Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

STRAGI NASCOSTE da 150 anni

Posted by on Set 16, 2019

STRAGI NASCOSTE da 150 anni

Per sottometterci usarono dapprima l’inganno per mettere piede dentro casa con gli apripista dei mercenari in camicia ROSSA (criminali liberati dalle carceri bergamasche senza nulla da perdere e senza scrupoli).

Corruppero Nostri TRADITORI, in cambio di enormi somme di denaro, per favorire la loro entrata (nulla in confronto a ciò che si presero saccheggiando la Nostra ricchezza e rubandoci l’enorme mercato del MARE NOSTRUM, tra ben 3 continenti e con Noi nel mezzo).

Illusero le masse contadine, su elargizioni, successivamente negate.

Una volta dentro CASA Nostra, caddero le maschere e fu violenza cieca; rastrellamenti, stragi, fucilazioni, leggi di guerra con licenza di ucciderci anche senza motivo. (Una vittima tra tutte : Angelina ROMANO fucilata a 8 anni con la accusa di “brigantaggio”).

Per tappare la bocca alla comunità internazionale ed impedirle di intervenire a Nostra difesa, falsarono un referendum, trasformandolo in “plebiscito” così da poter dire che fossimo Noi vittime a volere loro come invasori.

Strage dopo strage, passarono 15 anni di guerra PATRIOTTICA prima di poter dire di averci annientati.

Orrori inenarrabili, azioni di puro TERRORISMO, con donne stuprate davanti a padri e figli, sventrate e lasciate imputridire in pubbliche piazze, come monito per chiunque volesse continuare nell’esempio Patriottico. Uomini decapitati e portati al museo dell’orrore di torino in piemonte, ANCIRA OGGI, in bella mostra e con tanto di biglietto a mostrare i propri miseri resti a cui fu negato persino il nome, surrogandolo con aggettivi infamanti per edificarci su la INFERIORITÀ della Nostra “etnia” “meridionale”. (Un secolo dopo i tedeschi imitarono i piemontesi con la loro teoria della “superiorita”).

Campi di sterminio a fenestrelle in piemonte, dove chi entrava leggeva , un secolo prima dei campi tedeschi di Aushwitz, ” l’uomo è libero non in quanto è ma in quanto produce” per poi uscirne sciolto nella calce viva.

Tutto taciuto.

Poi il colpo di genio.

Siccome le stragi di bersaglieri, di mercenari e di carabinieri contro la Nostra popolazione inerme, suscitava una Nostra ancora più agguerrita opposizione, ecco la svolta :

Mettere Noi stessi contro Noi stessi.

Luberarono CRIMINALI dalle galere e li usarono per mantenerci terrorizzati e sottomessi .

Era nata la “criminalità organizzata” a cui il nuovo “stato” offriva licenza di uccidere e impunità, per poi fingere di dare la caccia, così da recitare e in abiti “puliti” la parte immacolata di uno “stato” mosso dal “rispetto” di leggi, regole, costituzioni e morale.

Fu così dal 1860 ad oggi 2018, dalle stragi di allora lungo un interminabile fiume di sangue fino a FALCONE e BORSELLINO.

Ed eccoci alle trattative stato/mafia che non sono “trattative” ma sintonizazioni” di un unico apparato che si riserva la licenza di uccidere, per poi fingere di condannare qualcuno, ( Dio solo sà se almeno una cella del 41bis, sia mai stata vissuta per più di un giorno dai “condannati” per “mafia”).

Una gigantesca e tragica buffonata che ha avuto bisogno di camminare sui Nostri cadaveri prima di poter piantare i simboli massonici dentro CASA NOSTRA a cominciare da quella del mercenario piantata alla stazione centrale di Napoli e con i giardinetti intorno appena restaurati dalle “autorita” locali.

Ma, sebbene la storia siano stati i massoni d’oltre manica a dettarla, a scrivere la parola fine sarà la VERITÀ che camminerà attraverso la DIGNITÀ di milioni di vittime mai citate da nessun libro, nessun cattedratico, nessun professorone, nessuna autorità.

Sarà la VERITÀ stessa a volare di bocca in bocca, di testa in testa ad affermare sè stessa.

Ai professoroni, ai TRADITIRI di ieri e di oggi, ai fiancheggiatori prezzolatissimi e protettissimi spacciatisi per anti-gomorroidi, ai libracci scritti con il sangue e le menzogne, non rimane che piegarsi prendendone atto.

Solo con la VERITÀ usciremo da questo disumano e quasi riuscito LAVAGGO del CERVELLO.

Faranno di tutto per impedirgli, con le solite tecniche denigratorie, violente, mafiose, anche il CAOS useranno se necessario, tipiche forme della PEGGIOR MASSONERIA senza Dio.

Una mostruosità che non riuscì ai nazisti, riuscì alla MASSONERIA che finanziò i vari antenati di bin Laden; mercenari in camicia ROSSA, per eliminarci dal CENTRO dei traffici commerciali mondiali.

