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Brigantaggio Insorgente a Guardia Sanframondi (seconda parte)

Posted by on Set 15, 2017

Brigantaggio Insorgente a Guardia Sanframondi (seconda parte)

Dopo i fatti politici del 1860, Guardia Sanframondi fu afflitta dal brigantaggio (3). Per l’agro di Guardia cominciò infatti a farsi notare il brigante Cosimo Giordano, nato in Cerreto Sannita il 15 ottobre 1839, da Generoso e dalla messinese Concetta Isaia (4). Il 28 giugno 1855 divenne omicida, poiché in un atto impulsivo uccise chi gli aveva ammazzato il padre.

La Corte Criminale di Napoli lo assolse. Nel 1857 entrò come garzone in casa del Sig. Liberantonio Ciaburri di Cerreto, il quale spesso lo incaricava di recarsi a Guardia Sanframondi per acquistare i liquori da Salvatore Morone, ed era nel caffè di costui che il Giordano, per una mescolanza, si azzeccava dei grossi ceffoni destando così l’ilarità dei presenti. Giunto all’età di 20 anni, fu per la sua alta taglia incorporato fra i gendarmi a cavallo; ma, perché inabile servizio attivo, fu scelto come trabante (5)dal tenente Cocozza. Il Giordano, nel 1884, confessò al Misasi che durante la battaglia del Volturno fece tali prodezze da meritarsi sul campo, da Francesco II, il grado di capitano di gendarmeria. Come il capitano restò trabante non lo sappiamo, ma ci consta che, trovandosi a Napoli nella Caserma dei Granili, rubò una valigia del capitano cappellano contenente ottocento ducati! Come si vede il Giordano voleva farsi credere un capitano del Borbone detronizzato. Dopo la battaglia del Volturno, Cosimo Giordano visse per un pezzo in Cerreto, vilipeso, angariato e minacciato perchè borbonico. Il sindaco di Cerreto, che in quell’epoca era il barone Vincenzo Magnati, asserì che il Giordano partì come richiamato due volte per Caserta e quel Comando Militare, dopo due o tre giorni, non sappiamo perchè, lo rimandava a Cerreto. La terza volta non si presentò perché a Caserta veniva preso in dileggio dai Piemontesi; e fu, secondo alcuni, in seguito a tale mancanza, che contro di lui fu spiccato mandato di cattura; secondo altri invece “perché Cosimo aveva due sorelle ed una cognata bellissime e qualcuno molto potente le ronzava intorno”; ma Cosimo ed il cognato di lui erano mastini troppo temuti e vigilanti. Onde, affinché le pecorelle rimanessero sole ed in balia dei lupi famelici, a Cosimo e al cognato si spiccò mandato di cattura il che avvenne il 10 maggio 1861. Cosimo fuggi, vagò per poco, solo, per le campagne; poi perché audace, forte, valoroso e col doppio prestigio d’essere stato un prode del primo ottobre e d’aver guadagnato il grado di… capitano sul campo di battaglia, divenne il condottiero di una banda brigantesca. A dire del brigante morconese Demetrio Peritano, che faceva parte della banda del Giordano e che venne arrestato il primo luglio 1861, i primi adepti di detto capobanda furono Francescantonio BasileErrichiello GiordanoVincenzo Ludovico alisa PiluechielloPasquale MendilloLiberantonio RuzzoFerdinando MuccioGiovanni NigroSaverio Finelli e Giuseppantonio Marazzi. Essi avevano fatto centro delle loro gesta il monte Matese, dal quale il Giordano emanava gli ordini per sollevare le masse popolati contro il governo dell’epoca e spingerle ai delitti. Una delle persone più influenti di Cerreto, l’avvocato Michele Ungaro, per togliere al suo paese nativo l’onta che lo faceva ritenere un covo di briganti, scrisse al Giordano e al coadiutore di costui Pilucchiello di Costituirsi alle autorità poiché essi non avevano commesso, sino allora, nessun delitto importante. Pilucchiello, dopo aver, con lettera, ringraziato il commendatore Ungarodell’interessamento che si prendeva per essi, a nome suo e del Giordano lo fece consapevole che, se avessero ricevuto dal governo sei mila ducati e il passaporto per l’estero, avrebbero fatto presentare tutti gli altri briganti, purché fossero Stati lasciati liberi, e che essi si sarebbero recati all’estero per non tornare più in Italia. La lettera, che riferiva i fatti suddetti, fu fatta leggere dall’Ungaro al sotto prefetto di Cerreto Sannita, il quale cominciò a fare delle riserve per i sei mila ducati, in modo che, quando si fece conoscere ai briganti che essi non potevano avere più di quindicimila lire, si ruppero le trattative. La banda che già contava settanta persone, dopo aver consumato i quattrini, che aveva ricevuto dai Borboni, per tirare innanzi la vita, incominciò a dedicarsi ai delitti di sangue; poichè per quelli che riguardavano la proprietà già aveva dato buona prova. La banda continuò ad aumentare il numero ed allora il Giordano la