Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Le Insorgenze. L’Italia contro Napoleone (1796-1814)

Posted by on Set 19, 2019

Le Insorgenze. L’Italia contro Napoleone (1796-1814)

La collana storica dei “Quaderni del Timone”, la più diffusa rivista di apologetica cattolica italiana diretta da Gianpaolo Barra, si impreziosisce con un nuovo fascicolo: lo firma Oscar Sanguinetti (Presentazione di Marco Invernizzi) e ha per tema uno degli argomenti più dimenticati – oltre che politicamente scorretti – dalla storiografia risorgimentalista imperante, ovvero le cosiddette ‘Insorgenze’ antigiacobine e antinapoleoniche, rectius ‘controrivoluzionarie’, che ebbero luogo un po’ ovunque nella nostra Penisola tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX.

Si trattò realmente di un avvenimento di popolo, come non fu invece il processo di unificazione coatta capeggiato da Casa Savoia decenni più tardi: eppure di quello che accadde in quei turbolenti anni che videro morire sul campo circa 100.000 italiani, di certo non meno italiani di quelli caduti al seguito dell’ubriacatura ideologica garibaldina o mazziniana, si é persa oggi quasi del tutto la memoria pubblica. Lo lamenta in apertura d’opera proprio Invernizzi quando scrive che “del ventennio napoleonico, nessuno sa niente. Nei programmi scolastici non viene ricordato, la letteratura non ne parla quasi mai, al contrario capita spesso di ascoltare intellettuali italiani parlare bene di Napoleone come il primo vero modernizzatore dell’Europa, e dunque dell’Italia” (pag. 7). All’interno poi del corpo sociale cattolico la situazione non di rado è ancora più sconfortante: il giudizio sul Bonaparte varia infatti sensibilmente di valore da un interlocutore ad un altro come se il fatto – ineguagliato nella storia della Cristianità – di aver tenuto prigionieri due Papi (rispettivamente Pio VI [1775-1799] e Pio VII [1800-1823], quest’ultimo peraltro morto in Francia durante la prigionia) fosse un dato neutrale come un altro, liberamente interpretabile a seconda dei punti di vista. Contro questa vera e propria deformazione dell’identità italiana più genuina e profonda va quindi riaffermato che – è sempre Invernizzi a scriverlo – durante il ventennio napoleonico “molti italiani insorsero contro la dominazione francese, non tanto perché straniera, ma in quanto cercava di cambiare il modo di vivere degli italiani, introducendo la leva di massa obbligatoria, aumentando le tasse, vietando processioni, chiudendo chiese e addirittura imprigionando i Pontefici perché avevano osato opporsi al potere dell’impero. Erano gli insorgenti e ne furono uccisi [decine di migliaia] nel corso delle diverse guerre di guerriglia che si svolsero lungo la penisola. Erano cattolici italiani, di diverse parti […] Non se ne è mai occupato nessuno (o quasi), fino a tempi recenti” (ibidem).
Segue quindi un’introduzione dell’Autore (pp. 8-11) che inquadra opportunamente il contesto storico in cui si sviluppa il processo rivoluzionario francese e le prime vivaci reazioni popolari allo stesso, a cominciare dall’insurrezione della regione della Vandea nella Francia del 1793 e, a seguire, dall’epopea sanfedista nell’Italia del 1799. Sanguinetti ricorda poi i vari studiosi che negli ultimi anni si sono soffermati sulla tematica rimossa lasciando un metodo significativo, o almeno una traccia, da seguire: da Roger Dupuy e Reynald Secher in Francia a Francesco Mario Agnoli e Sandro Petrucci in Italia. E’ anzitutto alle loro pagine che oggi bisogna guardare per “riscoprire momenti e figure [fino a poco tempo fa] ignoti o sottovalutati” (pag. 11). I successivi quattro capitoli (“L’Insorgenza”, pp. 12-19; “L’Insorgenza in Italia”, pp. 20-45; “Alcune questioni”, pp. 46-51 e “Come interpretare le Insorgenze”, pp. 52-57) illuminano più nel dettaglio il fenomeno storico vero nomine ‘controrivoluzionario’ presentando prima i protagonisti intellettuali della reazione ‘colta’, a livello di classi dirigenti, e poi le diverse epopee popolari. Sul primo versante Sanguinetti ricorda come fondamentali gli scritti polemici del conte savoiardo Joseph de Maistre (1753-1821), il quale resta – con le sue inarrivate Considerazioni sulla Francia (1796) – probabilmente il più grande pensatore totalmente e radicalmente controrivoluzionario del suo tempo, quindi il francese Louis de Bonald (1754-1840), passando per lo svizzero Karl Ludwig von Haller (1768-1854), fino al prussiano Friedrich von Gentz (1764-1832): tutti comunque, in un modo o nell’altro, parzialmente debitori di quell’analisi antiveggente messa nero su bianco per la prima volta dal britannico Edmund Burke (1729-1797) con le sue Riflessioni sulla rivoluzione in Francia uscite nel 1790.
Relativamente al secondo versante, invece, l’Autore pone in evidenza gli elementi – spesso mistificati – che portano obiettivamente a considerare le Insorgenze come una realtà nient’affatto episodica o casuale, ma al contrario, come un fenomeno unitario e – a livello di masse – assolutamente consapevole. Insomma quelle che scoppiano allora numerose in gran parte d’Italia non sono delle rivolte marginali orchestrate da qualche esagitato capo-popolo in cerca d’avventure ma, proprio come avvenne oltre Oceano da parte delle colonie nordamericane verso la Madrepatria britannica, delle reazioni mirate e coscienti contro un tentativo arbitrario di usurpazione delle proprie libertà naturali, oltre che di negazione violenta della propria storia. Avviene così che “fra il 1796 e il 1814, più o meno ovunque si levi uno stendardo francese, ovunque vengano abbattuti l’aquila bicipite, il leone di San Marco, le chiavi di san Pietro, la croce sabauda e i gigli borbonici, il popolo italiano rifiuta di sottomettersi al nuovo potere, si ribella, si avventa nei modi più svariati contro l’invasore empio e rapace, libera, ove può, il territorio del municipio o del contado o del principato dall’invasore, restaura, magari con qualche variante, l’ordine antico” (pag. 26). L’episodio più significativo di questa vera e propria battaglia identitaria al Nord resta l’insorgenza di Verona veneta, le cosiddette ‘Pasque veronesi’, scoppiate nell’aprile del 1797. Tuttavia, “il maggior numero d’insorgenze, in questi anni di fine secolo, si addensa nelle regioni centrali della Penisola. [Infatti] il primo soggetto con il quale la Repubblica Francese entra in frizione è Papa Pio VI” (pag. 31) che vedrà i suoi territori invasi dagli occupanti stranieri e, quindi, l’instaurazione della prima Repubblica Romana (1798). Arrestato e deportato in Francia, come accennato, il Pontefice vi morirà in solitudine l’anno successivo, proprio quando poco più a Sud si svolge l’epopea dell’esercito della Santa Fede guidato dall’indomito cardinale Fabrizio Ruffo di Baranello (1744-1827).
Ma l’Autore ricorda anche il ‘Viva Maria’ aretino (come venne chiamato dal grido ossessivo degl’insorti), “forse il movimento popolare antifrancese e antirivoluzionario italiano più ampio e più completo, sì da configurarsi addirittura – come la Vandea per la Francia – quale modello d’insorgenza ‘italiana’” (pag. 35), ancora la ‘Massa Cristiana’ in Piemonte, e molti altri episodi minori in Romagna, come in Garfagnana, in Valtellina e in Venezia Giulia tra gli altri, oggi pressochè tutti rimossi da ogni atto di culto civile.

