Alta Terra di Lavoro

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30 AGOSTO DI OGNI ANNO GIORNO DI LUTTO PER I NAPOLITANI, MICHELINA VENIVA UCCISA

Posted by on Ago 30, 2017

30 AGOSTO DI OGNI ANNO GIORNO DI LUTTO PER I NAPOLITANI, MICHELINA VENIVA UCCISA

Michelina Di Cesare, uno dei simboli della nostra guerra di liberazione dall’esercito savoiardo che per la storia è terminata circa un secolo e mezzo fa ma nei cuori e nell’animo di noi Napolitani è una guerra che si combatte ancora, la vediamo ovunque e tirata per la giacchetta da tutti. La sua immagine viene usata, anzi direi abusata, per fare quadri,  per fare sculture, la vediamo in giro per feste e sagre, c’è chi gli ha messo la corona di femminista o c’è chi pensa che sia ciociara. C’è stato anche chi avuto il coraggio di portala sui giornali scandalistici e sono certo che presto la vedremo anche sulle buste delle patatine. Per noi insorgenti Michelina è una guerrigliera morta per difendere il suo Dio, la sua Terra, il suo Re e il suo popolo e nient’altro e la nostra associazione oggi la vuole ricordare con un articolo scritto da Giuseppe Ressa che parla della Repressione a 360 gradi.

 

La Repressione

Scrisse Antonio Gramsci [13]Lo stato italiano [leggasi sabaudo] è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti.”

Le forze in campo erano: l’esercito piemontese (divenuto ”italiano” dal 4 maggio 1861) che nel 1862 arrivò a schierare nel Sud 120.000 uomini, metà della forza complessiva, e più precisamente: 52 reggimenti di fanteria; 10 reggimenti di Granatieri; 5 reggimenti di cavalleria; 19 battaglioni di bersaglieri; in più vanno sommati: 7.489 carabinieri e 83.927 militi della Guardia Nazionale.

Si opponevano a questa imponente forza di repressione gli 80mila guerriglieri (“briganti”) meridionali, male equipaggiati e divisi in 488 bande, chiamate ”comitive” che contavano dai 10 ai 500 combattenti, prive di un’unità d’azione, questo impedì la loro vittoria finale[14]; infatti il loro spirito ”anarcoide” ed il tipico individualismo meridionale non solo non li predisponevano ad essere guidati da soldati di professione, accorsi a soccorrere il deposto sovrano Francesco II, ma impediva anche un’azione coordinata tra loro, esempio per tutti il fallimento dell’alleanza tra Pasquale Domenico Romano,”Enrico la Morte” e Carmine Crocco per la riconquista della Puglia.

Scrive De Jaco [15]: ”Già nel novembre del 1860, pochi giorni dopo l’incontro di Teano tra re Vittorio e Garibaldi, sui muri dei paesi intorno Avezzano era stato affisso un proclama [tra i primi di una lunga e tragica serie] del generale piemontese Pinelli che ordinava: ”1) chiunque sarà colto con arma da fuoco, coltello, stili od altra arma qualunque da taglio o da punta e non potrà giustificare di essere autorizzato dalle autorità costituite sarà fucilato immediatamente [ognuno di noi sa che tutti i contadini possiedono almeno una di queste”armi”]; 2) chiunque verrà riconosciuto di aver con parole o con denari o con altri mezzi eccitato i villici a insorgere sarà fucilato immediatamente; 3) eguale pena sarà applicata a coloro che con parole od atti insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del Re o la bandiera italiana. Abitanti dell’Abruzzo Ulteriore, ascoltate chi vi parla da amico. Deponete le armi, rientrate tranquilli nei vostri focolari, senza di che state certi che tardo o tosto sarete distrutti” [Pinelli fu decorato dai Savoia, con medaglia d’oro al valore, per la campagna contro il brigantaggio].

In seguito, giacché si era sparsa per l’Europa la notizia che nel sud d’Italia stava avvenendo un massacro, il governo inviò l’ordine di fucilare solo i capi e di mettere in carcere in attesa di processo gli altri, le cose non cambiarono di molto; narra infatti il generale Enrico Della Rocca (responsabile del massacro di Scurgola con 117 vittime)”ma i miei comandanti di distaccamento che avevano riconosciuta la necessità dei primi provvedimenti, in certe regioni dove non era possibile governare se non incutendo terrore, volendosi arrivare l’ordine di fucilare soltanto i capi telegrafavano con questa formula:”arrestati, armi alle mani, nel luogo tale tre, quattro, cinque capi di briganti”e io rispondevo: fucilate!”. Nel luglio 1861 Enrico Cialdini, già a capo di tutte le forze di repressione ed autore di ordini scritti ai suoi sottoposti che suonavano: ”non usare misericordia ad alcuno, uccidere tutti quanti se ne avessero tra le mani[16], assommò su di sé anche la carica civile di luogotenente diventando di fatto il responsabile unico delle sorti del Mezzogiorno. La situazione era veramente preoccupante con i guerriglieri che operavano non solo sui monti e le pianure ma persino alle porte di Napoli tanto che Cialdini arrivò a promettere 25 lire di ricompensa a chi catturava un ”ribelle”; lo stesso generale, per sicurezza, spesso di notte andava a dormire su una fregata e così scrisse al primo ministro Ricasoli: ”Il nostro governo in queste provincie è debolissimo…non ha altri partigiani sicuri che i battaglioni di cui dispongo[17].