divise in quattro brigate, delle quali la meno numerosa, ma la più feroce, tenne per sè, un’altra la affidò al Pilucchiello, un’altra all’altro suo compaesano Errichiello e la quarta a Girolamo Civitillo di Cusano Mutri il quale ha lasciato di sè triste memoria. Fra i tanti reati commessi dal Giordano e dai suoi adepti ci limiteremo a ricordare quelli che riguardano particolarmente Guardia. Il primo settembre 1861 mentre i germani Annibale e Filippo Piccirillo si recavano a cavallo da Guardia Sanframondi alla fiera di Cerreto, giunti che furono ad una svolta, che trovasi ove era la proprietà del dottore Girolamo Altieri, furono fermati da due brutti ceffi vestiti alla calabrese, uno dei quali afferrò per la cavezza il cavallo e voltosi al cav. Annibale gli disse: “Voi chi siete?”. ” Sono D. Annibale Piccirillo ricevitore del registro e bollo di Guardia Sanframondi”. Lo sconosciuto ordinò ad alcuni passanti che si erano avvicinati di allontanarsi e spianando contro il suddetto cavaliere il fucile fece fuoco, ma il colpo andò a vuoto. L’altro brigante retrocedette di alcuni passi e tirò a sua volta. Don Annibale emise un grido, rovesciò indietro la testa e cadde da cavallo. I due assassini gli furono addosso e lo finirono a colpi di pistola e di pugnale, ed infine, come se nulla avessero commesso, si allontanarono indisturbati. Le persone che poco dopo sopraggiunsero, non poterono che assistere al dolore di Don Filippo che si teneva abbracciato al cadavere del fratello. Annunziatosi tale assassinio dal pubblico clamore, il giudice di Cerreto si recò subito sul posto, e, dopo la identificazione dell’ucciso, fece trasportare il cadavere a Cerreto. Dall’autopsia si dedusse che la morte fu effetto di otto ferite, quattro d’arma da fuoco e quattro da punta e taglio. La specifica in sul principio presentavasi sotto un aspetto equivoco poiché uno dei fratelli dell’ucciso, Filippo, diceva che l’omicidio doveva addebitarsi ai legittimi rimproveri che il defunto aveva fatto a vari suoi compaesani dopo i delittuosi fatti di Pontelandolfo e Casalduni (6), che egli aspramente criticava, mentre qualcuno ne recitava l’elogio. L’altro fratello, Federico, invece sosteneva che mandatario era stato il brigante Pellegrino Senaca, il quale si era presentato ad istanza dell’ucciso Piccirillo e che vedendosi trattenuto in carcere, mentre era sicuro di essere liberato, aveva dato incarico ai suoi compaesani di uccidere chi fu causa della sua costituzione. Ed ora una domanda: Chi furono i due assassini che uccisero il Piccirillo? Andrea Cappella fece sul riguardo la seguente deposizione: “Lavoravo in un fondo 30 o 40 passi distante dal luogo ove fu ucciso D. Annibale Piccirillo, vidi tutta la scena, quando i due briganti se ne andarono, molti accorsero intorno al morto. Io mi chiusi nella masseria e tanta fu la paura che non confidai l’accaduto nemmeno a mio padre. Poi dovetti recarmi alla Madonna della Libera e giunsi colà verso due ore di giorno. Trovai il brigante Francesco di Crosta di Cerreto con altri suoi compagni, i quali mi dissero che quel giorno si erano divisi da Cosimo e PilucchielloRaffaele Cofrancesco riferì al giudice istruttore che dopo 4 giorni l’uccisione del Piccirillo certa Vincenza Cappella, massara, gli disse che era molto in collera con Cosimo Giordano, il quale era andato a commettere quell’assassinio presso la masseria di lei e che il giorno appresso avendo incontrato la Cappella, proprio sul luogo del delitto, dios’celi: “Non sai? Quel bel giovane di Cosimo Giordano mi ha mandato a salutare; io gli feci rispondere che aveva fatto male ad uccidere presso la mia masseria D. Annibale Piccirillo, perchè questo fatto mi avrebbe compromessa con la giustizia se tacevo, e se parlavo avrei sopra di me attirato l’odio suo. Egli mi fece dire che dove l’avevano trovato là l’avevano ucciso”. Alessio Sellaroli che fu inteso come testimonio a discarico disse che il Piccirillo aveva molti nemici per la sua indole riottosa e fraudolenta e perché come ricevitore vessava i contribuenti, così un tale Garofalo, che aveva relazione coi briganti indusse costoro ad ucciderlo. A questa deposizione si uniformò pure Paolo Pingue. Dal luglio al novembre 1861 le orde brigantesche giunsero a tenere il dominio del beneventano. I reati di sangue, in quella regione, si succedevano spaventevolmente, i reati contro la proprietà non si contavano più, i pacifici cittadini, per non esporsi al bersaglio dei fuorilegge, non uscivano più di casa. Le amministrazioni comunali vivevano in un torpore micidiale, e, per non crearsi delle animosità, fingevano di non avere nè occhi per vedere, nè orecchie per sentire. In quell’epoca tutto si lasciava in balia della malavita, poiché tutti la temevano. Il 12 agosto 1861, l’Intendente di Cerreto Sannita, Mario Carletti, entro la cui giurisdizione dilagava il brigantaggio, scriveva al nuovo segretario generale del Dicastero dell’Interno, Filippo De Blasio: “Ora che le contrade di questo Circondano, deserte in gran parte di milizie regolari, sono divenute tutte, il teatro dove si avvicendano sempre più importanti e ormai sanguinose scene di brigantaggio; ora che lo spirito pubblico si è pronunziato, nelle infime classi, avverso all’attuale Governo.