Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Automobili, a Milano ci sono 338mila auto senza assicurazione A Milano 338mila auto senza assicurazione, altre 314mila senza revisione

Posted by on Apr 22, 2019

Automobili, a Milano ci sono 338mila auto senza assicurazione A Milano 338mila auto senza assicurazione, altre 314mila senza revisione

I dati sono stati pubblicati da Palazzo Marino sul portale OpenData I milanesi preferiscono le auto a benzina: sono il 58%, del totale, mentre il 33% ha un motore diesel. Decisamente meno quelle a Benzina-Gpl, il 3,9%. Poche quelle ibride: tutte le altre categorie, infatti, si attestano tra l’1 e lo 0%. I numeri emergono dal portale OpenData del comune di Milano che nella giornata di venerdì 22 marzo si è arricchito con due nuovi dataset relativi alla mobilità in città e riguardanti le patenti di guida. I dati Automobili a Milano: i numeri

Le auto dei Milanesi sono 1.036.480. Di queste il 67,3% è in regola con l’assicurazione (oltre 697mila veicoli), il 32,7% invece no (circa 338mila veicoli), mentre il 69,6% ha effettuato la revisione (721mila veicoli), contro il 30,4% (oltre 314mila) che risulta non in regola.

Il dato, precisa Palazzo Marino, è stato estratto dall’archivio nazionale dei veicoli gestito dalla Motorizzazione e aggiornato al 31 ottobre 2017.

Patenti a Milano: le statistiche

Su un totale di 744.526 patenti, per l’88,9% si tratta di patenti italiane, mentre per il restante 11,1% di patenti straniere. I patentati di sesso maschile — si legge nei dati di Palazzo Marino — sono il 56,5%, contro il 43,4% di patentati di sesso femminile. I patentati con 30 punti sono 374.505, il 50,3% del totale.

I dati — chiarisce il comune — sono aggiornati al 26 maggio 2017 e provengono dall’archivio nazionale abilitati alla guida su strada, gestito dalla Motorizzazione.

fonte https://www.milanotoday.it/green/mobilita/auto-senza-assicurazione.html?fbclid=IwAR2iUNOlrfau2G62ltdY05Uox5ZSqMHVxfwiKi4TeGNLyf3eMCweVRiPO-g

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Natale di Roma (753 a.C.-2019 d.C.), l’intramontabile idea della città eterna non è un incidente del Ventennio

Posted by on Apr 22, 2019

Natale di Roma (753 a.C.-2019 d.C.), l’intramontabile idea della città eterna non è un incidente del Ventennio

L’oracolo di Delfi, assicurava Platone, «siede sull’ombelico della terra». Ma poi sarebbe arrivata l’Urbe. Con l’avvento di Roma, i centri classici andarono scomparendo, lasciando progressivamente spazio a quello che diventerà, nell’immaginario di tutti, l’unico umbilicus mundi. Ecco, nel dna di Roma c’è anzitutto l’idea di centralità. Tito Livio la definiva «caput orbis terrarum», e Niccolò Machiavelli – proprio nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio – avrebbe indicato il modello della storia di Roma come il solo, nell’Italia del ‘500 che non riusciva ad essere Italia, capace di debellare ogni decadenza.

In quanto teneva a bada la religione, usandola come strumento di potere, e si fondava sul nesso tra armi e giustizia, tra buoni eserciti e buone leggi e così metteva ordine nel caos. 
Nel codice genetico la centralità è scritta tre volte: capitale dell’impero romano, capitale della cristianità, capitale della Stato unitario. Ma la pragmatica vocazione originaria del «res, non verba!» (anche traducibile così: poche lagne e poche preghiere), la tensione a non starsene quieta, l’ambizione di posizionarsi all’avanguardia del mondo che ha dominato attraverso il diritto e in generale il coraggio di farsi, come voleva Mazzini («Roma sogno de’ miei giovani anni, idea-madre nel concetto della mente,

religione dell’anima») centro propulsore di una missione della rigenerata nazione italiana e dell’Europa dei popoli hanno avuto naturalmente i loro rovesci e hanno trovato nella Chiesa un agente demolitore di questo dna. Come se le due dimensioni trascendenti e contraddittorie – Cesare e Dio, la spada e la croce, il potere politico e l’autorità religiosa, la terra e il cielo – dovessero risolversi a tutto svantaggio della prima. 

