Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Le nemiche di Bette Davis di Alfredo Saccoccio

Posted by on Lug 17, 2019

Le nemiche di Bette Davis di Alfredo Saccoccio

Ruth Elizabeth Davis è nata nel 1908, a Lowell nel Massachusetts. Giunse a Hollywood ch’era già un’attrice famosa sulle scene di New York. I giornalisti e i fotografi del dipartimento pubblicitario, accorsi a riceverla alla stazione, tornarono in ufficio senza averla nemmeno notata. Credettero di essersi sbagliati sull’orario del treno, quando squillò il telefono. “Sono arrivata”, disse una voce timida e dolce. Piccola, esile, senza rossetto, Bette non aveva l’aspetto di una celebre attrice. Quando i produttori la videro, con quella sua aria di ragazzina fuggita di casa, pensarono ad uno sbaglio del loro agente di New York, che aveva avuto l’incarico di scritturarla. Per mesi e mesi, Bette fu lasciata in attesa di una parte, poi venne messa in libertà: le dissero che non aveva “sex appeal”. La famosa Davis, allieva della scuola drammatica di John Murray Anderson, compagna d’arte del grande attore Richard Bennett, padre di Constance, trascorse così due anni difficili ed oscuri lavorando in piccole parti generiche e senza rilievo. Il suo successo nel cinema è dovuto ad un “prestito”. Bette fu “prestata” dalla Warner Bros alla R. K. O. per il film “Of Human Bondage”. Fu il film che la rivelò come una grande attrice drammatica. A proposito di questa pellicola, vi fu a Hollywood una rumorosa campagna giornalistica. La stampa cinematografica rimproverava aspramente all’ “Accademy of Motion Pictures Arts and Sciences” di aver dimenticato Bette Davis nell’assegnazione dei premi annuali. Il risultato dello scandalo fu che l’Accademia decise di assegnare un “premio speciale” all’attrice. Ma Bette non ne sapeva niente, né vi fece gran caso quando lo seppe. In quel tempo trascorreva le sue vacanze a cinquecento miglia da Hollywood, attendata con suo marito Harmon O. Nelson in uno dei tanti campeggi per automobilisti. Harmon O. Nelson dirigeva un’orchestra nelle vicinanze del campeggio e Bette si divertiva a far mangiare e ad occuparsi delle faccende domestiche. La sua passione, in fatto di cucina, erano le uova fritte e il pane tostato. Bette indossava sempre i pantaloni e una camicetta a mezze maniche. Durante il giorno, leggeva, dormiva e giocava con il suo Scottie: ella sembrava così uno di quei ragazzi biondi e fragili che si vedono nei parchi delle famiglie aristocratiche di Washington. Alla sera si aggrappava al braccio del marito e insieme facevano una passeggiata a piedi, sotto la luna. Bette aveva il gusto delle passeggiate notturne e si abbandonava volentieri a chiacchierare a lungo, come una bambina. Bette Davis amava molto suo marito: lo chiamava Ham, che, evidentemente, è una contrazione del mome Harmon e significa prosciutto, ma sta anche in senso di persona molto buona e docile. Bette non aveva simpatia per la vita di società e se ne stava appartata il più possibile. Ciò dipendeva dalla cattiva opinione ch’ella si era fatta delle donne e delle donne di Hollywood in particolare. Solo gli uomini le ispiravano fiducia. “Io penso che le donne sono terribili”, dichiarò un giorno Bette Davis. “Se vi prende la voglia di confidarvi con qualcuno, fatelo con un uomo. In tutta la mia vita non ho avuto che due donne amiche: una era mia madre. Fin da bambina ho sempre avuto l’idea che le donne fossero terribili, e Hollywood non me l’ha cambiata. Per esempio i “clubs” di donne, di donne organizzate, sono per me una cosa tremenda. Io non saprei cosa fare ad un “club” di donne. I sessi sono stati creati perché si mescolino a scopo di divertimento. Le donne riunite senza la presenza dei maschi non ascoltano mai quello che si dicono fra loro. Le donne mi hanno sempre sospettata perché ho troppi uomini come amici. Gli uomini che io conosco mi fanno le loro confidenze, mi parlano dei loro dispiaceri di cuore, delle loro ambizioni, del grande romanzo che scriveranno, della musica che comporranno. Dicono che io so ascoltare. Ma se vi accade di essere il genere di donna che piace agli uomini, siete dannata per sempre. Specialmente nell’ambiente cinematografico. Non ci sono abbastanza uomini a Hollywood e c’è molta richiesta. Ham, mio marito, è il solo uomo che io abbia amato e desiderato. Ma le donne mi sospettano lo stesso. A Hollywood le donne mi spaventano a morte. Passano la loro vita domandandosi se sono riuscite ad apparire “abbastanza” sessuali senza essere “troppo” sessuali. Non riescono ad avere un’opinione di nessuna cosa, eccetto questa: che un uomo con denaro è meglio di un uomo senza denaro, ma un uomo qualunque è sempre meglio di niente. Credono di essere molto importanti, ma non ne sono mai convinte; mescolano allora dei nomi famosi alla loro conversazione, e ciò aiuta a rassucurarle che sono realmente importanti. A sentirle parlare, sembra che le cose più preoccupanti delle loro vita siano “ i vostri domestici e dove comprate i vostri abiti”. Se non fosse per le donne, io credo che Hollywood sarebbe un posto abbastanza simpatico e decente. Esse danno un valore artificiale a ogni cosa. Non hanno alcun senso della lealtà. Ne ebbi la prova più evidente quando io e mio marito, tempo fa, andammo nell’Est. Eravamo invitati ad un ballo di inaugurazione. Con mia gran gioia mi fu presentato Franklin D. Roosevelt. Mentre ci stendevamo la mano, si ruppero le spalline del mio vestito. Le donne furono orribilmente scortesi; come se le avessi offese, nessuna venne in mio aiuti con uno spillo. Non sono mai stata così imbarazzata in vita mia. Gli uomini salvarono la situazione mettendosi tutti a ridere. Sono sicura che le donne presenti a quella sera sono ancor oggi convinte che io lo abbia fatto apposta. L’amicizia è rara come l’amore. Ciò è ancor più vero a Hollywood che altrove. Le famose stelle, le donne fatali, hanno così poca fiducia nel proprio “charme” che si scelgono per gelosia amiche grassocce e insignificanti: tuttavia le amiche debbono essere sempre della stessa condizione sociale, se non della medesima classe finanziaria. Io penso che la prima cosa che disgusta gli uomini sia il poco senso di adattabilità delle loro mogli. Lamentarsi delle cose che non possono essere evitate è il difetto fondamentale della donna. A volte io desidero di essere una piccola ragazza in un villaggio di campagna, con un fidanzato che abbia solo cinquanta centesimi la settimana da spendere per portarmi al cinematografo. La vita ideale per una donna è maritarsi a diciassette anni, avere molti bambini e non cominciare mai ad analizzare gli uomini. Le attrici dalle grandi carriere incontrano la loro Waterloo quando non riescono più a tornare a casa e ridiventare delle sempluici “piccole donne”. La maggioranza delle donne è ipocondriaca per natura. Esse vogliono essere compatite. Anch’io, a voltre, lo faccio; allora Ham piglia su e se ne va. E’ il miglior sistema di cura per una donna irragionevole. Una cosa triste e divertente è l’osservare come si comportano le ragazze di Hollywood quando perdono il loro contratto. Cercano subito, disperatamente, marito. Mentre hanno lavoro, disprezzano gli stessi uomini ai quali corrono dietro nella disgrazia. Io credo che le donne siano molto simili, in tutto il mondo; e penso che sono veramente terribili”.