Da ultimo, non manca un ricordo dell’indimenticabile insorgenza tirolese guidata da quell’Andreas Hofer (1767-1810) che pagherà con la sua stessa vita la sua eroica testimonianza di libertà e, insieme, di attaccamento radicato alla millenaria fede. Ecco, se oggi si vuol tornare a parlare di federalismo e di identità con realismo sarà bene tornare a guardare e a meditare anzitutto queste pagine e queste figure reali che spiegano il carattere e la memoria delle nostre diverse, e variegate, realtà locali più e molto meglio dei (politicamente corretti) libri di testo scolastici o anche (talvolta) dei discorsi colmi di retorica di alcune delle cariche (in tesi) più rappresentative dello Stato. Volendo stendere un bilancio finale, Sanguinetti calcola infine che “i combattenti dell’insorgenza – i dati sono molto approssimati per difetto – sono almeno trecentomila e le vittime un numero straordinariamente elevato: fra le sessantamila […] e le centomila […]. Un numero impressionante, se si confronta con la popolazione allora residente nel territorio dell’odierna Italia, che ammontava a circa quindici milioni di abitanti. La storia d’Italia non ha mai conosciuto un numero così elevato di caduti: se si pensa che le vittime di tutte le guerre del Risorgimento, a detta dello storico Gaetano Salvemini (1873-1957), sono state poco più di seimila […] si comprende che ci si trova davanti a un evento immane, che suscita interrogativi pesanti sul perchè nessuno lo conosca, anzi si continui a celebrare i loro uccisori come liberatori” (pag. 50). Insomma, l’Insorgenza di fine Settecento e inizio Ottocento, osservata senza pre-giudizi e passioni partigiane rivela lucidamente che qui, “per la prima volta nella storia […] esiste una nazione italiana” (pag. 56), orgogliosa di esserlo e pronta a combattere pur di continuare a esserlo. Lo aveva intuito già peraltro – come suggerisce la quarta di copertina del fascicolo – lo storico Niccolò Rodolico (1873-1969) ai suoi tempi: oggi, a oltre quarant’anni dalla sua scomparsa, e molta altra acqua passata sotto i ponti, si spera che ne prendano finalmente atto anche i suoi successori sulle cattedre universitarie.