….Il brigantaggio cresce ad ogni ora, ad ogni istante, ed esaltando i suoi proseliti ora nell’uno ora nell’altro dei piccoli comuni, lascia tracce di desolazione e infonde la audacia di aggredire terre più popolose……” A rompere tanto indifferentismo il 27 novembre 1861 fu mandata dal Sotto Prefetto di Cerreto, Ruffo, ai sindaci di quel circondano la seguente circolare n. 4611: “La distruzione del brigantaggio deve essere in cima ad ogni altro pensiero. Esso, rendendo il traffico malsicuro, inceppa il commercio, anima e vita di ogni civil società. Il governo del Re non manca dal suo canto ai suoi doveri, ma molto debbono fare le popolazioni. Ne sieono di esempio i paesi della Basilicata, che sono Sorti, come un suol uomo, a combattere le orde dei briganti, che, in numero considerevole infestavano quelle contrade. Ciascuno di noi è interessato a veder sterminata questa peste sociale”. Con l’entrare dell’inverno Cosimo e Pilucchiello andarono, a spese del Borbone, a svernare a Roma e gli altri componenti la banda si ritirarono in seno alle loro famiglie. Durante la permanenza a Roma il Giordano ebbe occasione di conoscere il brigante Pilone di cui divenne amico. Durante l’inverno di quell’anno 1861, la Guardia Nazionale di Cerreto, Guardia Sanframondi e S. Lupo, per due o tre volte, al comando del tenente colonnello Iacobelli, eseguirono perlustrazioni in montagna essendo stata segnalata la presenza dei capi briganti Filippo Tomaselli, chiamato il Generale, da Pontelandolfo e Agostino Iannella capo di una banda del Vitulanese. Tali perlustrazioni ebbero esito negativo. Al principio di giugno 1862, il Giordano fece comprendere al suo coadiutore, Pilucchiello, che il seguitare a vivere alle spalle di Francesco II era cosa sommamente vergognosa e che il decoro gl’imponeva di procurarsi il pane quotidiano col sudore della…. fronte. Essi perciò rientrarono a Cerrero e, riorganizzata la banda, ripresero ad effettuare le loro ribalderie. Il 15 luglio 1862, in contrada Starze, che trovasi in quel di Guardia Sanframondi, fu sequestrato, mentre andava con la sua cameriera in carrozza, il giudice Emilio De Gennaro. Dal Giordano fu condotto in una grotta del monte Taburno, ma dopo qualche giorno riuscì a fuggire dopo essersi impossessato dei fucili dei due briganti che lo sorvegliavano. Il 13 settembre 1862 Giuseppe Brizio di S. Lorenzo Maggiore, il Sindaco di Guardia Sanframondi avvocato Giovanni Pingue ed il capitano della Guardia Nazionale signor Raffaele Pigna, con quattro suoi dipendenti, si trovarono a convegno nel caffè Morone, in quel di Guardia, a scopo di recarsi a Cerreto Sannita e conferire con quel Sotto Prefetto. Per giungere a destinazione sollecitamente presero a nolo il calesse di Pasquale Assini. Costui per dar prova dell’abilità del suo cavallo lo spinse ad un trotto allungato. Giunti in contrada Cervillo, il cocchiere calò dal veicolo, per stringere i freni, e fu in questo mentre che alcuni briganti comparvero sul limitare di una siepe. Erano otto e fra essi vi erano il Giordano ed il Pilucchiello. Il cocchiere montato di nuovo sul calesse, assestò al cavallo delle generose frustate cercando di allontanarsi. – Fermati, per la Madonna della Libera, – gridò il Giordano al cocchiere – altrimenti ti uccido il cavallo! L’ordine fu eseguito. Il capitano ordinò a tutti di scendere dal calesse, e facendosi di questo scudo, disse ai suoi militi: A voi figlioli, fate fuoco e mirate a Cosimo e a Pilucchiello. E voi, disse il Giordano ai briganti, tirate al capitano! In seguito agli ordini dati si sentirono varie scariche di fucileria seguite da grida. A guerriglia finita rimasero sul terreno Giuseppe Brizio ed il brigante Luigi De Simone. Caduto il De Simone, i briganti si diedero a precipitosa foga; le guardie col sindaco e col loro comandante salirono sul calesse e fecero ritorno a Guardia. Il cadavere del brigante e quello del Brizio furono trasportati in Guardia e deposti nella congrega di S. Maria. La notte, che seguì quelle uccisioni, i briganti si recarono