Abolito l’istituto della luogotenenza, a lui successe, nell’ottobre 1861, il generale La Marmora che assommò su di sé la carica di prefetto di Napoli e il comando militare della repressione del brigantaggio. A costui il primo ministro Bettino Ricasoli, succeduto al Cavour, scrisse il 28 ottobre una missiva dandogli il compito di provvedere alla censura dei documenti diplomatici delle Due Sicilie: ”Il Governo di S.M. crede suo debito di richiamare l’attenzione di V.E. sull’importante argomento degli archivi del cessato Ministero degli Esteri napoletano…che contengono carte di somma rilevanza politica. La consegna di queste all’Archivio generale potrebbe essere sommamente pericolosa, specialmente ove si consideri che per legge del 1818 l’Archivio generale è aperto al pubblico, e ciascuno può liberamente prendervi copia di qualunque documento. Ora il Governo del Re il cui desiderio è di chiudere l’epoca delle dissensioni italiane, non può permettere che si getti un continuo pascolo alle recriminazioni retrospettive, mediante una pubblicità di cui egli solo può determinare l’opportunità e le forme[18]

Re Vittorio Emanuele II fu così impressionato dalla veemenza della resistenza meridionale che nell’agosto del 1862 decretò lo stato d’assedio; in questo modo nel Sud l’autorità militare veniva ad essere superiore a quella civile (La Marmora ordinò ai procuratori di ”non porre in libertà nessuno dei detenuti senza l’assenso dell’ esercito“). Il governo piemontese tentò di minimizzare la portata della rivolta meridionale sostenendo che il “brigantaggio” era un fenomeno limitato agli Abruzzi, all’area nei pressi della frontiera con lo Stato pontificio e che, anche lì, non si trattava di una rivolta spontanea ma di in­cursioni organizzate dai borbonici negli Stati papali, con la connivenza del governo romano, per depre­dare e distruggere al solo scopo di turbare la pace del Paese e creare difficoltà al governo (solo tra il febbraio e il marzo del 1868 fu firmata a Cassino una convenzione tra lo Stato della Chiesa e il Regno d’Italia per l’estradizione dei briganti rifugiatisi nello stato pontificio); tale tesi cade in pezzi davanti alle rivolte che, invece, infiammarono tutto il Sud.

In realtà il pericolo legittimista borbonico fu sbandierato ad arte dal nuovo Governo Italiano per nascondere il fallimento della sua politica economica nei confronti del Mezzogiorno; in Parlamento rimasero inascoltate o addirittura censurate le voci dei deputati che volevano spiegare il fenomeno del brigantaggio come rivolta sociale delle classi più umili contro il miserrimo stato in cui erano state ridotte. Il sistema di violenze, massacri e spargimento di sangue non fu denunciato soltan­to dai borbonici, anche fra i liberali vi fu­rono uomini onesti e leali che dichiararono pubblicamente quanto era a loro conoscenza. Riporta lo storico O’ Clery [19]: ”Disse il deputato liberale Ferrari, intervenendo al Parlamento di Torino nel novembre 1862:”Potete chiamarli briganti ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; ma i padri di questi briganti hanno riportato per due volte i Borboni sul trono di Napoli [… ]. Che cos’è in definitiva il brigantaggio?», chiese. «È possibile, come il governo vuol far credere che 1.500 uomini comandati da due o tre vagabondi possano tener testa un intero regno, sorretto da un esercito di 120.000 regolari? Perché questi 1.500 devono essere semidei, eroi! Ho visto una città di 5000 abitanti completamente distrutta [Pontelandolfo]. Da chi? Non dai briganti». «Non potete negare», aveva precedentemente affermato lo stesso deputato, nel dibattito del 29 aprile 1862, «che intere famiglie sono arrestate senza il mini­mo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno è fucila­to. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi».

