Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Carlo Faiello Concerto al Tan

Posted by on Feb 13, 2019

Carlo Faiello Concerto al Tan

Il nostro CantoLibre la rassegna musicale giunta al suo terzo anno di vita, ideata e curata dall’associazione “Noi&Piscinola”, per il Teatro Area Nord.
Sabato 16 Febbraio alle ore 21,00 presenterà “ArgientoVivo” di Carlo Faiello.
Una performance coinvolgente, dove il ritmo, l’energia e la danza, hanno un ruolo determinante. Un moto perpetuo, continuo, senza fine. Carlo Faiello autore della Nuova Compagnia di Canto Popolare, Roberto Murolo, Lina Sastri, Maria Nazionale, Isa Danieli, 99 Posse, etc. in questo concerto, propone brani di sua composizione, dove le sonorità tradizionali diventano linguaggio contemporaneo, in un “continuum” che appartiene alla grande storia della canzone napoletana; colta e popolare.
“Argiento Vivo” è un’ occasione per sentire il proprio corpo, riscoprire la propria anima, la mente e il cuore . . . come in un “Ballo Infinito”, naturale e benefico, nel tempo e nello spazio, attraverso l’ energia e la potenza della musica.

Carlo Faiello Ensemble:

Vittorio Cataldi _ Fisarmonica
Fulvio Gombos _ Contrabbasso
Gianluca Mercurio e Francesco Manna _ Percussioni
Pasquale Nocerino _ Violino
con Tania Aulicino, Daniela Prevete, Erminia Parisi
e la partecipazione di Patrizia Spinosi.

Teatro Area Nord _ Piscinola / Marianella
Via nuova Dietro la Vigna 20
Ingresso con spuntino compreso 10€
Ampio e gratuito parcheggio custodito
Info: 3935985003 (��

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Lucano, cantore della distruzione delle guerre civili

Posted by on Feb 11, 2019

Lucano, cantore della distruzione delle guerre civili

La lotta tra Cesare e Pompeo non è soltanto civile, ma addirittura tra consanguinei. I due erano uniti da un vincolo reale di parentela. Cesare era, infatti, suocero di Pompeo, avendo quest’ultimo sposato Giulia, figlia di Cesare. 

Negli Annales Tacito racconta la morte di Lucano con queste parole:
Quindi (l’imperatore Nerone) ordina l’uccisione di Anneo Lucano. Questi, mentre il sangue scorreva, appena sentì che i piedi e le mani erano diventati freddi, perché la vita gli stava sfuggendo dalle estremità, mentre il cuore continuava a battere e la mente a funzionare, ricordò di aver scritto un carme su un soldato ferito, che moriva in un modo simile. Perciò recitò proprio quei versi, che quindi furono le sue ultime parole. 

Il poeta morì il 30 aprile del 65 d. C. nel ricordo dell’opera interrotta al libro X, costretto al suicidio dall’imperatore, perché accusato di aver preso parte alla congiura pisoniana. Dal racconto di Tacito, nella prospettiva di evitare la condanna, Lucano denunciò addirittura la madre Acilia ed amici stretti, colpevoli di aver preso parte alla congiura.

Nato nel 39 d. C. a Cordova, figlio di Marco Anneo Mela e quindi nipote di Seneca, si era trasferito a Roma con la famiglia ed era stato educato secondo la filosofia stoica. Suo maestro era stato anche il filosofo Anneo Cornuto. Fino al 60 d. C. i suoi rapporti con l’imperatore Nerone furono improntati ad amicizia. Lucano era entrato nell’entourage di corte, cui appartenevano intellettuali e artisti, aveva addirittura ricoperto la carica di questore, senza che avesse raggiunto l’età minima di venticinque anni. Durante i Neronia del 60 d. C. (feste istituite per celebrare la grandezza dell’imperatore) Lucano aveva declamato le Laudes Neronis

Nel 62 d. C., però, i rapporti erano già deteriorati. Nerone aveva proibito a Lucano di declamare in pubblico e di far conoscere la sua opera. All’origine del decadimento rapido di un rapporto tra due amici pressoché coetanei ci furono ragioni d’invidia per le capacità letterarie di Lucano e motivi di natura politica. Da un lato l’imperatore doveva aver ben presto percepito la superiorità letteraria dell’amico che scriveva l’Iliacon sullo stesso argomento su cui si cimentava lui stesso (il poema epico Troikà). Dall’altro Lucano doveva aver accentuato sempre più l’ideale libertario e filorepubblicano in lui già presente dalla prima educazione stoica.

