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Augusto Marinelli risponde sulla vicenda Garibaldi scafista dei Cinesi

Posted by on Mag 2, 2017

Augusto Marinelli risponde sulla vicenda Garibaldi scafista dei Cinesi

Che siamo un gruppo non neutrale credo lo si è capito come si è capito che accogliamo anche chi ha una visione diversa dalla nostra e di seguito pubblichiamo  due interventi del sig. Augusto Marinelli, il primo lasciato nei commenti mentre il secondo privatamente, a seguito dell’articolo “Garibaldi scafista dei Cinesi”

Con fiuto da investigatore, l’articolista scopre particolari nascosti addirittura nella biografia di Garibaldi scritta da Garibaldi. Garibaldi fu dunque uno schiavista, commerciante di cinesi: lo confidò una volta (a chi Coppola, che alle citazioni è allergico, non dice: ma è un’annotazione di Jack La Bolina, alias A. V. Vecchi, La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi, Bologna, Zanichelli, 1882, p. 97) l’armatore Pietro De Negri, proprietario della nave usata per questo traffico. Garibaldi avrebbe dunque strappato a forza dei cinesi dai loro villaggi, li avrebbe trasportati a Canton, incatenati sulla nave – che schiavista sarebbe altrimenti? – e infine consegnati al De Negri, dopo un viaggio tremendo, “tutti grassi e in buona salute”. E li avrebbe consegnati “sempre”, dice De Negri, avverbio che lascia intendere una molteplicità di viaggi che sommano, secondo quanto dice lo stesso articolo, addirittura ad uno: numero che, a rigor di logica, col “sempre” fa un po’ a pugni. Ma non vorremo smontare una acuta investigazione per qualche incongruenza grammaticale, no ? È vero che gli storici hanno dimostrato falsa questa affermazione sulla base della documentazione disponibile, come il manifesto di carico della “Carmen” dal quale risulta che di schiavi a bordo proprio non ce n’erano: ma, come è noto, sono tutti loschi figuri prezzolati dalla Massoneria, e forse da Garibaldi in persona. Comunque, se proprio qualcuno volesse informazioni sull’argomento, le cerchi in un saggio di Francesco Capece Galeotta, Il “secondo esilio” di Giuseppe Garibaldi, apparso sulla rivista storica Mediterranea, anno V, dicembre 2008, e segnatamente alle pp. 663-664, con l’indicazione di fonti e bibliografia. La si trova on line e dunque non costa nessuna fatica. P.S. Il giornalista di “Repubblica” si chiama Rampoldi, non “Rampolli” e a leggerlo non pare affatto che creda alla storiella dello schiavista, e che Denegri “non si stancasse di ripetere” è una graziosa aggiunta dell’investigatore.

 

Gentile signor Saltarelli,

molte grazie per la sua cortesia. Personalmente sono convinto che l’agiografia risorgimentale sia ormai estinta da lunghissimo tempo, e ricordo che articoli che rivalutavano taluni aspetti del governo borbonico uscirono proprio sulla Rassegna storica del Risorgimento già negli anni Trenta. Trovo però insopportabile che si spaccino per clamorose scoperte notizie attinte dalla pubblicistica anti-garibaldina e clericale del XIX secolo, senza tenere conto di quanto la storiografia va accertando, e senza indicare le fonti alle quali si attinge o, peggio, manipolandole. Proprio a seguito dell’articolo di Rampoldi che comunque si esprimeva in termini quanto meno dubitativi, Philip Cowie , storico australiano, pubblicò sulla “Rassegna storica del Risorgimento”, anno LXXXV, fasc. III, luglio settembre 1998, pp. 389-397, un articolo che precisava i termini della questione e pubblicava il manifesto del carico della “Carmen”. Scusi la lunghezza di questa risposta e ancora grazie per la sua disponibilità.

Augusto Marinelli

 

 

Gentilissimo signor Saltarelli,

la cortesia delle sue parole – che sento dettate dal sempre lodevole “amore del natio loco” del quale già parlava Benedetto Croce – mi induce a chiarire la mia posizione in breve: poi non la disturberò oltre. Lei scrive che “siamo solo agli inizi del revisionismo”: ma che l’unità d’Italia sia stata fatta male, lo si è sempre detto, si è cominciato a discuterne nel 1861 e non si è mai smesso. Che per il Sud l’unificazione sia stata particolarmente traumatica, che la grande speranza sollevata da Garibaldi fra i contadini sia stata delusa, che il brigantaggio abbia anche espresso un malessere profondo del mondo contadino e abbia dato origine a una vera guerra civile, che la repressione del brigantaggio da parte dell’esercito italiano sia stata feroce, tutte queste cose si sono sempre sapute e discusse. Il dibattito sul ruolo e sulla politica della dinastia borbonica, poi, è antichissimo: per fare un solo esempio, nel 1917 (!) Giuseppe Paladino rivendicava sulla “Rassegna storica del Risorgimento”, proprio la rivista “ufficiale” della storiografia risorgimentale, a Ferdinando II il merito di aver tentato la via dell’unificazione nazionale attraverso una lega e rimproverava a Carlo Alberto di aver fatto fallire il progetto per ambizione ed egoismo particolaristico. Gli studi di Domenico Demarco sulla struttura economico-sociale del Regno delle Due Sicilie furono raccolti in volume nel 1960, ma erano già comparsi anni prima sulla stessa rivista; Il libro di Franco Molfese sul brigantaggio post-unitario è del 1964, tutti risalgono cioè a due generazioni fa.

Io credo che la storia dell’Italia meridionale cominci ben prima della dinastia borbonica e continui dopo la sua caduta: perché lei vorrebbe rinunciare a personaggi come Armando Diaz, napoletano e nato nel 1861, o dimenticare pagine epiche della storia italiana come le quattro giornate di Napoli delle quali mi auguro sia orgoglioso?

Il mio modesto suggerimento a tutti è di lasciar da parte invettive, pettegolezzi e toni fuori registro – che danneggiano la credibilità non solo di chi li usa ma anche di chi in buona fede li ospita – e tornare alla ricerca storica, che nessuno ha mai abbandonato.

Con molta stima e simpatia,

Augusto Marinelli

 

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