fonte https://www.pontelandolfonews.com/storia/le-insorgenze/le-insorgenze-litalia-contro-napoleone-1796-1814/

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L’UNITA’ D’ITALIA VISTA DA UNA PROSPETTIVA ESTERA

Posted by on Set 19, 2019

L’UNITA’ D’ITALIA VISTA DA UNA PROSPETTIVA ESTERA

Uno degli ostacoli più dolorosi con i quali il meridionalista medio si scontra è l’incredulità della gente. Per chi è fuori dalla Matrix è facile trovare l’errore, ma per i più, che loro malgrado hanno studiato sui libri scolastici una certa storia e che ascoltano dai media nazionali una certa cronaca, in assenza di approfondimenti personali sulle fonti (che nessuno fa) credere alle tesi meridionaliste è arduo. E’ arduo accettare l’idea che lo Stato, l’ente politico supremo che dovrebbe tutelare i diritti del cittadino, in realtà faccia pesanti distinzioni all’interno del proprio territorio, riconoscendo de facto e talvolta anche de iure cittadini di serie A e di serie B.
Uno dei campi nei quali lo scontro è più acceso è quello storico. In particolare ci si accapiglia sulle diverse versioni del Risorgimento italiano; sulla legittimità delle modalità di costituzione dell’Unità d’Italia, sulle condizioni economiche del meridione in epoca pre-unitaria e sulle conseguenze, positive o negative, che l’Unità ha avuto sull’economia dei territori appartenenti all’ex Regno delle Due Sicilie .
Come sempre, al cospetto di litiganti che offrono versioni contrastanti dei fatti, la cosa più sensata da fare è quella di chiamare in causa testimoni esterni e ascoltare ulteriori versioni. In merito all’Unità d’Italia, ci si è affidati per un’indagine storica rapida e genericamente accettabile a quella che ormai è divenuta la più universale e pratica delle fonti di conoscenza: wikipedia. Non è certo questa una fonte indiscutibile, ma essendo wikipedia un’opera corale, è quella che più verosimilmente si sottrae al controllo di gruppi di potere, censure politiche e mistificazioni intenzionali delle informazioni. Di seguito si mostra cosa si legge nelle versioni straniere di wikipedia alla voce “Città di Napoli – storia” in merito all’Unità d’Italia.
Da Wikipedia in inglese: “…Dopo la Spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi, culminata nel controverso Assedio di Gaeta, Napoli entrò a far parte del Regno d’Italia nel 1861 […] Il Regno delle Due Sicilie era stato ricco e ben 443,2 milioni di ducati furono prelevati dalle banche del vecchio regno e versati al nuovo tesoro italiano. L’economia dell’area prima nota come Regno delle Due Sicilie declinò, portando a un’ondata di emigrazione senza precedenti, con circa 4 milioni di persone emigrate dall’area di Napoli tra il 1876 e il 1913. …”
Da Wikipedia in olandese: “…Sotto il dominio borbonico iniziò un periodo di fiorente industrializzazione. Nel 1860 terminò l’epoca borbonica. I garibaldini invasero e conquistarono il regno. Nell’ottobre del 1860, a seguito di un discutibile referendum, si confermò la fine del regno. Napoli non era più una capitale. Ingenti capitali furono spostati a nord e a seguito di ciò non furono più investiti nell’industria napoletana. Questo comportò il drastico arretramento dell’industria napoletana rispetto a quella del nord del paese e determinò un generale impoverimento della città. Stessa sorte interessò l’intero sud Italia. Da allora il triangolo Torino-Genova-Milano è stato e rimane il centro di gravità dell’economia italiana, rispetto al quale il sud del paese è considerato arretrato. La mafia napoletana e la camorra sono fenomeni che risalgono proprio a quel periodo e da allora, a causa dell’impoverimento della popolazione hanno preso il sopravvento. …”