Il capolavoro di Lucano, intitolato Bellum civile o Pharsalia (come lo stesso autore lo chiama nel testo), mostra il disastro e la rovina cui hanno portato le guerre intestine. La storia avrebbe probabilmente dovuto raccontare lo scontro tra Cesare e Pompeo, con gli spostamenti di eserciti, gli scontri, gli eventi salienti, storici o inventati, dal 49 a. C. fino al 45 a. C., quando la guerra si risolse a favore di Cesare, una volta che anche le ultime truppe pompeiane vennero sconfitte nella battaglia di Munda, in Spagna. Non sappiamo con esattezza fin dove Lucano avrebbe condotto la narrazione, se fino alla battaglia di Munda o alla morte di Cesare o alla sconfitta dei cesaricidi. In realtà, le vicende arrivano fino al 47 a. C. (libro X), quando Cesare è assediato ad Alessandria d’Egitto.

L’Eneide di Virgilio aveva tra le proprie finalità anche quella di far scordare il tragico periodo delle guerre civili. L’imperatore Augusto aveva promosso quella pax che da lui avrebbe preso il nome. Protagonista era l’eroe Enea, dotato di tutte le virtutes del cittadino romano. Scrive Virgilio nel proemio:

Canto le armi e l’eroe, il quale per primo dalle coste di Troia
giunse in Italia, profugo per volere del fato, e alle spiagge
di Lavinio, egli che fu sballottato ampiamente per terra e per mare
dalla potenza degli dei a causa dell’ira memore della crudele Giunone; 
e sopportò molto anche in guerra, pur di fondare la città,
e portare  gli dei nel Lazio, da cui la stirpe latina,
e i padri albani, e le mura dell’alta Roma.
Musa, ricordami le cause, per quale volontà divina offesa,
o perché addolorata, la regina degli dei costrinse un eroe
illustre per devozione ad affrontare tante vicende e
a subire tante fatiche. Così profonda l’ira nell’animo dei celesti?

Il proemio della Pharsalia mostra da subito l’antitesi rispetto all’Eneide virgiliana che cantava la grandezza dell’eroe Enea ed un popolo che avrebbe costruito nel tempo un grande impero. In questo caso, le armi non sono rivolte contro nemici stranieri. Ecco i primi sette versi del proemio lucaneo:

Guerre più atroci di quelle civili sui campi d’Emazia cantiamo
e il diritto trasformato in crimine, e il popolo potente
che si rivolse contro le sue stesse viscere con la destra vittoriosa,
e gli eserciti di consanguinei, e, infranto il patto sui cui si fondava il regno,
la lotta con tutte le forze del mondo sconvolto
per compiere un comune misfatto, e le insegne avversea ostili insegne, aquile contro aquile, armi minacciose contro armi.

La lotta tra Cesare e Pompeo non è soltanto civile, ma addirittura tra consanguinei. I due erano uniti da un vincolo reale di parentela. Cesare era, infatti, suocero di Pompeo, avendo quest’ultimo sposato Giulia, figlia di Cesare. I sette versi che descrivono uno stravolgimento di ogni diritto umano («ius») e divino («fas») trasformati in delitto («scelus»), le armi potenti rivolte contro le proprie viscere («viscera»), parenti schierati contro consanguinei («cognatas»), le alleanze rotte («rupto foedere») sottolineano l’antitesi della Pharsalia rispetto all’Eneide

Nella parte successiva del proemio (vv. 8-66) il poeta mostra la propria contrarietà per il fatto che Roma avrebbe dovuto conquistare gli altri popoli, sottomettere il mondo intero ai Latini e recuperare le insegne perse contro i Parti prima di rivolgere le armi contro di sé. A causa delle guerre civili l’Italia è inarata e mancano le braccia ai campi. Se queste guerre sono servite, però, all’avvento di Nerone, «accogliamo volentieri questi crimini e misfatti», scrive Lucano, «per simile ricompensa». Quando Nerone morirà e sarà assunto in cielo, stia attento a dove si collocherà come stella per evitare che l’asse terrestre possa inclinarsi:

