Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

L’ombra di Lombroso allo Juventus Stadium di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Ago 10, 2019

L’ombra di Lombroso allo Juventus Stadium                    di Fiorentino Bevilacqua

Cesare Lombroso è stato un antropologo vissuto a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo1.

Ma cosa c’entra un antropologo con la Juventus?

Il 31 agosto ci sarà, allo Juventus Stadium di Torino, l’incontro di calcio Juventus – Napoli.

Come ormai tutti sanno, la squadra torinese ha annunciato delle restrizioni alla vendita on line dei biglietti per la partita: non potranno acquistarli né i residenti in Campania né, tanto meno, i nati in Campania 2.

Probabilmente c’è il timore che i campani, per residenza e nascita, possano scatenare tafferugli e dare luogo a comportamenti violenti (!?).

Ma perché c’è questo timore?

Innanzi tutto, a nutrirlo è soltanto la Juventus. La Questura di Torino, infatti, “non ha mai concordato tale decisione con la società sportiva” e da essa prende anche le distanze visto che “non intende condividerla3.

Ma, allora, se quelli che hanno “il compito primario di assicurare il mantenimento dell’ordine pubblico”, appunto il Questore e i suoi sottoposti, non si preoccupano dell’arrivo dei Campani allo stadio, di che e perché si impensierisce la Juventus?

Analizziamo l’esclusione.

Due sono le tipologie di persone alle quali non si possono vendere biglietti: i residenti in Campania e i nati in quella regione.

I primi, avranno pensato coloro che hanno deciso l’esclusione, potrebbero essere tifosi accesissimi; potrebbero non essere nati in Campania, ma comunque potrebbero mettere in atto, spinti dalla passione per la squadra partenopea, comportamenti violenti. La decisione sembra comunque non giustificata ma, ob torto collo, ci si può anche stare.

Per la seconda categoria di esclusi, i nati in Campania, la ragione si capisce ancora di meno: uno potrebbe essere nato in Campania ed essere tifoso dell’Inter, del Milan o della stessa Juventus e, quindi, potrebbe spostarsi a Torino per assistere ad una bella partita di calcio o per tifare Juve.

La cosa, perciò, non si spiega a meno che… a meno che non la si guardi alla luce delle teorie dell’antropologo, medico, giurista e sociologo Marco Ezechia Lombroso, detto Cesare, e delle vicende storiche fin qui accadute nella Penisola negli ultimi 159 anni.

Per Lombroso si era “criminali per nascita”; l’inclinazione al crimine, che si abbinava a determinate caratteristiche anatomiche primitive, era ereditaria.

I crani dei cosiddetti briganti (che qui venivano uccisi e decapitati dopo il 1860), avevano questi tratti somatici primitivi? Bene, secondo Lombroso, questo spiegava anche il comportamento violento, da brigante appunto, che quei soggetti avevano manifestato.

Non gli passava neanche per la testa (che evidentemente doveva avere tutte le suture al posto giusto) che quei crani erano magari appartenuti a padri di famiglia che, dopo la conquista piemontese del Regno delle Due Sicilie, dopo la chiusura delle fabbriche che qui avevamo (e il trasferimento di macchinari e commesse al Nord) avevano perso il posto di lavoro e la possibilità di sostentare la famiglia, di sfamare e crescere i figli; non gli passava neanche per la mente che quei crani potevano essere appartenuti ad ex militari del disciolto Esercito borbonico che non avevano voluto giurare fedeltà al nuovo re perché, dicevano, Uno Dio, uno Re…un modo elegante e forte per dire no all’usurpatore.

Dunque, se nei crani provenienti dalla Campania, ma anche da tutto il Sud, erano riscontrabili tratti somatici primitivi, atavici, che si accompagnano a comportamenti violenti tipici degli animali inferiori voleva dire che, qui nel Sud, in Campania, c’erano quelle caratteristiche, primitive ed ereditarie.

