Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

LETTERE ALLA REDAZIONE: LA RIVOLUZIONE FRANCESE PEGGIO DELL’INCENDIO DI NOTRE DAME

Posted by on Mag 3, 2019

LETTERE ALLA REDAZIONE: LA RIVOLUZIONE FRANCESE PEGGIO DELL’INCENDIO DI NOTRE DAME

Eppure Macron e compagni, che usano il termine ”medioevale” con disprezzo, poi per fatti come questi fingono di piangere (lacrime di
coccodrillo?)

Gentile redazione di BastaBugie,
sono un vostro affezionato lettore da molti anni ed apprezzo tutto ciò che fate e dite.
Vorrei commentare l’episodio della cattedrale di Notre Dame andata in fumo in questi giorni. Europa, e in Francia in particolare, è presente una forte corrente culturale, filosofica e politica (compresa l’area che attualmente sostiene il presidente Macron) che usa il termine “medioevale” con disprezzo, salvo piangere lacrime amare – io le chiamo di coccodrillo – quando avvengono fatti come questi.
Se costoro sapessero riflettere e pensare, prima di parlare, si potrebbero ricordare che le cattedrali come Notre Dame furono concepite e costruite durante il tanto – da loro – vituperato e incivile “medioevo”, mentre furono prima saccheggiate e poi dissacrate con l’assurdo culto alla dea ragione, inaugurato facendo ballare sull’altar maggiore una prostituta, dai protagonisti di quel civilissimo (!) momento storico che fu la rivoluzione francese dei Robespierre, dei Saint Just e dei Danton che ammazzava con stragi uomini, donne e bambini in Vandea.
D’altronde gli uomini della rivoluzione erano talmente “ragionevoli” da condannare con leggerezza alla ghigliottina scienziati come Lavoisier, uno dei padri della chimica moderna. Questi uomini così “ragionevoli” da idolatrare la ragione sconsacrando Notre Dame, ebbero l’impudenza di rispondere alla supplica di non uccidere Lavoisier inoltrata da persone già allora di levatura come il matematico torinese Lagrange che allora si trovava a Parigi, che con coraggio affermò come una testa come quella di Lavoisier nasce solo una volta ogni cent’anni, mentre sarebbero bastati solo pochi secondi per farla cadere, ebbene questi “razionali”, questi “ragionevoli” risposero, per bocca del vice presidente del tribunale rivoluzionario che condannò Lavoisier alla ghigliottina, che “la Repubblica non ha bisogno di dotti” (frase attribuita a Pierre-André Coffinhal-Dubail, detto Jean-Baptiste Coffinhal (1762 – 1794), giurista e rivoluzionario francese, peraltro anch’egli condannato alla ghigliottina qualche tempo dopo, come del resto Robespierre e Saint Just).
La stessa riconsacrazione, avvenuta in epoca napoleonica evidentemente più per celebrare l’auto-incoronazione di Bonaparte – avvenuta sotto gli occhi di un papa rapito per l’occasione! – che per amore verso Cristo e Sua Madre, lasciò la cattedrale in stato così pietoso tanto da dover predisporre la sua demolizione fino a quando, nei primi anni quaranta del diciannovesimo secolo sull’onda del romanzo ad essa dedicato da Victor Hugo, guarda caso cristiano, fu deciso di restaurarla (in realtà di ricostruirla in molte sue parti, a volte con risultati criticabili a detta degli esperti) a cura dell’architetto Viollet-le-Duc.
A tutti gli entusiasti della rivoluzione francese, di cui gli attuali discendenti dal punto di vista ideologico sono Macron e i suoi sostenitori, di cui purtroppo una parte italiani, dedico il giudizio espresso su di essa dallo storico francese Pierre Chaunu durante il bicentenario del 1989 a chi, stupito, gli chiedeva perché non avesse aderito ad alcun festeggiamento o celebrazione di un fatto storico così importante.
Chaunu, peraltro non “accusabile” di particolari simpatie dell’ancien régime essendo non cattolico bensì protestante, rispose testualmente: “al pari della rivoluzione del 1789 anche la peste nera che nel 1348 uccise quasi la metà della popolazione europea costituisce un rilevante fatto storico ma nessuno lo celebra né – tantomeno – lo festeggia”.
Chissà perché!
Con stima e amicizia sincera.
Luigi