[…] Quando, compiuta la missione,
salirai agli astri tra molto tempo, la reggia del cielo prescelto
ti accoglierà tra la gioia del firmamento. […]
Ma non scegliere per te una sede nel cielo dell’Orsa,
né il luogo in cui il polo caldo dell’opposto Austro si inclina,
da dove vedi la tua Roma con obliqua stella.
Se tu gravassi su una sola parte dell’immenso etere,
l’asse ne sentirebbe il peso. […]

Lucano si lascia andare ad una palinodia, ad un’esaltazione dell’imperatore. Questo iniziale proemio di esaltazione di Nerone non fu eliminato quando peggiorarono i rapporti del poeta con l’imperatore; venne, però, probabilmente corretto e modificato nel suo significato con l’inserzione dei primi sette versi di giudizio molto negativo sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo.

Nella Pharsalia il ribaltamento della classicità dell’Eneide si rafforza con la presenza del macabro e del cruento, con l’assenza di eroi vincenti e della dimensione religiosa sostituita da quella della magia. Nel libro VI della Pharsalia (vv. 695-770), la catabasi (discesa nell’Ade) è ribaltata in anabasi (salita). Un figlio di Pompeo Magno, Sesto, consulta la Maga Eritto per conoscere le sorti dell’imminente battaglia di Farsalo. Il cadavere di un soldato viene richiamato alla vita per poco tempo, quello sufficiente a raccontare il destino dei pompeiani. La Sibilla cumana dell’Eneide,che accompagna Enea nel viaggio nell’aldilà, è qui sostituita da un’orribile maga, proprio nei campi della Tessaglia che all’epoca sono considerati luoghi di grande diffusione della magia.

Giovanni Fighera

fonte http://lanuovabq.it/it/lucano-cantore-della-distruzione-delle-guerre-civili

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Vita eccessiva di Maria Malibran

Posted by on Feb 11, 2019

Vita eccessiva di Maria Malibran

   Manuel Garcia fu un tenore sivigliano e cantò nelle parti di Don Giovanni, Almaviva, Otello. Fu anche direttore di compagnie liriche e compositore. Le sue collere, violentissoime, erano famose : aveva una sorta di talento per la tirannia, che esercitò su quanti gli vissero vicino, specialmente sulla moglie, la signora Joaquina Sitchez, che dalla gelosia di Manuel fu costretta a lascisare il teatro, e sui suoi figlioli. E su una delle figlie, particolarmente : Maria de la  Felicitad.

   Questa era nata a Parigi, il 24 marzo 1808. Piccolissima i genitori la portarono a Napoli, dove, nel 1811, Isabella Colbran, fastosa, impennacchiata, e potentissima primadonna madrilena, offriva a Manuel una protezione di compatriota e di amica. Napoli allora era sotto il dominio fastoso di re Joachim Murat : in quel tempo Rossini era un azzimato compositore ventenne, i duchi gettavano fiori e gemme alle dive, gli usseri affollavano il San Carlo e le musiche, i capricci, gli intrighi la rallegravano.

   Nel 1813 al teatro dei Fiorentini di Napoli si rappresenta “Agnese”, opera di Paer, e Manuel è Ernesto, infelice innamorato di Agnese, “madame” Mainvielle-Fodor, che al momento di attaccare l’ultimo “duo” si sente male e sparisce dietro le quinte. Garcia, spazientito, mastica vocalizzi e arrota i denti ; l’orchestra, sperduta, saltella;  il pubblico si indigna, quando una vocina acidula e chiara si leva e “io ti perdono” canta, “io ti perdono…”.

