Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

La storia dell’elefante personale di Carlo III

Posted by on Dic 16, 2018

La storia dell’elefante personale di Carlo III

Al Museo zoologico sono conservati migliaia di reperti estremamente rari, tra cui la collezione Costa e lo scheletro di una balena franca boreale. Ma all’interno del suddetto museo è presente anche lo scheletro di un elefante particolare: si potrebbe quasi azzardare a dire un elefante “reale”.

Questa storia ha inizio il primo novembre del 1742, quando Carlo III di Borbone ricevette in dono dal sultano ottomano Mehmet V un piccolo elefante indiano, che fu portato immediatamente nello zoo privato della sfarzosa Reggia di Portici. Lì, il pachiderma si trovava in compagnia della collezione privata di animali esotici del re. Infatti nel libro DESCRIZIONE DELL’ELEFANTE PERVENUTO IN DONO DAL GRAN SULTANO ALLA REGAL CORTE DI NAPOLI, 1°NOVEMBRE NAPOLI, 1742” di Francesco Serao, sta scritto:

“Giunse quello finalmente nella Regal Villa di Portici dove la Corte si tratteneva, il dì primo Novembre : e,come delle cose grandi avviene, la vista di lui non che scemare il piacere e la maraviglia, sì l’accrebbe di molto, anche ne’più intelligenti “.

Si sa che l’animale, appena giunto a Napoli, destò la curiosità di tutto il popolo, poichè non era così scontato avere a che fare con questi animali all’epoca. Il re lo utilizzava per questo motivo nelle sue parate ufficiali, così da poter mostrare con fierezza l’elefante, ancora semi-sconosciuto dalla maggior parte dei napoletani. Nel 1743 l’elefante di Carlo III fu prestato al teatro San Carlo per l’opera del Metastasio “Alessandro nelle Indie”. Riscosse così tanto successo che la gente era disposta anche a corrompere le guardie del re, pur di poterlo ammirare per pochi minuti.

All’elefante di Carlo III fu affidata una guardia del corpo che aveva il compito di prendersene cura. L’uomo divenne una celebrità, camminava fiero accompagnato dall’elefante, che considerava oramai una sua proprietà. Purtroppo quando nel 1756 l’elefante morì a causa dell’ alimentazione sbagliata, il caporale divenne un sottufficiale come tanti e spese tutti i soldi che aveva guadagnato in alcool e donne.

Inizialmente la carcassa fu esposta al Museo Borbonico (oggi Museo Archeologico Nazionale di Napoli); furono preparati lo scheletro e la pelle fu montata su un supporto metallico. All’inizio dell’Ottocento furono trafugate le zanne e poi la dura pelle, utilizzata per confezionare le calzature. Solo nel 1819 lo scheletro, e quel che restava della gloriosa pelle, furono trasferiti nell’attuale Museo Zoologico di Napoli.

Che aspetti a muoverti? Corri a vederlo!

Disegno di Emanuel D. Picciano

fonte 

read:https://www.storienapoli.it/2018/08/04/la-storia-dell-elefante-personale-di-carlo-iii/