Alfredo Saccoccio

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La tratta degli italiani di Fernando Ritter

Posted by on Lug 17, 2019

La tratta degli italiani  di Fernando Ritter

Alla fine degli anni ’60 vi erano ufficialmente, sparsi attraverso il mondo, 6 milioni di individui in possesso di passaporto italiano. Di questi, oltre 2,4 milioni vivevano in Europa: 900 mila in Francia, 700 mila in Svizzera, 400 mila in Germania, 250 mila nel Benelux, 150 mila in Gran Bretagna. In realtà, il numero degli italiani all’estero era allora sensibilmente superiore alla cifra ufficiale, in quanto da essa erano stati esclusi tutti coloro che, nel corso degli anni, avevano rinunciato o dovuto rinunciare alla propria cittadinanza originaria. Innumerevoli quindi sono stati gli italiani costretti a prendere la via dell’esilio per cercare, all’estero, quel pane che veniva loro negato in patria. Ciò avvenne precisamente da quando, conquistato dai piemontesi il Regno delle due Sicilie, cominciò in nome dell’Unità d’Italia, il pesante saccheggio del più vasto, più potente e più ricco Stato della Penisola; di quello Stato che poteva vantarsi di un’amministrazione pubblica modello e di un patrimonio aureo di poco inferiore al mezzo miliardo di lire oro, più che doppio di quello complessivo degli altri Stati d’Italia. Stato pacifico che, tra l’altro, non conosceva la coscrizione obbligatoria e la leva in massa, e che si era posto all’avanguardia del progresso tecnico; a esso i Borboni avevano dato la prima ferrovia in Italia, la prima nave a vapore, il primo telegrafo elettrico (sia pure sperimentale) e, alla sua capitale, l’illuminazione a gas, con 10 anni d’anticipo sulle altre città della Penisola. Stato dove non attecchì la grande usura, che vide anzi fallire il ramo dei Rothschild che si era stabilito a Napoli. L’Unità d’Italia, per il Meridione, significò il crollo della sua agricoltura e quello delle sue industrie -già più sviluppate e floride di quelle del Nord – con conseguenze che si fecero sempre più gravi e tragiche per le popolazioni. L’Unità portò anzitutto alla completa rovina dei contadini, considerati sino alla conquista legalmente inamovibili dalle terre feudali, ecclesiastiche e comunali da loro coltivate, nonché proprietari di quelle coloniche; contadini praticamente esenti da doppie imposizioni e tributi, e da qualsiasi servitù militari. L’incameramento di queste terre, in ossequio ai nuovi principî, da parte del demanio piemontese, la loro messa in vendita, il loro acquisto, furono il trionfo degli speculatori, degli usurai, dei manipolatori di ogni specie, locali e piovuti dal Nord, i quali – sotto la protezione di un esercito di occupazione forte di 120 mila uomini e che, in 10 anni, bruciando paesi e paesani, massacrò 20 mila contadini in lotta per il pane, gabbandoli per briganti -diventarono, con l’ausilio di leggi non meno infami di coloro che le applicavano, i padroni inesorabili del contadino. Questi, messo nell’impossibilità materiale di pagare le tasse e i balzelli imposti da un Piemonte in eterno disavanzo finanziario, si vide portare via le scorte, gli attrezzi, la capanna, il campo; e ciò non da un feudatario “spietato”, ma dal borghese “liberale”. Così il contadino dell’ex reame delle Due Sicilie, il quale dal 1830 al 1860 aveva fruito di una condizione economica assai migliore di quella dei lavoratori della terra del resto della Penisola, si vide con l’Unità depredato addirittura anche del lavoro. E questo in quanto i nuovi proprietari della terra – introducendo colture industriali (agrumi e ulivo) in sostituzione di quelle che coprivano il fabbisogno alimentare e tessile delle popolazioni locali, contadine e cittadine – non ebbero che una preoccupazione: quella di realizzare sempre maggiori profitti finanziari, pure a totale scapito del lavoro (l’industrializzazione di quei tempi!). Così le campagne del Mezzogiorno, sacrificate all’industrializzazione agricola locale e tradite dalla politica per