Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Storia della spedizione dell’ eminentissimo Cardinale D. Fabrizio Ruffo di Lucia Di Rubbio

Posted by on Feb 19, 2019

Storia della spedizione dell’ eminentissimo Cardinale D. Fabrizio Ruffo di Lucia Di Rubbio

Diario di guerra.

IL succitato libro è un vivido resoconto di una guerra santa, vinta all’ insegna della Fede e della Croce. 

Laddove non poté un esercito straniero, crudele, avido e ateo, riuscì un’ insegna bianca, e un motto: “In hoc signo vinces”; a capo, un geniale, coraggioso, visionario Cardinale, comandante di un esercito raccogliticcio, ed eterogeneo; ma fervente in amore per il proprio sovrano, la propria religione, la propria terra e identità. 

L’ esercito in oggetto, aveva un nome: “Esercito Sanfedista”, e due Patroni, uno più grande dell’ altro: Gesù e Sant’Antonio di Padova. 

Con premesse così, il risultato non poteva che essere uno: la vittoria!

I fatti narrati, a cui la storiografia ufficiale, non dà i reali meriti (così da proseguire la sua mendace, secolare narrazione), riguardano l’ eroica stagione, datata 13 Giugno 1799.

Il reporter di guerra Petromasi 

Ma chi è il narratore, e a che titolo parla?

Domenico Petromasi, medico siciliano, dalle indubbie capacità umane e professionali, ampiamente riconosciute dai dotti del suo tempo. Personaggio di notevole caratura, lasciò un’ impronta nella storia della sua città. Una figura interessante, che meriterebbe più lustro di quanto ne abbia. 

Aveva 33 anni, e si trovava a Messina a motivo della sua professione di medico. Erano i primi mesi del 1799, e il destino lo sospinse a risollevare le sorti del regno, insieme al Cardinale Ruffo e la sua Armata Sanfedista; della quale ne divenne il cronicista fedele, come un inviato di guerra ante litteram.  

L’ odio che provava per gli invasori, che il 20 gennaio 1799 ad Augusta avevano compiuto un massacro, l’ amata capitale Napoli invasa dalle truppe rivoluzionarie francesi, lo determinarono a gettar via il camice di medico, e indossare i panni di Commissario di guerra per le operazioni logistiche. Il suo amor patrio, il coraggio, e l’innata intraprendenza, gli tornarono utili nell’espletamento delle attività logistiche affidate. Inoltre, le sue preziosissime capacità di medico, diventarono determinanti, nel contribuire a portare alla vittoria un’ impresa che pareva impossibile. 

“L’ itinerario” opera letteraria e geografica di Antonino Cimbalo, funse da “scheletratura” per la ricostruzione accurata dei luoghi citati nei quaderni di guerra del Petromasi. 

Alla riconquista del Regno perduto.

1799: una stagione memorabile, affollata di personaggi indimenticabili. 

Un esercito che ingrossava le file, partendo dai feudi calabresi del Cardinale Ruffo. 

Creato e comandato da quest’ultimo, lo aveva posto agli ordini del Re.

1799- 800

Nazione: Regno di Napoli 

Esercito Corpo d’ Armata

Comandanti: 1° Re Ferdinando IV

2° Fabrizio Ruffo 

Generale e Vicario del Regno: Dionigi Ruffo (fratello del Cardinale) Duca di Bagnara 

Capitano e Comandante 1° Colonna: Abate Giuseppe Pronio detto: “Gran Diavolo”

Capitano Generale e Comandante 2° Colonna: Michele Arcangelo Pezza detto: “Fra’ Diavolo”

Composto da 25.000 unità così suddivise: Fanteria, Cavalleria, Artiglieria, Amministrazione militare, Sanità militare.

Soprannome: Esercito Sanfedista 

Patroni: Gesù e Sant’Antonio 

Colore: Bianco

Marcia: Canto Sanfedista 

Motto: ” In hoc signo vinces”

Battaglie: 2° Coalizione francese

Riconquista del regno

Assedio di Modugno

Reparti: 16° Formazione a “Massa”

7° Formazione “Mista”

16° Formazione “Militare”

13 Giugno l’ attacco.

Il 13 giugno festa di Sant’ Antonio di Padova a cui Ruffo pose la sua Armata supplicandone la protezione. 

Il Prelato puntò su Portici, da cui diresse l’attacco per liberare Napoli.

Eroici Lazzari al grido di “Viva il Re” si misero a caccia di giacobini.

“Così mercé il coraggio, e valore dell’Armata Cristiana, delle savie disposizioni di Sua Eminenza, e soprattutto della virtù della Croce per parte del Cielo, superata videsi ogni forza dei Giacobini, sicché vittoriosi all’ intutto rimasero i crocesegnati”.

Un destino irriconoscente

Portata a termine la mirabile missione, due anni dopo, 1801 Petromasi redasse il suo diario di guerra. Già nel 1805 dell’ opera cronicistica si perse la memoria, e un destino irriconoscente, immerse nell’ oblio questo carismatico personaggio, insieme alla sua opera. Del Petromasi si persero le tracce.

Un cronista di parte, certamente, ma sostanzialmente onesto; perciò questo documento è di eccezionale valore 

storico.

Un sentito ringraziamento va all’ Associazione  Identitaria Alta Terra di Lavoro e al Presidente Claudio Saltarelli che investendo risorse in questo pregevole progetto di ristampa anastatica ha consentito a chi volesse leggere questo libro (che consiglio vivamente), di ripercorrere le eroiche gesta della miracolosa impresa di guerra datata 1799; come se, insieme al Petromasi e all’ Armata Crocesignata, ci fossero anche i lettori, in presa diretta. 

Lucia Di Rubbio

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Giulio Verne e il romanzo sulla Vandea che l’editore rifiutò

Posted by on Feb 17, 2019

Giulio Verne e il romanzo sulla Vandea che l’editore rifiutò

Nel 1863, Verne pubblicò a puntate su una rivista parigina un romanzo di guerra. Quando, da lì a poco, divenne celebre, volle raccogliere quelle puntate in volume. Ma l’editore rifiutò. Perché? Perché Verne aveva ambientato quel suo lavoro nella guerra di Vandea e, per giunta, aveva tifato per i vandeani. Cioè per i cattolici, invisi alla Francia che si sentiva figlia della Rivoluzione.

Dire Giulio Verne è dire uno dei romanzieri “classici” più saccheggiato dal cinema. Sono poche, infatti, le sue opere che non hanno avuto un adattamento cinematografico. Alcuni film tratti da suoi libri, anzi, sono stati pure premiati con l’Oscar. Si pensi a Il giro del mondo in 80 giorni del 1956 con David Niven e Shirley MacLaine o a Ventimila leghe sotto i mari del 1954 con Kirk Douglas e James Mason.

Il francese Jules Verne è stato, con l’italiano Emilio Salgari, l’autore di avventure più letto dai ragazzi fino, almeno, alla mia generazione. Alcuni lo considerano, non a torto, l’inventore della fantascienza. Desta perciò qualche meraviglia apprendere che, nel 1863, Verne pubblicò a puntate su una rivista parigina un romanzo di guerra. Quando, da lì a poco, divenne celebre, volle raccogliere quelle puntate in volume. Ma l’editore rifiutò. Perché? Perché Verne aveva ambientato quel suo lavoro nella guerra di Vandea e, per giunta, aveva tifato apertamente per i vandeani. Verne era bretone e la «Vandea militare» aveva avuto in Bretagna uno dei suoi epicentri. Dunque, era cresciuto con nelle orecchie i racconti degli anziani, i cui padri avevano versato il sangue per Dio e per il Re nell’Armée Catholique.

Ma la Francia in cui viveva era figlia della Rivoluzione, dei giacobini e della ghigliottina. Perciò, non si poteva parlar bene degli insorgenti vandeani. Il romanzo di Verne fu pubblicato in Italia dopo molti anni; in Francia vide la luce solo alla fine del XX secolo. Ora lo ripubblica Solfanelli, con una prefazione di Gianandrea de Antonellis: Il conte di Chanteleine (pp. 128, € 12). «Un tempo, prima della Rivoluzione, i preti erano in grande venerazione in tutta la Bretagna; essi non erano incorsi negli eccessi né in quegli abusi di potere che caratterizzarono il clero delle altre province più “culturalmente avanzate”». Poi arrivarono i preti «giurati» e il popolo li rifiutò, preferendo assistere alle funzioni clandestine dei «refrattari» (cioè i sacerdoti che avevano rigettato la Costituzione civile del clero di matrice rivoluzionaria).

Dice il protagonista: «Io ho visto da vicino questi ministri del cielo! Io li ho visti benedire ed assolvere un esercito intero inginocchiato prima della battaglia! (…) io li ho visti poi gettarsi nella mischia con il crocifisso in mano, soccorrere, consolare, assolvere i feriti fin sotto il fuoco dei cannoni repubblicani». E quando arrivarono i preti «costituzionali» il popolo si indignò: «Ci fu lotta e battaglia in più di un luogo; i contadini scacciarono i preti giurati e parecchie prese di possesso di parrocchie furono bagnate dal sangue».

Venne la «legge dei sospetti» del 1793 che così recitava: «Sono reputati sospetti: 1) coloro che sia con la condotta sia con le loro relazioni, con parole o con scritti, si mostrarono partigiani della tirannia, del federalismo e nemici della libertà; 2) coloro che non potranno giustificare il loro modo di esistere e l’acquisto dei loro diritti civici; 3) coloro a cui furono rifiutati certificati di civismo; 4) i funzionari pubblici sospesi o destituiti dalle loro funzioni; 5) coloro fra gli ex nobili, tutt’insieme mariti, mogli, padri, madri, figli o figlie, fratelli e sorelle, e agenti di emigrati, che non manifestarono costantemente il loro attaccamento alla rivoluzione». Insomma, tutti.