Dunque, io potrei essere vissuto a Londra, a Miami, a Parigi, in Lapponia, nelle Isole del Sud o presso monaci tibetani sin dal primo giorno della mia vita ma, essendo nato in Campania, potrei avere la potenzialità, diremmo oggi geneticamente determinata, di manifestare un comportamento primitivo, ancestrale, atavico e, quindi, violento… secondo la teoria di Lombroso.

Per il solo fatto di essere nato qui, nella Campania una volta felix, potrei sviluppare comportamenti violenti da animale inferiore (e se non è razzismo questo…).

Questo, quindi, consiglierebbe, ai responsabili della Juve, di non farmi entrare allo Juventus Stadium il 31 agosto prossimo venturo.

Fortunatamente la genetica ci ha insegnato che così non è: i geni (inclusi quelli dell’atavismo lombrosiano qualora esistenti) non possono determinare tutto da soli, in quanto molto dipende dall’interazione con l’ambiente.

Questa cosa era evidente già allora, proprio nelle vicende del Regno delle Due Sicilie, ma deve essere sfuggita al Lombroso: il Popolo napolitano non era “brigante” (… e poi emigrante) prima dell’arrivo dei piemontesi; lo è diventato dopo.

Prima del 1860, per saldate o meno che fossero le ossa del loro cranio, i Napolitani non erano violenti; molti di loro lo sono diventati dopo l’arrivo dei “salvatori” piemontesi, dopo la distruzione del tessuto sociale ed economico del Regno, dopo l’arrivo della miseria della disperazione della fame.

Ma una simile osservazione, forse, non era politicamente corretta.

Dunque, con buona pace di Lombroso, nel soma, ma anche nello sviluppo neuropsichico4, la genetica conta fino ad un certo punto ed un campano, quindi, potrebbe ben entrare nello stadio di Torino per tifare Napoli.

Lombroso fu radiato dalla Società Italiana di Antropologia ma pare che le sue idee non abbiano subito la stessa sorte: sono ben vive ed operative (oggi come da poco dopo il 1860) nella mente di certi non richiesti “fratelli” del Nord.

L’importante, per noi, è cominciare a prenderne coscienza.

“Grazie, Juve”.

Fiorentino Bevilacqua

08.08.2019

—–

  1. https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Lombroso
  2. Nel momento in cui questo articolo viene pubblicato, questa parte del divieto è stata eliminata.
  3. https://sport.ilmattino.it/sscnapoli/trasferta_vietata_allo_stadium_sito_juve_non_vende_ai_napoletani-4665665.html
  4. La traiettoria della vita umana è influenzata da eredità genetiche, epigenetiche e intrauterine, da esposizioni ambientali, da nutrite relazioni familiari e sociali, da scelte comportamentali, da norme sociali e da opportunità che vengono offerte alle generazioni future, e dal contesto storico, culturale e strutturale …Mentre i tratti ereditari sono importanti, la nuova ricerca mostra che i fattori di stress ambientali durante lo sviluppo intrauterino svolgono un ruolo chiave nel determinare lo sviluppo funzionale e futuri rischi di malattie . L’azione deve pertanto concentrarsi sul periodo preconcezionale, sulla gravidanza , sullo sviluppo del feto e sulle fasi della vita più vulnerabili”… da  https://www.epicentro.iss.it/allattamento/pdf/Battilomo.pdf
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Se riparte il Sud di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Ago 5, 2019

Se riparte il Sud                       di Fiorentino Bevilacqua

Se riparte il Sud – si sente alla radio, in TV, sui giornali, nel web – riparte il Paese”.

Almeno una volta nella vita lo hanno detto tutti: politici, economisti, commentatori, giornalisti.

Siccome la frase non è di questi giorni, ma va in giro da molti lustri, viene da chiedersi come mai il Sud non sia già ripartito…

E’ quasi come dire… “Se prendo l’aspirina, mi passa il mal di testa”; ma l’aspirina non la prendo e quindi il mal di testa mi rimane. Perché non prendo l’aspirina? Semplice: non la assumo perché sono allergico ad essa.

Allora, perché il paese Italia non prende l’aspirina della ripartenza del Sud? C’è forse qualche forma di…allergia?

Si potrebbe anche pensare che la colpa sia della politica che, capace di trovare le soluzioni giuste, è poi incapace di attuarle. Oppure che, come nel caso dell’aspirina, ci sia qualche controindicazione, qualche effetto collaterale, un “costo”, insomma, in termini economici e politici, che ne sconsiglia l’ “assunzione”.

Quale può essere questo “costo” e chi, eventualmente, lo pagherebbe?

Analizziamo quella affermazione…

Che vuol dire che riparte il Sud?

Vuol dire che il Sud dovrebbe avere un apparato produttivo, in termini di piccola, media ma anche grande impresa, pari, almeno, a quello del Nord: un “diffuso” apparato di “opifici”, come quello che aveva prima del 1860, prima dell’arrivo dei Garibaldesi-Piemontesi1; vorrebbe dire anche che il Sud dovrebbe avere, nei rapporti commerciali tra il paese Italia e l’estero, quelle stesse facilitazioni e corsie preferenziali riservate, dagli ultimi accordi, per il 99%, alle attività produttive del Nord.

Ma se questo fosse attuato, se il Sud fosse capace di prodursi gran parte di quello che gli serve, sicuramente ne trarrebbe beneficio: avrebbe più posti di lavoro, più introiti, molte più infrastrutture e così via.

Ma tutto ciò potrebbe avere un costo, un ritorno negativo per qualcun altro?

Per rispondere a questa domanda bisogna vedere come stanno oggi le cose, da dove vengono quei prodotti che il Sud oggi acquista da “fuori Sud” e un domani si produrrebbe nel suo territorio (magari esportandoli in parte altrove).

Questo ci aiuterebbe ad individuare chi sarebbe penalizzato dalla rinascita del Sud e, quindi, chi svilupperebbe una sorta di “allergia” nei confronti di essa.

Tenuto conto, per esempio, che nel periodo 1995-2005 il 60% del PIL della Lombardia è stato generato dal prodotti da questa regione venduti al Sud (e che lo stesso può dirsi, sia pure con percentuali diverse, del Veneto e di altre regioni), tenuto conto dei fondi europei destinati al Sud e finiti al Nord; dell’assassinio delle Banche del Sud – a fronte dell’inverecondo salvataggio di cadaveri di banche del nord-nord est – e che questo consente, a banche del Nord, di drenare il risparmio del Sud e di investirlo soprattutto o totalmente al Nord (cosa questa iniziata appena dopo il 1860), si capisce che il mal di testa del Paese è, in realtà, il mal di testa del Sud e che l’aspirina della ripartenza farebbe bene al Sud ma causerebbe un’orticaria economica, politica e sociale al Nord.

Dunque, la “controindicazione”, l’effetto collaterale che impedisce al Sud di guarire è l’effetto che questa guarigione avrebbe sul Nord.

Se riparte il Sud, in questa Italia nata male, il prezzo lo paga il Nord.

In fondo, a rileggere bene la storia, l’Italia una per questo è nata. Per far ripartire chi, allora, era sull’orlo del baratro economico (il Regno di Sardegna) a spese e a danno di chi, avendo attuato una politica non guerrafondaia, più accorta e lungimirante, aveva meno debiti, più riserve e un “PIL” migliore: quel Regno delle due Sicilie che diventerà “Sud” a partire dal 1860, ma che già prima lo era nelle idee e nelle intenzioni di coloro che questo progettavano: <<Napoli starà peggio, ma noi staremo meglio>> si sentì dire Francesco Proto, a Firenze, prima dei fatti unitari2.

Nata così, col “mal di testa” generatore dell’Italia fintamente unita, questo malessere non poteva che diventare costituzionale, essenziale e, perciò, permanente: se salta, salta l’Italia “unita” così come l’abbiamo conosciuta finora.

Fino ad adesso, per generare (contro il volere dei nostri avi di allora) e tenere in piedi questa Italia falsamente “una”, il prezzo lo abbiamo pagato noi del Sud, ex Regno delle Due Sicilie (trasformati, oltretutto, in una massa di inconsapevoli, funzionali, negri da cortile, nella quale, fino a pochi anni fa,pochi, pochissimi, conservavano accesa la fiammella della conoscenza e della speranza).

Ma è lecito dubitare che il Nord sia disposto a pagare la sua quota di sofferenza economica, sociale e politica per costruire, oggi, un’Italia veramente unita.

Quest’ultima ha, dunque, il suo vero nemico non nei revisionisti del Sud, non nel Sud che reagisce, che vuole ciò che è suo, ma nel Nord attaccato alle sue prerogative molto poco unitarie.    

Come se ne esce allora?

Forse serve una generazione di politici nostri, espressi dai nostri territori, che, formata alla verità storica, quella che emerge delle riletture dei tanto ostracizzati revisionisti (marxisti, neoborbonici, borbonici, legittimisti, insorgenti, identitari etc.) abbia a cuore le sorti dei Territori che rappresenta e non sia disposta a svenderli agli interessi del Nord né a nessun altro interesse spurio, anche locale, anche di “gruppo”.

Questi politici potrebbero non essere mai passati nella fila di questi movimenti revisionisti; l’importante è che siano passati per la cultura che dal revisionismo emerge, traendo da essa spunto e fondamento.

Non è facile; ma nemmeno è impossibile.

Fiorentino Bevilacqua

04.08.19

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  1. De Crescenzo, G., Le industrie del regno di Napoli, Grimaldi & C., 2012
  2. Proto, F., La mozione d’inchiesta per le province Napoletane. Al Primo parlamento d’Italia, Napoli, Alessandro Polidoro, 2015
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Il Ritratto di Dorian Gray di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Lug 28, 2019

Il Ritratto di Dorian Gray di Fiorentino Bevilacqua

Le notizie di questi ultimi tempi mi hanno fatto venire in mente Dorian Gray, personaggio di fantasia uscito dalla penna di Oscar Wilde.

Dorian Gray è un tipo molto fortunato: non invecchia mai. Ad invecchiare al suo posto è la sua immagine, ritratta in un dipinto che gli è stato regalato. Gli anni passano, infatti, ma le rughe, e gli altri segni del trascorrere del tempo, non compaiono sul volto e nel fisico del Dorian in carne ed ossa, bensì in quello del Dorian del dipinto.

Anche le emozioni spiacevoli, i morsi della coscienza che Dorian dovrebbe provare su di sé per via delle azioni che compie, vengono “vissuti” dal Dorian dipinto.

Sembra, quindi, che il Dorian del dipinto sia Dorian in tutto e per tutto: soma e coscienza.

Il corpo di Dorian subisce le ingiurie del tempo nel soma del Dorian del ritratto; la coscienza di Dorian non fa una piega, qualunque cosa egli faccia, perché a reagire è la coscienza del Dorian dipinto…

Questo, per Dorian, è una lasciapassare che gli dà grande libertà d’azione: può commettere qualunque nefandezza, perché la coscienza non rimorderà a lui, ma al suo ritratto.  

Ma perché mi è venuta in mente quest’opera di Oscar Wilde in questi giorni?

In queste ultime settimane si è fatta più pressante la questione dell’autonomia di tre “virtuose” regioni del Nord che, a loro dire, e semplificando “a beneficio” del grande pubblico (delle semplificazioni bisogna sempre diffidare), non ce la fanno più a sostenere, generosamente e disinteressatamente il Sud che, come un figlio bamboccione, non vorrebbe staccarsi, sempre secondo questa loro chiave di lettura, dal Nord che farebbe da genitore.

Abbiamo anche assistito ad un moltiplicarsi di “rivelazioni” e “scoperte” (o riscoperte) di segno opposto circa le attività economiche, sociali etc di quelle tre regioni e, in generale, di tutto il Nord.

Queste due cose (se vogliamo, risapute) richiamano alla mente, per la loro dinamica sociale, interna al Paese, la vicenda del giovane Dorian Gray.

Abbiamo sempre “saputo” che al Nord, il nord post unitario, ci fossero lavoratori indefessi che pagavano le tasse fino all’ultimo centesimo. È di questi giorni lo strombazzamento della notizia che il grosso dell’evasione è, invece, proprio lì, al Nord.

Ci hanno sempre detto che le auto che qui circolano senza assicurazione sono in numero di gran lunga superiore a quelle che, nella stessa condizione, si muovono sulle strade del virtuoso Nord. E’ di questi giorni la notizia che a Milano, moltissimi automobilisti non pagano l’RC auto.

“Sapevamo” che soldi li spendono bene al Nord (vedi MOSE etc); al Sud, invece, li sprecano…

Ci avevano detto che al Nord sanno organizzare bene le cose (basta soltanto, per sostenere questa tesi, nascondere i fallimenti organizzativi del Nord e certi successi del Sud)…Etc. etc.

E’ come se il Sud post unitario, che “vive” (langue…sarebbe più corretto) la condizione unitaria, questa condizione unitaria, il Sud una volta Stato autonomo e non semplice espressione geografica senza più identità storica, sociale, culturale e senza più amore per sé, fosse il ritratto di Dorian Gray del Nord Italia.

E’ come se gli effetti delle nefandezze politiche di una classe dirigente che si muove rispettando i due paradigmi unitari (“Prima e solo il Nord”, “Al sud quel tanto che basta per poter attuare il primo paradigma”), venissero scaricate, anche per quanto riguarda la loro coscienza e consapevolezza, sul Sud che non solo le patisce, ma se ne deve far carico addossandosene la responsabilità e pensando, così, male di se stesso.

Ma Dorian Gray morì, proprio a causa dell’estremo oltraggio che volle portare, questa volta direttamente, al Dorian dipinto che tornò alle giovanili fattezze con cui era stato dipinto.

Le similitudini finiscono qui, almeno oggi, al presente: il Dorian del dipinto era passivo; non poteva far altro che “registrare” ciò che sarebbe dovuto accadere al Dorian in carne ed ossa.

Il Dorian-Sud, invece, può, deve continuare a prendere coscienza di sé e della situazione generale (e costruire, ricostruire, partendo da questo, quanto aveva prima del 1860 e che con l’Unificazione doveva perdere): solo così, l’estremo colpo che Dorian-Nord cerca di infliggergli potrà rappresentare per lui una catarsi salvifica.

Potrebbe esserlo, catarsi salvifica, anche per il Dorian-Nord; ma, in casi come questi, chi ha da perdere i privilegi goduti si avviluppa in una spirale sempre più misera e meschina.

È chi non ha nulla più da perdere che ha il colpo di tallone che può portarlo fuori dal gorgo.

In questa fase “Il ritratto di Dorian Gray”, di Oscar Wilde, non calza più.

Meglio così.

Fiorentino Bevilacqua

27.7.19

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La nostalgia dei Neoborbonici Risposta a Fiorentino Bevilacqua di Lucio Castrese Schiano

Posted by on Giu 3, 2019

La nostalgia dei Neoborbonici Risposta a Fiorentino  Bevilacqua  di Lucio Castrese Schiano

     La precisazione  sul termine “nostalgia” è stata esposta in maniera magistrale.

     La rettifica su quella “borbonica”, poi, non poteva essere resa in modo più chiaro ed esaustivo.  La taccia di  “questa” nostalgia non dovrebbe costituire motivo né di imbarazzo né di dichiarata inferiorità, non solo per quelli che con maggiore o minore convinzione e cognizione di causa si definiscono “borbonici” o “neo”, ma per tutti quelli che una mala unità ha costretto ad essere “educati alla minorità” (per dirla con Aprile). E proprio questa “nostalgia” dovrebbe ispirare i loro sentimenti, i loro comportamenti, le loro scelte.

Castrese Lucio Schiano

http://www.altaterradilavoro.com/la-nostalgia-dei-neoborbonici/ sdsem

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Premio Terra Laboris 2019

Posted by on Mag 26, 2019

Premio Terra Laboris 2019

L’idea di questo Premio nasce dalla volontà di mettere in risalto le eccellenze di un territorio, quello casertano-campano in particolare, ma “meridionale” in generale, che troppo spesso non godono della visibilità, mediatica e non solo, che invece toccherebbe alle stesse se facessero parte dell’altra metà del territorio italiano.

Il Premio è stato imitato, sin da subito, da altri gruppi, associazioni e organizzazioni, a testimonianza del valore e della validità dell’idea che ne ha ispirato l’istituzione e la realizzazione.

Esso è intitolato alla Terra Laboris, l’antica Terra di Lavoro: ubertoso territorio a nord di Napoli, ricco di opifici e attività culturali fino al 1860 circa.

Questa precisazione … “fino al 1860 circa”, spiega la ragione del perché, ad averlo ideato, sia stata una Associazione che opera per la riscoperta della storia del nostro “meridione”, di quella storia, cioè, che non fa parte dei programmi curriculari delle scuole italiane, storia il cui oblio ha contribuito a far sì che il Territorio ricco e fiorente1 cui si accennava prima (quello del Regno delle Due Sicilie, cioè) sia diventano poco più che una connotazione geografica: Meridione, appunto.

Troppo lungo sarebbe spiegare, qui, le ragioni e le vie di una tale “trasformazione” non voluta, non scelta da chi la subì.

Per questa ragione, volendo dare comunque un primo incipit a chi fosse digiuno di ogni dato in merito, ispirandoci alle parole, che i fatti successivi dimostreranno essere profetiche, dello storico inglese Patrick K. O’ Clery (1849-1913)…La rivoluzione – come all’epoca venivano chiamati i fatti “unitari” che interessarono anche il regno dei Borbone – la giudicheremo non dalle parole di coloro che l’hanno avversata, ma da quelle di coloro che l’hanno voluta, sostenuta ed aiutata2, riportiamo, fra i numerosissimi esempi possibili, la cosiddetta “mozione d’inchiesta” presentata, appena otto mesi dopo l’inizio dell’ottava legislatura, da Marzio Francesco Proto Carafa Pallavicino, duca di Maddaloni, deputato del Parlamento italiano.

Egli, napolitano critico nei confronti dei Borbone quando questi regnavano, divenne accusatore aspro e sarcastico del nuovo corso (anche da lui auspicato) che i fatti messi in campo dai “nuovi regnatori” (soltanto per accennare ad un altro, fra i tanti sostenitori pentiti della Rivoluzione: Giacinto de’ Sivo) rivelarono essere ben altro rispetto a quello che le élite pensavano e si attendevano da esso.

Particolare interesse, per chi avesse fretta, rivestono le parole che possono leggersi alle pagine 17 (il vero programma unitario: “Napoli starà peggio, ma noi staremo meglio”) e 10 (le sue prime, strumentali realizzazioni…Tutto si fa venir dal Piemonte…etc.) della versione on line reperibile qui … https://www.eleaml.org/rtfsud/napoli/Onorevoli_Signori_Proto_Maddaloni.pdf

Tutto il resto, per chi ne ha voglia, viene di seguito.

Fiorentino Bevilacqua

24.05.2019

  1. E’ superfluo precisare…pur con le sue criticità, perché non siamo manichei come lo sono i detrattori del “meridione” quando descrivono noi e se stessi.
  2. Patrick Keyes O’Clery, La rivoluzione italiana, Ares editore. (O’Clery, avvocato, storico, fu anche deputato alla Camera dei Comuni).
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“Vilipendio del risorgimento”!?! Ma scherziamo!?di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Mag 23, 2019

“Vilipendio del risorgimento”!?! Ma scherziamo!?di Fiorentino Bevilacqua

L’associazione “Sud e civiltà” ha organizzato e tenuto a Sanza <<un convegno storico per riabilitare la comunità locale, bollata d’infamia da 158 anni per aver difeso coraggiosamente il regno nel 1857>>, quando si oppose al tentativo di Carlo Pisacane, come si legge nella pagina facebook dell’Associazione.

