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“BRIGANTESSE”, le Popolane Insorgenti

Posted by on Mar 10, 2017

“BRIGANTESSE”, le Popolane Insorgenti

(…) e intorno a noi il timore e la complicità di un popolo.

Quel popolo che disprezzato da regi funzionari e infidi

Piemontesi sentiva forte sulla pelle che a noi era negato

ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva

vendicarli se non noi, accomunati dalla stesso destino?

Cafoni anche noi, non più disposti a chinare il capo.

Calpestati come l’erba dagli zoccoli dei cavalli,

calpestati ci vendicammo.

Molti, molti si illusero di poterci usare per le

rivoluzioni. Le loro rivoluzioni.

Ma la libertà non è cambiare padrone.

Non è parola vana e astratta.

E’ dire senza timore, è MIO

e sentire forte il possesso di qualcosa, a

cominciare dall’anima. E’ vivere di ciò che si ama.

Vento forte e impetuoso, in ogni generazione rinasce.

Così è stato, e così sempre sarà.

CARMINE CROCCO, Come divenni brigante.

Risucchiate nella tragedia dell’insurrezione contadina che infuriava all’indomani dell’Unità d’Italia, furono donne meridionali in rivolta per la dignità offesa del loro mondo in violento dissolvimento, e di sé stesse.

Dunque né “femministe” ante litteram né “Drude” (come l’offensiva campagna propagandista piemontese voleva far credere).

Il macabro è seducente; e ancor di più il morboso.

Sui giornali e le riviste dell’epoca, fioccavano reportage e articoli dedicati alle brigantesse, che attiravano lettori a frotte; morbosamente attratti dall’argomento.

Corredati da fotografie in bianco e nero, didascalie e narrazioni, raccontavano di contadine sviate, donne demonio, animate da insane passioni, di amanti che assecondavano delinquenti, disposte a seguirli ovunque.

Per qualificarle, “intellettuali” e giornalisti sabaudi, rispolverarono l’antico termine gaelico “druda” che stava ad indicare la femmina di malaffare, l’amante spudorata e disonesta.

Considerate delle messaline analfabete i resoconti delle loro gesta, erano arricchiti da un’infinità di aneddoti riguardanti la loro indole sanguinaria .

Ovviamente, si trattava di esagerazioni a beneficio di un immaginario collettivo ipocrita e benpensante, sempre disposto a inorridire.

Non si faceva minimamente cenno, invece, al clima di violenza in cui quelle donne si trovavano, al desiderio di vendetta che le animava per i torti subiti dai nuovi potenti.

Erano donne che non avevano più nulla da perdere, più dei loro compagni briganti. Tanto valeva affiancarli nella clandestinità, e nel pericolo.

Restare in casa, significava comunque sopportare le angherie dei piemontesi; violenze, persecuzioni, minacce, erano all’ordine del giorno.

I soldati dell’esercito sabaudo, per fare terra bruciata intorno ai briganti, non esitavano ad accanirsi sui familiari, sottoponendoli a continui interrogatori ed arresti.

E’ questo (principalmente), il motivo per cui troviamo una numerosa presenza femminile nella storia del brigantaggio; più che in quella romantica del Risorgimento.

La storiografia sabauda le etichettava “donnacce”, occupandosi di loro solo per soddisfare la grossolana curiosità dei lettori; in realtà, la sofferenza di queste donne, incarnava il dolore dell’intera popolazione meridionale.

Donne che insorsero in armi, affiancando i loro uomini nella latitanza, e combattendo insieme a loro aspre e sanguinose battaglie.

Le brigantesse furono feroci; a volte più degli stessi uomini. Abili col coltello e leste col fucile. Coraggiose, fiere di combattere per sé stesse, per la loro terra, e per l’indipendenza del Meridione.

Erano coinvolte in un movimento politico- sociale; una reazione ad una condizione di violenza e oppressione oltre che l’affermazione di autonomia di uno Stato meridionale.

Le donne “napolitane” vissero una stagione da protagoniste, combattendo per proteggere i loro uomini, figli, mariti; e per il riscatto politico, sociale, ed economico del Meridione.

Né mancò l’esempio illustre; emule della disperata battaglia che la Regina Maria Sofia di Borbone si trovò a combattere affianco a Francesco II sugli spalti di Gaeta.

 

Alle brigantesse fu negata la dignità perché rappresentavano un aspetto della femminilità inaccettabile per la morale tradizionale.

Donne finite nei verbali della polizia, negli atti dei processi, nelle cronache dei giornali, oggetto di denigrazione perché partecipanti attive della ribellione del mondo contadino.

Condivisero il destino dei loro uomini, gareggiando in ardimento con loro, impugnando la “schioppetta” e vestendo abiti maschili.