   E’  Maria Felicita, che sta davanti al padre, aprendo le piccole braccia con un gesto da primadonna : ha cinque anni,, un abito di percalle blu stellato d’oro, un piccolo naso a punta,, gli occhi neri. Sgrana le sue note imitando esattamente “madame” Mainvielle-Fodor e, come lei, sorride, si inchina al pubblico estasiato, al padre che non sa se arrabbiarsi oppure no. Il giorno dopo che le chiedono che ricompensa voglia, domanda di cavalcae Gloria, la bella giumenta di Manuel : non glielo permettono ed essa, di nascosto, parte al galoppo, venendo gettata a terra e rompendosi una gamba.

                                        *  *   *

    La sua infanzia  fu dura, tiranneggiata e orgogliosa. Ha appena una piccola voce, le corde basse sono poco sviluppate, i toni acuti duri, l’intonazione incerta. Manuel Garcia, padre e maestro, si sfoga contro questo strumento manchevole e della voce di Marietta si impadronisce, deciso a farla perfetta. Terribili lezioni, con gridi e pianti che allarmano la gente per la strada ; terribili lezioni, per cui Marietta impara a cantare piangendo, a piangere cantando, ad eseguire bravure che le parevano impossibili, conquistandosi nota per nota, piccola acrobata atterrita. Ella lava i piatti, cuce, studia solfeggio, pianoforte, composizione musicale, lingue, disegno, equitazione e scherma. Sopgna applausi, trionfi, glorisa : non sa accontentarsi del suo mezzoo soprano, anche se lentamente diviene un mezzo soprano prodigioso. Poi riesce ad ottenere il registro completo, dal contralto al soprano, e, pochi giorni prima della sua morte, lotta ancora per un trillo, ansiosa di raggiungere una nuova, unica grazia.

   A Parigi nel 1824 non ci sono teatri aperti : la tediosa corte  di Luigi XVIII porta il lutto del suo sovrano, morto di recente, e la duchessa d’Angouleme austeramente sbadiglia e l’elegante società con lei. I Garcia vanno dunque a Londra, scritturati dal King’s Theatre, insieme con Rossini, vecchio amico, che ne “Il barbiere di Siviglia” sfruttò consigli e motivi di Manuel.

   Marietta ha sedici anni ed esordirà : con Velluti, il cantore che ha  una così bella voce bianca ed un così brutto carattere. Per intimidire la compagna, lascerà cadere su di lei tempeste di vocalizzi, bufere di fioriture, ma la fanciulla, impavida,  riprende ogni tratto, lo amplifica, lo moltiplica: la florida pancia di Vellui trema di indignazione e di gelosia, le sue mani torcono i polsi di Marietta, che, dispettosa e radiosa,, sorride, davanti agli applausi.

   Ma il suo esordio vero avviene soltanto un anno più tardi, nel giugno del 1825, sempre a Londra : e sarà, come è giusto, Rosina. Chi più spagnola di lei, più maligna e vezzosa ? Le brave dame inglesi, abituate alle contegnose eroine di Jane Austen, trasaliscono davanti a tante fiamme, mantiglie, rose rosse e fantasie : Manuel è Almaviva e Rossini si dichiara soddisfatto dei suoi interpreti, del loro successo.  Compare, a questo punto, Mr. Lynch, commerciante di vini a New York, e propone ai Garcia di trasportare questo successo nel Nuovo Mondo, come allora si diceva, e si evocavano i Sioux, i conquistatori, l’oro e le avventure. I Garcia si imbarcano, arrivano a New York, si installano al Park Theatre e mettono in scena un “Barbiere” assolutamente familiare. Marietta e Manuel conservano le loro parti; ma torna sul palcoscenico per raffigurare Berta. Uno dei figlioli sarà Figaro, un vecchio zio, Bartolo e la città, entusiasmata, non parlerà che di loro.

                                         * * *

   Un vecchio amabile, decrepito e galante si presenta a Manuel, si inchina a Marietta con la grazia arcaica e libertina, che, nel Settecento, si usava con le donne di teatro. Il suo nome fa trasalire padre e figlia, quasi quello di un fantasma : é Lorenzo da Ponte, il librettista di Mozart. Seguendo una tradizione casanoviana, Lorenzo da Ponte ha corso il mondo, devastando cuori. Ora, a sua volta devastato, vive a New York, dando lezioni di lingue. Ma l’atmosfera della famiglia Garcia rende a Lorenzo da Ponte una provvisoria gioventù e, rapito, respira l’odore dei belletti, delle sale stipate, degli intrigi amoroisi che intorno a Marietta fioriscono : è lui che le presenta un ardente ammiratore, bell’uomo cinquantenne, considerato fra i più facoltosi banchieri, il signor Eugenio Francesco Malibran, un emigrato francese.

