Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Le Insorgenze. L’Italia contro Napoleone (1796-1814)

Posted by on Set 19, 2019

Le Insorgenze. L’Italia contro Napoleone (1796-1814)

La collana storica dei “Quaderni del Timone”, la più diffusa rivista di apologetica cattolica italiana diretta da Gianpaolo Barra, si impreziosisce con un nuovo fascicolo: lo firma Oscar Sanguinetti (Presentazione di Marco Invernizzi) e ha per tema uno degli argomenti più dimenticati – oltre che politicamente scorretti – dalla storiografia risorgimentalista imperante, ovvero le cosiddette ‘Insorgenze’ antigiacobine e antinapoleoniche, rectius ‘controrivoluzionarie’, che ebbero luogo un po’ ovunque nella nostra Penisola tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX.

Si trattò realmente di un avvenimento di popolo, come non fu invece il processo di unificazione coatta capeggiato da Casa Savoia decenni più tardi: eppure di quello che accadde in quei turbolenti anni che videro morire sul campo circa 100.000 italiani, di certo non meno italiani di quelli caduti al seguito dell’ubriacatura ideologica garibaldina o mazziniana, si é persa oggi quasi del tutto la memoria pubblica. Lo lamenta in apertura d’opera proprio Invernizzi quando scrive che “del ventennio napoleonico, nessuno sa niente. Nei programmi scolastici non viene ricordato, la letteratura non ne parla quasi mai, al contrario capita spesso di ascoltare intellettuali italiani parlare bene di Napoleone come il primo vero modernizzatore dell’Europa, e dunque dell’Italia” (pag. 7). All’interno poi del corpo sociale cattolico la situazione non di rado è ancora più sconfortante: il giudizio sul Bonaparte varia infatti sensibilmente di valore da un interlocutore ad un altro come se il fatto – ineguagliato nella storia della Cristianità – di aver tenuto prigionieri due Papi (rispettivamente Pio VI [1775-1799] e Pio VII [1800-1823], quest’ultimo peraltro morto in Francia durante la prigionia) fosse un dato neutrale come un altro, liberamente interpretabile a seconda dei punti di vista. Contro questa vera e propria deformazione dell’identità italiana più genuina e profonda va quindi riaffermato che – è sempre Invernizzi a scriverlo – durante il ventennio napoleonico “molti italiani insorsero contro la dominazione francese, non tanto perché straniera, ma in quanto cercava di cambiare il modo di vivere degli italiani, introducendo la leva di massa obbligatoria, aumentando le tasse, vietando processioni, chiudendo chiese e addirittura imprigionando i Pontefici perché avevano osato opporsi al potere dell’impero. Erano gli insorgenti e ne furono uccisi [decine di migliaia] nel corso delle diverse guerre di guerriglia che si svolsero lungo la penisola. Erano cattolici italiani, di diverse parti […] Non se ne è mai occupato nessuno (o quasi), fino a tempi recenti” (ibidem).
Segue quindi un’introduzione dell’Autore (pp. 8-11) che inquadra opportunamente il contesto storico in cui si sviluppa il processo rivoluzionario francese e le prime vivaci reazioni popolari allo stesso, a cominciare dall’insurrezione della regione della Vandea nella Francia del 1793 e, a seguire, dall’epopea sanfedista nell’Italia del 1799. Sanguinetti ricorda poi i vari studiosi che negli ultimi anni si sono soffermati sulla tematica rimossa lasciando un metodo significativo, o almeno una traccia, da seguire: da Roger Dupuy e Reynald Secher in Francia a Francesco Mario Agnoli e Sandro Petrucci in Italia. E’ anzitutto alle loro pagine che oggi bisogna guardare per “riscoprire momenti e figure [fino a poco tempo fa] ignoti o sottovalutati” (pag. 11). I successivi quattro capitoli (“L’Insorgenza”, pp. 12-19; “L’Insorgenza in Italia”, pp. 20-45; “Alcune questioni”, pp. 46-51 e “Come interpretare le Insorgenze”, pp. 52-57) illuminano più nel dettaglio il fenomeno storico vero nomine ‘controrivoluzionario’ presentando prima i protagonisti intellettuali della reazione ‘colta’, a livello di classi dirigenti, e poi le diverse epopee popolari. Sul primo versante Sanguinetti ricorda come fondamentali gli scritti polemici del conte savoiardo Joseph de Maistre (1753-1821), il quale resta – con le sue inarrivate Considerazioni sulla Francia (1796) – probabilmente il più grande pensatore totalmente e radicalmente controrivoluzionario del suo tempo, quindi il francese Louis de Bonald (1754-1840), passando per lo svizzero Karl Ludwig von Haller (1768-1854), fino al prussiano Friedrich von Gentz (1764-1832): tutti comunque, in un modo o nell’altro, parzialmente debitori di quell’analisi antiveggente messa nero su bianco per la prima volta dal britannico Edmund Burke (1729-1797) con le sue Riflessioni sulla rivoluzione in Francia uscite nel 1790.
Relativamente al secondo versante, invece, l’Autore pone in evidenza gli elementi – spesso mistificati – che portano obiettivamente a considerare le Insorgenze come una realtà nient’affatto episodica o casuale, ma al contrario, come un fenomeno unitario e – a livello di masse – assolutamente consapevole. Insomma quelle che scoppiano allora numerose in gran parte d’Italia non sono delle rivolte marginali orchestrate da qualche esagitato capo-popolo in cerca d’avventure ma, proprio come avvenne oltre Oceano da parte delle colonie nordamericane verso la Madrepatria britannica, delle reazioni mirate e coscienti contro un tentativo arbitrario di usurpazione delle proprie libertà naturali, oltre che di negazione violenta della propria storia. Avviene così che “fra il 1796 e il 1814, più o meno ovunque si levi uno stendardo francese, ovunque vengano abbattuti l’aquila bicipite, il leone di San Marco, le chiavi di san Pietro, la croce sabauda e i gigli borbonici, il popolo italiano rifiuta di sottomettersi al nuovo potere, si ribella, si avventa nei modi più svariati contro l’invasore empio e rapace, libera, ove può, il territorio del municipio o del contado o del principato dall’invasore, restaura, magari con qualche variante, l’ordine antico” (pag. 26). L’episodio più significativo di questa vera e propria battaglia identitaria al Nord resta l’insorgenza di Verona veneta, le cosiddette ‘Pasque veronesi’, scoppiate nell’aprile del 1797. Tuttavia, “il maggior numero d’insorgenze, in questi anni di fine secolo, si addensa nelle regioni centrali della Penisola. [Infatti] il primo soggetto con il quale la Repubblica Francese entra in frizione è Papa Pio VI” (pag. 31) che vedrà i suoi territori invasi dagli occupanti stranieri e, quindi, l’instaurazione della prima Repubblica Romana (1798). Arrestato e deportato in Francia, come accennato, il Pontefice vi morirà in solitudine l’anno successivo, proprio quando poco più a Sud si svolge l’epopea dell’esercito della Santa Fede guidato dall’indomito cardinale Fabrizio Ruffo di Baranello (1744-1827).
Ma l’Autore ricorda anche il ‘Viva Maria’ aretino (come venne chiamato dal grido ossessivo degl’insorti), “forse il movimento popolare antifrancese e antirivoluzionario italiano più ampio e più completo, sì da configurarsi addirittura – come la Vandea per la Francia – quale modello d’insorgenza ‘italiana’” (pag. 35), ancora la ‘Massa Cristiana’ in Piemonte, e molti altri episodi minori in Romagna, come in Garfagnana, in Valtellina e in Venezia Giulia tra gli altri, oggi pressochè tutti rimossi da ogni atto di culto civile.

Da ultimo, non manca un ricordo dell’indimenticabile insorgenza tirolese guidata da quell’Andreas Hofer (1767-1810) che pagherà con la sua stessa vita la sua eroica testimonianza di libertà e, insieme, di attaccamento radicato alla millenaria fede. Ecco, se oggi si vuol tornare a parlare di federalismo e di identità con realismo sarà bene tornare a guardare e a meditare anzitutto queste pagine e queste figure reali che spiegano il carattere e la memoria delle nostre diverse, e variegate, realtà locali più e molto meglio dei (politicamente corretti) libri di testo scolastici o anche (talvolta) dei discorsi colmi di retorica di alcune delle cariche (in tesi) più rappresentative dello Stato. Volendo stendere un bilancio finale, Sanguinetti calcola infine che “i combattenti dell’insorgenza – i dati sono molto approssimati per difetto – sono almeno trecentomila e le vittime un numero straordinariamente elevato: fra le sessantamila […] e le centomila […]. Un numero impressionante, se si confronta con la popolazione allora residente nel territorio dell’odierna Italia, che ammontava a circa quindici milioni di abitanti. La storia d’Italia non ha mai conosciuto un numero così elevato di caduti: se si pensa che le vittime di tutte le guerre del Risorgimento, a detta dello storico Gaetano Salvemini (1873-1957), sono state poco più di seimila […] si comprende che ci si trova davanti a un evento immane, che suscita interrogativi pesanti sul perchè nessuno lo conosca, anzi si continui a celebrare i loro uccisori come liberatori” (pag. 50). Insomma, l’Insorgenza di fine Settecento e inizio Ottocento, osservata senza pre-giudizi e passioni partigiane rivela lucidamente che qui, “per la prima volta nella storia […] esiste una nazione italiana” (pag. 56), orgogliosa di esserlo e pronta a combattere pur di continuare a esserlo. Lo aveva intuito già peraltro – come suggerisce la quarta di copertina del fascicolo – lo storico Niccolò Rodolico (1873-1969) ai suoi tempi: oggi, a oltre quarant’anni dalla sua scomparsa, e molta altra acqua passata sotto i ponti, si spera che ne prendano finalmente atto anche i suoi successori sulle cattedre universitarie.

fonte https://www.pontelandolfonews.com/storia/le-insorgenze/le-insorgenze-litalia-contro-napoleone-1796-1814/