lo sviluppo delle manifatture del Nord, non furono più nella possibilità materiale, come lo erano state nei secoli, di assicurare alla popolazione del Sud, anche delle città, neppure la propria alimentazione. E fu lo sfacelo [1]. Si interruppe in conseguenza – tra l’altro – la corrente migratoria della mano d’opera, che sino allora si era spostata dal Nord al Sud, mentre i contadini meridionali, cacciati per fame dalle loro terre, furono costretti alla fuga verso il Nord e l’estero. Fenomeno che non tardò a trasformare l’intera Penisola in una immane colonia di sfruttamento umano, dove nuovi negrieri razziavano ogni anno, non più africani, ma un crescente contingente di disperati bianchi, il cui numero salì progressivamente da 107 mila – media annua del periodo 1876 -1880 – a 310 mila, media annua del periodo 1896 -1900, a 554 mila, media annua del periodo 1901-1905, a 651 mila, media annua del periodo 1906-1910, a 711 mila nell’anno 1912, a 872 mila nell’anno 1913, anno di vigilia della prima guerra mondiale, che troncò questa tratta, sino alla fine delle ostilità, per fornire carne da cannone, in abbondanza, alle offensive, negazione della strategia, di un altro piemontese. Nessun documento meglio di queste cifre potrebbe illustrare i risultati economici, sociali e umani della politica della borghesia italiana “liberale” di quegli anni. Borghesia che doveva trovare in Giovanni Giolitti il suo personaggio più rappresentativo, diventato direttamente o – per pochi mesi – tramite i suoi luogotenenti Fortis e Luzzato, dal 1903 al marzo 1914 capo del governo e, attraverso la burocrazia e la corruzione, padrone assoluto del Paese. Politica che costrinse, nell’ultimo biennio dell’era giolittiana, oltre un milione e mezzo di italiani a emigrare; più della metà dei quali oltre Atlantico, verso l’inferno delle fazende brasiliane, delle miniere e ferriere della Pennsylvania, dei mattatoi di Chicago, degli angiporti e dei bassifondi di Buenos Aires e di New York; caricata per maggior utile degli armatori del Nord, in condizioni di poco meno disumane di quelle fatte all’inizio del secolo scorso dai negrieri agli schiavi portati sui mercati delle due Americhe.

[1] Codificato dalle leggi protezioniste del 1887 a favore delle industrie del Nord.

fonte https://www.eleaml.org/sud/den_spada/tratta_degli_italiani.html

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Quando gli zar cercavano la musica di Napoli

Posted by on Lug 17, 2019

Quando gli zar cercavano la musica di Napoli

Partivano dalla Campania viaggiando mesi, in carrozza, attraverso le Alpi e i Paesi dell’Europa dell’Est. Fino ad arrivare a San Pietrobuorgo, dove nel Settecento erano tra i compositori più richiesti. Da Cimarosa ad Araja, ecco chi erano i musicisti più richiesti dalle famiglie imperiali russe Un filo diretto, in note. Che annoda Napoli e San Pietroburgo. Nel Settecento alla corte delle imperatrici Anna, poi Elisabetta e infine Caterina II c’era la musica napoletana. Artisti alla corte delle zarine, punto più alto di un mecenatismo che richiamava il Rinascimento, tra artisti, scenografi, architetti. Dall’Italia ma soprattutto dalla capitale del Regno di Napoli. In viaggio per sei, anche sette mesi verso la Russia, in carrozza, c’era da attraversare le Alpi, poi i pezzi dell’Europa dell’Est prima di arrivare nelle corti ricche, affamate di bellezza e arte. I russi cercavano Napoli. Offrivano una ricca vita di corte, compensi impensabili in altre parti del Vecchio Continente. E ci fu così un flusso di partenopei a corte. “Addirittura la tarantella veniva riscritta anche da ognuno dei musicisti del Gruppo dei Cinque. Miliij Balakirev, Cesar Cui, Aleksandr Borodin, Modest Musorgskij, Nikolaj Rimskij-Korsakov, la musica popolare russa lontana dai suoni dell’Occidente ma innamorata di quella napoletana”, spiega il Maestro Enzo Amato, musicista, chitarrista, famoso studioso della musica settecentesca e presidente dell’Associazione Domenico Scarlatti di Napoli.

