Alta Terra di Lavoro

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Capuanites e Italia: “La Terra ove tramonta il sole”

Posted by on Mar 16, 2017

Capuanites e Italia: “La Terra ove tramonta il sole”

 I giorni del futuro stanno davanti a noi

Come una fila di candele accese

(Kavafis)[1].

Diamo di nuovo la parola alla Iarossi su Semerano per l’origine di “Italia”, “Europa”; fra poche altre, “Ausonia” e “Averno” (toponimi di tradizione etrusca); la seconda richiama il napoletano con una ricchissima analisi che qui non posso dare; la prima la nostra “regione” – sì, regione – Terra di Lavoro olim “Campania Felix”; la nostra patria “capuana” ed “etrusca”: siamo tutti, poco o più, “capuanites”. Sintetizzo, a modo mio, con qualche mia civetteria dalla lettura di Giovanni Semerano.

Primo. L’Oriente: in chilometri, è “medio” per gli anglosassone; per Grecia e Italia è “vicino”; lo è di più nella sostanza: cultura, civiltà, lingue e ruolo preminente del Mediterraneo, il mezzo che ha trasmesso tali cose che contano.

Adotto “Vicino Oriente” e noi di loro, “vicino occidente”: la distanza pur conta.

Conta di più però il “nostro” (di entrambi) mare, altro che scontro di civiltà. “Est ed ovest” sono “oriente ed occidente”, rispettivamnte ove “sorge e tramonta” il sole: per entrambi. “Medio” Oriente usato da noi è profondamente sbagliato; è linguaggio altrui improprio, di chi è ad oriente più di noi oltre il “nostro” Mediterraneo.

Secondo. L’origine della lingua greca, soprattutto la cultura – dimostra il filologo – non è fondata su se stessa, pro-viene dai popoli del “vicino oriente” (Semerano non lo chiama mai “medio”). Detto questo, chiudo (malamente) il capitolo su Semerano, mi rimetto in riga con il tema: Perché il fascismo ha smembrata la storica provincia – meglio regione – Terra di Lavoro olim Campania Felix non in una data qualsiasi, nel 1927? Sento ancora l’assordante silenzio di personaggi ed istituzioni, alla pari dell’indigestione (non dico di storici: non ne ho competenza) della pubblicistica: snobba Giuseppe Capobianco, che ha chiarito la cosa.

Ultima riflessione su Semerano: la parola alla Iarossi [la curatrice del libro di Semerano, citato al termine dell’articolo].

“Le convinzioni a favore dell’India…fonte [del] linguaggio ora [dell’] Europa, sono diventate idolum. Le meraviglie [invece] si sarebbero dissolte… leggendo Seneca che nota ‘Vedrai che tutti i popoli mutano le loro sedi. Che cercano fra regioni barbare città greche. E come mai gli Indi e i persiani parlano macedone?’ La domanda retorica fa… riferimento all’invasione [dell’India] di Alessandro Magno … . Il poeta greco Costantino Kavafis cantò: ‘E da quella mirabile armata … siamo usciti noi, mondo greco novello e grande… e la nostra comune lingua greca … noi la portammo all’India’” [“Nota della curatrice”, p. 151]. L’ultima frase capovolge la derivazione della lingua greca dalla indiana. “Non ci occorre penetrere nei nodi dell’antico pensiero indiano, eviteremo di restarvi impigliati. L’indoeuropeo lascia fuori una larga e antichissima fascia culturale, l’area che ai giorni nostri si è arricchita con la scoperta di Ebla, in Siria (Assiria), l’area culturale mesopotamica, con le grandi civiltà dei Sumer, di Accad, di Babilonia: da Ur [la più vecchia città: allo stato] veniva il patriarca Abramo. A Ebla, dove si parlava – ovviamente – eblano, una lingua affine all’accadico e all’assiro-babilonese, era in uso anche il sumero, la più antica lingua che risalente circa al 3000 anni a. C., ha una larga documentazione scritta. E bisogna aggiungere un particolare: fu proprio dalla Mesopotania che penetrò nella regione nord occidentale dell’India, verso l’VIII secolo a. C., una forma di scrittura semitica che darà origine alla scrittura indiana … che orientata da sinistra a destra reca tracce del ductus semitico da destra a sinistra, che è anche quello dell’etrusco e del fenicio. Del resto anche i Greci hanno ricevuto il dono formidabile dell’alfabeto fenicio (Erodoto dice del greco dalla ‘grammatica’ fenicia) … emerge il senso e il valore [del] sanscrito, le cui origini si colgono qua e là nelle antichissime fonti mesopomiche, semitiche, nel risolutivo apporto dell’invasione macedone. Galileo diceva che la storia dell’universo si legge attraverso figure geometriche: triangoli, circoli, ecc. Analogamente possiamo dire per la storia del nostro passato, delle nostre civiltà, che essa è scritta in sillabe lucenti, nei nostri nomi antichissimi che serbano il fascino del loro arcano. E che Giovanni Semerano, con la sua conoscenza, ha saputo svelare” [ivi, p. 152].