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EPISODI DI BRIGANTAGGIO POSTUNITARIO NEL TENIMENTO DI ROCCAMANDOLFI

Posted by on Dic 16, 2018

EPISODI DI BRIGANTAGGIO POSTUNITARIO NEL TENIMENTO DI ROCCAMANDOLFI

L‘inizio ufficiale della rivolta armata contadina nel Comune di Roccamandolfi, per quanto è conservato nei documenti consultati e in alcune pubblicazioni d’epoca e non, risale all’ottobre del 1860. Nel corso di quel mese infatti, in concomitanza della storica Battaglia di Pettoranello d’Isernia, combattutta il 17 ottobre, i contadini di Roccamandolfi, inquadrati in una formazione di ribelli, parteciparono attivamente allo scontro armato. Una parte di essa infatti, occupando una collina a ridosso dell’abitato di Cantalupo, sostenne un nutrito scambio di fucileria e diversi assalti di un reparto di Camice Rosse Garibaldine. L’altra parte invece, catturò oltre venti volontari appartenenti ad una Compagnia della Legione del Matese, i quali avevano cercato dopo la disfatta, una via di scampo attraverso il tenimento di Roccamandolfi, nell’inutile tentativo di attraversare il matese da quel lato. Per ripristinare l’ordine pubblico seriamente compromesso ed anche per domare l’euforica “baldanza di quei facinorosi”, da Isernia venne inviato un reparto misto di fanteria piemontese e di volontari garibaldini. Gli abitanti di Roccamandolfi, almeno la parte più reazionaria e la frangia più intransigente borbonica, non si fece trovare impreparata. Riferiva l’avvocato Vincenzo Berlingieri, testimone adolescente di quei tragici avvenimenti e anche autore di una colta pubblicazione, che “… i reazionari ne furono avvisati per tempo e si trincerarono nel diruto castello, dove vinti si dispersero per la campagna, più ostinati di prima …”. La proclamazione di una amnistia generale con la quale si concedeva il perdono giudiziario a tutti i rivoltosi nascosti sulla montagna del Matese, cercò di ristabilire l’ordine e la quiete pubblica e salvaguardare la vita e le sostanze degli altri cittadini che aveva aderito ala nuovo Stato Unitario. Ma il fuoco della rivolta covava sotto le ceneri di una nuova violenta reazione e la sicurezza pubblica, così faticosamente raggiunta, sembrava esplodere e compromessa da un momento all’altro. Il rientro dei ribelli nascosti sulle montagne, l’arrivo dei primi soldati sbandati borbonici portatori di proclami reazionari borbonici, il ritorno in Roccamndolfi dei soldati capitolati delle fortezze conquistate dai piemontesi, la mancata concessione dell’indulto, i primi arresti, le continue vessazioni a cui erano sottoposti gli ex soldati borbonici, provocarono una dura reazione e d un giusto risentimento a quanto promesso e non mantenuto. Principali autori che spinsero e fomentarono alla rivolta armata contadina in Roccamandolfi furono infatti alcuni ex soldati sbandati borbonici, rientrati nel loro paese natale e che costituirono il primo nucleo reazionario in grado di scuotere l’Autorità e amministrativa ancora in fase di consolidamento. Questo inquietante ed iniziale periodo che la storia e gli storiografi inquadrarono poi come l’insorgere del fenomeno del Brigantaggio postunitario nelle Province Meridionali del Regno d’Italia.

La costituzione delle prime bande reazionarie nel territorio diRoccamandolfi risale al giugno del 1861, quando il giorno 3 alcuni ribelli,nascosti nella contrada boscosa “Guado della Melfa”, sul Matese,uccisero a colpi d’arma da fuoco il Guardiaboschi comunale. Identica sortetoccò, alcuni giorni dopo, ad un suo fratello. L’unica colpa per entrambi, fuquella di avere aderito al Governo sabauda. Il 16 giugno, tre naturali delluogo, proclamatisi “Generali”, Samuele Cimino, DomenicangeloCecchino e un certo Ricciardone, unitamente ad una numerosa comitivadi reazionari e manutengoli, proveniente dal versante beneventano delMassiccio, invase il paese di Roccamandolfi. I ribelli effettuarono diversegrassazioni violenti con l’incendio di carte e documenti contenutenell’archivio comunale. Aggredirono poi le abitazioni delle famiglie D’Andrea,Baccaro e Ricci, rubando armi e munizioni e depredandole dioggetti e viveri. Rivolsero poi la loro azione nella casa dell’Arciprete DonFelice Innamorato, nella quale rubarono sessanta ducati, due fucili, una pistolae varie munizioni. Cercarono ancora di penetrare in altre due abitazioni, mafurono respinti per la pronta ed eroica resistenza opposta dai proprietari. Sulfare dell’alba, si ritirarono sulle alture che circondano il paese,trasportando tutto il materiale derubato. Il 13 agosto 1861 piombarononuovamente su Roccamandolfi, di ritorno dalla scorreria su Cantalupo. I ribelli”… per vendetta e vecchi rancori …”, produssero incendi indiverse abitazioni, depredarono le armi della Guardia Nazionale, fuggita aiprimi spari, e sul Colle Santo, fucilarono otto individui, tra cui alcuni pretie un vecchio agrimensore. Rivolsero quindi la loro azione delittuosaincendiando la Cancelleria Comunale e quanto era rimasto dell’archivio. Dopotali tristissimi avvenimenti la banda di ribelli portò la sua azionedevastatrice sopra gli altri paesi che circondano il Matese dal latosettentrionale. Di ritorno da una di queste scorrerie brigantesche, i dueCapobanda Cicchine e Cimino, affrontatisi per una questione di gioco o forse disupremazia nel comando, si sfidarono a duello. Ebbe la peggio il Cimino, feritomortalmente da un colpo di pistola. Dopo alcuni giorni, sorte non diversa toccòal Cecchino. Per curarsi una ferita all’avambraccio destro prodotta nel corso delduello, il Capobanda Cecchino si era nascosto in una grotta coperta di rami efrasca sita nella Contrada Macchitelle tra Roccamandolfi e Castelpetroso. Lasua presenza non passò inosservata da parte di un contadino che lavorava neidintorni. Questi avvertì immediatamente la milizia civica di Roccamandolfi. Ilmattino del 5 settembre 1861, come racconta l’Avvocato Berlingieri “…venti guardie circondarono con circospezione e silenzio la caverna, vipenetrarono e agguantarono per i capelli il generale. Lo trascinarono fuori esenza produrgli un graffio, fu condotto in paese …”. Appena divulgata lanotizia della sua cattura, da Bojano fu mandata una compagnia di fanteria dilinea, incaricata di eseguire la condanna a morte del Cecchino nella Piazza ColleSanto. Riferisce ancora il Berlingieri: “… Cecchino ligato fu sistuatodi spalle al plotone destinato a far fuoco … e sei palle colpirono l’occipidedel malfattore … la testa era ridotta quasi in frantumi … il cervello restòattaccato al luogo medesimo dove era caduto … Si volle far scempio delcadavere, che venne custodito da quattro soldati. Verso sera, chiuso in unacassa, venne sotterrato fuori le mura del caposanto …” Con la scomparsadei due capi, i rivoltosi persero lo smalto insurrezionale e i gregari dellabanda cercarono di rientrare nelle loro abitazioni o di allontanarsi dai luoghipresi in esame, trasferendosi in Capitanata, al seguito dei pastori inTransumanza. Lungo questo itinerario, venne sorpreso dalla truppa Ricciardone,mentre nell’inverso del 1862, tradito da un delatore, fu ucciso il brigante Innamorato.

