Alta Terra di Lavoro

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BRIGANTI INSORGENTI

Posted by on Dic 20, 2017

BRIGANTI INSORGENTI

Una panoramica di Briganti Insorgenti

Pietro MONACO: seminò il terrore in Calabria tra Cosenza, Catanzaro e Petilia Policastro. Era stato soldato borbonico, disertore, garibaldino, arruolato nell’esercito meridionale, combattente a Capua, nominato sottetenente. Cambiò vita quando uccise un possidente di Serrapedace; decise allora di darsi alla macchia, ma prima sposò Marianna Oliviero alias Ciccilla. [da: G. De Matteo “Brigantaggio e Risorgimento – legittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia”” A. Guida Editore, Napoli, 2000]
Domenico STRAFACI alias PALMA: Domenico Strafaci nacque a Longobucco il 16 agosto del 1831 da Maria Strafaci e da padre ignoto. Apparteneva alla classe dei braccianti più poveri. Frequentò le prime classi elementari e, divenuto adolescente abbandonò gli studi per lavorare. Nel 1860 Domenico Strafaci, divenuto ormai per tutti “Palma” insieme a Ralla, dopo si ribellò alla prepotenza di un ricco signorotto di Rossano, ed insieme lo presero a schiaffi. Questi per l’offesa ricevuta fece rinchiudere i loro familiari nel carcere di Longobucco, compreso il figlio di Palma di appena due anni. Allora Palma e Domenico de Simone, armati si presentarono nella contrada Ardilli a Giosuè Gallina, capomandria di Lorenzo Vulcano, gli spiegarono la loro situazione specificando che i loro familiari stavano marcendo in galera e lo obbligarono a procurargli la dovuta assistenza. Un giorno Palma fu visto a Cosenza insieme ad alcuni vagabondi, tra cui anche la banda di Faccione. Insieme fecero molti furti senza però ucccidere nessuno. E da quel giorno Palma divenne famoso. Palma, amante delle avventure, aveva un singolare coraggio, divenuto capo di una banda, diventò subito celebre. Per oltre un decennio visse tra i pericoli rischiando la morte. Quando qualcuno andava per aggregarsi alla sua banda, lui cercava di dissuaderlo e metteva a disposizione il suo denaro perchè potesse farsi difendere dai migliori avvocati del tempo, di modo da potersi mettere a posto con la legge senza divenire delle prede dei soldati, e passare la vita in fuga. Ogni persona che Palma sequestrò veniva trattata con tutti i riguardi. Egli era chiamato il protettore della povera gente. Infatti metteva a disposizione il suo terribile prestigio per difendere gli oppressi, riparare le ingiustizie, punendo i prepontenti, concedendo aiuto a tutti quelli che gli si rivolgevano; non di rado interveniva per dare ai nobili dure lezioni. La sua banda era composta da dieci o forse dodici persone. Era molto severo nello scegliere i suoi compagni, perchè da loro dipendeva il successo delle sue imprese. Conosceva ogni angolo delle montagne silane, era inafferabile, possedeva qualità eccezionali, era astuto ed era protetto dall’omertà della povera gente, verso la quale era di una generosità senza pari. Aveva anche un certo grado di istruzione, era onesto e infatti solo in rari casi, o per difendersi o per punire un tradimento, si macchiò le mani di sangue. Il 1865 440 soldati armati, guidati da abili comandanti, cominciarono una caccia spietata. La preda era Palma. Sparsa ormai la voce del pericolo che stava per correre il famigerato combattente, uomini e donne si recarono da chiesa in chiesa per celebrare messe onde ottenere l’aiuto dal cielo per il loro difensore. Ormai i soldati erano certi di averlo catturato, ma ancora una volta il re della montagna riuscì a sfuggire all’armata. Qualche anno più tardi la famiglia De Rosis, che aveva contribuito a far imprigionare