Sull’onda delle proteste interne ed internazionali fu istituita, il 22 dicembre 1862 una Commissione parlamentare di inchiesta sul brigantaggio con l’incarico di andare di persona a verificare lo stato delle regioni del Mezzogiorno, ”Tutti diffidano e temono che i deputati venuti da Torino possano scoprire le condizioni reali delle province meridionali …i galantuomini non sono sinceri: avvicinati dai membri della Commissione…manifestano tutti, anche i più compromessi con il passato regime, profondi sentimenti liberali, dicono di approvare la politica della Destra…..tutti, anche gli amici e i manutengoli dei briganti, sollecitano maggior rigore e una efficace azione di lotta contro il brigantaggio. Nessuno però si mostra disposto a restituire le terre usurpate e nessuno sollecita le quotizzazioni e le assegnazioni delle terre demaniali in possesso dei Comuni ai contadini poveri… né di questo si preoccupano eccessivamente i deputati scesi nell’Italia meridionale…ascoltano attentamente chi sostiene che nei contadini meridionali è diffusione naturale a far da banditi, non ascoltano chi ravvisa la causa del brigantaggio nel fatto che proprietà è mal divisa. Non interessa a chi indaga sulle cause del brigantaggio la sproporzione tra tra salari e prezzi dei generi di prima necessità…mostrano di dividere le preoccupazioni di chi teme che la divisione dei demani da assegnarsi ai contadini poveri avrebbe suscitato un vespaio tra quelli che dovevano a quelli che pretendevano avere. Si preoccupano i membri della Commissione di avvicinare tutti per meglio indagare…ma non sollecitano incontri con le vedove e le madri dei briganti e non si recano nelle carceri per ascoltare i briganti sfuggiti alla fucilazione. Ascoltano solo una voce, quella dei galantuomini, si rifiutano di ascoltare una delegazione di operai…[20]

La relazione finale della Commissione viene discussa, il 3 e 4 maggio 1863, in una seduta segreta del Parlamento, in quel frangente non se ne dispone la pubblicazione che però, sull’onda delle proteste, si è costretti a fare il 19 giugno; in essa si insite sull’interpretazione del fenomeno del brigantaggio come frutto di delinquenza comune, retaggio del vecchio regime, e come l’effetto dei tentativi di riconquista delle Due Sicilie, da parte di Francesco II, con la complicità dei preti meridionali legittimisti. Come conseguenza di questa analisi, viene approvata nella seduta del 6 agosto, con procedura d’urgenza, la famigerata legge Pica (che rimase operativa fino al 1865) la quale aboliva qualsiasi garanzia costituzionale; in virtù di essa furono insediati otto speciali Tribunali militari, i collegi di difesa vennero assegnati agli ufficiali e si abolirono i tre gradi di giudizio che erano operativi nell’altra parte d’Italia. In pratica le condanne, che erano inappellabili, variavano dalla fucilazione ai lavori forzati (spesso a vita); venne stabilito il reato generico di”brigantaggio” in virtù del quale ogni sentenza era legittima; anche persone non partecipi alla rivolta persero la vita perchè accusate ingiustamente di brigantaggio da loro nemici personali i quali, in questo modo, saldavano sbrigativamente dei conti in sospeso.

Nel Sud si continuò ad assistere a migliaia di episodi di guerriglia; la resistenza fu molto accesa nei primi cinque anni dalla unificazione forzata e durò fino al 1872; nessun fenomeno ”delinquenziale” può durare così a lungo in presenza di oltre centomila uomini deputati alla sua repressione.

Furono distrutti dai piemontesi 51 paesi alcuni dei quali non sono più stati ricostruiti; simboli di tanta tragedia ricordiamo Pontelandolfo e Casalduni, due comuni del Sannio che si erano ribellati e dove erano stati uccisi alcuni”galantuomini”e 41 soldati che erano stati mandati a reprimere la rivolta. Il 14 agosto 1861 alle quattro di mattina arrivarono due colonne dei bersaglieri, partite da Benevento, al comando del colonnello Pier Eleonoro Negri e del maggiore Carlo Magno Melegari, con l’ordine di Cialdini che delle due cittadine ”non rimanesse pietra su pietra”; esse circondarono i paesi per impedire ogni via di fuga e li dettero alle fiamme, cominciarono allora: il tiro al bersaglio sui civili inermi che scappavano per non essere arsi vivi, gli stupri, il saccheggio delle abitazioni, la profanazione delle chiese, mentre i responsabili della rivolta erano già al sicuro sulle montagne; solo tre case rimasero in piedi, al suolo centinaia di civili uccisi [una stima parla di circa 1000]; il colonnello Negri comunicò per telegrafo che ”Ieri, all’alba, giustizia fu fatta, contro Pontelandolfo e Casalduni” e terminò la sua carriera 26 anni dopo con la Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia.

Le repressioni piemontesi giunsero anche all’interno delle fabbricheVenni a sapere il nome di 20 lavoranti della Cartiera del Liri i quali avevano fatto parte della banda di Chiavone [noto capobrigante] nel combattimento del 9 agosto 1861…la compagnia giunta in prossimità della fabbrica cominciò a manovrare come io avevo ordinato.…sguainai la sciabola…..entrai solo in mezzo all’ampia corte di quella vasta fabbrica…feci chiamare il Direttore…..gli presentai la nota degli operai che volevo arrestare invitandolo a chiamarli uno a uno…costoro tentarono subito di reagire, ma io, prevedendolo, piantai il revolver alla testa di colui che per primo aveva fatto la mossa, ordinando ai soldati di mettersi pronti a far fuoco al primo movimento che avessero fatto[21]. Per spezzare la resistenza dei briganti i generali incaricati della repressione arrestavano anche le loro famiglie promettendone la liberazione a patto che essi si costituissero, dopo di ciò i briganti erano avviati al plotone di esecuzione o al carcere.