Qualche esempio con le parole di Semerano.

“‘Cortona’, l’etrusco ‘Curtum’, ha il significato di oppidum, ugaritico ‘qrt’ (fortezza), ebraico ‘qeret’ (‘città’, ‘city’)” [Semerano, Il popolo che sconfisse la morte. Gli Etruschi e la loro lingua (al termine dell’articolo i dati esatti della pubblicazione), p. 3]. Così fa per Empoli, Fiesole, Elba, Mantova, Modena, Pisa, ecc. …

Egli contesta la derivazione del latino “pars” dal verbo “pario”, partorire; deriva, invece, dal babilonese “persu”, separazione, verbo “parasu”, separare, quindi “parsu” … il latino “pars” [ivi, p. 13 e sgg.].

La prima Roma è figlia della civiltà etrusca. “Il nome di ‘Roma’ ha ordine nell’etrusco ‘ruma’ e nessuna fonte indo-europeo accredita l’etrusco ruma. Bisogna … rifarsi a un vasta ‘koiné’ di linguaggi semitici, nell’ambito mediterraneo dove si mossero arditamente i Terreni-Pelasgi (Tucidide, IV, 109). Il nome significa ‘altura’, ‘rocca’ e denotò il Palatino; ebraico ‘rum’, aramaico ‘ram’: ‘essere alto’ … ‘Romolo’ colui che ‘abita in alto’. Il latino ‘ille’ deriva dal babilonese ‘ullu’, ‘quello’” [ivi, p. 119]. Costruisce così un vocabolario.

Eccoci ad “Italia”, “Europa”.

I popoli semitici veleggiando nel Mediterraneo alla ricerca del metallo chiamano “Italia” la penisola, dal babilonese “attula”, lingua affine al siriano “atalja”: cioè “oscuramento”, “tramonto”: ove “tramonta il sole” per chi è del “vicino” Oriente.

Altro che le leggende: “vitulis”, terra dei “vitelli” o il personaggio “Italo”.

Semerano ha così dato all’Italia il preciso paese del “tramonto” per colui che viene del “vicino oriente” (ove il sole sorge), “la terra del tramonto”. Precisa: è più probabile che “Italia” derivi da “atulu”, l’accadico “terra del tramonto”.

“Erebu” – ci dice il nostro filologo – dà il nome all’Europa e significa “oscurità”, ossia è a più oriente dell’Italia [ibid.]. La leggenda ci ha detto non fredda ma bella: la fanciulla rapita dal toro bianco.

Le acque del Mediterraneo possono ancora essere tali?

Semerano per una vita si è posta la domanda alla quale ha risposto (è impossibile seguirlo; va letto).

Passi tratti da: G. Semerano, Il popolo che sconfisse la morte. Gli Etruschi e la loro lingua, Paravia Bruno Mondadori Editore, Economica, Milano 2005, a cura di Maria F. Iarossi (autrice della “Nota” finale).

Domenico Arnaldo Ianniello

 

Nota aggiunta dal curatore [dell’articolo qui sopra rivisto, con qualche correzione], Andrea A. Ianniello.

Vi è un “appoggio” mitografico all’Italia come “Terra del Tramonto”, come l’ “Erebo” (Erebus, oggi nome dato ad un monte nel lontano e tenebroso Antartide) è certamente la “terra dell’Oscurità”; tra l’altro, sia detto en passant, in tedesco “Occidente” è Abendland, la Terra del Tramonto: il famoso Tramonto dell’Occidente – già tramontato, si badi – di Oswald Spengler è, in tedesco, Der Untergang des Abendlandes, letteralmente “L’Andar giù della Terra del Tramonto”.

Tornando a noi, l’appoggio mitografico è l’ascendenza di Roma – dall’etrusco ruma, petto, mammella, per estensione di significato la grande, la possente – da Venere, fatto sottolineato e posto in luce in G. Casalino, Il nome segreto di Roma. Metafisica della romanità, Mediterranee, Roma 2003, dove Casalino evidentissimamente riecheggia Evola, e tuttavia ha il gran pregio di studiarsi per bene i miti, soprattutto nella seconda parte.

