Alta Terra di Lavoro

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Aborto e cancro al seno, fino al 151% di rischio in più

Posted by on Gen 15, 2019

Aborto e cancro al seno, fino al 151% di rischio in più

Una meta-analisi su 20 diversi studi mostra un rischio di contrarre un tumore al seno dopo un aborto procurato pari al 151% in più. Il fronte abortista si affanna per negare questo legame e, intanto, dagli Usa giunge la notizia che il governatore dello Stato di New York vuole legalizzare di fatto l’aborto fino al nono mese. Con il sostegno di Hillary Clinton.

I sostenitori dell’aborto libero, evidentemente disseminati anche tra diverse associazioni mediche (non tutte, chiaramente), hanno fatto in questi anni grandi sforzi per negare le conseguenze che ha sul corpo e la psiche della donna l’interruzione procurata del processo naturale che va dal concepimento al parto. Tra queste conseguenze una delle più rilevanti è il legame tra l’aborto indotto e il maggior rischio di contrarre il cancro al seno.

Il 7 gennaio la dottoressa Angela Lanfranchi, docente di chirurgia e presidente del Breast cancer prevention institute (Bcpi, istituto per la prevenzione del cancro al seno), ha ricordato in un articolo su Life News i risultati degli studi più recenti in merito al suddetto legame. La Lanfranchi menziona innanzitutto l’indagine Epidemiology of breast cancer in Indian women condotta da quattro ricercatori (S. Malvia e altri) e pubblicata nel febbraio 2017 dalla rivista specialistica Asia-Pacific Journal of Clinical Oncology.

I quattro autori hanno trovato che il cancro al seno è la maggiore causa di morte nei decessi di origine tumorale e in particolare, nel periodo 1982-2005, l’incidenza del cancro al seno è quasi raddoppiata. È stato scoperto inoltre che le donne indiane malate di cancro al seno sono mediamente 10 anni più giovani delle donne occidentali, poiché la maggior parte dei tumori alle mammelle in India si registrano in donne di 30-40 anni. Allo stesso tempo va ricordato che l’aborto indotto nel grande Paese asiatico è stato legalizzato nel 1971, rendendolo ottenibile per un’ampia gamma di motivi.

Vista la quantità di ricerche sull’argomento, il Bcpi ha finanziato una meta-analisi, Induced abortion as an independent risk factor for breast cancer: a systematic review and meta-analysis of studies on South Asian women, pubblicata nella primavera del 2018 sul semestrale Issues in law & medicine. Questa meta-analisi, una tecnica statistica che consente di integrare i risultati di più studi condotti su uno stesso argomento, ha preso in considerazione 20 indagini, 16 delle quali realizzate con donne indiane. Il risultato che ne è venuto fuori è un rischio di contrarre un cancro al seno dopo un aborto procurato pari al 151% in più.

Il fronte abortista nega la validità della correlazione tra aborto indotto e cancro, asserendo che i cosiddetti studi retrospettivi che mettono in luce tale legame soffrirebbero di un recall bias, un «errore della memoria»: l’errore, secondo questa opinione, consisterebbe nel fatto che le donne malate di tumore al seno fornirebbero più particolari (compresa un’eventuale procedura abortiva fatta in passato) per individuare la causa della patologia, mentre le donne sane, anche se con un aborto alle spalle, sarebbero meno inclini a dare informazioni sensibili. Il che, per carità, può pure essere, ma per completezza c’è da ricordare anche la possibilità di un «errore» opposto, cioè che non tutte le donne con il tumore al seno menzionino un aborto passato.

Perciò, al di là di queste considerazioni di segno contrario e pur accettando dei margini di errore, il fatto che emerga una percentuale così alta (151% in più) dovrebbe oggettivamente sollecitare una riflessione seria sulle conseguenze – taciute dalla cultura egemone – dell’aborto. Il maggiore rischio di un tumore al seno è solo una delle tante, per il resto basta vedere tutto ciò che significa la sindrome post-aborto e la frequenza della stessa.

Volendo spiegare il legame tra aborto procurato e tumore al seno, si può citare in breve quanto scrive al riguardo il National cancer institute (Nci) e cioè che la gravidanza e l’allattamento «sono associati con una riduzione del rischio di cancro al seno. Inoltre, la gravidanza e l’allattamento hanno effetti diretti sulle cellule delle mammelle, causandone la differenziazione o la maturazione, in modo che possano produrre latte». Subito dopo l’Nci aggiunge: «Alcuni ricercatori ipotizzano che queste cellule differenziate siano più resistenti a trasformarsi in cellule tumorali rispetto alle cellule che non hanno subito differenziazione». Per dirla con le parole del noto ginecologo e accademico Giuseppe Noia, fondatore dell’onlus pro vitaIl cuore in una goccia: «Una donna che arresta una gravidanza avrà nel seno moltissimi lobuli non “maturati” da cui può insorgere un tumore».

NOVITÀ (RADICALI) DAGLI STATI UNITI

Eppure, malgrado l’aborto comporti l’uccisione di almeno una vita umana e malgrado le ricadute sulla stessa madre, il mondo cosiddetto pro choice (per la «scelta») assume vesti sempre più sataniche e radicali, come dimostra per esempio il recente video in cui l’americana Amelia Bonow, divenuta famosa per essersi vantata del suo aborto e spesso ospite di radio e tv, racconta a dei bambini che abortire è un po’ come andare dal dentista.

Sempre dagli Usa arriva la notizia che il governatore dello Stato di New York, il democratico Andrew Cuomo, ha promesso di rendere ancora più ampie le maglie della normativa abortista e a tal fine spinge per il Reproductive health Act (Rha), che se approvato renderebbe praticamente legale l’aborto fino alla nascita. Il progetto di legge, che gli abortisti cercano di far passare da circa 13 anni, prevede la possibilità di abortire anche oltre le 24 settimane di gravidanza nei casi in cui – a parere dell’operatore sanitario (healthcare practitioner), dunque non necessariamente un medico – il bambino non sarebbe in grado di sopravvivere autonomamente fuori dal grembo (questo fatto, secondo l’esperienza medica, può avvenire già dopo 21-24 settimane) o in caso di pericolo per la vita o la salute della madre, aumentando a dismisura l’arbitrarietà della decisione: già solo sotto l’ombrello del termine «salute» vengono oggi fatte rientrare le più svariate ragioni.

A dar manforte a Cuomo c’è Hillary Clinton, che nel giorno dell’Epifania ha prontamente rilanciato un tweet del suo collega di partito, hashtag compreso (#RHAin30days), per dire che i democratici vogliono chiudere la partita nel giro di un mese. Altro progetto dell’italoamericano Cuomo è quello di far passare una legge che richiederebbe alle assicurazioni di fornire una copertura contraccettiva gratuita. Il governatore ha perfino minacciato di non firmare ad aprile il bilancio statale fino a quando non verranno approvati «il Reproductive health Act e la legge sulla cura contraccettiva». Insomma, la cultura anti-vita ha la priorità: e questi personaggi sarebbero coloro che dicono di occuparsi della «salute» delle donne.

fonte http://lanuovabq.it/it/aborto-e-cancro-al-seno-fino-al-151-di-rischio-in-piu

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Pino Aprile: meglio terroni che carnefici

Posted by on Gen 9, 2019

Pino Aprile: meglio terroni che carnefici

FRASCATI (Roma). Una quarantina di ulivi pugliesi di razza purissima e undicimila libri. Giuggioli e corbezzoli, uvaspina, lamponi, piante officinali, sorbe, amarene, salvia, menta, mentuccia e rosmarino. Un telefono in continua ebollizione meridionalista, visto che Pino Aprile, giornalista di storia e di rango, si sciroppa almeno 150 conferenze all’anno sulle malefatte dei piemontesi ai danni del Meridione e dei meridionali («ma perché poi ci chiamano “meridionali”? Che parola è? Noi siamo napoletani, pugliesi, calabresi, lucani, siciliani, irpini, sanniti e salentini. “Meridionali” è una non identità»).