a Guardia dal sacrestano Vincenzo Tacinelli e gli chiesero la chiave della chiesa, perché volevano vedere, per l’ultima volta, il loro compagno. Ma quando seppero che la chiave era custodita dai carabinieri, allora cercarono, ma non riuscirono, di assalire il posto della guardia nazionale. Il brigante De Simone portava al collo un nastrino, al quale stavano sospese dodici borsette contenenti figure di madonne e santi, ai quali l’assassino si raccomandava per riuscire nelle imprese brigantesche. Al principio del 1863 il Governo per distruggere il brigantaggio che andava di giorno in giorno sempre più aumentando, ordinò al Luogotenente Ponza di San Martino ed al Generale Durando di far perlustrare da forti reparti di soldati le contrade invase dai briganti. Ciò malgrado, nel 1863, gli assassini, le grassazioni a mano armata, i ricatti, gli stupri e gl’incendi continuarono ad aumentare. In detto periodo bande di famelici giravano i paesi per domandare l’obolo della carità. Le campagne più non si coltivavano, perché quando la messe era matura veniva da questo o da quell’altro brigante data alle fiamme. Alla Avemaria ognuno si chiudeva in casa. Il commercio era finito e la desolazione regnava per ogni dove. Per sopperire alla miseria dei danneggiati dal brigantaggio, il Ministero dell’Interno ordinò, per costoro, di fare delle collette. Con ufficio del 15 gennaio 1863, n. 207, il Cav. Ruffo, Sotto Prefetto di Cerreto Sannita, spediva ai sindaci del suo circondano la seguente circolare: “Le accludo una circolare in ordine ad una colletta a favore dei danneggiati dal brigantaggio, e di coloro che si sono distinti nel persegui. tarlo. Tutta l’Italia, come ha potuto leggere nei giornali, risponde generosamente all’appello del Ministero. E perché il partito Clericale-borbonico, avverso all’unità nazionale, vuol vedere in quest’opera di pietà un esperimento politico, mi auguro che questi figli del Sannio, che un tempo seppero tenere a bada i Romani, vincitori del mondo, sappiano una volta ancora dimostrare, che non sono secondi agli abitanti delle altre province d’Italia. Usi di tutta la sua influenza, perché l’iscrizione riesca nel modo più splendido che sia possibile”. La giunta municipale del comune di Guardia Sanframondi fu una delle prime a riunirsi, e, con deliberazione del 23 gennaio 1863, determinò contribuire con lire 100. Si formò pure per la bisogna una commissione composta dal sacerdote Gaetano Tessitore, dal giudice del mandamento Nicola Rossi, dal sindaco Giovanni Pingue e dai signori Domenico Piccirilli e Nicola Foschini. La pubblica sottoscrizione fruttò lire 137,87 per opera dei collettori: Silvestro Nonno, Luigi Foschini, Francesco Maiorano, Giuseppe Foschini di Filippo, Pietro De Blasio, Raffaele De Blasio, Luigi Tessitore, Tommaso Del Vecchio, Domenico Tessitore e Domenico Assini. Torniamo a Cosimo Giordano. Verso le 7 a.m. del 22 febbraio 1863, mentre il sacerdote Antonino Pigna di Guardia Sanframondi, tutto intabartato, a passo celere, semicurvo e col naso arricciato, quasi volesse, con quella posa, sfidare la forte tramontana che da un’ora e più spirava, si recava a S. Lupo, per andarvi a celebrare la messa, s’imbatté in contrada Campopiano col notaro Antonio Rinaldi. In prossimità della fornace di Orlando, che trovasi a mezza via fra Guardia e S. Lupo, furono fermati dal brigante Cosimo Giordano, che, con venticinque suoi più audaci malfattori, aspettava al varco il sacerdote ed il notaro. Il capobanda, senza molte cerimonie, invitò i due malcapitati a seguirlo, e perché il Rinaldi era corpulento e non abituato a camminate sopra terreno incerto, due briganti furono invitati di andare a rubare, in una vicina masseria, un asinello, sul quale fecero montare il notaro. Della cattura del Pigna e del Rinaldi subito si sparse per Guardia la voce, e, in men che non si dica, quella Guardia Nazionale, fu dal tamburino chiamata a raccolta e si pose sulle tracce dei suddetti malfattori. I briganti, dopo faticosa marcia, attraversarono la montagna di Cerreto e finalmente giunsero su quella di Pietraroia, dove un manutengolo del luogo aveva preparato alla comitiva la colazione. Dopo ristorati, fu data al Rinaldi una altra cavalcatura: un grosso mulo abituato a camminare per discese rovinose. Per ordine di Pilucchiello quella bestia fu guidata a mano da un brigante di Cusano. Presso Civitella il mulo scivolò investendo il Cavaliere, che si rialzò tutto malconcio. Da Civitella a Cerreto, Giordano si mostrò più guardingo; poiché si fece precedere di un centinaio di metri da due vigili sentinelle col mandato di esplorare i dirupi e di far fuoco sui soldati