palazzi, voi sarete costretti a cercare dei palazzi, ma tutti saranno più bassi del Vaticano, alzato da secoli con quella leva possente sopra tutte, che è la religione». E invece, la costruzione dello Stato laico ha superato il potere pre-esistente. Se la bellezza di Roma deve moltissimo ai papi e alle famiglie cardinalizie, alla loro industria della gloria rappresentata dalla cupola di Bramante e Michelangelo o dal colonnato di Bernini, alla straordinaria capacità di inglobare i pezzi della città antica assemblandoli negli edifici barocchi e salvandoli così dallo sfascio e dall’oblio, è anche vero che la tradizione cattolica ha agito da zavorra.

Forse aveva ragione Cristina di Svezia: «Il sacco dei bigotti è il peggiore che Roma abbia mai avuto». La Roma oscurantista ha bruciato, sull’altare del potere religioso, le menti migliori: Giordano Bruno trovò il rogo e Tommaso Campanella, per evitarlo, fu costretto a fingersi pazzo in carcere, per 27 anni. Nel tentata demolizione del dna di Roma, comprensivo della coscienza laica nel senso migliore del termine e di una forte tensione all’eccellenza creativa, la cristianità dopo l’impero ha sostituito il diritto con la fede (pur salvando nel diritto ecclesiastico l’impronta di quello romano) e così la Chiesa ha costruito una contro-idea di Roma. Opposta alla ragion pratica, che è un carattere di questa civiltà da non considerare banalmente materialista (anzi è anti-immobilista e innovatore) e di cui parla per esempio lo scrittore francese Michel Onfray nella “Saggezza” di Roma, cosi s’intitola il suo recente libro: «Atene ama le idee e i concetti metafisici, l’Urbe invece ama le cose e la realtà. I romani hanno sempre preferito una saggezza pratica e incarnata nell’azione, una prassi esistenziale». 

quanti ritardi, quanti sforzi per superare l’ostracismo ideologico-clericale e per non farsi annichilire da chi, facendosi forte di secoli di dominio papalino, lanciava anatemi come questo di un senatore toscano, Gino Capponi, alla vigilia del trasferimento della capitale da Firenze a Roma nel 1870: «Nella città dei Il non perdere – a dispetto dell’influenza cattolica e di ogni altro ostacolo – il filo ideale della continuità con la propria storia, il non dimenticare il brodo di coltura, il non sconnettersi mai dai miti della fondazione e dalla consapevolezza della propria missione civilizzatrice: ecco, si potrebbe dire che Roma in hoc signo vinces! E il segno di Roma, città mito che crea miti, archetipo di ogni forma di potere che aspira a una visione larga e partecipata, è quello che volle avere Carlo Magno, quando nell’anno 800 si fece incoronare sacro romano imperatore. Ai contemporanei, così come agli storici, egli è apparso come l’ennesima riprova, nel suo omaggio a Roma, che la communis patria omnium non può che essere questa. Non è stato così anche per Napoleone? 

Roma con “il soldato venuto dal nulla”, così chiamavano Oltretevere il Bonaparte, è ridiventata capitale ed è stata precipitata nella modernità. I riti, le celebrazioni pubbliche, i fasti dell’impero napoleonico si sostituiscono alle liturgie cattoliche, sulle ali di una coscienza illuministica che Roma stenta ad accettare (vent’anni dopo Giuseppe Gioachino Belli così ricorderà il dominio dell’ “invasore”: «E ssedute, e ddemanio, e ccoscrizzione, / Giuramenti a li preti e a l’avocati, / Carci ‘n culo a li monaci e a li frati») ed evviva. Nelle pasquinate impazza il gioco di parole: «Pasquino, è vero che i francesi sono tutti ladri?». «Tutti, no: ma bona parte!». 

