Warning: trim() expects parameter 1 to be string, array given in /web/htdocs/www.altaterradilavoro.com/home/wp-content/plugins/the-events-calendar/src/Tribe/Main.php on line 2397
CARLO VII E IL REGNO INSPERATO – Alta Terra di Lavoro

Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

CARLO VII E IL REGNO INSPERATO

Posted by on Nov 21, 2017

CARLO VII E IL REGNO INSPERATO

Rampollo di una Farnese, nipote di una Medici, Carlo, figlio di secondo letto di Filippo V di Spagna, aveva quarti sufficienti (come si dice tanto in araldica come nei pedegree degli animali di razza) per definirsi italiano. Così, all’incirca, si esprimono gli storici nostri contemporanei che si sono interessati dei Borbone di Napoli e di Sicilia, l’ultima dinastia a capo dell’ormai scomparso Regno del Sud, per dire che, “finalmente” si apriva una prospettiva “nazionale”.

Fra i tanti italiani sparsi nelle corti d’Europa, ce ne fu uno, proprio a Madrid che, nella generale decadenza dei regni cattolici, riuscì a riportare la Spagna, anche se ancora per poco, alle antiche glorie: Giulio Alberoni, piacentino che, dalla protezione della piccola corte dei Farnese che gli avevan permesso di studiare, giunse ad essere primo ministro di Filippo V. Questo sacerdote mitissimo e geniale, che da umilissime origini salì, poi, fino alla porpora cardinalizia, rimasto sempre fedele e grato ai suoi benefattori, quando il suo sovrano restò vedovo e volle risposarsi, fece in modo che la scelta cadesse su Elisabetta, unica erede del Ducato di Parma e Piacenza.

Elisabetta, che lo stesso Alberoni, con ammirazione, diceva «consumata nelle arti più fini del regnare» e «scaltra come una zingara», occupato, con un carattere incredibile in una provinciale, fra i mille intrighi delle cortigiane, il posto che le competeva, non ebbe che una volontà: assicurare un trono ai suoi figli, meno fortunati di quelli di primo letto diFilippo V. Ci riuscì: a Filippo toccò il ducato del nonno e a Carlo, il primogenito, i due regni di Napoli e di Sicilia.

Nell’«una e nell’altra Sicilia», per questioni di successione, ai viceré spagnoli, nel 1707, erano subentrati quelli austriaci di Carlo VI, che quattro anni dopo doveva diventare imperatore. Di fatto, i diritti di questo Asburgo “cugino” dei Borbone di Spagna non erano troppo chiari, tanto che, come al solito, la questione era stata risolta schierando un esercito in campo, ed essendo questo molto più appariscente di quello spagnolo, la questione era stata risolta “in famiglia” passandosi le consegne con pochi morti, qualche rancore e un trattato di pace.

Elisabetta, facendo inserire, con fortuna, la Spagna nelle beghe fra austriaci e polacchi, in un primo tempo, riuscì a far riconoscere nei trattati il diritto di Carlo a un principato italiano e, al momento opportuno, tutti quelli dei Farnese su Parma e Piacenza (e, per soprammercato, l’eredità, qualora mancassero discendenti ai Medici, del Granducato di Toscana). Ma fece ancora di più: profittando che l’Austria era impegnata in guerra con la Polonia, armò un bell’esercito per il figlio diciassettenne e lo mandò a conquistarsi il Regno del Sud. Era il 1734.

Carlo entrò a Napoli il 10 maggio, portato in trionfo dalla folla, giacché i napoletani, con quel ragazzo mezzo italiano e mezzo spagnolo si ritrovavano con un re tutto per loro. Gli austriaci, anche per non perdere la faccia, mentre Carlo già s’era insediato a palazzo reale, chiesero di giocare un’ultima partita.