Caro Luigi,
non posso che essere d’accordo con tutto ciò che dici.
Semmai mi sento in dovere di aggiungere un video che trovi qui in fondo, così commentato da Luca Costa su Cultura Cattolica: “improvvisamente viene inquadrata una giovane coppia, un ragazzo e una ragazza abbracciati, quando quest’ultima intona un canto, dolce, sublime, delicato commovente, un’Ave Maria… Je vous salue Marie, pleine de grâce, le Seigneur est avec vous… poi le voci diventano tre, quattro, dieci, venti, cento persone iniziano a cantare con lei, gli occhi fissi sulle fiamme che divorano la foresta di pietra. E il canto non si ferma! tanto che a un certo punto arriva l’arcivescovo di Parigi che non può fare altro che benedirli, come un padre che ritrova i propri figli dopo tanto tempo”.

di Giano Colli

fonte http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5617

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La casta degli storici che non insegna nulla

Posted by on Apr 29, 2019

La casta degli storici che non insegna nulla


Gli accademici snobbano tutti i libri contro la versione “ufficiale” da loro accreditata.
E così i revisionisti impazzano: il caso dell’anti-risorgimento
di Marcello Veneziani

Egregi storici di professione che liquidate con disprezzo i testi e le persone che a nord e a sud criticano il Risorgimento e ne descrivono massacri e malefatte, dovreste tentare un’autocritica onesta e serena. So che è difficile chiedere a molti di voi l’umiltà di rimettere in discussione le vostre pompose certezze e il vostro sussiego da baroni universitari, ma tentate uno sforzo. Se oggi escono libri e libercoli a volte assai spericolati, poco documentati e rozzi nelle accuse, nostalgici del passato preunitario, lo dobbiamo anche a voi. Se nei libri di testo e di ricerca, se nei corsi di scuola e d’università, se nei convegni e negli interventi su riviste e giornali, voi aveste scritto, studiato e documentato i punti oscuri del Risorgimento, oggi non ci troveremmo a questo punto. E invece quasi nessuno storico di professione e d’accademia, nessun istituto storico di vaglia ha mai sentito il dovere e la curiosità di indagare su quelle «dicerie» che ora sbrigate con sufficienza.
Ho letto e ascoltato con quanto fastidio – e cito gli esempi migliori – Giuseppe Galasso, Galli della Loggia, Lucio Villari parlano della fiorente pubblicistica sul brigantaggio, i borboni, i massacri piemontesi e i lager dei Savoia. Ne parlano con sufficienza e scherno, quasi fossero accessi di follia o di rozza propaganda. Poi non si spiegano perché tanta gente affolla e plaude i convegni sull’antirisorgimento, a nord o a sud, e disprezza il Risorgimento, se un libro come Terroni di Pino Aprile sale in cima alle classifiche, se nessuno sa dare una spiegazione e una risposta adeguate alle accuse rivolte ai padri della patria. Curioso è il caso di Galasso che prima accusa i suddetti antirisorgimentali di scrivere sciocchezze e poi dice che erano cose risapute; ma allora sono vere o no, perché non affrontarle per ricostruirle correttamente o per confutarle? Ed è un po’ ridicolo criticare le imprecisioni altrui, ridurle ad amenità, e poi non batter ciglio se il suo articolo, professor Galasso, viene titolato sul Corriere della Sera «Nel sud preunitario», mentre il brigantaggio di cui qui si tratta si riferisce all’Italia postunitaria. Par condicio delle amenità.
Ma il problema riguarda tutto un ceto di storici boriosi, che detengono il monopolio accademico e scolastico della memoria. Perché avete rimosso, non vi siete mai cimentati col tema, non volete sottoporvi alla fatica di rimettere in discussione quel che avete acquisito e sostenuto una volta per sempre? Detestate i confronti e perfino la ricerca che dovrebbe essere il vostro pane e il vostro sale. Il risultato è che per molta gente questi temi sono scoperte inedite.
Per la stessa ragione, non è possibile trovare sui libri di storia, nei testi scolastici e universitari o nei vostri interventi sui giornali, le pagine infami che seguono alla rivoluzione napoletana del 1799 con intere città messe a ferro e fuoco, migliaia di morti ad opera dei giacobini rivoluzionari. Celebrate i collaborazionisti delle truppe francesi ma omettete i loro massacri, le città rase al suolo. Non è ideologica anche la vostra omertà? O ancor peggio, poi non vi spiegate, voi storici titolati del Novecento, perché libri come quelli di Giampaolo Pansa esplodano in libreria con centinaia di migliaia di lettori: ma perché voi, temendo l’interdizione dalla casta, non avete avuto il coraggio di riaprire le pagine sanguinose della guerra partigiana, il triangolo rosso e gli eccidi comunisti. Così fu pure per le foibe. Poi con disprezzo accademico sbrigate questi libri come pamphlet giornalistici, roba volgare e imprecisa. Ma quei morti ci sono stati sì o no, e chi li uccise, e perché? Quelle ferite pesano ancora nella memoria della gente sì o no? Che coesione nazionale avremo, caro Galli della Loggia, nascondendo vagoni di scheletri negli armadi?
Sul Risorgimento non avete il coraggio di rispondere a quelle domande e così contribuite in modo determinante a rendere le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia come uno stanco rituale, estraneo agli italiani, dominato dai tromboni e dalle stucchevoli oleografie. Salvo poi scrivere stupefatti e indignati che il Paese non partecipa, è assente, è refrattario. Ma non vi accorgete che lo diventa se continuate con il vostro manierismo e le vostre omissioni?
Come forse sapete, sono tutt’altro che un detrattore del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, anzi sono un fautore di lunga data dell’identità italiana, quando eravamo davvero in pochi a difenderla. Sono convinto che il processo unitario fosse necessario, che molti patrioti fossero ardenti e meritevoli d’onore, e che l’idea stessa di unire l’Italia fosse il sacrosanto coronamento di un’identità, di una storia, vorrei dire di una geografia, di una cultura e di una lingua antiche. Ma per rendere autentica quell’unità non possiamo negare le sue pagine oscure e pure infami, non possiamo negare le sofferenze che ne seguirono e lo sprofondare del sud nei baratri della miseria, della malavita e dell’emigrazione. Quella malavita organizzata che dette una mano ai garibaldini come poi agli sbarchi americani. Sono convinto che l’Unità d’Italia non portò solo guai ma modernizzò il Paese, lo alfabetizzò e lo fece sviluppare; e considero meritevoli di rispetto i cent’anni e passa che seguirono all’Unità d’Italia, la nascita dello Stato italiano e di una dignitosa borghesia di Stato, la graduale integrazione dei meridionali nello Stato, il loro grande contributo alla scuola e all’università, alle prefetture e alle forze dell’ordine, alla magistratura e all’alta dirigenza dello Stato, all’impiego pubblico e militare. Non possiamo buttare a mare più di un secolo di storia per qualche decennio finale di parassitismo.
Ma bisogna avere il crudo realismo di narrare anche l’altra faccia della storia; per amor di verità, per rispetto di quei morti e per riportare dentro l’Italia gli eredi di coloro che subirono l’Unità. Perché resta ancora da costruire un’Italia condivisa e non da dividere un’Italia già costruita.
Sul Risorgimento non avete il coraggio di rispondere a quelle domande e così contribuite in modo determinante a rendere le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia come uno stanco rituale, estraneo agli italiani, dominato dai tromboni e dalle stucchevoli oleografie. Salvo poi scrivere stupefatti e indignati che il Paese non partecipa, è assente, è refrattario. Ma non vi accorgete che lo diventa se continuate con il vostro manierismo e le vostre omissioni?
Come forse sapete, sono tutt’altro che un detrattore del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, anzi sono un fautore di lunga data dell’identità italiana, quando eravamo davvero in pochi a difenderla. Sono convinto che il processo unitario fosse necessario, che molti patrioti fossero ardenti e meritevoli d’onore, e che l’idea stessa di unire l’Italia fosse il sacrosanto coronamento di un’identità, di una storia, vorrei dire di una geografia, di una cultura e di una lingua antiche. Ma per rendere autentica quell’unità non possiamo negare le sue pagine oscure e pure infami, non possiamo negare le sofferenze che ne seguirono e lo sprofondare del sud nei baratri della miseria, della malavita e dell’emigrazione. Quella malavita organizzata che dette una mano ai garibaldini come poi agli sbarchi americani. Sono convinto che l’Unità d’Italia non portò solo guai ma modernizzò il Paese, lo alfabetizzò e lo fece sviluppare; e considero meritevoli di rispetto i cent’anni e passa che seguirono all’Unità d’Italia, la nascita dello Stato italiano e di una dignitosa borghesia di Stato, la graduale integrazione dei meridionali nello Stato, il loro grande contributo alla scuola e all’università, alle prefetture e alle forze dell’ordine, alla magistratura e all’alta dirigenza dello Stato, all’impiego pubblico e militare. Non possiamo buttare a mare più di un secolo di storia per qualche decennio finale di parassitismo.
Ma bisogna avere il crudo realismo di narrare anche l’altra faccia della storia; per amor di verità, per rispetto di quei morti e per riportare dentro l’Italia gli eredi di coloro che subirono l’Unità. Perché resta ancora da costruire un’Italia condivisa e non da dividere un’Italia già costruita.

