Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

L’impero romano? Cadde per i pochi nati e i troppi stranieri

Posted by on Giu 23, 2019

L’impero romano? Cadde per i pochi nati e i troppi stranieri

Arriva da noi il libro che ha diviso la Francia per il polemico parallelo tra il passato e oggi

Già esaurito e in ristampa, il libro dello storico Michel De Jaeghere Gli ultimi giorni dell’Impero Romano che arriva ora in Italia (Leg, pagg.

624, euro 34), è uscito due anni fa in Francia e, là, ha sollevato un putiferio. Perché? Perché l’autore dimostra che quella civiltà collassò per le seguenti cause: a) crollo demografico, per far fronte al quale si inaugurò b) una persecuzione fiscale che c) distrusse l’economia; allora si cercò vanamente di ovviare tramite d) l’immigrazione massiccia. Che però si trascurò di governare.

Se tutto questo ci ricorda qualcosa, abbiamo azzeccato anche il motivo per cui gli intellò politicamente corretti d’oltralpe sono insorti. La vecchia tesi di Edward Gibbon, che è settecentesca e perciò più vecchia del cucco, forse poteva andar bene a Marx, ma non ha mai retto: non fu il cristianesimo a erodere l’Impero Romano, per la semplice ragione che la nuova religione era minoritaria e tale rimase a lungo anche dopo Costantino. L’Impero cessò ufficialmente nel V secolo, quando i cristiani erano neanche il dieci per cento della popolazione. Solo nella pars Orientis erano maggioranza. Infatti, Bisanzio resse altri mille anni: quelli che combattevano per difenderla erano tutti cristiani. E pure a Occidente erano cristiani soldati (inutilmente) vittoriosi come Ezio e Stilicone.

Michel De Jaeghere, direttore del Figaro Histoire, fa capire che tutto cominciò col declino demografico. I legionari, tornati a casa dopo anni di leva, mal si adattavano a una condizione di lavoratori che, quanto a profitto, li metteva a livelli quasi servili. Così andavano a ingrossare la plebe urbana, cui panem et circenses gratuiti non mancavano. Le virtù stoiche della pietas e della fidelitas alla res publica vennero meno, e il contagio, al solito, partì dalle élites. Nelle classi alte si diffuse l’edonismo, per cui i figli sono una palla al piede. Coi costumi ellenistici dilagarono contraccezione, concubinaggio e divorzio, tant’è che Augusto dovette emanare leggi contro il celibato. Inutili. Anche perché, secondo i medesimi costumi, l’omosessualità era aumentata in modo esponenziale. Roma al tempo di Cesare aveva un milione di abitanti: sotto Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore d’Occidente, solo ventimila. Già nel II secolo dopo Cristo l’aborto aveva raggiunto livelli parossistici e, da misura estrema per nascondere relazioni illecite, era diventato l’estremo contraccettivo. Solo i cristiani vi si opponevano, ma erano pochi e pure periodicamente decimati dalle persecuzioni. Così, ogni volta i censori dovevano constatare che di gente da tassare e/o da mandare a difendere il limes ce n’era sempre meno. Le regioni di confine divennero lande semivuote, tentazione fortissima per i barbari dell’altra parte. Si pensò allora di arruolarli: ammessi ai benefici della civiltà romana, ci avrebbero pensato loro a difendere le frontiere. E ci si ritrovò con intere legioni composte da barbari che non tardarono a chiedersi perché dovevano obbedire a generali romani e non ai loro capi naturali. Metà di loro erano germanici, e si sentivano più affini a quelli che dovevano combattere. La spinta all’espansione era cessata quando i romani si erano resi conto che, schiavi a parte, in Europa c’era poco da depredare. I barbari, invece, vedevano i mercanti precedere le legioni portando robe che li sbalordivano (e ingolosivano). Si sa come è andata a finire.

Intanto, che fa il fisco per far fronte al mancato introito (dovuto alla denatalità)? La cosa più facile (e stupida) del mondo: aumenta le tasse. Solo che gli schiavi non le pagano, e sono il 35% della popolazione. Gli schiavi non fanno nemmeno il soldato. I piccoli proprietari, rovinati, abbandonano le colture, molti diventano latrones (cosa che aumenta il bisogno di soldati). Il romano medio cessa di amare una res publica che lo opprime e lo affama, e non vede perché debba difenderla. Nel IV secolo gli imperatori cristiani cercarono di tamponare la falla principale con leggi contro il lassismo morale, intervenendo sui divorzi, gli adulteri, perfino multando chi rompeva le promesse matrimoniali. Ma ormai era troppo tardi, la mentalità incistata e diffusa vi si opponeva. Già al tempo di Costantino le antiche casate aristocratiche erano praticamente estinte. L’unica rimasta era la gens Acilia, non a caso cristiana. Solo una cosa può estinguere una civiltà, diceva Arnold Toynbee: il suicidio. Quando nessuno crede più all’idea che l’aveva edificata. Troppo sinistro è il paragone con l’oggi, sul quale, anzi, il sociologo delle religioni Massimo Introvigne in un suo commento al libro di De Jaeghere ha infierito affondando il coltello nella piaga: i barbari che presero l’Impero non avevano una «cultura forte» e riconoscevano la superiorità di quella romana. Infatti, ne conservarono la nostalgia e, alla prima occasione, ripristinarono l’Impero (Sacro e) Romano. Si può dire lo stesso degli odierni immigrati islamici? I quali pensano che la «cultura superiore» sia la loro?

Rino Camilleri

fonte http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/limpero-romano-cadde-i-pochi-nati-e-i-troppi-stranieri-1312691.html?fbclid=IwAR3JiCtgG4uN7_LmS2ZZBE2S-joU6cDhUWWaTdJl50p_peZtki_adfjZYPI

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I capelli di Venere, una cascata da favola nel cuore verde del Cilento!

Posted by on Giu 23, 2019

I capelli di Venere, una cascata da favola nel cuore verde del Cilento!

Nel cuore del Cilento, poco distante dall’oasi di Morigerati, c’è una cascata che ci porta dritti in una mondo da fiaba. Una volta percfo5rso tutto il sentiero sembrerà di essere arrivati nella terra degli elfi e delle fate.

Stiamo parlando della cascata nota “Capelli di Venere” nel bosco nei pressi di Casaletto Spartano. La cascata ha origine dalle acque del Rio Bussentino, un affluente del fiume Bussento e prende il nome dalla rigogliosa crescita della pianta Capelvenere.

Casaletto Spartano si trova nell’entroterra del Golfo di Policastro e poco distante dal centro si raggiunge con facilità l’ “Area Capello“, da dove partire per la visita alle cascata. Da qui partono due sentieri di cui uno porta appunto alla celebre ed incantevole cascata, in prossimità della quale si conservano i resti di un vecchio Mulino ristrutturato.

Nei pressi della cascata anche i resti di un antico ponte “Normanno”.  le cascate formano delle pozze naturali dove è possibile fare il bagno e godere del refrigerio dell’acqua. Una volta ammirata la cascata è possibile seguire il corso del Rio nelle sue evoluzione attraverso i sentieri dedicati.

Aree attrezzate per pic nic rendono il bosco una meta ideale per una gita diversa dal solito.

Informazioni

Dove: Casaletto Spartano – SA

Come arrivare: Percorre la superstrada che dallo svincolo autostradale di Buonabitacolo porta a Caselle in Pittari. da qui seguire la strada provinciale fino a Casaletto Spartano. Indicazioni per l’Oasi indicano come raggiungere il punto di partenza dei sentieri.

Ingresso all’Oasi a pagamento (circa 3 Euro)

fonte https://grandenapoli.it/i-capelli-di-venere-una-cascata-da-favola-nel-cuore-verde-del-cilento/?fbclid=IwAR0FfsiQho5fV8Bv_6gWFTUQao1PVyWKSYsuJZiHQGbdMdPxXIWwaL2sYcQ

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I napoletani per Bellenger napoletano

Posted by on Giu 22, 2019

I napoletani per Bellenger napoletano

Sulla stampa un profluvio di articoli trattano di crisi dell’Europa: crisi economica e politica ma non manca la crisi culturale. Anzi – alcuni dicono – tutto comincia da lì: dalla incapacità dei cosiddetti intellettuali di liberarsi dalle pastoie del ragionamento astratto e di organizzare mentalmente un pensiero ampio e articolato della realtà in movimento. Un movimento che appare caotico. Si può da questo caos ricavare un’armonia, un cosmos? Più in generale, si parla di un tramonto dell’Occidente che sembra preludere alla fine di una civiltà. Eppure in questo marasma sorgono, qua e là, bagliori di vitalità.

Anche a Napoli, una città generalmente tenuta ai margini del progresso e della modernità, e forse proprio per questo. Oggi, appunto qui si possono trovare i sintomi di un fermento culturale nuovo, che viene attribuito anche alla rivisitazione storica che vi si sta svolgendo da alcuni decenni, prima quasi in sordina, poi, via via, diffusa nella consapevolezza di un sempre maggior numero di persone.

Che invece si trovano ad avere a che fare con una stampa che dipinge generalmente la città come luogo di degrado e di camorra. Così appare nei quotidiani, nelle riviste, nei libri, anche scolastici e universitari, nelle esternazioni di molti intellettuali. In proposito alla TV, pochi giorni fa, Klaus Davi raccontava: “A Milano, vicino casa mia, in cento metri, vi sono stati due agguati mafiosi. Ne hanno parlato le TV nazionali? Se fosse successo a Napoli, la notizia avrebbe tenuto banco per giorni”. 

Nel frattempo si afferma, in alcuni episodi, una reazione a questo stato di cose. Che finalmente Napoli, un tempo per cinque secoli libero ducato e per sei secoli capitale di regni, dalla sua storia non più contraffatta, abbia acquistato una nuova dignità e alzato la testa? Un episodio notevole tra gli altri è il successo di una petizione popolare, non promossa da alcun partito, a cui spontaneamente hanno aderito cittadini di varia cultura ed estrazione sociale: dal cattedratico, all’operaio, dal disoccupato, al professionista, alla casalinga.

Napoli si è mossa osservando semplicemente la realtà e ha dimostrato la sua stima per Sylvain Bellenger, il cittadino francese che ha espresso, attraverso il suo lavoro di Direttore della Reggia-Museo e del Real Bosco di Capodimonte, svolto con onestà, competenza e intelligenza esemplari, il suo appassionato amore per la città, dando di nuovo bellezza e dignità a uno dei suoi luoghi più significativi.

Perciò il Comitato “Per Sylvain Bellenger cittadino napoletano”, composto da Agnese Cervone, Adriana Dragoni, Silvana Ottazzi, Paola Pozzi, Renato Rocco e Giuseppe Romeo, ha promosso una raccolta di firme per una petizione popolare al Sindaco di Napoli Luigi De Magistris, affinché sia concessa la cittadinanza onoraria a Sylvain Bellenger. L’iniziativa ha avuto la partecipazione entusiasta dei cittadini, tanto che sono state raccolte circa un paio di migliaia di firme, sia in veste cartacea che digitale e tante di più ve ne sarebbero state se gli organizzatori non avessero posto un limite al loro impegno.

Domani, venerdì 21 giugno, alle ore dieci, sarà, a nome del Comitato, presentata alla Segreteria del Sindaco la documentazione dell’iniziativa.

Bellenger ha riorganizzato l’amministrazione delMuseo, mentre ha stimolato l’interesse internazionale per Napoli e per Capodimonte. Tante sono le iniziative da lui prese per valorizzare nel mondo la cultura napoletana: dalla promozione della cultura popolare con l’associazione MusiCapodimonte, al Festival della Cultura Popolare dell’Italia Meridionale, alla Scuola di lingua napoletana ecc. Con la mostra “Parade”, di Picasso, evidenziava l’influenza di Napoli su questo artista. Così, nell’attuale mostra “Caravaggio-Napoli”, anche nel programmatico titolo “paritario”, afferma l’influenza della nostra città sull’artista lombardo.

Mentre nella mostra, anch’essa in questi giorni a Capodimonte, dell’artista fiammingo Jan Fabre vi sono dei meravigliosi oggetti fatti, su suggerimento di Bellenger, con il corallo rosso lavorato a Torre del Greco. E non si può dimenticare l’impegno ambientalista di Bellenger, che si è espresso soprattutto nella incontestabile positiva trasformazione del Real Bosco, da posto di immondizia e di drogati, in un luogo meraviglioso, ora considerato il più bel giardino barocco d’Europa, in cui si possono ammirare le piante rare che i Borbone importarono da ogni parte del mondo.

Ora il Real Boscoè anche fornito di panchine, campetti di calcio e di rugby, ed è visitato, in tutta sicurezza, da molte centinaia di migliaia di persone all’anno. Qui Bellenger ha ripristinato il “Luglio Musicale” del tempo del sovrintendente Raffaello Causa, spesso con musiche di grandi compositori napoletani del Settecento, ha restaurato la Fontana del Belvedere, ha ristrutturato la chiesetta e i sedici ruderi borbonici, rendendoli, via via, funzionali con iniziative fatte insieme all’Università Federico II, con la collaborazione di The Edith O’Donnel Institute di Dallas, dell’Université la Sorbonne e del Porto di Napoli ecc… ponendo così le basi di un ampio sito scientifico e culturale che si auspica possa svilupparsi e durare nel tempo.

Tra gli aderenti alla petizione promossa dal Comitato “Per Sylvain Bellenger cittadino napoletano” si trovano nomi di spicco quali quelli di Aldo Masullo, professore emerito di Filosofia alla Federico II, dell’architetto Italo Ferraro, esimio studioso delle stratificazioni urbane di Napoli, di Andrea Viliani, il brillante Direttore del Madre,  di Mimmo Iodice, Maestro dell’arte fotografica,dell’ex magistarto scrittore, storico ed editorialista Pietro Lignola, di Antimo Cesaro, professore di Giurisprudenza alla Federico II, di Alessandro Pasca, stimato Direttore del Pio Monte della Misericordia, del magistrato Edoardo Vitale, Presidente del Movimento Sud e Civiltà, dello scrittore e storico Gennaro De Crescenzo, Presidente del Movimento Neoborbonico, dello scrittore Giuseppe Rippa, direttore di Agenzia Radicale e Quaderni Radicali, dell’editore-libraio Tullio Pironti, del famoso giallista Maurizio De Giovanni, della gallerista Laura Trisorio, della gallerista Maria Pia Incutti, Presidente della Fondazione Plart, dell’avvocato Gennaro Famiglietti, presidente dell’Istituto di Cultura Meridionale, console onorario della repubblica di Bulgaria e coordinatore nazionale della Fenco, di Armida Filippelli, dirigente del MIUR, dell’avvocato penalista Ivan Filippelli, dell’avvocato Anna La Rana, presidente dell’Associazione Giuriste Italiane (AGI), della professoressa Annamaria Scardaccione, più volte presidente dell’associazione femminista internazionale Zonta, dell’architetto Valter De Bartolomeis, dirigente dell’Istituto Caselli e della Real Fabbrica di Ceramica di Capodimonte e docente universitario di design, del professore architetto Alessandro Castagnaro, docente della Federico II e presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Italiana Ingegneri e Architetti (ANIAI), di Luigi RispoliUmberto Franzese, rispettivamente presidente e organizzatore del Premio Masaniello, della dottoressa Loredana Salomone, presidente dell’associazione culturale Centro Nuova Era, circolo dell’Arci Natura, del professore architetto Franco Lista, già membro del Consiglio Nazionale del MIBAC, di Francesco Divenuto, già professore di Storia dell’Architettura della Federico II, di Isabella Valente, professoressa di Arte Contemporanea della Federico II e di molti altri ancora.

fonte http://www.agenziaradicale.com/index.php/rubriche/arte-e-dintorni/5851-i-napoletani-per-bellenger-napoletano

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La luce solare di Itri avvinse Andersen e altri viaggiator del “Grand Tour” di Alfredo Saccoccio

Posted by on Giu 21, 2019

La luce solare di Itri avvinse Andersen e altri viaggiator del “Grand Tour” di Alfredo Saccoccio

Uno scrittore stregato dall’Italia, luogo di incanto, di poesia, di pace e di romanticismo, fu Hans Christian Andersen.Solo pochi addetti ai lavori conoscono il romanzo L’ Improvvisatore di Hans Christian Andersen, che fu l’inizio della fortuna e della fama dello scrittore di Odense, che riversò in esso le molteplici sensazioni accumulate nel suo viaggio in Italia, tra il 1833 ed il 1834, intrapreso a scopo di formazione culturale, grazie al sussidio assegnatogli dal re Federico VI di Danimarca, c he gli elargì una lunga serie di sussidi con cui Hans Christian si mantenne, spianandogli il cammino sulla via della celebrità.Tale viaggio, dei 29 lunghissimi e a volte tragicomici viaggi per il Vecchio Continente, lasciò una traccia rilevante nella sua opera letteraria e permise al famoso autore di fiabe, il re Mida della favolistica mondiale, di trovare se stesso artisticamente, quale disegnatore, un aspetto quasi ignorato della sua attività culturale, meritevole di recupero per la pregnanza espressiva degli schizzi, che prelude a Van Gogh, dai quali traspare una nostalgia per il mondo incantato, di cui è sostanziato L’Improvvisatore, il più famoso dei cinque romanzi dello scrittore danese, una storia parzialmente autobiografica, corredata da osservazioni sulla plurisecolare vicenda storica, sui monumenti e mondi antichi, sugli usi, sui costumi, sul carattere delle popolazioni, sulle tradizioni e sulle feste nel romantico Ottocento,osservazioni acute, grazie agli estri e alla curiosità del Nostro, a cui si deve, assieme al Goethe, la più eloquente ed ispirata descrizione dell’aura mitica che avvolgeva il Bel Paese e delle particolarità spirituali del popolo italiano.
Questo inesauribile, animatissimo flusso di impressioni italiane è espresso, oltre che con ricca vena creativa, con grande spontaneità, essendosi l’Andersen abbandonato agli impulsi della sua natura e alla poesia della sua anima di eterno fanciullo, piena di slanci. Durante la permanenza nel nostro Paese, fecondo in ogni senso, il fulgore abbagliante del sole italiano, la flagranza della campagna, il paesaggio pittoresco, tutto colori, avvinse lo strano lungagnone venuto dal profondo Nord ; fu conquistato dai cieli italiani, soffusi di quell’aura luminosa che è tipica delle regioni meridionali, e dai paesi ancora schiettamente eredi della classicità, impregnati di una presenza soprattutto simbolica.. Le esaltanti visioni della nostra Penisola, in cui convivono, incontrastate, la storia, la storia, l’arte e la letteratura, gli fecero vibrare profondamente le corde del cuore e scrivere pagine palpitanti: per il letterato danese l’Italia era il forziere di tutti i gioielli del mondo, un lacerto di “paradiso terrestre”, di cui sente l’armonia, la purezza, la misteriosa santità, l’intensa umanità, il valore perenne. che unisce il mondo di ieri e quello del suo tempo. Essa era un fulgido sogno, una favola. Tanto più che egli veniva dalle brume del Nord. dinanzi alla tipica luce celeste degli orizzonti italiani, dinanzi alle infinite, profumate essenze mediterranee, dinanzi a tanta pittorica bellezza, che gli fece scrivere: “tutto è come una pittura”, l’animo di Andersen esultava, credendo di trovarsi nel giardino incantato di Armida, di tassiana memoria.Egli si tuffa nell’affascinante, luminosa, morbida natura della fruttifera Campania, a contatto con la vegetazione meridionale della penisola.
Quella del brutto anatroccolo è un’irresistibile attrazione, una fascinazione, una sorta di voluttuosità sensuale per il cielo luminoso, per le vestigia di un grande passato, per il quale affluì on Italia, per secoli, un pellegrinaggio di artisti, venuti come fedeli dell’Islam alla Mecca, e di giovani uomini benestanti del Nord Europa, che intraprendevano il “Grand Tour”, il viaggio di conoscenza attraverso l’Italia, dopo aver terminato gli studi classici e umanistici, oltre a re, a regine, a principi, a papi, a beati, a cardinali, a vescovi, a generali, a sir, a conti, a musicisti, per vivervi in piena luce. I suoi riflessi li affascinano, il suo sole li quetano. Essi vanno a caccia della felicità sulle spiagge, nei giardini, nei palazzi, nei siti archeologici, nei musei, nelle chiese, nei castelli.
Il poeta beveva quest’atmosfera solare, che pervadeva ogni fibra del suo essere, “a lunghe sorsate”, come scrisse alla sua amica Henriette Wulff, una fanciulla gobba ed inabile: “ posso bere un’aria mai gustata prima, mangiare grandi grappoli d’uva e udire le dolci voci che mi fanno sciogliere il cuore. Non provo nostalgia, semmai tristezza al pensiero di dover lasciare questo paradiso!”. Per Andersen l’Italia aveva avuto in dono una cornucopia di frutta e di fiori, che profumavano l’aria, mentre alla Danimarca era toccato soltanto una zolla d’erba e qualche macchia di rovo.
Di fronte allo splendore del sole mediterraneo e alla luminosa atmosfera del Sud, il celebre favolista (per lui la vita è una fiaba e questa fiaba è condotta dall’inizio alla fine dalla Provvidenza divina) sentiva l’impotenza della sua rappresentazione grafica, incapace di rendere le vivide e variegate immagini che vedeva. Un benessere profondo lo invase nel viaggio verso Napoli, in cui restò avvinto da Itri, cittadina di grande importanza strategica… L’allora ventinovenne romanziere, nel suo dettagliato diario, descrive la cittadina aurunca(lo fa con occhi di artista, con vivida immaginazione). La descrizione è di grande vivacità, che il tempo non ha appannato.
Itri per Andersen è una città interessante, che offre molteplici stimoli. Egli mette in bocca a Federigo parole di giubilo, che fanno di questo uno del luoghi particolarmente pittoreschi ed affascinanti dell’Italia. Al confronto, la Danimarca somiglia alla più scialba cittadina di provincia: “Ecco la mia tetra e fangosa Itri! Esclamò indicandomi la città che si disegnava dinanzi a noi. Forse non mi crederete, Antonio, ma vi assicuro che nelle nostre città del Nord, dove tutte le strade sono tanto pulite, tanto larghe, tanto regolari, ho spesso rimpianto le vostre città italiane, dove abbondano i tratti caratteristici, tanto ricercati dai pittori.
Quelle strade sporche, strette, fangose, quei balconi tanto mal mantenuti, dove si asciugano al sole calze e camicie, quelle finestre irregolari, di cui una è in basso, l’altra in alto, qualcuna piccola, qualcuna grande, quegli scalini in pietra che conducono alla porta d’ingresso su cui la madre di famiglia fila al fuso, quel limone carico di frutti gialli, che tappezza la muraglia, tutto ciò crea la scena! Invece da quelle nostre strade uniformi, dove le case sono allineate come soldatini, dove i gradini esterni e i balconi sono stati soppressi, che cosa un artista può trarne fuori?
Ecco la città natale di Fra Diavolo! Esclamarono i viaggiatori dall’interno della carrozza, come entravano in questa tetra e fangosa Itri, che Federigo trovava tanto pittorescamente bella. Essa è situata su una roccia che costeggia un profondo precipizio. In parecchi tratti, la strada principale è abbastanza larga da permettere il passaggio solo ad una carrozza.
La maggior parte dei pianterreni delle case è sprovvista di finestre che sostituiscono una porta d’ingresso, per mezzo della quale gli sguardi penetrano nell’interno di queste dimore tanto buie quanto le cantine. Fummo assaliti da sciami di donne e di bambini cenciosi, che tendevano, tutti, la mano per chiedere l’elemosina. Le donne ridevano, i bambini gridavano facendoci le smorfie. Nessuno osava mettere la testa fuori dello sportello, per paura che fosse schiacciata dai balconi sporgenti delle case, che si proiettavano così avanti nella strada che sembrava talvolta che noi passassimo sotto delle arcate. Da ogni lato, rasentavamo nere muraglie, poiché il fumo dei focolari, non avendo altra uscita che l’apertura delle porte, le rivestiva di uno strato di fuliggine.

  • E’ una città celebre! Disse Federigo battendo le mani.
  • E’ una città di ladri, aggiunse il vetturino quando ne fummo usciti. La polizia ha costretto la metà degli abitanti di Itri a cercare un rifugio in un’altra città dietro le montagne e li ha rimpiazzati con altri…, ma ciò non è servito a niente. Tutto quello che si pianta qui diviene malerba… Del resto, non occorre che la povera gente viva?
    E’ da notare che tutto sembra favorire il brigantaggio sulla strada maestra (la Via Appia, n. d. r.) che va da Roma a Napoli. I boschi d fitti di ulivi, le caverne nella montagna, le costruzioni in rovina sono altrettanti, sicuri rifugi per i banditi”.
    La strada che conduce da Fondi ad Itri, attraverso la collina di S. Andrea, rapisce un viaggiatore francese. “Si arriva a questa rupe – scriveva nel 1836 Augustin Jal – attraverso una pianura carica di aranci e di limoni che si mescolano gradevolmente agli olivi grandi e forti, ai cipressi piramidali, ai pini arrotondati, ad alcune palme eleganti; e la gola selvaggia per dove si sale è coperta della più bella vegetazione di mirti, di lauri e di cespugli di fiori rossi. Se in questi bei paesaggi vi fossero cittadine un po’ civettuole, questa parte del regno di Napoli sarebbe proprio il paradiso”, mentre sembra essere covo di briganti.
    Per molti viaggiatori passare per campagne tanto deliziose, dalle produzioni sì varie, è uno estremo piacere. Il reverendo statunitense J.E. Edwards, 21 anni dopo, rimase colpito dalla profusione di boschetti di aranci e di limoni. A suo dire, “le arance sono di gran lunga superiori a quelle che io abbia mai assaggiato – grandi, succose e deliziose, la polpa tenera come quella di un’anguria matura, e la buccia si toglie facilmente con le dita come si fa con l’involucro di una pasta semicotta al forno.”
    Dall’ Itinerarium Italiae totius…, datato 1602, riportiamo la descrizione del tratto in salita dell’Appia, dopo Fondi: “Per questa, da entrambe le parti fiancheggiate di mirto, verdeggiante e di lauro, si sale dolcemente ai colli feraci di vino e d’olio dove sta il Castello d’Itri”, paese sepolto in una conca tra i monti, le cui invalicabili torri, che misuravano con la loro altezza la paura dei loro abitanti, sono la testimonianza di truci baluardi di difesa, di tempi feroci, di lotte sanguinose contro i saraceni; paese che resta medioevale con le sue stradine che sfociano su scalinate o su fontane.
    Andrea Scoto in Itinerario , overo Nova Descrittione de’ Viaggi principali d’Italia…, guida del 1629, riporta che “si vede il castello d’Itri situato in alcune colline fertilissime di fichi, olive et altri frutti”.

Alfredo Saccoccio

(continua al prossimo numero)

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Maria Puteolana, Lady Oscar napoletana: indossava l’armatura e il silenzio

Posted by on Giu 18, 2019

Maria Puteolana, Lady Oscar napoletana: indossava l’armatura e il silenzio

E se il manga di Lady Oscar fosse stato ispirato da una donna realmente esistita e magari di origini napoletane? Maria Puteolana, la combattente del Re angioino, potrebbe aver ispirato il personaggio nato dalla penna di Riyoko Ikeda.

Lady Oscar è il personaggio nato dalla penna di Riyoko Ikeda, prolifera scrittrice di manga giapponesi. L’autrice del fumetto ha dato vita ad uno dei personaggi più femminili mai esistiti, se si ha l’intelligenza di mettere da parte il discorso sull’ambiguità sessuale infondato.

Sia il manga che l’anime arriva in Italia censurato, smozzicato delle scene più belle e significative. Magari quelle che avrebbero fatto comprendere ancora di più l’identità di una donna guerriera. Una donna che indossando l’uniforme segna quel limite impercettibile tra identità sessuale e di genere di una donna travestita da uomo. Forte, nella sua uniforme, lontana dai quei morbidi abiti che servivano solo a spalancare la strada per un matrimonio con il primo orso nobile di turno.

Chissà, magari Lady Oscar è realmente esistita. E magari ad ispirare l’autrice giapponese è stata una guerriera, una donna che indossava un’uniforme, non francese ma puteolana. Si chiamava Maria. Vissuta nel XIV secolo, una delle comandanti dell’esercito di Roberto D’Angiò e accanto al quale impugnò le armi per difendere il reame dai pirati e dagli aragonesi.

Maria Puteolana è una figura semileggendaria della città di Pozzuoli. A fornire informazioni su questa donna che si muoveva in scintillanti armature è Francesco Petrarca quando nel 1341 in visita a Pozzuoli incontrò la donna accanto al Re angioino: “famosissima virago Maria, detta poi Maria Puteolana“. Il Petrarca racconta di averla incontrata quando era ancora fanciulla, ma quel giorno: “quando si è fatta innanzi e mi ha salutato, bardata da guerra e al comando di un manipolo di soldati, ne sono rimasto sbalordito. Poi sotto quell’elmo ho riconosciuto la sua femminilità“.

Una donna dal sangue ardente, disprezzante della morte, perse la vita combattendo difendendo il re dai pirati. Viene descritta come una donna morigerata, astemia e parsimoniosa sia nell’alimentazione che nelle parole. Purtroppo di lei non si hanno molte informazioni; forse dovuto al suo riserbo circa la sua sessualità per continuare a combattere, preservando la sua virtù per un bene più grande, il bene della propria patria.

Sempre il Petrarca parla di una particolare prova alla quale la donna guerriero sottoponeva chi esprimeva il desiderio di sfidarla. Sia ai soldati che ai curiosi che andavano a farle visita, increduli davanti a tanta eleganza e forza, poneva loro un masso in cui era conficcato un palo di ferro e invitava tutti a smuoverlo. Nessun uomo riusciva a spostare quell’imponente sasso che invece, lei, Maria Puteolana, sollevava con tanta semplicità, caricandolo e lanciandolo lontano per decine e decine di metri.

Tuttavia, Maria Puteolana, venne chiamata anche Maria la pazza e oggi, a Pozzuoli, esiste una strada a lei intitolata. Una Lady Oscar napoletana, che sacrificò il proprio corpo femmineo in una corazza, indossando un nome diverso e il silenzio per non dare adito a pettegolezzi. Di questa donna però, a differenza dell’eroina della rivoluzione francese, non si narrano gli amori, ma solo le valorose battaglie con uomini che ebbero l’ardire di sfidarla perendo sotto la sua spada.

Rimarrà, tuttavia, un grande esempio di donna libera di scegliere. E come la protagonista dei manga di Riyoko Ikeda: oltre a trasudare eleganza era carica di un erotismo passionale che non poteva essere espresso e non solo per via dell’armatura che indossava, ma per via dei sentimenti nascosti ad un distratto conte di Phersen, che verrà poi sostituito dal vero amore: André Grandier, figlio della sua governante. Lui un plebeo, lei una nobile, lui un rivoluzionario, lei il comandante delle guardie del Re, si troveranno fianco a fianco, combattendo per la libertà del proprio Paese e per loro stessi.

Insomma sarebbe bello conoscere qualcosa in più su Maria Puteolana che in qualche modo ha ispirato personaggi come Lady Oscar, trasferita però in una città e un’epoca più romantica e illuminata.

fonte http://www.napolimilionaria.it/2017/05/05/maria-puteolana-leggenda-lady-oscar/?fbclid=IwAR2SOHcHlgRZ0Nc6cAVc8OBbO7DlDEDn7EuDAsCABhlrNZAWofoWypc3SfI

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Festival della Musica Popolare del Sud Italia, già Regno, II edizione

Posted by on Giu 18, 2019

Festival della Musica Popolare del Sud Italia, già Regno, II edizione

COMUNICATO STAMPA

Festival della Musica Popolare del Sud Italia, già Regno, II edizione



Quattro giorni dedicati alla musica popolare del Sud Italia: ospiti, concerti, stage, convegni e
tanta musica dal 20 al 23 giugno 2019  all’interno del Real Bosco di Capodimonte  
Porta di Mezzo, via Miano 2 – Napoli

Dalla tammurriata alla pizzica, dalla posteggia al teatro popolare: dal 20 al 23 giugno 2019, la
seconda edizione del Festival della musica popolare del Sud Italia, organizzata dal Museo e Real
Bosco di Capodimonte con il sostegno della Regione Campania, nell’ambito del progetto “Napoli
è l’arte” finanziato con fondi POC-Programma operativo complementare 2014-2020, in
collaborazione con l’associazione MusiCapodimonte e Il Canto di Virgilio.
Il Festival, ad ingresso gratuito, avrà la sua base operativa a Porta di Mezzo (ingresso più vicino
Porta Piccola) ma non mancherà la musica itinerante nei viali del Bosco. Un vera esperienza di
comunità per recuperare, la conservare e diffondere la musica tradizionale, con il contagio delle
note e delle danze.

Due concerti serali:
– venerdì 21 giugno, ore 21.00-22.30: Alla Bua in concerto, gruppo pugliese specializzato
nella pizzica salentina, più volte sul palco della “Notte della Taranta”
– sabato 22 giugno, ore 21.00-22.30: Carlo Faiello in “Argiento Vivo”, autore di brani
diventati dei veri classici della musica popolare.
Stage di danze popolari, per adulti e bambini (giovedì 20 e venerdì 21 giugno, ore 17.30-19.00).
Tavole rotonde sul tema della Posteggia (sabato 22 giugno ore 17.30) e sul Teatro popolare
(domenica 23 giugno ore 17.30) con gli attori Giulio Adinolfi, Oscar di Maio e Corrado
Taranto, con l’intento di far gemmare, nella prossima stagione, altrettante rassegne sulla Canzone
storica e l’antica arte della Posteggia e sul recupero del Teatro popolare campano.

Ma ecco tutti gli appuntamenti del Festival in calendario:
– Giovedì 20 giugno 2019, ore 17.30: stage di danze popolari
– Venerdì 21 giugno 2019, ore 17.30 stage di danze popolari e alle ore 21.00 Alla Bua in
concerto. I componenti del gruppo pugliese spaziano dal repertorio classico e
contemporaneo, al rock, jazz, dance e etnico. Un mix che ripropone, in modo molto colorito,
il repertorio tradizionale salentino per una performance ricca di sottigliezze ed energia. Sul
palco Emanuele Massafra, Fiore Maggiulli, Irene Toma, Luigi Toma, Dario Marti,
Francesco Coluccia.
– Sabato 22 giugno 2019, ore 17.30, Il Festival incontra la canzone e la Posteggia
Napoletana tavola rotonda con Ciro Daniele e Antonio Raspaolo. Modera Rosario
Ruggiero con Aurora Giglio e Lino Cavallaro, al pianoforte Vittorio Cataldi. Alle ore
21.00, il concerto di Carlo Faiello in “Argiento Vivo”, uno show live dalle sonorità
mediterranee, etniche e popolari, riproposte con un feeling moderno e ricco di citazioni.
Dentro si ritrovano i testi del repertorio dei commedianti dell’arte, dei cantastorie girovaghi,
dei burattinai, con la Santa Chiara Orchestra e i musicisti Vittorio Cataldi, Fulvio
Gombos, Francesco Manna, Pasquale Nocerino, Gianluca Mercurio, Maria Teresa
Iannone. Il concerto sarà aperto da Gerardo Iuliano Trio Folk.
– Domenica 23 giugno 2019, dalle ore 11.00, musica itinerante con il gruppo folk “I Figli
del Cilento”. Nel pomeriggio alle ore 17.30 la tavola rotonda dal titolo Il Festival incontra
il Teatro popolare campano con Carlo Faiello, Giulio Adinolfi, Oscar di Maio, Corrado
Taranto. Modera Delia Morea con Antonella Morea.
ufficio stampa

Museo e Real Bosco di Capodimonte
Luisa Maradei
081 7499281 / 333 5903471
mu-cap.ufficiostampa@beniculturali.it
Ufficio stampa
Festival della Musica Popolare del Sud Italia 2019 / II edizione
Enrica Buongiorno
328 8598396
enricabuongiorno@gmail.com

Entrata Gratuita.
Info : 0813425603 –
3388615640

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