   Dapprima, Manuel non se ne preoccupa. E’ troppo preso dalle prove del “Don Giovanni” e riserva le sue furie ai coristi, all’orchestra : alla prima rappresentazione si indigna al punto di dimenticare la sua parte e si serve della spada di Don Giovanni per minacciare gli indegni : l’azione è sospesa. Manuel, bestemmiando, ordina di ricominciare e questa volta le cose vanno meglio, fra gli scroscianti applausi degli energici americani. Intanto Marietta, vestita di raso da Zerlina, cautamente occhieggia il palco del suo innamorato banchiere.

   Occhieggia, fino al giorno in cui Manuel scopre ogni cosa e minaccia pugnalate, sfregi : Malibran chiede la mano di Maria Felicita e Manuel sai arrabbia e, rimproverandogli i cinquant’anni e la poca solidità finanziaria, lo mette alla porta, ma Marietta lo richiama. misteriosamente  innamorata e gli giura di sposarlo.

   Il collerico Manuel si rivela buon padre e le fa una dote di 50.000 franchi : ma la sera dell’ultima rappresentazioine  di Marietta, che per il matrimonio lascerà le scene, Manuel-Otello piomba su lei, Desdemona, con tale ferocia e con un coltellaccio in mano, che quella, tremante, fugge via, supplicando “Por Dios, no me mate !” e gli americani ammirano. Manuel non intende uccidere la figlia, ma abbandonarla, e con la famiglia lascia New York, dove gli sposi restano soli.

                                            * * *

   L’alone evanisce, la spagnola diciottenne si annoia nella casa squallida, nella città ancora provvisoria e quacchera. Si spegnerebbe , ma il signor Malibran è improvvisamente sull’orlo della rovina, pur continuando a mostrarsi un bell’uomo brillante, e Marietta, felice  di trovare pretesti alla sua ambizione, come alla sua generosità, riprende a cantare.

   Canta, nel 1827, a Filadelfia, ma senza successo. I candidi americani preferiscono spettacoli di ginnasti o di “clowns” e il secondo concerto annunciato non ha neppur luogo, per mancanza  di spettatori. Indignata, Marietta si getta alla religione. Vuol convertirsi e con eccesso oscilla fra varie sette e vari sacerdoti.  Poi, stanca del marito galante e frusto, annoiata della città, incollerita con il pubblico, decide di partire per l’Europa, accompagnata da un cognato, il signor Chastelan.. Nel novembre del 1827, i due viaggiatori si imbarcano su un veliero.. e, durante la traversata,, vedono scatenarsi tempeste spaventose . i passeggeri sono presi dal pànico. Il naufragio pare inevitabile, ma Marietta, insensibile al mal di mare ed alla paura, si alza in puiedi e, dominando i compagni boccheggianti, intona l’ “Alleluja” di Mozart: naturalmente, spenta l’ultima nota, la burrasca è finita e il veliero è salvo.

   A Parigi, si installa presso i parenti Chastelan, gente povera e meschina. Ma, per fortuna, un’antica scolara del padre, la contessa Merlin, è pronta a lanciarla. Spagnola lei stessa, la contessa si incanta di Marietta, che ha vent’anni, lunghi riccioli neri ed un’unica veste di mussola. In suo onore, organizza una serata musicale.

   Ha invitato Rossini, la signora Rossini, che è poi l’antica Isabella Colbran, il direttore del Théatre des Italiens ed i migliori critici musicali. Maroietta canta Rosina e trionfa. Incrocia le gambe, afferra una chitarra e, in spagnolo, intona un “bolero”, un “polo”, una “jacara”. Il suo pubblico, che l’aveva creduta soprano e la ritrova contralto, si entusiasma. Isabella Rossini ricorda la sua gioventù, il suo canto, la Spagna e piange dietro un ventaglio di pizzo nero.