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L’UNITA’ D’ITALIA VISTA DA UNA PROSPETTIVA ESTERA

Posted by on Set 19, 2019

L’UNITA’ D’ITALIA VISTA DA UNA PROSPETTIVA ESTERA

Uno degli ostacoli più dolorosi con i quali il meridionalista medio si scontra è l’incredulità della gente. Per chi è fuori dalla Matrix è facile trovare l’errore, ma per i più, che loro malgrado hanno studiato sui libri scolastici una certa storia e che ascoltano dai media nazionali una certa cronaca, in assenza di approfondimenti personali sulle fonti (che nessuno fa) credere alle tesi meridionaliste è arduo. E’ arduo accettare l’idea che lo Stato, l’ente politico supremo che dovrebbe tutelare i diritti del cittadino, in realtà faccia pesanti distinzioni all’interno del proprio territorio, riconoscendo de facto e talvolta anche de iure cittadini di serie A e di serie B.
Uno dei campi nei quali lo scontro è più acceso è quello storico. In particolare ci si accapiglia sulle diverse versioni del Risorgimento italiano; sulla legittimità delle modalità di costituzione dell’Unità d’Italia, sulle condizioni economiche del meridione in epoca pre-unitaria e sulle conseguenze, positive o negative, che l’Unità ha avuto sull’economia dei territori appartenenti all’ex Regno delle Due Sicilie .
Come sempre, al cospetto di litiganti che offrono versioni contrastanti dei fatti, la cosa più sensata da fare è quella di chiamare in causa testimoni esterni e ascoltare ulteriori versioni. In merito all’Unità d’Italia, ci si è affidati per un’indagine storica rapida e genericamente accettabile a quella che ormai è divenuta la più universale e pratica delle fonti di conoscenza: wikipedia. Non è certo questa una fonte indiscutibile, ma essendo wikipedia un’opera corale, è quella che più verosimilmente si sottrae al controllo di gruppi di potere, censure politiche e mistificazioni intenzionali delle informazioni. Di seguito si mostra cosa si legge nelle versioni straniere di wikipedia alla voce “Città di Napoli – storia” in merito all’Unità d’Italia.
Da Wikipedia in inglese: “…Dopo la Spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi, culminata nel controverso Assedio di Gaeta, Napoli entrò a far parte del Regno d’Italia nel 1861 […] Il Regno delle Due Sicilie era stato ricco e ben 443,2 milioni di ducati furono prelevati dalle banche del vecchio regno e versati al nuovo tesoro italiano. L’economia dell’area prima nota come Regno delle Due Sicilie declinò, portando a un’ondata di emigrazione senza precedenti, con circa 4 milioni di persone emigrate dall’area di Napoli tra il 1876 e il 1913. …”
Da Wikipedia in olandese: “…Sotto il dominio borbonico iniziò un periodo di fiorente industrializzazione. Nel 1860 terminò l’epoca borbonica. I garibaldini invasero e conquistarono il regno. Nell’ottobre del 1860, a seguito di un discutibile referendum, si confermò la fine del regno. Napoli non era più una capitale. Ingenti capitali furono spostati a nord e a seguito di ciò non furono più investiti nell’industria napoletana. Questo comportò il drastico arretramento dell’industria napoletana rispetto a quella del nord del paese e determinò un generale impoverimento della città. Stessa sorte interessò l’intero sud Italia. Da allora il triangolo Torino-Genova-Milano è stato e rimane il centro di gravità dell’economia italiana, rispetto al quale il sud del paese è considerato arretrato. La mafia napoletana e la camorra sono fenomeni che risalgono proprio a quel periodo e da allora, a causa dell’impoverimento della popolazione hanno preso il sopravvento. …”
Da Wikipedia in tedesco: “… Francesco II, ultimo sovrano borbonico, fuggì dalla città verso la fortezza di Gaeta, dove annunciò la sua resa il 13 febbraio del 1861, a seguito della quale fu dichiarato deposto. Tuttavia molti napolitani si identificarono solo in misura limitata nel nuovo stato italiano, il cui punto di partenza e centro di potere si trovava in Piemonte, in Italia settentrionale, per il sud terra straniera. In effetti molti dei progetti di sviluppo e misure di sostegno del nuovo governo furono creati ad esclusivo beneficio del nord del paese, mentre il sud Italia fu trascurato e pesantemente gravato economicamente da una politica fiscale sleale e dura. Le riforme necessarie al fine di eliminare i problemi sorti durante la dominazione borbonica (ad esempio una riforma agraria) non furono attuate, nemmeno con l’intervento dei grandi proprietari terrieri del sud. Il governo fallì nel compito di concordare internamente il paese. Nei primi decenni successivi alla fondazione del nuovo regno italiano il Nord prosperò economicamente e presto si fece strada tra le principali nazioni industrializzate d’Europa, il Sud invece rimase povero e agonizzante. […]. Il XX secolo cominciò con un programma di industrializzazione del sud, ma il progetto fallì a causa di scarsa pianificazione, mancanza di infrastrutture e distrazione di fondi verso fonti oscure. Si giunse così alla prima grande ondata di emigrazione verso il nord Italia, l’Argentina e soprattutto verso gli Stati Uniti. …”
Da Wikipedia in lingua vietnamita: “…Dopo un lungo periodo di recessione, seguito alla fondazione della nazione italiana avvenuta oltre 100 anni fa, la città [di Napoli] ha fatto grandi progressi nel riconquistare la sua reputazione di centro culturale. …”
Ulteriori significative versioni in altre lingue si rifanno grosso modo alle versioni su citate (la versione cinese è una traduzione del contenuto in inglese; la versione persiana traduce i contenuti di quella tedesca). La versione francese provvidenzialmente salta a piè pari il IXX secolo, passando dal ‘700 direttamente al 1943. La versione spagnola la omettiamo noi per correttezza, perché per ovvi motivi di casato gli iberici sono palesemente di parte borbonica.
Conclusione: il mondo intero racconta su wikipedia una storia un po’ diversa rispetto a quella raccontata in Italia. Tutte le versioni straniere più dettagliate del nostro Risorgimento presentano delle incongruenze con la versione nazionale, esprimono spesso dubbi sulla regolarità del referendum dell’ottobre 1860 e manifestano perplessità varie, allineandosi in più di un’occasione con le “incredibili” tesi meridionaliste. Unica eccezione: la versione di wikipedia in ungherese, una delle più ricche, che coincide in maniera puntuale con la versione italiana. E’ però d’obbligo sottolineare che una legione ungherese, guidata dal massone Istvàn Turr, combatté per i Savoia contro l’Austria e partecipò alla Spedizione dei Mille. Istvàn Turr fu amico di Garibaldi, generale dell’Esercito Meridionale e Governatore di Napoli, dove organizzò il controverso referendum dell’ottobre 1860, prima di diventare Aiutante di campo Onorario di Vittorio Emanuele.
Ognuno si faccia la sua idea.
Elina Tizzano per il Roma , 4 luglio 2019

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L’INSABBIAMENTO CULTURALE DELLA “QUESTIONE MERIDIONALE”

Posted by on Set 19, 2019

L’INSABBIAMENTO CULTURALE DELLA “QUESTIONE MERIDIONALE”

di CARLO COPPOLA

Molti storici in epoca moderna hanno fatto luce sugli eventi che hanno caratterizzato l’unità d’Italia dimostrando, con certezza, che la cultura di “regime” stese, dai primi anni dell’unità, un velo pietoso sulle vicende “risorgimentali” e sul loro reale evolversi.

Tutte le forme d’influenza sulla pubblica opinione furono messe in opera, per impedire che la sconfitta dei Borboni o la rivolta del popolo meridionale si colorasse di toni positivi.

Si cercò di rendere patetica e ridicola la figura di Francesco II – il “Franceschiello” della vulgata – arrivando alla volgarità di far fare dei fotomontaggi della Regina Maria Sofia in pose pornografiche, che furono spediti a tutti i governi d’Europa e a Francesco II stesso, il quale, figlio di una “santa” e allevato dai preti, con ogni probabilità non aveva mai visto sua moglie nuda nemmeno dal vivo.

Risultò, in seguito, che i fotomontaggi erano stati eseguiti da una coppia di fotografi di dubbia fama, tali Diotallevi, che confessarono di aver agito su commissione del Comitato Nazionale; la vicenda suscitò scalpore e, benché falsa, servì allo scopo di incrinare la reputazione dei due sovrani in esilio.

La memoria di Re Ferdinando II, padre di Francesco, fu infangata da accuse di brutalità e ferocia: gli fu scritto dal Gladstone – interessatamente – d’essere stato – lui cattolicissimo – “la negazione di Dio”.

Soprattutto si minimizzò l’entità della ribellione che infiammava tutto il l’ex Regno di Napoli, riducendolo a “volgare brigantaggio”, come si legge nei giornali dell’epoca (giornali, peraltro, pubblicati solo al nord in quanto la libertà di stampa fu abolita al sud fino al 31 dicembre 1865); nasce così la leggenda risorgimentale della “cattiveria” dei Borboni contrapposta alla “bontà” dei piemontesi e dei Savoia che riempirà le pagine dei libri scolastici.

Restano a chiarire le motivazioni che hanno indotto gli ambienti accademici del Regno d’Italia prima, del periodo fascista e della Repubblica poi, a mantenere fin quasi ai giorni nostri, una versione dei fatti così lontana dalla verità.

A mio parere le ragioni sono composite, ma riconducibili ad un concetto che il D’Azeglio enunciò nel secolo scorso “Abbiamo fatto l’Italia, adesso bisogna fare gli Italiani”, e possono essere esemplificate nel seguente modo:

a. Il mondo della cultura post-unitaria si adoperò per sradicare dalla coscienza e dalla memoria di quelle popolazioni che dovevano diventare italiane, il modo piratesco e cruentisissimo con il quale l’unità si ottenne, ammantando di leggende “l’eroico” operato dei Garibaldini (che sarebbero stati, nonostante tutto, schiacciati prima o poi dall’esercito borbonico), sminuendo il fatto che la reale conquista del meridione fu ottenuta, in realtà, dall’esercito piemontese, attraverso le vicende della guerra civile – nonostante la formale annessione al Regno di Piemonte – e tacendo, soprattutto, la circostanza che le popolazioni del sud, salvo una minoranza di latifondisti ed intellettuali, non avevano nessuna voglia di essere “liberate” e anzi reagirono violentemente contro coloro i quali, a ragione, erano considerati invasori.

Per contro si diede della deposta monarchia borbone un’immagine traviata e distorta, e del ‘700 e ‘800 napoletano la visione, bugiarda, di un periodo sinistro d’oppressione e miseria dal quale le genti del sud si emanciperanno, finalmente, con l’unità, liberate dai garibaldini e dai piemontesi dalla schiavitù dello “straniero”.

b. . Il Ministero della Pubblica Istruzione e della cultura popolare del periodo fascista, proteso com’era al perseguimento di valori nazionalistici e legato a filo doppio alla dinastia Savoia, non ebbe, per ovvi motivi, nessuna voglia di tipo “revisionista”, riconducendo anzi l’origine della nazione al periodo romano e saltando a piè pari un millennio di storia meridionale. Il governo fascista ebbe l’indiscutibile merito di cercare di innescare un meccanismo di recupero economico della realtà meridionale, ma da un punto di vista storico insabbiò ancor di più la questione meridionale, ritenendola inutile e dannosa nell’impianto culturale del regime.

c. La Repubblica Italiana, nel dopoguerra, mantenne intatto, in sostanza, l’impianto di pubblica istruzione del periodo fascista.

La nazione emergeva, non bisogna dimenticarlo, da una guerra civile, nella quale le fazioni in lotta avevano, con la Repubblica di Salò, diviso in due l’Italia, il movimento indipendentista siciliano era in piena agitazione (erano gli anni delle imprese di Salvatore Giuliano), non era certamente il momento di sollevare dubbi sulla veridicità della storia risorgimentale e alimentare così tesi separatiste.

Si è arrivati in questo modo ai giorni nostri, dove ancora adesso, in molti libri scolastici, la storia d’Italia e del meridione in particolare è vergognosamente mistificata.

In campo economico la visione che si dette del Regno delle due Sicilie fu, se possibile, ancora più lontana dalla realtà effettuale.