Se avessero perso allora, avrebbero avuto il mondo intero contro e nessuno avrebbe potuto più aggredirci . Hanno vinto, e dobbiamo risalire scalino per scalino tutta la scala dove ci fecero sprofondare.

Fate volare la VERITÀ, rendiamola CONTAGIOSA , facciamola affermare solo così gli esecutori e i mandanti dei Nostri assassini e TRADITIRI saranno Neutralizzati e resi incapaci di mantenerci in questo stallo durato oltre ogni tollerabile misura.

Dobbiamo farlo per Noi è sopratutto per chi ha combattuto per Noi, in sacrificio della propria vita.

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Soltanto a Napoli la vita è felicità: lo dice una ricerca sull’uso degli psicofarmaci

Posted by on Set 7, 2019

Soltanto a Napoli la vita è felicità: lo dice una ricerca sull’uso degli psicofarmaci

Per una vita fatta di felicità bisogna stare a Napoli, visto che nel resto d’Italia la depressione la fa da padrona. A sostenerlo è il Quotidiano Nazionale che nella sezione “La Nostra Salute” ha dedicato un intero articolo a come la depressione stia diventando sempre di più la “malattia degli italiani“. In particolare, partendo da una previsione fatta dall’Osservatorio Mondiale della Sanità, la testata spiega come l’aumento progressivo dell’uso dei psicofarmaci (Italia quarta per acquisti in Europa) sia sintomo di una grande diffusione della depressione nel Belpaese. Stando alle ricerche, questa gigantesca diffusione è stata registrata soprattutto nei paesi economicamente poco sviluppati, mentre nei paesi ricchi sono ovviamente colpiti i poveri. In Italia tra le regioni più “depresse” c’è la Toscana, con il 6,9 % di persone che assumono antidepressivi. Va decisamente meglio in Campania dove la percentuale è del 3,6. In particolare, ad andare contro tendenza è Napoli (da sempre considerata economicamente poco sviluppata) che si afferma come la città con il più basso uso di psicofarmaci. La cosa ha fatto inorgoglire anche il sindaco de Magistris, che ha detto: “L’unica S.p.a. che conosciamo è ‘solo per amore‘, perché amiamo la nostra città. E questo amore ci ha portato a crescere talmente tanto che negli ultimi anni tutti vogliono venire a Napoli. In due anni e mezzo 700 produzioni televisive e cinematografiche hanno girato in città. Chi è depresso venga a Napoli, città d’Italia con il più basso uso di psicofarmaci e suicidi“.

fonte https://www.vesuviolive.it/vesuvio-e-dintorni/notizie-di-napoli/269067-soltanto-a-napoli-la-vita-e-felicita-lo-dice-una-ricerca-sulluso-degli-psicofarmaci/?fbclid=IwAR3Nr4U-KwXrdtgnH7Q2XDmsRJE6hYn9GqncIsJVpE92kMamEg8R_JvrxLc

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Il premier Conte, il «Nuovo Umanesimo», la Massoneria