Il bilancio totale delle vittime fu drammatico, fu un vero massacro: le cifre non sono tutte concordi, quelle ufficiali si limitano alle dichiarazioni di La Marmora alla commissione di inchiesta sul brigantaggio dove affermò che”Dal mese di maggio 1861 al mese di febbraio 1863 noi abbiamo ucciso o fucilato 7.151 briganti. Non so niente altro e non posso dire niente altro”. Egli riferisce di un arco di tempo molto piccolo rispetto ai più di 10 anni di rivolta e dobbiamo quindi ragionare complessivamente nell’ordine di decine di migliaia di ”briganti” uccisi.

Ad essi vanno aggiunti i caduti dell’esercito italiano: ”i morti dal 1 maggio 1861 al 31 dicembre 1864, l’unico periodo per il quale esistono dati ufficiali, furono 465, 18 i dispersi e 190 feriti, ai quali sono da aggiungersi i 138 morti e i 63 feriti della Guardia Nazionale[22]; in realtà, come affermò lo storico Denis Mack Smith, le vittime furono più numerose di tutti i soldati persi dal regno sabaudo nelle guerre di indipendenza contro l’Austria (che erano poco più di seimila). Dagli studi d’archivio di Alessandro Romano[23] ricaviamo questi dati (periodo 1861-1872): guerriglieri ed oppositori politici uccisi o detenuti: caduti in combattimento:154.850; fucilati o morti in carcere: 111.520; totale perdite: 266.370. Perdite ”italiane”: caduti in combattimento: 21.120; morti per malattie o ferite: 1.073; dispersi o disertori: 820; totale perdite: 23.013.

Quasi tutti i ”briganti” erano giovani e morirono prima dei 30 anni di vita, non mancavano agguerritissime donne, ricordiamo per tutte Michelina De Cesare che fu catturata, torturata affinché rivelasse i nomi dei partigiani meridionali e, visto che ella si rifiutava di farlo, fucilata e fotografata prima e dopo il supplizio (30 agosto 1868);”l’orrore, in fondo, dominava il cuore di questi uomini; l’orrore di una quasi certa fine, in combattimento o per tradimento, nella selva o fucilati in piazza. Il loro effettivo coraggio era quello più difficile a conquistarsi: il coraggio di chi non ha speranza alcuna per sé, per la propria gente, per i paesi miserabili dai quali è fuggito nei boschi”.[24]

L’efferatezza tipica di una guerra civile si appalesò anche con gesti disumani come l’esposizione in pubblica piazza dei cadaveri insepolti dei briganti o delle loro teste mozzate conservate in apposite teche trasparenti o anche nelle frequentissime macabre fotografie di briganti uccisi; scrive sempre De Jaco [25]: ”Col terrore i generali piemontesi cercavano di spezzare la solidarietà dei”cafoni”con i briganti. Ma il terrore non è stata mai arma sufficiente e valida per isolare i combattenti dalla popolazione che li sostiene; così le fucilazioni non liquidarono ma aumentarono la solidarietà popolare per le vittime. La leggenda che faceva dei briganti tanti eroi popolari, paladini e unica speranza dei miseri contro i prepotenti e ricchi, trovava così mille riprove e questa fama assumeva subito due volti opposti: il volto del giustiziere implacabile, per i pastori e le plebi, quello della belva feroce per i benestanti; erano i ricchi, infatti, ad aver paura dei rapimenti di persona con richiesta di relativo riscatto, dei saccheggi, dell’incendio delle messi, del taglio delle viti, delle uccisioni, mentre gli zappatori non avevano niente da perdere, anzi ottenevano dal brigante qualche protezione contro i mille soprusi e i patimenti di cui era piena la loro giornata. Non ci voleva comunque molto perché i nomi dell’uno o dell’altro brigante salissero in fama di grande ferocia, temuti dai viandanti più dei lupi affamati. I briganti stessi desideravano questa fama, condizione indispensabile per far riuscire i ricatti con i quali, dalla selva, potevano procurarsi il cibo o il denaro; inoltre la particolare ferocia e la prontezza, l’ardimento e la forza fisica erano le condizioni per primeggiare tra gli stessi compagni di ventura, la loro risolutezza finiva con l’esprimersi in una dura disciplina interna alle bande che prevedeva la morte per ogni viltà o disubbidienza”.

I benpensanti d’Italia venivano nutriti di reportages sui briganti e brigantesse e i loro rituali selvaggi e volitivi. I briganti meridionali, si diceva, mangiavano i cuori e i fegati dei loro nemici e bevevano nei teschi umani. Vediamo le brigantesse, fiere ed indomite, guardare diritto nell’obiettivo della macchina fotografica, vestite nei loro costumi contadini, con le armi da fuoco in mano. Chi pensava, vedendo quelle fotografie che le pose e l’abbigliamento fossero scelti dal fotografo? Chi lo pensava guardando le fotografie dei loro contemporanei Indiani americani portati a Washington e travestiti per l’occasione in pelli e pennacchi?”[26]