Da Wikipedia in tedesco: “… Francesco II, ultimo sovrano borbonico, fuggì dalla città verso la fortezza di Gaeta, dove annunciò la sua resa il 13 febbraio del 1861, a seguito della quale fu dichiarato deposto. Tuttavia molti napolitani si identificarono solo in misura limitata nel nuovo stato italiano, il cui punto di partenza e centro di potere si trovava in Piemonte, in Italia settentrionale, per il sud terra straniera. In effetti molti dei progetti di sviluppo e misure di sostegno del nuovo governo furono creati ad esclusivo beneficio del nord del paese, mentre il sud Italia fu trascurato e pesantemente gravato economicamente da una politica fiscale sleale e dura. Le riforme necessarie al fine di eliminare i problemi sorti durante la dominazione borbonica (ad esempio una riforma agraria) non furono attuate, nemmeno con l’intervento dei grandi proprietari terrieri del sud. Il governo fallì nel compito di concordare internamente il paese. Nei primi decenni successivi alla fondazione del nuovo regno italiano il Nord prosperò economicamente e presto si fece strada tra le principali nazioni industrializzate d’Europa, il Sud invece rimase povero e agonizzante. […]. Il XX secolo cominciò con un programma di industrializzazione del sud, ma il progetto fallì a causa di scarsa pianificazione, mancanza di infrastrutture e distrazione di fondi verso fonti oscure. Si giunse così alla prima grande ondata di emigrazione verso il nord Italia, l’Argentina e soprattutto verso gli Stati Uniti. …”
Da Wikipedia in lingua vietnamita: “…Dopo un lungo periodo di recessione, seguito alla fondazione della nazione italiana avvenuta oltre 100 anni fa, la città [di Napoli] ha fatto grandi progressi nel riconquistare la sua reputazione di centro culturale. …”
Ulteriori significative versioni in altre lingue si rifanno grosso modo alle versioni su citate (la versione cinese è una traduzione del contenuto in inglese; la versione persiana traduce i contenuti di quella tedesca). La versione francese provvidenzialmente salta a piè pari il IXX secolo, passando dal ‘700 direttamente al 1943. La versione spagnola la omettiamo noi per correttezza, perché per ovvi motivi di casato gli iberici sono palesemente di parte borbonica.
Conclusione: il mondo intero racconta su wikipedia una storia un po’ diversa rispetto a quella raccontata in Italia. Tutte le versioni straniere più dettagliate del nostro Risorgimento presentano delle incongruenze con la versione nazionale, esprimono spesso dubbi sulla regolarità del referendum dell’ottobre 1860 e manifestano perplessità varie, allineandosi in più di un’occasione con le “incredibili” tesi meridionaliste. Unica eccezione: la versione di wikipedia in ungherese, una delle più ricche, che coincide in maniera puntuale con la versione italiana. E’ però d’obbligo sottolineare che una legione ungherese, guidata dal massone Istvàn Turr, combatté per i Savoia contro l’Austria e partecipò alla Spedizione dei Mille. Istvàn Turr fu amico di Garibaldi, generale dell’Esercito Meridionale e Governatore di Napoli, dove organizzò il controverso referendum dell’ottobre 1860, prima di diventare Aiutante di campo Onorario di Vittorio Emanuele.
Ognuno si faccia la sua idea.
Elina Tizzano per il Roma , 4 luglio 2019

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L’INSABBIAMENTO CULTURALE DELLA “QUESTIONE MERIDIONALE”

Posted by on Set 19, 2019

L’INSABBIAMENTO CULTURALE DELLA “QUESTIONE MERIDIONALE”

di CARLO COPPOLA

Molti storici in epoca moderna hanno fatto luce sugli eventi che hanno caratterizzato l’unità d’Italia dimostrando, con certezza, che la cultura di “regime” stese, dai primi anni dell’unità, un velo pietoso sulle vicende “risorgimentali” e sul loro reale evolversi.

Tutte le forme d’influenza sulla pubblica opinione furono messe in opera, per impedire che la sconfitta dei Borboni o la rivolta del popolo meridionale si colorasse di toni positivi.

