari. Nel 1846, quando la donna rimase incinta di un figlio di Carlo, l’adulterio fu palese ed il marito tradito inviò due sicari ad uccidere il rivale in amore. Carlo sfuggì all’agguato, ma, braccato dai sicari e col rischio di essere accusato formalmente di adulterio, fuggì con l’amante all’estero. Rilasciati poco dopo, la donna non volle ritornare con l’amante e visse in povertà a Marsiglia, dove, tra l’altro, perse anche la seconda figlia avuta dall’uomo. Carlo, invece, si arruolò nella Legione Straniera. Da quest’esperienza il soldato imparò l’importanza di una guerriglia per fomentare una rivolta, ma, nel 1848, i primi moti rivoluzionari attirarono il giovane, che disertò anche dalla Legione. Ritornò con Enrichetta e, con lei, partecipò sia ai moti che fecero abdicare Luigi Filippo d’Orleans, re di Francia, sia al fallimentare esperimento della Repubblica Romana. Dopo un altro arresto latitò per un po’ di tempo in Europa per poi trasferirsi con la compagna ed i loro due figli a Torino, nel 1853, quando già si pianificava di spodestare i tanto odiati Borbone.

Carlo, però, era impaziente e fermamente convinto di poter sollevare il popolo napoletano così come era successo in Francia. Decise di organizzare una spedizione con pochissimi uomini, sbarcare in Campania e marciare su Napoli insieme al popolo insorto. Insieme a 27 compagni rubò un piroscafo a Genova e, con quello, approdò sull’isola di Ponza il 26 giugno del 1857. Lì assaltò una prigione, liberando facilmente 323 detenuti che si unirono all’improvvisato reggimento. I 350 uomini sbarcarono, poi, a Sapri, al confine fra Campania e Basilicata, sventolando il tricolore. Il manipolo dava già i primi segni di cedimento: non tutti i prigionieri liberati erano dissidenti politici, anzi. Frotte di criminali si diffusero per le strade e Pisacane si vide costretto, più di una volta, a condannare a morte i suoi stessi uomini per mantenere l’ordine. In queste condizioni fecero rotta per Padula, dove il condottiero si aspettava di trovare validi supporti all’impresa.

Liberò la prigione della città ed iniziò ad assaltare le case dei nobili, ma l’insurrezione che aveva sognato non iniziò mai. Il popolo di Padula, piuttosto che unirsi ai rivoltosi, si schierò con le truppe borboniche sopraggiunte, massacrando con mazze, forconi e pietre gli uomini di Pisacane. Il condottiero, con un centinaio di superstiti, ripiegò nella vicina Sanza cercando di trascorrere lì la notte. All’arrivo dei rivoltosi, però, il parroco del luogo fece suonare le campane avvertendo il popolo dell’arrivo di briganti e la gente del posto si fiondò sugli invasori. Carlo Pisacane non si arrese, ma ordinò ai suoi uomini di non ferire o uccidere nessun popolano, perché questi ultimi secondo lui solo manipolati dagli uomini dei Borbone. Il 2 luglio Carlo e tutti i suoi uomini furono massacrati dalla gente di Sanza e si concluse, così, il primo tentativo di occupare il Regno di Napoli.

Domenico Ascione

fonte vesuviolive.it

 

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