Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Maschio e femmina li creò

Posted by on Giu 15, 2019

Maschio e femmina li creò

È uscito un documento della Congregazione per l’educazione cattolica sul gender, firmato il 2 febbraio 2019 dal Prefetto card. Giuseppe Versaldi, ma reso pubblico solo poche ore fa. Si intitola “Maschio e femmina li creò”. Per una via di dialogo sulla questione del gender nell’educazione, dovedialogo significa «promuovere una metodologia articolata nei tre atteggiamenti dell’ascoltare, del ragionare e del proporre».

Ascoltare, dunque, anzitutto la realtà e dunque le esigenze delle persone che gli educatori incontrano, con le loro difficoltà inerenti alla sessualità. Così il testo inizia ripercorrendo la storia della penetrazione dell’ideologia gender nella società del XX secolo fino «alla contrapposizione tra natura e cultura, sfociate infine nella teoria queer, “cioè in una dimensione fluida, flessibile, nomade, al punto da sostenere la completa emancipazione dell’individuo da ogni definizione sessuale data a priori» (n. 12), per quindi giungere ai «poliamori» che appunto «includono più di due individui» (n. 13). Queste teorie sono arrivate a pretendere il «riconoscimento pubblico della libertà di scelta del genere nonché della pluralità di unioni in contrapposizione al matrimonio tra uomo e donna, considerato retaggio della società patriarcale» (n. 14).

Naturalmente il documento non cade nella trappola della contrapposizione ideologica, e ricorda come le ideologie gender e la lotta contro il matrimonio naturale si siano potute avvantaggiare grazie a un clima culturale che, nonostante l’insegnamento di Gesù sulla «pari dignità tra uomo e donna» (n. 15) recepito progressivamente dal senso comune dell’Europa cristiana, ha visto anchel’affacciarsi di «forme di ingiusta subordinazione che hanno tristemente segnato la storia, e che hanno avuto influsso anche all’interno della Chiesa» (n. 15).

Sempre nella prospettiva di ascoltare la realtà, il documento individua alcune criticità dell’epoca post-moderna nella quale ci troviamo a vivere, in particolare il progressivo allontanamento dalla natura «verso una opzione totale per la decisione del soggetto emotivo», il «dualismo antropologico» che riduce il corpo a materia manipolabile e che sfocia in una forma di gnosticismo relativista, per quindi arrivare a «progetti educativi e orientamenti legislativi» (n. 22) che promuovono una radicale negazione della «differenza biologica fra maschio e femmina» (n. 22).

Dopo avere analizzato la realtà, ascoltando il profilo storico, i possibili punti di incontro con le esigenze delle persone del nostro tempo e le criticità delle risposteideologiche, il testo invita a ragionare, cioè a usare argomenti razionali che «chiariscono la centralità del corpo come elemento integrante dell’identità personale e dei rapporti familiari. Il corpo è soggettività che comunica l’identità dell’essere (San Giovanni Paolo II, Veritatissplendor, 48)» (n. 24).

Dopo il ragionamento, arriva la proposta, fatta dalla Chiesa alla luce di un’antropologia cristiana fondata sul fatto che, come sosteneva Papa Benedetto XVI, «anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere» (22 settembre 2011).

La Bibbia dunque, ma anche la metafisica inducono a riconoscere la differenza sessuale, «le due modalità in cui si esprime e realizza la realtà ontologica della persona umana» (n. 34). Contestare questo significa negare il progetto insito nella creazione, e quindi mettere in discussione l’esistenza stessa della famiglia «come realtà prestabilita dalla creazione» (n. 34).

Il dialogo ritorna nelle conclusioni del documento, laddove si invitano gli educatori cattolici «a trasformare positivamente le sfide attuali in opportunità» (n. 54), all’interno di scuole cattoliche che non devono mai perdere la loro identità e devono formare formatori «che non perdano la propria visione della sessualità umana» e così permettano alle famiglie di trovare scuole che garantiscano l’educazione dei loro figli sulla base di «un’antropologia integrale» (n. 55).