La goccia che fece traboccare il vaso fu l’introduzione della leva obbligatoria che, togliendo le migliori braccia al lavoro dei campi, avrebbe affamato il popolo di una civiltà contadina. I nobili fecero il loro dovere, assumendosi la guida degli insorti. Molti rimasero sul campo: il generale vandeano d’Elbée, malato, fu fucilato sulla sua poltrona; a Henri de la Rochejaquelein, ventunenne, fu fatale la misericordia: sorpresi due bleus isolati, ne chiese la resa facendo loro grazia della vita, ma uno di quelli gli sparò in fronte. E fu il primo genocidio, scientifico e pianificato, della storia. Verne lo sapeva: «Durante quel tempo i più sanguinari agenti del Comitato furono inviati nelle province. Carrier a Nantes, dopo l’8 ottobre, immaginò quei  mezzi che chiamava “deportazioni verticali” e il 22 gennaio inaugurò i battelli da affondare nella Loira carichi di prigionieri dell’esercito della Vandea».

Rino Camilleri

fonte http://lanuovabq.it/it/giulio-verne-e-il-romanzo-sulla-vandea-che-leditore-rifiuto

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IL PRINCIPE DI CANOSA UN ESEMPIO DI ONESTÀ PER LA DILAGANTE CORRUZIONE NELL’ATTUALE VITA PUBBLICA: ERA RICCO MA È MORTO POVERO.

Posted by on Feb 11, 2019

IL PRINCIPE DI CANOSA UN ESEMPIO DI ONESTÀ PER LA DILAGANTE CORRUZIONE NELL’ATTUALE VITA PUBBLICA: ERA RICCO MA È MORTO POVERO.

Sommario: 1. – La vita e l’attività pubblicistica. 2. – Condannato dai rivoluzionari repubblicani e dal tribunale del Re. 3. – La “leggenda nera”. 4. – La complessa personalità costellata da eminenti doti. 5. – Riflessioni conclusive.

1. – La vita e l’attività pubblicistica. – Antonio Luigi Capece Minutolo, Principe di Canosa, nasce a Napoli il 5 marzo 1768(1), terzogenito dei coniugi don Fabrizio e donna Rosalia de Sangro dei Principi di San Severo (è, perciò, nipote ex matre di Raimondo, grande genio del settecento); dalla sua fede di battesimo conservata nell’Archivio di Stato di Napoli apprendiamo anche il nome della “mammana” (ostetrica): Antonia Ferrara.

Appartiene ad una antica famiglia con signoria sul feudo di Canosa ed era ascritta al primo dei Sedili di Napoli, quello di Capuana.

Nel Duomo di Napoli fa bella mostra la cappella dei Capece Minutolo, ricordata anche da Boccaccio nella novella di Andreuccio da Perugia, dove i ritratti di tredici viceré, due cardinali e una schiera di guerrieri denotano la nobiltà e onorabilità della stirpe.

Compie i suoi studi nel collegio Nazzareno di Roma, sotto la guida dei Gesuiti; successivamente viene avviato alla professione forense, dove si distingue nella trattazione delle cause penali. 2. – Condannato dai rivoluzionari repubblicani e dal tribunale del Re. – Il Principe di Canosa ha avuto il triste privilegio di aver subito la condanna a morte dai repubblicani rivoluzionari, perché incolpato di essere monarchico, ed

ugualmente una sonora condanna dal Tribunale del Re, allorché venne restaurata la monarchia, perché ritenuto colpevole di essersi posto contro l’autorità regale, rappresentata dal suo Vicario.

All’inizio del 1799, invero, nelle torbide giornate della repubblica napoletana, i giacobini lo condannarono a morte per aver organizzato la plebe ed armato i lazzari(2) che, in nome del Re, si opponevano allo straniero invasore ed ai cittadini suoi fiancheggiatori. “I lazzaroni, questi uomini meravigliosi scampati dall’esercito che era fuggito avanti a noi, chiusi in Napoli, sono degli eroi. Si combatte in tutte le strade, il territorio è disputato palmo a palmo, i lazzaroni sono comandati da capi intrepidi, il forte di S. Elmo li fulmina, la terribile baionetta li atterra, essi ripiegano, in ordine, tornando alla carica”(3).

Fortunosamente scampato alla pena capitale, ebbe a subire dolorose traversie con il ritorno di re Ferdinando IV a Napoli e la restaurazione della monarchia: uscito dal carcere repubblicano l’11 luglio 1799, a seguito della capitolazione dei rivoluzionari asserragliati nel castello di Sant’Elmo, il 1° agosto successivo venne rinchiuso nelle regie carceri.

A suo carico pesava, infatti, la contestazione del potere del “Vicario” (Francesco Pignatelli di Strongoli), lasciato come alter ego dal re quando con la corte si era trasferito in Sicilia. Si sosteneva, in proposito, che, secondo antica tradizione, in assenza del sovrano, la potestà di governare la Nazione spettasse ai “Cavalieri della Città” ed ai componenti della “Deputazione straordinaria per il buon governo e per l’interna tranquillità”, che rappresentavano la città di Napoli(4); il Vicario, al più, avrebbe dovuto agire d’intesa con i “sedili”.

In questa situazione erano inevitabili dissidi ed incertezze nel governo della città, per cui lo stesso Vicario decise di rifugiarsi in Sicilia. Peraltro, una volta restaurata la monarchia e ritornato il Re nei suoi poteri, il Canosa venne nuovamente portato in carcere e sottoposto a giudizio per il suo comportamento nei riguardi del Vicario.

Il Presidente del Tribunale della Giunta di Stato, Vincenzo Speciale, che il Canosa definisce “pazzamente feroce”, chiede per lui la somma condanna, ma il Re, sollecitato dalle famiglie dei Cavalieri della Città, decise di affidare il giudizio finale anche alla Giunta del buon Governo, presieduta dal Principe di Cassaro, persona molto equilibrata. Lo stesso Canosa così racconta la vicenda: “i membri della Giunta di Stato furono scissi tra loro nella decisione della causa. La scissura toccò tanto gli estremi, che mentre uno votò per la morte, votarono due affinché venisse fatta relazione al Monarca intorno ai meriti che contratto avea colla buona causa il supposto reo. Tra le tante sentenze strampalate si cavò quasi come media proporzionale, tra chiassi ripetuti e cachinni la condanna di cinque anni di castello”. Precisamente, alla più mite condanna si giunse per l’assoluzione dalla reità di Stato e cioè dall’accusa di aver promosso l’instaurazione di una “repubblica aristocratica”, e per il riconoscimento solo dell’insubordinazione al Vicario(5).

Tuttavia, nel 1801, a seguito del Trattato di Firenze con cui Napoleone aveva imposto una generale amnistia per i giacobini condannati, anche il Canosa, che certamente non rientrava tra costoro, riacquista la libertà.

I repubblicani rivoluzionari, dunque, lo avevano condannato perché “monarchico” ed il Tribunale del re lo condannava perché incolpato di aver voluto instaurare una sorta di repubblica aristocratica: “monarchia” e “aristocrazia”, come rileva Benedetto Croce(6), sono proprio “i due elementi che egli bensì componeva armonicamente nella sua antiquata personalità, ma che la storia aveva scissi e messi in contrasto”.

3. – La “leggenda nera”. – Il Principe di Canosa è perseguitato da una leggenda nera che l’ha dipinto a fosche tinte in vita e continua a perseguitarlo anche dopo la morte; si è giunti ad incolparlo della strage di centinaia di migliaia di “giacobini, murattisti e carbonari”, fino ad attribuire alla sua nefasta influenza presso la Corte di Modena, il supplizio di Ciro Menotti. 4

Vincenzo Gioberti lo ritiene “uomo d’infame memoria, che, dopo commesso in Napoli ogni sorta di ribellione, trovò asilo tra le braccia dei gesuiti alle sponde del Crostole”(7).

Niccolò Tommaseo lo definisce “villano di Canosa, cacciato da Napoli e dalla Toscana come uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto”(8); “prepotente, fanatico e cieco reazionario, nemico di ognuno che aspirasse ad ordini più civili di governo”, lo considera Matteo Mazziotti(9).

Giuseppe Mazzini – dal sicuro dei suoi esili, nota S. Vitale(10) – lo raffigura “colle baionette d’intorno e il carnefice a fianco”(11).

Più astioso è il giudizio di Pietro Colletta, che, ricordando il carcere subito dopo i moti del 1821, lo taccia di essere “aristocratico per dottrina, plebeo per genio”, “diffamato per opere pessime”, “orditore sagace… di trame, ribellioni, delitti”, “cagione di mille morti, o da lui date o dall’avversa parte, per vendetta e condanne”, “doppiamente adultero, sempre ubriaco di vino e di furore”, autore di “opere inique sotto le immagini del Salvatore e dei Santi”, “tenuto malvagio nel mondo”(12).

Sono affermazioni senza alcun fondamento, di cui specialmente quelle del Colletta furono dal Canosa puntigliosamente confutate in vita nell’Epistola ovvero riflessioni critiche sulla moderna storia del reame di Napoli del generale Pietro Colletta, pubblicata a Capolago nel 1834 e recentemente ripubblicata dal Vitale in appendice al suo volume “Il Principe di Canosa”.

A sua volta, il Blanch, dopo un generico apprezzamento dell’umanità del Canosa, bolla le sue vedute politiche come “una idea esagerata che ha la forza di rendere nulle le migliori intenzioni e le virtù stesse”(13).

Più benevolo è il giudizio di B. Croce(14) che di fronte alle voci calunniose della polizia del Saliceti e alle tenaci difese dello stesso Canosa, dichiara di propendere per queste, osservando che “l’uomo era bensì un don Chisciotte(15) della reazione, ma non punto sanguinario, né malvagio e nemmeno ingeneroso”.

Pur dichiarando di non volersi discostare dalle considerazioni del Croce, il Maturi(16) ridimensiona alquanto il sostanzialmente positivo giudizio del Croce osservando che “Accanto al generoso cavaliere, v’è nel Canosa il settario capace per odio di parte delle più basse delazioni e delle più odiose quali l’inasprimento delle pene in materia di opinioni, gli atti più odiosi quali i processi napoletani del 1799 e i processi piemontesi del 1833”.