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Automobili, a Milano ci sono 338mila auto senza assicurazione A Milano 338mila auto senza assicurazione, altre 314mila senza revisione

Posted by on Apr 22, 2019

Automobili, a Milano ci sono 338mila auto senza assicurazione A Milano 338mila auto senza assicurazione, altre 314mila senza revisione

I dati sono stati pubblicati da Palazzo Marino sul portale OpenData I milanesi preferiscono le auto a benzina: sono il 58%, del totale, mentre il 33% ha un motore diesel. Decisamente meno quelle a Benzina-Gpl, il 3,9%. Poche quelle ibride: tutte le altre categorie, infatti, si attestano tra l’1 e lo 0%. I numeri emergono dal portale OpenData del comune di Milano che nella giornata di venerdì 22 marzo si è arricchito con due nuovi dataset relativi alla mobilità in città e riguardanti le patenti di guida. I dati Automobili a Milano: i numeri

Le auto dei Milanesi sono 1.036.480. Di queste il 67,3% è in regola con l’assicurazione (oltre 697mila veicoli), il 32,7% invece no (circa 338mila veicoli), mentre il 69,6% ha effettuato la revisione (721mila veicoli), contro il 30,4% (oltre 314mila) che risulta non in regola.

Il dato, precisa Palazzo Marino, è stato estratto dall’archivio nazionale dei veicoli gestito dalla Motorizzazione e aggiornato al 31 ottobre 2017.

Patenti a Milano: le statistiche

Su un totale di 744.526 patenti, per l’88,9% si tratta di patenti italiane, mentre per il restante 11,1% di patenti straniere. I patentati di sesso maschile — si legge nei dati di Palazzo Marino — sono il 56,5%, contro il 43,4% di patentati di sesso femminile. I patentati con 30 punti sono 374.505, il 50,3% del totale.

I dati — chiarisce il comune — sono aggiornati al 26 maggio 2017 e provengono dall’archivio nazionale abilitati alla guida su strada, gestito dalla Motorizzazione.

fonte https://www.milanotoday.it/green/mobilita/auto-senza-assicurazione.html?fbclid=IwAR2iUNOlrfau2G62ltdY05Uox5ZSqMHVxfwiKi4TeGNLyf3eMCweVRiPO-g

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CAPOVOLTO IL DOGMA DEL POTERE IN ITALIA: SI VINCE O SI PERDE A SUD E SUL SUD. IL SUD LO SA. E ADESSO ANCHE LORO