Giuliano R. Palumbo

fonte 

http://www.brigantaggio.net/brigantaggio/storia/altre/Roccamandolfi.htm

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A proposito di “gilet gialli”

Posted by on Dic 16, 2018

A proposito di “gilet gialli”

Sono espressione della “pancia”, cosa necessaria ma non sufficiente. Una vera Insorgenza necessita infatti di ragioni ideali, nobili, che qui (ancora?) non si vedono.

Un caro amico ipotizza che i “gilet gialli” che stanno dilagando in Francia possano essere definiti una “insorgenza rivoluzionaria di massa”. Che cosa significa?L’Insorgenza è una categoria politica pensata dal fondatore di Alleanza Cattolica, Giovanni Cantoni, come chiave interpretativa di un fenomeno preciso: la maggioranza di un popolo che rifiuta una minoranza ideologica al potere (e pertanto ideocratica, oltre che ideologica).Il riferimento storico è alle reazioni popolari che si sono manifestate in Italia durante e quindi contro la dominazione napoleonica, a partire dal 1796 e fino alla sconfitta definitiva di quella prospettiva ideologico-ideocratica nel 1815. Quando le truppe rivoluzionarie francesi invasero e occuparono l’Italia (escluse le isole), si scontrarono con la fiera opposizione non del clero e dei nobili, che ancora rappresentavano per certi versi la classe dirigente, ma del popolo, che allora era certamente poco consapevole (nel senso di meno politicizzato), ma più fedele alle radici, cattoliche, della propria identità.L’Insorgenza ha investito tutta l’Europa. Famosa, in Francia, quella verificatasi nella “regione” nordoccidentale che gli specialisti chiamano «Vandea Militare», forse la madre di tutte le insorgenze, e famosa è anche, nata sempre in Francia, quella molto più recente e legata alle proteste popolari denominate “Manif pour tous” contro il “matrimonio per tutti”, ovvero il cosiddetto “matrimonio” LGBT. Queste insorgenze, come quelle legate alle elezioni del 18 aprile 1948 o alla “maggioranza silenziosa” del 1970 in Italia, avevano princìpi ispiratori molto identitari, benché siano avvenute all’interno di società già segnate dal pluralismo ideologico.La rivolta dei “gilet gialli” è invece un’altra cosa: per questo l’amico succitato la descrive come “insorgenza rivoluzionaria di massa”, cioè come una rivolta di una parte consistente del popolo che reagisce contro le scelte della élite al potere, non per difendere degli ideali, ma ascoltando la “propria pancia”, cioè i propri interessi materiali minacciati da una politica che non ne tiene conto.C’è qualcosa di buono in questa rivolta? Certamente sì. Ascoltare la “propria pancia” è un segnale di buon senso, nella misura in cui esprime il desiderio di difendere una condizione esistenziale, uno status minacciato da chi detiene il potere. Tuttavia, va approcciata per quello che è, non per quello che ci piacerebbe fosse. Si tratta appunto di un’“insorgenza rivoluzionaria”, cioè espressione di un’epoca come la nostra, egemonizzata dal relativismo e segnata dalla diffusione del rancore sociale e dal timore del “declassamento sociale”, se quanto scritto dal Censis per l’Italia vale anche, come credo, per la Francia.Anche per questo motivo in questa nuova rivolta francese si trova tutto e il contrario di tutto: striscioni con le tre date 1789, 1968, 2018, e accanto militanti di movimenti conservatori.Sarebbe quindi vano cercare in questa rivolta, come in altre simili che si potrebbero verificare anche in Italia, e che in parte sono alla base del sostegno dato dal popolo italiano allo “strano” governo giallo-verde che governa il nostro Paese, delle ragioni ideali simili a quelle che hanno spinto in piazza i sostenitori della “Manif pour tous” o delle Sentinelle in Piedi o dei Family Day.Le rivolte dei “gilet gialli”, e altre simili che appunto potrebbero scoppiare, vanno capite e affrontate realisticamente, cercando di convincere chi in qualche modo le rappresenta della necessità di allontanare i violenti (che normalmente sono anche i manifestanti più politicizzati) e cercando lentamente di fare capire, per quanto sia possibile, che in ogni uomo esiste qualcosa che va oltre la “pancia”, peraltro sempre importante.