Riferisce Eduardo Spagnuolo [27]: ”Anche molti fiancheggiatori (i cosiddetti manutengoli) pagavano con la vita l’appoggio ai briganti. Andò meglio a Giuseppe Cassetta, d’anni 52, il quale, come leggiamo nella Sentenza del 9 febbraio 1865, in nome di sua Maestà Vittorio Emanuele II, per aver dato da mangiare a una”comitiva armata”, e quindi colpevole di”complicità al brigantaggio”, lo condanna a quindici anni di lavori forzati, all’interdizione dai pubblici ufficii, … cadute in confisca le palle di fucile e la zucca formanti corpo di reato.”Se la cavò a più buon mercato un contadino, tal Domenico Ressa, che il 9 gennaio 1861 fu incriminato di ”pubblico discorso da eccitare lo sprezzo e il malcontento contro la sacra persona del Re“, in realtà aveva gridato in pubblica piazza ”Viva Francesco II !“; il 21 gennaio fu condannato per questo a sette mesi di carcere [28]. Alcune volte le condanne assumono toni farseschi come quella di ”lesa maestà” comminata ad Augusto Iatosti” perché, secondo l’accusa, avrebbe distribuito «grane cinque» ai contadini per farli gridare «Viva Francesco II» ed avrebbe imposto i nomi di «Garibaldi» e di «Vittorio Emanuele II» a due cani di sua proprietà[29].

A quei tempi considerazioni che oggi definiremmo razziste erano pienamente legittimate dalla cultura e nei rapporti ufficiali dei vertici militari piemontesi gli abitanti del Sud erano paragonati a ”incivili beduini”, il Mezzogiorno d’Italia era paragonato all’Africa e l’ex ministro piemontese Massimo d’Azeglio scriveva che ”unirsi ai Napoletani è come andare a letto con un lebbroso”, dove il termine ”napoletano” era riferito a ogni abitante della ”Bassa Italia”; il primo dei criminologi positivisti, Cesare Lombroso, effettuò misurazioni sui crani dei briganti uccisi allo scopo di ottenere la prova scientifica che i Meridionali avevano una predisposizione innata per il crimine. Ancora nel 1898, Niceforo pubblicò ”L’Italia barbara contemporanea” nella quale il sud veniva considerato ”una grande colonia da civilizzare” e si affermava l’intendimento di perseguire ”due obiettivi fondamentali: combattere la miope superbia regionale; irrobustire il culto dell’Unità fondata sul dogma di adattare tutte le regioni in un unico modello amministrativo [con] una gestione autoritaria a sud e liberale nel centro/nord[30].

A lungo, poi, si polemizzò, sul coraggio e sui sentimenti dei contadini briganti giungendo quasi sempre a conclusioni che li apparentavano più agli animali delle selve che al genere umano ed il loro coraggio era definito come incapacità di comprendere il pericolo e il valore della vita. L’assoluta incomprensione delle motivazioni dei briganti era ben presente nei componenti delle truppe deputate alla repressione, citiamo l’episodio della strage della banda Carbone: 22 guerriglieri si erano nascosti in una masseria ma erano stati circondati; alcuni tentarono una sortita uscendo legati sotto le pance dei cavalli ma furono uccisi come pure i piemontesi che tentarono di entrare nell’edificio; i ”briganti” rifiutarono di arrendersi e allora ”non volendo menomare un così bel risultato con altre ed inutili perdite, si prende la risoluzione di lanciare sul tetto materie incendiabili”, a quel punto essi si uccisero tra loro ma ”noi non ascriveremo ad eroismo il lasciarsi bruciare piuttosto che arrendersi; no di certo. Lo chiameremo invece un fanatismo, una falsa credenza”.[31]

Era invece così diffusa per l’Europa l’opinione che i briganti morissero ”bene” ed era così contraria questa opinione al clichè ufficiale della guerra in corso, che l’onorevole Massari nel discorso alla Camera sul brigantaggio fu costretto a cercare di smentirla: ”non è vero – egli affermò che tutti vadano a morire con coraggio; ciò è avvenuto in alcuni casi, ma non è la regola; a meno che si voglia confondere la stupidità con lo stoicismo, il forte disprezzo della vita con la freddezza dell’abbrutimento”. E così è codificato il più profondo disprezzo verso il cupo ed incomprensibile coraggio dei ”cafoni” in armi; in realtà essi spesso affrontarono con estrema dignità la fucilazione, citiamo alcuni episodi: il brigante Vincenzo Viscogliosi, detto l’Amante, che a settant’anni ”era ancora robusto, forte, ardimentoso. Recatomi al quartiere per annunciargli che doveva essere fucilato, mangiava il rancio con i soldati. Non si commosse punto delle notizie e seguitò a mangiare…condotto al luogo destinato per la fucilazione, distante circa un chilometro…percorse la strada con passo franco e sicuro[32].