E questo diritto naturale dei genitori dovrebbe essere garantito, conclude il testo, da uno Stato democratico che non permetta che la proposta educativa sia ridotta «ad un pensiero unico specialmente in una materia così delicata che tocca la visione fondamentale della natura umana ed il diritto naturale da parte dei genitori di una libera scelta educativa, sempre secondo la dignità della persona umana» (n. 55).

Un testo importante, se verrà usato e non lasciato cadere, anzitutto per tutti gli educatori, per i docenti delle scuole cattoliche e per i docenti cattolici nelle scuole statali, ma utile a tutti coloro, dai vescovi, ai sacerdoti e ai laici, che credono nel valore dell’insegnamento costante della Chiesa, così come appare nella sua continuità e coerenza proprio in questo documento, che si fonda su molti dei testi che gli ultimi tre pontefici, san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, hanno dedicato al tema.

Marco Invernizzi

fonte https://alleanzacattolica.org/maschio-femmina-li-creo/

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ALTRO CHE EPOPEA DEL RISORGIMENTO NAZIONALE

Posted by on Giu 15, 2019

ALTRO CHE EPOPEA DEL RISORGIMENTO NAZIONALE

In questo periodo c’è un gran parlare delle varie Foibe, Campi di  concentramento nazisti (lager), gulag staliniani e in Italia tutti si  dicono commossi e tutti sono pronti a ricordare.  

Ebbene, almeno queste vittime hanno un testo scolastico di Storia che li  menziona, una stele e una lapide per il ricordo; invece c’è qualcuno che  è stato barbaramente ucciso ma nessuno si ricorda di loro. 

Sto parlando dei soldati dell’ex Regno delle Due Sicilie deportati nei  campi di concentramento del Nord. 

Fino a qualche decennio or sono nessuno scriveva di questo, poi poco per  volta vennero a galla delle notizie storiche sempre più precise e  abbinate alla ricerca di alcuni “irriducibili” duo-siciliani si riuscì a  scoprire la dura realtà. 

Finalmente il 23 gennaio scorso un quotidiano nazionale,  “L’Indipendente” si ricorda di loro: I LAGER DEI SAVOIA il titolo  principale e come sottotitolo: Dal sud dell’Italia furono deportati in  migliaia. Gli “incivili beduini” morirono in fortezze e galere del nord.  Il numero esatto delle vittime nessuno lo sa perché i registri furono  distrutti. 

La storia inizia proprio nel 1860, l’esercito piemontese scende nel sud  e ci fu una guerra regolare ed irregolare; tutti i soldati dell’allora  esercito duo-siciliano combatterono regolarmente.  Poi, dopo la caduta di Gaeta, la guerra finì con la vittoria  dell’esercito piemontese e c’era il problema dei soldati fatti  prigionieri. 

All’inizio l’allora primo ministro, il barone Ricasoli, propose al  governo argentino l’affitto delle gelide terre della Patagonia dove  deportare i soldati meridionali. Il governo argentino rifiutò l’offerta  e forse, senza saperlo, riuscirono a bloccare la più criminale  deportazione di massa della storia. Allora si decise di internarli nelle  fortezze del Nord-Italia; le prime deportazioni incominciarono  nell’ottobre del 1860.

Stipati come bestie sulle navi, furono fatti  sbarcare a Genova, da dove, attraversando laceri e affamati la via  Assarotti, venivano smistati in vari campi di concentramento istituiti a  Fenestrelle, S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte S. Benigno in  Genova, a Milano, a Bergamo e in varie altre località del nord. In quei  luoghi, appena coperti di cenci di tela, vissero in condizioni  terribili. Per oltre dieci anni, oltre 40.000, rei solo di aver tenuto  fede al loro giuramento, morirono per fame stenti e malattie. 

Quelli deportati a Fenetrelle, ufficiali, sottufficiali e soldati  semplici, subirono il trattamento più feroce; il 22 Agosto 1861  tentarono anche una rivolta per impadronirsi della fortezza.  La rivolta fu scoperta prima dell’azione e il tentativo ebbe come  risultato l’inasprimento delle pene con i più costretti con una palla al  piede da 16 kg., ceppi e catene. Pochissimi riuscirono a sopravvivere:  la vita in quelle condizioni, anche per le gelide temperature invernali  a 1.600 metri  d’altezza che dovevano sopportare senza alcun riparo, non  superava i tre mesi. La liberazione avveniva solo con la morte e i corpi  venivano disciolti nella calce viva. 