Il Maestro ripercorre con noi il cammino musicale dei napoletani in Russia. Nei prossimi giorni – l’11 novembre 2015 – è in programma una sua conferenza sul tema al Centro Russo (Russkij Mir) all’Università L’Orientale di Napoli e qualche giorno dopo prenderà la parola anche all’Università La Sapienza di Roma. Perché per i russi, tanto nella capitale quanto a San Pietroburgo, la musica lirica nel Settecento parlava, anzi suonava italiano. Soprattutto napoletano. “Basti pensare che la prima opera scritta per Anna I e poi tradotta in lingua russa era di Francesco Araja, a San Pietroburgo per circa 15 anni. C’era la voglia, anche l’esigenza di europeizzarsi – continua il Maestro -. C’era anche da abbattere l’immagine di un Paese arretrato, medievale, poco incline alla bellezza dell’arte occidentale. Per questo motivo le Imperatrici non badavano a spese”. Ma Napoli non era solo il simbolo della lirica ma anche dell’architettura. “Ed è stato proprio un architetto napoletano, Carlo Rossi, figlio di una ballerina russa con papà nativo di Sessa Aurunca (provincia di Caserta) che ha progettato il Palazzo che è ora sede del Museo russo di San Pietroburgo, così come lo stesso architetto ha ideato l’assetto del Palazzo d’Inverno, la residenza degli Zar, e del Teatro Aleksandriskij” aggiunge il Maestro Amato. Araja componeva 12 opere in Russia, compresa Cefalo e Procri, interamente in lingua russa, ispirata alle Metamorfosi, il capolavoro del poeta latino Ovidio. E nelle rappresentazioni non c’erano cantanti con grande estensione vocale, quindi veniva utilizzato il coro, che caratterizzerà la produzione, lo stile delle opere russe. Dopo Araja, Tommaso Traetta. Sette anni di soggiorno alla corte di Caterina II, prima di lasciare la Russia per il clima gelido, verso Londra. E tre opere, soprattutto l’Antigona. Scriveva in italiano ma la parte recitata era omessa per consentire la comprensione al pubblico che seguiva le arie con la traduzione dei libretti in lingua russa. E dopo Traetta, Giovanni Paisiello, 11 opere in Russia e che scriverà il Barbiere di Siviglia nel 1782, precedendo Gioacchino Rossini. E poi Gaetano Andreozzi, uno dei tre musicisti di Aversa, a pochi chilometri da Napoli, assieme a Domenico Cimarosa, Niccolò Iannelli. Per la corte di San Pietroburgo, la Didone Abbandonata nel 1784 e l’anno successivo Giasone e Medea. Infine, Domenico Cimarosa, chiamato da Caterina II, 11 opere e il requiem per la moglie dell’ambasciatore italiano a San Pietroburgo, eseguita alla cappella della corte dell’Imperatrice.

fonte https://it.rbth.com/rubriche/Mosaico/2015/10/23/quando-gli-zar-cercavano-la-musica-di-napoli_533095

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Miguel de Cervantes e Napoli

Posted by on Lug 16, 2019

Miguel de Cervantes e Napoli

TI PORTERÒ NELLA CITTÀ PIÙ RICCA, PIÙ DILETTEVOLE DELL’UNIVERSO, NAPOLI” dice, nel Don Chisciotte,Vincente de la Roca, alla sua amata Leandra.
E Tomàs Rodaja, protagonista della novella El licenciado Vidriera: NAPOLI È LA CITTÀ MIGLIORE D’EUROPA, ANZI DEL MONDO”
Così Miguel de Cervantes sfata il preconcetto della Napoli miserabile durante la dominazione spagnola.. Dai suoi scritti si evince che era in realtà la città più importante dell’impero, e non una colonia (come lo è diventata con i piemontesi).
Lo scrittore spagnolo soggiornò più volte a Napoli e partecipò anche alla battaglia di Lepanto.

segnalato da Maria Franchini

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Giustino Fortunato – Il Mezzogiorno e lo Stato italiano 2°

Posted by on Lug 16, 2019

Giustino Fortunato – Il Mezzogiorno e lo Stato italiano 2°

RICERCA EFFETTUATA DAL Prof. Renato Rinaldi su “Il Mezzogiorno e lo stato italiano; discorsi politici (1880-1910)” – Giustino Fortunato