Il Sud borbonico, come ci riporta Nicola Zitara era: “Un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l’estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il piú avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento d’industrie, le quali, erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene ancora non perfette e con una capacità di proiettarsi sul mercato internazionale limitata, come, d’altra parte, tutta l’industria italiana del tempo (e dei successivi cento anni). (…)

Il Paese era pago di sé, alieno da ogni forma di espansionismo territoriale e coloniale. La sua evoluzione economica era lenta, ma sicura. Chi reggeva lo Stato era contrario alle scommesse politiche e preferiva misurare la crescita in relazione all’occupazione delle classi popolari. Nel sistema napoletano, la borghesia degli affari non era la classe egemone, a cui gli interessi generali erano ottusamente sacrificati, come nel Regno sardo, ma era una classe al servizio dell’economia nazionale”.

In realtà il problema centrale dell’intera vicenda è che nel 1860 l’Italia si fece, ma si fece malissimo. Al di là delle orribili stragi che l’unità apportò, le genti del Sud patiscono ancora ed in maniera evidentissima i guasti di un processo di unificazione politica dell’Italia che fu attuato senza tenere in minimo conto le diversità, le esigenze economiche e le aspirazioni delle popolazioni che venivano aggregate.

La formula del “piemontismo”, vale a dire della mera e pedissequa estensione degli ordinamenti giuridici ed economici del Regno di Piemonte all’intero territorio italiano, che fu adottata dal governo, e i provvedimenti “rapina” che si fecero ai danni dell’erario del Regno di Napoli, determinarono un’immediata e disastrosa crisi del sistema sociale ed economico nei territori dell’ex Regno di Napoli e il suo irreversibile collasso.

D’altronde le motivazioni politiche che avevano portato all’unità erano – come sempre accade – in subordine rispetto a quelle economiche.
Se si parte dall’assunto, ampiamente dimostrato, che lo stato finanziario del meridione era ben solido nel 1860, si comprendono meglio i meccanismi che hanno innescato la sua rovina.

Nel quadro della politica liberista impostata da Cavour, il paese meridionale, con i suoi quasi nove milioni di abitanti, con il suo notevole risparmio, con le sue entrate in valuta estera, appariva un boccone prelibato.

L’abnorme debito pubblico dello stato piemontese procurato dalla politica bellicosa ed espansionista del Cavour (tre guerre in dieci anni!) doveva essere risanato e la bramosia della classe borghese piemontese per la quale le guerre si erano fatte (e alla quale il Cavour stesso apparteneva a pieno titolo) doveva essere, in qualche modo, soddisfatta.

Descrivere vicende economiche e legate al mondo delle banche e della finanza, può risultare al lettore, me ne rendo conto, noioso, ma non è possibile comprendere alcune vicende se ne conoscono le intime implicazioni.

Lo stato sabaudo si era dotato di un sistema monetario che prevedeva l’emissione di carta moneta mentre il sistema borbonico emetteva solo monete d’oro e d’argento insieme alle cosiddette “fedi di credito” e alle “polizze notate” alle quali però corrispondeva l’esatto controvalore in oro versato nelle casse del Banco delle Due Sicilie.

Il problema piemontese consisteva nel mancato rispetto della “convertibilità” della propria moneta, vale a dire che per ogni lira di carta piemontese non corrispondeva un equivalente valore in oro versato presso l’istituto bancario emittente, ciò dovuto alla folle politica di spesa per gli armamenti dello stato.

In parole povere la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura (una moneta borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d’oro o d’argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale).

Quindi cita ancora lo Zitara: “Senza il saccheggio del risparmio storico del paese borbonico, l’Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla stessa risorsa faceva assegnamento la Banca Nazionale degli Stati Sardi.

La montagna di denaro circolante al Sud avrebbe fornito cinquecento milioni di monete d’oro e d’argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la banca d’emissione sarda – che in quel momento ne aveva soltanto per cento milioni – avrebbe potuto costruire un castello di cartamoneta bancaria alto tre miliardi.

Come il Diavolo, Bombrini, Bastogi e Balduino (titolari e fondatori della banca, che sarebbe poi divenuta Banca d’Italia) non tessevano e non filavano, eppure avevano messo su bottega per vendere lana. Insomma, per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l’unica risposta a portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s’erano messi”.

A seguito dell’occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete per trasformarle in carta moneta così come previsto dall’ordinamento piemontese, poiché in tal modo i banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e avrebbero potuto controllare tutto il mercato finanziario italiano (benché ai due banchi fu consentito di emettere carta moneta ancora per qualche anno). Quell’oro, invece, attraverso apposite manovre passò nelle casse piemontesi.

Tuttavia nella riserva della nuova Banca d’Italia, non risultò esserci tutto l’oro incamerato (si vedano a proposito gli Atti Parlamentari dell’epoca).

Evidentemente parte di questo aveva preso altre vie, che per la maggior parte furono quelle della costituzione e finanziamento di imprese al nord operato da nuove banche del nord che avrebbero investito al nord, ma con gli enormi capitali rastrellati al sud.

Ancora adesso, a ben vedere, il sistema creditizio del meridione risente dell’impostazione che allora si diede. Gli istituti di credito adottano ancora oggi politiche ben diverse fra il nord ed il sud, effettuando la raccolta del risparmio nel meridione e gli investimenti nel settentrione.

Il colpo di grazia all’economia del sud fu dato sommando il debito pubblico piemontese, enorme nel 1859 (lo stato più indebitato d’Europa), all’irrilevante debito pubblico del Regno delle due Sicilie, dotato di un sistema di finanza pubblica che forse rigidamente poco investiva, ma che pochissimo prelevava dalle tasche dei propri sudditi. Il risultato fu che le popolazioni e le imprese del Sud, dovettero sopportare una pressione fiscale enorme, sia per pagare i debiti contratti dal governo Savoia nel periodo preunitario (anche quelli per comprare quei cannoni a canna rigata che permisero la vittoria sull’esercito borbonico), sia i debiti che il governo italiano contrarrà a seguire: esso in una folle corsa all”armamento, caratterizzato da scandali e corruzione, diventò, con i suoi titoli di stato, lo zimbello delle piazze economiche d’Europa.

Scrive ancora lo storico Zitara: “La retorica unitaria, che coprì interessi particolari, non deve trarre in inganno. Le scelte innovative adottate da Cavour, quando furono imposte all’intera Italia, si erano già rivelate fallimentari in Piemonte. A voler insistere su quella strada fu il cinismo politico di Cavour e dei suoi successori, l’uno e gli altri più uomini di banca che veri patrioti. Una modificazione di rotta sarebbe equivalsa a un’autosconfessione. Quando, alle fine, quelle “innovazioni”, vennero imposte anche al Sud, ebbero la funzione di un cappio al collo.

Bastò qualche mese perché le articolazioni manifatturiere del paese, che non avevano bisogno di ulteriori allargamenti di mercato per ben funzionare, venissero soffocate.

L’agricoltura, che alimentava il commercio estero, una volta liberata dei vincoli che i Borbone imponevano all’esportazione delle derrate di largo consumo popolare, registrò una crescita smodata e incontrollabile e ci vollero ben venti anni perché i governi sabaudi arrivassero a prostrarla. Da subito, lo Stato unitario fu il peggior nemico che il Sud avesse mai avuto; peggio degli angioini, degli aragonesi, degli spagnoli, degli austriaci, dei francesi, sia i rivoluzionari che gli imperiali”.

Per contro una politica di sviluppo, fra mille errori e disastri economici epocali (basti pensare al fallimento della Banca Romana, principale finanziatrice dello stato unitario o allo
scandalo Bastogi per l’assegnazione delle commesse ferroviarie), fu attuata solo al Nord mentre il Sud finì per pagare sia le spese della guerra d’annessione, sia i costi divenuti astronomici dell’ammodernamento del settentrione.

Il governo di Torino adottò nei confronti dell’ex Regno di Napoli una politica di mero sfruttamento di tipo “colonialista” tanto da far esclamare al deputato Francesco Noto nella seduta parlamentare del 20 novembre 1861:

“Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra come conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perú e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala”.

La politica dissennatamente liberistica del governo unitario portò, peraltro, la neonata e debolissima economia dell’Italia unita a un crack finanziario.

Le grandi società d’affari francesi ed inglesi fecero invece, attraverso i loro mediatori piemontesi, affari d’oro.

Nel 1866, nonostante il considerevole apporto aureo delle banche del sud, la moneta italiana fu costretta al “corso forzoso” cioè fu considerata dalle piazze finanziarie inconvertibile in oro. Segno inequivocabile di uno stato delle finanze disastroso e di un’inflazione stellare. I titoli di stato italiani arrivarono a valere due terzi del valore nominale, quando quelli emessi dal governo borbonico avevano un rendimento medio del 18%.

Ci vorranno molti decenni perché l’Italia postunitaria, dal punto di vista economico, possa riconquistare una qualche credibilità.

L’odierna arretratezza economica del Meridione è figlia di quelle scelte scellerate e di almeno un cinquantennio di politica economica dissennata e assolutamente dimentica dell’ex Regno di Napoli da parte dello stato unitario.

Si dovrà aspettare il periodo fascista per vedere intrapresa una qualche politica di sviluppo del Meridione con un intervento strutturale sul suo territorio attraverso la costruzione di strade, scuole, acquedotti (quello pugliese su tutti), distillerie ed opifici, la ripresa di una politica di bonifica dei fondi agricoli, il completamento di alcune linee ferroviarie come la Foggia-Capo di Leuca, – iniziata da Ferdinando II di Borbone, dimenticata dai governi sabaudi e finalmente terminata da quello fascista.

Ma il danni e i disastri erano già fatti: una vera economia nel sud non esisteva più e le sue forze più giovani e migliori erano emigrate all’estero.

Nonostante gli interventi negli anni ’50 del XX secolo con il piano Marshall (peraltro con nuove sperequazioni tra nord e sud), ’60 e ’70 con la Cassa per il Mezzogiorno e l’aiuto economico dell’Unione Europea ai giorni nostri, il divario che separa il Sud dal resto d’Italia è ancora notevole.

La popolazione dell’ex Regno di Napoli, falcidiata dagli eccidi del periodo del “brigantaggio”, stremata da anni di guerra, di devastazioni e nefandezze d’ogni genere, per sopravvivere, darà vita alla grandiosa emigrazione transoceanica degli ultimi decenni dell”800, che continuerà, con una breve inversione di tendenza nel periodo fascista e una diversificazione delle mete che diventeranno il Belgio, la Germania, la Svizzera, fin quasi ai giorni nostri.

Il Sud pagherà, ancora una volta, con il flusso finanziario generato dal lavoro e dal sacrificio degli emigranti meridionali, lo sviluppo dell’Italia industriale.

Ritengo, in conclusione, che sia un diritto delle gente meridionale riappropriarsi di quel pezzo di storia patria che dopo il 1860 le fu strappato e un dovere del corpo insegnanti dello stato favorire un’analisi storica più oggettiva di quei fatti che tanto peso hanno avuto ed hanno ancora nello sviluppo sociale del Paese, anche attraverso una scelta dei testi scolastici più oculata ed imparziale.

La guerra fra il nord ed il sud d’Italia non si combatte più sui campi di battaglia del Volturno, del Garigliano, sugli spalti di Gaeta o nelle campagne infestate dai “briganti”, ma non per questo è meno viva; continua ancora oggi sul terreno di una cultura storica retriva e bugiarda che, alimentando una visione del sud “geneticamente” arretrato, produce un’ulteriore frattura tra due “etnie” che non si sono amate mai.