CESARE SI NASCE
E tuttavia furono anni straordinari, fino al 1814, perché Napoleone, educato ai classici fin dall’adolescenza, vedeva in Roma non una città occupata e annessa, ma una città sognata, un luogo trasfigurato nel mito del suo glorioso passato. Amava Roma quasi quanto Parigi, la laicizzò infinitamente (era stato introdotto anche il divorzio ai tempi della repubblica romana in salsa giacobina) e il possesso dell’Urbe rappresentava, nella visione politica del Bonaparte, un valore di continuità e di legittimazione del potere imperiale. «Cesare si nasce, non si diventa», era il suo omaggio al grande imperatore romano. Oppure: «Voi che conoscete bene la storia, non vi colpisce la somiglianza del mio governo con quello di Diocleziano?». Non faceva che paragonare le sue gesta a quelle dei condottieri romani, e «io sono della migliore stirpe dei Cesari, di quelli che fondano!». 

E così, non c’è progetto ambizioso e innovativo in Europa che non abbia cercato di attingere al dna di Roma e di intestarsi l’idea di Roma. Basti pensare a come tanti patrioti del Risorgimento, per evitare i fulmini della censura, usavano l’ambientazione antica della Roma repubblicana per combattere le loro battaglie d’attualità. Ma sarà con Crispi, prima ancora che con Mussolini, che l’idea dell’Urbe gioca un ruolo fondamentale. «La nuova missione d’Italia comincia da Roma – disse Crispi – e resterà incompleta finché con gli studi e con le armi, con la scienza e con la forza, non avremo provato allo straniero che noi non siamo minori dei padri nostri».

IL RUOLO RESTITUITO 
Il Ventennio sarà quello a cui la Capitale – a dispetto della retorica antifascista mai come in questo caso incapace di spogliarsi dei pregiudizi ideologici – deve di più. Per il Natale di Roma del 1921, il grande storico nazionalista Gioacchino Volpe aveva scritto: «Roma aiutò gli italiani a costruire la loro italianità». E Mussolini: «Roma e il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito». Così aveva

annunciato sei mesi prima della marcia su Roma. E il mito dell’Urbe si consoliderà come uno degli elementi centrali della visione del fascismo. Retorica? No, trasformazione di Roma, e nuova narrazione di una città dell’essere, dell’accadere, del divenire, per usare una formula amata dal grande per maestro Wilhelm Furtwangler. 

In effetti, quando il fascismo giunse al potere, il Duce cominciò una lunga marcia su Roma, per trasformare la capitale in senso politico, urbanistico e monumentale. E per costruire, tra l’ammirazione della comunità internazionale, la nuova Roma fascista. «Serve un’Italia romana, cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale»: questo l’auspicio mussoliniano. Di fatto, quando nel ‘36 l’impero tornò a Roma, la capitale – lo scrive lo storico defeliciano Emilio Gentile, che pure è molto severo sull’uso fascista dell’Urbe – «era diventata una metropoli moderna. Con oltre un milione di abitanti e profondamente trasformata». 

E comunque la romanità del regime è stata spesso fraintesa. Da sinistra e nel mainstream, è stata vista soltanto come un’espressione grottesca delle velleità imperiali del Duce e come conferma della natura regressiva del fascismo. Al contrario, il mito fascista della romanità era un mito modernista, che usava il richiamo del passato come un mezzo di mobilitazione identitaria nel presente per un’azione proiettata verso il futuro. Altro che città parassitaria di affittacamere e di lustrascarpe: l’Urbe e «l’Italia romana» come legittime eredi del riscatto risorgimentale e della vittoria nella Grande Guerra. 

Viene restituito il ruolo e anche il rango, durante il Ventennio, a questa città. Il Natale di Roma, nel ‘23, viene istituzionalizzato come festa della lavoro al posto del primo maggio: e così si coniugano due idee, Roma e lavoro, appunto, che fino ad allora, nella vulgata, avevano formato un’irriducibile antitesi. Ma in generale l’idea fascista dell’Urbe possiede una forza di suggestione che le consente d’imporsi nel linguaggio istituzionale – e caduto il fascismo questo non si sarebbe mai più ripetuto – diventando uno dei connotati più vistosi, ma anche più virtuosi, del regime. 