e le guardie nazionali. Attraversarono, senza incontrare anima viva, il territorio di Cerreto, di Guardia, di Solopaca. Fecero alt in contrada Sette-serre che fa parte della montagna di Vitulano, dove due componenti la banda di Gennaro Pulzella fecero ai loro colleghi della comitiva Giordano, gli onori della… montagna offrendo a tutti pane, vino, salami e cacio fresco. All’alba, Pilucchiello consegnò ai due prigionieri carta calamaio e penna e ad essi dettò il prezzo del loro riscatto. Verso le ore tre del sei marzo, mentre i briganti sostavano nel più fitto del bosco a gozzovigliare, il Pigna, che col Rinaldi stava custodito in una grotta, riuscì a sciogliersi dai lacci e accostatosi al Rinaldi gli disse: “Non vi movete, perchè sarò di ritorno non appena avrò soddisfatto un bisogno corporale. Quando il prete si avvide che la sentinella, per troppo vino bevuto, russava, carponi riuscì ad allontanarsi, per poi darsela a gambe. Giunse in Vitulano in casa dei suoi parenti Rivellini alle 5 del mattino. Il Rinaldi, dopo 13 giorni di sofferenze fu lasciato libero. Prima di andar via fu obbligato di gridare: Viva Francesco II! Viva Pio IX! Viva il generale Cosimo Giordano! Pilucchiello, nello stringere la mano al Rinaldi, gli disse: “Signor Notaro, nel ritornare a Guardia, direte al prete Antonino Pignache, se sarà nuovamente ricattato, gli mozzeremo il capo tanto più che è fratello al capitano Pigna, che l’anno passato con una schioppettata uccise Luigi De Simone, uno dei più valorosi nostri compagni”. Il Sotto-Prefetto di Cerreto, per dare continua ed accanita caccia al Giordano, in data 3 ottobre 1863, rivolse una circolare ai sindaci (n. 2172) invitandoli a costituire squadriglie di volontari per la repressione del brigantaggio. Il 6 novembre si presentarono a Cerreto, quali volontari, alla formazione della squadriglia del mandamento di Guardia Sanframondi, Pigna Filippo, Foschini Luigi, Foschini Gabriele, Marotta Giuseppe, Caiola Pasquale, Caiola Vincenzo, Parente Angelo, Turco Giuseppe fu Luigi, Romano Ferdinando, Parente Luigi, Brigida Filippo Luigi, Virgilio Alfonso, Civitillo Gaetano, Rinaldi Andrea, Linfante Florindo, Negro Domenicantonio, Linfante Eziario, Meglio Raffaele, Cesare Antonio, Venditti Filippo, Negro Francesco, Rinaldi Giuseppe, Linfante Francesco e Turco Giuseppe fu Giovanni di anni 18. Il Giordano preoccupato dalla organizzazione contro il brigantaggio che sotto la guida del Salvatore Rampone andavasi compiendo nel Beneventano, fu costretto per un certo periodo di tempo ad occultarsi. Sembra che durante tale periodo di tempo, nelle vicinanze di S. Germano, sotto il falso nome di Nicola Caracciolo, esercitò presso un tal Fusco l’industria del venditore di cipolle; poscia ricordandosi del mestiere che esercitava giovanissimo si trasformò in guardiano di maiali e, in Villa Latina, divenne addirittura negoziante di porci. Il 20 luglio 1865, il Giordano ritornò in Cerreto, ove con la cooperazione dei suoi parenti ed amici sequestrò varie persone estorcendone danaro. Nel principio del 1866 lo si vedeva, ben vestito, girare per Roma e si permetteva ricevere in sua casa non pochi personaggi politici affezionati ai Borboni. Nel marzo 1866 Cosimo Giordano fu segnalato nuovamente nella zona di Cerreto a capo della banda ricostituita. Nostro padre, Raffaele De Blasio, si recò allora a Napoli, ove in casa del suo parente On. Avv. Filippo De Blasio, Si incontrò col Generale Pallavicini e con un funzionario del Ministero degli Interni, per concertare un’azione da svolgere per catturare il Giordano. Venne stabilito di attuare un rastrellamento a vasto raggio con forze concomitanti di unità dell’Esercito e della Guardia Nazionale. Mentre, in vista dell’operazione da svolgere, in Guardia, si procedeva alla organizzazione delle squadriglie di Guardia Nazionale, tra cui alcuni contingenti dovevano provenire da Cerreto e da Piedimonte d’Alife, il Giordano venne a conoscenza del fatto e decise di catturare nostro padre che era uno degli animatori ed organizzatori della lotta che si doveva intraprendere per l’annientamento della banda. Il 12 luglio 1866, il Giordano mise in atto il suo proposito; infatti, mentre nostro padre si trovava in un suo fondo sito in contrada Cervillo, in quel di Guardia Sanframondi, veniva avvicinato dai briganti Vincenzo Ludovico, alias Pilucchiello Vincenzo Petroli, i quali gli ingiunsero di seguirlo in montagna. Al reciso rifiuto, i due gli si slanciarono addosso dando luogo ad una violenta colluttazione. Sebbene inerme, nostro padre riuscì a disarmare il Petroli e, quantunque ferito da colpi di baionetta, avrebbe avuto ragione