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Appunti sul Risorgimento /2

Posted by on Giu 12, 2019

Appunti sul Risorgimento /2

Lo storico de La Civiltà Cattolica (quad. 3848), padre Sale, rivisita le ragioni che spiegano la drastica opposizione al Risorgimento del beato Papa Pio IX.

Secondo il giovane studioso della Compagnia, tre sarebbero in sostanza tali ragioni: a) il mantenimento di uno “scudo” per la Cattedra di San Pietro; b) i giuramenti, non meglio specificati, che lo obbligavano a non cedere mai ad alcuno i propri domini territoriali; e c) il desiderio di scongiurare la “ruina delle anime” dei propri sudditi esponendoli a un regime nuovo che […] ne insidierebbe la fede e ne corromperebbe i costumi”. Tutte ragioni valide, secondo padre Sale, ma l’accanimento nel perseguirle sarebbe dovuto solo alla limitata ottica ecclesiale ottocentesca di Papa Mastai, di un secolo cioè di cui egli era pienamente figlio.

La ricostruzione in sé pare buona. Solo che i commenti e le spiegazioni che lo studioso adduce non convincono del tutto.

In primis, e come impressione di fondo, ridurre lo scontro fra Chiesa e Risorgimento a una persona e alla sua personalità pare quanto meno inadeguato e fuorviante. La politica della Santa sede verso i governi e i movimenti politici del secolo XIX era sì influenzata dalla personalità del suo massimo attore, cioè il pontefice del tempo, ma le sue linee iniziano e continuano oltre il pontificato di Pio IX e vanno calate cronologicamente, geograficamente e dottrinalmente in un contesto meno personalizzato e più ampio. La denuncia della Rivoluzione politica e sociale, e della Rivoluzione italiana in particolare, risaliva a Pio VI, e nell’Ottocento le condanne delle dottrine liberali e delle sette gnostiche e comuniste erano già fioccate numerose. Ricordo fra l’altro che il pontificato di Pio IX coincide con la travolgente diffusione del cattolicesimo nell’America settentrionale e con un enorme sviluppo delle missioni ad gentes oltremare. Lo Stato pontificio era in questa prospettiva uno spazio di retrovia del tutto indispensabile, dove poter ospitare e formare generazioni di apostoli. Infine, le ragioni dottrinali della resistenza al liberalismo e al socialismo e a ogni altra dottrina della modernità declinata in chiave “eversiva” di lì a poco sarebbero state magistralmente e nitidamente riassunte in quel Sillabo, che sarebbe rimasto per decenni come pietra d’inciampo per ogni dialogo con le ideologie moderne.

Dunque, la questione va al di là di Pio IX e, per la verità, anche di Camillo di Cavour, dal momento che costui, benché geniale, non era un demiurgo, ma l’espressione di un ambiente e di una mentalità.

Scendendo un po’ più in dettaglio, padre Sale coglie bene – riporta a riguardo un brano di evidenza solare di Papa Mastai Ferretti – che il problema del potere temporale era legato all’altro, nevralgico, della libertas Ecclesiae. E concordo con lui quando sostiene che Cavour era mosso solo dagl’interessi politici del suo re e dal suo discreto credo liberale (aggiungo io). Però, non si capisce – proprio letteralmente, dalle parole di padre Sale – che cosa avrebbe dovuto fare il Papa, dal momento che la sua politica […] non teneva presente” che le condizioni storiche da un secolo […] erano notevolmente cambiate”, e che molti Stati coevi erano giurisdizionalisti e secolarizzati.

Riguardo al secondo punto, lo storico gesuita cita correttamente e fedelmente la frase del Papa in una lettera a Vittorio Emanuele II, in cui afferma che “Mi veggo obbligato a dichiarare […] di non poter cedere le Legazioni senza violare solenni giuramenti verso i quali mi sono obbligato al momenti dell’elezione nel 1846″. Così pure il passo in cui Pio IX sostiene che “la dignità e i diritti di questa Santa Sede non sono i diritti di una dinastia, ma bensì [sic] diritti di tutti i cattolici”. E, infine, dà risalto – benché aleggi una lata accusa di ondivago legittimismo – al monito che il Papa formulerà ai sovrani cattolici in trono, di non indebolire i diritti dei sovrani italiani esposti al rischio della deposizione per ragioni politiche e ideologiche arbitrarie, perché tali diritti simul stabunt, simul cadent. Qui lo studioso della Compagnia perde l’occasione forse più ghiotta per sviluppare un’argomentazione forte a sostegno delle ragioni della Santa Sede. Infatti, è proprio il secondo argomento che viene di solito trascurato, ma che i polemisti cattolici di quegli anni — per esempio, padre Sale avrebbe forse potuto trovare nella biblioteca dell’ordine ignaziano traccia dei molti volumi di monsignor Mario Felice Peraldi (1789-1863) sull’inviolabilità dei diritti legati agli Stati del Papa — hanno ben presente. E cioè che le sovranità confluite sotto l’autorità del Pontefice romano e i beni materiali del Patrimonio di San Pietro non sono stati prodotti o acquistati dalla Santa Sede, bensì ereditati da soggetti pubblici e privati che se ne sono spogliati per metterli al servizio di una finalità, che coincide con la missione della Chiesa, cioè il culto, l’evangelizzazione e la carità. E il trade di allora, il do ut des, l’impegno che prendeva chi ereditava, era di svolgere meglio con i beni ricevuti quei compiti, obbligandovisi sia de iure, sia moralmente. Era una questione di parola data, di pacta servanda.