Ancora oggi, nell’archivio storico della fortezza, ci sono i registri  dei prigionieri e ognuno di loro porta la dicitura “prigionieri di  guerra” in francese con le date (1861, 1862) di un’Italia già unita. 

Oggi i libri di testo osannano i vari Garibaldi, Cavour, Re Vittorio  Emanuele II, ma nessuno si ricorda di questi meridionali, nostri avi,  morti  senza onore, senza tombe, senza ricordo, neanche una stele alla  memoria. 

Se una nazione si ritiene democratica è anche giusto che divulga ai suoi  concittadini la vera storia e soprattutto che vengano ricordati i primi  centri di deportazione di massa.  

Queste brevi note dovrebbero soprattutto far riflettere gli innumerevoli  meridionali che vivono e producono al nord – non ci riferiamo solo agli  operai ma anche ai laureati e gente cosiddetta di cultura – e che  vituperano spesso la loro terra d’origine.  Se  l’argomento stimolerà la curiosità dei lettori saremo lieti di  approfondire con successivi interventi la storia di questo vessato Sud,  marchiata anche dai lager dei Savoia.


Alessandro Morelli – “Il piccolo del Mezzogiorno”

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Appunti sul Risorgimento /4 Camillo e il suo re

Posted by on Giu 15, 2019

Appunti sul Risorgimento /4 Camillo e il suo re

Per capire perché il Risorgimento è andato come è andato, almeno a partire da una certa data, ritengo sia chiave la figura del conte di Cavour.

Cavour è una figura apparentemente dimessa, di basso profilo, di scarso carisma, ben diversa dal supercilioso Mazzini, dal roboante re Vittorio Emanuele II e dal corrusco Garibaldi.

Eppure, se non vi fosse stato “il tessitore” probabilmente gli eredi di Francesco II regnerebbero ancora a Napoli e i granduchi in Toscana. Solo grazie alla sua spregiudicata abilità di giostrare fra le potenze europee, di saper toccare le “corde giuste” dell’animo dei potenti, di contrapporre, di simulare, di obbligare è stata possibile la costruzione di un regno nuovo sotto il suo sovrano.

Ma, possiamo chiederci, quali erano gl’ideali, i progetti, le cose per le quali spendeva l’esistenza —purtroppo breve — questo piccolo esponente della nobiltà agraria, questo fedele funzionario del governo sabaudo e questo parlamentare moderato eletto con poche centinaia di voti?

Questa dimensione della sua biografia di uomo pubblico eminentemente attivo è forse quella più in ombra.

Cavour non era certo un radicale, né nel senso di liberale dogmatico, né nel senso di democratico alla Mazzini. Era un liberale moderato, dal penchant economico, dagl’interessi molti concreti, molto pragmatico, di poco rilievo intellettuale, non particolarmente ostile alla Chiesa e alla religione. Ma questo suo understatement si coniugava con una presa di distanza radicale da tutto quello che non era liberale moderato, tanto sul versante “destro” quanto su quello “sinistro”. Non amava i reazionari clericali alla Solaro della Margarita — che combatterà sempre con durezza —, ma avversava i repubblicani democratici — anche se saprà servirsene come pochi

Soprattutto, Cavour era un uomo della monarchia. Fra i suoi obiettivi giganteggiavano il bene e le sorti del suo re. Tutto quello che, da un lato, minacciava il regno sabaudo era suo nemico; e, dall’altro, tutto quello che poteva rendere più grande il regno andava perseguito con tutte le forze — sue e dei sudditi — e a qualunque costo, anche a costo d’impiegare l’inganno, anche a costo di corrompere e di fare la guerra.