Si cercò di rendere patetica e ridicola la figura di Francesco II – il “Franceschiello” della vulgata – arrivando alla volgarità di far fare dei fotomontaggi della Regina Maria Sofia in pose pornografiche, che furono spediti a tutti i governi d’Europa e a Francesco II stesso, il quale, figlio di una “santa” e allevato dai preti, con ogni probabilità non aveva mai visto sua moglie nuda nemmeno dal vivo.

Risultò, in seguito, che i fotomontaggi erano stati eseguiti da una coppia di fotografi di dubbia fama, tali Diotallevi, che confessarono di aver agito su commissione del Comitato Nazionale; la vicenda suscitò scalpore e, benché falsa, servì allo scopo di incrinare la reputazione dei due sovrani in esilio.

La memoria di Re Ferdinando II, padre di Francesco, fu infangata da accuse di brutalità e ferocia: gli fu scritto dal Gladstone – interessatamente – d’essere stato – lui cattolicissimo – “la negazione di Dio”.

Soprattutto si minimizzò l’entità della ribellione che infiammava tutto il l’ex Regno di Napoli, riducendolo a “volgare brigantaggio”, come si legge nei giornali dell’epoca (giornali, peraltro, pubblicati solo al nord in quanto la libertà di stampa fu abolita al sud fino al 31 dicembre 1865); nasce così la leggenda risorgimentale della “cattiveria” dei Borboni contrapposta alla “bontà” dei piemontesi e dei Savoia che riempirà le pagine dei libri scolastici.

Restano a chiarire le motivazioni che hanno indotto gli ambienti accademici del Regno d’Italia prima, del periodo fascista e della Repubblica poi, a mantenere fin quasi ai giorni nostri, una versione dei fatti così lontana dalla verità.

A mio parere le ragioni sono composite, ma riconducibili ad un concetto che il D’Azeglio enunciò nel secolo scorso “Abbiamo fatto l’Italia, adesso bisogna fare gli Italiani”, e possono essere esemplificate nel seguente modo:

a. Il mondo della cultura post-unitaria si adoperò per sradicare dalla coscienza e dalla memoria di quelle popolazioni che dovevano diventare italiane, il modo piratesco e cruentisissimo con il quale l’unità si ottenne, ammantando di leggende “l’eroico” operato dei Garibaldini (che sarebbero stati, nonostante tutto, schiacciati prima o poi dall’esercito borbonico), sminuendo il fatto che la reale conquista del meridione fu ottenuta, in realtà, dall’esercito piemontese, attraverso le vicende della guerra civile – nonostante la formale annessione al Regno di Piemonte – e tacendo, soprattutto, la circostanza che le popolazioni del sud, salvo una minoranza di latifondisti ed intellettuali, non avevano nessuna voglia di essere “liberate” e anzi reagirono violentemente contro coloro i quali, a ragione, erano considerati invasori.

Per contro si diede della deposta monarchia borbone un’immagine traviata e distorta, e del ‘700 e ‘800 napoletano la visione, bugiarda, di un periodo sinistro d’oppressione e miseria dal quale le genti del sud si emanciperanno, finalmente, con l’unità, liberate dai garibaldini e dai piemontesi dalla schiavitù dello “straniero”.

b. . Il Ministero della Pubblica Istruzione e della cultura popolare del periodo fascista, proteso com’era al perseguimento di valori nazionalistici e legato a filo doppio alla dinastia Savoia, non ebbe, per ovvi motivi, nessuna voglia di tipo “revisionista”, riconducendo anzi l’origine della nazione al periodo romano e saltando a piè pari un millennio di storia meridionale. Il governo fascista ebbe l’indiscutibile merito di cercare di innescare un meccanismo di recupero economico della realtà meridionale, ma da un punto di vista storico insabbiò ancor di più la questione meridionale, ritenendola inutile e dannosa nell’impianto culturale del regime.

c. La Repubblica Italiana, nel dopoguerra, mantenne intatto, in sostanza, l’impianto di pubblica istruzione del periodo fascista.

La nazione emergeva, non bisogna dimenticarlo, da una guerra civile, nella quale le fazioni in lotta avevano, con la Repubblica di Salò, diviso in due l’Italia, il movimento indipendentista siciliano era in piena agitazione (erano gli anni delle imprese di Salvatore Giuliano), non era certamente il momento di sollevare dubbi sulla veridicità della storia risorgimentale e alimentare così tesi separatiste.