Il dibattito ancora aperto e vivace sull’ipotesi di una Italia federalista, i toni accesi del Partito della Lega Nord, una certa avversione, subdola ma reale, tra la gente del nord e quella del sud, nonostante il “rimescolamento” dovuto all’emigrazione interna, testimoniano quanto queste problematiche, nate nel 1860, siano ancora attualissime.

Oggi l’unità dello stato, in un periodo dove il progresso passa attraverso enti politico-economici sopranazionali come la Comunità Europea, è certamente un valore da salvaguardare, ma al meridione è dovuta una politica ed una attenzione particolari, una politica legata ai suoi effettivi interessi, che valorizzi le sue enormi risorse e assecondi le sue vocazioni, a parziale indennizzo dei disastri e delle ingiustizie che l’unità vi ha apportato.

L’enorme numero di morti che costò l’annessione, i 23 milioni di emigrati dal meridione dell’ultimo secolo, che hanno sommamente contribuito, a costo di immani sforzi, alla realizzazione di un’Italia moderna e vivibile, meritano quel concreto riconoscimento e quel rispetto che per 140 anni lo Stato, attraverso una cultura storica mendace, gli ha negato e che oggi gli eredi della Nazione Napoletana reclamano.

di CARLO COPPOLA
“Controstoria dell’Unità d’Italia”
M.C.E. Editore

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Perché la maglia del Napoli è azzurra?

Posted by on Set 18, 2019

Perché la maglia del Napoli è azzurra?

Perché la maglia del Napoli è azzurra?: Ecco come nasce il colore ufficiale della divisa del calcio Napoli. E lo sai quando fu disputata la prima partita di calcio a Napoli?.

PERCHÉ LA MAGLIA DEL NAPOLI È AZZURRA?

La Ssc Napoli nasce nel 1926 dalla fusione di due club: L’Unione Sportiva Internazionale Napoli e il Naples Foot-Ball & Cricket Club.

L’ internazionale aveva la casacca azzurra in onore dei sovrani Borbone e degli Angioini, mentre il Naples aveva una casacca a strisce verticali di colore celeste e azzurro ma con un significato meno nostalgico, infatti esse rappresentavano il cielo ed il mare di Napoli. Dopo la fusione e l’importanza riconosciuta al Naples, prevalse l’azzurro dell’internazionale che ancora oggi caratterizza il colore

LO SAI QUANDO FU DISPUTATA LA PRIMA PARTITA DI CALCIO A NAPOLI?

La prima partita di calcio a Napoli è stata disputata nel 1896 al Campo di Marte (è una delle direttrici di penetrazione interna alla città, area estesa tra le propaggini occidentali del quartiere di San Pietro a Patierno).

ufficiale del Calcio Napoli.

Sul terreno di gioco si sfidarono:  la squadra del Circolo Canottieri Italia,  e una formazione mista degli altri circoli nautici cittadini.

Tra il 1901 e il 1903 venne fondata la prima squadra ufficiale a Napoli : l’aristocratica Open Air Foot Ball Club del  Marchese Michele Ruffo della Scaletta

fonte https://napolipiu.com/perche-la-maglia-del-napoli-e-azzurra?fbclid=IwAR0QOIi34wP_uV3CqNrSOcWL30NoYAkUDVALVHrKNOLfX_XLzTyGhUh3hAg

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Don Liborio Romano il Boia delle Due Sicilie