Lo si vede bene quando, nel 1859, ha sconfitto — o, meglio, ha fatto sconfiggere da Napoleone III — l’Austria e l’imperatore francese vorrebbe imporre al nuovo regno sabaudo formato dal Piemonte, dalla Lombardia e dall’Emilia di dar vita nuovamente al disegno federalistico-unitario in auge nel 1848. Cavour allora prende tempo, si tiene le mani libere, si disimpegna dal progetto federativo — l’adesione al quale forse avrebbe consentito a Vittorio Emanuele II di conservare Nizza e la Savoia — e preferisce scagliare Garibaldi contro il Regno delle Due Sicilie per tentare la via di una unità fondata sul primato assoluto del suo Regno. E si sa che la sua scommessa fu vinta. Probabilmente l’azzardo era ridotto da solide assicurazioni diplomatiche — e non solo — che l’Inghilterra avrebbe sostenuto l’impresa antinapoletana e le ire di Napoleone potevano sempre essere sedate — come in effetti fu — concedendogli le sospirate Nizza e Savoia.

Quindi, pur di estendere il regno del suo sovrano, “il tessitore” non esitò allora a buttare a mare il progetto unitario paritetico e federato caldeggiato da Luigi Napoleone. Quel progetto che da più parti si considerava — e si continuava a considerare persino da parte dell’antico carbonaro, ora imperatore dei francesi — l’unico in armonia con radici dell’italianità e con la salvaguardia dei diritti. Quel progetto, in aggiunta, che l’espulsione dello straniero dalla Valle Padana — cosa che nel 1848 era stata un indubbio ostacolo alla federazione — rendeva allora ancor più praticabile.

Forse dietro questa scelta si cela anche il timore che il suo bonario ma ferreo liberalismo avrebbe rischiato di restar confinato, nella federazione, al solo Piemonte invece che estendersi, come nel caso della conquista regia, all’intero Paese.

Tutto, nella sua proteiforme politica, pare obbedire a questo disegno di fondo mai teorizzato: fare grande il suo re e, attraverso questa grandezza ¾ ma solo dopo ¾ fare l’unità della nazione, introdurvi le libertà costituzionali, limitare la Chiesa, stabilire alleanze, agevolare i commerci, e tutto quel che segue.

Cavour è forse il politico monarchico più radicalmente fedele al suo sovrano del suo secolo. Il Cavour politico non si muoverà mai da Torino, neanche quando le truppe piemontesi entreranno a Napoli e a Palermo. Il suo background è svizzero e nordeuropeo, il suo orizzonte sono i confini sempre più estesi del regno al quale ha giurato obbedienza. Niente di più.

Oscar Sanguinetti

fonte http://www.identitanazionale.it/riso_3010.php

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Giorno di Pentecoste e di elezioni

Posted by on Giu 15, 2019

Giorno di Pentecoste e di elezioni

Oggi è giorno di elezioni, c’è silenzio elettorale ma appena ieri su Repubblica è comparsa una lunga intervista del Presidente dei vescovi italiani, cardinal Bassetti: “staccare i fedeli dal Papa è una manovra sbagliata e controproducente”; “Nessuno dividerà i cattolici dal Papa”; “Non basta dirsi credenti per diventare De Gasperi. Accogliere i migranti non è opera pia ma necessità democratica e priorità civile”. Certo non appaiono nomi, non c’è scritto Salvini, però il riferimento alla Lega e al suo capitano è evidente a tutti.

A questo punto la domanda è: può un cattolico votare per qualcuno che tenta di mettere i fedeli contro il papa? Certo che no. In occasione delle celebrazioni liturgiche di Pentecoste, la conferenza episcopale del Lazio ha deciso che tutti i parroci avrebbero dovuto leggere una lettera indirizzata ai fedeli. Iniziativa insolita. D’altronde si capisce l’ansia dei pastori di aprire il cuore dei cattolici alla speranza in un tempo in cui questa virtù teologale è decisamente in ribasso (“nella speranza noi siamo stati salvati”, lettera ai Romani 8, 24).

Le letture di Pentecoste infatti ripercorrono l’intera storia della salvezza giungendo alla meravigliosa epifania dello Spirito che piomba sugli apostoli riuniti nel cenacolo “come un vento che si abbatte gagliardo” e che si posa su ciascuno di loro in forma di “lingue di fuoco”. Un evento prodigioso. Un evento che trasforma la vita di tutti gli apostoli perché li rende liberi, vittoriosi sulla paura che li aveva fino ad allora paralizzati, e li trasforma negli intrepidi araldi del Vangelo che conosciamo.