Si è arrivati in questo modo ai giorni nostri, dove ancora adesso, in molti libri scolastici, la storia d’Italia e del meridione in particolare è vergognosamente mistificata.

In campo economico la visione che si dette del Regno delle due Sicilie fu, se possibile, ancora più lontana dalla realtà effettuale.

Il Sud borbonico, come ci riporta Nicola Zitara era: “Un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l’estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il piú avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento d’industrie, le quali, erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene ancora non perfette e con una capacità di proiettarsi sul mercato internazionale limitata, come, d’altra parte, tutta l’industria italiana del tempo (e dei successivi cento anni). (…)

Il Paese era pago di sé, alieno da ogni forma di espansionismo territoriale e coloniale. La sua evoluzione economica era lenta, ma sicura. Chi reggeva lo Stato era contrario alle scommesse politiche e preferiva misurare la crescita in relazione all’occupazione delle classi popolari. Nel sistema napoletano, la borghesia degli affari non era la classe egemone, a cui gli interessi generali erano ottusamente sacrificati, come nel Regno sardo, ma era una classe al servizio dell’economia nazionale”.

In realtà il problema centrale dell’intera vicenda è che nel 1860 l’Italia si fece, ma si fece malissimo. Al di là delle orribili stragi che l’unità apportò, le genti del Sud patiscono ancora ed in maniera evidentissima i guasti di un processo di unificazione politica dell’Italia che fu attuato senza tenere in minimo conto le diversità, le esigenze economiche e le aspirazioni delle popolazioni che venivano aggregate.

La formula del “piemontismo”, vale a dire della mera e pedissequa estensione degli ordinamenti giuridici ed economici del Regno di Piemonte all’intero territorio italiano, che fu adottata dal governo, e i provvedimenti “rapina” che si fecero ai danni dell’erario del Regno di Napoli, determinarono un’immediata e disastrosa crisi del sistema sociale ed economico nei territori dell’ex Regno di Napoli e il suo irreversibile collasso.

D’altronde le motivazioni politiche che avevano portato all’unità erano – come sempre accade – in subordine rispetto a quelle economiche.
Se si parte dall’assunto, ampiamente dimostrato, che lo stato finanziario del meridione era ben solido nel 1860, si comprendono meglio i meccanismi che hanno innescato la sua rovina.

Nel quadro della politica liberista impostata da Cavour, il paese meridionale, con i suoi quasi nove milioni di abitanti, con il suo notevole risparmio, con le sue entrate in valuta estera, appariva un boccone prelibato.

L’abnorme debito pubblico dello stato piemontese procurato dalla politica bellicosa ed espansionista del Cavour (tre guerre in dieci anni!) doveva essere risanato e la bramosia della classe borghese piemontese per la quale le guerre si erano fatte (e alla quale il Cavour stesso apparteneva a pieno titolo) doveva essere, in qualche modo, soddisfatta.

Descrivere vicende economiche e legate al mondo delle banche e della finanza, può risultare al lettore, me ne rendo conto, noioso, ma non è possibile comprendere alcune vicende se ne conoscono le intime implicazioni.

Lo stato sabaudo si era dotato di un sistema monetario che prevedeva l’emissione di carta moneta mentre il sistema borbonico emetteva solo monete d’oro e d’argento insieme alle cosiddette “fedi di credito” e alle “polizze notate” alle quali però corrispondeva l’esatto controvalore in oro versato nelle casse del Banco delle Due Sicilie.

Il problema piemontese consisteva nel mancato rispetto della “convertibilità” della propria moneta, vale a dire che per ogni lira di carta piemontese non corrispondeva un equivalente valore in oro versato presso l’istituto bancario emittente, ciò dovuto alla folle politica di spesa per gli armamenti dello stato.

In parole povere la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura (una moneta borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d’oro o d’argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale).

Quindi cita ancora lo Zitara: “Senza il saccheggio del risparmio storico del paese borbonico, l’Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla stessa risorsa faceva assegnamento la Banca Nazionale degli Stati Sardi.

La montagna di denaro circolante al Sud avrebbe fornito cinquecento milioni di monete d’oro e d’argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la banca d’emissione sarda – che in quel momento ne aveva soltanto per cento milioni – avrebbe potuto costruire un castello di cartamoneta bancaria alto tre miliardi.

Come il Diavolo, Bombrini, Bastogi e Balduino (titolari e fondatori della banca, che sarebbe poi divenuta Banca d’Italia) non tessevano e non filavano, eppure avevano messo su bottega per vendere lana. Insomma, per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l’unica risposta a portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s’erano messi”.