Posted by on Mar 19, 2019

CAPOVOLTO IL DOGMA DEL POTERE IN ITALIA: SI VINCE O SI PERDE A SUD E SUL SUD. IL SUD LO SA. E ADESSO ANCHE LORO

Ma è stato colto davvero il valore di quello che è accaduto con l’Autonomia differenziata? Non è solo una clamorosa vittoria dei senza-potere del Sud contro i detentori di tutti i poteri; è anche e soprattutto il punto di svolta nella politica degli ultimi quarant’anni e, addirittura, con ragionevole approssimazione (lo sapremo nei prossimi mesi) potrebbe rivelarsi il punto di svolta nella storia del Paese. Non esagero. Riassuno così: siamo passati dall’inesistenza, inconsistenza e insofferenza della Questione meridionale, alla Questione meridionale che detta l’agenda di governo, della maggioranza parlamentare e della programmazione politica ed economica nazionale. Parlare di Sud era “dire del già detto e già scartato” in tutti i governi da oltre mezzo secolo, di centrosinistra, di centrodestra, tecnico o di centrosinistra-berlusconian-alfanian-verdiniano (le porcherie renzian-gentiloniane). Se si nominava il Sud, era per insultare i meridionali e accusarli di affossare il Paese, mentre orde di saccheggiatori padani di ogni partito svuotavano (e svuotano) le casse nazionali per arricchire il Nord a furia di tangenti, con la scusa di grandi opere inutili (vedi Mose), fiere fallimentari spacciate per successi, centri di ricerca fatti a proprio vantaggio, ma con i soldi degli altri, eccetera.
Il Sud non era nemmeno menzionato nell’accordo fra il M5S e il partito razzista antimeridionale (la Lega ora camuffata da razzista anti-migranti, con il servile apporto delle truppe cammellate di momentaneamente ex-colerosi-che-puzzano-più-dei-cani); solo dopo valanghe di proteste apparvero otto righi di niente e il ministro last-minute per il Sud. Ora, quella maggioranza e quel governo possono reggersi o cadere sulla Questione meridionale. E, addirittura, il Sud ha fatto miseramente fallire la Secessione con scasso delle Regioni più ricche: missione principale e forse unica della Lega Nord appoggiata dalla Lega di serie B cui fanno tesserare gli ascari delle colonie (quelli che aprono al nemico le porte della propria città perché la saccheggi). E che sia questa la missione principale, “l’indipendenza della Padania”, lo dice lo statuto della Lega Nord (sì hanno tolto la parolina… e io vi garantisco che domani mi crescono i capelli). Padania che stava sorgendo con l’Autonomia differenziata e che almeno per ora è andata a sbattere contro un muro di terroni. Era già tutto pronto, feste, trionfi, piedidiporco e passamontagna. Al povero Luca Zaia, presidente del Veneto cui non frega niente se al Sud schiattano in mille per garantire il caviale a due dei suoi conterranei (la politica intesa come rapina: concezione primordiale e barbarica, ma più di tanto il campione locale non è in grado di capire) han tolto la bottiglia di prosecco dalle mani e consigliato la camomilla.
Temo che persino ad alcuni addetti ai lavori non si siano resi conto del reale valore di quanto è successo. Sapete perché il M5S non nominava il Sud nel suo programma di governo e nel “contratto”? (Pure lì, non si fa che peggiorare: una volta, c’era chi li faceva con il diavolo; adesso addirittura con la Lega!). Perché, per essere accettati, i terroni devono far dimenticare di esserlo, evitando di irritare non soltanto la Lega, ma quel Nord (non tutto il Nord) cresciuto a ignoranza e pregiudizi (e gli studi non sempre bastano: guardate certi editorialisti dei giornaloni).
Il dato politico dominante, in Italia, è la geografia: il Nord è inteso vincente a prescindere, il Sud perdente a prescindere; il politico del Nord parte con l’idea che il Sud sia già fuori dalla gara per il primo posto e, al massimo, possa concorrere per il campionato minore, quello per decidere chi è il primo degli ultimi. E il politico del Sud parte sapendo che meno sembra tale (a parte proclami terronici e pre-elettorali), più ha possibilità di avanzare. Vi ricordate come il Pd votò il presidente dell’Associazione dei Comuni italiani qualche anno fa? Candidato unico e in pratica già nominato (anche dalla segreteria del partito) era Michele Emiliano. Ma Graziano Delrio (spalleggiato da Renzi) si propose come uomo del Nord, pronto a ricevere anche i voti della Lega. E vinse il Nord contro il Sud, non Delrio contro Emiliano.
Il politico del Nord, più si dichiara tale (e non vale solo per la Lega), più vince, voce della geografia forte. Quello del Sud, più si rende riconoscibile come tale, più perde, perché espressione della geografia e della storia perdenti.