Tra l’altro, dice: “Fenomenicamente, infatti, l’Occidente è la terra nelle cui viscere si cala il Sole (fisico), mentre all’oscurarsi dell’Astro, è visibile, per tutta la notte (fisica), Espero o Vespero, Stella della sera che al mattino è Lucifero, Stella mattutina. Espero-Lucifero, e lo abbiamo detto, per gli Antichi, inoltre, è il Pianeta Venere quando è visibile al tramonto del Sole. Il Mito discorre di Espero o Vespero (o Occidente) figlio di Giove, il quale scacciato dal regno paterno, si reca in Italia che da lui è detta Esperia; infine è convertito in Astro della sera da Afrodite (Venere), che Espero è, nello stesso tempo, il Pianeta Venere la cui luminosità è visibile, come Stella, all’oscurarsi del Sole” (ivi, p. 142, corsivi in originale). Espero = Esperia, = la Terra del Tramonto … Da tutto ciò, Casalino fa derivare, à la Evola, che solo quando la tradizione romana è “in auge” l’Occidente è vivo e svolge la sua “funzione” (sia detto – un altro excursus – che Casalino si dimentica che, quando il Sole sorge, Venere non si vede più, ma è un altro discorso …).

E su questo, si può concordare, ma ad un patto, ed un patto estremamente chiaro: che se, come fece il fascismo, si fa di Roma un mito “nazionale” si fallisce[2]. Roma, infatti, è un’idea sovranazionale, sovra-etnica, un insieme di gruppi diversi si unì – per un’idea che li teneva insieme; e qui occorre distinguere accuratamente fra “idea”, realtà non interamente costruita dall’uomo, e “concetto”, che è una costruzione interamente umana. Giungiamo, così, ad una Conclusione summiter “eretica”, di questi tempi: che, cioè, se da un lato un’Unione europea basata sulla burocrazia e la finanza sovranazionale, non può in alcun modo dare “unità” all’Europa, dall’altro sono altrettanto in errore i cosiddetti “sovranisti” – o neo-nazionalisti, termine più corretto – a misura che si richiamino a Roma, ovviamente (se si richiamano al “romanticismo politico”, il discorso è diverso, allora è più coerente) in quanto sono assolutamente incoerenti con l’ABC della romanità.

Dal punto di vista storiografico – e persino genetico, dove il nucleo fondante della popolazione italiana è d’origine semitica o “semitizzante”, si dibatte se dovuta alla massiccia immigrazione di schiavi dal Vicino Oriente in epoca romana, oppure derivante dagli abitatori originali della penisola – noi sappiamo che gli indoeuropei furono invasori. A questo punto, che un nucleo più piccolo, indoeuropeo, si stabilisse sopra una popolazione nella maggior parte d’origine non indoeuropea, non è affatto impossibile. Il tema ci porterebbe lontano, e qui basti solo accennarne.

Ai poster l’ardua sentenza …

 

 

[1] Citazione aggiunta dal curatore, perché dà quel senso d’intimità come d’una chiesa medioevale la notte, con poca gente, insieme al senso di proiettarsi nel futuro basandosi, però, sul passato, come una via che continui [Andrea A. Ianniello].

[2] Come notò E. Canetti, in Massa e potere – in specie sulla relazione fra “massa e storia” -:

“Tra i simboli di massa delle nazioni, il mare è caratteristico sia degli Inglesi (che si ritrovano a navigare spesso in condizioni tempestose) e degli Olandesi (che lottano per strappare le loro terre al mare); la foresta che rappresenta l’esercito è il simbolo dei Tedeschi; la rivoluzione è il simbolo dei Francesi; la montagna è il simbolo degli Svizzeri; il torero (che rappresenta la lotta contro la paura mentre affronta animali feroci) è il simbolo degli Spagnoli; l’esodo è il simbolo che può rappresentare il popolo ebraico nel corso della storia; gli Italiani, invece, hanno cercato di fare di Roma il loro simbolo nazionale senza però ottenere il risultato sperato”, passo da Massa e potere tratto da: https://it.wikipedia.org/wiki/Massa_e_potere. Il risultato non poteva venire, in quanto “Roma” – come “idea” – e il “concetto” di “nazione” non sono complementari.

Chi non capisce questo, ha equivocato l’ essenza della romanità, anche in senso “metafisico”, per tornare a Casalino [Ndc].

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