REAZIONE E NEGAZIONE
La successiva svalutazione di Roma in epoca repubblicana sarà proprio una reazione, nociva a livello nazionale e internazionale, alla straordinaria importanza che la Capitale aveva avuto precedentemente. Il destino dell’Inno a Roma è emblematico di questo rovescio della sorte. Sono versi celeberrimi: «Sole che sorgi libero e giocondo / sul colle nostro i tuoi cavalli doma; / tu non vedrai nessuna cosa al mondo / maggior di Roma, maggior di Roma!». Li aveva musicati, per il Natale di Roma del 1919, Giacomo Puccini. Il fascismo si sarebbe affezionato assai a questo motivo – il cui testo scritto da Fausto Salvatori si rifaceva al Carmen saeculare – facendone una delle sue canzoni. E proprio per questo, Puccini o non Puccini, Orazio o non Orazio, quel Sole che sorgi si è pensato di relegarlo in soffitta, dimenticandone l’esistenza a Ventennio finito. Perché Roma doveva pagare l’importanza che Mussolini le aveva attribuito. 

Con la caduta del regime, è crollato anche il mito di una Roma imperiale e conquistatrice. Negare l’importanza di questa città, per cancellare il fascismo: un’operazione propagandistica di nessuna utilità. Ne è derivato un grave e permanente svuotamento, non solo simbolico ma anche politico, della capitale. Come per una sorta di ritorsione, la Costituzione del ‘48 non ha previsto alcuno status particolare per Roma e «solo leggine speciali si fanno, visto che manca una visione complessiva sulla capitale» (si sarebbe lamentato nel ‘58 Aldo Moro). Così, la defascistizzazione ha assurdamente coinciso con la deromanizzazione, in un corto circuito che ha danneggiato l’immagine del nostro Paese e ha degradato la sua città più emblematica e l’unica che non ha (Cavour dixit) «solo memorie municipalistiche». E il segno di questa storia, forse il suo senso più profondo che prescinde dalle contingenze politiche e dalle loro piccolezze, è quello sintetizzato magistralmente da Ferdinand Gregorovius, nel 1872: «Gli italiani sono entrati in possesso di Roma e mai la storia ha imposto a qualcuno un compito così difficile e un dovere più severo: conservare e rinnovare questa città, ridiventare grandi a contatto con la propria grandezza».

Mario Ajello

Segnalato da Enzo de Maio

Fonte

https://www.ilmessaggero.it/roma/eventi/natale_di_roma_intramontabile_idea_non_incidente_ventennio-4443132.html

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Caravaggio-Napoli: due sentimenti appassionati, ribelli al modo di pensare canonico di Adriana Dragoni

Posted by on Apr 22, 2019

Caravaggio-Napoli: due sentimenti appassionati, ribelli al modo di pensare canonico di Adriana Dragoni

È noto al pubblico come quello dei quadri scuri. Perché Caravaggio è un pittore che dipinge il buio. Il buio del dubbio, del peccato, del rimorso e anche quello delle strade che lui percorre di notte, per cercare la vita tra la gente, della gente, dei loro corpi.

L’attraggono soprattutto i corpi, violati, dei ragazzini di strada, quelli degli uomini nerboruti, quelli delle popolane e delle prostitute. E sono questi i personaggi che ricoprono il ruolo degli angeli, dei santi e delle madonne nei dipinti che gli vengono commissionati.

Addirittura, nel suo quadro “Morte della Vergine”, ora al Louvre, si dice sia dipinta una prostituta affogata nel Tevere. Così, in questo modo, Michelangelo Merisi (1571/1610), detto Caravaggio dal suo paese natio, afferma che ognuno, per quanto misero e peccatore, è sacro. D’altronde, per tanti suoi contemporanei, non era forse un delinquente, un fuorilegge, un impostore, e non era stato riconosciuto come tale, e perciò condannato dalla giustizia, autorizzata dal legale governo imperiale romano, anche lo stesso Gesù?