due briganti, si rifiutò di pagare una taglia richiestagli da Palma. Palma scrisse un MANIFESTO di vendetta, sul quale affermava che durante l’estate, avrebbe bruciato tutto ciò che i Rossanesi e i Coriglianesi possedevano e che avrebbe fatto prigioniero il figlio di De Rosis. Infatti, una sera mentre questi stava rincasando, accompagnato da due guardie, vide due uomini addormentati su un poggiolo. Non preoccupato più di tanto, si stavano avvicinando a casa, ma i due uomini addormentati si alzarono di colpo e puntando alla testa delle due guardie un arma, presero il figlio di De Rosis e lo portarono fuori dall’abitato. Questo sequestro fu fatto per vendetta, perche la famiglia de Rosis si era rifiutata di pagare la taglia chiesta da Palma l’anno prima. Palma fece spargere la voce che il ragazzo sarebbe stato ucciso se non fosse stata pagata la taglia di 40.000 ducati. A queste voci i De Rosis si convinsero e pagarono. Una sera del 1869 circa alle ore 9:00 i briganti stavano cercando di uscire da un bosco con Palma in testa ma si presentò dinanzi a lui il guardiano Librandi Pietro che con prontezza tirò un colpo che ferì gravemente Palma… dopo tre ore morì. [da: web.tiscali.it/Longobucco/brigantaggio]
Giuseppe TARDIO: studente brigante che comandava nel Salernitano una comitiva. Giovane di agiata famiglia che, dopo un viaggio a Roma ed i contatti con il Comitato Borbonico, tornò in paese per fare il capobrigante nel Cilento. Con la sua banda di circa 100 uomini fece irruzione in Agropoli, Laurito, Centola ed altri centri, disarmò la Guardia Nazionale di Futani. Nonostante fosse stato ferito ed avesse avuto un gran numero di morti nel suo gruppo, Tardio non desistette, si spostò nel Vallo di Diano e devastò case e poderi di liberali. Gli sbandati lo seguivano a valanghe. Fu attivissimo agitatore e trascinatore per tutto il 1862 e parte del 1863, fino all’attacco definitivo che gli fecero Carabinieri e Guardie Nazionali a Magliano Grande. Di Tardio si perdette ogni traccia, forse emigrò. Ma non fu il solo studente che combatté i piemontesi. Almeno altri due studenti furono accaniti combattenti contro i piemontesi, come risulta da un processo del 1864 citato dal Molfese. Tardio lanciava proclami “ai popoli delle Due Sicilie” incitandoli a schierarsi “sotto il vessillo del legittimo sovrano Francesco II contro il fazioso dispotismo del subalpino regime” firmandosi, “Capitano comandante le armi Borboniche“; non soltanto emanava proclami ma anche ordini di pagamento, talvolta eseguiti dalle autorità municipali. [da: G. De Matteo “Brigantaggio e Risorgimento – legittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia”” A. Guida Editore, Napoli, 2000]
Angelo BIANCO: (alias TURRI-TURRI) agiva nella zona di Mugnano alle porte di Avellino. Era stato condannato per un omicidio a scopo di furto, aveva passato una decina di anni in carcere, ed era stato liberato nel gennaio 1859. Era ancora sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di presentarsi ogni giorno al capo-urbano di Mugnano; ma Turri-Turri profittò dei disordini successivi all’impresa garibaldina, e si dette alla macchia con altri mugnanesi. Nello stesso anno e nella stessa zona, Cipriano La Gala era nel Nolano e Menfra nel Montefortese. Turri-Turri, che dai Borbone non aveva avuto che processo e carcere, improvvisatosi “campione borbonico“, andava in giro impugnando una bandiera borbonica. Riuscì a formare una banda di circa trecento briganti. In un giorno dell’agosto 1862 fermò una carrozza proveniente da Avellino, e chiese ai quattro viaggiatori atterriti: viva chi? Uno di essi rispose “viva Vittorio Emanuele”. Turri-Turri