   Maria Felicita è lanciata. Canterà davanti all’impetuosa duchessa di Berry, davanti alla contegnosa “madame “ Récamier. Esordirà all’Opéra, nel gennaio 1828, in una rappresentazione di addio al basso Galli, Chiederà di essere Rosina, essendo la parte che meglio le si addice. Ma la parte è già stata destinata ad Enrichetta Sontag, la grande cantante tedesca.

   Bambina, la Sontag aveva cantato per le strade, oppure sui tavoli delle osterie. Dopo aver studiato a Praga, rapidamente  aveva dominato  i teatri di Vienna, Monaco, Berlino. Era bionda, bella,  fragile, con una voce luminosa. Ma gelida  e la sua compostezza  di giovanetta aristocratica, la sua ricercata  semplicità, erano fatte per dare sui nervi alla fragorosa Marietta.  Poiché ella non può  essere Rosina, sceglie di essere Semiramide e, accanto a lei, Arsace, sarà la signora Pisaroni, “en travesti”. Questa, sfigurata dal vaiolo, canta sempre celandosi il viso con le mani, per non spaventare il pubblico, ma la sua voce è potentissima. Marietta rivaleggia con lei, disponendo di una grande potenza espressiva e grazia innata, e, quando attacca la famosa frase “trema il tempio”, si può credere che la sua voce si spezzi, per tanto clangore. Invece no, resiste, si eleva ancora. Marietta, felice,  si inchina agli applausi.

   Applausi che saranno ancora maggiori per Enrichetta, Rosina impeccabile e glaciale. Fremente di gelosia, Marietta saluta con un cenno del capo la rivale, dietro le quinte. Quella risponde, distratta, senza interrompere il suo colloquio con un violinista belga, che inutilmente l’adora e si chiama Charles de Bériot.

   Questi, giovane molto bello, pallidissimo, languido, per la Sontag è però  senza risultato, perché la cantante, a sua volta, è innamorata di un diplomatico piemontese, il conte Rossi. Esasperata, Marietta diviene temibile : tira di scherma, si informa se sia permesso sfidare a duello la Sontag; canta nelle stesse parti della tedesca, trasformandole; va in società e seduce Gautier, Balzac, Sainte-Beuve, soltanto perché non le riesce di sedurre Bériot. Di un solo uomo Marietta poteva innamorarsi, di quello che apparteneva alla nemica : di Bériot.

                                          * * *

   Ostinata nel pensiero di lui, si serba virtuosissima e chiede il divorzio  a  Malibran, che rifiuta. Marietta si dedica alla beneficenza, la più eccessiva. Un giorno, all’ospedale, le mostrano un bambino affetto da convulsioni, che, strillando, rifiuta di prendere un bagno caldo, solo rimedio al suo male. Marietta, fiduciosa e canora, intona le sue romanze predilette. Tutto il personale dell’ospedale accorre, si estasia, ma il bambino, privo di ogni senso musicale, seguita a contorcersi. Soltanto Marietta non si scoraggia : fulminea, si spoglia, fra la generale e commossa attenzione, prende in braccio il bambino e con lui entra nella vasca, nentre le suore raccolgono pudicamente le cornette.

   Durante l’estate, in campagna, Marietta gioca come una bambina. Poi, tornata in città, si separa dai Chastelan, e va a vivere con un’austera vedova. Canta “Otello” e con tale frenesia da essere colta, alla fine, da una crisi. E ritrova la Sontag, ma avvilita, malinconica:  il conte Rossi non può sposarla, perché il re di Sardegna gli vieta le nozze con una cantante. Ed Enrichetta aspetta un bambino da lui.

   Bériot, furibondo, è tornato a Bruxelles. Le due primedonne riprendono la lotta, a colpi di fiori avvelenati, pettegolezzi e strilli. Neppure Rossini riesce a riconciliarle, neppure il gran “duo” del “Tancredi”.

   Marietta recita la parte di Romeo, alla presenza del re Carlo X, che dorme, nel palco reale. sulla spalla della duchessa di Angouleme. Marietta, offesa, decide di partire per Londra, dove ritroverà la Sontag e Bériot.