È la cornice (appena fuori Frascati) e il quartier generale del Braveheart del Sud, l’uomo a cui decine di associazioni, movimenti e partitini vorrebbero affidare il riscatto civile, politico e economico del Sud Italia. Nel 2013 riuscirono a trascinarlo a Bari in una grande convention nella speranza di incoronarlo leader di un nuovo movimento unitario. Ma Pino Aprile fece il gran rifiuto. «Io sono uomo di informazione e quindi ho progettato un quotidiano del Sud che prima o poi farò. Ma non me la sento di tuffarmi nella politica attiva». Con gran sollievo dei due più solidi condottieri meridionalisti, il presidente della regione Puglia Michele Emiliano e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, a cui Aprile avrebbe forse potuto sfilare il vessillo del riscatto.

Aprile, e se glielo chiedessero di nuovo oggi?
«Direi sempre di no. E poi, se un giorno decidessi di impegnarmi in un intervento politico vorrebbe dire che la situazione è precipitata e il Paese è sull’orlo dell’abisso». La teoria dell’abisso italiano ha assunto di recente numerose forme (la catastrofe etnica, l’incompetenza al potere, il separatismo lombardo- veneto), ma non ancora quella della riscrittura completa del Risorgimento e della rivendicazione meridionalista. Anche se in realtà è un bel po’ che Aprile, e non da solo, tiene viva questa brace. L’idea è che, se non si fanno i conti con la storia, se non si spiega che l’Unità d’Italia non è stata processo di unificazione bensì di allargamento del Piemonte, che non è stata fiduciosa fusione ma feroce colonizzazione costata decine di migliaia di vittime innocenti, stermini alla Pol Pot e distruzioni in stile cartaginese, non è stato progresso e benessere bensì saccheggio di una parte d’Italia che se la cavava egregiamente e non sentiva affatto la mancanza di Garibaldi. Se non si riesce a far questo non si va da nessuna parte.

Aprile parla, nei suoi libri (bestseller), di un dolore antico, di un’eco cupa che risuona nelle terre del Sud come il gemito dell’universo dal giorno del Big Bang. La terapia, secondo lui, è psicoanalitica. «L’Italia continuerà a soffrire fino al giorno in cui non raggiungeremo la consapevolezza della tragedia, e ne piangeremo tutti insieme. Dobbiamo capire che siamo nati divisi e che è stata una divisione a mano armata». Un po’ sul canovaccio di ciò che è successo in Sudafrica negli anni 90 con la Commissione per la verità e la riconciliazione che pose fine all’Apartheid.

A dire la verità, pur nel dramma storico raccontato da Aprile (e da numerosi altri ricercatori) nei suoi libri, spunta qua e là non solo l’eco del dolore ma anche quello del piagnisteo. È pur vero che il Piemonte invasore e malnato fece strage e terra bruciata e usò la fucilazione come rimedio di ogni male, ma è anche vero che sono passati più di 150 anni. In 60 anni, quel mucchietto di cenere che era la Germania del dopoguerra è tornata a guidare l’Europa. Possibile mai che le classi dirigenti meridionali siano così inette e distratte?

«Classe dirigente? Quale classe dirigente?» reagisce Aprile. «La classe dirigente del Meridione è coloniale, quelli che non si allineano al potere esogeno vengono eliminati. Gaetano Salvemini si candidò a Gioia del Colle e mafiosi e fascisti truccarono le elezioni per farlo fuori. Falcone, Borsellino, Rocco Chinnici, Giancarlo Siani, non erano forse classe dirigente? Li hanno ammazzati. Chi sono gli unici politici non assoggettati al potere centrale? De Magistris e Emiliano. E a chi fa la guerra il governo italiano? A loro».

«E poi, senta, questa storia che è passato tanto tempo va rovesciata. Noi non stiamo parlando di cose che sono successe 150 anni fa. Ma di cose che succedono da 150 anni, dall’indomani di un genocidio, e non uso questa parola per caso. L’identità meridionale andava cancellata. Ci sono scritti di ufficiali piemontesi che affermano: “sono napoletani e nemmeno se ne vergognano…”. È chiara l’idea?». Certo che è chiara. Ma è anche vero che le tesi di Aprile hanno trovato fieri contestatori, come lo storico torinese Alessandro Barbero che ha replicato colpo su colpo.

Aprile è un fiume in piena:  «La questione meridionale viene costruita prima con le armi e poi con politiche che tolgono al Sud per portare al Nord. Giustino Fortunato, l’apostolo supremo dell’Unità d’Italia, lucano, muore maledicendola: “Non c’è dubbio che la nostra condizione sotto i Borbone fosse profittevole e questi ci hanno rovinati. Sono porci, molto più porci dei porci nostri”». L’esito concettuale e interpretativo (e anche terribilmente assolutorio) di queste tesi è intuitivo. Se il Meridione d’Italia combatte con l’arretratezza sociale ed economica tutto nasce dalla ferita mai rimarginata dell’unificazione italiana. Il Nord piemontese è il carnefice e il Meridione la vittima. Anche dopo un secolo e mezzo.
«Guardi che il sistema di potere che nasce in quegli anni lontani è esattamente quello che regge ancora oggi il Paese.

Lo storico Francesco Benigno (docente all’università di Teramo) ha spiegato come la criminalità venne associata dal Piemonte sabaudo al potere politico ed economico. Nasce lì la mafia. Mafia, anzi  maffia, con due effe, è una parola piemontese. Certificata dall’Accademia della Crusca. La prima cosca mafiosa nasce nel 1963 a Monreale, creata dal questore di Palermo, che ci mette a capo suo genero. Lo schema è quello tutt’ora in voga. Fate i vostri traffici e commettete pure i vostri crimini, magari senza esagerare, ma arriverà il momento in cui vi chiederemo collaborazione. È qui che nascono i delitti politici, gli attentati contro gli oppositori e i nemici del sistema. Guardi che a me queste cose le spiegava Rocco Chinnici e io avevo 29 anni. Ma tutto questo nei libri di scuola non c’è».

fonte https://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2017/09/27/news/ma_io_vi_dico_meglio_terroni_che_carnefici-176625681/

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NEL CENTRO STORICO DI NAPOLI, LA RIEVOCAZIONE DELL’ANTEFATTO DEL PATTO CON SAN GENNARO

Posted by on Gen 9, 2019

NEL CENTRO STORICO DI NAPOLI, LA RIEVOCAZIONE DELL’ANTEFATTO DEL PATTO CON SAN GENNARO

Oltre 25 milioni di devoti in tutto il Mondo, decine di Comuni che l’hanno eletto come Santo Patrono: il Culto di San Gennaro rappresenta una “anomalia”
tutta napoletana e caratterizza l’Identità non solo dei cittadini napoletani ma continua a preservare un legame veramente di sangue con milioni di emigranti e dei loro discendenti sparsi nell’intero Pianeta. Basti pensare, ad esempio, alla grandiosa festa
che ogni anno, in onore di San Gennaro si tiene a New York, per comprendere il valore di questa Devozione che meriterebbe sicuramente il riconoscimento come Patrimonio dell’Umanità da tutelare e da salvaguardare!
E una particolarità, tutta napoletana nei confronti di un Santo; il legame “viscerale” tra il Patrono principale e il suo Popolo tutto, è dato
dalla Eccellentissima Deputazione della Cappella del Tesoro di San Gennaro: un ente laico nato da un vero e proprio contratto sottoscritto e certificato dalla presenza di un notaio nel lontano 1527 quando la Città s’impegnò a costruire la grandiosa Cappella
all’interno della Cattedrale e che custodisce il preziosissimo Tesoro, famoso in tutto il mondo!
Sabato 12 gennaio 2019, nel 492° anniversario di quell’evento storico che sancì
definitivamente la lunga ininterrotta storia di fede e devozione verso San Gennaro, nel Centro Storico di Napoli, le Associazioni “I Sedili di Napoli”; “Fantasie d’Epoca”; “Musica Reservata” e “Pistonieri Santa Maria del Rovo”, insieme alla “Proloco di Notaresco”,
e “Liceo Braucci di Caivano”, grazie alla collaborazione dei Complessi Monumentali di San Domenico Maggiore e San Lorenzo Maggiore, col patrocinio morale del Comune di Napoli, Curia Arcivescovile di Napoli,Cappella del Tesoro di San Gennaro e ANCOS Confartigianto, rievocheranno la decisione assunta degli Eletti dei Sedili di Napoli, di convocare un notaio per sottoscrivere, col Santo Patrono, un vero e proprio contratto certificato!
La rievocazione vedrà un corteo storico in abiti cinquecenteschi (realizzati dalla nota sartoria di Francesca Flaminio) che, recando un artistico
busto offerto dalla prestigiosa Bottega di Arte Presepiale Petrucciani di San Gregorio Armeno,
si muoverà alle 10:30 dalla Basilica di San Domenico Maggiore, attraverserà Via San Biagio dei Librai e Via San Gregorio Armeno per raggiungere la Basilica di San Lorenzo Maggiore e la Sala Sito
V del Complesso Monumentale che ospita la Neapolis Sotterrata, all’interno della quale, (testi e recitazione di Angelantonio Aversana e Salvatore Leonangelo) con le musiche rinascimentali di Musica Reservata, si svolgerà il racconto della seduta del “Parlamento”
dei Sedili che decretò il contratto! Il testo del contratto sarà poi letto e commentato da uno dei diretti discendenti di quei sottoscrittori, il marchese Pierluigi Sanfelice di Bagnoli, famiglia patrizia che nel 2018 ha compiuto i 1000 anni e che era iscritta
nel Sedile di Montagna.
A seguire, la Pro loco di Notaresco, cittadina abruzzese legata a Napoli dalla famiglia Acquaviva d’Aragona iscritta nel Sedile del Nido o Nilo,
presenterà il libro di Riccardo d’Eustachio: “Monsignor Giuseppe Acquaviva e la Notaresco del Seicento”, con gli interventi dell’antropologa Alessandra Gasparroni e lo storico Sandro Galantini.
Per maggiori informazioni sul programma :
www.sedilidinapoli.com
pagine FB:
I Sedili di Napoli (organizzazione no profit);e I Sedili di Napoli Custodi della Nostra Storia
L’Ufficio Stampa
I Sedili di Napoli – Onlus

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“Missouri, gli abortifici chiudono perché negano servizi sicuri”

Posted by on Gen 2, 2019

“Missouri, gli abortifici chiudono perché negano servizi sicuri”

Da La bianca Torre di Ecthelion del 23/10/2018. Foto da articolo

“Si avvisa la gentile clientela che gli aborti in programma oggi sono stati cancellati”. È quello che dal 1° ottobre è capitato alla clinica gestita a Columbia, nel Missouri, dalla Planned Parenthood (PP), il maggior abortificio mondiale. Lo stesso è avvenuto nell’abortificio gestito dalla PP a Kansas City, sempre in Missouri. Come mai? Perché dal 2005 in Missouri c’è una legge che, se applicata, produce questo effetto. La legge è stata bloccata nel 2017, ma adesso è tornata in pieno vigore. Risultato, in Missouri gli abortifici chiudono. Oggi ne resta aperto uno solo, quello gestito dalla PP a St. Louis.

Negli Stati Uniti, infatti, le cliniche dove si praticano aborti debbono possedere (come tutte le altre strutture mediche) il “privilegio di ammissione” a un ospedale. Con “privilegio di ammissione” si indica il diritto di un medico, conseguente al fare parte del personale sanitario di un determinato ospedale, di ammettere i pazienti a un ospedale o a un centro medico che forniscano servizi diagnostici o terapeutici specifici ed evidentemente non disponibili in altra struttura dove il suddetto medico si trovi a operare. Ogni ospedale ha dunque un proprio elenco di operatori sanitari convenzionati con “privilegio di ammissione”. Il criterio è quello di garantire sempre a tutti i pazienti tutta la sicurezza e tutta l’assistenza possibili, anche in casi di urgenza. Può darsi infatti che una certa struttura clinica non disponga di tutte le tecnologie e le risorse che garantiscano il massimo della sicurezza e dell’assistenza ai pazienti, e che dunque, per potere operare secondo la legge, debba appoggiarsi a una struttura esterna meglio equipaggiata. Questo non inibisce affatto le strutture meno attrezzate eppure in grado di offrire servizi sanitari di qualità: esige solo che, per fornire proprio quei servizi di qualità, le cliniche meno attrezzate siano preparate a fronteggiare imprevisti e necessità ulteriori, operando nel pieno rispetto della legge per la tutela completa dei pazienti. Buonsenso puro in nome della trasparenza, dell’efficienza e della tranquillità dei cittadini.

Un caso da manuale sono appunto gli abortifici: strutture in grado di sopprimere i bambini nel ventre delle loro madri, ma non di gestire le emergenze sanitarie perché non dispongono dell’attrezzatura di cui invece dispone un ospedale vero. Per questo la legge impone, a esse come a ogni altra struttura medica, di organizzarsi in modo da garantire tutta la sicurezza e tutta l’assistenza possibili alle madri che sopprimono il figlio che portano in grembo appoggiandosi a centri sanitari maggiori e migliori:

Ebbene, una regola varata per la prima volta dallo Stato del Missouri nel 2005, presente negli Statuti revisionati nel 2005 di quello Stato, Titolo XII, Public Health and Welfare, cap. 188, Regulation of Abortions, § 188.080, Abortion performed by other than a physician with surgical privileges at a hospital, a felony, stabilisce che il “privilegio di ammissione” dei medici abortisti si eserciti tassativamente entro 30 miglia dalla clinica abortista in cui operano. Un altro purissimo e ragionevolissimo criterio sanitario. Se infatti si presentasse la necessità di un intervento d’urgenza, 50 chilometri di distanza sono persino troppi.

Nel maggio 2017, però, il tribunale del Distretto occidentale del Missouri aveva accolto un ricorso della PP e temporaneamente bloccato questa legge di buonsenso vigente nel Missouri. In virtù di essa, la Planned Parenthood of Kansas and Mid-Missouri, oggi Comprehensive Health of Planned Parenthood Great Plains con sede a Overland Park, nel Kansas, cioè la sezione regionale della PP, ha potuto aprire la clinica di Kansas City e rilanciare quella di Columbia. Ovvero, siccome un giudice di un tribunale minore ha stabilito che una madre può subire un aborto senza che le siano garantire tutte le procedure di sicurezza e di assistenza immaginabili, possibili e doverose, la PP ha aperto abortifici dove per definizione le madri non godono affatto di tutta la sicurezza e l’assistenza che, essendo immaginabili, possibili e doverose, sono per definizione ragionevoli, auspicabili e necessarie.

È reagendo contro quest’assurdità, dunque, che, il 10 settembre, la Corte d’appello dell’8° Circuito degli Stati Uniti, un tribunale federale, ha dichiarato decaduto il provvedimento temporaneo del 2017 di modo che il Department of Health and Senior Services (DHSS), cioè il ministero della Salute e dei servizi agli anziani dello Stato del Missouri, potesse nuovamente far applicare la regola degli Statuti del 2005 a partire dal 1° ottobre 2018.

Normative analoghe sono in vigore in altri Stati dell’Unione nordamericana e in tutti gli Stati Uniti la lobby abortista cerca di farle sospendere o abolire perché – in questo hanno perfettamente ragione – sono regole che ostacolano e alla fine bloccano l’aborto. Ma il punto nodale è chiedersi perché queste regole ostacolino e alla fine blocchino l’aborto. La prima a invocare il “privilegio di ammissione” a garanzia delle madri che abortiscono dovrebbe essere infatti proprio la lobby della retorica sulla “salute riproduttiva” e sui “diritti della madre”. Invece sta accadendo l’esatto contrario. La PP punta il dito contro due elementi. Il primo è che la regola delle 30 miglia non serve a garantire alle madri abortiste maggiore sicurezza e tutela. Il secondo è che i medici abortisti non godono del “privilegio di accesso” per i propri pazienti. Ora, la prima obiezione farebbe ridere se non fosse tragica: l’aborto non è una pratica sicura per la madre se non sono disponibili tutte le attrezzature necessarie e gli imprevisti capitano più spesso di quanto si immagini.

Ma poi, davvero la PP si sente in coscienza di dire alle madri che abortiscono di far finta di niente se la clinica dove abortiscono non dispone, per definizione e per evidenza, di tutte le apparecchiature in grado di garantire loro la serenità? Quanto alla seconda obiezione, perché, vista la legge, la lobby abortista semplicemente non si serve di personale in regola? Perché il personale medico di cui si serve la lobby abortista non è in regola. Non un’opinione, ma un fatto. Stante infatti che per garantire a un medico i “privilegi di ammissione” un ospedale verifica le credenziali professionali del medico richiedente, la regolarità delle sue licenze e la storia di malasanità che possa riguardarlo, è la lobby abortista a dover dire al mondo, e alle madri cui mette le mani addosso, perché gli ospedali non garantiscano al personale abortista i “privilegi di ammissione”. Fatti salvi quei casi in cui un ospedale, per esempio gestito o fondato da una realtà religiosa, nega per ragioni morali i “privilegi di ammissione” ai medici abortisti anche se questi sono in regola. Nella stragrande maggioranza dei casi, insomma, i medici abortisti sono incapaci di stare sul mercato e pretenderebbero che il diritto chiudesse un occhio nei loro confronti, condonandone l’incuria e permettendo loro di operare in assenza di tutte quelle garanzie per i pazienti che si richiedono invece a ogni altro loro collega.

Che non siano illazioni partigiane lo dimostra proprio la citata clinica di Columbia, chiacchieratissima, clinica che ha smesso di praticare aborti perché nessun ospedale ha garantito il “privilegio di ammissione” alla dottoressa Colleen Patricia McNicholas, la quale in quella clinica pratica appunto la soppressione dei bimbi nel seno delle proprie madri, è un vera “missionaria” dell’aborto, è il tesoriere della Women in Medicine ‒ un’organizzazione che raggruppa dottoresse e studentesse in medicina rigorosamente tutte lesbiche ‒ e nel marzo 2016 organizzava appuntamenti elettorali in casa propria a favore della candidatura presidenziale di Hillary Clinton assieme all’allora presidente della PP, Cecile Richards. Del resto, quella clinica «[…] non è stata in grado di garantire i privilegi di cui deve godere un medico o di trovarne uno che ne sia in possesso dopo che una commissione medica della University of Missouri Health Care», il sistema accademico-sanitario che, con sede a Columbia, raggruppa cinque ospedali, «ha votato per rifiutarglieli completamente nel 2015». Ed è la stessa clinica che il 26 settembre è stata denunciata dal ministero della Salute del Missouri perché, durante un’ispezione finalizzata al rinnovo della licenza di aborto in scadenza, le macchine per la suzione del feto (una delle tecniche abortive consiste nell’aspirare il bambino dal ventre della madre con una specie di aspirapolvere che lo smembra) che in quella struttura sono usate per operare circa 14 aborti al mese sono state stata trovate in condizioni raccapriccianti: in particolare, una era arrugginita e i suoi tubi aspiratori contenevano muffa e sangue raggrumato rimasto dall’ultimo aborto praticato cinque giorni prima.

Quanto all’unica struttura abortista rimasta in Missouri, quella di St. Louis, ha avuto anch’essa «[…] i suoi problemi tra rapporti di ispezione falliti e un alto numero di donne ricoverate in ospedale a causa di emergenze mediche legate all’aborto», scrive Cheryl Sullenger su LifeSiteNews.

Marco Respinti

fonte https://alleanzacattolica.org/missouri-gli-abortifici-chiudono-perche-negano-servizi-sicuri/

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CAPODANNO NAPOLETANO E NEL REGNO

Posted by on Dic 31, 2018

CAPODANNO NAPOLETANO E NEL REGNO

Vivere il Capodanno a Napoli è una delle esperienze da fare almeno una volta nella vita. Per Napoletani e Turisti ecco tutte le usanze portafortuna per festeggiare il nuovo anno.