Posted by on Set 18, 2019

Don Liborio Romano il Boia delle Due Sicilie

Il ritratto di questo personaggio, l’essenza del traditore tipo, per giunta sembra successivamente anche pentito, è quello di un uomo abbastanza vanesio, inconsapevole di quello che faceva e vagamente idealista. Un personaggio esemplare, dunque, per essere adoperato dagli invasori piemontesi per compiere atti devastanti all’interno dello stesso governo duosiciliano. Da evidenziare che fu proprio lui che consacrò definitivamente l’intreccio politica-delinquenza nel Sud, i cui effetti sono ben visibili ancora ai nostri giorni, come ci mostra la scoperta fatta a Napoli il 20 ottobre scorso di una loggia massonica che cospirava con la camorra per condizionare la vita politica. Il dramma di quei tragici giorni in cui si determinò la fine delle Due Sicilie fu che gli avvenimenti si svolsero in una atmosfera di incredulità da parte della dirigenza delle Due Sicilie. Incredulità abbastanza comprensibile perché i tradimenti erano talmente evidenti da far quasi credere non fossero reali. Del resto la politica estera delle Due Sicilie era sempre stata di stretta neutralità, rivolta soprattutto al benessere interno, per cui la ingiustificata aggressione da parte di uno Stato straniero era, per quella dirigenza, del tutto impensabile e, quindi, nulla era stato preparato per fronteggiare il terribile evento dell‘invasione piemontese. IL CANTO DEL CIGNO DELLE DUE SICILIE Il mese di maggio 1860 – la tempesta politica, non inattesa, si avvicinava con lugubri rimbombi – fu l’ultimo mese in cui lo Stato Due Sicilie, sovrano da ben otto secoli, si illuse di poter pensare al proprio destino ancora in modo autonomo, come risulta dal seguente piccolo esempio che La Civiltà Cattolica (Serie IV, vol. VI, pag. 610) ci ha tramandato: “Una legge del 15 Febbraio ultimo ordina l’esecuzione del trattato soscritto a Costantinopoli il 19 Aprile 1859 e ratificato colà stesso il 14 Gennaio di quest’anno, per la congiunzione delle linee telegrafiche dei due Stati, mercé lo stabilimento di un filo elettrico sottomarino da Otranto a traverso l’Adriatico a Vallona, da cui il Sultano s’impegna a stabilire una linea telegrafica fino a Costantinopoli ed a Scutari d’Albania e Cattaro, dove si uniscono le linee telegrafiche dell’Austria; con una terza linea da Costantinopoli stessa alla frontiera di Russia presso Ismail. Intanto in Aquila, Colonnella ed Isernia sono state inaugurate con gran pompa nuove stazioni del telegrafo elettrico”. Di lí a poco, con i famosi “mille”, “tutti generalmente di origine pessima e per lo piú ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto” (parole di G. Garibaldi pronunciate il 5 dicembre 1861 nel Parlamento di Torino) e poi con 23.000 regolari piemontesi, travestiti, da sud e 40.000 da nord sostenuti da Inghilterra e Francia, l’invasione nordista capeggiata dal Piemonte avrebbe seppellito l’antico Reame sotto un inferno di fuoco e di sangue e di corruzione, da cui, ancora dopo 140, la nazione duosiciliana non riesce ad avere sollievo. È L’ORA DEL TRADIMENTO E’ l’ora tenebrosa del tradimento: l’ammiraglio nemico Persano, che a bordo della sua nave ancorata nel porto di Napoli dispone di una cassa di circa un milione di ducati, distribuisce denaro a piene mani e riesce a corrompere quasi tutta l’ufficialità della marina duosiciliana: “possiamo ormai far conto sulla maggior parte dell’officialità della regia marina napoletana” cosí costui scrive al Cavour. E ancora: “Gli Ufficiali Napoletani son pure devoti alla politica di V.E. ed a me. Conservo corrispondenza con quelli di Napoli, non compromettente, ma tale però che ce li assicura senza fallo. Mi scrivono che se si tratta di venire sotto il mio comando son pronti quando che sia” (lett. n. 436, vol. 1°, Carteggio di Camillo Cavour, La Liberazione del Mezzogiorno) e nella lettera 553 del vol. II: “Gli Stati Maggiori di questa marina si possono dire tutti nostri, pochissime essendo le eccezioni”. E il 6 settembre 1860 se ne ebbe la vergognosa conferma. Gli ufficiali della flotta duosiciliana, illusi dall’idealismo suicida (e dal denaro), tradiranno in massa la loro Patria e il loro Re rendendo cosí il loro paese oggetto dell’altrui volontà. Questo sul piano Armata di Mare. E sul piano Armata di Terra? Allo stesso modo se non peggio. I traditori erano numerosi come i granelli di sabbia del mare: il generale Nunziante, lo zio del Re il conte di Siracusa plagiato dalla moglie savoiarda, l’altro zio il conte d’Aquila, entrambi fratelli di Ferdinando II, e poi intendenti, magistrati, tutti ad arraffare i luridi trenta denari che il Persano faceva scivolare nelle loro tasche, addirittura al conte di Siracusa era stata fatta baluginare la luogotenenza della Toscana: “Il conte di Siracusa si dimostra apertamente annessionista, e fa il liberale al punto da chiedermi lo salutassi colla bandiera allo stemma di Savoia e non col borbonico. Naturalmente gli resi gli onori con quello e non con questo (sic), ma le sue parole stanno, e le pronunciava ad intento di essere sentito dall’equipaggio, sicuro che poi io non l’avrei messo in una falsa posizione, per quanto Egli si trovi compromesso d’averne fin sopra gli occhi. Possiamo farlo agire se si vuole, m’istruisca su cotal punto, preme non perdere un momento. Peccato che non può montare a cavallo, trematiccio com’è, ché altrimenti se ne potrebbe tirare un gran partito. Si professa suddito di S.M. V. Emanuele II, solo Re degno di regnare sull’Italia. “V. Emanuele comandi e nessuno l’obbedirà piú sottomessamente di me” mi diceva, e ciò sempre da poter esser udito da alcuni dell’equipaggio. Gli feci travedere una Luogotenenza in Toscana; sorrise di compiacenza. “Il Re e il suo governo comandino, che m’han qui pronto a tutto” soggiunse, sebbene le mie parole fossero siccome gettate a caso ed avessero piú l’impronta del cortigianismo che non d’altro” (Persano a Cavour, dalla rada di Napoli, ibidem, n. 553). Con tale verminaio ai vertici dello Stato il destino del Reame era dunque segnato: guerra e stragi, fame, colera variante della peste, “doni” dei quattro cavalieri dell’Apocalisse, sarebbero stati di lí a poco endemici nel nostro pacifico Paese. La sua ultrasecolare storia volgeva ormai alla fine. COME IL PIEMONTE SI PROCURA LE ARMI La classe dirigente delle Due Sicilie, salvo poche eccezioni, sguazzava “come porci in brago” in un truogolo di marciume, gettando il nostro Paese in pasto ad un piccolo Stato, socialmente e politicamente arretrato, che scimmiottava il liberalismo inglese, ma ancora industrialmente cosí arretrato che nel 1860 aveva ancora bisogno dei macchinisti d’oltre Manica sia per le navi a vapore che per i treni, e che per dare un minimo di armamento al proprio esercito, raccattava fucili vecchio modello anno 1840 radiati dal governo francese: “Monsieur le Ministre, Je suis chargé de faire parvenir à l’Empereur par l’entremise de Votre Excellence les remerciments de mon Gouvernement pour la cession de 25.000 fusils rayés que S. M. a bien voulu accorder” (Signor Ministro, ho l’incarico di far pervenire all’Imperatore per il tramite di Vostra eccellenza i ringraziamenti del mio Governo per la cessione di 25.000 fucili rigati che S.M. ha voluto benevolmente accordare) (lettera n. 905 di Nigra, segretario della Legazione piemontese a Parigi, al ministro degli esteri francese Thouvenel in data 12 giugno 1860, Carteggio Cavour-Nigra). E poi ancora: “Le Gouvernement a acheté 6000 fusils à Marseille. Il est urgent qu’on donne de Paris ordre au Commandant de l’artillerie à Marseille de les mettre à la disposition de notre consul pour qu’on puisse les embarquer tout de suite” (Il Governo ha acquistato 6000 fucili a Marsiglia. E’ urgente che da Parigi si dia ordine al Comandante dell’artiglieria di Marsiglia di metterli a disposizione del nostro console perché si possa imbarcarli immediatamente) (Cavour a Nigra, n. 1081, 31 agosto 1860, stesso Carteggio). E ancora, in un febbrile dispaccio telegrafico (n. 1083) dello stesso Cavour a Nigra il giorno dopo: “Les fusils qui se trouvent à Marseille ont eté cédés par le gouvernement Français. La Legation a du recevoir pour les payer 184.000 francs, ils sont au nombre de 4.000 modéle 1840” (I fucili che si trovano a Marsiglia sono stati ceduti dal Governo Francese. La Legazione ha dovuto ricevere per pagarli 184.000 franchi, sono 4000 di numero, modello 1840). Addirittura con dispaccio 1120 del 18 settembre il Cavour è pronto ad acquistare 50.000 fucili non rigati: “Le Colonel Favé avait offert au mois de juin au Colonel Filippi 50.000 fusils 1840 non rayés; l’offre n’a pas été accepté. Nous l’accepterions maintenant avec reconnaissance. Voyez, si possible, Favé. Payment immédiat” (Il Colonnello Favé aveva offerto nel mese di giugno al Colonnello Filippi 50.000 fucili 1840 non rigati; l’offerta non è stata accettata. Noi l’accetteremmo immediatamente con riconoscenza. Vedete, se possibile, Favé. Pagamento immediato), fucili da pagare ovviamente con prestiti elargiti dalle banche francesi. Nelle righe che seguono focalizzeremo il nostro sguardo sul campione di quel verminaio, su colui che possiamo ben indicare come la personificazione del tradimento, il ministro dell’interno di Francesco II, l’uomo di Patú. IN UN PICCOLO PAESE Una borgata di qualche centinaio di abitanti, tre casettine, come direbbe Palazzeschi, situate a qualche chilometro da S. Maria di Leuca nella penisola salentina in provincia di Lecce. Qui, a Patú, in questo paese da nulla, Liborio Romano, per sventura dei Duosiciliani, aprí gli occhi il 27 ottobre 1795 e diventerà colui che nel 1860 avrebbe recitato la parte di boia del Reame. Di professione avvocato, proveniva da una famiglia che si era compromessa durante l’occupazione francese negli anni di Giuseppe Napoleone e di Murat. Era stato carbonaro e massone e per queste sue tendenze aveva assaporato il carcere ed anche l’esilio. Le carte della polizia lo descrivono negli anni venti del secolo “come un tumultuoso demagogo” fomentatore di disordini e incitatore di rivolta contro il Real Governo: “Da un incartamento di polizia risulta proprio questa circostanza, messa in evidenza dal Procuratore del Tribunale di Lecce, a cui il Ministro (Intonti, ndr) aveva chiesto informazioni: “Questo giovane che avrebbe potuto utilmente impiegare i suoi talenti nella carriera che percorre, avvelenato dalla peste settaria, li ha rivolti al male. Nel nonimestre trovandosi nella capitale (Napoli, ndr) mi si dice che arringava sulle botti, diffondendo nel popolo perniciose massime””. (G. Ghezzi, Saggio storico sull’attività politica di Liborio Romano, Le Monnier, pag. 37, anno 1936-XIV). LA QUESTIONE DEGLI ZOLFI Nel 1836 divenne coprotagonista di una vicenda dai risvolti internazionali: la questione degli zolfi, che Alianello sintetizza come segue: “Fin dal 1816 vigeva tra Londra e Napoli un trattato di commercio, dove l’una nazione accordava all’altra la formula della “nazione piú favorita”. Subito ne approfittarono i mercanti inglesi per accaparrarsi l’intera, o quasi, produzione degli zolfi, allora fiorente in Sicilia. Compravano per poco e rivendevano a prezzi altissimi. Di questo traffico poco o nulla si avvantaggiava il Reame e meno ancora i minatori e i lavoranti dello zolfo. Ferdinando II volle reagire a questo sfruttamento, tanto piú che, avendo sollevato la popolazione dalla tassa sul macinato, aveva bisogno di ristorare le casse dello Stato in altro modo. Fece perciò un passo forse audace: diede in concessione il commercio degli zolfi a una società francese (Taixe Ayard, ndr) che lo avrebbe pagato almeno il doppio di quanto sborsavano gli inglesi. Inde irae: Palmerston nel 1836 mandò la flotta nel golfo di Napoli, minacciando bombardamenti, sbarchi e peggio. Ferdinando II non si smarrí, e ordinò a sua volta lo stato d’allarme dei forti della costa e tenne pronto l’esercito nei luoghi di sbarco…”. Nella vicenda si inserisce don Liborio, che difende le “ragioni” dell’Inghilterra contro la politica economica del Re. Il Romano aveva tra i suoi clienti un certo Sir Close, che durante la controversia col governo di Napoli era stato scelto dal Palmerston per curare gli affari inglesi. Il Close scelse come patrocinatore il Romano. Il Romano, invece di consigliare al suo cliente, per ragioni di imparzialità, un arbitrato internazionale da svolgersi in un paese neutrale “compose una memoria in cui si opponeva