I loro nomi consegnati alla storia: Michelina de Cesare (moglie del brigante Francesco Guerra), Maria Capitanio, Marianna Oliviero, Filomena Pennacchio ( regina delle selve, e compagna di Carmine Crocco ), Maria Lucia di Nella, e tante altre ancora.

Indimenticabili figure femminili che si dibatterono fra alti esempi di coraggio, ed altrettanti spietati delitti.

Le cronache dei loro processi scritte da Alexandre Dumas nel 1864 allora Direttore dell’Indipendente di Napoli, contribuirono e tramandarono il mito delle Brigantesse belle e crudeli; “drude” dal cuore di pietra, compagne di uomini feroci.

Briganti e brigantesse erano guerriglieri contro l’invasione piemontese. Combattenti per la libertà dall’oppressione dei signorotti che si avvantaggiarono della caduta del regno borbonico facendo il doppio gioco per accaparrarsi i terreni demaniali.

Lo stretto rapporto tra il mondo rurale e i briganti impensieriva molto il neonato Stato Sabaudo.

Lo Stato unitario si sentiva minacciato dal fenomeno del brigantaggio ed eccedeva nelle repressioni feroci, spietate; e in disumane rappresaglie, come quella del 14 Agosto 1861 a Pontelandolfo.

I briganti non erano eroi romantici, ma spietati assassini; essi tuttavia erano il prodotto di una tragedia sociale caratterizzata dall’odio di classe e dal disconoscimento delle ragioni profonde e vere della rivolta.

Il fenomeno del brigantaggio postunitario può essere inquadrato come una risposta alla mancata “rivoluzione agraria”; espressione sociale dell’insoluto problema della terra e delle nuove difficoltà meridionali.

Di quei cuori di pietra, temeva pure Garibaldi: “ (…) ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei la via dell’Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi ritengono complice della spregevole genìa che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire Italiano (…). Tratto dalla lettera del 7 Settembre 1868 con la quale Garibaldi spiega, perché si è dimesso da deputato del Regno d’Italia.

Dieci anni dopo “l’impresa dei Mille”, Garibaldi, preda dei sensi di colpa, così scriveva (dal suo esilio dorato all’isola di Caprera) in una lettera indirizzata ad Adelaide Cairoli considerata “impareggiabile madre”: “esprimo tutta la mia amarezza, perché le popolazioni meridionali (…) buone, infelici, maltrattate ed oppresse , maledicono coloro (…) che li rigettarono sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante, che li spinge a morir di fame “.

Una dittatura feroce, che farà tra il 1860 e il 1871 più morti (in prevalenza meridionali) di tutte le guerre di indipendenza messe assieme; unita ad un esodo di circa 6 milioni di meridionali, su una popolazione complessiva di 9.

L’orrore dei campi di concentramento, tra cui il famigerato Fenestrelle , una fortezza a circa 2000 metri sulle montagne piemontesi, in cui vi tennero a marcire tra fame e freddo circa 24 mila prigionieri, tra soldati borbonici, dissidenti, briganti.

Detenuti in celle anguste e gelide, con una palla di cannone al piede di 16 kg; in cui non si resisteva più di tre mesi, ne morirono a migliaia; ed i corpi gettati da una rupe, e sciolti nella calce.

In questo contesto storico agirono le donne brigantesse, attive protagoniste di un moto rivoluzionario. Ribaltarono il ruolo stereotipato della donna meridionale, lasciando la loro impronta nella storia.

Il recupero delle carte processuali e delle cronache del tempo, portano alla nostra attenzione la profonda determinazione e l’insolito coraggio di cui furono capaci; propugnatrici di azioni illecite e violente, atti di estrema efferatezza, affermazione identitaria e di ribellione nei confronti dei nuovi potenti, della Guardia Nazionale, contro la banda di appartenenza, destreggiandosi con armi da fuoco e da taglio, imposero e prelevarono somme frutto di ricatti; fino a capeggiare in prima persona una banda.

Di tutti i briganti meridionali Francesco Saverio Sipari (zio di Benedetto Croce) disse: “ Il brigantaggio non è che miseria, è miseria estrema e disperata.”

Mentre Carlo Levi dichiarò: “ Il brigantaggio è un eccesso di eroica follia; un desiderio di morte e distruzione , senza speranza di vittoria”.

Tutto questo, e molto altro ancora, furono le brigantesse insieme ai loro compagni di sventura.

Nel prossimo articolo, parleremo di Brigantaggio insorgente, a partire dal 1799.

Lucia Di Rubbio

 

 

 

 

 

 

 

1 Comment

  1. Come sempre chiara e concisa.
    Aspetto altri tuoi scritti.
    Lorenzo Rinaldi di Pescara

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