Il conte Clemente Solaro della Margarita, che pure come il Canosa è fedele al trono e devoto all’altare, non è tenero nei suoi confronti: gli riconosce che è “uomo onesto, devoto ai buoni principi”, ma aggiunge che è “incapace di maneggiare affari di Stato, specialmente nell’epoca difficile di una restaurazione. Più poteva in lui la passione che il senno; non aveva idee fisse; non perseveranza di condotta; voleva il bene non sapeva operarlo; fu tremendo coi carbonari della plebe, i più accorti delle classi sociali riuscirono a schermirsene”.

4. – La complessa personalità costellata da eminenti doti. – I negativi giudizi espressi sul Canosa sono unilaterali e mostrano di non considerare le qualità che il personaggio possedeva in grande misura, come il sommo disinteresse personale, la generosità d’animo non venata da rancori, la costanza dei sentimenti, lo spirito di indipendenza alieno da cortigianeria.

I suoi sentimenti non sono stati mai contaminati da venature di interesse economico: “Io, afferma il Canosa, ero il capo di una patrizia famiglia commoda bastantemente nel mio paese.

Abbandonai tutto sul fondato timore di perder tutto, ed in effetti tutto perdei fuor che il mio onore. Nel venire non ebbi presente giammai altro che il mio dovere, l’odio verso la rivoluzione”(17).

Il tornaconto personale non ha mai ispirato o condizionato la sua attività, per difendere i suoi ideali sacrificò la famiglia (giovane moglie, teneri figli, vecchi genitori), gli studi, la tranquillità ed i suoi averi, tra cui la libreria che aveva “carissima”(18). 6

E’ anche il caso di ricordare che, quando si avvicina il pericolo dell’invasione straniera, il Canosa si arruola volontario nell’esercito regio e recluta, a proprie spese, una cinquantina di uomini a difesa di Napoli e della monarchia.

Il disinteresse economico ha, perciò, costituito la nota dominante della sua attività, come viene dimostrato dal fatto che è morto povero; in un mondo in cui l’utile personale costituisce la direttiva principale per ogni azione, questa sola connotazione contribuisce ad elevare la figura del Canosa ed a farlo assurgere a modello da imitare, anziché a farlo sprofondare tra i soggetti da scansare.

Canosa era senza dubbio generoso, così come può aspettarsi da una persona, come lui, di alto lignaggio; sono significativi, in proposito, alcuni episodi, forse di no grande rilievo, che però aiutano a comprendere meglio la sua personalità.

Così, nel soggiorno in toscano (1816), incontrato un vecchio compagno d’armi che si trovava in difficoltà economiche, gli concede il suo aiuto versandogli mensilmente la somma di cento lire. Si tratta di Giuseppe Torelli che non era propriamente un amico del Canosa perché a Ponza (1807), dove era stato costituito un “punto d’appoggio”, una specie di “resistenza”, per la preparazione di un movimento anti francese a Napoli, aveva cercato di metterlo in cattiva luce con la stessa Regina; in seguito, scomparsa la Regina, il Torelli aveva chiesto inutilmente aiuto al Ministro Medici che lo scacciò in malo modo. In Toscana, dunque, avvicina il Principe che, ricordando che era stato “nemico della rivoluzione, e fedele alla grande Maria Carolina… due attributi che per me canonizzano il demonio”, dimentica precedenti contrasti e gli concede concreto sostegno(19).

Meritevole di essere segnalato è anche il comportamento tenuto nei confronti del generale A. Bergani, che aveva aderito al regime costituzionale ed era rimasto fedele fino all’ultimo a Gioacchino Murat: mosso a compassione dalla supplica della moglie del generale, lo giustificò davanti al Re, facendo richiamo all’osservanza dello spirito militare e alle materiali necessità di sopravvivenza, e lo fece rimettere in libertà(20). 7

In precedenza aveva mostrato la sua magnanimità graziando alcuni sicari inviati a Ponza per la sua eliminazione dal ministro di polizia del napoleonide Giuseppe Bonaparte.

Un altro elemento costante della sua attività è stata l’avversione senza indulgenza ai moti rivoluzionari che cozzavano profondamente con la sua profonda convinzione di legittimista. Contro lo spirito rivoluzionario sostiene che la lotta non può essere affidata ai poteri ordinari e molto meno al potere costituzionale: “il solo che può vincerlo è un dispotismo vigoroso ed estremamente attivo”(21).

Con apprensione rileva, quindi, al ritorno di Ferdinando IV sul trono di Napoli, che i murattiani continuano a mantenere alte cariche nell’amministrazione statale e nell’esercito, i beni confiscati al clero e alla nobiltà non vengono restituiti, la fedeltà dei sudditi non viene in alcun modo ricompensata.

Teme, perciò, che la politica, seguita dai ministri Medici e Tommasi, finisca per isolare il Re che si troverà senza la difesa dei nobili, i cui poteri sono stati annullati, e senza l’ausilio del clero la cui autorità religiosa viene scossa da una diffusa miscredenza.

In questa situazione, osserva il Canosa, le forze rivoluzionarie si faranno vive e finiranno con il prevalere.

Le pessimistiche considerazioni del Canosa vennero esposte nel lavoro “I Piffari di montagna”, pubblicato nel maggio del 1820 ed assunsero subito il significato di una negativa profezia, in quanto, nel luglio successivo, scoppiano i moti rivoluzionari che costringeranno il Re a cedere il potere, salvo poi l’intervento restauratore delle truppe austriache.

Ricordando quegli avvenimenti qualche tempo dopo, il Cav. Luigi Medici, principe di Ottaviano, mestamente osservava che “Quando non si possa (rimettersi la feudalità), come veramente ben che non si possa, qual altro principio vi si surrogherà? Qui Canosa vuole dispotismo puro, i liberali costituzione e rappresentanza. Gli uni e gli altri dicon male: ma sarebbe lunga diceria e non ho tempo. Dico di volo che nel quinquennio [1815-1820] credei di sciogliere il 8

problema; ma, disgraziatamente, due tenenti [Silvati e Morelli che insorsero a Nola, chiedendo la costituzione] mi provarono che ero un coglione, e tutto fu rovesciato. Ond’è che non ci penso più”(22).

Qui, dunque, il Canosa ha avuto ragione; lo ammette anche Croce nel suo interessante saggio sul Principe di Canosa(23).

Senza alcun tentennamento od ombra di dubbio, il Canosa, era convinto monarchico; del resto, in quanto nobile, riteneva fermamente che “ove non vi è Monarchia, non vi è nobiltà”. Dei nobili, però, ricordava le tradizioni di fedeltà e di eroismo a difesa del Re e si rammaricava che, all’epoca, essi si fossero ridotti da aristocratici feudali in accidiosi cortigiani, rinunciando alla propria funzione di comando e di giustizia(24).

Il Canosa, però, non ha assunto mai atteggiamenti di cortigianeria e quando si è presentata l’occasione, senza venir meno all’ossequio dovuto alla maestà del capo dello Stato, ha palesato la difformità delle sue opinioni, mostrando l’indipendenza del suo spirito e nello stesso tempo la rettitudine del suo comportamento.

E’ sintomatico l’episodio del comando impartitogli dalla regina Maria Carolina, con la quale peraltro esisteva una grande comunanza di vedute, e che il Canosa dichiarò di non poter eseguire, perché era contrario alle leggi.

La Regina gli osservò: “Ma le leggi non le facciamo noi? Ebbene noi la sospenderemo o revocheremo”; il Canosa, tuttavia, mantenne il suo rifiuto, dichiarando: “Signora giustissima… non tutte le leggi sono fatte dal Re. Ce ne sono talune che sono leggi di cui la sorgente si trova naturale, nella legge emanata da Dio, che è il Re dei Re. La legge alla quale si oppone il comando, per equivoco, datomi da Vostra Maestà, è appunto una legge universale, una legge di natura”.

L’episodio merita particolare attenzione. Il Canosa, monarchico perinde ac cadaver, non esegue l’ordine regale perentoriamente impartitogli, ma la Regina, che pur sovente ricorda di essere “figlia di Maria Teresa” e perciò abituata a farsi ubbidire senza discussioni, non dubitava della realtà del Principe ed ha accettato le sue spiegazioni. Personaggi di diversa levatura, in simili frangenti si sarebbero

comportati in altro modo e sarebbero stati lieti di appiattirsi sui superiori regii voleri. Rifulge, quindi, nel Canosa la profonda conoscenza del diritto, acquisita in gioventù con l’esercizio della professione forense, e la spiccata accortezza nell’assolvere, al di là di ogni condizionamento, il suo ruolo di consigliere, additando la via più corretta per l’espletamento dell’attività di governo.

Strenuo difensore dei diritti della nobiltà, si oppose alla richiesta, loro rivolta, dall’avvocato fiscale Nicola Vivenzio di prestare il servizio militare in tempo di guerra.

In proposito, rifacendosi al giasnaturalismo, sostenne con fermezza che lo Stato, alla stessa guisa dei privati, deve rispettare i contratti. Orbene, gli antichi feudi concessi o donati dal Re, comportavano l’obbligo del servizio militare; ma l’obbligo venne abolito da Alfonso I d’Aragona e da Ferdinando il Cattolico e convertito in donativi.

Per quanto concerne i feudi moderni, osserva che venivano acquisiti a condizioni venali, ma che tra queste non era contemplato l’obbligo del servizio militare.

Per conseguenza, il Re non poteva pretendere dai nobili il servizio militare perché non era compreso nel contratto; ma, sostiene il Canosa, quando la monarchia si trova in pericolo, i nobili devono accorrere in suo aiuto spontaneamente, fornendo denaro ed uomini contro le avverse minacce.

Coerente con le sue opinioni, quando il Re con la corte si ritira in Sicilia e sorge la necessità di rinforzare l’esercito regio con altre truppe, il Canosa, come abbiamo accennato sopra, si reca nei casali vicini a Napoli, solleva gli animi contro i francesi e raduna, a proprie spese, circa cinquanta reclute.