   A Londra quest’ultimo comincia ad amarla, dimentico ormai di Enrichetta, che, a sua volta, ha dimenticato rivalità  e rancori, felice poiché il re di Prussia l’ha fatta nobile, per permetterle di sposare il conte Rossi.  Tutto va, dunque, per il meglio. Le cantanti fanno pace, si offrono fiori, non avvelenati questa volta. Poi Maria, con Bériot, lascia Londra. Vanno insieme in Belgio, a dar concerti. Invitati entrambi al castello di Chimay, si dichiarano a vicenda il loro amore, se lo dimostrano e, d’ora in poi, si ameranno sempre.

   Non senza malintesi e bisticci. Quando Bériot deve partire per la Russia, inutilmente chiede a Marietta di seguirlo. Teme lo scandalo, preterisce perdere l’amante, ma serbare la reputazioine. Si lasciano: Bériot riprende il suo aspetto martoriato, Marietta si rifugia a Bruxelles., in una casa prossima alla chiesa di Santa Gudula e si dà alla devozione. Ma un giorno riceve un’arpa d’oro, quella che le ci vuole per accompagnarsi durante la “romanza del Salice”.. Solo Bériot è capace di tanta finezza; Bériot, che ha rinunciato alla Russia. Marietta lo richiama e decidono di vivere insieme e, nel 1828, si installano a Parigi in una casa assolutamente degna di Marietta, con vetrate di chiesa, falsi bronzi, lampassi.

                                   * * *

   Ma ecco dal Messico arrivare la famiglia Garcia. I banditi li hanno spogliati dei loro risparmi. Ora, rimpatriati, si preparano a vivere con Marietta. Ella rifiuta, offrendo denaro, ma vuole la sua libertà. Aiuta il padre a tornare sulle scene, ma il povero Almaviva, cinquantacinquenne, non ha più voce e decide di ritirarsi. Alla rappresentazione di addio, Marietta rappresenta Desdemona : si commuove, abbraccia il padre così impetuosamente che il nero di lui si fonde al bianco di lei ed il pubblico, commosso, saluta un Otello bianconero !

   Poi Manuel apre una scuola di canto e Marietta con Bériot va a Londra, poi a Bruxelles. Il suo solo dolore, in quel tempo, è di non aver potuto prendere parte alle barricate del 1830.  

      Quella che fu una delle più perfette interpreti dei personaggi rossiniani morì  a Manchester, a soli ventotto anni, per le conseguenze di una caduta da cavallo.

Alfredo Saccoccio     

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BORGO FONTAVECCHIA DI FAICCHIO VISITA GUIDATA

Posted by on Feb 8, 2019

BORGO FONTAVECCHIA DI FAICCHIO VISITA GUIDATA

Grazie alla festa della “Lumaca” organizzata al Borgo di Fontanavecchia di Faicchio, abbiamo scoperto un luogo da una memoria storica universale e di straordinaria bellezza che abbiamo apprezzato anche grazie ad una giovane e brillante guida di cui non ricordiamo il nome, di seguito i video della suddetta visita.

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L’arte meridionale da riscoprire e da preservare. Se ne parla in un convegno a Napoli

Posted by on Feb 8, 2019

L’arte meridionale da riscoprire e da preservare. Se ne parla in un convegno a Napoli

Conoscere per comprendere. E comportarsi di conseguenza. In sintesi questa è la base teorica e pratica dell’attività del Centro studi sulla civiltà artistica dell’Italia meridionale Giovanni Previtali, che, giovedì scorso, a Napoli, ha tenuto il convegno Giovanni Previtali e l’arte dell’Italia Meridionale. 

Non a caso il centro studi e il convegno sono intitolati a questo studioso (1934-1988) che, pur essendo fiorentino, molto si interessò dell’arte meridionale. Appunto per la sua attività “meridionalista” fu chiamato all’Università di Napoli. Della quale, dal 1983 al 1988, fu professore, dopo esserlo stato delle Università di Messina e di Siena. 