A seguito dell’occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete per trasformarle in carta moneta così come previsto dall’ordinamento piemontese, poiché in tal modo i banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e avrebbero potuto controllare tutto il mercato finanziario italiano (benché ai due banchi fu consentito di emettere carta moneta ancora per qualche anno). Quell’oro, invece, attraverso apposite manovre passò nelle casse piemontesi.

Tuttavia nella riserva della nuova Banca d’Italia, non risultò esserci tutto l’oro incamerato (si vedano a proposito gli Atti Parlamentari dell’epoca).

Evidentemente parte di questo aveva preso altre vie, che per la maggior parte furono quelle della costituzione e finanziamento di imprese al nord operato da nuove banche del nord che avrebbero investito al nord, ma con gli enormi capitali rastrellati al sud.

Ancora adesso, a ben vedere, il sistema creditizio del meridione risente dell’impostazione che allora si diede. Gli istituti di credito adottano ancora oggi politiche ben diverse fra il nord ed il sud, effettuando la raccolta del risparmio nel meridione e gli investimenti nel settentrione.

Il colpo di grazia all’economia del sud fu dato sommando il debito pubblico piemontese, enorme nel 1859 (lo stato più indebitato d’Europa), all’irrilevante debito pubblico del Regno delle due Sicilie, dotato di un sistema di finanza pubblica che forse rigidamente poco investiva, ma che pochissimo prelevava dalle tasche dei propri sudditi. Il risultato fu che le popolazioni e le imprese del Sud, dovettero sopportare una pressione fiscale enorme, sia per pagare i debiti contratti dal governo Savoia nel periodo preunitario (anche quelli per comprare quei cannoni a canna rigata che permisero la vittoria sull’esercito borbonico), sia i debiti che il governo italiano contrarrà a seguire: esso in una folle corsa all”armamento, caratterizzato da scandali e corruzione, diventò, con i suoi titoli di stato, lo zimbello delle piazze economiche d’Europa.

Scrive ancora lo storico Zitara: “La retorica unitaria, che coprì interessi particolari, non deve trarre in inganno. Le scelte innovative adottate da Cavour, quando furono imposte all’intera Italia, si erano già rivelate fallimentari in Piemonte. A voler insistere su quella strada fu il cinismo politico di Cavour e dei suoi successori, l’uno e gli altri più uomini di banca che veri patrioti. Una modificazione di rotta sarebbe equivalsa a un’autosconfessione. Quando, alle fine, quelle “innovazioni”, vennero imposte anche al Sud, ebbero la funzione di un cappio al collo.

Bastò qualche mese perché le articolazioni manifatturiere del paese, che non avevano bisogno di ulteriori allargamenti di mercato per ben funzionare, venissero soffocate.

L’agricoltura, che alimentava il commercio estero, una volta liberata dei vincoli che i Borbone imponevano all’esportazione delle derrate di largo consumo popolare, registrò una crescita smodata e incontrollabile e ci vollero ben venti anni perché i governi sabaudi arrivassero a prostrarla. Da subito, lo Stato unitario fu il peggior nemico che il Sud avesse mai avuto; peggio degli angioini, degli aragonesi, degli spagnoli, degli austriaci, dei francesi, sia i rivoluzionari che gli imperiali”.

Per contro una politica di sviluppo, fra mille errori e disastri economici epocali (basti pensare al fallimento della Banca Romana, principale finanziatrice dello stato unitario o allo
scandalo Bastogi per l’assegnazione delle commesse ferroviarie), fu attuata solo al Nord mentre il Sud finì per pagare sia le spese della guerra d’annessione, sia i costi divenuti astronomici dell’ammodernamento del settentrione.

Il governo di Torino adottò nei confronti dell’ex Regno di Napoli una politica di mero sfruttamento di tipo “colonialista” tanto da far esclamare al deputato Francesco Noto nella seduta parlamentare del 20 novembre 1861:

“Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra come conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perú e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala”.

La politica dissennatamente liberistica del governo unitario portò, peraltro, la neonata e debolissima economia dell’Italia unita a un crack finanziario.

Le grandi società d’affari francesi ed inglesi fecero invece, attraverso i loro mediatori piemontesi, affari d’oro.