Il 15 maggio i due eserciti si incontrarono alle porte di Bitonto e, dopo un lungo cerimoniale, si decisero a darsi battaglia. Un solo giorno e poi stravinsero quelli più numerosi, cioè i soldati di Carlo. Guerre d’altri tempi: con l’onore delle armi, gli austriaci fecero fagotto e all’esercito umiliato fu permesso di portarsi via finanche le casse delle paghe e tutte le salmerie. Per rappacificarsi con l’imperatore, Filippo V gli cedette i diritti sul ducato farnese e sulla Toscana.

Carlo, «accussì giovine», «nu figll’e mammà», aveva tutti i requisiti per piacere ai nuovi sudditi che infatti lo amarono molto e ne piansero la partenza quando, venticinque anni dopo, ritornò in Spagna a prenderne la corona. Giovanissimo dunque, e devotissimo alla madre che aveva dimostrato per lui, come dicono gli storici, «uno sconfinato amore», lasciò interamente alla sua famiglia gli affari esterni del regno, comprese le laboriose trattative per rimettere a posto le faccende con l’Austria.

Furono i suoi genitori ad inviargli il precettore che aveva da bambino, il conte di Santo Stefano, a fargli da consigliere, e dai suoi genitori si fece guidare docilmente in ogni cosa del governo. A loro toccò anche trovargli una sposa e la scelta cadde sulla figlia del Re di Polonia, Maria Amalia di Sassonia, che aveva appena tredici anni.

Forse mai un matrimonio “combinato” fu più riuscito di quello. Innamorati l’uno dell’altro fin dal primo momento, Carlo e Maria Amalia condussero sempre, con i loro dieci figli, cinque femmine seguite da cinque maschi, una vita strettamente legata ai ritmi familiari. Quando nacque il primo dei maschi, chiamato Filippo come il nonno, (e rivelatosi poi, purtroppo, minorato di mente) i napoletani fecero feste grandiose: la discendenza e il Regno erano assicurati.

La coppia reale però non amava le feste in casa. Carlo e Maria Amalia vollero essere, e ci riuscirono, una famiglia esemplare per tutti i loro sudditi che beneficavano in tutti i modi. Il fasto un po’ tronfio dei viceré, i balli di gala, i banchetti, le mene di corte come in altre corti, non avevano posto nel palazzo che Carlo aveva restaurato, come è oggi, quasi dalle fondamenta, fornendolo di un piccolo teatro dove si davano concerti e commedie ritenuti più nobili ed edificanti. Buona parte dell’anno, la famiglia reale al completo, la passava allestendo un grande presepio, padre madre, bambine e bambini cucendo vestiti per le statuine e inventando scenari ed artifizi che lo facessero sembrare il più naturale possibile.

Fu alla corte di Carlo che nacque, di fatto, il presepio napoletano e fu la passione della famiglia reale a dare impulso alla fabbrica di ceramiche di Capodimonte, che in breve tempo si mise in gara con le più belle e famose maioliche di Francia e d’Europa.

Ma un re che oggi direbbero bacchettone (che, fra l’altro, aveva una grande passione per la caccia e cominciò a creare, con buona pace degli “ambientalisti”, le meravigliose riserve naturali che circondano Napoli, gli Astroni, Carditello, Capodimonte e il Lago d’Averno), non si limitava alle gioie della vita familiare e, come grande era d’animo, aveva grandi progetti e gusto per la bellezza, l’arte, le scienze, la magnificenza, tutte devolute a quel suo magnifico regno che considerava abitato dalla più intelligente e buona gente del mondo.

A Napoli portò tutti i beni della sua famiglia materna, le favolose collezioni d’arte che i Farnese, famosi per il loro mecenatismo, avevano raccolto fin da quando erano duchi di Castro. Con quelle cominciò a costituire quel Museo Borbonico che ancora oggi, pur rapinato dai francesi e cambiato irrispettosamente di nome, è ancora uno dei più belli e ricchi del mondo.