Marco Invernizzi

fonte 

https://alleanzacattolica.org/a-proposito-di-gilet-gialli/

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RASSEGNA DEGLI ERRORI E DELLE FALLACIE PUBBLICATE DAL SIG. GLADSTONE

Posted by on Dic 15, 2018

RASSEGNA DEGLI ERRORI E DELLE FALLACIE PUBBLICATE DAL SIG. GLADSTONE

RASSEGNA DEGLI ERRORI E DELLE FALLACIE

PUBBLICATE DAL SIG. GLADSTONE

IN DUE SUE LETTERE

INDIRITTE AL CONTE ABERDEEN

Sui processi politici nel bearne delle Due Sicilie

NAPOLI

STAMPERIA DEL FIBRENO

1851

 Scrive Salvatore Mandarini, giudice della Gran Corte Criminale di Napoli e socio di varie accademie scientifiche e letterarie, in uno dei primi opuscoli di parte borbonica che contestò le lettere del reverendo Gladstone:

“Il fervore con cui taluni de’ giornali stranieri han pubblicato o contentato con maligno compiacimento due lettere dell’onorevole sig. Gladstone al Conte Aberdeen sui processi di Stato nel Reame delle due Sicilie, ha eccitato un giusto sentimento di ansietà per sapere se gli straordinarii fatti in esse allegati abbiano alcun che di veridico e di reale. Imperocché narransi di tali e tanti dolori cui soggiacciono nelle napoletane contrade gl’imputati per reati politici, di un così esagerato ed incredibile numero di essi, di tali arbitrarie forme nel giudicarli, e di sì dure pene loro inflitte, che anche coloro i quali ignorano gl’interni ordinamenti del reame, ed il modo secondo cui vi si amministra la giustizia, non possono facilmente condursi ad aggiustar fede alle notizie con tanta leggerezza spacciate come vere dal predetto scrittore, ed alle fosche descrizioni che ne va delineando nel suo lavoro.”

Ovviamente le contestazioni di parte borbonica non sortirono alcun effetto – dilagarono quelle a sostegno delle lettere, prima fra tutte quella del Massari a Torino. Copia delle lettere del Gladstone furono diffuse in tutte le ambasciate e circoli culturali d’Europa.
Il destino delle Due Sicilie iniziava a delinearsi e marciava speditamente verso il crollo del Reame. 

fonte 

https://www.eleaml.org/ne/stampa2s/1851_mandarini_rassegna_errori_fallacie_gladstone_2018.html

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EMANUELE NOTARBARTOLO: “…un delitto eccellente rimasto impunito”

Posted by on Dic 15, 2018

EMANUELE NOTARBARTOLO: “…un delitto eccellente rimasto impunito”

Quello di Emanuele Notarbartolo è il primo grande delitto nella storia della mafia siciliana e, forse, delle mafie italiane. Un omicidio dalla portata talmente ampia da riuscire a scuotere l’opinione pubblica per diversi anni, addirittura fino all’inizio del Novecento. Peccato che il finale sia stato praticamente lo stesso rispetto ad altri reati che la mafia già aveva compiuto, cioè che gli autori del crimine siano rimasti impuniti.