di essi, se non fosse intervenuto il Giordano che, a distanza, da dietro una siepe fece fuoco su di lui ferendolo gravemente. I fuorilegge compiuto il misfatto si allontanarono e nostro padre, trasportato a Guardia da alcuni suoi coloni che assistettero atterriti alla scena, vi decedeva poco dopo. Compiuto questo delitto, il Giordano riparò nuovamente a Roma e da qui passò nella capitale inglese dove, per passatempo, si esercitava ad ammaestrare pappagalli. Dopo tre mesi lasciò Londra e ritornò a Roma, dove venne accusato di omicidio; arrestato fu ritenuto in carcere per sei mesi ma risultato innocente, fu rimesso in libertà. Dopo ripetuti incontri con emissari della famiglia Borbone, il masnadiero decise di andarsene a Marsiglia. dove pervenne con un passaporto rilasciato al nome di Giuseppe Pollice. Nell’autunno del 1868, il Giordano ritornò in Italia. Sbarcato a Napoli, passò per Caserta e Piedimonte d’Alife e da qui, in comoagnia del Pilucchiello, si recò nel tertitorio del Comune di Morcone, ove si rese colpevole di numerosi altri delitti. Intanto il Generale Pallavicini, per date un buon colpo al brigantaggio, indusse il Governo, ad accordate premi in danaro a quelli che avessero fatto catturare i briganti, che ancora scorrazzavano per il beneventano e per le province limitrofe. E ciò deducesi dalla seguente circolare, n. 788, della Sottoprefettura di Cerreto, del 5 settembre 1868: “Illustrissimo Signore. L’illustrissimo Signor Generale Pallavicini, comandante superiore delle truppe riunite contro il brigantaggio, dopo venia del Ministero degli Interni, ha messo fuori un manifesto, per il quale vengono fissati premi che sarebbero immediatamente pagati in oro a coloro che uccidono o facessero presentate i seguenti capi briganti: Lire 12.000 per Domenico FuscoLire 3.000 per Cosimo Giordano, Alessandro Pace, Domenico Fontana, Francesco Cedrone, Giuserpe Campagna. La provincia offre inoltre altre lite 3.000 a chi assicura alla giustizia Cosimo Giordano e Ludovico Vincenzo alis Pilucchiello”. Il 24 settembre 1868 Cosimo Giordano ed il suo collega Pilucchiello, vestiti da caprai, rientrarono indisturbati nello Stato Pontificio, lasciando in balia di loro stessi pochi altri manigoldi dei quali alcuni furono imprigionati durante il 1868 ed altri emigrarono in Francia e nelle Americhe. Nelle ore vespertine del 24 giugno 1880, dopo un’assenza di vari anni, ricomparve, nel circondano di Cerreto Sannita, Cosimo Giordano. Era calato dalla Francia col suo collega Albanese, per tastare il polso ai suoi ex manutengoli, i quali, da un pezzo, si mostravano sordi alle sue richieste di danaro. Vi erano infatti diverse persone, soprattutto di Cerreto e di Guardia che si erano fatte grandi col denaro ricevuto da lui. A quanto pare il risultato fu positivo; poiché, nella sola città di Cerreto, io tre giorni, racimolò sedicimila lire. Per mettere il brivido addosso a quei manutengoli, che lo credevano addirittura morto, volle, per un poco, ritornare brigante ricattando Libero della Penna di Cerreto che fu rilasciato dietro pagamento di lite 5.800. Il ricattato ebbe la confidenza dal Giordano che non sarebbe stato egli ricattato, se esso Giordano fosse riuscito a far prima un buon tiro alla famiglia De Blasio di Guardia Sanframondi, ma che non era fuori di speranza di farlo e che dopo si sarebbe imbarcato in un porto delle Puglie. Il Prefetto intanto prese le opportune disposizioni per impedire il meditato ricatto e, per arrestare il Giordano qualora avesse tentato di imbarcarsi, fece inviare dall’autorità militare molti soldati a Guardia e indusse il Signor Pietro De Blasio del fu Geremia a non uscir di casa. Quando il Giordano rientrò dalla Francia, non mancò di vantarsi, con i suoi conoscenti della bella accoglienza che Francesco II gli aveva fatto concludendo che se il Borbone fosse stato restaurato sul trono, egli sarebbe diventato generale dell’esercito, cosa che avrebbe arrecato onore alla famiglia ed a Cerreto. In seguito al ricatto di Libero della Penna, il 1° luglio 1880, il Prefetto di Benevento trasmise ai sindaci la seguente circolare: “Essendo apparsa nel Circondario di Cerreto Sannita una banda di malfattori capitanata dall’ex brigante Cosimo Giordano, il sottoscritto comunica alle SS.LL. come S.E. il Ministro dell’Interno ha promesso un premio di lire quattromila a chi arresterà o farà arrestare il Brigante Cosimo Giordano ed una conveniente gratificazione. Il Prefetto: Giorgetti”. Questa circolate, annunziante il premio di lire quattro mila, non dette nessun frutto, benché fosse stata affissa al pubblico ed annunziata al popolo dai banditori a suon di