Ma non “s’indusse a chiedere rimunerazione alcuna dalla generosità del Sovrano, trovandosi molto contento d’aver servito S. M. (D. G.)”(25).

6. – Riflessioni conclusive. – Anche oggi, pur dopo le importanti ricerche di W. Maturi e di S. Vitale e gli interessanti studi di B. Croce che hanno esaminato più estesamente la vita e le opere del Canosa, permane una generale avversione nei 10

suoi confronti, avversione che richiama singoli e certamente secolari episodi per farne discendere giudizi assolutamente negativi e perentori.

In effetti, il Canosa, quale arguto polemista, nel suo discorrere era solito avvalersi di paradossi e di enfatizzazione per colorire meglio le sue argomentazioni e sminuire quelle dei suoi oppositori.

Chi, come il conte Monaldo Leopardi, lo aveva avuto vicino per affinità di idee e per familiarità di rapporti e, quindi, si trovava in posizione privilegiata per valutare i suoi intimi pensieri ed i suoi concreti atteggiamenti, aveva chiaramente affermato che “Egli è l’Argante del Re, e bisognerebbe avere l’animo di Giuda per negargli il diritto all’omaggio e alla riconoscenza di quanti combattono per la difesa della legittimità”; e più oltre sottolineava che “In sostanza, se Voltaire fu il Patriarca dell’empietà, La Fajette è stato il Patriarca della bugiarda libertà, è Canosa incontra stabilmente il Patriarca del realismo e della legittimità”(26).

Alla morte del Canosa, è ancora il Leopardi che unicamente ne tesse l’elogio funebre, con appropriate espressioni che lungi dal diffondersi in ipocriti elogi, come si è soliti in simili occasioni, suonano a monito degli indolenti: “… una vergogna dell’Italia il non aver alzato una voce d’encomio”; ed a coloro che non volessero intendere ricorda apparentemente enfatiche ma rispondenti pienamente alla realtà che “Canosa era un gran dotto, un gran politico, un vero galantuomo e un vero cristiano”(27).

Domenico LA MEDICA

(1) non il 6 marzo, come afferma N. Del Corno, in Gli “scritti sani”, Dottrina e propaganda della reazione italiana dalla Restaurazione all’Unità, Milano, Franco Angeli, 1992, 37; il 6 marzo è la data di battesimo. (2) Il termine “lazzaro” non si rinviene nella letteratura napoletana anteriormente alla rivolta di Masaniello (1647) e forse deriva dallo spagnolo lazaro , cencioso, pezzente, con cui i signori napoletanoi, che spagnoleggiavano nella lingua, indicavano la torma dei popolani seminudi, di cui si circondava quel capopopolo; proprio perché vestiti di stracci, richiamavano alla mente il Lazzaro resuscitato e quello cencioso dell’Evangelo. Di lazzari si torna a parlare nelle burrascose giornate del 1799, per la loro resistenza alle truppe di occupazione francesi e, successivamente, quando, sotto la guida del cardinale Ruffo, si distinsero per la lotta contro i “giacobini”.

In seguito con l’espressione lazzaro si intese quella categoria del sottoproletariato che non aveva alcuna occupazione e viveva accontentandosi del minimo, ma che non per questo aveva perso la sua spensieratezza; come ideali, poi, nutriva “in religione, il culto devoto e fanatico dei Santi protettori e, in primo luogo, di San Gennaro, e in politica, il culto del re” (Croce B., I “lazzari, in Aneddoti di varia letteratura, II, Napoli, 1942, 428 ss.; Benigno F., Trasformazioni discorsive e identità sociali, il caso dei lazzari, in Storica, 2005, 7 ss.).

(3) Così si esprimeva il gen. Championnet, nella sua relazione al Direttorio, come riporta Colletta P., Storia del reame di Napoli, libro III, cap. XXII.

(4) Il privilegio della Città di Napoli di rappresentare la Nazione e di assumerne il governo, in caso di assenza o di imbecillità del Sovrano, si fa risalire all’antico patto tra il Re e Nazione sul quale si fondava la Monarchia. Questo privilegio si sarebbe dovuto ritenere ancora in vigore, in quanto Carlo di Borbone con il manifesto del 1753 aveva conservato alla Nazione i suoi privilegi, ricevendone in cambio il giuramento di fedeltà e con l’atto di cessione del 5 ottobre 1759, aveva trasmesso al suo figlio Ferdinando IV l’obbligo di osservare quei privilegi.

Pertanto, quando il Re si era allontanato da Napoli, la nomina del Vicario venne ritenuta come abuso regio contro i diritti della Città.

In effetti, la monarchia borbonica aveva perso l’antica fisionomia di monarchia feudale temperata dai privilegi per assumere quella di monarchia assoluta, perciò le pretese della Città, più che dirette a restaurare un diritto esistente, erano sembrate che dessero adito alla instaurazione di una sorta di repubblica aristocratica (v. Maturi W., Il Principe di Canosa, Firenze, 1944, 16 ss.)

(5) Merita di essere ricordata la memoria scritta a difesa del suo operato, in cui è evidente lo spirito polemista che caratterizza il suo stile e la cultura giuridica rafforzata nell’esercizio della professione di avvocato (a Napoli, li chiamavano e li chiamano tuttora “paglietta”) precedentemente svolta: “Non v’ha dubbio alcuno, che la lettera di dimissione scritta al signor Vicario Generale fu di vari giorni posteriore all’anarchia accaduta. Dunque la lettera fu scritta quando il potere civile non esisteva nelle mani del Vicario generale, anzi quando, cessato assolutamente tra tutti, era veramente Civitas dissoluta, … Dunque, il generale Pignatelli, nel momento in cui fu scritta la lettera, non era più nel fatto Vicario generale. Dunque con la lettera non se gli venne a togliere se non ciò che aveva col fatto già perduto. Dunque non venendo ad avere alcun affetto di fatto, non poteva averlo neanche di diritto” (riportata da Maturi W., Op. cit., 33).

(6) B. CROCE, Uomini e cose della vecchia Italia, Bari, 1927, 242.

(7) GIOBERTI V., Gesuita moderno, Losanna, 1846, II, 325.

(8) TOMMASEO N., Dell’Italia, I, cap. VII.

(9) MAZZIOTTI M., L’esilio di Pietro Colletta in Austria, in Nuova Antologia, 1° gennaio 1916, 4.

(10) VITALE S., Il Principe di Canosa e l’Epistola contro Pietro Colletta, Napoli, s.d., 8

(11) MAZZINI G., La Giovane Italia, Roma, 1902, 99.

(12) Storia del reame di Napoli (1734 – 1825), Capolago, 1834, I, 314: II, 16ss-; la colpa dell’adulterio si spiega forse perché dopo aver sposato donna Teresa Galluccio, dei duchi di Toro, aveva avuto relazioni con altre due donne che, però, si conclusero, appena il Canosa rimase libero, con regolare matrimonio: precisamente, la seconda moglie, Anna Orsellini, figlia di un cenciaio di Pisa, gli diede tre figli (due femmine ed uno maschio); alla morte di questa (31 dicembre 1836), sposò a Pesaro Teresa Gabellini di Roma, anch’essa di umili origini, alla quale era legato da precedente relazione.

(13) Scritti storici, II, Nota: Il sistema del Principe di Canosa, Bari, 1945, 121 ss.

(14) Op., cit., 244.

(15) Simile definizione era stata data a Metternich dal poeta austriaco Grillparzer, come vicorda Bagger E., Francesco Giuseppe, Milano, 1935, 22.

(16) Op. cit., 281.

(17) Un dottore in filosofia e un uomo di Stato, dialogo del Principe di Canosa sulla politica amalgamatrice, 1832, 15 seg.

(18) V. Epistola, cit., 133; per necessità economiche, fu in seguito costretto a disfarsi dei suoi libri (v. Maturi W., Il principe, cit., 146 n. 3).

(19) MATURI W., Op. cit., 136 n. 3.

(20) MATURI W., Op. cit., 155 seg..

(21) I Piffari di montagna ossia cenno estemporaneo di un cittadino imparziale sulla congiura del principe di Canosa e sopra i Carbonari, 1820, 163.

(22) Si tratta di una lettera scritta dal Medici nel 1823, di cui dà notizia B. Croce, Uomini e cose, cit., 246. 12 P

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1799 IL “VELO DELL’OBLIO” : ERRORE O COLPA DI FERDINANDO IV?

Posted by on Feb 1, 2019

1799 IL “VELO DELL’OBLIO” : ERRORE O COLPA DI FERDINANDO IV?

     Di solito, alla fine di un conflitto, sia esso una battaglia di pochi giorni che una vera e propria guerra di più lunga durata, la storia che viene tramandata ai posteri è quella che reca l’ imprimatur del vincitore.

     Invece, nel caso della parentesi gennaio-giugno 1799, che interessò il Regno di Napoli la regola fece un’ eccezione, che comportò (e comporta tuttora) una lunga serie di diatribe e di accuse, che, a distanza di duecentoventi anni, non riescono ancora né a sopirsi né a trovare una soluzione.

     Avvenne che, sebbene Ferdinando IV avesse riacquistato il Regno ad opera del Ruffo e quindi fosse da considerare a tutti gli effetti il vincitore, diede agio ai vinti di scrivere la storia della loro breve esperienza politica come meglio loro aggradava, permettendogli così di fissare in maniera indelebile quella che sarebbe divenuta “la memoria” del 1799 ; per cui – caso quasi unico nella storia dell’umanità – i traditori della patria vennero elevati al rango di “patrioti” e coloro che erano insorti per difendere la propria patria, i propri beni, , la propria religione, la propria vita vennero considerati nemici della patria e persone non degne di essere ricordate, se non con gli epiteti più offensivi. A riprova di quest’affermazione, la Piazza dei Martiri situata in uno dei quartieri più eleganti della città di Napoli non è dedicata mica ai lazzari, ai sanfedisti o ai realisti, ma ai caduti della Repubblica Napolitana del 1799 (leone morente), ai caduti dei moti carbonari del 1820 (leone ferito dalla spada), ai caduti nei moti del 1848 (leone con lo Statuto del 1848 sotto la zampa), ai caduti dell’epopea garibaldina del 1860 (leone pronto ad attaccare la preda).