Nel 1866, nonostante il considerevole apporto aureo delle banche del sud, la moneta italiana fu costretta al “corso forzoso” cioè fu considerata dalle piazze finanziarie inconvertibile in oro. Segno inequivocabile di uno stato delle finanze disastroso e di un’inflazione stellare. I titoli di stato italiani arrivarono a valere due terzi del valore nominale, quando quelli emessi dal governo borbonico avevano un rendimento medio del 18%.

Ci vorranno molti decenni perché l’Italia postunitaria, dal punto di vista economico, possa riconquistare una qualche credibilità.

L’odierna arretratezza economica del Meridione è figlia di quelle scelte scellerate e di almeno un cinquantennio di politica economica dissennata e assolutamente dimentica dell’ex Regno di Napoli da parte dello stato unitario.

Si dovrà aspettare il periodo fascista per vedere intrapresa una qualche politica di sviluppo del Meridione con un intervento strutturale sul suo territorio attraverso la costruzione di strade, scuole, acquedotti (quello pugliese su tutti), distillerie ed opifici, la ripresa di una politica di bonifica dei fondi agricoli, il completamento di alcune linee ferroviarie come la Foggia-Capo di Leuca, – iniziata da Ferdinando II di Borbone, dimenticata dai governi sabaudi e finalmente terminata da quello fascista.

Ma il danni e i disastri erano già fatti: una vera economia nel sud non esisteva più e le sue forze più giovani e migliori erano emigrate all’estero.

Nonostante gli interventi negli anni ’50 del XX secolo con il piano Marshall (peraltro con nuove sperequazioni tra nord e sud), ’60 e ’70 con la Cassa per il Mezzogiorno e l’aiuto economico dell’Unione Europea ai giorni nostri, il divario che separa il Sud dal resto d’Italia è ancora notevole.

La popolazione dell’ex Regno di Napoli, falcidiata dagli eccidi del periodo del “brigantaggio”, stremata da anni di guerra, di devastazioni e nefandezze d’ogni genere, per sopravvivere, darà vita alla grandiosa emigrazione transoceanica degli ultimi decenni dell”800, che continuerà, con una breve inversione di tendenza nel periodo fascista e una diversificazione delle mete che diventeranno il Belgio, la Germania, la Svizzera, fin quasi ai giorni nostri.

Il Sud pagherà, ancora una volta, con il flusso finanziario generato dal lavoro e dal sacrificio degli emigranti meridionali, lo sviluppo dell’Italia industriale.

Ritengo, in conclusione, che sia un diritto delle gente meridionale riappropriarsi di quel pezzo di storia patria che dopo il 1860 le fu strappato e un dovere del corpo insegnanti dello stato favorire un’analisi storica più oggettiva di quei fatti che tanto peso hanno avuto ed hanno ancora nello sviluppo sociale del Paese, anche attraverso una scelta dei testi scolastici più oculata ed imparziale.

La guerra fra il nord ed il sud d’Italia non si combatte più sui campi di battaglia del Volturno, del Garigliano, sugli spalti di Gaeta o nelle campagne infestate dai “briganti”, ma non per questo è meno viva; continua ancora oggi sul terreno di una cultura storica retriva e bugiarda che, alimentando una visione del sud “geneticamente” arretrato, produce un’ulteriore frattura tra due “etnie” che non si sono amate mai.

Il dibattito ancora aperto e vivace sull’ipotesi di una Italia federalista, i toni accesi del Partito della Lega Nord, una certa avversione, subdola ma reale, tra la gente del nord e quella del sud, nonostante il “rimescolamento” dovuto all’emigrazione interna, testimoniano quanto queste problematiche, nate nel 1860, siano ancora attualissime.

Oggi l’unità dello stato, in un periodo dove il progresso passa attraverso enti politico-economici sopranazionali come la Comunità Europea, è certamente un valore da salvaguardare, ma al meridione è dovuta una politica ed una attenzione particolari, una politica legata ai suoi effettivi interessi, che valorizzi le sue enormi risorse e assecondi le sue vocazioni, a parziale indennizzo dei disastri e delle ingiustizie che l’unità vi ha apportato.

L’enorme numero di morti che costò l’annessione, i 23 milioni di emigrati dal meridione dell’ultimo secolo, che hanno sommamente contribuito, a costo di immani sforzi, alla realizzazione di un’Italia moderna e vivibile, meritano quel concreto riconoscimento e quel rispetto che per 140 anni lo Stato, attraverso una cultura storica mendace, gli ha negato e che oggi gli eredi della Nazione Napoletana reclamano.

di CARLO COPPOLA
“Controstoria dell’Unità d’Italia”
M.C.E. Editore

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