I leader meridionali, se vogliono essere “nazionali”, devono trascurare la loro origine e persino il proprio elettorato; quelli del Nord, se si fanno scoprire “nazionali” (ovvero disponibili a una distribuzione più equa di risorse, opere pubbliche, infrastrutture, diritti) diventano perdenti, perché visti estranei al proprio territorio. Paradossalmente, vedi il caso Lega e le felpe di Salvini, più ti dici a favore del solo Nord, più sei “nazionale”.
Guardate Nichi Vendola: con lui guida di un partito nazionale e presidente della sua Regione, la Puglia fu l’unica del Sud a non protestare per l’esclusione dai programmi di Letteratura di liceo del Novecento, degli autori e poeti meridionali, pur se premiati con il Nobel; e mentre il presidente dell’Emilia Romagna e della Conferenza delle Regioni affianca i secessionisti con scasso lombardo-veneti (ma noi siamo diversi…, dice. Pozz’essere cecato chi nun ce crede) e i consiglieri regionali Pd di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna non si vergognano di fare un documento congiunto per chiedere al partito di aiutare Salvini a fottere il Sud, con l’Auronomia differenziata (più soldi e diritti ai ricchi, ‘sta ceppa ai poveri. Ma ceppa solidale e di sinistra!), al Sud, dirigenti Pd e presidenti di Regione tacciono, cincischiano, si accodano da parenti poveri su uno strapuntino (tu prendi 23 “competenze”? Io un paio…) e sempre “in risposta”, non sgarbata, si capisce, metti che se la piglino a male… E così per i rappresentanti meridionali degli altri partiti. Mai che l’azione parta da Sud! Solo quando la Regione Calabria vara una mozione duramente contro l’Autonomia si odono sparsi ruggiti di conigli.
Questo lo schema della politica in Italia.
Beh, lo schema è saltato: questo è successo. Un Sud fuori dagli apparati, ma consapevole e combattivo, denuncia il tentativo delle Regioni ricche di collegare le risorse per i “diritti uguali per tutti” al gettito fiscale dei territori, e creare cittadini di serie A e di serie B: proteste in piazza Montecitorio; gazebo e volantinaggi, specie della attivissima pattuglia di Agenda Sud Calabria, degli infaticabili “formiconi” lucani; centinaia di pagine dei meridionalisti rilanciano i documenti tenuti segreti; articoli di Gianfranco Viesti, Marco Esposito, Raffaele Vescera, miei; i parlamentari (quasi tutti cinquestelle, ma non solo; quasi tutti del Sud, ma non solo) che vengono a conoscenza delle trappole nei documenti non divulgati si informano, studiano, chiedono spiegazioni e chi ha coerenza e coraggio, e ce ne sono, per fortuna, decide di conseguenza; tante conferenze con loro e ovunque, e dei dirigenti della Svimez; distribuzione di dossier, tabelle, dati; le partecipazioni, rare ma efficaci, a trasmissioni tv e radio… Alla fine, la cosa è passata, ci si è resi conto che si stava facendo un golpe sottotraccia, spudoratamente dicendo che “non cambia niente” e che soltanto “si evitano gli sprechi e si premia l’efficienza”; e invece si svuota la cassa, portando via i 9/10 delle tasse e lasciando ai fessi il debito.
Il primo risultato fu che il consiglio dei ministri del 22 ottobre 2018 che doveva dare l’ok saltò; sotto Natale provarono a vedere se passava fra una renna e un panettone, ma non ci riuscirono e si dettero appuntamento al 15 gennaio, per trovare l’accordo e far partire la rapina il 15 febbraio. Ma, ormai, l’inganno era sotto gli occhi di tutti. L’appello con Gianfranco Viesti primo firmatario è ormai oltre le 50mila firme; aderiscono interi sindacati, ordini professionali. Se il governo portasse al Senato l’accordo con le Regioni secessioniste, non avrebbe la maggioranza. Non tutti antepongono un interesse politico immediato a un principio universale. E dovremo ricordare i loro nomi.
Questo mette in crisi i rapporti fra le correnti nella Lega ed è scontro fra Zaia e Salvini; accade lo stesso nel Pd fra quelli del Nord e del Sud; mette gli alleati gialloverdi in una situazione difficile da reggere e non si sa come possa andare a finire; induce a rinviare tutto a dopo le elezioni europee; consiglia ai vertici cinquestelle di prestare maggior attenzione a richieste e sentimenti della loro base elettorale, che è al Sud.
La Questione nazionale, oggi, è meridionale. E su questo si gioca tutto: dal governo al futuro del Paese, a come sarà e persino se ancora sarà. Un risultato inimmaginabile se avessimo pensato alla sproporzione di poteri e mezzi di influenza; se non avessimo obbedito al comandamento che deve guidare ogni azione umana: fa’ quel che devi, accada quel che può. La partita non è certo chiusa, e questo è già un successo incredibile, né il risultato è scontato. Ma chi pensava di aver già vinto, in forza delle sue armi potenti si accorge con stupore che il Sud c’è, sa di avere buone ragioni, sa farle valere. Ed è maledettamente bravo con la fionda…