     Le motivazioni di fondo che indussero Ferdinando IV a volere che su tutta la vicenda del 1799 venisse steso il “velo dell’oblio” possono essere considerate un errore solo a posteriori. All’epoca dei fatti – come avverrà nel Risorgimento con la damnatio memoriae per le popolazioni dell’ex Regno delle Due Sicilie – Ferdinando IV aveva tutte le ragioni per ritenere che, decretando il silenzio assoluto sul triste periodo della Repubblica Napolitana, facendo distruggere finanche i verbali dei processi intentati contro i giacobini, il non parlarne avrebbe favorito pian piano un assopimento degli odi, e i fratelli che pochi giorni prima si erano trovati su posizioni opposte della barricata sarebbero ritornati a convivere pacificamente, come espressamente comandato anche durante i combattimenti sia dallo stesso re che dal suo vicario generale, cardinale Ruffo, che raccomandavano di non usare violenza contro persone notoriamente compromesse a livello politico, purché disarmate e in atteggiamento di dichiarata ed evidente non-ostilità.

     L’iniziativa, invece, fu e viene ancora strumentalizzata dagli epigoni dei repubblicani, che la imputano come colpa a Ferdinando, il quale, in questo modo avrebbe voluto eliminare in via definitiva  prove compromettenti a suo carico, o, comunque, a carico degli organi  della ripristinata monarchia, passando sotto silenzio che, comunque, i repubblicani condannati a morte ebbero un regolare processo  e dimenticando, invece, come furono trattati dai repubblicani i fratelli  Gerardo e Gennaro Baccker, i fratelli Ferdinando e Giovanni La Rossa e Natale D’Angelo, con un “supplizio crudele perché nelle ultime ore del governo, senza utilità di sicurezza ed esempio”, come ammise lo stesso Colletta  dichiaratamente non simpatizzante per i Borbone. [1]

     Nelle ore successive furono fucilate anche altre “undici persone della minuta plebe” e ci sarebbe stata una carneficina se ci fosse stato più tempo. [2]

“… Si era decretato di far morire nella notte il mio caro padre, li restanti fratelli con tutti li compagni carcerati ed sterminare ancora tutte e due le nostre intiere desolate famiglie  fino alli gatti…[3] (Parole della sorella dei Baccher, Angela Rosa, al medico napoletano Domenico Cotugno).

      Non è un mistero che i Borbone fossero più inclini al perdono che alla vendetta. E di prove ne esistono a iosa. Una per tutte il caso di Guglielmo Pepe.[4]  Né sono un mistero le condanne all’ esilio comminate agli esponenti repubblicani e più tardi ai liberali più compromessi al posto della condanna a morte o all’ ergastolo : esilio poi sfruttato dai beneficiati per infangare il nome del benefattore e per continuare a tramare per la sua scomparsa.

Castrese Lucio Schiano


[1] Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, ed. Napoli, 1970, vol. II, p. 84

[2] Domenico Ambrasi, Don Placido Baccher, Napoli, 1979, p. 37 (l’Ambrasi riporta un’affermazione del Marinelli). 

[3] Domenico Cotugno, Lettere e scritti autografi, Sezione Manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, fondo San Martino, n. 122

[4] Iscritto nella milizia della repubblica, combatté contro i sanfedisti a Portici e a Napoli. Esiliato, riparò in Francia ove entrò nella legione italiana agli ordini di Napoleone. Tornato a Napoli dopo il 1801, congiurò contro i Borbone e fu arrestato per esser poi liberato nel 1806 da Giuseppe Bonaparte. Ristabilitisi sul trono i Borbone, ottenne il comando di una divisione, ma benché spedito per reprimerli, si unì, nel 1820, ai moti carbonari. Dopo il congresso di Lubiana fu sconfitto dagli austriaci a Rieti nel 1821. Nuovo esilio. Ma, nel 1848, Ferdinando II gli affidò il comando dell’esercito spedito nel Veneto contro gli austriaci. Scoppiati a Napoli i moti del 15 maggio, essendo stato invitato dal Re a tornare a Napoli, disobbedì e fu di nuovo sconfitto dagli austriaci. (in Domenico Sacchinelli – Memorie storiche sulla vita del cardinale Fabrizio Ruffo – Edizioni Controcorrente 2004, nota 59 pag. XXXIX dell’Introduzione di Silvio Vitale) ifo

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Il martirio della famiglia Reale di Francia

Posted by on Gen 31, 2019

Il martirio della famiglia Reale di Francia

(di Cristina Siccardi) Il 21 gennaio scorso, con diverse sante Messe in Francia e non solo, si è celebrato l’anniversario della decapitazione di re Luigi XVI. Nulla può la propaganda di fronte alle pagine di Storia. La persecuzione perpetrata nei confronti dei cattolici Reali di Francia è Storia: è scritta nelle cronache, nelle memorie, nei documenti d’archivio, nelle testimonianze, nei libri.

Ciò che la famiglia reale visse sotto la Rivoluzione francese, genitrice di persecuzione e di mostruosità, appartiene a quelle vicende che nessuno può cancellare, anche se non vengono raccontate e insegnate perché nemiche di quei principi che pervadono ancora la Francia e l’Europa di oggi. Gli esponenti della Rivoluzione francese avviarono la scristianizzazione nel Continente a colpi ideologici di “libertà” e di ghigliottina. La vulgata bara, le fonti sono pietra viva.

Pietra viva come i racconti di Madame Royale, ovvero Maria Teresa Carlotta di Borbone-Francia (Versailles, 19 dicembre 1778 – Frohsdorf, 19 ottobre 1851), figlia primogenita di Luigi XVI di Borbone-Francia e di Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, duchessa d’Angoulême, delfina di Francia (per alcuni minuti nel 1830 anche Regina di Francia), contessa di Marnes in esilio. Nelle sue Memorie ella parla della prigionia della sua famiglia incarcerata nella Torre del Tempio: «[…] si aveva avuto la crudeltà di lasciar solo il mio povero fratello; barbarie inaudita; […] Abbandonare così un infelice fanciullo di otto anni […] senza altro soccorso che un cattivo campanello che egli non suonava mai, tanto aveva terrore della gente che avrebbe chiamato, preferendo mancare di tutto, che domandare la più piccola cosa ai suoi persecutori. Egli stava in un letto che non era mai stato rifatto da più di sei mesi e che egli non aveva più la forza di rifare; le pulci e le cimici lo coprivano; la biancheria e la sua persona ne erano piene. […] Le sue feci restavano nella camera, e nessuno le aveva tolte in questo periodo. La sua finestra, chiusa a catenaccio, e con sbarre, non veniva mai aperta e non si poteva restare in quella camera per l’odore infetto» (Racconto degli avvenimenti accaduti al Tempio dal 13-8-1792- alla morte del Delfino Luigi XVII, Casa Editrice Ceschina, Milano 1964, pp. 95-96). Il fratello era Luigi Carlo Borbone (Versailles, 27 marzo 1785 – Parigi, 8 giugno 1795). Dalla morte di suo padre nel 1793, fu considerato re di Francia e di Navarra con il nome di Luigi XVII dai monarchici francesi e dalle corti europee. Venne murato vivo nel Tempio in condizioni disumane, sotto il controllo degli aguzzini per oltre due anni che lo lasciarono in una cella putrida, piena di topi, di insetti e di parassiti, con poca luce di giorno e buio completo di notte. Malnutrito e malato, morì all’età di dieci anni.

La famiglia reale di Francia venne catturata nella notte del 6 ottobre 1789, quando un’orda inferocita ed avvinazzata di 20 mila persone, armate di fucili, sciabole, forche e bastoni da Parigi si diresse a Versailles, invadendo il castello. Mentre si verificavano scene orribili di violenza, con massacri, teste decapitate e portate sui picchetti come trofei, Luigi XVI e i suoi congiunti vennero trasportati a Parigi fra le urla, le minacce e le imprecazioni. La famiglia venne imprigionata nel palazzo delle Tuileries. Mentre tutti i principi e le principesse cercarono di fuggire fuori dalla capitale e dalla Francia, la sorella del Re, Elisabeth Philippine Marie-Helene de Bourbon, chiamata Madame Elisabeth, rimase al proprio posto, vicino al fratello, alla cognata, al piccolo Delfino di Francia e alla nipotina Carlotta, assolvendo la propria missione di consolatrice.

Dopo umiliazioni indicibili e sofferenze inaudite, Maria Antonietta venne decapitata il 16 ottobre

  1. La sua ultima lettera, conosciuta come Testamento (scolpito nel marmo nero e a caratteri dorati nella Chapelle expiatoire di Parigi, in piazza Luigi XVI, al 29 di rue Pasquier, nell’VIII arrondissement), fu indirizzata alla cognata Elisabetta: «È a voi, sorella mia, che scrivo per l’ultima volta; sono condannata non ad una morte infamante, perché tale è soltanto per i criminali, ma a raggiungere vostro fratello». E dopo averla pregata di essere la seconda madre dei suoi orfani, si accommiatò con queste parole: «Addio, mia buona e tenera sorella; speriamo che questa vi giunga! Pensate sempre a me; vi bacio con tutto il cuore, insieme con quei poveri e cari bambini!». La lettera non fu recapitata. Persuasa che l’irreligione e l’immoralità attirassero sul Paese i castighi di Dio, Elisabetta considerava il Sacro Cuore di Gesù come il solo rimedio per le sofferenze del popolo e la salvezza della nazione. Compose vari atti di consacrazione della Francia al Divin Cuore e fu anche molto devota al Sacro Cuore di Maria Santissima.