con forza al nuovo contratto sostenendo le sue ragioni con tanto vigore che la polizia ne vietò la stampa” (G. Ghezzi, Saggio storico citato). Ferdinando, venutosi a trovare tra due fuochi, cedette e annullò il nuovo contratto, ma dovette pagare i danni. Leggiamo ancora Alianello: “Pareva dovesse scoppiare la scintilla da un momento all’altro. Ci si mise fortunatamente di mezzo Luigi Filippo e la Francia prese su di sé la mediazione. Il risultato fu che lo Stato napoletano dovette annullare il contratto con la società francese e pagare gli inglesi per quel che dicevano d’aver perduto e i francesi per il mancato guadagno. E’ il destino delle pentole di terracotta costrette a viaggiar tra vasi di ferro. Chi ci rimise fu il povero regno napoletano; ma l’Inghilterra se la legò al dito come oltraggio supremo”. ANCORA SULLA BRECCIA Con l’atto sovrano del 29 gennaio 1848 si giunge alla Costituzione concessa da Ferdinando II. Il Romano si presenta come candidato del partito liberale per la provincia di Lecce. Non viene eletto per soli 4 voti, ne occorrevano 1500, lui ne ebbe 1496. Ma per le stragi causate dai liberali in Napoli il 15 maggio, finí in prigione anche lui per attentato alla sicurezza dello Stato. Il fratello Giuseppe riuscí a farla franca per la sua amicizia con Sir Close, quello degli zolfi, e con Sir William Temple, ambasciatore di S. M. Britannica in Napoli. Il Romano, per uscir dal carcere supplicò il ministro di polizia, comm. Gaetano Peccheneda, di essere esiliato: “io la supplico – dice dopo essersi protestato lamentosamente innocente – di un passaporto per Milano o per un luogo qualsiasi delle Toscana … Io avrò l’una o l’altra concessione al singolar favore della sua bontà per me e con solito illimitato rispetto mi raffermo Liborio Romano”. Fu accontentato. Se ne partí per la Francia, Montpellier e Parigi dal 4 febbraio 1852 al 25 giugno 1854, quando per una supplica untuosa e protestante fedeltà al Re Ferdinando II ottiene di ritornare in Patria. Dopo una breve visita a Patú si stabilisce di nuovo a Napoli. Ecco come suona quel documento: “Signore, l’avvocato Liborio Romano devotamente rassegna a V.M. la piú viva sua gratitudine e riconoscenza per essersi la M.V. degnata accogliere le sue suppliche e concedergli la grazia di ritornare nel Regno. Egli sente altresí il dovere di dichiarare la piú alta devozione ed attaccamento alla Sacra Persona della M.V. suo augusto Signore e Padrone; e protesta in pari tempo i sensi della piú devota fede ed attaccamento alla pura Monarchia assoluta di V. M.. E cosí prega la clemenza di V. M. di volere accogliere questi rispettosi sensi della piú devota fede coi quali si protesta di V. M. devotissimo e umilissimo suddito Liborio Romano”. Ha quasi 60 anni ed è celibe. DI NUOVO COI COMPARI Per qualche tempo se ne sta buono, poi lo spirito settario riprende il sopravvento e ricomincia a frequentare i suoi vecchi compari di libertinaggio politico che avevano costituito un comitato centrale segreto, con stampa clandestina che propugnava l’unità. La polizia lo cerca dappertutto, siamo nel 1859, non lo trova, sembra svanito nel nulla… e si capisce. Era stato nascosto dal conte d’Aquila, zio del Re, comandante dell’Armata di Mare, nella sua villa di Posillipo. Ecco come andarono i fatti secondo il fratello di don Liborio, Giuseppe Romano: “Il conte d’Aquila, vice-ammiraglio della real marineria, vedendo che i tempi correvano prosperi a libertà, senza romperla con i regii, carezzava i liberali, dichiarandosi convinto non potersi salvare la dinastia senza il ritorno alla costituzione del 1848. E però non di rado veniva in soccorso di qualche liberale, come è a tutti noto, e come tra gli altri fece, senza nostra richiesta, per mio fratello Liborio, e per me stesso… Nel 1859 ci avvisò che dovevamo essere arrestati dalla polizia, ci tenne per due giorni nascosti nella sua casina a Posilipo (sic, ndr), ed essendoci dopo rifugiati nella casa del ministro americano, il principe ci scrisse che erano stati già messi in libertà il marchese di Bella, e gli altri arrestati, e che perciò potevamo ritornare alle nostre case” (Liborio Romano, Memorie politiche, 1873). RITRATTO DI DON LIBORIO Secondo il fratello Giuseppe, Liborio Romano era “d’indole mite e pieghevole, non sollecito di molte forme, di facile contentatura nelle piccole cose; ma dove sorgeva il pensiero dello adempimento de’ proprii doveri, diligente e severo fino allo scrupolo. Provocatore non mai; ma, se provocato, capace della reazione piú viva. Professandosi piú devoto che avventurato cultore delle lettere, avea sommo culto pe’ letterati e per gli scienziati, vero affetto pe’ giovani d’ingegno, e per quelli che gli davan di sé liete speranze nell’agone del foro. Avea pronto e vivo l’ingegno, somma pazienza nella ricerca de’ fatti, e nello studio della teoria, facile la parola, piú assai lo scrivere ed il dettare… Desiderosissimo di un libero governo, cooperava efficacemente coi suoi amici politici per conseguirlo; e nonostante una certa naturale timidezza, avea bastevole coraggio civile, per compromettersi, e non curare i pericoli nello adempimento dei proprii doveri. Direi che la stessa paura di mancarvi gli tenesse luogo d’ardire. La politica non era la sua passione; anzi era aliena dalle sue abitudini di stretta legalità. Non avea l’ambizione, né la malizia, né gli scaltrimenti, né la coscienza dell’uomo politico. Pur non gli faceva difetto la pratica degli affari, la conoscenza degli uomini, ed al bisogno il pronto consiglio, il disprezzo delle ipocrite delicatezze, e l’energia dell’azione richiesta per conseguire un giusto fine”. Vediamo il profilo che ce ne ha lasciato Costantino Nigra, l’astutissimo segretario della luogotenenza di occupazione a Napoli nella confidenzialissima al Cavour in data 17 marzo 1861: “… Romano non ha capacità di nessuna specie; non è cattivo di proposito deliberato, ma è debole, senza carattere, con una certa furberia tra contadinesca e curiale, di nessuna convinzione politica, e tenerissimo della sua popolarità buona o cattiva che sia, vera o falsa. Fin dal primo giorno che lo vidi, fui certo che avrebbe male amministrato, ma fui egualmente certo che avrebbe ben tosto perduto ogni prestigio, e sarebbe diventato di pericolosissimo che era, innocuo affatto. Quel che previdi, avvenne. Commise errori su errori; alcuni dei quali spiegabili per le circostanze veramente difficilissime. Nell’ultima riunione del Consiglio (di luogotenenza, ndr) io posi netto il partito. Invitai i consiglieri (cioè i ministri, formati da traditori tornati al seguito delle truppe di occupazione, nominati dal governo del Savoja II, ndr) a pronunciarsi tra Romano che voleva far nuove concessioni (in certe nomine) agli uomini del partito ultraliberale, e Spaventa che non voleva farne nessuna. La discussione s’inasprí e il ritiro di Romano, da me preveduto, avvenne…” (lettera n. 1285 del Carteggio Cavour – Nigra). Due profili chiaramente interessati, dunque non veritieri, al limite falsi. L’ORA DI DON LIBORIO Il precipitare degli eventi, il caos endemico suscitato dai rivoluzionari, e i mali consigli dei ministri “consiglieri” e dell’ambasciatore francese Brenier, che piú che consigliare imponeva diktàt, portarono alla dichiarazione dell’Atto Sovrano del 25 giugno 1860, quando invece bisognava, per salvare lo Stato, mettere in funzione il plotone di esecuzione. Quattro giorni prima, il giorno 21 giugno, il Consiglio dei Ministri, a cui il Re Francesco II non partecipò, ma vi parteciparono tre principi reali, deliberò la costituzione. “Tra i piú accesi fautori del nuovo ordine di cose, lo zio del Re conte d’Aquila sul quale premeva l’ambasciatore Brenier interessato ora piú che mai a far trionfare la politica e l’influenza francese. La mattina del 25 “l’atto sovrano” era firmato non senza un’estrema resistenza… convinto (Francesco II, ndr) che la costituzione avrebbe affrettata la rivoluzione” e nel contempo addolorato per il mutamento impostogli da apportare alla bandiera delle Due Sicilie, “talché ebbe un’invettiva contro l’Austria alla quale attribuiva la sua presente umiliazione” (Alfredo Zazo, La Politica Estera del Regno delle Due Sicilie, ediz. Miccoli, Napoli, anno 1940, pag. 355). Continua ancora Zazo: “La mattina del 25 Francesco II, deciso a non firmare il deliberato del Consiglio dei Ministri, ordinò che non fosse lasciato passare il conte d’Aquila che ne avvertí il Brenier. L’ambasciatore francese fece una scenata al Re, minacciando di andarsene se non accettava le condizioni suggerite dalla Francia”. Il Brenier – dirà in seguito a Giuseppe Costantino Ludolf il Re – m’a mis tellement le couteau à la gorge, qu’il m’a été impossible de résister plus longtemps” (il Brenier mi ha talmente messo il coltello alla gola, che mi è stato impossibile resistere piú oltre). Dunque fu costituito un nuovo ministero presieduto da Antonio Spinelli, ex Sopraintendente degli Archivi di Stato, ex Consultore, ex Ministro di Agricoltura e Commercio, ex responsabile per la stipula di trattati di commercio con altri Paesi, “uomo di coscienza, non uno scettico vanitoso e inconsapevole come Liborio Romano” – come lo definisce Raffaele De Cesare (La fine di un Regno, pag. 805), ma non bisogna credergli, perché anche quel ministro fu accusato, e non mancano supporti, di alto tradimento. Lo Spinelli ebbe l’incarico di redigere una costituzione “sulle basi delle istituzioni rappresentative e nazionali” (secondo punto dell’Atto Sovrano). Inoltre, di concerto col conte d’Aquila, chiamò a far parte del ministero uomini nuovi tutti di tendenza liberale che poi erano “uomini del partito che intendeva all’annessione al Piemonte…” (Bianchini, I principali avvenimenti politici). Da tale scelta “derivarono due tristissime conseguenze, l’una che si veniva a dare alla fazione piemontese una suprema importanza che certamente non aveva e che era ancora lontana da acquistare, l’altra che si svelava vieppiú e si esagerava il pericolo della situazione e la debolezza del governo che invece era indispensabile fortificare” (Bianchini, ibidem). Uno “tra i piú distinti nel partito della rivoluzione”, Gaetano Ventimiglia, addirittura “domandò condizioni tali che da quel momento avrebbero distrutto la monarchia”: licenziare tutti gli Intendenti, quasi tutta la magistratura, la guardia urbana (programma attuato poi dal Romano) e, vergogna delle vergogne ,”esiliare cinquanta e piú persone che credevasi poter influire sul Re; allontanare i principi reali e la regina madre per far venire in Napoli trentamila soldati piemontesi e inviare altrettanti soldati napoletani in Piemonte” (Bianchini, ibidem). UMILIAZIONE DEL REAME Circa il terzo punto dell’Atto Sovrano (Sarà stabilito con S.M. il Re di Sardegna un accordo, per gl’interessi comuni delle due corone in Italia) dieci giorni dopo il Ludolf da Londra scriveva a Napoli al De Martino, nuovo ministro degli Esteri succeduto al Carafa col governo Spinelli, che la cosa appariva, al corpo diplomatico accreditato in quella capitale “come una positiva e inutile umiliazione” del Regno (A.S.N., Inghilterra, fasc. 660, Ludolf a De Martino, Londra, 5 luglio 1860) e continuava riferendo che “se in tempi passati, un accordo con la monarchia sarda (che però fu rifiutato dal Cavour, che ormai mirava a fagocitare il Reame, ndr) sarebbe stato indubitatamente desiderabile e fecondo di utili risultati, nel momento presente nulla si sarebbe conchiuso col Piemonte che non producesse abbassamento e debolezza del Regno sinché piacesse alla parte avversa di consumarne il totale annientamento”. Parole profetiche. ROMANO PREFETTO DI POLIZIA Il ministero Spinelli offrí al Romano la carica di guardasigilli. Troppo poco per lui. Il conte di Siracusa gli offrí il portafoglio di Grazia e Giustizia: niente da fare, per lui “ci volevano uomini i quali godessero la piena fiducia del principe e avessero grande libertà d’azione” (L. Romano). Incomincia allora “un lavoro sotterraneo per dare a quest’uomo qualche carica; e il conte d’Aquila, discutendo in casa di una sua amante del nuovo sistema di governo, che fra poco si sarebbe restaurato, aveva fatto fra gli altri il suo nome. Nella notte si era recato in casa sua e gli aveva fatto la proposta di nomina” (Ghezzi, ibidem). Con decreto del 27 giugno 1860 Francesco II lo nomina Prefetto di Polizia (A.S.N., Interni, f. 1160, n. 77). Il giorno precedente e in quelli successivi, sobillati da