Altri addirittura riuscivano a dormire poche ore prima dell’esecuzione o persero la vita per non rivelare i nomi dei complici come fece il capobanda Catalano: ”Caro Pierino, qui gli affari seguitano ad andare bene; vari briganti si sono presentati, vari furono presi e mandati fuori di questo mondo. Catalano è stato fucilato…egli non ha voluto palesare un complice…lo hanno tenuto un otto o dieci ore ai ferri corti incrociati (non so come abbia potuto resistere) e non ha voluto palesare niente. Finalmente a mezzanotte lo hanno condotto presso al cimitero; egli ha seguito i bersaglieri a passo di corsa; giunto sul posto l’ufficiale gli ha detto”Ti do 15 minuti di tempo; se parli hai salva la vita, altrimenti ti fucilo qui”ed ha fatto caricare le armi in sua presenza. Passati 10 minuti gli ha detto:”Catalano, ancora 5 minuti hai da vivere se non parli; dì un solo nome di manutengolo [complice] e sei salvo”. Ed egli zitto. Finalmente l’ufficiale gli ha replicato:”Catalano, hai un minuto; vuoi parlare”“No!”egli ha risposto, e pochi secondi dopo era steso morto a terra”.[33] Altre volte, invece, si sfiorava il grottesco come quando, prima della fucilazione, fu chiesto al brigante Pinnolo se lasciasse moglie, ed egli rispose:”Io non lascio moglie e perciò muoio tranquillo, perché non corro pericolo di essere cornuto”, vicino a lui c’era il brigante Bellusci che, al sentire queste parole, cambiò di colore, evidentemente lui, al contrario, correva dei rischi.

Il 18 aprile 1863 il deputato Miceli, che aveva visto i massacri perpetrati dalle truppe in Calabria, dichiarava che gli uomini erano fucilati senza neppure uno straccio di processo, le sue dichiarazioni furono messe in dubbio dai sostenitori del governo ma a que­sto punto il generale Bixio, luogotenente di Garibaldi, e, pertanto, fiero nemico della reazione, si alzò per confermarle, dichiarando che quanto aveva affermato Miceli era vero e che poteva attestarlo per cognizione personale. «Un sistema di sangue», egli esclamò, «è stato stabilito nel Mez­zogiorno d’Italia. Ebbene, non è col sangue che i mali esistenti saran­no eliminati. C’è del vero in ciò che l’onorevole Miceli ha detto: è evidente che nel Mezzogiorno non si domanda che sangue, ma il Par­lamento non può adottare gli stessi sistemi. C’è l’Italia, là, o signori, e se vorrete che l’Italia si compia, bisogna farla con la giustizia, e non con l’effusione del sangue». Nicotera, un altro garibaldino, parlò nel medesimo senso dei suoi colleghi Ferrari, Miceli e Bixio. «Il governo borbonico», egli disse, «aveva almeno il gran merito di preservare le nostre vite e le nostre sostanze, merito che l’attuale governo non può vantare. Le gesta alle quali assistiamo possono essere paragonate a quelle di Tamerlano, Gengis Khan e Attila »  Nel dibattito dell’8 maggio 1863, alla Camera dei Comuni britannica, oratori di varie correnti politiche si dichiararono d’accordo con il Ferrari sul cosiddetto «brigantaggio», ossia che si trattava di una vera guerra civile. «Il brigantaggio», disse Mr. Cavendish Bentinck, «è una guerra civile, uno spontaneo movimento popolare contro l’occupazione straniera, simile a quello avvenuto nel regno delle Due Sicilie dal 1799 al 1812, quando il grande Nelson, sir John Stuart e altri comandanti inglesi non si vergognarono di allearsi ai briganti di allora e il loro capo, il cardinale Ruffo, allo scopo di scacciare gli invasori francesi». «Desidero sapere», rilevò Disraeli nel corso della stessa seduta, «in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso di discutere su quelle del Meridione italiano. È vero che in un Paese gl’insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma, al di là di questo, non ho appreso da questo dibattito nessuna altra differenza fra i due movimenti”. [34]

Citiamo anche le proteste inviate al governo italiano dall’imperatore Napoleone III, che il 21 luglio scriveva da Vichy al generale Fleury: «Ho scritto a Torino le mie ri­mostranze; i dettagli di cui veniamo a conoscenza sono tali da far ri­tenere che essi alieneranno tutti gli onesti dalla causa italiana. Non solo la miseria e l’anarchia sono al culmine, ma gli atti più colpevoli e indegni sono considerati normali espedienti: un generale, di cui non ricordo il nome, avendo proibito ai contadini di portare scorte di cibo quando si recano al lavoro nei campi, ha decretato che siano fucilati tutti coloro che sono trovati in possesso di un pezzo di pane. I Borboni non hanno mai fatto cose simili. Firmato: Napoleone». [35] In conclusione l’intervento dell’ 8 giugno del 1864 del deputato Minervini: ”Si sono condannati alla morte e colla fucilazione anche nelle spalle (il che è contro la legge) individui volontariamente presentati. Si sono condannati a morte i minori arrestati non nell’atto dell’azione….si sono passati per le armi individui non punibili per brigantaggio….si sono condannate per manutengole di briganti con complicità di primo grado le mogli dei briganti ai ferri a vita, e le figli e minori di 12 anni a 10 a 15 anni di pena[36]. ”Quei poveri cafoni, che avevano combattuto o erano stati simpatizzanti dei briganti, nei quali riconoscevano le loro idee di lotta e di amore per una patria reale, fatta di piccole cose, di modeste realizzazioni, di pane e libertà, di vita frugale; che erano contro tutti quelli che gridavano per una patria costruita a tavolino, astratta, ideata, pensata appositamente per l’agiografia e per gli alibi dei potenti e dei prepotenti che non intendevano cedere i privilegi acquisiti da secoli, quei poveri cafoni pagarono da soli il prezzo dell’unità d’Italia”.[37]