Pino Aprile

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Va bene la Via della Seta. Ma non come la vuole Pechino

Posted by on Mar 16, 2019

Va bene la Via della Seta. Ma non come la vuole Pechino

La Via della Seta sta tornando e suscita polemiche molto aspre. Il premier Giuseppe Conte ha annunciato l’adesione dell’Italia alla Belt and Road Initiative, la base per l’ampliamento della nuova Via della Seta. La scelta ha provocato molte critiche. Ne parliamo con Robi Ronza, che già nel 1984 scriveva La nuova via della seta.

La Via della Seta sta tornando e suscita polemiche politiche molto aspre. In modo ancora informale, il premier Giuseppe Conte ha annunciato l’adesione dell’Italia alla Belt and Road Initiative (BRI), la base per l’ampliamento della nuova Via della Seta, che dovrebbe aumentare i collegamenti commerciali, per terra e per mare, fra la Cina e l’Europa.

L’Italia sarebbe il primo paese del G7 ad aderire. E questo solleva molte perplessità negli alleati statunitensi, che temono che l’Italia diventi la porta attraverso cui la Cina possa entrare in Europa da potenza rivale. E nei partner europei, che in questo periodo stanno alzando la guardia nei confronti di Pechino. Per Robi Ronza, giornalista, scrittore ed esperto di affari internazionali che auspicava una nuova Via della Seta in tempi non sospetti (è autore de La nuova via della seta, Jaca Book, 1984), la sua riapertura è, in sé, un bene. Ma «non come ce la sta proponendo la Cina». La Nuova Bussola Quotidiana lo ha contattato telefonicamente, per un approfondimento.

