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470 anni dopo Masaniello

Posted by on Lug 14, 2017

470 anni dopo Masaniello

la Fondazione Banco di Napoli riscopre l’importanza economica di Forcella nel XVII secolo

Un lavoro operoso, tra quintali di carte antiche, quelle della Fondazione Banco di Napoli, l’unico bene rimasto alla città dopo la fusione dell’omonima banca con San Paolo Imi di Torino. Qui, a Napoli, un gruppo di giovani ha creato il Cartastorie, un percorso nell’archivio di rara suggestione. E qui, tra qualche giorno, nei cortili di via dei Tribunali, dove hanno sede l’archivio e il museo dell’archivio, si ricorderà la Napoli di Masaniello, a due passi da Forcella: una Forcella che, secondo le ricerche fatte dai ragazzi della Fondazione, all’epoca era uno dei quartieri economicamente più rilevanti e operosi della città. Qui abitava anche Giuseppe Donzelli, autore delle cronache dei giorni della rivoluzione di Tommaso d’Amalfi… Ospitiamo un contributo di uno dei protagonisti della Fondazione e del Cartastorie, Andrea Zappulli, sperando sia il primo di una lunga serie. Nei prossimi giorni vi racconteremo invece nel dettaglio il ciclo di eventi su Masaniello che si svolgeranno tutti nel cortile e negli spazi della Fondazione.

Sarà capitato praticamente a tutti di ritrovarsi tra le mani un vecchio album fotografico o un quadernino di appunti dimenticati. Reperti sdruciti dal tempo che d’improvviso, mentre ci si prepara ad un trasloco o si festeggia di una qualche ricorrenza, risaltano fuori. A rivedersi in una di quelle foto, con gli occhiali pesanti sul naso o teneramente abbracciati ad un pallone, a rileggere la propria grafia altalenante e nervosa, si può avere la curiosa impressione di incontrare un bizzarro sconosciuto. Uno che un po’ ci somiglia, con cui avvertiamo un’affinità epidermica, ma che, potremmo giurarlo, non siamo noi. Magari potremmo averlo conosciuto, averlo anche frequentato, anni e anni fa, ma che era completamente evaso dai nostri ricordi, senza lasciarci altro che qualche sagoma abbandonata dietro le quinte della coscienza.

Affrontare la storia della Napoli di metà Seicento, immergersi nel labirinto delle fonti dirette, nei particolarissimi ‘album di ricordi’ e ‘diari di adolescenza’ che sono i documenti del XVII secolo, è un po’ la stessa cosa. Si rischia di scoprire una città che assomiglia alla nostra, che ha nettamente qualcosa del nostro presente, ma che potrebbe sembrarci un altro luogo, un posto che abbiamo visto e di cui ci siamo dimenticati. Potrebbe sembrarci diversa da come pensavamo di ricordarla. Ad esempio, scostare il sipario del tempo sulla Napoli del 1647 ci consegnerebbe un’immagine della città insolita, differente da quella che avevamo fatto nostra sui libri di scuola e nei discorsi sul ciò che siamo stati.

Così si può scoprire, allo scoccare dei 470 anni da quell’avvenimento, un volto diverso e dinamico di quel drammatico coacervo di fatti, di idee e di sogni che fu la rivoluzione di Masaniello. Complice una storiografia ricchissima e approfondita, squisitamente solida, ma forse troppo concentrata su alcuni aspetti della società napoletana di quegli anni, è nostra abitudine collegare i fatti e le aspirazioni di quel luglio del 1647 all’immagine di Masaniello, il celebre pescivendolo di Vico Rotto al Mercato. Un immagine da protagonista involontario, a metà tra il picaresco e il macchiettistico, riduttiva per una rivoluzione, spesso declassata a tumulto, che riuscì a dar vita ad una pur breve repubblica.

Prendendo in mano le cronache coeve d’ispirazione popolare e affondando le mani tra le polveri di insoliti giacimenti di documenti – uno su tutti, l’Archivio Storico del Banco di Napoli – ci si immerge nel vociare di una Napoli barocca non inerme dal punto di vista economico e, soprattutto, non politicamente muta. Possiamo ascoltare la voce di un farmacista, Giuseppe Donzelli, autore di una faziosa e appassionata cronaca degli avvenimenti che portarono Napoli a confrontarsi con i temi della libertà, della guerra, della costruzione di una nuova forma di stato e notiamo che la sua bellissima riflessione sulla libertà – considerata “una delle più nobili prerogative dell’huomo; e un cibo tanto soave e di così perfetta sostanza, che col solamente odorarlo, ha facoltà di nutrire” – contiene, nella scelta della metafora, e nella passione della dichiarazione la medesima audacia rivoluzionaria della rivendicazione fatta da Georges Jacques Danton, quando, al crepuscolo della sua vita e della prima fase della Rivoluzione francese, si vantava d’aver contribuito a piantare nel cuore di ciascun uomo “una fame di libertà che non potrà più essere ignorata”

Di più. Donzelli, come altre ‘teste pensanti’ della rivoluzione e della repubblica, aveva collocato il cuore dei suoi affari economici e politici a Forcella. Proprio le strade intorno alla piccola Sant’Agrippino e gli spazi antistanti alla chiesa di San Giorgio Maggiore, le stesse zone che oggi sono in attesa di risposte organizzative e sociali, furono allora la più vivace roccaforte di una borghesia, produttiva e togata, che dai documenti bancari – i banchi pubblici napoletani dalla fine del ‘500 presero a conservare meticolosamente le loro interessantissime scritture – si rivela tutt’altro che un corpo sociale incancrenito e marginale. Burckhardt invitava ad avvicinarsi allo studio del proprio passato come ad una “contemplazione storica del mondo”, che mi è sempre parso un modo affettuoso e felicemente romantico per esortare qualcuno ad affacciarsi al balcone della storia e scoprire cosa ha da raccontargli.

Riflettere, dopo 470 anni, sulla rivoluzione del 1647, sui suoi protagonisti, sulle loro motivazioni e sulle loro inappagate aspirazioni di libertà, può aiutarci a ricordare qualcosa di noi stessi e di Napoli. Può farci risentire, oggi, camminando per Forcella, vagando tra gli sfregi tributati ai palazzi storici e sorridendo a ciò che ancora orgogliosamente resiste, il grido che scosse le sicurezze dei rapaci ministri degli Asburgo di Spagna: mora il malgoverno! Insomma, vale davvero la pena aprire quell’album di ricordi.

Andrea Zappulli

 fonte identitainsorgenti.com

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