spianò la carabina e lo fulminò. Gli altri tre, vista la fine del loro compagno di viaggio, si affrettarono a rispondere “viva Francesco”. Le milizie mandamentali di Baiano ed una compagnia di bersaglieri si misero alla caccia dei briganti su per le montagne mugnanesi. Il generale Pinelli che comandava la divisione di Nola ed era rigido esecutore degli ordini di Cialdini, quando perlustrava la via delle Puglie, se incontrava una persona che non sapesse li per lì dar ragione della sua presenza, non esitava a comandare ai suoi soldati: “Fusilè, fusilè”. La popolazione era tra i briganti e la legge marziale. Un brigante della banda di Turri-Turri, incontrata una ragazza mugnanese che era stata fidanzata e lo aveva lasciato, non esitò a puntare contro di lei il suo schioppo e la stese a terra. Turri-Turri aveva un macabro capriccio, bruciare i baffi o la barba delle persone, perché barba e pizzo potevano significare simpatia per Vittorio Emanuele. Altra sua impresa: s’imbatté nella banda musicale di Avella; i bandisti avevano un’uniforme con berretto rosso; il rosso garibaldino faceva infuriare Turri-Turri, che sequestrò berretti e strumenti. Poi la schiera si assottigliò ma il capo rapì Filomena Di Pietro, una bella massarotta mugnanese, la portò in montagna e la possedette, sotto gli occhi dei suoi fratelli, Raffaele e Filomeno della Mammana. La donna ed i suoi fratelli per vendicare l’oltraggio uccisero Turri-Turri; gli segarono la testa mentre dormiva. Era la fine di dicembre 1862. I superstiti furono catturati e passati per le armi un mese dopo, il 31gennaio 1863. [da: G. De Matteo “Brigantaggio e Risorgimento – legittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia”” A. Guida Editore, Napoli, 2000]
Gaetano TRANCHELLA: zona di “competenza”; Salernitano. La storia di Tranchella sopiega benissimo il brigantaggio: una miseria antica, un’infatuazione politica, un’opposizione alle misure del nuovo governo, governo di stranieri, producevano una situazione materiale e psicologica che degenerava in violenza. Gaetano Tranchella, nato da poverissimi genitori, era troppo piccolo quando cominciò ad offrire i suoi servizi prima al parroco del suo paese, poi ad un proprietario terriero. Lavoro estenuante, guadagno pochissimo. Quando il governo borbonico indisse la leva, Tranchella si arruolò. Poi l’esercito borbonico nel 1860 fu disciolto, e Tranchella si trovò senza lavoro e senza possibilità di trovarne. Intanto circolavano voci di un ritorno dell’antico sovrano, di una liberazione degli invasori piemontesi, di truppe russe e inglesi che sarebbero venute in aiuto, e Tranchella prestò ascolto alle promesse dei “comitati” borbonici e cominciò la sua vita irregolare. Altri con lui erano rabbiosi per le delusioni, per le vessazioni dei prepotenti, per le offese ai diritti dei più poveri; si aggiungevano i malcontenti di evasi, di renitenti di leva, di disertori, e di quanti avevano conti in sospeso con la giustizia, e nacque la banda di cui Tranchella fu il capo. Ebbe contatti con le bande di Cirino e di Crescenzo Gravina, e cominciò il brigantaggio lungo la catena dei monti Alburni, con furti e rapine. La banda era aiutata da molte donne, fra cui la mamma di Tranchella, Luigia Cannalonga, che covava un odio contro i garibaldini, perché, secondo lei e secondo chi l’aveva istruita, ne avevano combinate molte. Tra le donne c’era l’amante di Tranchella ed altre che fiancheggiavano i briganti e ne diventavano amanti. E c’erano i manutengoli, che fornivano notizie, ricettavano la refurtiva, nascondevano i briganti; c’erano le spie; c’era la popolazione che non faceva mistero dei suoi sentimenti; c’erano