I persecutori dell’ordine e della Chiesa di Cristo non potevano tollerare il titolo di Rex Christianissimus di Luigi XVI, né che egli fosse stato unto con l’olio sacro nella cattedrale di Reims e lo assassinarono. Lo fecero salire sul patibolo il 21 gennaio 1793. Il corteo che lo condusse dalla Torre del Tempio alla Place de la Révolution (oggi Concorde), avanzò fra due linee di guardie armate di fucili e di picche, tra gli insulti dei sanculotti ubriachi. Il suo confessore, l’irlandese padre Edgeworth de Firmont, gli sussurrò all’orecchio: «Sire, in questo supremo oltraggio io non vedo altro che un ulteriore tratto di somiglianza fra Voi e Nostro Signore Gesù Cristo, che sarà la vostra ricompensa». Presentandosi al boia Sanson, il Re gli porse le mani e se le fece legare: «Fate ciò che volete!». Poi avanzando verso il patibolo: «Perdono gli autori della mia morte…». Allora lanciò un proclama alla piazza affollata: «Figli di Francia! Io muoio innocente! Perdono gli autori della mia morte, e chiedo a Dio che il sangue oggi versato non ricada mai sulla Francia. Quanto a voi, o popolo sfortunato…»,. Il generale Santerre, comandante della truppa schierata sulla piazza, temendo una reazione positiva della gente per il sovrano, levò la spada e ordinò di riprendere il rullio dei tamburi per coprire la voce del Re. La lama della ghigliottina cadde sul collo di Luigi XVI. Sanson prese per i capelli la sua testa gocciolante di sangue e la mostrò al popolo silenzioso.

Papa Pio VI, profondamente ferito da quella barbarie – che aveva abolito «la più prestigiosa forma di governo, quella monarchica» – parlerà di «martirio» del «cristianissimo re Luigi XVI», inflitto in odio alla religione cattolica, nell’allocuzione Quare lacrymae del 17 giugno 1793. Il Papa paragona il martirio di Luigi XVI a quello di Maria Stuarda: «Sappiamo da Sant’Agostino che “non è il supplizio che fa il martire, ma la causa”. […] Pertanto per dichiarare un vero martirio è sufficiente che il persecutore, per procurare la morte, sia mosso dall’odio contro la Fede, anche se l’occasione della morte provenisse da altri motivi, che, a causa delle circostanze, non appartengono alla fede” […] E chi mai potrebbe mettere in dubbio che quel Re fu messo a morte per odio contro la Fede e oltraggio ai dogmi del Cattolicesimo». (https://w2.vatican.va/content/pius-vi/it/documents/allocuzione-quare-lacrymae-17-giugno-1793.html).

Condotta al patibolo il 10 maggio 1794, Elisabetta, che contava 30 anni e aveva vissuto in virtù, consacrandosi in cuor suo a Dio all’età di 15, non soltanto non si coprì gli occhi di fronte alla carneficina, ma rimase sorridente e orante fino alla fine. Ad alta voce chiamò, una ad una, le vittime che venivano ghigliottinate senza pietà, invitandole ad aver fede in Dio e, se donne, le abbracciava oppure le salutava con un sorriso. Poi toccò a lei. E quando il biondo capo cadde, aggiungendo sangue su sangue, la piazza ammutolì. Nel novembre 2017 è stata introdotta la sua causa di beatificazione.

Cristina Siccardi

fonte https://www.corrispondenzaromana.it/il-martirio-della-famiglia-reale-di-francia/

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Napoleone e Talleyrand nei documenti inediti di Vienna di Alfredo Saccoccio

Posted by on Gen 30, 2019

Napoleone e Talleyrand nei documenti inediti di Vienna di Alfredo Saccoccio

   Pareva che su Talleyrand  tutto fosse stato detto, dopo l’opera monumentale del Lacour-Gayet, di cui uscì , nel 1936, il quarto ed ultimo volume. Non è così.  Gli studi, e con carattere monografico e documentario,  si susseguono e  recano sempre nuova luce su aspetti inesplorati di quella torbida personalità, in qualcuna delle sue azioni rimaste ancora  oscure.  Sotto questo riguardo, di straordinaria importanza  è il volume “Napoléon  et Talleyrand” di Emile Dard pubblicato dal Plon , che colma qualche lacuna del Lacour-Gayet, mentre il “Talleyrand”  del Saint-Aulaire  edito dal Dounot  si può riguardare come una felice ricostruzione dell’opera diplomatica  di colui che più di ogni altro contribuì ad innalzare sul trono il Primo Console.

   Che la figura morale dui Talleyrand sia bella, nessuno penserà a sostenerlo. Prete senza vocazione, vescovo senza coscienza spirituale, donnaiuolo, cupidissimo di ricchezze, opportunista fino al cinismo, mancante di dignità personale : questi suoi connotati non cambiano per la considerazione del suo spirito, della sua “politesse”, della sua uimperturbabilità. L’una e l’altra serie di qualità sono condensate nel famoso detto, ch’egli sarebbe stato capace di ricevere un calcio dietro senza un movimento dei muscoli del viso.

   Politicamente, il ministro del Direttorio e di Napoleone sembra mancare di personalità. Tanto la costituzione direttoriale,, quanto quella consolare ed imperiale, erano così congegnate, che i ministri non erano propriamente uomini di governo, ma, diremmo oggi, direttori o segretari generali : semplicemente esecutori della politica altrui.

 Di Talleyrand in particolare, lo Chateaubriand ha detto che “sottoscriveva agli avvenimenti, non li faceva”.. E un agente segreto, nel 1801, affermava, di lui, che se avesse cessato di essere lo  strumento di un trionfatore, l’uomo sarebbe apparso in tutta la sua mediocrità.

   Sta il fatto, però, che quest’uomo al Congresso di Vienna, che pure riuniva sovrani vittoriosi e pieni della propria missione, come Alessandro, e politici come Metternich, esercitò una parte di prim’ordine. Rappresentante del Paese sconfitto,, egli non solo acquistò ad esso la parità di rango, ma addirittura  una funzione direttiva. Prima ancora, era stato l’artefice principale  della restaurazione borbonica,, in un momento in cui  Luigi XVIII  era lontano dal rappresentare, agli occhi dell’universo, l’unica soluzione. E ancora nel 183°, già prossimo agli ottanta anni, egli è uno dei pilastri della nuova monarchia tricolore : ambasciatore a Londra, in comunicazione diretta e costante con Luigi Filippo, festeggiato ed esaltato dalla società londinesew, realizza l’ “entente cordiale” con l’Inghilterra e la costituzione del Belgio indipendente. Tutto ciò non è da uomo di secondo o terz’ordine.

       Il ministro delle mance

   Diremo, dunque, che Talleyrand si è maturato alla scuola di Napoleone ? Sarebbe un’assurdità. Le sue qualità maestre, lo spirito della sua polòitica sono agli antipodi dello spirito napoleonico. Se l’ex-ministro dell’Imperatore duiviene, nel 1814, uno dei protagonisti della politica europea, ciò è divuto al fatto che l’Europa, dopo un ventennio di rivoluzioni, di guerre, di agitazioni illòimitate, sentiva il bisogno di un ritorno all’ordine, all’equilibrio, alla ragione, alle tradizioni del secolo XVIII. Queste tradizioni Talleyrand le impersonava superiormente, con in più le esperienze dell’agitatissimo periodo intermedio.

   Talleyrand è, in certa midsura, l’ “ancien régime” che ritorna, na un “ancien régime” raffinato, addolcito, adattato ai tempi; un “ancuien régime che ha letto Montesqueu e subìto l’influsso di Voltaire; un “ancien régime” con la Carta, l’uguaglianza davanti la legge, la libertà dei culti. Non è un caso  che, sotto i Borboni restaurati, Talleyrand passi ben presto nello sfondo della scena politica e torni ad emergere solo con la monarchi orleanista, Dell’assunzione al trono di Luigi Filippo egli fu uno dei fautori.. E ancora una volta era una parziale rivincita del Settecento  sull’Ottocento . la rivoluzione si piegava all’ordine. Invece della democrazia trionfava il “giusto mezzo”. L’ideale cui ci si ispirava non era la Francia repubblicana e rivoluzionaria, msa l?Inghilterra monarchico-costituzionale, a cui già Montesqueu e Voltaire avevano guuardato  come a maestra.

   Come mai uno spirito simile rimase, per quasi un decennio, a fianco del Bonaparte, che ne rappresentava l’antitesi ? La risposta comune è sbrigativa : Talleyrand era un opportunista, che pensava soprattutto alla sua posizione mondana e a far quattrini. Il servizio  di Napoleone lo provvedeva benissimo sotto l’uno e l’altro aspetto e ciò gli bastava. Il Lacour.

-Gayet ci fa, di tanto in tanto, l’elenco degli onori piovuti sull’ex-vescovo di Autun e il computo dei milioni da lui guadagnati con la rendita delle sue cariche, con i giuochi di borsa, con le “mance” sontuose dei sovrani stranieri.

   Tutto questo è vero, ma non è tutto il vero. Intanto, se Napoleone lo tenne a lungo e lo apprezzò altamente (parliamo di apprezzamento intellettuale), se il suo giudizio sula capacità di lui non  variò neppure a Sant’Elena, vuol dire che in questo spirito così diverso dal suo aveva trovato una sorta di completamento. La moderazione del ministro  serviva, presso i sovrani e i diplomatici stranieri, a rivestire di formule plausibili  la smoderatezza del Cesare, le cui pretese assumevano, per l’abilità di Talleyrand, parvenza di ragione. La diplomazia del Talleyrand  era la forma  razionale di una politica sostanzialmente irrazionale .