A dire la verità il messaggio dei vescovi non sembrava far riferimento al grandioso piano di salvezza elaborato da Dio a nostro favore. Non sembrava un canto di lode a Dio: “Purtroppo nei mesi trascorsi le tensioni sociali all’interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante della povertà e delle diseguaglianze, hanno raggiunto livelli preoccupanti. Desideriamo essere accanto a tutti coloro che vivono in condizioni di povertà: giovani, anziani, famiglie, diversamente abili, disagiati psichici, disoccupati e lavoratori precari, vittime delle tante dipendenze dei nostri tempi”; “Sappiamo bene che in tutte queste dimensioni di sofferenza non c’è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo. È proprio a costoro che va l’attenzione del cuore dei credenti e – vogliate crederlo – dell’opzione di fondo delle nostre preoccupazioni pastorali”; “Da certe affermazioni che appaiono essere “di moda” potrebbero nascere germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza”. Anche in questo caso il bersaglio mai nominato (salvo gli accenni ai tempi bui, pregni di intolleranza e razzismo), ma comunque certo, è la persona di Salvini e la Lega che rappresenta.

Bisogna dirlo: l’intervento del cardinale Bassetti, l’imposizione della lettura in tutte le chiese del Lazio di una lettera che di pentecostale aveva niente, il tutto in giorni di elezioni, potrebbero far pensare che i vescovi italiani si siano messi in aperto contrasto con i desiderata del Santo Padre che non vuol sentir parlare di vescovi pilota. In questa legislatura abbiamo un leader che si richiama pubblicamente a Maria e al rosario. Nella scorsa legislatura abbiamo avuto un leader cattolico (non divorziato, bravo marito e padre di famiglia) che in nome dei diritti degli omosessuali è riuscito a far approvare un simil matrimonio omosessuale nonché una dichiarazione sul fine vita che di cattolico non ha nulla. Eppure in quei casi nessuno, nessun vescovo (a parte i soliti due o tre), ha fatto sentire la propria voce per impedire che anche in Italia, la patria del cattolicesimo, venissero approvati provvedimenti legislativi che combattono frontalmente la vita e la rivelazione. In quei mesi i laici hanno provato con grandi sacrifici personali, con grandissima generosità, con grande slancio di fede e di speranza, a fermare la deriva legislativa voluta dal cattolico Renzi. A fronte dello sforzo, della fatica, del costo economico sopportato dalle famiglie italiane, si è assistito al silenzio (quando non all’aperta opposizione) delle gerarchie italiane e vaticane. Adesso Bassetti ricorda a chi di dovere “che nessuno dividerà i cattolici dal papa”. Sicuro che i vescovi non hanno al riguardo alcuna responsabilità?

Angela Pellicciari

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Francesco d’Assisi a Carinola

Posted by on Giu 14, 2019

Francesco d’Assisi a Carinola

Un apostolo di Cristo  come lo era  S. Francesco non poteva lasciare l’importantissimo e vasto Regno di Sicilia senza evangelizzazione. E infatti non lo aveva lasciato senza: già vi evangelizzavano i suoi frati fin dal 1216. Tuttavia, nel 1222 intraprese personalmente un viaggio apostolico-penitenziale nel Regno per rafforzare nella fede i suoi frati e per recarsi, come pellegrino, al Santuario dedicato a San Michele Arcangelo, sul Gargano, di cui era devotissimo.

I primi biografi del Santo e le cronache dell’Ordine, soprattutto quelle di fra’ Mariano da Firenze e fra’ Francesco Gonzaga, riprese poi dal teologo e storico francescano del XVI secolo Luca Wadding nei suoi Annales, attestano la presenza di San Francesco a Carinola nei primi mesi del XIII secolo. 

Così scrive il Wadding:  
Il Santo uomo venne a Carinola, o Caleno, città della Campania felice, distante circa quattromila passi dalla conosciutissima città di Mondragone, e predicò con grande profitto delle anime e con incremento del suo Ordine, accettò per i suoi un’abitazione sotto il titolo di Giovanni Battista, che dopo la sua morte fu dedicata al nome stesso del Santo uomo.