infinita schiera di agenti piemontesi e francesi travestiti da popolani, e da liberali e camorra, gruppi di facinorosi ed assassini assaltano i posti di polizia, uccidono e distruggono gli archivi, “…furono aggrediti i posti della polizia e col coltello e con le fiamme si fece crudo scempio degli oficiali di essa … E’ fama che questa turpe aggressione, fu macchinata dal Prefetto di polizia Liborio Romano e da essolui protetta” (Generale Giovanni Delli Franci, Cronica della campagna d’autunno del 1860). L’AMBASCIATORE MAFIOSO In uno di quei tafferugli, l’ambasciatore del “crimine coronato” (Napoleone III), Brenier, che era in intesa con i tramatori zii del Re, riconosciuto dalla folla, si beccò una bastonata sul capoccione rimanendone ferito. Chiese risarcimento e lanciò tuoni e fulmini contro il Reame. Il ministero liberale, invece di fare un’inchiesta per appurare i motivi di quella presenza sul luogo dei disordini e mostrare la necessaria dignità e fermezza, porse immediate scuse e senza batter ciglio acconsentí alle richieste del furfante. Ecco come un altro agente nemico, l’ambasciatore piemontese Villamarina, in combutta con la jena Brenier, segnalò la cosa al suo padrone Cavour: “Le satisfaction est accordé. Les coupables seront jugés par le conseil de guerre, dont la sentence me sera communiquée officiellemnt. Plus, 20 mille frs. indemnité. Aprés plus de deux mois et aprés s’être montré trés satisfait des excuses adressés et reçues, tout-à-coup Brenier a transmis hier une réclamation calquée sur ma note demandant comme réparation de ses mésaventures le Grand Cordon pour Thouvenel, trois millions déposés à Paris et le Palais Chiatamone, propriété royale, en don à la France. Le tout dans le 24 heures, si non il demanderait ses passeports…” (La soddisfazione è accordata. I colpevoli saranno giudicati dal consiglio di guerra, la cui sentenza mi sarà comunicata ufficialmente. In piú, 20 mila franchi di indennità. Dopo piú di due mesi e dopo essersi mostrato molto soddisfatto delle scuse indirizzategli e ricevute, tutto ad un tratto Brenier ha trasmesso ieri un reclamo calcato sulla mia nota domandando come riparazione delle sue disavventure il Gran Cordone per Thouvenel, tre milioni depositati a Parigi e il Palazzo Chiatamone, proprietà reale, in dono alla Francia. Il tutto entro le 24 ore, altrimenti egli richiederà i suoi passaporti) (Carteggio Cavour-Nigra, dispaccio n. 1071, da Napoli 24 agosto 1860). Non sappiamo come finí, anche per il precipitare degli eventi. Cavour chiese un supplemento di informazione (lettera n. 1073). Occorreva dunque con urgenza un nuovo Prefetto di Polizia. Al conte d’Aquila fu facile portare avanti la candidatura di Romano. L’ORA DELLA VENDETTA E DEL TRADIMENTO Lo stesso giorno, appena insediato, il Romano fa pubblicare il seguente manifesto: “Le novelle istituzioni promettitrici e garanti al nostro bel paese d’un lieto e prospero avvenire, non possono convenientemente radicarsi e produrre frutti, se il popolo non dà prova di averle meritate (sembrano parole della giacobina Pimentel, ndr), aspettando con pazienza le nuove leggi e il tempo dell’oprare, rispettando l’ordine pubblico, le persone, la proprietà, confidando nello zelo e nella pazienza dei governanti, reggendosi insomma con quell’alto senno civile che è la piú solenne testimonianza della coltura delle nazioni. Ora mentre il contegno tranquillo e dignitoso di un popolo eminentemente civile distingue ed onora l’immensa maggioranza degli abitanti di questa metropoli, sono un’eccezione, purtroppo dolorosa, quei pochi che per inconsiderata avventatezza osano trascorrere a provocazioni e dimostrazioni sovversive alle leggi e alla pubblica tranquillità, lesive al diritto di proprietà, turbatrici dei consigli di governo, perigliose nei novelli ordini della comune rigenerazione. Preposto alla tutela della pubblica sicurezza, veggo in questo momento la necessità di rivolgermi ai buoni napoletani, fatti degni del novello regime ed invitarli alla tranquillità deponendo ogni elemento di privati odi e rancori. In conseguenza di questo principio e nel fine di ovviare a ogni menomo disordine, rimangono da questo momento inibiti gli attruppamenti e le grida di ogni specie, che potrebbero ingenerar tumulti. Ho fiducia che questa esortazione voglia essere ben accolta dai buoni concittadini, i quali col loro moderato contegno non vorranno in alcun modo obbligare la forza militare ad agire, trattenendo coloro che si rendessero sordi a sí fatte esortazioni e quindi essere indicati alle autorità competenti.” Liborio Romano. LA MALAVITA AL POTERE Dunque erano “un’eccezione… quei pochi che… osa(va)no trascorrere a provocazioni e dimostrazioni sovversive”. Per quei pochi il ministero Spinelli, su proposta del Romano, fa dichiarare lo stato d’assedio, che dura, appunto perché “pochi” erano i provocatori, solo fino al 2 luglio (ordinanza del generale Cutrofiano). Ma quegli episodi di violenza danno l’estro al Romano di effettuare una operazione che non ha pari negli annali dei governi cosiddetti costituzionali: la camorra tutrice dell’ordine pubblico sulla scia del Garibaldi che in Sicilia aveva assoldato ed inquadrato la mafia (i picciotti). Nelle sue Memorie Politiche cosí si giustifica: “Pensai prevenire le triste opere de’ camorristi, offrendo a’ piú influenti loro capi (Michele ‘o Chiazziere, Schiavetto, Persianaro, De Crescenzio, ndr) un mezzo di riabilitarsi: e cosí parvemi toglierli al partito del disordine, o almeno paralizzarne le tristi tendenze in quel momento in cui mancavami ogni forza, non che a reprimerle, a contenerle. Laonde, fatto venire in mia casa il piú rinomato fra essi, sotto le apparenze di commetterli il disbrigo d’una mia privata faccenda, lo accolsi alla buona, e gli dissi che era venuto per esso e pe’ suoi amici il momento di riabilitarsi dalla falsa posizione cui aveali sospinti, non già la loro buona indole popolana, ma l’imprevidenza del governo, la quale avea chiuse tutte le vie all’operosità priva di capitali. Che era mia intenzione tirare un velo sul loro passato, e chiamare i migliori fra essi a far parte della novella forza di polizia, la quale non sarebbe stata piú composta di tristi sgherri, e di vili spie, ma di gente onesta, che, bene retribuita de’ suoi importanti servizi, avrebbe in breve ottenuto la stima de’ proprii concittadini. Quell’uomo, da prima dubbioso ed incerto, si mostrò tosto commosso dalle mie parole, smise ogni diffidenza, volea baciarmi la mano; promise anche piú di quello che io chiedeva, soggiunse che tra un’ora sarebbe tornato da me alla prefettura. E prima che l’ora fosse trascorsa, venne con un suo compagno, mi assicurarono d’aver date le debite prevenzioni ai loro amici, e che io potea disporre della loro vita. E mantennero le loro promesse, per modo convincermi, che se gli uomini purtroppo non sono interamente buoni, neppur sono interamente perversi, se tali non si costringono ad essere. Improvvisai allora, ed armai, senza por tempo in mezzo, una specie di guardia di pubblica sicurezza, come meglio mi riuscí raggranellandola fra la gente piú fedele e devota ai nuovi principii ed all’ordine; frammischiai fra questi l’elemento camorrista in proporzione che, anche volendolo, non potea nuocere; disposi che si organizzasse in compagnie; posi a capo di essi coloro che ispiravano maggior fiducia; ed ordinai che, divisi in pattuglie, scorressero immantinente tutti i quartieri della città. Questo provvedimento istantaneo, ed istantemente attivato, sconcertò i disegni de’ tristi, colpiti assai piú dall’attitudine, che dall’imponenza della forza; e cosí l’ordine, la città e le stesse libere istituzioni furono salvi dal grave pericolo che li minacciava. Si condanni ora il mezzo da me adoperato; mi si accusi di aver introdotto nella forza di polizia pochi uomini rotti ad ogni maniera di vizii ed arbitrii. Io dirò a cotesti puritani, i quali misurano con la stregua dei tempi normali i momenti di supremo pericolo, che il mio compito era quello di salvare l’ordine, e lo salvai col plauso di tutto il paese “. L’asserzione del Romano circa la mancanza di forza per reprimere i disordini viene sbugiardata dall’articolo 2 della citata Ordinanza con la quale il Cutrofiano dichiarava cessato lo stato d’assedio: “fino a quando la guardia nazionale provvisoria non sarà formata per la città di Napoli, la truppa seguiti a prestare servizio per la tutela dell’ordine pubblico” (Delli Franci, ibidem). DON LIBORIO SALE DI GRADO Il giorno 14 luglio il cav. Federico del Re, Ministro dell’Interno e della Polizia generale nel governo costituzionale, dà le dimissioni, al suo posto viene nominato Liborio Romano. Nell’assumere la carica egli pubblica un manifesto in cui dichiara tra l’altro: “…chiamato dall’augusto Sovrano al ministero dell’interno e della polizia, troverò nella costanza del volere, nella lealtà dei principi, nei lumi degli onorevoli uomini miei compagni, e soprattutto nella confidenza del paese, la forza sufficiente per condurre, in modo conforme all’altezza dei tempi e con impulso vitale, un ministero destinato a coordinare nei limiti dei poteri costituzionali ed in mezzo al sagace andamento della pubblica tranquillità la macchina dell’amministrazione civile alle nuove maniere di reggimento. Agevolatemi quindi del vostro concorso, affinché alla prontezza ed efficacia delle intenzioni, rispondano pronti e durevoli effetti; alle antiche speranze di una vita politica forte ed italiana, ne consegua il celere raggiungimento…”. Questo documento, mai forse finora preso in considerazione da chi ha studiato l’attività politica del Romano, fa capire senza ombra di dubbio in che direzione costui si sta movendo. E’ fin troppo chiaro che, da quel posto di grande autorità, egli sta inviando precisi messaggi all’ala liberale oltranzista completamente votata alla causa piemontese. Cosí egli continua: “Intanto vi annunzio che il ministero va a completarsi con nomi a voi noti per fermezza di carattere ed amore verso la patria comune. Appena integralmente costituito darà il programma della sua condotta, per indi mettersi indeclinabilmente sul cammino, a cui meta siede la pubblica prosperità, il risorgimento, l’onore, la grandezza della nazione“. Sembrano parole di Cavour. UN ALTRO CHE TRAMA Anzi, proprio in quei giorni avvengono contatti tra il Romano e il conte piemontese, tramite un altro individuo, che, a chiamarlo traditore, si dice poco: Niccola Nisco. Costui, nel gran marasma conseguente alla costituzione, ritorna a Napoli e s’incontra col vecchio compare di bagordi liberaleschi. Che cosa si siano detto non si sa, il Romano nelle memorie (postume) non ne parla, né ne parla il Nisco, si sa solo che al Nisco fu affidato un messaggio orale per il Cavour, messaggio che, se non fosse stato compromettente, sarebbe stato messo per iscritto. Una cosa è comunque certa, da quel momento Cavour può fare assegnamento su don Liborio. L’ALTO TRADIMENTO SVELATO Ecco come il Cavour segnala la cosa al Nigra: “Mr. Nisco étant allé faire une course à Naples, s’est trouvé en relation directe avec Liborio Romano, son ancien ami, et le Général Nunziante. L’un et l’autre l’ont chargé de messages pour le Roi et pour moi; le premier s’est contenté de communications verbales, le second n’a pas reculé davant l’invitation d’écrire une lettre qui le ferait fusiller si elle était publiée… Liborio, Nunziante, et Persano combineront ce qu’il y a à faire pour qu’un mouvement ait lieu, auquel participeraient le peuple, l’armée et la marine” (Il sig. Nisco, andato a fare una corsa a Napoli, s’è trovato in relazione diretta con Liborio Romano, suo vecchio amico, e il Generale Nunziante. L’uno e l’altro l’hanno incaricato di messaggi per il Re e per me; il primo s’è contentato di comunicazioni verbali, il secondo non ha indietreggiato davanti all’invito di scrivere una lettera che lo farebbe fucilare se venisse pubblicata … Liborio, Nunziante e Persano organizzeranno ciò che è da fare perché abbia luogo un sommovimento, a cui parteciperebbero il popolo, l’armata e la marina) (lett. 1022 del 1° agosto, Carteggio Cavour – Nigra). Si intuisce chiaramente dunque il fine del Romano, il motivo del messaggio al primo ministro piemontese, a che cosa era disposto. Ed ecco la lettera di risposta a don Liborio; essa, per ovvii motivi di segretezza, è piú sfumata: “Preg. Signore, Mi valgo del ritorno a Napoli del Barone Nisco per ringraziarla del gentile