tromba, nè il risultato poteva essere diverso, poichè il Giordano, fornito di passaporto, già trovavasi in Francia. Ciò non pertanto il Governo credendo che il Giordano fosse ancora in Italia da quattro portò a lire ottomila il premio da darsi a chi arrestasse o facesse arrestare il tanto temuto uomo,- e perché i vari municipii avevano versato anche un contributo, così la somma salì a lire undicimila. Questa circolare è del SottoPrefetto di Cerreto, porta la data del 17 luglio 1880 ed è distinta col n° 971. La giunta municipale di Guardia Sanframondi stabilì di versale lire cinquanta per la cattura di Cosimo Giordano. Il SottoPrefetto di Cerreto, in data del 5 luglio 1880, n° 2875, ritornò al sindaco di Guardia, signor Ernesto Foschini, la deliberazione a scopo di ottenere una somma maggiore. Sempre per quella tale credenza che il Giordano fosse ancora nel beneventano, il 25 agosto il SottoPrefetto con suo ufficio N° 971-3, stabilì, per ordine del Ministero dell’Interno, che mezza Compagnia di soldati fosse mandata a Cerreto, trenta uomini a Pietraroia e mezzo squadrone di cavalleria a Telese. Furono, con altri carabinieri, rinforzate le stazioni di pubblica sicurezza di Morcone, Cusano, Guardia e Sopolaca. La calma ritornò nel circondano di Cerreto Sannita quando il Giordano fece pervenire ad una delle autorità beneventane una lettera nella quale l’avvisava di ritirate la forza dai varii comuni, poiché egli (il Giordano) si trovava sano e salvo in altro stato. Realmente il Giordano fin dal 1° luglio si era imbarcato, assieme con l’Albanese per Marsiglia. Quivi giunti, si separarono, giacché l’Albanese continuò il viaggio per l’America del Nord e il Giordano si diresse a Lione dove teneva un negozio di frutta e di liquori. L’amante del Giordano, che era una donna sommamente superstiziosa, disse al brigante che era ormai tempo di sposarla. Cosimo annuì ed allora il parroco del quartiere della Croix-Rousse, ove dimoravano i Coniugi Pollice – sotto questo nome vivevano il Giordano e l’amante – si pose in relazione coll’arciprete di Madame la napolitaine per avere il certificato di stato libero. Durante queste trattative ecclesiastiche il governo d’Italia venne a conoscere la dimora del Giordano. Non ci è riuscito sapere se tra le nostre autorità e quelle di Francia siano state intavolate le trattative per la estradizione del nostro famigerato brigante; però non cade dubbio che, per tema che il Giordano fosse calato nuovamente in Italia, il Ministro dell’Interno mandò sopra luogo un abile delegato di P.S., il quale celando la sua vera professione seppe stringere tale amicizia col Giordano, da indurlo, il 23 agosto 1882, a farsi accompagnare in Italia, dove diceva recarsi per affari commerciali. Di tanta decisione il delegato ne tenne a giorno le superiori autorità italiane, le quali disposero che nel porto di Genova si fosse trovata, per giorno 25, una barcaccia trasformata a trattoria. Quando il piroscafo che portava i due amici, si fermò, il delegato espresse al Giordano il desiderio di voler far colazione su quella barca. Verrò anch’io, disse il Giordano, e, dopo che quest’ultimo ebbe bevuto del vino e mangiato un pezzo di arrosto, fu circondato da alcune guardie in borghese e dichiarato in arresto. Dopo circa due anni, cioè il 6 agosto 1884, Cosimo Giordano fu condotto nelle assisi di Benevento per essere giudicato. Alle undici del mattino del 25 agosto, il Presidente dichiarò chiuso il dibattimento. Alle 12 precise i signori guirati Assini Giuseppe, De Leonardis Nicola, Cecere Paoloantonio, Guadagno Tommaso, Romano Luigi, Iannetta Giacomo, Iandoli Francesco, De Longis Vincenzo, Palladino Alfredo, Gubitosi Antonio, Del Giudice Luigi e Vastalegno Bernardo, entrarono nella Camera delle deliberazioni. Restarono nell’aula i giurati supplenti signor Luigi M. Piccirilli e Biagio Farina. Alle 15 i giurati uscirono. Un profondo silenzio si fece nell’aula. Il capo dei giurati signor Giuseppe Assini, lesse il verdetto. Rientrò per ordine del presidente, l’imputato. Il cancelliere rilesse il verdetto che il Giordano ascoltò con calma. Alle 17 rientrò la Corte ed il Presidente Comm. Nicola Falconi lesse la sentenza con la quale il Giordano veniva condannato alla pena dei lavori forzati a vita, alla perdita dei diritti politici ed alla interdizione patrimoniale, nonchè ai danni a favore delle patti lese ed alle spese di giudizio a pro dell’erario dello Stato. Il giudicato, impassibile, muto, scese dallo stallo ed affidò i suoi polsi ai carabinieri. Così il dramma finì, il sipario calò su quell’infame colpevole, condannato, per sempre, alla sepoltura dei viventi.