E la conquista sabauda imponeva, quindi, a Roma di rinunciare alla parola data. La Chiesa non poteva però prestarsi più o meno volontariamente a tale negazione che, per di più, avrebbe ridotto quel più ampio respiro delle tre funzioni evocate. So che è un problema poco illuminato, ma l’esistenza di uno Stato della Santa Sede anche ai nostri giorni testimonia che quello dello Stato sovrano – benché minuscolo – è ancora la forma con cui il Vicario di Cristo crede, al di là delle mille guarentigie degli Stati secolarizzati moderni, che si difenda la libertas Ecclesiae. Ovviamente, per quanto concerne i beni materiali espropriati, l’indennizzo del 1929 ha potuto sanare solo in parte l’ingiustizia perpetrata dai risorgimentali.

L’ultima tesi, quella della “ruina delle anime”: “Questo rovescio di principii — scrive Pio IX — , questa studiata perdita del senso morale e del retto giudizio è quello che affligge il mio cuore più assai della perdita dello Stato della Chiesa” (1861). È una confessione che può far sorridere persone come noi che vivono dalla nascita immerse in un contesto machiavelliano, di politica amorale, drammaticamente peggiore di quello denunciato dal Papa. Però, non basta dire, come fa padre Sale, che si trattò di un allarme ingiustificato solo perché le statistiche rivelano che la fede, l’organizzazione e l’anima religiosa degl’italiani rimasero immutati anche dopo il 1861-1870. Se così fu, si trattò del persistere di una antica e profonda piantagione che non poteva essere sradicata tout court. Ma se si estende lo sguardo al di là dell’immediato, ci si accorge come la preoccupazione che affliggeva il cuore del beato pontefice era ben fondata: oggi si viene riscoprendo la profeticità del Sillabo perché si vedono le dottrine allora condannate in re, allo stato puro, e se ne vedono i frutti tragici e infecondi. In specifico, pronosticare che un habitat aperto, ma reso ostile dal prevalere delle forze materiali più potenti, ovvero quelle anticattoliche, quelle che in nome di valori in sé buoni perseguono in ultima istanza davvero la “ruina delle anime” – proviamo a pensare a qualche sabato sera in una qualunque discoteca del Paese oppure pensiamo alla ricaduta sociale di leggi come il divorzio e come la disciplina abortista o alla diffusione degli anticoncenzionali abortivi e non, tutte realtà “figlie” e “nipoti” di quella temperie spirituale che il santo pontefice vedeva far capolino all’orizzonte – è solo saggezza applicata e un insegnamento di cui far tesoro.

Dunque, giudicare la bontà o la invalidità di un atteggiamento storico – ma anche un gesto di uomo di fede del pastore supremo della religione che lo accomuna a padre Sale, al suo ordine e a chi scrive – solo sul breve periodo pare quanto meno improprio e riduttivo. E addurre esempi di Stati costituzionali a forte presenza cattolica, per svalutare la preoccupazione di Pio IX, non basta. Andiamo a vedere che cosa è rimasto di cattolico in Paesi come il Belgio e la Francia! Se i marchigiani e gli umbri e poi i laziali fossero rimasti sudditi del Papa, sarebbero stati ipso facto preservati dalle patologie della modernità? Sicuramente no: troppo forte ne era e ne è la pressione. Certo lo Stato “orientato” di suo non basta. Però, una delle funzioni dell’autorità politica è proprio di contribuire a realizzare il bene comune materiale e spirituale dei cittadini. E probabilmente un contesto pubblico un po’ meno permissivo avrebbe attenuato l’impatto della modernità novecentesca, che porterà con sé eventi tragici e sanguinosi, su di loro… E, per favore, non mi si tiri fuori, come ormai d’obbligo, l’”arma impropria” della discriminazione legale degli ebrei, uno di quei punti in cui l’accettazione della modernità — nel suo aspetto migliore e fisiologico, quello che la Chiesa ha sempre praticato e praticherà — avrebbe dovuto agire fin dai tempi di Papa Pio IX… Ma che lo storico può e deve comprendere fosse ancora in essere in un contesto dominato ancora dalla “teologia della sostituzione” e in cui, nel cuore della cristianità, la difesa dell’identità religiosa cristiana contro il giudaismo era una preoccupazione di primo piano.

Oscar Sanguinetti

fonte http://www.identitanazionale.it/riso_3008.php

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