Era molto probabilmente la primavera del 1222 quando Francesco d’Assisi arrivò a Carinola, proveniente da Gaeta. Non sappiamo chi fosse il vescovo della diocesi calinense in quel periodo; era appena stato deposto per ignoranza, nel 1221, l’anonimo vescovo voluto dalla contessa di Caserta, Adelagia,  e sembra non ci siano i documenti  che ci  dicano chi fosse il nuovo vescovo. Sappiamo però che egli accolse Francesco con tutti gli onori del caso e gli diede il permesso di predicare nella sua diocesi, secondo le istruzioni di una lettera che papa Onorio III aveva mandato a tutti i vescovi, invitandoli ad accogliere e a lasciar predicare senza timore quest’umile frate.

Luca Menna, notaio e storico locale del XIX secolo,  ci dice che San Francesco rimase in territorio carinolese per sette anni. 

Questa affermazione mi sembra un po’ azzardata e non so a quali fonti il Menna abbia attinto l’ informazione. E’ pur vero che il Regno di Sicilia era importantissimo e vasto, ma proprio perché lo era, sette anni a Carinola per uno come Francesco, votato all’evangelizzazione continua, sono effettivamente un po’ troppi.  Inoltre, le date della sua sicura presenza in altri luoghi si accavallano e non coincidono con la sua presenza a Carinola. 

Comunque il periodo di permanenza di Francesco a Carinola non deve essere stato brevissimo. Carinola era un feudo importante, situato sulla via principale che univa Roma e Napoli, e probabilmente Francesco lo usò come base logistica per evangelizzare i dintorni. Lo troviamo infatti anche a Sessa Aurunca dove  fece il bellissimo miracolo di risuscitare un ragazzo morto per un terremoto, miracolo affrescato poi da Giotto nella Basilica di Assisi

Tenendo anche presente le condizioni fisiche di Francesco, che morirà quattro anni dopo, nel 1226, macerato dalle penitenze, è possibilissimo che si sia dovuto fermare qualche mese. 

Francesco accettò in dono dal vescovo (o dai Signori di Carinola) un luogo ai piedi della collina di Sant’Arcangelo, a Casanova, dove seppellire i suoi frati e lui stesso  edificò le mura perimetrali del piccolo cimitero. Su questo “primitivo luogo” francescano, dedicato inizialmente a San Giovanni Battista è poi sorto il Convento che, alla morte di San Francesco, fu dedicato a lui. 

Nello stesso luogo era una piccola grotta nella roccia viva e il Santo la usò, e forse l’adattò,  per il suo bisogno di isolamento e di preghiera. Il Menna ci dice che nella grotta era possibile vedere i segni delle ginocchia e delle braccia lasciati da un uomo prostrato in preghiera. Al momento, la grotta  non è visibile al pubblico perché situata all’interno di una cappella laterale pericolante che aspetta di essere restaurata, ma i segni della penitenza del Santo sono stati “cancellati” da interventi di restauro inopportuni ed incompetenti. Spero che un adeguato restauro possa recuperarli, in futuro.

Più che documenti ufficiali sulla permanenza del Santo a Carinola, esiste una fioritura di storie e leggende riportate dal Wadding nei suoi Annales e riprese anche da Sant’Alfonso Maria dei Liguori. Le storie furono poi affrescate nel Chiostro del Convento francescano di Casanova. Molti  affreschi  sono però andati perduti.

Protagonista delle storie che riguardano la permanenza del Santo a Casanova è fra’ Giunipero, diventato poi nella lingua volgare fra’ Ginepro, un frate semplice e buono della provincia francescana napoletana, che accompagnò Francesco nel suo viaggio nel Regno di Sicilia. 