Chi è Notarbartolo

Il suo nome era Emanuele Notarbartolo ma per via delle sue aristocratiche e raffinate origini, divenne presto marchese di San Giovanni. Discendente dei Duchi di Villarosa e appartenente alla dinastia dei Principi di Sciara, Emanuele nacque a Palermo il 23 febbraio del 1834. Già bambino divenne presto orfano di entrambi i genitori. Dalla tenera infanzia fino ai ventitré anni, Emanuele era rimasto in Sicilia. Desideroso di vivere nuove appassionanti esperienze, nel 1857, lasciò Palermo per trasferirsi a Parigi. Continuando a girovagare per l’Europa, giunse prima a Bruxelles e poi a Londra. Lasciando l’Inghilterra, rientrò in Italia stabilendosi a Firenze. Fu proprio in questo periodo, che conobbe alcuni dei più autorevoli e illustri rappresentanti della futura classe politica italiana e siciliana. Uno di questi era il futuro senatore del Regno D’Italia, Francesco Lanza di Scalea. Maturando le proprie idee politiche, Emanuele si apprestò a far parte del movimento politico della Destra Storica. Animato da un verace patriottismo, si schierò al fianco dei Mille nei panni di giovane garibaldino. Lasciato l’esercito, ritorno in Sicilia e si unì in matrimonio con Marianna Merlo. Correva l’annata del 1865 quando poco più che trentenne, si apprestò a ufficializzare il suo esordio in politica. Restando in perfetta convergenza con gli obiettivi dei moderati di destra, Emanuele prese parte alla giunta presieduta dal sindaco Antonio Starrabba di Rudinì. Quest’ultimo, decise di nominarlo assessore alla polizia urbana del Comune di Palermo. Un paio di anni dopo, nel 1869, fondò e diresse un nuovo quotidiano giornalistico che prese il nome di “Corriere Siciliano”. Quella moderna esperienza fu alquanto breve per Emanuele. Infatti, a seguito di un importante incarico, Emanuele lasciò subito la testata. Nello specifico, era stato invitato a entrare nel consiglio di amministrazione dell’ospedale cittadino. Cosciente dell’inadeguata e grave condizione dell’ospedale, il marchese accettò immediatamente quell’invito. Dal 1870 fino al 1873, fu designato per dirigere il medesimo Ospedale. In soli tre anni, l’Ospedale Civico era ritornato del tutto efficiente e funzionale. Le molteplici inadempienze che gravavano sul sistema sanitario, furono poco a poco annientate dall’efficace e integerrimo intervento del marchese. La sua gestione ridiede respiro alle casse sanitarie rendendo pulite e accoglienti tutte le strutture dell’ospedale. In aggiunta, fu anche raddoppiata la quantità dei posti letto. Quella sua magnifica condotta amministrativa gli valse la fama di uomo affidabile e onesto. Lasciata la dirigenza dell’Ospedale Civico, Emanuele ritornò al Comune nella rappresentativa veste di primo cittadino. Eletto il 28 settembre del 1873, rimase in carica fino al 30 settembre del 1876. Svolgendo fino in fondo il proprio dovere, il marchese rivalutò con incisività l’intero patrimonio urbanistico di Palermo. Nel corso di tutto il suo mandato, contribuì ad attuare una serie di opere nel solo e unico interesse dei suoi cittadini. Opere significative come il completamento del mercato degli Aragonesi, la copertura del teatro Politeama, l’ammodernamento della rete viaria, i vari interventi per migliorare le condotte idriche, il collegamento della stazione centrale con il porto, i lavori di costruzione del cimitero dei Rotoli e la posa della prima pietra per avviare la realizzazione del Teatro Massimo. Come se non bastasse, s’impegnò fortemente nel fronteggiare la diffusa e grave corruzione nelle dogane. Nella sua agenda comunale non c’era posto per le consolidate clientele della cattiva politica locale. Sotto la sua vigile e rigorosa guida, il sistema di assegnazione degli appalti fu sottoposto a un vero e proprio processo di normalità amministrativa. Anziché riservarli ai soliti loschi personaggi, Emanuele decise di assegnarli soltanto a ditte in odor di legalità. Questa perseveranza nel diffidare da ogni forma d’ingiustizia, a più di qualcuno non piaceva. Ovvero, quella deplorevole zona  grigia che si aggirava tra gli insalubri e avidi ambienti della malavita locale. In conseguenza di ciò, la coscienziosa attività di Emanuele, fu ostacolata da un delegittimante progetto d’isolamento. Dal 1876 fino al 1890, ricoprì l’impegnativo ruolo di direttore generale del Banco di Sicilia. Appena insediato, la situazione del Banco era alquanto tragica.