i preti sempre pronti ad aiutarli. Quegli anni furono pieni delle imprese della banda Tranchella, da cui ebbero origine numerosi processi contro spie, ricettatori, manutengoli, sequestratori. I sequestri si susseguivano, ogni settimana; le ricerche della polizia erano infruttuose; qualche brigante, ferito, lasciava tracce di sangue. Per “avvertimento” la banda scannava pecore e capre, tagliava orecchie ai sequestrati, e commetteva assassini per punire chi non l’assecondava. Le pagine dei processi conservati negli archivi sono piene di lunghi elenchi di delitti commessi dal 1861 al 1864. Il 24 novembre 1864 un reparto del 46° Fanteria, in vicinanza di Eboli, sorprese un gruppo di briganti e li attaccò; i briganti si difesero come forsennati, poi fuggirono, ma sul terreno rimasero tre di essi, fra questi Gaetano Tranchella, il capo, il terrore della zona. Luigia Cannalonga, per misure di sicurezza ma in verità come esca o ostaggio, era finita al domicilio coatto nell’isola del Giglio e vi rimase fino all’uccisione del figlio. Sottocapi della banda erano diventati Vitantonio D’Errico detto Scarapecchia e Nunziante D’Agostino, che continuarono anche dopo la fine di Tranchella. Tra i briganti della banda, sono specialmente ricordati Michelangelo Russo e Brienza Carmine, che si costituiranno ai Carabinieri nel 1864 e saranno processati e condannati, Nicola Furlano e Agostino Accetta che saranno arrestati e condannati nel 1865, Carmine Oliviero che ucciderà un sacerdote ed un sequestrato e sarà fatto prigioniero in un conflitto a fuoco nel 1864, Nicola Calienno che, fra gli altri delitti, assassinò una donna dopo averla violentata e uccise parecchie altre persone tra cui una Guardia Nazionale ed un soldato del 46° Fanteria. Non si contano i delitti commessi dalla folta schiera dei manutengoli della banda, delitti commessi per i più vari motivi, vendetta, tradimento, amore, gelosia, contrasto politico, ripartizione di proventi. [da: G. De Matteo “Brigantaggio e Risorgimento – legittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia”” A. Guida Editore, Napoli, 2000]
Pasquale CAVALCANTE: (di Corleto). Un milite della Guardia Nazionale era venuto a diverbio con la madre e nella colluttazione le aveva rotto una costola. Calvalcante promise vendetta. Incontrandolo un giorno in un bosco, lo sbudellò e lo appese per i piedi ad un albero, bruciandolo lentamente. Quando fu catturato e stava per essere fucilato, disse “sono stato crudele contro quelli che mi caddero fra le mani, ma merito perdono perchè contro mia indole mi hanno spinto al delitto. Ero sergente di Francesco II, tornato a casa, mi tolsero l’uniforme e mi sputarono sul viso; si cercò anche disonorarmi mia sorella; per colpa di pochi divenni feroce contro tutti; sarei vissuto onesto se mi avessero lasciato in pace”. [da: G. De Matteo “Brigantaggio e Risorgimento – legittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia”” A. Guida Editore, Napoli, 2000]
Marciano LAPIA: Nell’Arianese Marciano Lapia alias Sacchetto aveva organizzato fin dal 1860 una banda composta da ex soldati borbonici, renitenti, disertori, evasi dalle carceri, e contadini ansiosi di bottino, in tutto una quindicina, con muli e giumente; la banda era spesso ospitata dai contadini nelle masserie. Gli uomini di Sacchetto agivano con grande celerità e si spostavano rapidamente da un capo all’altro della provincia. Nell’archivio di Stato di Avellino esiste un documento (fascicolo 4/272 n. 19) relativo ad alcune operazioni: “La banda … soffermavasi alla Taverna delle Noci, ma ne era schiacciata da dodici Guardie Nazionali, che la inseguivano con diversi colpi