Sta per scoccare la Mezzanotte che segna un momento di passaggio tra la fine di qualcosa e l’inizio di un nuovo percorso. Il Capodanno si festeggia con diverse usanze, pagane o religiose, per portare fortuna al nuovo anno che arriva, tanti sono i riti e simboli che hanno radici storiche molto antiche e non sempre conosciuti.
Scopriamo insieme le usanze partenopee.


Lenticchie a Mezzanotte


Mangiare le lenticchie, sembra di buon auspicio in quanto porta ricchezza e prosperità. L’usanza deriverebbe da un vecchio rito pagano ed è fondamentale mangiarle allo scoccare della mezzanotte. In alcune famiglie si usa regalare la sera della vigilia di Capodanno portamonete pieni di lenticchie come auspicio per i guadagni.


Botti di Capodanno


I botti celebrano una fase di passaggio, la fine e l’inizio di un nuovo anno. Il fuoco brucia i residui cattivi dell’anno trascorso e rischiara il cammino dell’anno che viene; il rumore spaventa le forze e le energie negative allontanandole. Nel ‘600 questo rito veniva organizzato e vissuto nelle corti, poi con la diffusione della polvere da sparo è entrato anche nelle nostre case. Oggi rappresentano anche l’allegria per l’arrivo del nuovo anno.


Lanciare Cocci a Mezzanotte


Un gesto simbolico per eliminare il male fisico e morale dell’anno trascorso. Gettare via le cose vecchie è, infatti, segno di cambiamento e buon auspicio per l’anno a venire.
Gettare acqua dal balcone
L’acqua rappresenta le lacrime versate, ed il gesto di gettarla dal balcone funge da liberazione dei mali dell’anima. Augurio per un anno felice e sorridente.


Indossare Lingerie Rossa


La sera di Capodanno vestire della biancheria intima rossa è un cult, sia per gli uomini che per le donne. Per il cenone, dunque, è d’obbligo un intimo di color rosso, auspicio di fortuna per tutto l’anno. La tradizione vuole che l’intimo venga buttato via il giorno dopo.


Baciarsi sotto il Vischio


A mezzanotte, come brindisi speciale, il bacio sotto il vischio con la persona amata vi porterà amore per tutto l’anno. Il vischio è una pianta benaugurale che dona prolificità sia materiale che spirituale.


Melograni e Uva


Frutti che non devono mancare sulla tavola del cenone di Capodanno. Sembra che portino fortuna anche solo guardarli. In particolare c’è la tradizione di mangiare 12 chicchi d’uva, che ha origini spagnole, uno per ogni ritocco d’orologio.


Fichi secchi e Datteri


Sono frutti emblema di protezione e mangiarli porta bene.
Dito in un bicchiere di Spumante
intingere il dito in un bicchiere di spumante e passarlo dietro al nostro orecchio o quello della persona a cui vogliamo augurare fortuna durante l’anno nuovo.
Uscire di casa con dei soldi in tasca
Il 1° dell’anno è di buon auspicio per le finanze uscire di casa con dei soldi in tasca.


La prima persona che s’incontra


E’ di buon augurio incontrare un vecchio o un gobbo, meno positivo è invece incontrare un bambino o un prete. Il vecchio vuol dire che si vivrà a lungo; il gobbo porta sempre bene.


Sacchettini di Sale


Da regalare agli amici, il sale portentoso “scaccia negatività”.
Il Capodanno è pieno di scaramanzia e come avverte l’antropologo napoletano Marino Niola: “ I riti propiziatori agiscono come placebo, con il cenone che diventa un teatro in cui si mettono in scena timori e speranze. Napoli? Non è più superstiziosa di altre città. E’ però l’Università della superstizione, il luogo per eccellenza in cui s’insegnano cose a cui non si crede fino in fondo”

Che ci crediate o meno…. Provare non costa nulla!

Testo preparato da

Antonio Petacco

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