Il convegno non ha avuto un corso facile pur essendo, i relatori, persone e professionisti stimati, preparati e notoriamente equilibrati nei loro interventi, sobri ma non privi di verità dirompenti.

 <<Durante il convegno – si legge nella pagina dell’Associazione Sud e Civiltà – del quale la popolazione era stata tenuta accuratamente all’oscuro, il Sindaco, alzatosi improvvisamente (in seguito farà sapere di essere stato “offeso” dal modo in cui si stava descrivendo la figura di Mazzini), anziché esprimere un motivato dissenso, si è allontanato senza nemmeno salutare. Il vicesindaco, rimasto in sala ove parlava spesso ad alta voce creando disturbo ai relatori, ha platealmente rifiutato la targa dedicata alla città di Sanza >>.

Sulla stessa pagina leggiamo di un attacco mediatico, portato dal <<quotidiano La città di Salerno>> e di un intervento invocante processi per <<vilipendio del risorgimento>> e doglianze perché <<la versione “ufficiale” del cosiddetto risorgimento non sia tutelata da un apposito reato per chi osi contestarla >>.

Ricordiamo un altro Sindaco, in un convegno organizzato nel Basso Lazio, questa volta dalla nostra Associazione Identitaria Alta Terra di Lavoro: egli dissentiva e, terminati gli interventi dei relatori, esprimeva civilmente il suo punto di vista con argomentazioni sulle quali si apriva un confronto.

A Sanza no: purtroppo non è andata così.

Letto il resoconto del convegno di Sanza, a me è venuta spontanea la risposta che, di getto, seduta stante, ho postato in coda agli altri commenti, risposta che riporto qui di seguito.

Ciò facendo, non volendo, ho bruciato i tempi della nostra Associazione che si preparava ad una risposta ufficiale di sostegno a Sud e Civiltà e al suo Presidente, il magistrato Edoardo Vitale.

Quel mio commento, letto e condiviso dal Presidente Saltarelli, dallo storico Fernando Riccardi e dagli altri membri del direttivo, finisce per diventare la risposta dell’intera Associazione Alta Terra di Lavoro.

Ecco il commento.

“Vilipendio del risorgimento” (sarò accusabile, incriminabile pure io che l’ho scritto con l’iniziale minuscola!?). L’ultima difesa di ciò che non è più difendibile è proprio il divieto, stabilito per legge, di mettere in discussione ciò che viene criticato e che, perciò, diventa una “verità” per legge stabilita. Mala tempora currunt, verrebbe da dire…Sì, ma per chi!?

In questo modo si spera di poter creare una sorta di angolino, una “bolla” nella quale si vuole confinare chi dissente, con la speranza di isolarlo e ridurre gli effetti del “contagio” verso chi è ancora …”sano” ma non “immune” dall’accettazione critica di una verità non imposta, non assoluta, variegata (e, appunto per questo, più vera), al posto della “verità” monocorde, strumentale (si può dire o si rischia qualcosa?) agli interessi di chi la propina (qui finisce male…). Una verità diversa (ahi!), rispettosa di un popolo, questo sì, VILIPESO da anni di disinformazione che ha generato altre menzogne e un’idea, un’immagine di esso che già da sola crea un danno che va ad aggiungersi al danno generato, ab initio, dal cosiddetto risorgimento (diabolicum perseverare!).

Ecco: sarebbe da ISTITUIRE ANCHE IL REATO DI VILIPENDIO DI UN POPOLO.

Ci hanno pensato i rappresentanti del popolo? Sì, quelli lì…

Solidarietà, affetto e stima a Vitale e a chi si macchia di questo tipo di … “eresia”.

Fiorentino Bevilacqua – Associazione Identitaria Alta Terra di Lavoro

P.S. Richard Feynman, premio Nobel per la fisica, diceva: “Spero proprio che non tutti la pensino come me: se scoprissi che non è così cambierei idea io, perché è da questa varietà di punti di vista che scaturisce il progresso”.

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