Sempre a sue spese, iniziati gli scavi di Ercolano, dopo il fortuito ritrovamento della città sepolta insieme a Pompei, comprese subito quale ricchezza quei reperti potessero costituire per l’arte e per la scienza, Carlo fondò l’Accademia Ercolanense, il primo istituto d’archeologia d’Europa in quello che, oggi, costituisce il primo, più importante e più visitato sito archeologico del mondo intero. La Biblioteca da lui voluta ed iniziata, negli anni successivi non avrebbe fatto rimpiangere quella creata dagli Aragonesi.

Se il bello e il buono vanno sempre insieme, Carlo di Borbone creò la più grande struttura caritativa che mai fosse stata concepita: il Reale Albergo dei Poveri che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto ospitare tutti i diseredati del regno per assisterli, curarli e, se possibile, dargli un mestiere. L’architetto pontificio Ferdinando Fuga, già famoso per la facciata di Santa Maria Maggiore, fu chiamato a progettare quella che, al tempo, fu la più estesa costruzione mai fatta e rimane ancor oggi uno dei più grandi edifici del mondo (naturalmente, mezzo diroccato).

Dall’Albergo dei poveri furono ospitati migliaia di uomini e donne, vecchi e giovani che, anche se oggi può apparire “paternalistico” e senza patente di “solidarietà”, il Re considerava suoi figli più sfortunati a cui provvedere perché avessero la loro razione di felicità. Non sarà ozioso far notare che anche questo progetto grandioso non costò nulla ai sudditi giacché il sovrano ne sborsò il prezzo di tasca sua. In seguito, il «Reale Albergo» continuò a vivere coi lasciti dei napoletani e dei regnicoli.

Un’ordinanza imponeva ai notai di raccomandare a chiunque facesse testamento, se volesse lasciare qualcosa per quest’impresa colossale di carità.
Altrettanto non sarà ozioso far notare che l’Albergo dei poveri precedette la costruzione della reggia di Caserta. Se ne potrebbe concludere, se vogliamo, che forse, nell’animo di chi governava (e comunque in quello di Carlo di Borbone), a quel tempo c’era un’altra graduatoria nella cosiddetta “scala dei valori”.

La Reggia di Caserta, appunto. Michelangelo Schipa, lo storico famoso per i suoi studi sul Settecento borbonico, alla fine della sua carriera, dopo aver elogiato quel periodo e soprattutto ciò che poi compì Ferdinando IV, si rammaricava di non aver apprezzato nella giusta misura l’opera restauratrice e riformatrice di Carlo VII. E difatti, scrivendo di lui sulla “Treccani”, tutt’oggi “summa” venerata del sapere italiano, se n’esce con uno dei più bislacchi giudizi fra i tanti sparsi in quest’enciclopedia.

Dopo una serie d’altri elogi, Schipa scrive: «Il nuovo trono accrebbe in misura straordinaria non solo l’importanza internazionale della personalità di C., ma altresì la fama delle sue virtù: parsimonia, religiosità, equilibrio di spirito, puntualità, purezza di costume, amore per la magnificenza delle arti».
E, più oltre: «Irreprensibili, peraltro, le sue qualità personali. Come sovrano amò i suoi popoli e ne cercò il bene, ma (e qui viene il bello: nota dell ‘autore) non si elevò al di sopra della mediocrità».
E che diavolo avrebbe dovuto fare? camminare sull’acqua?

Non è finita: come se non bastasse, la voce «Carlo di Borbone» dell’Enciclopedia italiana, chiude così: «…la sua gloria come re di Napoli rifulse maggiormente perché lo precedette il lunghissimo periodo di dominazione straniera e gli tenne dietro, salvo il periodo delle riforme, una monarchia vituperata per la sua ferocia reazionaria, per il suo oscurantismo e per la sua natura plebea». D’accordo, tanto più il “regime” (s’era nel 1931, Anno IX E.F.) non poteva concedere “debolezze” verso i Borboni e un accademico in carriera ne doveva tener conto. Ma almeno la logica…

 

fonte

la storia che non si racconta

carlo

 

 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: