Alta Terra di Lavoro

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«L’età moderna XVI-XVIII secolo»

Posted by on Dic 12, 2018

«L’età moderna XVI-XVIII secolo»

L’ aggettivo «moderno» nasce con il significato neutrale di «recente» o «contemporaneo» e indicava all’origine soltanto l’attualità, ma nel tempo, in particolare dal Rinascimento, è stato caricato di una valenza ideologica, definendo con una connotazione positiva e ottimistica ciò che è «nuovo» e che, per questo solo motivo, è necessariamente «buono» in sé e rispetto a ciò che è accaduto prima. In questo senso la «modernità» non è la qualificazione di ciò che è recente bensì una categoria di giudizio, un valore. Di conseguenza l’«età moderna» — quale definita in Italia dalla storiografia laica e liberale del secolo XIX sulla scia della storiografia illuministica — è letta generalmente come il superamento dell’oscurantismo e della stagnazione e l’inizio di un periodo di conquiste progressive.

Più di recente, però, ha cominciato ad affermarsi un’altra interpretazione, che intende la modernità come un processo non di liberazione ma di graduale coercizione, contrassegnato da una presenza dello Stato sempre più invasiva e da un crescente condizionamento politico dei comportamenti sociali o, in altri termini, da un maggior «disciplinamento sociale», secondo la dizione utilizzata per la prima volta dallo storico tedesco Gerhard Oestreich (1910-1978) (1).

Fra gli studiosi che hanno indagato attentamente su tutti questi aspetti della «storia moderna» figura senz’altro Alberto Tenenti (1924-2002), di cui è stato ripubblicato — a distanza di oltre venti anni dalla prima edizione del 1980 e a quasi dieci dalla nuova edizione del 1997 — il manuale su L’età moderna. XVI-XVIII secolo (2).

Alberto Tenenti nasce a Viareggio nel 1924, si laurea in Lettere e Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa e nel 1948 ottiene una borsa di studio con la quale si trasferisce in Francia, prima a Parigi, dove prende contatto con gli storici Lucien Febvre (1878-1956) e Fernand Braudel (1902-1985), poi a Besançon (3). Rientrato in Italia dopo aver vinto, agli inizi degli anni 1950, un concorso nazionale come dirigente presso gli Archivi di Stato, soggiorna prima a Venezia e poi a Brescia, iniziando una lunga e feconda frequentazione della documentazione archivistica. Con la pubblicazione in Italia de Il senso della morte e l’amore per la vita nel Rinascimento (4) il suo nome s’impone alla comunità scientifica europea per la raffinatezza e la sensibilità del percorso intellettuale e per la vastità e lo spessore delle problematiche storiche. Alla fine del decennio Tenenti viene chiamato come chef de travaux presso la sezione Sciences Economiques et Sociales dell’École Pratique des Hautes Études di Parigi da Braudel, che apprezzava la sua capacità di mantenere uniti gli interessi per la storia della cultura con quelli più prettamente economici. Direttore della scuola dal 1965, nell’anno accademico 1966-1967 inizia un proprio corso con un insegnamento dalla denominazione ampia di Histoire Sociale des Cultures Européennes, che svolge per 35 anni. Pubblica numerosi saggi e manuali di storia moderna, da Alle origini del mondo moderno (5) a I rinascimenti (6), nonché una raccolta di studi sullo Stato (7). L’ultimo saggio, Dalle rivolte alle rivoluzioni (8), testimonia che sino alla fine Tenenti ha saputo fondere la descrizione di panoramiche globali con questioni di carattere generale e tematiche di lunga durata. Muore nella sua casa di Parigi nel 2002.

Storico della cultura, o delle mentalità, come si diceva un tempo, membro della British Academy, della Real Academia de la Historia e dal 1997 dell’Accademia dei Lincei, direttore della rivista Civiltà del Rinascimento, di Roma, che chiuderà i battenti alla sua morte, Tenenti ha pubblicato circa 400 opere fra monografie, recensioni e interventi a convegni. Fra gli argomenti studiati figurano il passaggio dal Comune alla Signoria, la trasformazione delle città, le attività commerciali e marinare, l’architettura e gli apparati iconografici, la famiglia e i patrimoni, i sentimenti e l’evoluzione del senso della morte, i rapporti fra la cultura e il potere.

1. Il Cinquecento

Organizzato secondo una tripartizione cronologica, dal secolo XVI al secolo XVIII, L’età moderna da un lato descrive analiticamente il lento svolgimento di una storia complessa e dall’altro lato cerca di individuare i momenti di svolta, talora repentini, ma sempre decisivi.

Nella densa Introduzione (p. 11-51) Tenenti svolge alcune considerazioni generali, sottolineando innanzitutto la precarietà delle periodizzazioni — cioè delle suddivisioni di un processo storico in termini cronologici — e quindi delle prospettive storiografiche ad esse sottese, che riflettono a loro volta tendenze culturali o ideologiche. Anche le definizioni generali utilizzate dagli storici non sono mai puramente tecniche o culturalmente neutre: egli impiega, dunque, termini come Umanesimo, Stato, Riforma e Controriforma nella misura in cui corrispondono a fenomeni veri e propri, evitando per quanto possibile il vocabolo Rinascimento, che risente troppo di una visione unilaterale e cronologicamente sfuggente, e ricorrendo con cautela al concetto di Barocco — che pure evoca un insieme di caratteri e di sfumature particolari nel campo letterario, architettonico, musicale e anche politico —, pur nella consapevolezza che «quando una nozione storica si è affermata o radicata, per quanto la si impugni con giuste ragioni, è estremamente arduo giungere ad espungerla o a farla abbandonare» (p. 12).

Tenenti descrive, quindi, la svolta che si delinea in Europa fra i secoli XIV e XV, richiamando i fattori che avevano cominciato ad agire come elementi di trasformazione: lo sviluppo e l’organizzazione graduale di un’economia e di una cultura che prescindevano dalla visione cristiana, fino ad allora dominante; il parallelo mutamento di sensibilità e la comparsa di nuovi orizzonti artistici, di stampo dotto e intellettuale e dunque più distanti dalla spontanea vena popolare, che si trova quasi emarginata in una dimensione provinciale e gergale; l’emergere di tecniche e di conoscenze scientifiche che imprimono un ritmo e un volto assai originali alla civiltà europea, assicurandole una netta preminenza sui popoli degli altri continenti.

Le conseguenze di questi mutamenti si manifestano con gradualità, con caratteristiche diverse da paese a paese, con velocità differenti a seconda dei settori interessati ed è molto difficile individuare date intorno alle quali tutti o quasi i fattori concorrano o indichino cesure significative. Per quanto riguarda l’organizzazione statale, su cui Tenenti si sofferma in apertura della prima parte, Il Cinquecento (pp. 55-217), la trasformazione è molto lunga, compiendosi «fra la guerra dei Cent’anni e l’Illuminismo» (p. 55), cioè fra i secoli XIV e XVIII, nei quali si compie il lento passaggio da una concezione contrattuale dell’autorità a un sistema assolutista di dominio, di cui costituiscono un prototipo le signorie e i principati instauratisi nell’Italia Centrale e Settentrionale a partire dal secolo XIV: «Tale processo costituisce uno dei caratteri peculiari dell’età moderna, appunto nel senso che esso fu caratterizzato non meno dai progressi che dalle resistenze delle forze contrarie» (p. 59). Queste ultime alimentano una serie di rivolte, dettate generalmente da motivi congiunturali o locali e prive sia di collegamenti fra loro sia di qualsiasi spirito di contestazione dell’autorità. In realtà, il primo grande fattore che coagula resistenze di carattere rivoluzionario — cioè dettate dal proposito, più o meno consapevole, di mutare l’ordinamento politico della società, quando non la società stessa — è quello religioso, che dal secolo XVI dà origine alla Riforma protestante, anche se occorre sottolineare «[…] che il vulcano della Riforma non eruttò la sua lava da un magma di sola spiritualità e che la massa dei suoi lapilli non fu esclusivamente di natura teologica» (p. 101). A essa «[…] si addice in pieno la qualifica di rivoluzionaria. […] La Riforma costituì una svolta epocale che a buon diritto può far individuare un prima nettamente diverso dal dopo. Ad essa partecipò in gran parte direttamente o almeno indirettamente tutto l’Occidente europeo, su ogni piano ed in ciascuna sfera tellurici i suoi bradisismi continuarono a ripercuotersi per oltre un secolo da una zona all’altra, non senza riemergere sino al Settecento» (ibidem).

La Riforma — non un evento ma un processo di lunga durata — agirà gradualmente ma profondamente entro la dimensione della sensibilità, giungendo a infrangere l’universo saldo e compatto del cristiano.

La rottura dell’unità religiosa della Cristianità si accompagna al passaggio da un tipo di relazioni internazionali relativamente statico e compartimentato a un altro più dinamico e interdipendente, a «un cambiamento di voltaggio» (p. 78), in virtù del quale gli avvenimenti cominciano a ripercuotersi gli uni sugli altri a ritmo più accelerato e la scala locale diventa secondaria rispetto a quella mondiale. Questa evoluzione va di pari passo con l’espansione islamica nei Balcani e sul mare, favorita sia dalla struttura interna dell’Impero Ottomano, concepito come un’immensa macchina bellica, sia alla divisione dei Paesi cristiani.

Alla fine del secolo XVI si può situare l’inizio del trapasso dalla preponderanza spagnola a quella delle potenze marittime protestanti, cioè il Regno d’Inghilterra e le Province Unite, od Olanda, meno interessate dal pericolo islamico: «Eppure, se il mondo germanico tardava ad organizzarsi contro l’avanzata turca, la cattolicità meridionale preparava le sue energie per la controffensiva. Fattore non secondario di tale processo sempre più vasto era il concretizzarsi di uno slancio religioso al quale partecipavano molti elementi della nobiltà cattolica europea, in primo luogo italiana ed iberica» (p. 160).

Grazie a questi sforzi, spesso coordinati dai Pontefici, che danno vita a una vera e propria internazionale del mondo cattolico, alla fine del secolo XVI si vedono le avvisaglie di una riconquista cristiana delle terre occupate dai turchi, che va di pari passo con la Contro-Riforma, intesa nel senso più ampio del termine: «Se si guardasse unicamente ai fenomeni religiosi, si dovrebbe parlare piuttosto di riforma cattolica che di controriforma. In realtà, tuttavia, lo sviluppo della sua spiritualità e soprattutto le sue iniziative ecclesiastiche non andarono disgiunte da prese di posizione politico-diplomatiche e militari, oltre che culturali e sociali […] che nel loro insieme meritano appunto di essere chiamate controriforma» (p. 136).

2. Il Seicento

Le grandi scoperte e l’inizio della colonizzazione europea — eventi che modificano la scala geografica di riferimento degli avvenimenti storici — chiudono la prima parte del libro e introducono la seconda, Il Seicento (pp. 219-408).

Il secolo XVII è letto come una cerniera, vera e propria articolazione fra due fasi distinte, caratterizzata da fenomeni contrastanti e dall’incrocio di forze contraddittorie, con una tensione costante su tutti i piani, nonché dalla maturazione di alcuni processi di fondo che investono la vita culturale e politica, sociale ed economica. Il passaggio dagli orizzonti dei mari chiusi europei a quelli degli oceani porta anche all’instaurazione di rapporti marittimi e culturali fra i continenti, pur con differenze significative fra le varie forme di colonizzazione: mentre l’aspetto di molte aree d’oltremare, soprattutto costiere, viene riplasmato sulla falsariga degli usi e dei modelli di vita vigenti in Europa, i contatti con gli indigeni sono improntati alla tolleranza reciproca e alla mescolanza razziale solo nelle realtà iberiche. È sintomatico in proposito che le grandi compagnie olandesi non s’interessassero mai di attività missionarie e che gli obiettivi di espansione religiosa, pur non venendo meno, cedessero gradualmente il posto a quelli economici.

Una delle tendenze generali della civiltà europea in quel periodo è proprio la progressiva laicizzazione, cioè la dissociazione di ogni realtà dai condizionamenti religiosi. «Si è trattato di un processo molto lento, in vari paesi addirittura in corso ancor oggi, che in Europa si manifesta almeno dal Duecento in poi, nei campi e con i ritmi più diversi» (p. 331).

Nel secolo XVII, inoltre, comincia a prevalere l’assolutismo — inteso come tendenza all’accentramento autoritario del potere nello Stato a scapito della società —, anche se con situazioni abbastanza eterogenee da un Paese all’altro che danno all’espressione «età dell’assolutismo» una validità molto relativa. Non si può ridurre la storia europea dell’epoca moderna al rafforzamento graduale degli organismi statali, ma questo processo ne rappresenta una delle direttrici principali. Fra i fattori che favoriscono l’accentramento dei poteri vi è anche la necessità per ciascuno Stato di mostrarsi più solido nel gioco sempre più rude dei rapporti internazionali, in cui la guerra appare sempre più come lo sbocco naturale delle rivalità economiche. «Schematizzando, ai motivi dinastici di conflitto propri dell’Europa trequattrocentesca ed a quelli confessionali innestativisi nel Cinquecento si aggiunsero ora quelli specificamente economici» (p. 269).

Tutto il periodo dal secolo XVI al XVIII è caratterizzato dalla ricerca di un assestamento, che non viene trovato, anche perché il campo di lotta si è fatto troppo vasto. Inoltre, il processo di progressiva interdipendenza fra gli Stati continua a intensificarsi e gli interessi religiosi che vi erano congiunti rendono ancora più fitta la catena di azioni e reazioni. Da qui la ricerca di un equilibrio, come era già avvenuto temporaneamente nella penisola italiana con la pace di Lodi del 1454.

E a proposito degli Stati italiani Tenenti rifiuta ogni scenario condizionante e le «[…] prevenzioni mentali e storiografiche più o meno squilibranti. Anzi, le ripercussioni di queste ottiche congiunte si sono rivelate tanto persistenti da rendere anche attualmente una presentazione adeguata delle congiunture e delle situazioni seicentesche. Occorrerà comunque cercare di distaccarsi dalle figurazioni preconcette di quella che avrebbe “dovuto” essere la storia d’Italia» (p. 316), sottolineando fra le caratteristiche del periodo il mantenimento di una pace interna relativamente benefica, l’affermazione di una comunità culturale e artistica e la sua difesa sul fronte orientale — soprattutto da parte della Repubblica di Venezia — contro l’aggressione turca, che dà vita a un’epopea poco nota al grande pubblico: «È pur strano che i ricercatori di epiche gesta abbiano lasciato queste largamente in disparte» (p. 319).

3. Il Settecento

Il secolo XVIII — preso in esame nella terza parte, Il Settecento (pp. 409-612) — vede l’affermazione dell’assolutismo e il proseguimento di una politica di potenza e di spregiudicata competizione internazionale — «Proprio dal Settecento si fece luce altresì, e talora già si realizzò, il brutale disegno di disgregare gli Stati altrui, di spartirsene il territorio in spregio dei legami che avevano tenute unite le loro popolazioni» (p. 477) —, ma soprattutto assiste a un mutamento generale, che coinvolge le prospettive morali, le idee politiche e le aspirazioni collettive.

Tuttavia, il quadro europeo non è rigidamente definito. All’organizzazione statuale prussiana, più orientata in senso assolutistico, si contrappone quella asburgica, caratterizzata da autonomie locali e particolarismi notevoli, che trovavano il loro collante nella cultura cattolica, rafforzata nell’area danubiana dalla vittoria della Contro-Riforma, visibile anche artisticamente grazie alla diffusione in quell’area del barocco, soprattutto quello religioso, fra il 1680 e il 1720. «Questa architettura militante, ispirantesi al Bernini [Gianlorenzo (1598-1680)] ed al Borromini [Francesco Castelli detto (1599-1667)], si adatta all’apologetica antifilosofica del XVIII secolo. L’enorme diffusione di queste basiliche, chiese abbaziali e monasteri celebra la vitalità o il prestigio della religione in quest’area largamente asburgica» (p. 467).

Più in generale, però, e guardando in particolare alle élite, a partire all’incirca dal 1700 si assiste a un processo complesso d’inaridimento e di svuotamento dei fenomeni religiosi abituali, di distacco da essi in nome di convinzioni che erano in parte ancora cristiane ma in senso molto diverso e sempre più flebile, che porta alla costituzione di un nuovo orizzonte culturale e dunque politico ed economico. Com’era accaduto con la precedente grande svolta della sensibilità, cui aveva fatto seguito la crisi protestante, si manifesta una forte interazione fra il contesto religioso e le nuove forme del sapere, le tecniche e in particolare le aspirazioni e i modi di vita. «Ad una vasta corrente deistica e newtoniana, sostenitrice anche di un governo monarchico e della supremazia dei ceti più fortunati, se ne contrappose sempre più nettamente un’altra, panteistica e politicamente democratica» (p. 418).

Inoltre, come già durante il periodo rinascimentale una schiera d’intellettuali, gli umanisti, si erano fatti portatori di valori culturali e morali per rispondere alle nuove esigenze della società laica, nel secolo XVIII altri intellettuali, denominati illuministi o «filosofi», si fanno banditori di un sapere diverso e in contrasto con quello popolare, però in un contesto a loro più favorevole rispetto ai predecessori, sia perché la forza delle credenze religiose si era affievolita, sia perché un buon numero di sovrani fa proprie alcune prospettive illuministiche in vista di un rafforzamento del regime assolutistico, sia grazie allo sviluppo del network propagandistico e organizzativo costituito dalle logge massoniche: «Sia pure in maniere diverse, i massoni furono su vari piani dei contestatori dell’ordine stabilito. […] È veramente arduo misurare il peso specifico effettivo della massoneria settecentesca, ma più la si studia più sembra essere stato notevole» (pp. 437-438); certo è che «[…] anche l’apparato giacobino all’epoca della Rivoluzione francese venne appoggiato da società massoniche» (p. 439). Le elaborazioni filosofiche, dunque, diventano sempre più prese di posizione politiche, anche se, venuti meno in buona parte gl’ideali religiosi e politico-culturali della Cristianità, non era ancora apparsa la loro traduzione moderna, rappresentata dalle ideologie.

L’anticlericalismo, tuttavia, diventa il veicolo e l’espressione di un attacco in profondità contro l’Antico Regime e uno dei tramiti fra le idee dei «lumi» e l’incitamento ad agire sul terreno pratico, cosicché la Rivoluzione Francese, che chiude di regola l’età moderna — anche se «il Settecento si presenta come parte o premessa essenziale del mondo contemporaneo» (p. 583) —, costituisce lo sbocco dei fermenti e delle tendenze in via di maturazione da diversi decenni.

Con gli eventi rivoluzionari si conclude il grande affresco di Tenenti, che ha descritto i mutamenti politici, economici e demografici dell’Europa, prestando attenzione non solo ai «fatti», ma anche alle realizzazioni istituzionali, culturali, artistiche e scientifiche che hanno accompagnato le vicende storiche e alle mentalità di cui sono state espressione.

Note

Questo articolo-recensione è apparso sul bimestrale Cristianità. Organo ufficiale di Alleanza Cattolica, anno XXXIV, n. 337-338, Piacenza settembre-dicembre 2006, pp. 29-32.


(1) Gerhard Oestreich, Problemi di strutturadell’assolutismo europeo, 1969, trad. it. in Ettore Rotelli e PierangeloSchiera (a cura di), Lo Stato moderno. vol. I, Dal Medioevo all’etàmoderna, il Mulino, Bologna 1971, pp. 173-191 (p. 173); per la ricezionedel concetto in Italia, cfr. Paolo Prodi (a cura di), Disciplina dell’anima,disciplina del corpo e disciplina della società tra medioevo ed età moderna,il Mulino, Bologna 1994, e in particolare il saggio di P. Schiera, Disciplina,Stato moderno, disciplinamento: considerazioni a cavallo fra la sociologia delpotere e la storia costituzionale, pp. 21-46.
(2) Cfr. Alberto Tenenti, L’età moderna.XVI-XVIII secolo, il Mulino, Bologna 2005 [672 pp., € 29,00]. Tutti iriferimenti fra parentesi nel testo rimandano a quest’opera.
(3) Cfr. Pierroberto Scaramella, Il senso dellastoria: un profilo bio-bibliografico di Alberto Tenenti, in Idem (a curadi), Alberto Tenenti. Scritti in memoria, Bibliopolis, Napoli 2005, pp.11-30.
(4) Cfr. A. Tenenti, Il senso della morte el’amore per la vita nel Rinascimento. Francia e Italia, Einaudi, Torino1957.
(5) Cfr. A. Tenenti e Ruggiero Romano (1923-2002), Alleorigini del mondo moderno (1350-1550), Feltrinelli, Milano 1967.
(6) Cfr. A. Tenenti, I rinascimenti. 1350-1630,Le Monnier, Firenze 1981.
(7) Cfr. Idem, Stato: un’idea, una logica. Dalcomune italiano all’assolutismo francese, il Mulino, Bologna 1987.
(8) Idem, Dalle rivolte alle rivoluzioni, ilMulino, Bologna 1997.

Francesco Pappalardo

fonte 

http://www.identitanazionale.it/stmo_4001.php



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Alla riscoperta del significato autentico del “carpe diem”

Posted by on Dic 12, 2018

Alla riscoperta del significato autentico del “carpe diem”

Oggi associamo il carpe diem all’immagine di un uomo che, rescisso il legame con il mistero, con Dio, con la tradizione passata e con una prospettiva futura, può finalmente vantarsi di essere libero di assaporare tutti i piaceri, di andare oltre ogni limite, di esagerare senza dover più rendere conto a nessuno. Invece l’espressione significa vivi con intensità il presente cercando la felicità qui e ora. 

«Carpe diem» è espressione che tutti conoscono, amanti o meno del latino, esperti o meno della cultura classica. Indubbiamente ha assunto oggi un significato che è ben distante da quello originario che gli aveva attribuito Orazio, il poeta per eccellenza della lirica latina, autore di quell’ode undicesima del primo libro dei Carmina da cui è prelevata.

Oggi associamo il carpe diem all’immagine di un uomo che, rescisso il legame con il mistero, con Dio, con la tradizione passata e con una prospettiva futura, può finalmente vantarsi di essere libero di assaporare tutti i piaceri, di andare oltre ogni limite, di esagerare senza dover più rendere conto a nessuno. L’espressione sottolinea ancora una libertà totale, exlege, intesa come autonomia da rapporti e da impegni, spensieratezza dimentica del tempo e di una prospettiva, scevra del destino e di un compimento. Vivi l’istante per l’istante senza alcun legame con il bene, con la verità, con la saggezza. Sinteticamente potremmo definire la cultura contemporanea veicolata da un certo mondo massmediatico e cinematografico come la gaia disperazione degli uomini senza Dio.

Un esempio su tutti. Ricordo ancora quando anni fa un mio studente mi disse: «Sa professore, ho visto un film, Notte prima degli esami, che mi ha fatto capire perché valga la pena vivere. Un personaggio del film sostiene che nella vita è importante non ciò che troviamo alla fine della strada, cioè il destino, ma l’emozione che abbiamo provato lungo il cammino». Qualche mese più tardi il ragazzo morì in un incidente in moto. Morire a vent’anni di troppo desiderio di vita o, forse, perché non si è ancora compreso il motivo per cui valga la pena davvero faticare, alzarsi al mattino, prendersi le proprie responsabilità, far famiglia, etc.

Il messaggio di quel film, come di tanti altri film, testimonia la cultura imperante oggi. Non sono tanto importanti la strada e la meta cui essa conduce, quanto l’emotività, la suggestione del momento, l’intensità dell’istante slegato completamente dal bene, dalla realizzazione, dal compimento. Vivi l’istante per l’istante sembra essere l’imperativo categorico di oggi, in un becero e superficiale «carpe diem», che sprona in realtà a considerare come momenti forti solo il sabato sera, le feste, la notte, e a stimare di poco conto tutto quanto è quotidianità e normalità.

Ma cosa intendeva davvero Orazio con l’espressione carpe diem»? Per recuperarne il significato autentico è necessario rileggere l’ode:
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!
Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias: vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

In traduzione: Tu non chiedere, è vietato sapere, quale fine a me, quale a te
gli dei abbiano assegnato, o Leuconoe, e non consultare
la cabala babilonese. Quanto (è) meglio, qualsiasi cosa sarà, accettarla!
Sia che Giove abbia assegnato più inverni, sia che abbia assegnato come ultimo
quello che ora sfianca con le scogliere di pomice che gli si oppongono il mare
Tirreno, sii saggia: filtra il vino e ad una breve scadenza
limita la lunga speranza. Mentre parliamo sarà fuggito, inesorabile,
il tempo: cogli il giorno, il meno possibile fiduciosa in quello successivo.

Una triplice negazione apre la poesia: «ne quaesieris», «nefas», «nec […] temptaris numeros» ovvero «non chiederti», «è vietato», «non consultare». La parola «nefas» indica le azioni che si oppongono alla legge divina (che coincide con il termine «fas», mentre la legge umana è in latino lo «ius»). Gli dei non consentono all’uomo di conoscere il futuro, pertanto cercare di farlo è atto di empietà, che verrà punito non tanto dalle divinità, ma dall’impossibilità di vivere e assaporare il presente.

A parlare è Orazio rivolgendosi a Leuconoë, ragazza probabilmente non reale, ma fittizia, il cui nome significa «dalla mente candida», colei che non conosce ancora la vita, che è ancora spensierata.  È inutile pertanto consultare gli astrologi caldei che cercano di comprendere il destino degli uomini attraverso la posizione delle stelle. Molti romani appartenenti alla classe dirigente si rivolgono a loro. È preferibile sopportare con forza, non passivamente, tutto quanto accadrà. Questo indica qui il verbo latino «pati», una rassegnazione saggia di stampo epicureo, dovuta al fatto che in ogni caso il destino è immutabile e già fissato al momento della nascita. La vita potrà essere ancora lunga per Leuconoë oppure breve.

Con grande perizia poetica Orazio si avvale qui dell’immagine del mare Tirreno che, antropomorfizzato, si va a schiantare contro le scogliere durante le tempeste invernali. Il poeta ci introduce, così, al torpore dell’inverno che simbolicamente rappresenta la conclusione della vita. Ecco, allora, il consiglio di una persona che ha già sperimentato e compreso la fugacità del tempo: «sii saggia» («sapias») e «filtra il vino» («vina liques»). Al tempo di Orazio i Romani filtravano le impurità del vino facendolo passare attraverso un sacchetto di tela o un vaso metallico forato e pieno di neve. Questa procedura permetteva di assaporare meglio il gusto puro del vino.

Il verbo «sapio» indica sia «aver sapore» che «essere saggio». Bellissima è la duplicità semantica del verbo «sapere». La concretezza del lessico latino continua nel verbo seguente «resecare» che significa «tagliare i rami troppo lunghi». L’interlocutore di Orazio, immaginario o reale che sia, è invitato a non riporre la speranza della propria felicità nel futuro lontano. Non sappiamo quanto vivremo. «Tempus fugit», il tempo fugge, è invidioso della nostra felicità, della giovinezza, dell’amore.

Il verbo «carpo» esprime la lacerazione e lo strappo di una parte dal tutto, ad esempio la separazione di una foglia dal ramo o il piluccare un grappolo d’uva. La foglia da staccare, da cogliere è il «dies» che deve essere disgiunto dal tempo nel suo insieme («aetas»). In altre parole, «carpe diem» significa vivi con intensità il presente, ogni attimo, cercando la felicità nell’hic et nunc, qui e ora. Che questo sia il significato autentico di Orazio è confermato dal secondo emistichio del verso conclusivo «quam minime credula postero» che significa letteralmente «riponendo il meno possibile la speranza della vita nel futuro».

Giovanni Fighera

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http://lanuovabq.it/it/alla-riscoperta-del-significato-autentico-del-carpe-diem

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Ricordo di Rodolfo Valentino di Alfredo Saccoccio

Posted by on Dic 10, 2018

Ricordo di Rodolfo Valentino di Alfredo Saccoccio

      Sul Santa Monica Boulevard, a due passi dalla Paramount, nel modesto e borghese cimitero di Hollywood, ormai disertato dai grandi morti del cinema, che preferiscono farsi seppellire nel lontano, solitario, arcisontuoso Forest Lawn Memorial Park,  a Glendale, Rodolfo Valentino giace sotto un semplice marmo di Carrara, sul quale hanno inciso soltanto il suo nome; ma, ancora oggi, la sua tomba è sempre ornata di misteriosi fiori freschi, sempre rinnovati, e il suo nome è tutt’altro che dimenticato.

   I fiori misteriosi, si intuisce, sono il tributo delle tante ammiratrici e delle innumerevoli donne che lo amarono e su questo fatto non ci sarebbe niente da raccontare, perché si sa che certe donne romantiche e scompensate si attaccano più durevolmente alla memoria di un morto che ai vivi, specialmente se sono in una età in cui questi non le guardano più. Straordinaria, invece, appare la persistenza del ricordo del bel Rudy in tutto il popolo americano, il quale è senza dubbio il più smemorato del mondo. Ma il fatto è che di Valentino ancora si parla, e si parlerà finché le generazioni della grande guerra non saranno scomparse, non tanto perché  egli sia stato il protagonista  de “I quattro cavalieri dell’Apocalisse”, il film che, oltre a rivelarlo, è stato quello che ha colpito di più  l’immaginazione degli americani, ma perché Valentino, in una certa maniera, ha impersonato il tipo ideale dell’uomo del dopoguerra, del periodo della “prosperity”, dell’epoca ormai mitica, nella quale non c’era stenografa o ragazza di bar che non avesse il suo agente di cambio e un pacchetto di fissati di borsa fra il rosso per le labbra e la scatola di cipria dentro la borsetta.

   Di fronte a Babbit sempre più prosperoso, sempre più impegolato negli affari, sempre più ottuso e asessuato, la donna statunitense aveva eletto idolo del suo cuore il bel Rudy, tenebroso, ardente, crudele, prodigo e farfallone dello “Sceicco”. Le donne americane non scrivevano più al loro “flirt” o all’uomo del loro “romance” incominciando  con un “mio caro” o “mio amore”, ma con “my sheik”. E con tale senso la parola araba è entrata e rimane nel vocabolario americano.

   Rodolfo Valentino, al secolo Rodolfo Guglielmi, è nato, il 6 maggio, 1895, a Castellaneta, nelle Puglie. Suoi padre faceva il veterinario e, oltre al reddito della professione, godeva quello di una piccola fortuna, che, alla sua morte, lasciò ai tre figlioli che aveva avuto: due maschi e una femmina.

   Le notizie che si hanno sulla giovinezza di Rodolfo sono molto incerte. Si sa che egli studiò all’Istituto Nautico di Venezia, per passare poi ad una scuola di agronomia a Genova, che fu disertata presto anche questa. Né la vocazione del mare, né quella della terra dovevano essere profonde nello spirito del bel giovanotto, mentre egli doveva sentire, invece, fortissima quella per i sottanini delle divette dei varietà. Fatto sta che, piantati gli studi sugli innesti e sulle concimazioni, egli si trasferì a Parigi, senza giustificare l’espatrio altro che con la voglia che aveva di divertirsi.

   Nelle memorie che ha lasciato,che sono chiaramente uno zibaldone di avventure erotico-romanzesche, fatto scrivere da qualche agente di pubblòicità nell’epoca dei suoi maggiori trionfi, egli ammette di essersi recato a Parigi soltanto per divertirsi, come se fosse stato un giovane boiardo russo o il figlio di un re degli stuzzicadenti sterilizzati, ma la verità è che forse egli contava sui suoi successi femminili, come fanno tanti bei giovani, per trovare una via che gli consentisse, magari tramite il matrimonio , una ricca sistemazione.

   A Parigi , però, non trovò nulla di tutto ciò. L’epoca dei “danseurs mondains” argentini e dei principi georgiani non era ancora spuntata, sebbene il tango fosse già uscito dal nativo Barrio de las Ranas di Buenos Aires approdando sulle pedane dei “cabarets” parigini, ma era ancora una danza da professionisti, da virtuosi, che le signore non sapevano ballare.

   Tuttavia Rodolfo, che era portato molto per la danza, l’imparò e, quamndo fu agli sgoccioli dell’eredità paterna, invece di tornarsene a fare il figliol prodigo, a Castellanera, pensò bene di salpare per l’America, altro Paese di fortunati incontri, produttore di figlie di miliardari facilmente innamorabili. Ma né il biglietto di prima classe sul “Clevewland”, né la stanza all’Astor, in piena Broasway elegante, procurarono l’avventura desiderata all’efebo diciannovenne, dal torso simile a quello dell’Eros vaticano, per citare il paragone di una sua anmmiratrice.

   Esaurite le ultime risorse, Rodolfo abbandonò il lussuoso albergo e si cercò un pane più duro, ma meno problematico. Ricordandosi di aver appreso,  a Genova,  qualche nozione di agronomia, si improvvisò giardiniere ( in America i disegnatori di giardini formano una branca specializzata dell’architettura), ma non vi riuscì. Poi tentò qualche altro mestiere senza miglior successoi. Rodolfo finì con il fare il “barman” in un locale della Ventesima Strada, dove, naturalmente, sedusse la guardarobiera, una graziosa polacca, che i biografi dell’attore segnalano come colei che scoprì, per prima, le meravigliose attitudini di ballerino del suo “friendship”.

   Sembra che seguendo i consigli di questa esperta fanciulla, Rodolfo si sia deciso a ricacciare, fuori dal baule,  il frac parigino, il nero mantello, dai risvolti di raso bianco, la tuba ad otto riflessi, il bastone d’ebano con il pomolo d’avorio, e a presentarsi al padrone di un nuovo locale notturno appena aperto sulla Broadway, il “Moonlight Club”. La moglie del padrone, che si chiamava Arabella, fu la prima “partner” del nuovo ballerino di tango, la nuovissima danza che nel frattempo, da Parigi, era stata importata a New York e che pochissimi allora sapevano ballare.

   Ma Arabella si innamora del suo compagno di passi strisciati e di frenetiche piroette, diventa  gelosa ed invadente e allora Rodolfo acchiappa una scrittura in una compagnia di riviste che sta per partire in “tournée” per l’Ovest e che, giunta a San Francisco, si scioglie, lasciando a spasso i suoi componenti. Però Rodolfo riesce a sbrigarsela, trovando un posto un posto come ballerino in un locale della costa e arrotondando  le entrate impartendo lezioni di danza.

   Hollywood non è che a seicento miglia, ma egli mon ci pensa, fino al momento in cui un’altra donna gli sussuirrerà questo nome, che, in quel tempo, non era ancora diventato magico. La donna era Inne Mathis, scrittrice di scenari cinematografici, assai apprezzata in quel tempo. Ella incontrò Rodolfo all’ “Alcazar” di San Francisco, dove egli danzava, e gli suggerì di tentare la fortuna ad Hollywood, non solo, ma gli offrì il suo appoggio. Era la primavera del 1915. Fatto inabile al servizio militare per deficienza toracica (colei che lo ha paragonato all’Eros vaticano non doveva aver l’occhio di uno scultore), il giovanotto fa le valige per Los Angeles, dove, per qualche altro anno, non trova nulla di buono da fare, eccettuato quello che ha fatto finora: il ballerino e la comparsa.

   Però Inne Mathis era una donnina tenace e il giorno in cui Rex Ingram decise di ricavare un film da “I quattro cavalieri dell’Apocalisse”, torrenziale melodramma di Vicente Blasco Ibanez, affidandone a lei la sceneggiatura, ella pensò al suo protetto ed inserì nello scenario un episodio di danza, che piacque all’Ingram.

   Quando questi si metterà in cerca degli interpreti, la Mathis glielo presenterà. Bruno, con gli occhi liquidi e brucianti, il giovane ballerino, dall’uso disinibito del suo corpo nella danza, è il tipo adatto ad impersonare la figura di Julio Desnoyer e viene scritturato. Ma Ingram gli fa mutare il cognome di Guglielmi, difficilmente pronunciabilòe dagli anglosassoni, e così  nasce Rodolfo Valentino, anzi Rudy Valentino, il bel tenebroso dalle basette a punta, dalle labbra tumide e dallo sguardo turbativo, come diceva il poeta Ragazzoni,. che attaccherà alle donne di tutto il mondo la prima psicosi cinematografica, ed anche la più diffusa, poichè nessun attore, tra quanti sono comparsi poi, né Ramon Novarro, Gilbert, Gable, Taylor, riusciranno ad essere pandemici come lui.

   La sequenza del tango ne “I quattro cavalieri dell’Apocalisse” riassume tutto Rodolfo Valentino, né egli riuscì  a superarsi come ballerino e tanto meno come attore.. Ma come amatore, come “lovelace”, come “tipo che fa impazzire tutte le donne”, egli si perfezionerà definitivamente in “The Sheik”.

   Quando comparve questo film, il successo di Valentino, alimentato da una sagace pubblicità, che aveva abilmente sfruttato le vicende dei suoi molteplici e burrascosi amori, da quello con Jeanne Acker, che egli sposò e che lo abbandonò dopo sei ore, al matrimonio con Natascia Rambova, che lo ridusse in prigione per bigamìa e che finì con un altro divorzio, aveva toccato i vertici. Nessun personaggio americamo, neanche Wilson, ebbe in Europa le accoglienze trionfali che ricevette Rodolfo Valentino quando, dopo una serie intensissima di film, rivalicò l’Oceano per cogliere gli allori europei.

   Al suo ritorno ad Hollywood, sciolto da ogni contratto con le case produttrici, egli si mise a lavorare in proprio, sotto l’egida degli Artisti Associati, come facevano già Fairbanks, la Pickford e Chaplin, iniziando la pellicola “L’Aquila Nera”. Nel frattempo Rodoldo aveva conosciuto Pola Negri e sembrò che il nuovo amore dovesse finire in un altro matrimonio. Ma il periodo di fidanzamento, come venne chiamato, si protrasse a lungo.  Intanto Valentino  aveva già compiuto un altro film, “Il figlio dello Sceicco”, che era  un tentativo  di far rivivere il fortunato predecessore, e partì per New York, onde assistere alla presentazione.

   Arrivò in tempo, ma il giorno dopo  l’ulcera gastrica di cui soffriva da qualche mese si perforava: Egli moriva, dopo l’operazione di peritonite, nella clinica in cui era stato trasportato. Era l’agosto del 1926. New York, l’America, il mondo avevano seguito il corso della brevissima malattia dell’attore con un orgasmo crescente.. All’annuncio della sua morte, una sua ammiratrice inglese, Margaret Murray Scott, si suicidava. Ai suoi funerali centinaia di donne caddero in deliquio. Le ambulanze non bastarono, la polizia dovette caricare la folla. Egli era stato chiuso in una bara di bronzo e di argento, che partì per Hollywood, scortata dalle sue ex mogli, dalla fidanzata Pola Negri e da una quantità di altre bellissime donne in lutto, che avevano qualche ragione più diretta di piangerlo  di quella sciagurata di Margaret Murray di Londra, che aveva parlato coin lui solo un minuto preciso. IL treno che recava la salma idrolatata e le sue lacrimatrici si profumò a tutte le stazioni, lungo tremila miglia di ferrovia con le valanghe di fiori disposti sulle banchine, al suo passaggio,  dalle “fans” discinte e convulse. Una banda di “cow-boys girls” in sella a nitrenti puledri fermò il convoglio a pistolettate in pieno deserto, per poter issare sul vagone una corona di selvagge corolle di “mesquitas”. Infine il dardeggiante sole di Hollywood fece stramazzare, colpite da insolazione, ventitrè persone durante le esequie.

   L’amministratore di Rodolfo non rese mai i conti di  quanto aveva guadagnato e speso il Valentino. Il fratello di lui, cav. Alberto Guglielmi, accorso con il primo treno da Castellaneta a Hollywood, per raccogliere l’eredità, ci rimise le spese del viaggio e   si mangiò, in una causa annosa contro l’amministratore, quasi tutto il suo. Del fratello famoso e glorioso non gli rimase che lo pseudonimo, che egli adottò in vani tentativi di sostituirlo sullo schermo. Non gli rimase nulla, neppure la casa che Rudy possedeva sulla collina tra Wilcox Avenue e Highland Avenue, perché essa era sotto sequestro, in attesa del giudizio e non se ne poteva ricavare alcun utile affittandola, perchè nessuno la voleva, essendo “frequentata dagli spiriti”. Non si sapeva se da quelli delle donne morte per lui, o da quello inquieto e ardente del grande amatore, simbolo del sesso, spentosi in bellezza, a solo trentun anni, prima che le tempie gli si sfoltissero e che la pancetta gli sporgesse di due dita, come al fratello, cav. Alberto, che  era la sua immagine perfetta, con due o tre anni di più.      

Alfredo Saccoccio n

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FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL 700′ NAPOLETANO 2018

Posted by on Dic 9, 2018

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL 700′ NAPOLETANO 2018

Il Programma dell’edizione 2018 del Festival, l’unica risposta seria che Napoli vuole “dare” alla Scala di Milano e grazie al maestro Enzo Amato

Si inizia12 il dicembre alla Domus Ars alle 17,30, con la presentazione della monografia sui quattro conservatori cittadini.Venerdì 14 dicembre alle 21 si inizia con il concerto di “Leonardo Leo Jazz Project” con Luca Signorini e Bruno Persico. Musiche di Leonardo Leo.“

Le novità di questa diciannovesima edizione sono tante – spiega Enzo Amato, direttore artistico del Festival. – Non solo concerti ma anche convegni, workshop, visite guidate ed esposizioni di eccellenze campane per conoscere ed amare la straordinaria musica del ‘700 napoletano. I concerti e i convegni si terranno alla Domus ArsConcerti ore19.00 Ingresso €10,00 ridotto € 5,00

I giovani fino al 26° anno di età, gli over 60, possono acquistare i biglietti a prezzo ridotto Prezzo ridotto anche per i gruppi organizzati da associazioni e circoli aziendali composti da un minimo di 6 persone.

Convegni ore 11 (ingresso gratuito) tranne quello di martedì 18 che si svolgerà presso il Liceo Musicale Statale Margherita di Savoia di Napoli in Salita Pontecorvo 72.I percorsi guidati (ad ingresso gratuito) partiranno dal Centro di Cultura Domus Ars nei giorni 20 Giovedì, 21 Venerdì, 22 Sabato alle ore 9.30. I percorsi sono curati dall’Associazione Domenico Scarlatti

PROGRAMMA DEI CONCERTI – DOMUS ARS ORE 19

Venerdì 14 dicembre Leonardo Leo Jazz Project, con Luca Signorini e Bruno Persico, Musiche di Leonardo Leo

Sabato 15 dicembre Fuori il Palazzo – La musica Popolare ai tempi di Ferdinando IV, Spettacolo di Carlo Faiello 

Domenica 16 dicembre Quartetto Gagliano da Scarlatti a Beethoven, con Carlo Dumont violino, Sergio Carnevale violino, Gianfranco Conzo viola, Manuela Albano violoncello. Musiche di Ludwig van Beethoven.