…omissis…

Pag 82. IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO

L’abolizione della feudalità con rescritto del 2 agosto 1806, non senza distinzioni che affievolivano il rigore della regola, si compi ne’quattro anni susseguenti più per via di fatto che per virtù di legge; che, tolte le relative controversie ai tribunali ordinari, con decreti dell’11 novembre 1807 e del 27 febbraio 1809 fu comandato a un magistrato speciale di sette persone, detto Commissione feudale, di giudicare inappellabilmente per tutto l’agosto del 1810 senza forme giudiziarie, ma col ministero di un procuratore generale a patrocinio dei Comuni, delle cause feudali di qualunque natura intentate o da intentare: spediente tenuto allora e poi, tanta fu la fama della fermezza e dell’attività spiegate nelle decisioni da quel magistrato, un capolavoro di civile sapienza.
Queste decisioni, quasi tutte dipendenti dalla norma suprema dell’espresso titolo a giustificazione del possesso legale, e prescritte a base di simili controversie per l’avvenire dinnanzi ai tribunali ordinari, si possono riassumere nella piena libertà concessa alle antiche difese od a quelle legalmente costituite dopo la prammatica aragonese, nella divisione con le Università dei demani feudali illegalmente ridotti a difese, e nella restituzione dei demani universali usurpati od illegalmente alienati.

Ma non cosi avventurata come l’abolizione della feudalità fu la divisione a prò dei Comuni dei demani feudali, e la ripartizione di essi,insieme con quegli universali, a favore dei cittadini: il compito di semplice esecuzione dei giudicati riusci molto più scabroso del compito affidato ai giudici di cognizione. La legge del settembre 1806, con cui fu dichiarata e la divisione degli uni e la ripartizione degli altri, rimase priva di effetto, sia perché non diede norme sicure per valutar diritti e compensi, sia perché l’esecuzione fu affidata ai Consigli d’Intendenza. È vero che sovvenne ad essa il decreto dell’8 giugno 1807, che informandosi all’editto del 1792, prescrisse che la divisione dei demani feudali con le Università si avesse a compiere secondo una scala proporzionale degli usi civici, e la ripartizione dei feudali pervenuti per tal via ai Comuni, e degli universali, avesse a farsi tra i cittadini con preferenza dei più bisognosi, dietro classificazione dei ruoli della fondiaria e col peso di un annuo canone redimibile al cinque per cento. Ma tardi apparve il decreto del 23 ottobre 1809, che inviava nelle province per eseguir le divisioni, con i poteri dei consiglieri d’intendenza, cinque Commissari ripartitori, contro i cui giudicati non si ammetteva gravame se non alla Corte dei Conti; né l’opera loro, checché ne abbia scritto il Colletta, fu poi cosi attiva e proficua come quella della Commissione feudale. Giudicando, d’ordinario, senza recarsi personalmente sui terreni soggetti alle divisioni, essi delegarono più volte i loro poteri ad agenti subalterni,o ignoranti o, quel che è più, facilmente corruttibili. Usciti di carica sul finire del 1811, i rappresentanti il Governo nelle province ne assunsero le facoltà, riconfermate ad essi dalla legge borbonica del 12 dicembre 1816 e dalla legge italiana del 20 marzo 1865, che riconobbe questa unica eccezione, nella soppressione del Contenzioso amministrativo, in omaggio al diritto pubblico interno napoletano, per il quale è imprescrittibile il demanio comunale: imprescrittibilità, che proclamata con le prammatiche 1^ De Salario e 2^ De Baronibus del 1443 e del 1536, fu sanzionata con gli articoli 176 e 177 della legge del 12 dicembre 1816.

Sono scorsi settantasei anni, e la questione non è ancora esaurita! Quali le cagioni di cosi lungo ritardo?
Senza dubbio, l’argomento meriterebbe una larga profonda disamina. Su lo scorcio del secolo passato era già sorto numeroso nell’Italia meridionale il ceto della borghesia, né già come altrove per l’esercizio delle armi o per il commercio o per l’industria, ma solo per mezzo del fòro, della chiesa e del fitto: era già sorto audace nei Comuni ed organato nelle città, nemicissimo ai baroni. Quando la monarchia diede l’ultimo crollo al decrepito feudalismo, quel ceto, che nelle leggi di abolizione le fu di valido aiuto, si trovò solo a rappresentare i diritti del Comune e dei contadini, solo a caldeggiare i nuovi ordini francesi, solo addirittura e padrone in quel subbuglio vertiginoso di mutamenti civili e di politici avvenimenti. In breve, ai baroni seguirono i borghesi maggiorenti, cui più tardi, mediante la creazione del capitale per via dell’industria pastorale e del risparmio, non mancò l’assunzione di pubblici uffici, non mancaron titoli di nobiltà. A questo modo ebbero inizio, nel maggior numero delle province, le presenti classi dirigenti, cui si accomunarono a mano a mano tutte le famiglie della borghesia minuta, che delia
stentata professione e del piccolo commercio e dello scarso capitale, impiegato in prestiti ad alta ragione, fecero scala sempre difficile, ma non sempre sicura, alla possidenza territoriale, e sole ormai costituiscono ivi l’unico centro di gravitazione politica e amministrativa dello Stato: lontano accenno, e dubbio ancora, di una lenta laboriosa formazione di migliori classi direttive.
I più gravi ostacoli al compimento delle leggi per la divisione de’ demani furon dunque suscitati da’novelli possessori, più o meno recenti, più o meno facoltosi, il cui interesse personale, e prima e poi, fu sempre opposto ad ogni pronta decisione; né con l’andare degli anni si palesò diverso, per altre ragioni, l’interesse politico del Governo borbonico. Il quale, non potendo far capo dall’aristocrazia, che già prima della rivoluzione aveva distrutta, né potendo far cieco assegnamento su la borghesia, che non esso ma il Murat avea spinta e menata al potere della cosa pubblica, si piacque segretamente di tener viva quell’arruffata questione, che in sua mano, ad ogni moto di ribellione, era facile divenisse sorgente inesausta di guerra civile. E cosi, mentre che da un lato i Borboni si fecero leva (l’osservazione è di uno storico illustre, l’Amari), or di Sicilia contro Napoli e or di Napoli contro Sicilia, dall’altro in fondo alle province più derelitte non intesero se non a seminare odio e disprezzo, né mancavan certo i motivi, fra contadini e borghesi.