NOTE

  1. Nell’agosto del 1860, a Guardia, si propalarono delle notizie concernenti la vittoriosa avanzata di Garibaldi nelle province meridionali, di guisa che tutti consideravano imminente la caduta della dominazione borbonica. Generosa e Anastasia De Blasio, sorelle dell’Avv. Filippo De Blasio, a loro spese, distribuirono alle donne di Guardia, dei nastrini tricolori che sostituirono le trine che ornavano i costumi del paese. Nella seconda quindicina di agosto giunse la notizia che le truppe garibaldine erano nei pressi di Guardia. Si formò un corteo che, osannante il Regno d’Italia, si avviò verso la contrada Campopiano. Ivi però kla folla si accorse che invece degli attesi garibaldini si trovava difronte a un reparto del 10° Reggimento di Linea Borbonico. Fu un fuggi fuggi generale! Le donne cercavano di strappare i nastri rossi, bianchi, verdi dalle gonne ed Anastasia Generosa De Blasio a stento riuscirono a mettersi in salvo, nascondendosi in una casa colonica. Le truppe borboniche furono accolte da pochi cittadini e benedette dal clero. In seguito alla predetta manifestazione furono arrestati e condotti al carcere di San francesco alcuni giovani, che furono messi in libertà nel mese di settembre quondo cioè fu proclamata la fine della dominazione borbonica.
  2. Il Senatore conte Carlo Torre di Caprara, nato a Benevento nel 1812, fu il primo Governatore di Benevento, nominato a tale carica il 5 ottobre 1860 dal Dittatore Garibaldi. Morì nella città natale nel 1890.
  3. La reazione filo borbonica già in atto fin dal luglio 1861, destava serie preoccupazioni perché andava assumendo notevoli proporzioni. L’intendente di Cerreto Sannita Mario Carletti, scriveva al Dicastero di Polizia di Napoli. “I briganti scorazzanti pel Matese, corona di aspre ed intrattabili montagne poste a cavaliere di queste contrade, sono entrati nell’ardito intendimento di scendere al piano e di aggredire l’abitato per consumarvi fatti di immane atrocità appena che la poca forza regolare qui stanziata se ne apparti per poco chiamata altrove”. Nello stesso rapporto (24 luglio 1861) il Carletti faceva presente che ben poco si poteva contare sullo spirito della popolazione in gran parte non ancora orientata verso la causa nazionale (A.S.N., Alta Polizia, f. 180).
  4. AbeleDe Blasio “Il Brigantaggio tramontato”, R. Tipografia Pansini in San Lorenzo, Napoli, 1908.
  5. Tuttora nell’Italia Meridionale ti usa la parola trabantecol significato di ordinanza.
  6. I fatti cui si accenna sono i seguenti che togliamo dalla memoria dell’amico nostro Egildo Gentile: “il Castello e la Terra di Pontelandolfo”: “erano le ore del vespro del 7 agosto 1861. Il popolo seguendo la Croce ed il Clero, usciva dall’abitato per recarsi alla cappella di San Donato (di cui quel dì ricorreva la festa) ad assistere ai salmi del vespro. Dopo un’ora mentre si aspettava in paese il ritorno dei devoti dalla chiesetta, si vide tornare la croce seguita da un vessillo e da parecchi rivoltosi, che schiamazzando accompagnarono il Clero in Chiesa e l’obbligarono a cantare il Tedeum in rendimento di grazie per la restaurazione del governo Borbonico, che asserivano compiuto. Chiesta così la benedizione a Dio, depredarono le case dei cittadini, che erano fuggiti, ed assassinarono l’esattore di fondiaria, un negoziante e un eremita di Sassinoro. Il giorno 9, Cosimo Giordano, svaligiata la carrozza postale, entrò in Pontelandolfo. Un tal Libero D’Occhio, corriere segreto dei garibaldini, preso dagli affiliati del Giordano, venne da questi ucciso. Ma scene molto più luttuose e feroci di quelle perpretate nel Comune di Pontelandolfo si avverarono in Casalduni. Il giorno 11 agosto per sedare i disordini, fu da Campobasso inviato un drappello di 45 soldati del 36° di linea con il Tenente Luigi Augusto Bracci e 4 carabinieri. I due soldati rimasti indietro, perché stanchi, uno fu ucciso, l’altro gravemente ferito; i restanti, avute le munizioni dal vice Sindaco di Pontelandolfo, si chiusero nella torre Baronale. Provocati dai Briganti, tentarono subito una sortita e si incamminarono verso Casalduni; ma ivi una banda numerosa, comandata da Angelo Pica, li costrinse a darsi prigionieri. Giunto intanto l’annunzio dell’arrivo di altri soldati, il brigante ordinò che i prigionieri fossero uccisi. Qualcuno riuscì a salvarsi, gli altri vennero trucidati. Dopo tali avvenimenti a Casalduni per sicura nuova di soldati marcianti niuno riposò; tutti fuggirono. Ma Pontelandolfo, niente sapendo, fu colto. Sull’alba del 14 agosto un battaglione di 500 bersaglieri, comandati dal Tenente Colonnello Negri, si avanzava verso il paese; le campane suonavano a stormo, la gente smarrita fuggiva dall’abitato. Il dì seguente un dispaccio da Fragneto Monforte del colonnello Negri annunziava laconicamente al Governatore di Benevento: “Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Il sergente del 36°, il solo salvo dei 40, è colla nostra truppa, che fu oggi divisa in due colonne mobili”. Per la terza volta, nello spazio di otto secoli circa, Pontelandolfo era stato fatalmente incendiato”.

fonte

brigantaggio.net

ps lo scrivente è di chiara impostazione risorgimentale ma a noi interessa la cronaca dei fatti

 

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