Lunedì 17 dicembre, Rossini e Napoli Rossini – Wind Quartett, con Edoardo Ottaiano flauto, Angelo Greco clarinetto, Luca Martignano corno, Nicola Orabona fagotto. Musiche di Domenico Cimarosa e Gioacchino Rossini. In occasione delle Celebrazioni Rossiniane 2018.

Mercoledì 19 dicembre, La Dirindina di Domenico Scarlatti, Orchestra “Real Cappella di Napoli”, direttore Ivano Caiazza. Personaggi e Interpreti Dirindina il soprano Ilaria Iaquinta, Don Carissimo il baritono Enrico Di Geronimo, Liscione il contraltista Angelo Bonazzoli, la regia Filippo Zigante, coreografie Luigi Ferrone, scene Giuseppe Zarbo. Musiche di Domenico Scarlatti

Giovedì 20 dicembre, MADRE: La Scuola Musicale Napoletana nel Terzo Millennio, con Gabriella Colecchia mezzosoprano, Enzo Oliva pianoforte, Eleonora Amato violino, Pasquale Capobianco, Silvano Fusco violoncello, chitarra elettrica, Max Fuschetto oboe e sax soprano, Enzo Amato chitarre. Musiche da Mother Moonlight, di Max Fuschetto & Mater Mediterranea di Enzo AmatoSabato

Convegni

22 dicembre Il Concerto a Napoli, Ernesto Sparago pianoforte, Orchestra da Camera di Napoli direttore Enzo Amato. Musiche di Niccolò Jommelli, Domenico Cimarosa e Giovanni Paisiello

18 dicembre martedì, presso il Liceo Musicale Statale Margherita di Savoia Salita Pontecorvo 72 ore 11.00: “Il Conservatorio di Santa Maria di Loreto”. Interverranno: Maria Wally Crocenti, Diana Facchini, Angelo Greco, Francesco Nocerino, Enzo Amato.

19 dicembre mercoledì, presso DOMUS ARS: “Il Conservatorio di Sant’Onofrio a Capuana”. Interverranno, Renata Maione, Guido Varchetta, Enzo Amato.20 dicembre giovedì, presso DOMUS ARS: “Il Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo”. Interverranno, Filippo Zigante, Paola Troncone, Enzo Amato.21 dicembre venerdì, presso DOMUS ARS: “Il Conservatorio della Pietà dei Turchini”. Interverranno, Marta Columbro, Alessandro De Simone, Enzo Amato.

Informazioni: Domus Ars Centro di Cultura Via Santa Chiara10c – Napoli infoeventi@domusars.it – 0813425603

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Il primo take away? A Napoli! Ecco la storia de “Il Pignatiello”

Posted by on Dic 8, 2018

Il primo take away? A Napoli! Ecco la storia de “Il Pignatiello”

Il cibo d’asporto (o take away) ha origine secoli fa e anche questo primato apparterebbe a Napoli e il suo Regno. Fino all’inizio del secolo scorso, a Piazzetta Arenella c’è stata una trattoria che ha contribuito allo sviluppo e alla fortuna del quartiere Vomero.

Si tratta de “Il Pignatiello”, una piccola taverna ricavata da un’ antica cantina, la quale ha sfamato i villeggianti della collina e le lavandaie delle ricche signore napoletane per secoli. Il locale si affacciava con un ampio pergolato sull’attuale Piazza Muzii, proprio sopra quella che oggi è la farmacia De Tommasis; il Pignatiello si trovava lì dalla fine del Seicento o inizio Settecento.Ai primi del Novecento, la taverna venne acquistata da Luigi De Vita e, proprio in quello che oggi è un deposito in via Mazzoccolo, c’era l’ingresso della locanda. Il proprietario della taverna “il Pignatiello” non se la passava male: aveva fatto fortuna inventando un vero e proprio servizio di take away, ovvero i “pignatielli”, dei contenitori di terracotta della capacità di un quarto, pieni di fagioli già cotti, stile Bud Spencer. Venivano venduti a un ottimo prezzo e dovevano essere restituiti vuoti. Le clienti più affezionate erano le famose lavandaie delle ricche signore della Napoli bene, che la mattina scendevano in città per raccogliere i panni da lavare, e al ritorno, all’ora di pranzo,durante la risalita verso i Camaldoli, trovavano provvidenziale l’acquisto dei pignatielli, cioè di vivande “precotte”.Ma “Il Pignatiello” era anche un vero e proprio luogo per incontrarsi per gli abitanti dei Camaldoli e di Cangiani, i quali vivevano in quelle zone isolate, dediti al lavoro della terra. Erano soliti percorrere la strada che scendeva fino all’Arenella, proprio per trascorrere un po’ di tempo all’interno dell’unica trattoria nelle vicinanze.La locanda de “il Pignatiello” offriva ovviamente cibi freschissimi, frutta, verdura, pollame, e pesci vivi che venivano conservati all’interno di una vasca da bagno; uno dei piatti forti era il baccalà fritto. Le pareti delle sale erano densa mente affrescate con scene di campagna, mentre nell’antisala c’era affisso un ritratto del proprietario. Gli anziani del luogo ricordano i camerieri vestiti alla meno peggio, con giacche diverse una dall’altra ed i pantaloni bucati. Quando il Pignatiello chiuse,al suo posto ha avuto vita breve una sala da biliardo; la famiglia De Vita, chiamati da tutti “i Pignatiello”, si trasferì nelle vicinanze e abbandonò la propria dimora che era situata sopra il ristorante. Oggi è sopravvissuta solo la grande terrazza ancora ben visibile sopra la scritta della nota farmacia dell’Arenella.

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Il Comitato Luigi Giura continua le visite guidate sul Ponte Real Ferdinando

Posted by on Dic 8, 2018

Il Comitato Luigi Giura continua le visite guidate sul Ponte Real Ferdinando

Il Comitato Luigi Giura continua nella missione di divulgare il più possibile il Ponte Real Ferdinando sul fiume Garigliano e il suo creatore, il genio Napoletano Luigi Giura. Come accade in due domeniche al mese il Comitato organizza visite guidate gratuite e ad ogni visita si registra un numero considerevole di visitatori. Di seguito tutti i video dell’ultima visita dove nonostante il freddo vento di tramontana eravamo veramente tanti

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