Qual è l’importanza della nuova Via della Seta?
La riapertura della Via della Seta è senza dubbio una svolta di importanza epocale: chiude un’epoca iniziata nel XV Secolo, quando Spagna e Portogallo, anche sul traino della scoperta dell’America, riuscirono con successo a spostare i grandi itinerari commerciali a lunga distanza dalla terra ferma agli oceani.

Eppure l’adesione dell’Italia (per ora solo annunciata) alla BRI, sta sollevando molte polemiche in Europa…
Quel che stanno proponendo a noi, è un asse complementare della nuova Via della Seta. L’asse principale, terrestre, ferroviario, collega Chongqing (Cina) a Duisburg (Germania). Anche la storica via della seta non era una strada unica, ma un fascio di itinerari. Negli itinerari di quella dei giorni nostri, uno degli itinerari è quello trans-Mediterraneo che approda in Italia. Ma quello principale è quello che va in Germania. Dal 2014 treni merci transcontinentali percorrono regolarmente in circa 13 giorni gli 11.179 chilometri che separano Chongqing da Duisburg passando attraverso le province cinesi dello Yunnan e del Xinjiang, quindi la Russia, la Bielorussia, la Polonia e infine la Germania. D’altro canto tra i Paesi fondatori dell’Asian Infrastructures Investment Bank, promossa dalla Cina per finanziare la gigantesca operazione, ci sono tre Stati membri del G7: non solo l’Italia ma anche la Germania e la Francia. A questa banca il nostro Paese aderì nel luglio 2016 per decisione del governo Renzi. La Germania ha tutelato i suoi interessi nazionali, senza alcun clamore, accaparrandosi il terminale dell’itinerario principale. Ora che la Cina tratta anche con altri paesi, la Germania contesta chi subentra nel mercato. I motivi mi sembrano intuibili facilmente.

Cosa contesta, però, al progetto attuale?
Se avessimo proposto noi, noi europei, una nuova Via della Seta negli anni ’90, avremmo tenuto conto maggiormente dei nostri interessi strategici. Invece abbiamo lasciato che fosse la Cina a prendere l’iniziativa. La Cina, rispetto ai nostri interessi, ha impostato la nuova rotta commerciale troppo a Nord rispetto all’Europa mediterranea e soprattutto saltando l’India. Occorre anche tener conto della visione del mondo che ha Pechino: la Cina è al centro e tutti gli altri ruotano attorno. La pace e lo sviluppo si fa con tutti, anche con la Cina, ma bisogna tener conto che Pechino ha questo altissimo concetto di sé nei rapporti internazionali. Quindi la nostra, nei suoi confronti deve essere un’interlocuzione forte, non remissiva. E invece, allo stato attuale delle cose, mi sembra che ci stiamo accostando ai cinesi in modo remissivo, soprattutto per scarsa preparazione delle nostre classi politiche.

C’è il rischio di diventare prede della Cina?
Non dobbiamo aver paura della Cina, basti pensare che, pur con tutta la sua crescita, il Pil pro capite cinese non si avvicina neppure ai livelli dei paesi europei. Non dobbiamo temere la Cina, dunque, non dobbiamo neppure odiarla: dobbiamo cogliere questa occasione per sviluppare dei rapporti equilibrati. La Cina non vuole rapporti equilibrati, siamo noi che dobbiamo insistere e ottenerli. Resto fiducioso: anche se si dovesse riprodurre, con tutte le differenze del caso, l’equivalente contemporaneo del confronto fra le piccole polis greche e l’Impero Persiano, io continuo a pensare che le polis greche se la caveranno.

Anche gli Usa contestano la scelta italiana. In un tweet, il National Security Council scrive che l’Italia è «un’importante economia globale e una grande destinazione per gli investimenti. Sostenere la BRI legittima l’approccio predatorio della Cina e non porterà alcun beneficio agli italiani». Cosa ne pensa?
Sta a noi dimostrare che non è così. Certamente noi scontiamo il fatto di non avere una politica estera, perché una decisione di questo genere andava negoziata e concordata con gli alleati. Non si può adottarla così, dalla sera alla mattina. L’idea che l’adesione eventuale dell’Italia possa compromettere i segreti della Nato, comunque, sembra un po’ esagerata. Prima di tutto perché i segreti della Nato non circolano. I principali segreti militari sono conservati negli Usa, non sono condivisi fra tutti gli alleati. Il prodotto più avanzato non viene mai condiviso.