Le carceri arrivarono ad ospitare dai 30 ai 40mila detenuti politici che versavano in condizioni disastrose. L’On. Ricciardi con un suo intervento, nella tornata parlamentare del 18 e 20 aprile 1863, …porta a conoscenza dell’Assemblea dati di fatto incontrovertibili. Solo a Palermo imputridiscono «seminudi e tra vermi» 1.400 prigionieri; alla Vicaria di Napoli sono stipati ben 1.000 « I più fra questi non sono stati neppure interrogati, e giacciono poi tutti in carceri orribili tanto quanto le carceri di Palermo. Alcuni si trovano imprigionati da 22 mesi! Santa Maria Apparente è una villeggiatura in confronto di tutte le altre che ho visitate […] Il pane che si da ai carcerati è tale che io non l’augu­rerei al conte Ugolino […] La vita e la libertà dei nostri concitta­dini dipende dal capriccio di un capitano, di un luogotenente, di un sergente, di un caporale». [38]

Le condizioni delle carceri sotto il governo piemontese furono oggetto di discussione anche al parlamento inglese, dove Lord Henry Lennox riferì, nella seduta dell’8 maggio 1863, reduce dal suo viaggio nelle antiche province napoletane[39]: «Sento il debito di protestare contro questo sistema. Non mi curo se fatti tenebrosi come questi abbiano avuto luogo sotto il dispotismo di un Borbone, o sotto lo pseudo liberalismo di un Vittorio Emanuele. Ciò che è chiamata unità italiana deve principalmente la sua esi­stenza alla protezione e all’aiuto morale dell’Inghilterra – deve più a questa che non a Garibaldi, che non agli eserciti stessi vitto­riosi della Francia – e però, in nome dell’Inghilterra, denuncio tali barbare atrocità, e protesto contro l’egida della libera Inghilterra così prostituita”. La Vicaria, sufficiente per 600 persone, è stipata di 1.200 dete­nuti distribuiti in cinque camere senza porte, ma divise da cancel­li di ferro; «appena fui entrato nella prima camera, i prigionieri mi si affollarono intorno, e fui assediato da domande e preghie­re… quando udirono che io era inglese si rinnovarono i clamori, e le preghiere crebbero a dismisura. Pareva, sentendo pronunzia­re inglese, che una deità tutelare fosse venuta a sollevarli dalle più grandi e più malvagio oppressioni. Il nome di Gladstone era da essi ben conosciuto, per quanto ignoranti fossero in tutt’altre cose, e pensavano, nella loro semplicità, che un inglese nel 1862 farebbe lo stesso che un altro avea fatto nel 1851. Essi conosceva­no pochissimo la differenza di autorità e d’influenza esistente fra il cancelliere dello Scacchiere e me… Non appena fummo in vista gli uni degli altri, che i prigionieri si rivolsero a noi con grida compassionevoli, più e più volte ripetute, e, con occhi lagrimosi e protendendo le braccia, imploravano non libertà, ma processo, non grazia, ma giustizia. La descrizione dell’attitudine e delle condizioni dè torturati nell’Inferno di Dante darebbe la più per­fetta idea della scena che si presentava in quella prigione» A Salerno il direttore del carcere confessa che in una struttura capace di ospitare 650 prigionieri, è costretto a tenerne 1.359 e che in conseguenza di ciò poco tempo prima è scoppiata una virulenta infezione tifoidea per la quale sono morti anche un medico ed una guardia. Nella prima cella che visita vi sono otto o nove preti e quattor­dici secolari, tutti sospettati di reati politici, chiusi insieme a cin­que ladri condannati; in un altro camerone sono stipati 167 dete­nuti, la maggior parte trattenuti senza processo; un altro reparto accoglie 230 prigionieri tenuti in un tale stato di squallore e di sporcizia – riferisce Lennox – per descrivere il quale «sarebbe necessaria un’eloquenza che io non posseggo… Vi erano fra i prigionieri persone di diverse classi, officiali, preti e laici, tutti nella più miserevole condizione. Un uomo di settant’anni faceva pietà. Altri trovavansi da tanto tempo in prigione, che i loro abiti non erano più portabili; non avevano denaro per procurarsene dè nuovi, e alcuni erano in tale stato di nudità, che non poteva­no alzarsi dai loro sedili, mentre gli stranieri passavano, per implorare, come i loro compagni, la nostra pietà e per chiedere di intercedere in loro favore. Alcuni di essi non avevano letteral­mente né pantaloni, né scarpe, né calze, nulla, ad eccezione di una vecchia giacchetta e di un cencio che faceva l’ufficio di cami­cia. Era uno spettacolo compassionevole: il fetore era orribile… Il cibo che era loro somministrato, non si sarebbe dato in Inghilterra nemmeno alle bestie. Lanciai un pezzo del loro pane sul pavimento e lo calpestai coi piedi, ma era così duro, che non mi riuscì di spezzarlo».