Anche il Merisi fu un fuorilegge, un delinquente. Si trovava a Roma già da qualche anno ed era diventato un pittore molto apprezzato, che aveva successo e molti notabili committenti. Ma, gran frequentatore di bettole, iroso e attaccabrighe, in una rissa aveva, di coltello, ucciso un uomo. Era diventato un assassino. Condannato a morte, era scappato dalla Roma papalina.

È settembre del 1606. Caravaggio si rifugia a Napoli, la bella capitale spagnola, “città nobilissima” la dicono le carte. E’ agitato, shockato dall’omicidio commesso e dalla condanna a morte sul suo capo. Napoli lo accoglie, lo sostiene, lo fa lavorare. Lui ha di nuovo speranza nel futuro e infine partirà, nel luglio 1607, per Malta, sperando di ottenere successo. Ma anche lì si farà dei nemici. E torna, è il 1609, di nuovo a rifugiarsi a Napoli. Vi rimarrà fino al 1610, l’anno della sua morte. Trovata su una spiaggia di Porto Ercole. Dopo una fuga affannosa, fatta per sfuggire a un misterioso killer. Era il 31 luglio. Non aveva ancora compiuto trentasette anni.

Ora, fino al 14 luglio, possiamo ammirare, nella Reggia-Museo di Capodimonte, la mostra “Caravaggio – Napoli”, che ha sei opere sue, dipinte a Napoli, e altre ventidue degli artisti che qui lo hanno incontrato. Una mostra di grande impatto. Le opere non sono collocate, come accade di solito, nelle normali sale di un museo. Una  scenografia geniale, teatrale, ci fa immaginare il pittore percorrere, di notte, vicoli oscuri che svoltano in altri vicoli.

E possiamo guardare, da finestre costruite ad hoc, la gente che lui e i suoi amici pittori rendono viva. Sono quadri che danno forti emozioni. La luce che li illumina si avvale della più moderna tecnologia e accentua quella dipinta. La famosa “Flagellazione” di Caravaggio, che abbiamo vista posizionata e illuminata con molta perizia nella stessa Reggia-Museo di Capodimonte, in una sala tutta per lei, qui ora, acquistando una luminosità straordinaria, appare ancora più bella.

C’era bisogno di un’altra mostra su Caravaggio? Si domanda, nel presentarla in un saggio, il direttore del Museo e del Real Bosco di Capodimonte Sylvain Bellenger, che, insieme a Cristina Terzaghi, ne è stato il curatore. Lui ha più volte detto che una mostra vale se ha un valore scientifico, se aggiunge qualcosa di nuovo alla conoscenza, se dà uno sguardo diverso sulle opere, il loro autore e il suo contesto storico, magari anche messo in relazione con quello attuale. La mostra oggi a Capodimonte costituisce senz’altro una svolta nella considerazione del pittore e dell’ambiente cittadino e pittorico napoletano dell’epoca.

Non tutti sanno che,dopo il successo che ebbe in vita, Caravaggio fu dapprima contestato dai critici classicisti, poi fu rapidamente, completamente dimenticato.

Fin quando, nel 1911, un ragazzo che si chiama Roberto Longhi non ne fa la sua tesi di laurea e poi, innamorato del personaggio, gli dedica, da uomo maturo, una lunga serie di articoli e per di più, nel 1951, una mostra personale. Il Longhi è un critico influente. La critica longhiana esalta l’identità caravaggesca.  

Come conseguenza dell’azione promozionale di Longhi, Caravaggio è popolarmente visto soprattutto come il pittore della povera gente, quello che ha avuto il coraggio di mettere in primo piano dei piedi sporchi, e la sua pittura come una sorta di rivendicazione sindacale e di affermazione dell’Italia patriottica che ha salvato Napoli dalla povertà vissuta durante la tirannia spagnola (e poi borbonica).

Altri disprezzano quel periodo dei quadri scuri napoletani come oscurantista, e la Napoli capitale spagnola, con 350.000 abitanti la più popolosa di Europa dopo Parigi, come una povera cittadina provinciale. Poi i film, i romanzi e gli stessi scritti critici dipingono Caravaggio come il pittore maledetto: per il pubblico un’attrazione fatale. 