Parliamo dell’India, perché è importante che venga reinserita nelle nuove rotte con l’Oriente?
Ho sempre sostenuto che l’India debba diventare il nostro principale interlocutore in Asia. Per due ragioni, economiche e culturali. Noi avremmo tutto l’interesse a sviluppare rapporti con l’India, perché mostra prospettive molto più interessanti rispetto alla Cina. Non è in crisi demografica, contrariamente all’altro gigante asiatico, e ha puntato tutto sullo sviluppo di un mercato interno. Questi due fattori rendono l’India un sistema economico più solido e con un futuro molto più promettente rispetto a quello della Cina. Da un punto di vista culturale, l’India ha un sistema giuridico molto più simile al nostro, anche per i due secoli passati sotto la dominazione britannica. Si possono stipulare contratti molto più facilmente che con aziende cinesi. L’India è una democrazia, la più grande democrazia del mondo. La Cina, al contrario, è il regime autoritario più grande del mondo. Credo che si debba sempre preferire una democrazia a un regime autoritario. Queste sono le ragioni per cui è importante sviluppare rapporti con l’India, come Italia e a nome di tutta l’Europa.

A proposito di aziende cinesi: nessuna di esse è realmente indipendente dallo Stato. Quando si parla di libero scambio con la Cina, quanto è realmente mercato e quanto, invece, è un rapporto politico?
In Cina, tutto è politico. È un sistema in cui non esiste l’autonomia contrattuale, in cui la stessa personalità giuridica delle imprese è imperfetta. Quando tratti con un’azienda cinese, in realtà, stai trattando con lo Stato cinese. Se anche l’impresa è genuinamente privata, se lo Stato ne ha bisogno la può incamerare in ogni momento. E lo Stato può annullare ogni contratto fra privati. Non a caso, tante imprese si stanno trasferendo dalla Cina al Vietnam. Non sto dicendo, con questo, che dobbiamo chiudere le porte alla Cina. Dico solo che, se dobbiamo scegliere un grande partner asiatico, dovremmo scegliere l’India. Cosa che non si sta facendo.

fonte http://lanuovabq.it/it/va-bene-la-via-della-seta-ma-non-come-la-vuole-pechino 

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Il fantasma di Totò avvistato a Napoli. Le apparizioni e quella profezia… su Napoli Capitale

Posted by on Mar 10, 2019

Il fantasma di Totò avvistato a Napoli. Le apparizioni e quella profezia… su Napoli Capitale

Il fantasma di Totò avvistato a Napoli da alcuni turisti. Io spettro del principe De Curtis, in una occasione, ha anche parlato lasciandosi andare ad una profezia.

Il fantasma di Totò si aggira per Napoli, precisamente a palazzo San Giacomo. Io «Sono il principe de’ Curtis. Questo è palazzo San Giacomo?». È il 12 settembre 2018 sono quasi le 22 e tre persone in piazza Municipio si trovano di fronte una figura vestita di grigio. Un giovane alto ed elegantissimo. «Lei è una controfigura di Totò?» replica sorridendo un turista, pensando di trovarsi davanti un figurante. Ma non ottiene alcuna risposta. Poi la figura, prima di allontanarsi e passare attraverso il muro all’interno del palazzo del Comune, si lascia andare ad una profezia: «La città sarà sempre più grande, la prima in Italia. Diventerà la capitale di un regno». Senza specificare se ci sarà un ritorno al borbonico Regno delle Due Sicilie o ai Savoia. E lasciando così dietro di sé una serie di inspiegabili dubbi.

Sono quattordici le persone, scrive il corriere del mezzogiorno, che negli ultimi cinque anni si sono trovate di fronte Totò. Una sola volta il principe ha parlato, lo scorso 12 settembre, da allora più nessuna parola

IL FANTASMA AL FUNERALE DI TOTÒ

«Totò è qui, in mezzo a noi». Ai funerali del principe de’ Curtis ci fu più di una persona che immaginò che il fantasma del morto se ne stesse bellamente al centro del corteo. Ci fu finanche chi si impressionò al punto da svenire. Ma il fantasma era un vivo. Si trattava di dell’attore Dino Valdi , «sosia» e controfigura di Totò in diversi film. A lui Franca Faldini donò, dopo le esequie, il vestito, le camicie, il gilet, le scarpe e una delle celebri bombette nere del principe.

LA SUPERSTIZIONE NEI FILM DI TOTÒ

Nei 97 film in cui ha recitato Totò sono tantissimi gli elementi che rimandano a superstizioni, jettature, fantasmi, aldilà, leggende, continenti scomparsi, extraterrestri e dischi volanti.

fonte https://napolipiu.com/il-fantasma-di-toto-avvistato-a-napoli-le-apparizioni-e-quella-profezia

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