L’istituto di credito era quasi ad un passo dal fallimento. Dopo l’avvento dell’Unità d’Italia, il Banco di Sicilia era stato oppresso da una miriade di operazioni speculative che avevano prosciugato gran parte delle risorse finanziarie di cui beneficiava l’istituto. I provvedimenti messi in atto dal marchese si dimostrarono tutt’altro che inefficaci. Investendo tutte le proprie astute competenze economiche, Emanuele riuscì a scongiurare la preannunciata possibilità di un definitivo decadimento dell’economia siciliana. Nel giro di pochi anni, l’istituto era stato risanato con una radicale riorganizzazione del sistema bancario. Impedendo l’affiorare di nuove speculazioni, Emanuele ideò una serie d’innovativi e adeguati provvedimenti come l’istituzione dei concorsi fra le società operaie di Mutuo Soccorso, gli aiuti rivolti alla cassa dei piccoli prestiti per la categoria della classe operaia, la creazione della cassa di assicurazione contro gli infortuni degli operai sul lavoro, la modifica dello statuto del Banco. Modificando le norme previste dall’ordinamento dello statuto, egli smantellò una consolidata e immorale tendenza finanziaria. Purtroppo, quelle innovative e costruttive scelte, furono boicottate da un consiglio di amministrazione che non aveva di certo a cuore il futuro della Sicilia. La maggioranza di quel consiglio era prevalentemente formata da politici. Tra questi era presente anche l’onorevole Raffaele Palizzolo. Raffaele Palizzolo era un deputato del Regno d’Italia abbastanza noto per le sue poco raccomandabili frequentazioni.

Conosciuto anche con il soprannome di “U Cignu” il cigno, Palizzolo era divenuto uno dei principali referenti politici di Cosa Nostra. Nel maggio del 1882, Emanuele fu sequestrato da un gruppo di uomini. Lo liberarono dopo il pagamento di un consistente riscatto. Dietro quel sequestro si nascondeva un chiaro avvertimento intimidatorio. Un segnale che con molta probabilità, era stato attuato dal Palizzolo e dai suoi complici. Nonostante tutto, Emanuele non abbassò la testa. Senza alcun timore, nel 1889, redisse un dettagliato fascicolo di denuncia. Fiducioso che fosse fatta giustizia, lo inviò all’allora ministro dell’agricoltura Luigi Miceli. All’interno di tale fascicolo, era presente il nome dell’onorevole Palazzolo e di altre maestranze della politica siciliana. Onorevoli senza onore che si erano impropriamente arricchiti con i soldi di migliaia e migliaia di risparmiatori. In particolare, Emanuele rivelò dei rapporti che sussistevano tra Palizzolo e il capomafia di Caccamo.

La morte

Emanuele Notarbartolo muore il 1 febbraio del 1993. L’uomo, dalla stazione di Sciara, salì sul treno che avrebbe dovuto condurlo a Palermo. Notarbartolo, dopo il sequestro di cui era stato vittima, aveva cominciato a preoccuparsi della sia sicurezza e si era munito di armi da poter utilizzare in caso di emergenza. Mai si sarebbe aspettato di incontrare problemi sui vagoni di un treno. A Termini Imerese salirono due uomini. Non appena il treni raggiunse una galleria, i due ne approfittarono per mettere a segno il delitto, utilizzando come armi un pugnale ed un coltello. I due uomini lo trafissero con 27 pugnalate…  Dopo esserci accertati della morte della vittima, i due assassini cercarono di fare razzia dei documenti e degli oggetti di Notarbartolo. Lanciarono il cadavere dal treno con la speranza che finisse in un torrente e che, poi, raggiungesse il mare. Il corpo, però, rimase vicino ai binari e, dunque, non fu difficile ritrovarlo. La mafia aveva compiuto la sua prima vile e brutale vendetta.