               Ritiro o congedo

   Ma quel che più conta è che , ad un cero punto, Napoleone e Talleyrand  si divisero. I motivi del distacco non sono raccontati  in maniera uguale dall’uno e dall’altro : quel che per il ministro è ritiro, per l’imperatore è congedo. Un fatto, però, è fuori di ogni dubbio : fin dal 1808, Talleyrand consuma intimamente il divorzio  dalla politica napoleonica.  Al Congresso di Erfurt (24 settembre –  14 ottobre 1808) egli prende una posizione nettamente antinapoleonica. Si può parlare di tradimento vero e proprio ? E’ dubbio.  La maggioranza degli storici francesi, ostinatissimi a  trovare scuse e attenuanti petr Talleyrand, lo esclude.  E fose non hanno torto. Ad Erfurt si poteva ancora scorgere nel dualismo fra Napoleone e il suo ministro un contrasto di concezioni. Si sa che il dissenso aveva origini remote. Risale alla rottura della pace di Amiens, cui seguì la ripresa della guerra continentale, giudicata dal Talleyrand un gravissimo erroire.  “Talleyrand è disperato, si legge  in un rapporto segreto del Lucchesini, del 14 settembre 1805, e se potesse evitare la guerra riguarderebbe questa circostanza come la maggior gloria del suo ministero”.

   Comunque sia, al Congresso di Erfurt inizia una vera e propria  politica personale… La dsua formula è questa : la Francia prima di Napoleone.

   Ad Erfurt Napoleone cercava soprattutto due cose : l’assicurazione dello zar Alessandri che l’Austria sarebbe stata tenuta a bada durante la campagna di Spagna e la mano della sorella maggiore dello zar stesso,,, la granduchessa Caterina. Questo l’incarico affidato a Talleyrand. Non se ne fece nulla. Assecondato da Caulaincourt, che sembra essere stato il suo zimbello più ancora che il suo complice., Talleyrand mandò all’aria entrambi i disegni.  Alessandro non prese nessun impegno e la granduchessa Caterina  si fidanzò, un mese dopo,, con il principe Oldenburg.

   Come sempre, l’azione di Talleyrand fu abilissima, tanto è vero che Napoleone non sospettò mai del tradimento di Erfurt. Nel dicembre del 1812, nella slitta di Smorgoni, alla presenza di Caulancourt, egli attribuiva alle chiacchiere inconsiderate del maresciallo Lannes le resistenze opposte ad Erfurt dall’imperatore della Russia così alle sue blandizie come alle sue minacce. Calaincourt dovette esserne ben sorpreso.

   Nell’atteggiamento di Talleyrand ad Erfurt non c’era nulla di improvvisato. Prima di partire per il Congresso, Talleyrand aveva avuto dei lunghi colloqui con Metternich, ambasciatore d’Austria a Parigi. Sulla natura di queste relazioni gettano molta luce i dispacci riservati e cifrati che il Metternich inviava da Parigi all’imperatore Francesco II e al suo ministro degli Esteroim Stadion,, nei quali dava precisi  ragguagli dei suoi colloqui con il Talleyrand. Questi dispacci furono omessi o pubblicati frammentariamente nelle “Memorie” di Metternich, edite nel 188°. E’ merito del Dard averli tratti dall’iblìo degli Archivi di Vienna e largamente utilizzati in questa opera di rigorosa documentazione. Racconta il Metternich, in uno di questi dispacci, immediatamente precedente la partenza di Talleyrand per il Congresso di Erfurt, che fin dal 1805 Talleyrand “aveva concepito il disegno di opporsi con tutta la sua possibile influenza ai piani distruttori di Napoleone”. E precisa : “Dobbiamo a lui, unicamente a lui, certe particolarità più o meno favorevoli del negoziato di Presburgo.. Egli si oppose più a lungo che potè alla campagna contro la Prussia”. Metternich ricorda parimenti le ripetute insistenze di Talleyrand  perché l’imperatore Francesco II o lui stesso si recassero a Erfurt per “dare soggezione” a Napoleone.

             Legion d’Onore e  Toson d’Oro

   Su un particolare cospicuo per un austriaco, Metternich fece resistenza durante quei colloqui. A proposito dello scambio della Legion d’onorew e del Toson d’oro fra i due imperatori e i ri spettivi ministri : “Sapete quel che farei al vostro posto? “ gli didsse Talleyrand. “Io proporrei lo scambio degli ordini. L’Imperatore attribuisce grande importanza a tutto  ciò che viene dalla vostra Corte, da signori di antica razza”. La trisposta di Metternich fu glaciale. “Gli statuti del Tosone esigono cinquesento anni di nobiltà. Voi siete il solo che possa aspirarvi”. E la cosa restò lì. Il 24 settembre Metternich postilla : “Talleyrand non tradisce ancora. Fa un po’ di fronda e vuol dirigere”.

   Appena tornato da Erfurt, alla fine di ottobre, Talleyrand mette segretamente Metternich al corrente di tutto quanto si è fatto al Congresso e della parte decisiva ch’egli vi ha dispiegato. “La Russia, gli dice, non sarà più trascinata contro di voi. Solo la più stretta unione fra Austria e la Russia può salvare quanto ancora rimane della indipendenza dell’Europa”.

   Ai primi di novembre del 1808 Napoleone parte per la Spagna, dopo aver raccomandato, in piena buona fede, a Talleyrand di imbandire, quattro volte la settimana, un pranzo di trentasei coperti, a ministri, consiglieri di Stato, membri del Senato e del Corpoi legislativo. La consegna era precisa : “ Dovete metterli a contatto fra di loro, dovere  studiarli e assecondare le loro disposizioni”.

   Le periodiche imbandigioni ci furono, ma servirono a scopi del tutto diversi. Non occorre ricordare che nel comportamento di Talleyrand la cortigianeria più umile procedeva, di pari passo, con il tradimento. In occasione della vittoria di Somo-Sierra, egli si felicita con Napoleone e gli augura di arrivare, s più presto, a Madrid. Questo era l’atteggiamento ufficiale. Ben diverso quello dell’intimità. A quattr’occhi con Champagny e con Maret le sue critiche erano spietate. Alla presenza di Beugnot, nelle sale di Madama Rémusat, dove soleva troneggiare come un oracolo, Talleyrand si effondeva in recriminazioni su quello che egli chiamava “l’errore irreparabile “ dell’Imperatore.

   Fu proprio in uno di quei banchetti ordinati da Napoleone perché Talleyrand alimentasse i sentimenti di lealtà degli alti funzionari, che, una sera, i convitati videro arrivcare, con indicibile sorpresa, Fouché. Non erano da gran tempo in pessimi rapporti ? Fra lo stupore crescente dei presenti, il principe di Benevento prese ostentatamente il duca di Otranto sotto il braccio e i due personaggi passeggiarono a lungo, avanti ed indietro per le sale, ragionando amichevolmente, perché la loro riconciliazione apparisse a tutti piena ed assoluta. E la riconciliazione c’era di fatto. L’aveva favorita e aiutata il D’Hauterive, antico oratoriano come Fouché e vecchio amico di Talleyrand, in quel momento capodivisione al Ministero degli Esteri.

   Si sarebbe potuto pensare che la consegna lasciata da Napoleone, al momento della sua partenza per la Spagna, al suo MInistro, fosse religiosamente rispettata, se Talleyrand passava sopra ai suoi rancori personali e invitava alla sua tavola l’avversario  di così lunga data. Ma sì! Quale era la posta della riconciliazione ? L’eventuale successione dell’Imperatore! Sotto l’apparenza  dell’adempimento letterale degli ordini imperiali, Talleyrand faceva, dei convegni settimanali, l’occasione delle sue trame.

   Dai tempi di Marengo,,, in Talleyrand non c’era che una sola ptreoccupazione: chi avrebbe potuto sostituire Napoleone ? L’eventualità era ora più prossima, forse, che mai. Non poteva, Napoleone,  da un momento all’altro, essere colpito in battaglia?

   A buon conto,, dalle conversazioni di Tallewyrand e di Fouché, riconciliati  nei simposiiii settimanali,, uscì una lettera che doveva avvertire Murat perché si tenesse pronto alla prima chiamata. Ma Eugenio di Beauuharnais, messo sull’avviso da Lavalette,, intercettò la lettera e la fece pervenire all’Imperatore. Dal canto suo, Madama Letizia, avendo colto al volo alcune parole d’intesa fra Talleyrand e Fouché, in casa  della principessa di Vaudemont, prevenne suo figlio.

          L’orecchio di Metternich

   Metternich stava con l’orecchio teso. Egli era particolarmente stimolato da Carolina Murat. Le circostanze gli parvero così gravi che decise di partire per Vienna, alla fine di novembre, per renderne conto a Corte. Gli armamenti ripresero febbrilmente in Austria e la guerra fu decisa, in linea dii principio, per la primavera seguente, fermo restando che la parte di aggressore fosse lasciata a Napoleone. Per  quanto riguardava Talleyrand,, limperatore Francesco e Stadion rimasero sbalorditi ed esitanti. “E’ possibile che costui lavori nel senso del suo padrone? Che lo serva per una via che, per quanto divergente all’apparenza, può finire col mirare al medesimo scopo, evitare, cioè, complicazioni alla Francia, cullandoci in speranze chimeriche? Oppuure segue una sua direttiva personale, condivisa da altri personaggi eminenti dello stato ? Comunque sia, seguire una linea di massima prudenza : mai sbilanciarsi, non prestar fede  senza solidi pegni”. Queste le istruzioni impartite a Metternich.

   Ritornato a Parigi, Metternich scrive, l’11 gennaio 1809 : “Ho trovato la persona in questione (Talleyrand) nelle medesime condizioni di spirito nelle quali l’aveva lasciata. Nessun dubbio che tutte le alternative sono state “eventualmente” calcolate. Non si provocheranno catastrofi, ma si saprà trarre profitto da quelle che potrebbero verificarsi. Questa la sostanza delle nostre conversazioni. Si giudica buono l’atteggiamento dell’Austria. Si consiglia di mantenerlo sempre così energico”.