Ogni moto politico non fu distinto se non dal desiderio della borghesia di aver libere, una buona volta, le mani; e que’moti, immancabilmente, finirono uno per uno, specialmente nel 1848 (De Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Roma, 1863, voi. I, L. VI.), tra le grida selvagge delle reazioni sociali dei contadini. Re e galantuomini, ad ogni loro conflitto, facevano a gara vane mostre, col mezzo di larghe promesse di ripartizioni demaniali, per ingrazionirsi con i contadini: ma questi mostravano, quasi sempre, di aver fede maggiore nella parola del Re, forse perché sicuri a ogni sommossa della pronta apparizione di un delegato speciale, certo perché increduli e diffidenti del ceto borghese. L’ultimo atto del dramma, terribile ne’suoi episodi e nei suoi effetti, che parvero spezzare ogni vincolo di civile comunanza, è la storia del brigantaggio, succeduto alla rivoluzione del 1860: lugubre storia, che soltanto nei primi suoi venti mesi a quanto si legge in documenti ufficiali (Massari, Relazione della Giunta parlamentare su la inchiesta per il brigantaggio nelle province napoletane, Torino, 1863. ), numera mille fucilati, duemila cinquecento morti in conflitto, poco meno che tremila condannati al carcere o alla galera!

Un decreto luogotenenziale del  1 gennaio 1861 assegnò per compito a nuovi commissari governativi speciali la reintegrazione de’demani usurpati e la quotizzazione fra i proletari de’terreni ancora indivisi; e dando loro facoltà di scegliere agenti subalterni, e di convertire le usurpazioni in colonie perpetue ne’casi dell’articolo 51 della circolare 3 luglio, impose, come termine improrogabile, nel corso dell’anno, la definizione di tutte le pendenze demaniali. E li per li si diè opera a definir liti e a rettificare divisioni; poi, soppressa la Luogotenenza, tornò l’antica noncuranza, perché, senz’altro, passarono a’prefetti le attribuzioni de’commissari. — E si capisce facilmente il perché.
« Reso autonomo il municipio con voto conceduto ai soli borghesi, e raddoppiate perciò nei Comuni le vecchie ire delle famiglie e delle clientele, fu nuovo originale trovato di guerra muovere da un lato a vanvera liti e contese demaniali, dall’altro frammettere a bella posta indugi senza fine a ogni pronta espletazione di giudizi: novella spada di Damocle, — la legge elettorale fu fatta, cosi, cieco strumento di vecchi odi e di vecchi rancori,mezzo sovrano di mantener viva e accesa una questione per sé stessa ardente e corruttrice. E ciò, d’ordinario, nel caso in cui la minuta borghesia abbia preso la mano all’alta borghesia; che neill’ipotesi contraria, i titoli di possibili diritti o di possibili azioni sono messi a dormire negli archivi comunali il sonno dei giusti, quando, una volta per sempre, non vengano sottratti alla chetichella dagli stessi amministratori, ignoranti o noncuranti i prefetti neill’intentare di piena autorità l’azione pubblica, del cui diritto sono investiti eccezionalmente. Di qui la ormai quasi totale esclusione dai municipi dei maggiori censiti, la dannosissima incertezza dei privati domini, quella nube di non so quale triste sospetto, che involge, quasi da per tutto, l’origine e il progresso della possidenza territoriale, per cui si avvera tuttavia ciò che or sono ottant’anni, non sfuggi all’occhio sagace di un pubblicista e patriota di Basilicata del 1799, il Lomonaco, al quale parve l’esistenza del ricco proprietario meridionale esposta, senza eccezioni di sorta, alle insidie della calunnia
( Lomonaco, Rapporto al cittadino Carnet, Milano, anno IX.), a’ si dice, agli aneddoti coniati Dio sa dove e da chi. Di qui il sobillare indefesso all’orecchio dei contadini, cosi proclivi alla credulità, per diritti o realmente o bugiardamente conculcati, di falsi tribuni gaudenti a spese del gravoso bilancio comunale; le occupazioni a mano armata dei boschi del Gargano; i dolosi incendi delle selve cedue de’Principati. Di qui, insomma, o lo scandalo vivo e perenne di sindaci e di consiglieri usurpatori e di usurpazioni impunite, ovvero, nel più dei casi, lo spettacolo corruttore di giudizi famosi, minacciati a semplice spauracchio dei gonzi, non sempre mossi da sereno spirito di equità, affrettati o sospesi a seconda delle occasioni, sostenuti per una parte e per l’altra da avvocati politici ritenuti di grande influenza (1), autori di prolisse allegazioni da azzeccagarbugli, infarcite di vecchi aforismi dottrinali, assolutamente contrari ad ogni verità storica: causa necessaria, inestinguibile, indomabile, di abusi e di vendette senza nome e senza esempi. Chi scrive può sicuramente affermare di piena esperienza, che Comuni di montagna, anche poveri di entrate patrimoniali, sono bene amministrati e concordi, se liberi da ogni contesa fra possidenti e municipi, mentre che popolose città di Puglia, civili e ricchissime, sono da più anni in preda all’anarchia e alla guerra civile, se coinvolte in grosse annose liti demaniali (2). E, dopo tutto, l’ultima circolare del 14 ottobre 1879 parla del « concorso illuminato » dei Comuni, e della « vigorosa iniziativa » dei prefetti; forse per fare riscontro al censimento e alle quotizzazioni della Sila di Calabria,« affidate » nel 1875 ai Consigli provinciali di Cosenza e di Catanzaro! O che viviamo nel regno della luna?