È da Roberto Longhi in poi che viene definita “la maniera” caravaggesca e si afferma che questa ha influenzato la storia dell’arte seicentesca, particolarmente quella napoletana. Si tende a cancellare l’individualità dei pittori napoletani, tanto che questi si chiameranno caravaggeschi e, per alcuni critici, sarebbero dei semplici copisti di Caravaggio. Per la critica dotta, l’influenza caravaggesca dura fino ad esondare, giungendo ai primi anni del Settecento, nella pittura chiarissima, immaginifica e spesso festosa e gaudente, del napoletanissimo Luca Giordano (1634/1705).  La mostra odierna ridimensiona questa influenza riconoscendo, anche nei pittori che a Napoli conoscono Caravaggio, una propria personalità.

Già il titolo “paritario” “Caravaggio-Napoli” suggerisce che l’apporto è reciproco. Certo c’è una consentaneità tra Caravaggio e Napoli, che questa mostra napoletana mette in evidenza. Una consentaneità che nasce anche dall’assorbire, vivendola, lo spirito di questa città dalla personalità forte e antica, che suggerisce sentimenti, situazioni, facce espressive segnate dall’esperienza. La prima opera che Caravaggio dipinge al suo arrivo a Napoli è “Sette opere di misericordia”, un’opera rivoluzionaria, che rivoluziona anche la pittura dello stesso Caravaggio. 

ome riporta in un bell’articolo sull’Alfiere (maggio 2006) Edoardo Vitale, “il fatidico 7 maggio 1607, al cadere dei veli davanti alla grande icona delle “Sette opere di misericordia”, Napoli non vive solo un folgorante momento di emozione artistica ma soprattutto l’esperienza sconvolgente di uno sguardo sulla propria anima”.

Nel quadro vi è un vicolo di Napoli e vi sono le facce dei napoletani. Anche la Madonna è una di loro, è una bella popolana che ha un bambino in braccio, e c’è un distinto signore che, come i signori napoletani d’un tempo, non ha albagia e si mischia con la folla. Ricchi e poveri insieme in una società omogenea, unita da una forte fede in Dio, nei santi, nella Madonna e nell’umanità.  

Caravaggio e Napoli entrambi hanno spiriti ribelli. Eretici. 

Come tale, Caravaggio è stato da alcuni critici considerato, probabilmente sbagliando, un protestante. Ma non sembra facciano parte del mondo protestante la sua fede nei santi e nella salvezza raggiunta con le opere di misericordia. Caravaggio e Napoli sono soprattutto ribelli al modo di pensare canonico, razionale, obbediente a regole fisse. E, qui a Napoli, ora Caravaggio è libero anche dai limiti posti dalla sua formazione artistica all’immaginazione.La sua pittura esce, svicolando, dallo spazio canonico, rigida scatola fissa a tre dimensioni, per il quale già ha affermato la propria insofferenza dipingendo, nella “Sepoltura di Cristo” (ora nella Pinacoteca Vaticana), il sepolcro in obliquo, mettendone in primo piano uno spigolo.

Ora, ispirata da Napoli stessa, già nelle in questa sua prima opera napoletana, ha la possibilità di immaginare uno spazio libero da regole, formato dagli stessi movimenti della gente di questa città vitale e popolosa.  Non c’è bisogno di contestare lo spazio canonico criticandolo. Basta crearne un altro.

Già Antonello da Messina (1430/1479), allievo del napoletanissimo Colantuono, aveva usato il fondo nero per la sua Annunciata di Palazzo Abatellis e a Napoli si era continuato ad usare il fondo d’oro ancora nel Cinquecento  con Cicino da Caiazzo e l’anonimo, fortissimo, Maestro di Sanseverino, che perciò vengono considerati arretrati. Mentre Francesco Curia (1538/1610) esprime, a modo suo, un libero spazio ricco di movimento e dolci sentimenti, ammaestrando a questo anche il fiammingo Teodoro d’Errico (1544/ 1618).

Caravaggio e Napoli hanno sentimenti appassionati, una sensibilità accesa. Non c’è bisogno, per spiegare l’animo umano, di ricorrere allo studio accademico, alla sociologia, alla psicologia o alle analisi freudiane. Caravaggio e i suoi amici in questa mostra entrano nei cunicoli della sensibilità umana e in vicoli oscuri, vitalizzati da bagliori improvvisi, che ci fanno comprendere di colpo la verità della vita. 