Sembra che un giorno, fra’ Ginepro stesse piantando un alberello di ginepro nell’orto del primitivo luogo, quando fu chiamato da San Francesco. Fra’ Ginepro non ubbidì subito, ma volle prima terminare di piantare l’alberello e poi accorse alla chiamata del Santo. Allora Francesco, per fargli capire che aveva mancato alla santa ubbidienza, maledisse il ginepro ordinandogli di non crescere mai più di tanto per essere d’esempio agli altri frati. Il ginepro non crebbe mai pur rimanendo sempre verde e Luca Wadding precisa che esso era sopravvissuto sino ai suoi giorni.

Il Wadding racconta anche che nell’orto del primitivo luogo francescano di Casanova, il Santo piantò un melo che crebbe con triplice tronco e ciascun tronco dava frutti ad anni alterni, mentre gli altri due riposavano. I frutti di questo straordinario albero guarivano moltissime malattie, così la loro corteccia  mescolata all’acqua. Qualcuno, in quello strano tronco, ha voluto vederci la simbologia dei tre Ordini fondati da San Francesco: il Primo (i frati), il Secondo (le clarisse) e il Terzo (i  secolari), ciascuno dei quali ha prodotto i suoi benefici frutti. L’albero, se mai c’è stato, purtroppo non esiste più.

Sempre a Carinola, il Santo domò la rabbia di una volpe che rapiva galline e polli ad una vecchietta. 

Le storie che riguardano Francesco a Carinola sono diverse e tutte tramandate oralmente fino ai nostri giorni. Quello che è certo è che il Convento francescano sorse subito, già in quella prima metà del XIII secolo, ad opera degli stessi frati.    Esso viene citato per la prima volta nel 1330, nel Provinciale di fra’ Paolino da Venezia, vescovo di Pozzuoli, ed è poi riportato in un elenco di conventi francescani del XIV secolo, il De Conformitate di Bartolomeo dei Rinonicchi da Pisa, mentre il Wadding lo cita ancora, nel 1506, come Convento n° 10 dei Minori Osservanti.  

Fra’ Francesco Gonzaga, nella sua opera De Origine Seraphicae Religionis, ci fa invece sapere che nel 1587 vi abitavano 12 frati. Sempre 12 frati, fino alla chiusura del periodo napoleonico; come gli apostoli di Cristo.

Dalla sua fondazione, il Convento francescano è stato costantemente abitato dai Frati Minori Osservanti ed ha visto, tra le sue mura, numerose personalità e santi: Guglielmo da Ockham il filosofo francescano che, per le sue idee, vi fu confinato nel XIV secolo e forse vi morì; San Bernardino da Siena; San Giacomo della Marca, che nel 1479 guarì il re Ferdinando I d’Aragona che versava in fin di vita a Carinola. 

Il Convento, nei secoli,  è  passato attraverso fasi storiche molto travagliate, conoscendo l’abbandono, la distruzione bellica e l’incuria dell’uomo, ma alla fine è ancora lì a testimoniare, con la sua semplicità e la sua bellezza, la presenza di un uomo straordinario come Francesco d’Assisi.

c.d.l.

Anche: http://carinolastoria.blogspot.it/2012/04/guglielmo-da-ockham-confinato-carinola.html

Alcuni testi consultati

Alfoso Maria de’ Liguori – La vera sposa di Gesù Cristo ossia la monaca Santa – Napoli, 1838

Cantarella E.- Guidorizzi G. – La cultura della storia – Milano, 1998

Castrichino G.- Supino G. – San Francesco d’Assisi a Gaeta e a Casanova di Carinola – Formia, 1991

Gemelli fr. Agostino – Il francescanesimo – 7ma ediz. Milano, 1956

Gonzaga fra’ Francesco- De Origini Seraphicae Religionis – Roma, 1587

Marchese Angelo – Storia intertestuale della letteratura italiana – Messina/Firenze, 1997

Marcos De Lisboa – Croniche degli ordini istituiti dal Padre S. Francesco – Venezia 1591

Mazzara Benedetto – Leggendario francescano – Venezia, 1721

Menna Luca – (a cura di Adele Marini Ceraldi) – Saggio Istorico della città di Carinola – Scauri, 1980

Sperelli Alessandro – Ragionamenti pastorali – Roma, 1664

Wadding Luca – Annales Ordinis Minorum – 1222, n° 11 – Lugduni, 1625-54

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