di fucile; quei malfattori, in fuga verso il tenimento di San Sossio, scaricavano contro due vetturali di Zungoli due colpi di fucile. Il mattino dopo, 5 febbraio 1864, la banda veniva scacciata dalla milizia cittadina di San Sossio… Accorrevano i Carabinieri di Castelbaronia che scoprivano quei briganti nella masseria della Rosa di Frigento e li inseguivano con diverse scariche di carabine. Nella masseria del Signor Scarsilli, Luogotenente della Guardia Nazionale, i briganti avevano sequestrato Francesco Saverio Moccia negoziante di Castelbaronia, Giuseppe Grillo contadino di Sturno, e Luigi Russo marmista di Napoli; all’avvicinarsi dei Carabinieri i due primi venivano uccisi e l’altro riceveva due colpi di fucile dai quali fortuitamente rimaneva illeso”. La banda di Sacchetto aveva commesso rapine ed uccisioni a Vallata, Anzano, Trevico, Villanova, Flumeri; a Rocchetta Sant’Antonio, Sacchetto fra l’altro aveva ucciso cinque mietitori per vendicare l’uccisione del padre. ….. documento dell’Archivio di Stato di Avellino (n. 43 fascicolo 4/227) sulla fine di Sacchetto: “Nel mattino del 23 aprile 1864 la banda di Schiavone e di Sacchetto, di 14 o 15 individui a cavallo, veniva inseguita tra Deliceto e S. Agata; si formò un cerchio per stringere e catturare i malfattori; questi però disperatamente aprivansi un varco e riuscivano a sottrarsi alla vista della forza. I briganti, molti dei quali erano gravemente feriti, avevano la perdita di un compagno ucciso, e la cattura di una giumenta, un mulo, e due cavalli… Dalle rivelazioni fatte dai contadini che lavoravano lungo la via, potevasi ritenere che uno dei feriti era Schiavone… Nel tenimento del Formicoso accanto ad una masseria si rinveniva, sotterrato, un fucile a due canne su cui si scorgevano due macchie di sangue, fucile che i custodi di quella masseria affermavano appartenere al capobrigante Schiavone, il quale, ferito ad una coscia, lo aveva fatto nascondere unitamente a mezzo ettolitro di orzo. Il padrone della masseria ed una donna vennero arrestati perché creduti conniventi. Nel conflitto di Rocchetta tre briganti restarono cadaveri sul terreno ed altri tre si chiusero in altra masseria ed opposero vivissima resistenza… Il Maggiore Biancardi faceva appiccare il fuoco a quella masseria, e quei tristi, nella disperazione in cui si videro, si uccisero l’un l’altro con colpi di revolver. Tra i cadaveri veniva riconosciuto il capobrigante Marciano Lapia altrimenti Sacchetto, ed i briganti Raffaele Cassano di Rocchetta e un tal Domenico di Muro Lucano”. Fu questa la fine di Sacchetto, un incubo per le popolazioni. Infatti, una postilla aggiunta a questo documento della Prefettura recitava: “Giunta la notizia di sì fausto avvenimento nel Comune di Frigento, una numerosa calcata di gente con banda musicale rendeva pubblica la gioia per essersi la società liberata da un mostro, e nella sera l’intero abitato era adorno di luminarie”. [da: G. De Matteo “Brigantaggio e Risorgimento – legittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia”” A. Guida Editore, Napoli, 2000]
Costanzo MAIO: operava in Irpinia (valle Caudina); aveva cominciato con l’uccidere un suo compagno di ruberie ed era stato condannato per omicidio nel 1850. Evaso nel 1859, riprese la strada del delitto, ed una volta si rifugiò presso una sua cugina, a Roccabascerana, nella casa del notaio. Qui Costanzo Maio intrecciò una relazione con la moglie del notaio, Matilde Rossi. Per sottrarsi alla ricerca della polizia, si occultò nelle campagna di San Martino Valle Caudina, dove uccise ancora. Questa volta la vittima fu un mandriano che egli sospettava di fornire notizie