messaggio che per mezzo suo mi mandava. Fu per me di gran consolazione e conforto il veder confermato per prova diretta l’alto concetto che io mi era formato del suo illuminato e forte patriottismo e della sua devozione alla causa per cui combatto da tanti anni ed ella sofferse molto. Nel posto eminente ch’Ella occupa, colla influenza immensa ch’Ella esercita sui suoi concittadini, la S.V. può fare del gran bene all’Italia ed Ella lo farà. Ond’io nutro fiducia di potere fra breve salutarla come uno di quei grandi Italiani, mercé la cui opera la pace di Villafranca, reputata sulle prime fatale alle nostre sorti, segna invece il piú splendido periodo del Rinascimento italiano. Ho l’onore ecc. ecc.. (lettera 1019, ibidem). Merita di essere riportato al riguardo quanto ne dice il Ghezzi, giacobino unitarista sfegatato, laudatore sperticato delle gesta di don Liborio (libro citato, pag 123) quindi una fonte non sospetta: “Lettera di stile raffinatissimo: apparentemente non si chiede nulla al ministro di Francesco II. A chi non sappia i precedenti può anche sembrare che si tratti di un normale scambio di cortesie tra due eminenti personalità politiche: invece vi è qualcosa di piú grave. Lusingandone l’amor proprio, ricordandogli le passate sofferenze e quindi le passate colpe della dinastia che ora serviva, propone a Liborio niente altro che il tradimento…”. Ma Cavour sfondava una porta aperta. L’uomo, il ministro del governo costituzionale, era già ai suoi piedi. Aveva dunque ragione Ferdinando II a farlo imprigionare nel 1848 dopo il sanguinoso 15 maggio. DON LIBORIO ALL’ATTACCO Da quel momento l’attività di don Liborio diventa frenetica. Con la motivazione della necessità di mantenere l’ordine pubblico chiede ripetutamente a Francesco II l’aumento dell’organico della guardia nazionale di Napoli, recentemente istituita, che diventa, rinforzata dai camorristi, il corpo pretoriano del ministro (da 6.000 col Del Re, con decreto del 19 luglio a 9.600, e a 12.000 dal 27 agosto). Chiede inoltre 12.000 fucili per la stessa (14 agosto): “Il 14 agosto il ministero, esponendo al Re l’opportunità ed i vantaggi d’armare la guardia nazionale, mi fece dare 12.000 fucili… intorno al quale aumento ebbi a sostenere la piú viva contraddizione da parte del Re, che, cedendo al fine alle mie rimostranze, mi disse sorridendo: “Si accordi pur questo al tribuno Romano” (L. Romano, Memorie politiche). Per un po’ di tempo ancora, però, le sue azioni sono apparentemente attestate alla piú stretta legalità, talché viene tacciato di tradimento dai suoi stessi compari di lotta politica. Ma la sua è una posizione di tentennamento o di consumatissima astuzia. Scrive di lui il Persano: “Il ministro Liborio Romano… vorrebbe e non vorrebbe a un tempo. La sua posizione l’obbliga a tentennare: non si può fare grande affidamento su lui”. Il 5 agosto Romano incontra il Nisco, che gli parla delle armi nascoste sulle navi del Persano, ferme nella rada di Napoli, da usare per un sommovimento sovversivo in favore del Piemonte. Alla fine dell’incontro don Liborio acconsente: “Ebbene, sono con voi” (Nisco, riportato da Ghezzi). Vengono scoperte pseudocongiure in cui si arrestano molti oppositori del governo costituzionale fedeli al Re, tanto che Francesco II ironizza sulla di lui “bravura”. Intanto gli eventi precipitano. Il 20 agosto il filibustiere nizzardo è sbarcato in Calabria con i suoi 23.000 piemontesi e con la sua legione ungherese. Il Romano ne estrapola già le conseguenze prossime venture. Lo stesso giorno scrive al Re un memorandum, che i colleghi di gabinetto rifiutano di sottoscrivere. In esso il Romano, dopo essersi dichiarato profondamente devoto alla dinastia e al paese, dipinge al Re una situazione catastrofica circa la tenuta dell’Esercito e della Marina, fa intravedere una lunghissima e sanguinosa guerra civile in cui, anche se arridesse la vittoria, questa sarebbe peggiore della sconfitta, quindi propone al Re di allontanarsi senza combattere. Leggiamo al riguardo l’intelligente commento che ne ha dato la Pellicciari (L’Altro Risorgimento, edizione Piemme, pag. 247): “Da chi è tradito Francesco II? innanzi tutto dal re di Sardegna, suo cugino, poi dal ministro dell’interno Liborio Romano che lo convince a lasciare la capitale senza opporre resistenza. Con quali argomenti il ministro dell’interno induce il sovrano a compiere un vero e proprio suicidio, un gesto insensato dal punto di vista politico? Con l’appello al cuore di Francesco, al suo attaccamento alla città di Napoli, all’amore per il suo popolo e per la religione cattolica. E succede l’incredibile: il giovane re lascia il campo senza combattere per risparmiare ai napoletani la guerra e a Napoli la distruzione”. Ecco il memorandum-ipocrisia del Romano: “Sire, Le circostanze straordinarie in cui versa il paese e la situazione gravissima nei rapporti ed esterni ed interni, che ci è fatta dagli imperscrutabili disegni della Provvidenza, ci impone i piú alti e sacri doveri verso la M.V. di rassegnarle libere e rispettose parole, come a testimonio solenne della devozione profonda alla causa del trono e del paese (e intanto la notte va a prender ordini dal Persano e sta in intelligenza col Cavour, ndr). Affermiamone gravissima la situazione ed eccone la dimostrazione … alle interne difficoltà inestricabili si aggiungono le gravissime complicanze esterne. Noi ci troviamo in presenza dell’Italia, che si è lanciata nelle vie della rivoluzione col vessillo della Casa di Savoia, il che vuol dire con la mente ed il braccio di un governo forte, ordinato e rappresentato dalla piú antica dinastia italiana. Ecco il pericolo e la minaccia che si aggrava fatalmente sul governo della M.V.. Né poi il Piemonte procede isolato e spoglio d’appoggi. Le due grandi potenze occidentali, la Francia e l’Inghilterra, per fini diversi stendono l’una e l’altra il loro braccio protettore al Piemonte: Garibaldi evidentemente non è che lo strumento di questa politica, oramai palese. Poste tali condizioni, esaminiamo quale sarà la via da tenere, perché sia salvo l’onore, la dignità e l’avvenire della augusta dinastia, che la M.V. rappresenta. Pongasi l’ipotesi della resistenza ad oltranza. Confessiamo innanzi tutto alla M.V. che le forze di resistenza a noi appariscono svigorite, mal sicure e incerte. Che assegnamento farà il governo della M.V. sulla R. Marina, la quale, diciamolo con franchezza, è in piena dissoluzione? (grazie alle mene del comandante in capo, lo zio del Re, ndr). Né maggior fiducia potrebbe ispirare l’esercito, che ha rotto ogni vincolo di disciplina e di obbedienza gerarchica e però inabile a guerra ordinata (una menzogna! la disciplina e la tenuta dell’esercito si vedrà sul Volturno e a Gaeta). Quale dunque dei capi dell’armata oserebbe in buona fede assumerne la responsabilità?… Poniamo pure il caso della vittoria momentanea dell’esercito del governo. Sarebbe questa, o Sire, ci si permetta il dirlo, una di quelle vittorie infelici, peggiori di mille disfatte. Vittoria comprata a prezzo di sangue, di macelli e di rovine; vittoria che solleverebbe la universale coscienza dell’Europa, che farebbe rallegrare tutti i nemici della Vostra Augusta Dinastia e che forse aprirebbe veramente un abisso tra essa e i popoli affidati dalla Provvidenza al Vostro cuore paterno. Rigettando adunque come a noi pare nell’onestà della nostra coscienza, il partito della resistenza, della lotta e della guerra civile, quale sarà il partito saggio, onesto, umano e veramente degno del discendente di Enrico IV? Quest’uno noi sentiamo il dovere di proporre e di consigliare alla M.V.: che la M.V. si allontani per poco dal suolo della reggia dei suoi maggiori (cioè i suoi padri, ndr), che investa d’una reggenza temporanea un ministero forte, fidato, onesto a capo del quale sia preposto non già un principe reale, la cui persona per motivi che non vogliamo indagare, né farebbe rinascere la fiducia pubblica né sarebbe garentia solida degli interessi dinastici; ma bensí un nome cospicuo, onorato, da meritare piena la confidenza della M.V. e del paese. Che distaccandosi la M.V. dai popoli suoi rivolga ad essi franche e generose parole, da far testimonio del suo cuore paterno, del suo generoso proposito di risparmiare al paese gli orrori della guerra civile… Eccole, o Sire, il partito che noi (cioè lui, ndr) sappiamo e possiamo consigliare alla M.V. con franchezzza di coscienza onesta… Che se per disavventura V.M. nell’alta sua saggezza non istimasse accoglierli (i consigli, ndr) a noi (cioè a lui, ndr) non rimarrebbe altro partito che rassegnare l’alto ufficio di che la M.V. onoravaci, riconoscendo mancata a noi la sovrana fiducia. Napoli, 20 agosto 1860 – Liborio Romano”. UN RE GIOVANE E PATERNO Il Re – come ricorda il Nisco – rimase di sasso. Noi diciamo che il Re, se non avesse avuto “cuore paterno”, avrebbe dovuto far fucilare all’istante, per alto tradimento, quel ministro e tutto il gabinetto, perché chiaramente il documento, pur dai ministri all’ultimo istante non sottoscritto, ne metteva in evidenza la collusione col Romano, che si esprime a nome di tutti. Il memorandum era stato cosí concepito perché il Romano si aspettava che tutti i suoi compari gettassero la maschera e ponessero il Re davanti al fatto compiuto. Al Re si erano aperti finalmente completamente gli occhi: “I traditori, pagati dal nemico straniero, sedevano nel mio Consiglio, a fianco dei miei fedeli servitori; nella sincerità del mio cuore non potevo credere al tradimento” (8 dicembre, da Gaeta, Manifesto ai popoli delle Due Sicilie). Il 1° settembre anche Pianelli, ministro della guerra, in collusione col Romano, consiglia al Re di abbandonare Napoli. Il Re chiede consiglio ai suoi esperti militari. Anche costoro sono dello stesso avviso. Il Re fa mettere tutto per iscritto. Subito dopo tutti i ministri danno le dimissioni e lo lasciano completamente solo con i gravissimi problemi del momento. Il tradimento è giunto all’atto finale, consummatum est. Il Re le accettò, ma li pregò di sbrigare gli affari correnti in attesa delle nuove nomine (Giornale costituzionale, 3 settembre). Il giorno dopo, dopo che un consiglio di generali ebbe dichiarato impossibile la resistenza al Garibaldi in quel di Salerno, il Re decise la partenza per Gaeta, per difendere il Paese, le ricchezze, l’onore, le case, la Patria. A don Liborio, al diabolico ministro, rivolse le ultime parole “don Libò , guardateve ‘o cuollo”, cioè se torno, ti faccio la festa. Qualcuno dei fedeli piangeva. Il Re rivolto a tutti esclamò : “Voi sognate l’Italia e Vittorio Emanuele, ma sarete infelici”. E cosí è stato ed è. Appena partito il Re per Gaeta, 6 settembre, il nizzardo, avvisato dai soliti compari, cosí telegrafò da Salerno a don Liborio: “Sig. Ministro dell’Interno e della Polizia – Napoli – Appena qui giunge il Sindaco (il principe di Alessandria, ndr) e il Comandante della Guardia Nazionale di Napoli (De Sauget, ndr) (altri due traditori, ndr) che attendo, io verrò tra voi. In questo solenne momento vi raccomando l’ordine e la tranquillità, che si addicono alla dignità di un popolo, il quale rientra deciso nella padronanza dei suoi diritti. Il Dittatore delle Due Sicilie – Giuseppe Garibaldi” Ecco la incredibile, anche se in sintonia col personaggio, risposta del Romano: “All’invittissimo General Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie. Con la maggiore impazienza Napoli attende il suo arrivo per salutarla il redentore d’Italia e deporre nelle sue mani il potere dello Stato e i propri destini. In questa aspettativa, io starò saldo a tutela dell’ordine e della tranquilllità pubblica. La sua voce, già da me resa nota al popolo, è il piú grande pegno del successo di tali assunti. Mi attendo ulteriori ordini suoi e sono con illimitato rispetto, di lei, Dittatore invittissimo, Liborio Romano.” Quello scritto fu la pietra tombale che sancí, con la piú criminale delle impreveggenze e col tradimento piú becero, la morte delle Due Sicilie e l’inizio della tragedia del popolo duosiciliano. “Un popolo che esprime dal suo seno governanti di tale carattere…ministeriale non può andare incontro e non può essere “docile” che alla servitú, anche se il capo dello Stato ne difende l’indipendenza” (Renato Di Giacomo, Il Mezzogiorno dinanzi al terzo conflitto mondiale).

fonte

http://www.adsic.it/2001/10/10/don-liborio-romano/#more-113

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