(1) Dal n. 32 dell’anno I della « Rassegna » di Roma tolgo quanto segue a proposito degli avvocati politici:

« L’avvocato, il quale entra in Parlamento, compie, indipendentemente dal suo grado più o meno elevato di scienza e di moralità, un passo gigantesco nella sua carriera d’avvocato. Nella opinione dei clienti possibili esso aggiunge, ipso facto, alla dottrina, all’abilità, alla integrità, un altro merito, valutato in reputazione e in
contanti quanto e più degli altri, l’influenza. Chi ha pratica dei nostri Tribunali e delle nostre Corti sa che, non dappertutto nella stessa misura, ma dappertutto in misura notevole, gli affari più gravi non si trattano senza che all’avvocato ordinario si unisca un avvocato politico aggiunto, il quale talvolta è invitato a
sussidiare la difesa con la sua dottrina, ma per lo più è invitato a sussidiarla col suo potere. Si ammetta pure ad onore della nostra magistratura, che il potere reale degli avvocati politici è di gran lunga inferiore a quello che la voce pubblica loro attribuisce, e il presente stato di cose dipende in buona parte da difetto di senso morale nei clienti piuttosto che negli avvocati. Ma fatte queste riserve, non si può negare che tra il pubblico e il Foro si è stabilita una serie di sottili correnti di corruzione, che si alimentano da una parte e dall’altra, senza che se ne possa discernere esattamente l’origine. E può infatti non sentirsi a disagio il giudice, che deve sentenziare, quando l’avvocato ha potuto ieri, o potrà domani direttamente, può oggi forse indirettamente, favorire od avversare, in modo decisivo, la sua carriera ? È lecito presumere in qualunque condizione sociale l’eroismo permanente? Si possono in tali casi impedire i sospetti e le malignazioni ? D’altra parte, si può chiedere che i molti rimasti fuori della condizione privilegiata, cerchino, a qualunque patto, di conseguirla, mossi non dall’ambizione di governare il paese, ma dall’ambizione di fare carriera? E dove si giungerà, se si farà sempre più generale il concetto, che la vita politica sia un mezzo per la vita economica, se, secondo il detto famoso di Rabagas, non si tratterà più di questioni sociali, ma di posizioni sociali? Tale è il problema, gravissimo. Si tratta dell’onore e della dignità degli avvocati, dei magistrati, degli stessi uomini politici.
Si tratta di tenere alta e intatta dinnanzi al paese la reputazione della Camera e quella della magistratura. Si tratta di salvare la fiducia, già scossa, nell’amministrazione della giustizia, senza la quale non v’è Stato, libero o non, che possa durare ».

(2) Giova al proposito, come a conferma di queste affermazioni, riferire qui testualmente quanto è detto nel n. 325 dell’anno XXII del « Pungolo » di Napoli:

« Due sono, per solito, i casi possibili in tutti quei Comuni, che non hanno ancora risolute le loro liti demaniali. O si trovano alla direzione del municipio gli usurpatori stessi dei demani, e allora vien meno da parte dei Comuni ogni interesse di por fine alle contese, i cui atti e le cui pratiche sono messe a dormire nei polverosi laceri scaffali dell’archivio, quando, come avviene d’ordinario, i documenti non vengano addirittura sottratti e trafugati. Ovvero a capo del municipio è una rappresentanza di piccoli borghesi, nemicissimi dei possidenti e desiderosi di esser padroni assoluti dell’azienda pubblica, e allora, pur movendo le azioni e pur rinfocolando i sospetti nell’animo delle plebi, ma non curando poi né punto né poco di menare innanzi e di compiere i giudizi, allora tutto l’interesse del Comune par si limiti ad avere viva e terribile questa minaccia, che esclude dai Consigli tanta parte di cittadinanza, e apre un fomite inestinguibile di odi, di vendette, di calunnie: vera guerra civile, che perturba tutta la vita sociale dei nostri Comuni di provincia. Epperò, nell’un caso e nell’altro, quanto dissidio e quanta ipocrisia nell’animo dei cittadini, quanta incertezza nei titoli di proprietà, quanta incuria d’ogni miglioria agricola, quanto sciupio della finanza comunale, quanti tranelli, quante menzogne, quante birbonate! In una parola, la questione demaniale è nell’ Italia meridionale come un campo inesauribile di corruzione, in cui sguazzano allegramente gli usurpatori e i prepotenti, i mestieranti e i politicanti di ogni genere, gli avvocati e i medici senza clienti, tutti coloro, insomma, che vogliono mantenere o dar la scalata al potere per impinguare le proprie tasche: vasto campo di corruzione, in cui non primeggia se non un don Rodrigo o un tribuno da strapazzo, a danno dei proprietari onesti e dei lavoratori di buona fede;corruzione, che forse pur troppo venne favorita, non certo combattuta, dalle nuove leggi sul’ordinamento
comunale del 1865! I lettori di provincia posson dire in buona fede, se noi esageriamo menomamente le tinte del quadro. Ed essi soli possono mettere un confronto fra l’ambiente sano e civile dei Comuni affatto liberi da ogni contesa demaniale, con la vita paurosa, incerta, ricca di tristi ricordi e di tristi presagi, dei Comuni
tuttora commossi e agitati dallo spettro d’una questione demaniale ».

Né basta. La circolare, fiduciosa nella « provvida opera » delle leggi del 1806, fa voti perché al proletariato meridionale non sia ulteriormente ritardato « un beneficio, che innalzi il bracciante allo stato di agricoltore ».

In verità, per quanto è noto all’universale, quei contadini che dal 1806 in poi ebbero amica la sorte nelle ripartizioni demaniali, non sono punto usciti ancora « dall’abietta condizione di cafoni »; tutt’altro (Franchetti, Condizioni economiche ed amministrative delle province napoletane, Firenze, 1875). Le quote assegnate ai contadini, che variano da ottantatre are a un ettaro e mezzo, secondo la fertilità del terreno, sono troppo piccole per dare sussistenza a una famiglia; ed anche ammessa una estensione maggiore, manca loro assolutamente il capitale necessario per consacrare alla terra cure assidue e per assicurare i prodotti annuali. La produzione è scarsa, la terra presto si esaurisce; ma corre pur sempre l’obbligo del canone al Comune e della fondiaria allo Stato. Allora, o la quota vien ripresa dal Comune per inadempiuto pagamento, o è venduta per pochi soldi a un proprietario del luogo, o infine è ceduta all’usuraio per debiti contratti : e ciò, senza parlare delle frodi che sono accadute e accadono nelle divisioni a vantaggio dei più abbienti, delle usurpazioni che si sono avverate e si avverano per opera dei proprietari limitrofi dei demani già passati ai Comuni, ma non per anche quotizzati (VILLARI, Lettere meridionali, Firenze, 1878. ).

A dir tutto, le quotizzazioni, come furono prescritte dalle leggi, non hanno agevolato nell’ Italia meridionale se non il monopolio dei terreni nelle mani dei proprietari; esse, insieme con le nuove leggi d’ imposte, accrescono, di giorno in giorno, le grandi proprietà a danno delle piccole. E valga al proposito ciò che afferma uno degli uomini più sereni del Mezzogiorno, che onora in Roma l’Amministrazione dello Stato (Racioppi, Contadini e proprietari nel Napoletano, Napoli, 1877.). « Il Governo del decennio (egli scrive) credè, con le teorie ancora fisiocratiche delle pubbliche amministrazioni, che bastasse aver due braccia sane al lavoro e il possesso di un pezzo di terra al sole, per avere tutti i giorni la mensa domenicale del buon Re di Francia; illusioni! Data la ripartizione dei demani ai nullatenenti di ogni classe, il possesso di un breve pezzo di terra, che è sempre dell’infima qualità, non cambia la condizione economica della classe dei contadini. Ha questi in mano un certo valore, senza dubbio; ma il giorno dopo, per vivere lungo l’anno, l’avrà venduto o dato in pegno; e, per- ché egli non lo vendesse, fu escogitata quella curiosa clausola delle leggi demaniali, che immobilizzano coteste terre diventate morte.
Ma le leggi non giungono a vincere tutto il complesso delle necessità naturali ; non possono vincerle, e il contadino trova facile modo di cedere questo possesso ingannatore per un piatto di lenti! ».

[…] pag.89

prima parte

fonte https://www.pontelandolfonews.com/storia/il-brigantaggio/giustino-fortunato-il-mezzogiorno-e-lo-stato-italiano-2/

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