P.S. Malauguratamente l’opera “Sette opere di misericordia” è ancora al Pio Monte

Adriana Dragoni

fonte http://agenziaradicale.com/index.php/cultura-e-spettacoli/mostre/5804-caravaggio-napoli-due-sentimenti-appassionati-ribelli-al-modo-di-pensare-canonico

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La funzione del Tavistock Center nella riassegnazione del Genere

Posted by on Apr 22, 2019

La funzione del Tavistock Center nella riassegnazione del Genere

Solo nell’ultimo anno più di 2500 bambini inglesi sono stati indirizzati al centro che si occupa di riassegnazione del genere. Qualche giorno fa’ il Times di Londra, portabandiera del pensiero liberal, ha dedicato all’argomento 2 pagine intere. L’attualità di cui si dava conto era quella delle dimissioni di 5 medici il cui compito era decidere quali bambini avviare al trattamento di interruzione della pubertà. Perché i dottori si sono dimessi? Per le forti pressioni subite per indirizzare verso il cambiamento di sesso bambini i cui disagi psicologici non erano stati sufficientemente accertati né studiati.

La Bussola (lanuovabq.it) si è già occupata del caso, io mi limito a qualche considerazione sul centro in cui simili esperimenti su bambini vengono condotti: The Tavistock Center. Un centro istituito in nome della scienza che si prefigge di conseguire fini puramente scientifici. Conviene intendersi sul significato delle parole: in nome della scienza durante la seconda guerra mondiale i giapponesi hanno realizzato in Manciuria esperimenti su larga scala che misuravano con precisione quanto tempo impiegassero a morire persone sottoposte a diversi tipi di tortura. Tavistock Center dunque. Se posso usare questa parola ero amica di Ettore Bernabei, una delle personalità che più hanno contribuito ai successi della cattolica Italia postbellica. Chiacchierando con lui a casa sua una sera, mi ha mostrato un libro sottolineato con cura che io, per motivi vari, avevo deciso di non comprare: Massoni del gran maestro del grande oriente democratico Gioele Magaldi. Lettura interessante. Certo, per i profani di cui faccio parte, lettura di cui spesso riesce difficile decodificare i messaggi sottintesi. Eppure un’informazione mi sembra chiara, interessante, e difficilmente sospettabile di faziosità: la narrazione della vicenda del Tavistock Center. Per raccontarla ricorro a Magaldi come unica fonte di informazione. Il gran maestro mi perdonerà.

L’istituto Tavistock nasce a Londa nel 1920 come clinica psichiatrica. Nel 1921 vi “furono condotte ricerche sulle psicosi traumatiche da bombardamento nei reduci della Prima guerra mondiale. Si trattava di identificare con criteri scientifici la ‘soglia di rottura’ della resistenza di un essere umano sottoposto a sollecitazioni limite”. Nel 1932 si aggiunge al gruppo di scienziati un “fuoriuscito tedesco”, “specialista in ‘dinamiche di gruppo’, ovvero tecniche di manipolazione del singolo inserito in un gruppo tese a fargli acquisire una sua nuova personalità e nuovi valori”. Nel secondo dopoguerra l’istituto si ripropone un “progetto ambizioso: applicare nientemeno che al corpo sociale i risultati di quegli studi sul ‘punto di rottura’ messi a punto nel corso delle due guerre mondiali, per distruggere ogni resistenza psicologica nell’individuo e metterlo alla mercé del Nuovo ordine mondiale”; “Negli anni Sessanta fu lo stesso Tavistock, in collaborazione coi servizi segreti inglesi, a pilotare l’esperimento della diffusione e dell’impiego di droga” funzionali a “esperimenti di ‘ingegneria sociale’ mediati dalla droga”.