Il processo

Il processo cominciò a Milano addirittura sul finire del secolo, sebbene l’omicidio fosse stato compiuto nel 1893. Era stato scoperto che nel periodo precedente l’omicidio il Banco di Sicilia era finito nell’occhio del ciclone a causa di una condotta scorretta e per diverse violazioni delle norme bancarie. Quando il processo prese il via, nel novembre del 1899, gli unici imputati erano due ferrovieri. La Polizia era convinta del fatto che i due si fossero fatti corrompere e che avessero offerto le necessarie coperture per consentire agli assassini di ammazzare Emanuele Notarbartolo.

La deposizione di Leopoldo Notarbartolo

Cinque giorni dopo l’inizio del processo fu sentito come testimone Leopoldo Notarbartolo, il figlio dell’ex sindaco. Fu lui a muovere un’accusa gravissima destinata a cambiare le sorti del processo. Disse, infatti, che il mandante dell’omicidio era don Raffaele Palizzolo, deputato ed imprenditore ritenuto molto vicino alla mafia. Leopoldo ripercorse le varie tappe degli incontri tra suo padre e Palizzolo. Lasciò intendere che ci fosse un’ampia responsabilità dell’uomo anche per il sequestro del 1882. Palizzolo era stato membro del Cda del Banco di Sicilia e contrastava apertamente con le idee di Notarbartolo il quale non era disposto a scendere a compromessi e voleva evitare che la Banca venisse utilizzata per elargire favori a chiunque ne avesse bisogno, anche e soprattutto a persone poco raccomandabili. Notarbartolo fu, però, messo con le spalle al muro e costretto a dimettersi.

Gli arresti di Palizzolo e Fontana

Palizzolo, dopo le accuse di Leopoldo Notarbartolo, si vide crollare il mondo addosso. Essendo deputato poteva contare sull’immunità parlamentare ma la Camera votò a favore in merito alla richiesta di autorizzazione a procedere. Don Raffaele Palizzolo finì in carcere e, dopo poco, lo stesso destino toccò all’uomo accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio: Giuseppe Fontana. Quest’ultimo fu incastrato dalle dichiarazioni del vicecapostazione di Termini Imerese ma in un primo momento preferì darsi alla fuga. Il questore Sangiorgi lo convinse a consegnarsi. Agli inizi del Novecento i due responsabili del delitto di Emanuele Notarbartolo erano in carcere. Nel 1902 il processo riprese e fu spostato a Bologna. Per Fontana e Palizzolo arrivò una condanna a trent’anni di carcere.

La sentenza della Cassazione e il nuovo processo

La decisione della Corte d’Assise di Bologna fu annullata dalla Cassazione a causa di un vizio di forma. Nel 1903, dieci anni dopo la morte di Emanuele Notarbartolo, il processo ripartì da Firenze. L’attenzione dell’opinione pubblica sull’intera vicenda era nettamente calata. L’esistenza di un’organizzazione criminale chiamata mafia fu minimizzata ancora una volta. Le difese, stavolta, ebbero la meglio dell’accusa e nel 1904 Palizzolo e Fontana furono scarcerati per insufficienza di prove. Insieme a Fontana l’altro autore del delitto era stato un certo Matteo Filippello ma l’uomo fu trovato morto, probabilmente suicida, prima di essere ascoltato in tribunale.

Nessun colpevole

Dal punto di vista giudiziario, dunque, la vicenda legata all’assassinio di Emanuele Notarbartolo si concluse in modo deludente. Palizzolo perse il suo potere politico a livello nazionale ma non a livello locale. A Leopoldo Notarbartolo non rimase che onorare la memoria del padre raccontando la sua vita. Il libro verrà pubblicato due anni dopo il decesso di Leopoldo, avvenuto nel 1947.

Agli inizi del Novecento,con l’avvicinarsi della Prima Guerra Mondiale, la mafia era stata tutt’altroche sconfitta e gli eventi politici di quegli anni non fecero altre chedistogliere l’attenzione su un’organizzazione criminale che continuava a prosperare nel silenzio.

fonte 

http://siciliastoriaemito.altervista.org/emanuele-notarbartolo-un-delitto-eccellente-rimasto-impunito/

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