Il perché di questo elevatissimo numero di prigionieri è attribuito dal Ricciardi a tre cause fondamentali: «la leggerezza veramente colpevole con cui si procede agli arresti, da un lato dalla Polizia, dall’altro dall’autorità militare; la lentezza, che chiamerò forzosa, dell’istruzione di tanti processi, stante il piccolo numero d’istruttori; citerò in 3° luogo il doversi per piccoli reati aspettare il giudizio delle Corti d’Assise, anziché quello dei Giudici di Mandamento o dei tribunali dei circondari.»[40]

Giuseppe Ressa

fonte ilportaledelsud.org

 

Note

[13] da ”Ordine Nuovo” del 1920

[14] L’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, a Roma, conserva i documenti inerenti il Brigantaggio post-unitario.La storia dei documenti è la seguente: nel 1866 il comando delle truppe piemontesi di Napoli inviò all’archivio di Firenze 73 fascicoli privi di indici e senza ordine contenenti rapporti militari, processi, relazioni, foto, cartine geografiche, manifesti e disegni; nel 1871 le suddette cartelle furono inviate, senza effettuare alcuna catalogazione, all’Archivio militare di Roma; tra il 1892 ed il 1894, furono inviati a Roma altri documenti compreso i diari di guerra del luogotenente Cialdini. Un tal tenente Gilberti fu assegnato all’archivio con il compito di mettere in ordine i documenti, ma questi si limitò a dividere le materie e nel 1897 fu spostato ad altro incarico; nel 1908 fu assegnato il compito ad un certo capitano De Bono che riuscì a sistemare i documenti del periodo 1860 – 1862, poi nel 1913 lasciò l’incarico al capitano Cesari che completò l’opera, selezionando la parte”accessibile”dell’archivio. Molti documenti furono distrutti nel’”forno della carta” (da Lorenzo Del Boca, Indietro Savoia, Piemme, 2003, modif.)

[15] op. cit.,modif.

[16] riportato nel dispaccio del maggiore Ferrero, comandante dei Piemontesi in Avezzano, al comandante di Tagliacozzo; citato da Carlo Maria Curci in Civiltà Cattolica , serie IV, vol. IX, 8 febbraio 1861

[17] Michele Topa, op. cit.

[18] Istituto Storico Italiano per l’Età moderna e contemporanea, , vol. XVIII, 28 ottobre 1861, n.401, citato da Umberto Pontone in”Due Sicilie”, 2\2003.

[19]“La rivoluzione italiana”, edizioni Ares , 2000, pag. 508 e segg., modif.

[20] Tommaso Pedio,Brigantaggio meridionale, Capone, op. cit, pag. 124 e seguenti, modif.

[21] dalle memorie del Maggior Generale Guglielmo Zanzi riportate da De Jaco, op. cit.

[22] Mario Pacelli,Cattivi esempi, Sellerio, 2001, op. cit. , pag. 54

[23] AA.VV.”La storia proibita”, Controcorrente, 2001

[24] De Jaco, op. cit.

[25] op. cit.

[26] Marta Petrusewicz, Come il Meridione divenne una Questione, Rubbettino, 1998

[27]“La rivolta di Montefalcione”ed. Nazione Napoletana, 1997

[28] Archivio di Stato di Avellino, Pretura di Bagnoli Irpino, sentenze penali, vol. 77 tratto da”Manifestazioni antisabaude in Irpinia”di Eduardo Spagnuolo, Edizioni Nazione Napoletana, 1997

[29] Luigi Braccilli,”Briganti d’Abruzzo”, Edizioni dell’ Urbe, 1988

[30] Aldo Servidio, op. cit. , pag. 163

[31] da”Storia del 46° reggimento fanteria-brigata Reggio”di Paolo Negri, riportata da De Jaco, op. cit.

[32] memorie del Maggiore Guglielmo Zanzi, riportate da De Jaco,op. cit

[33] lettere dell’ufficiale dei lancieri Enea Pisolini, riportate da De Jaco, op. cit.

[34] ÒClery ,”La rivoluzione italiana”, edizioni Ares , 2000

[35] ibidem

[36] Atti ufficiali della Camera n.734, p. 2858

[37] Pompeo Onesti,”Il brigante”, Controcorrente, 2001

[38] ÒClery, op. cit.

[39] da ÒClery, op.cit.

[40] tratta da Fulvio Izzo,”I lager dei Savoia“, Controcorrente editore

Molte delle immagini dei briganti sono tratte dall’archivio del cap. Alessandro Romano, che ringraziamo

 

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