A giudizio di Magaldi obiettivo primario del Tavistock di oggi “in ultima analisi, è la ricerca delle modalità per provocare ‘mutamenti dei paradigmi culturali’ nelle società umane attraverso l’instaurazione di ‘ambienti sociali perturbati’ o la manipolazione delle ‘dinamiche occulte di gruppo’. A titolo di saggio, nel 1989 venne tenuto presso l’istituto Tavistock un ciclo di conferenze sul tema: ‘Il ruolo delle organizzazioni non governative nell’indebolire gli stati nazionali’”. Ancora: “La rete del controllo della mente del singolo e dei comportamenti collettivi miranti a creare, col supporto delle grandi fondazioni, il pensiero unico fondante una nuova scala di valori ‘politically correct’, in pochi decenni si è irradiata –come ognun vede- in tutto l’Occidente”.

Mi sembra che questa lettura chiarisca in quale “scientifico” contesto vadano inseriti gli esperimenti sui bambini inglesi.

Angela Pellicciari

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SS. Maria di Costantinopoli e la sua casa di Felitto

Posted by on Apr 21, 2019

SS. Maria di Costantinopoli e la sua casa di Felitto

Cilento terra sacra per volontà di nostro Signore che diffuse attraverso Parmenide e Zenone la sapienza nei cuori delle genti di questa magnifica terra che a distanza di secoli accolse il Sacro Cuore di Maria di Costantinopoli costretta ad andar via dall’Oriente per colpa delle orde barbariche di Maometto II.

A Felitto decisero di innalzare la casa di Maria e accoglierla nel proprio grembo divenendo uno dei luoghi più importanti del Regno di Napoli dove si pratica il Culto di Maria di Costantinopoli e per chi vuol portare la propria devozione alla Vergine Maria non può almeno una volta nella propria vita non andare a Felitto e condividere con quella comunità il culto di SS. Maria di Costantinopoli.

Nel 2018 dall’alta Terra di Lavoro  un gruppo di persone s’è recata a Felitto per vivere il culto della Madre di Gesù  partecipando a tutti i riti sia quelli religiosi che quelli, per cosi dire, gaudenti trovando un accoglienza tipica di quelle terre dal sapore antico e sacro.

I Riti Religiosi che affondano le radici nella tradizione più antica nonostante l’inquinamento dei tempi post-moderni resistono con forza e fierezza grazie all’impegno della comunità di Felitto che, con la fede e con l’impegno, tiene vivo il Culto e l’amore per SS. Maria di Costantinopoli riuscendo, ancora oggi, a coinvolgere tutto il territorio che in massa partecipa alle cerimonie e alla feste che durano per alcuni giorni.

Spiegare il significato di tutti i rituali e impossibile se non si va a viverle in loco però bisogna segnalare l’attaccamento e l’amore che la gente di Felitto ha per la sua Madonna che coinvolge anche le persone che vanno li per la prima volta, come l’attaccamento dei tanti emigranti , ricordo sempre che con il Regno di Napoli nessuno mai era andato via mentre con l’ italia c’è stato un esodo biblico che continua ancora oggi, che grazie alle nuove tecnologie riescono a seguire con fervida partecipazione a tutte le celebrazione.

Toccante e commovente partecipare al rito della Barca portata in processione dalla “Giovane Vergine” che nonostante il peso della suddetta Barca con i suoi ori e del caldo non ha mollato, con il suo candore rappresentato dall’abito bianco che si sposava con la purezza dei preziosi donati nel corso degli anni dai fedeli in segno di umiltà e devozione.

Bellissimo vedere la giovine che commossa portava con fierezza  la sua verginità andando in processione verso la Madonna, si vedeva chiaramente la forza della ragazza che nasceva anche da chi sa di portare con se il valore della verginità indisponibile per i dogmi consumistici e materialistici del terzo millennio che hanno reso la donna un contenitore pronta ad ogni uso e consumo.

Poter descrivere il vissuto di quei giorni è praticamente impossibile l’unica cosa che possiamo fare, dopo aver ammirato le foto di Maya Tedesco, e invitarvi a vedere i tanti video di seguito riportati tra cui ci sono anche quelli de la “Controra” e  del Laboratorio “TraDanze”  venuti dall’alta Terra di Lavoro per portare in dono la propria arte e la propria cultura.

Claudio Saltarelli

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