ai gendarmi. Dopo poco uccise anche il fratello del notaio ed un suo guardiano, forse perchè non gli aveva dato il danaro che aveva chiesto. Matilde Rossi riprese la relazione col Costanzo, e lo seguì nella comitiva che aveva formato, fino a che, stanca della relazione e della vita con il brigante, lo uccise, il 29 luglio 1860. La donna fu arrestata e finì in carcere. Garibaldi intanto era entrato a Napoli, e Matilde Rossi trovò il modo di fargli pervenire una supplica, con il racconto dell’omicidio. Accusava l’ucciso, lo denunciava come borbonico, e Garibaldi “rimettetela in libertà, ha agito per onore”. Giustizia garibaldina, raccontata nei giornali del tempo, sotto la data del 18 e 20 settembre 1860. [da: G. De Matteo “Brigantaggio e Risorgimento – legittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia”” A. Guida Editore, Napoli, 2000]
CENTRILLO: la zona di Isernia e Cassino era sempre in allarme per le scorrerie di Centrillo. Nativo di Cardito in provincia di Frosinone, era stato soldato borbonico; quando Francesco II promise la costituzione si mise a schiamazzare per il paese gridando “viva la libertà”. Il suo entusiasmo fu interpretato come sovversione, fu imprigionato e condannato; evaso al sopraggiungere di Garibaldi, fu accanito borbonico e nominato capo squadriglia delle Guardie Urbane del suo paese. Raccolse intorno a se una trentina di scontenti e se ne andò per le montagne, limitandosi a rubare per procacciarsi il necessario, appiccando qualche incendio a poderi e masserie. Assaltò la Guardia Nazionale del vicino villaggio di Vallerotonda, s’impadronì delle armi, disarmò i militi, e fece abbondante provvista di pane, formaggio e vino. Altra provvista di pane, formaggio e vino fece a Cardito suo paese dove, entrato nella casa comunale e visto il ritratto di Vittorio Emanuele, si scappellò con un inchino. Arrestato dalla polizia francese, fu consegnato al comandante italiano Revel, e di Centrillo non si è saputo più nulla: prigioniero? Evaso? Ucciso? [da: G. De Matteo “Brigantaggio e Risorgimento – legittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia”” A. Guida Editore, Napoli, 2000]
Michele Di GE’: Nel 1869 si celebrò a Salerno il processo contro Michele Di Gè, diventato brigante per sollecitazione del più celebre Ninco-Nanco….. Era nato a Rionero in Vulture, il paese di Crocco, nel 1843. Chiamato alla leva del 1863, disertò e fece il “massarotto” di pecore a Lavello. Incontratosi con altri due disertori, si dette alla montagna ed entrò nella banda di Giacomo Parri e Carmine Meula. Seguendo il Parri, partecipò al sequestro di un ricco possidente nella piana di Capaccio. Per il rifiuto del sequestrato di pagare tutta la somma richiesta, il Parri aveva imbracciato il fucile per ucciderlo, ma Di Gè s’interpose. Partecipa ad un’azione della banda Cerino, e passa dal bosco di Ripacandida a Pierno e San Fele. Era riuscito a nascondere in una capanna di San Fele il suo gruzzolo, ed infine si presentò l’8 dicembre 1866. Il suo brigantaggio era durato quasi otto mesi. Condannato al carcere a vita, anche per un conflitto avuto con i soldati, fu rinchiuso nel bagno penale di Ancona, dove litigò con un detenuto che lo aveva chiamato “brigante come tutti i napoletani”. Benediceva le ossa di Cavour per l’emanazione del codice penale del 1889, e fu liberato nel 1892. Rientrato a casa dopo 27 anni si mise a lavorare “con la stimata e onesta moglie” ……. [da: G. De Matteo “Brigantaggio e Risorgimento – legittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia”” A. Guida Editore, Napoli, 2000]

fonte

brigantaggio.net

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