   Una settimana dopo, ilm 17 gennaio, dopo un colloquio con Talleyrand, Metternich scrive al suo ministro a Vienna : “X (TAlleyrand) e il suo amico (Fouché9 sono sempre gli stessi, decisissimi qualora l’occasione si oresenti da sè, mancando un coraggio abbastanza attivo per provocarla”. L’occasione era la morte di Napoleone! Ma che cosa intendeva Metternich per “coraggio attivo” ? Si deve ritenere che fosse, non diversamente dagli agenti inglesi sotto il Consolato, per il “colpo essenziale” ? E’ un punto oscuro.

   Non si perde tempo. Il 20 gennaio Talleyrand mostra a Metternich una lettera di Fouché, nella quale si dice che sulla strada di Baiona sono stati ordinati dei cavalli per un generale. “Questo generale è l’Imperatore”. Talleyrand  comunica  ancora dei rapporti di Champagny e uina lettera di Dalberg, il quale informa “che la Germania si riscalda sempre più”. “Talleyrand”, conclude Metternich, “raccomanda  di non lasciarci prevenire da Napoleone se questi è veramente deciso a farci la guerra”.

    Quel generale era proprio Napoleone. Bruciando le tappe, Napoleone arriva a Parigi, il 23 gennaio, furibondo. Aveva saputo delle riserve, delle critiche, del “disfattismo”, si direbbe oggi,, di Talleyrand durante la sua assenza. Nel pomeriggio del 28 gennaio, chiama nel suo gabinetto Cambacérès, Lebrun, l’ammiraglio Decrès, Fouché  e Talleyrand. Aveva deciso di liquidare il suo ministro degli esteri.

   FRa Napoleone e il suo ministro si svolse una scena di una violenza inaudita. Secondo Pasquier, durò mezz’ora; secondo altri, più ore. E’ stata riferita da Pasquier, che ne aveva avuto l’esatto resoconto da Decrès.

   Napoleone incominciò  con il lamentarsi seroamente che durante la sua assenza si fossero svisati i fatti, si fosse parlato di una campagna disgraziata, mentre la sua era stata una serie di successi, si fosse perfino osato prospettare la possibilità di una successione.  Ricordò i doveri dell’obbedienza e della discrezione assoluta cui erano tenuti, nei suoi confronti, deputati, ministri, alti dignitari dello Stato. E finalmente, non riuscendo più a contenersi, camminando avanti e indietro, a grandi passi, gesticolano, urlando, si scagliò su Talleyrand, immobile, appoggiato a un caminetto , a causa della sua gamba inferma.

   “Voi siete un ladro, un vigliacco,  un uomo senza fede e senza Dio. Per tutta la vostra vita  avete mancato a tutti i vostri doveri. Siete un traditore, avete ingannato tutti quanti.  Non v’è nulla  di  sacro per voi. Vendereste perfino vostro padre. Vi ho colmato di benefici e in cambio sareste  capace di qualsiasi  cosa contro d i me.  Da dieci mesi,  immaginando che le mie cose di Spagna vadano male, avete l’impudenza  di andar dicendo, anche a chi  non lo vuol sapere, che voi avete disapprovato l’impresa, mentre siete stato voi  a darmene la prima idea e siete stato voi, proprio voi, a consigliarmela  con tanta insistenza.  E in quanto a quel “disgraziato” (era così che Napoleone  designava il duca d’Enghien) chi mi  indicò  il luogo del suo rigugio? Chi mi incitò a infierire contro di lui ? Quali sono, dunque,  i vostri piani ? Che cosa cercate ? Che cosa sperate ? Osate dirlo una volta per tutte! Dovrei farvi a pezzi come un bicchiere! Potrei farlo, ma vi disprezzo troppo!”.

   Secondo Mollien, l’Imperatore avrebbe anche soggiunto : “Ma perché non vi ho fatto appendere ai cancelli del Carrousel ? Ma sono ancora in tempo ! Andate, non siete altro che dello sterco in una calza di seta!”:

   Secondo Metternich, Napoleone gli avrebbe rimproverato anche la pace di Presburgo, definita “infame e opera dii corruzione”.
   Passando e ripassando davanti a Talleyrand, dice Thiers, scagliandogli in viso, ogni volta, le parole più offensive, accompagnate sempre da gesti minacciosi. Napoleone fece gelare di spavento tutti i presenti e lasciò coloro che lo amavano pieni di dolore, al vedere così avvilita la doppia dignità del trono e del genio.

   Talleyrandi restò impassibile e muto. Parecchi anni più tardi, l’ammiraglio Decrès non riusciva ancora a riaversi dallo stupore che gli aveva ispirato simile padronanza di sè. Romantzoff, scrivendo alla propria Corte, ammirava la “straordinaria disinvoltura” dell’uomo.

   Fu questa straordinaria padronanza di sè che valse a Talleyrand una certa superiorità su Napoleone. Il silenzio del colpito metteva l’Imperatore in una situazione niente affatto brillante e niente affatto  imperiale. Rimproverare al proprio ministro i consigli dati, non equivaleva a riconoscersi colpevole di averli seguiti ? Ad ogni modo, nella serie dei rimproveri manca l’accusa specifica di tradimento. Chi può escludere che nell’immobilità del Talleyrand non ci fosse il timore di sentirsela rinfacciare da un momento all’altro ?

             Sulla soglia

   Alla fine della scenata, Talleyrand si accinse ad uscire lentamente dallo strudio imperiale. Il supremo affronto lo raggiunse sulla soglia. Napoleone gli gridò alle spalle : “Non mi avete mai detto che il duca di San Carlo è l’amante di vostra moglie”.  Sotto l’ultima, sanguinosa staffilata, Talleyrand si voltò di colpo e, senza scomporsi, replicò :” Non mi sarei mai immaginato, Sire, che un simile particolare potesse comunque interessare la vostra gloria e la mia”.  E rivolgendosi ai presenti, ancora esterrefatti :”Che peccato che unuomo così grande sia stato così male educato!”:

   Mentre usciva, Duroc gli si avvicinò per chiedergli la sua chiave di ciambellano. Talleyrand evitò sempre di parlare della terribile scena.. Non se ne confidò nemmeno con Metternich, che ne ebbe conoscenza da altra parte. Nelle sue “Memorie” accenna vagamente a scene violente che Napoleone gli avrebbe fatto in pubblico. “Nobn mi dispiacevano, poiché la paura non è mai entrata nella mia anima. Sarei quasi tentato di dire che l’odio che ostentava contro di me faceva più danno a lui che a me”.

   La sera stessa Talleyrand corre dalle sua fedeli amiche, Madame de Rémusat e la viscontessa  di Laval. “E voi non vi siete gettato su di lui? , avrebbe esclamato quest’ultima. “Ah, ci ho pensato; ma sono troppo indolente per simili reazioni”. In realtà, la sua impassibilità era stata solamente apparente. Tornato a casa, era stato preso da una sorta di collasso. E i medici trepidarono per la sua vita. In nottata si riprese, riflettè e, a differenza di Napoleone, operò.

   L’indomani, domenica 29, va a trovare Metternich. Un rapporto inedito dell’ambasciatore d’Austria getta piena luce sulle decisioni prese da Talleyrand durante la notte. Il rapporto, in data 31 gennaio, era “riservato e cifrato”. Fu collocato fra i pieghi umidi e giunse a Vienna poco decifrabile. Il ministro Stadion ne chiese un duplicato, che fu inviato il 23 febbraio successivo.

   Ecco  qualche tratto  essenziale  del rapporto di Metternich.  “La tensione   incomincia a toccare  il più alto grado. Fino ad oggi l’Imperatore  non ha osato attaccare  Fouché. La maniera  stessa  che egli ha  scelto per colpire Talleyrand sta a provare  che questi opersonaggi  hanno delle solide basi.  L’Imperatore mette la corazza.  Sarebbe infinitamente più  facile mettere  gli avversari nell’impossibilità  di nuocere.  Se non lo fa, è segno che non osa. Ad ogni modo la sfida fra le due parti è lanciata.  X (Talleyrand) ha gettato definitivamente  la maschera al mio cospetto. Mi pare decisissimo a non tergiversare. Due giorni fa  mi ha detto che a suo giudizio  era giunto il momento di agire. E che riteneva  suo dovere entrare in rapporti diretti con l’Austria. Mi disse anche che altra volta  aveva rifiutato le profferte del conte Cobenzl. Ma che oggi  le accetterebbe.  Il rifiuto di allora era stato determinato dalla particolare posizione che  occupava.  !Oramai”, concluse, “sono libero e le nostre cause sono solidali. Ve ne parlo con tanta maggiore franchezza,  dato che sono persuaso sia vostra intenzione obbligarmi in qualche modo”. Mi ha fatto capire che ha bisogno di qualche centinaio  di migliaia di franchi, dato che l’Imperatore l’ha scalzato  fino alle fondamentacol mantenimento dei principi spagnuoli e la compera della sua casa. Io gli ho risposto che l’Imperatore  (Francesco I)  non sarebbe stato alieno dal dimostrargli la sua riconoscenza qualora si fosse messo al servizio della causa comune. Rispose che questa  era  la sua e che non gli restava che di vincere  o di perire coin essa.  “Siete sorpreso di queste mie dichiarazioni ? ”  mi domandò. “Niente affatto!, gli risposi, le considero, anzi, come un autentico impegno a lavorare per la causa comune” ”.

   Dopo di che Metternich chiede all’Imperatore di mandargli tre o quattrocentomila franchi  in lettere di cambio a ordini ipotetici sull’Olanda. “Per quanto cospicua possa apparire tale somma, essa è sempre inferiore  ai sacrifici ai quali siamo abituati. Immensi possono  essere i risultati di un simile impiego”; E che i risultati fossero veramente di un’efficacia  straordinaria, si desume da un altro dispaccio inviato da Metternich  a Stadion , il 23 febbraio. “Non posso dilungarmi sull’utilità dei servizi di X da quando le nostre relazioni hanno assunto  questo carattere. Prego V. E. di valutarli  sulla scala puiù elevata. La persona che si è impegnata a farmi conoscere il dislocamento delle truppe non ha ancora potuto mantenere la parola”: ………..continua

Alfredo Saccoccio

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