Qui, a Napoli, sempre più cresceva la sua consapevolezza del degrado, derivato dall’incuria, dell’immenso patrimonio artistico del Sud Italia e già ne individuava la causa principale nella subalternità agli studi storico-artistici delle regioni centro-settentrionali. E indicava anche la via per sanare questa situazione: la conoscenza. Per cui assegnava ai propri allievi tesi sui prodotti artistici meridionali non ancora studiati, ce n’era e ce ne sono ancora tanti, mentre progettava una riedizione delle Vite del pittore e scrittore napoletano Bernardo de’ Dominici (1643-1759), detto, al tempo suo, il Vasari napolitano. Ma, aggiungo, mentre il pittore e architetto aretino Giorgio Vasari (1511-1574) nella sua opera, intitolata genericamente “Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”, parla pressappoco solo di quelli centrosettentrionali, il De Dominici, con maggiore precisione storica, intitola la sua “Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti napolitani”, dove ci parla di questi e di loro ci dà preziose notizie. 

In pratica, Previtali individuava e denunciava la questione del degrado delle opere dell’arte meridionale nella consapevolezza della responsabilità degli atteggiamenti degli storici dell’arte italiana. Che si ritrovano, poi, nei manuali scolastici, quelli che formano le conoscenze di base delle popolazioni. Il convegno di giovedì scorso, durato un’intera giornata, è stato organizzato, insieme al professore Nicola Cleopazzo, dal professore Francesco Abbate, collaboratore e amico di Previtali e presidente del suo centro studi. Abbate è autore dei 5 volumi della Storia dell’Arte dell’Italia Meridionale, che ne racconta la pittura, la scultura, l’architettura, il paesaggio costruito, la decorazione e le arti minori: una straordinaria opera di sintesi nell’arco impressionante di circa due millenni. 

Tra i convegnisti, la vicepresidente del Centro Studi Mimma Pasculli Ferrara dell’Università degli Studi di Bari, la cui straordinaria attività è testimoniata da più di duecento pubblicazioni: una vita dedicata allo studio appassionato e sagace dell’arte. Il titolo del suo intervento è stato “Una enigmatica firma per una Madonna delle Grazie a Casagiove”. Ma come ha fatto a scoprire questa “enigmatica firma” su un dipinto di una chiesa in un paese certo non famosissimo del Casertano? La professoressa ce lo spiega e così comprendiamo meglio il suo metodo di studio: la precisione dell’indagine. Suo fratello le aveva mostrato in fotografia una statua dello scultore Giacomo Colombo (1663-1731). La foto era piuttosto sbiadita. Ragione per la quale lei si era recata a Casagiove per conoscere l’originale e vi aveva “scoperto” la chiesa della Madonna delle Grazie e la sua pala d’altare. Che era anche firmata. Ma la firma era fatta con parole di incerta lettura. Chiara, invece, la data: 1609. Notizie sullo sconosciuto autore del dipinto non ce ne sono ma la professoressa ne ha letto attentamente lo stile attribuendo l’opera all’ambiente nordico europeo. Le opere presentate e discusse dai convegnisti, infatti, si trovano nel Sud, ma i loro autori non sono tutti meridionali. 

Così Gianfrancesco Solferino ha illustrato, decantandone l’arte umanissima, le sculture lignee colorate di Vincenzo Scrivo da Serra San Bruno, un artista settecentesco di origine calabrese. Scarse sono le notizie su di lui ma si evince che fu allievo, appunto, di Giacomo Colombo, che, estense di origine, si era del tutto napoletanizzato. Una testimonianza della forza trainante della Napoli capitale. Che agiva sugli artisti qui immigrati come sui provinciali, soprattutto da quando era diventata capitale del vicereame spagnolo (1503), quando attraeva, con il suo fascino, anche i paesi adriatici, che prima erano rivolti a Venezia. 

L’interessante convegno ha avuto luogo nella sala capitolare, ornata da stucchi tardo barocchi e dalle pitture del seicentesco palermitano Michele Ragolia, del convento domenicano di San Domenico Maggiore. Non si sarebbe potuto scegliere sede più adatta. Il convento domenicano è testimone di un millennio di storia napoletana e parla di San Tommaso, del quale conserva anche la cella, di santi e di re. Con la sua chiesa, i cortili sereni, le sale severe ma accoglienti, le pitture, gli ornamenti: un millennio di arte e di altissima civiltà.

Adriana Dragoni

fonte http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=61091&IDCategoria=204

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