Posted by on Set 4, 2019

Il premier Conte, il «Nuovo Umanesimo», la Massoneria

(Fabio Cancelli) Il 29 agosto 2019 la Presidenza della Repubblica Italiana – Quirinale ha postato su YouTube il discorso tenuto dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte dopo aver accettato l’incarico di formare un nuovo Governo. Il premier annuncia un «governo nel segno della novità», un’«ampia stagione riformatrice», l’Italia dovrà essere «un Paese che rimuova le disuguaglianze di ogni tipo», comprese le disuguaglianze «di genere». Conte vuole con coerenza seguire «princìpi non negoziabili», «princìpi scritti nella nostra Costituzione», e ne cita alcuni: «il primato della persona», «il lavoro, come supremo valore sociale», «l’uguaglianza nelle sue varie declinazioni, formale ma anche sostanziale», «il principio di laicità e nel contempo di libertà religiosa». La laicità di Conte è la stessa laicità della UE che difende il Gender? Conte ribadisce «la nostra collocazione euro-atlantica». Poi, quasi al termine, aggiunge: «Molto spesso, negli interventi pubblici sin qui pronunciati ho evocato la formula di un nuovo umanesimo, non ho mai pensato fosse lo slogan di un governo ma l’orizzonte ideale del Paese». Il «nuovo umanesimo» del premier è lo stesso di Edgar Morin? Il 21 novembre 2018 al CNR, il premier Conte ha definito il filosofo Edgar Morin «un raffinato pensatore a me molto caro». La passione filosofica del premier Conte risalta anche dal colloquio che ha avuto domenica 14 aprile 2019 con il filosofo Emanuele Severino definendolo addirittura «un punto di riferimento della filosofia teoretica a livello internazionale». Nell’intervista Severino (filosofo neo-parmenideo) presenta il cristianesimo come una ideologia insieme con la democrazia, il comunismo, l’islam, l’umanesimo… Severino, propriamente parlando, non è un filosofo cristiano. Nel 1969 fu allontanato dall’Università Cattolica del S. Cuore di Milano poiché nella sua filosofia c’era la negazione radicale di tutta la tradizione metafisica occidentale. La carriera dell’umanista Conte è maturata all’ombra di ambienti ecclesiastici liberali legati al Card. Achille Silvestrini, ambienti che sembrano remissivi o persino fiancheggiatori e complici verso il laicismo europeista. È noto che il Card. Silvestrini fu il regista, o almeno uno dei protagonisti, di quella che il Card. Danneels definì la «mafia di San Gallo», la lobby cardinalizia che portò all’elezione di Bergoglio Papa. Conte si dichiara devoto di Padre Pio eppure sorge il dubbio che il suo «Nuovo Umanesimo» sia affine a quello del centro-sinistra promotore di immigrazionismo illimitato, europeismo, diritti-gay, utero in affitto, adozioni gay, Gender nelle scuole. C’è sintonia tra il nuovo umanesimo del centro-sinistra (e di Conte) con quello della Massoneria italiana? Oltre la retorica e le belle parole, il Nuovo Umanesimo, per i massoni, vuol dire antropocentrismo: l’Uomo-Mago, centro e misura del tutto, che filosoficamente e ritualmente “emula” il Dio-Creatore fino a rimpiazzarlo nel discernimento del bene e del male. Nella Massoneria ci sono due tipi di antropocentrismo: a) l’uno, apparentemente devoto e religioso, ma esoterico, come l’Umanesimo di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola; b) l’altro, più radicale e laicista, come l’Illuminismo. Il Grande Oriente d’Italia, la Massoneria maggioritaria italiana, è laicista ed esoterico. Il 15 aprile 2007 alla Gran Loggia del Grande Oriente d’Italia (GOI), il Gran Maestro Gustavo Raffi dichiara che la sua Massoneria «si propone l’elaborazione di un progetto di un nuovo umanesimo per il rinascimento dei valori». Belle parole. Non dimentichiamo però che il GOI segue «l’esoterismo nell’Arte Reale» (Costituzione GOI, Art. 5). Il 9 settembre 2012 il website del Grande Oriente d’Italia, ancora al tempo della Gran Maestranza Raffi, posta un articolo de Il Sole 24 Ore di Mario Ceruti e Edgar Morin, “Un nuovo umanesimo ci salverà”. Gli autori incensano l’Umanesimo e il Rinascimento dei secoli XV-XVI come fattore per «un nuovo modello di umanità». Reputano necessario «un principio di coesione e di governo comune». Guardano con troppa fiducia all’Unione Europea contro «egoismi nazionali», «localismi unilaterali», «chiusura culturale»… Secondo Ceruti e Morin, senza l’Umanesimo e senza l’Europeismo nessun futuro per l’Italia: «Oggi i destini di tutti sono indissociabili». «Il cammino antropologico» dell’Umanesimo ci dice che «ormai la riforma politica è indissociabile da una riforma di civiltà, da una riforma di vita, da una riforma del pensiero, da una riforma spirituale, nella prospettiva di un nuovo umanesimo planetario». «L’antico Umanesimo aveva prodotto un universalismo astratto, ideale e culturale. Il nuovo Umanesimo planetario non può che nascere da un universalismo concreto, reso tale dalla comunità di destino irreversibile che lega ormai tutti gli individui e tutti i popoli dell’umanità, e l’umanità intera all’ecosistema globale, alla Terra». Riassumo in termini più semplici il filosofare dei due autori: per essere liberi e salvi, l’Italia e gli Italiani dovranno essere sempre più servi del pensiero UE di Bruxelles (e della Massoneria). Nel 2013, in un discorso per una loggia di Imola del Rito Simbolico Italiano del GOI, il massone Ivan Nanni afferma: «La Massoneria è l’habitat naturale di coloro che amano mettersi in discussione, degli uomini che cercano la Verità, uomini che cercano di perfezionarsi per riformulare un nuovo umanesimo, ove l’Uomo è e deve essere posto al “centro di tutto”, contribuendo anche, ciascuno secondo le sue capacità, al miglioramento degli altri». Un cenno anche ad altre Massonerie italiane. La Gran Loggia Regolare d’Italia è una Massoneria filoinglese, iniziatica, esoterica, apparentemente non laicista come il GOI. Nel 2002 il nuovo Gran Maestro Fabio Venzi nella sua prima allocuzione, “Per un nuovo umanesimo”, dichiara che «le radici del pensiero massonico» sono «nella filosofia umanistica e rinascimentale». Anche tra gli «Antichi Massoni d’Italia Gran Loggia Nazionale» si parla di «Nuovo Umanesimo». Il «nuovo umanesimo» è parola sacra anche per i massoni della Gran Loggia d’Italia – Piazza del Gesù – Palazzo Vitelleschi. Già nel 2002 i massoni di Rito Scozzese Rosae Crucis Ordo, annunciavano «un processo di Nuovo Umanesimo» che raccoglie gli insegnamenti di antichi Indiani, Egizi, Greci, Cristiani, Templari, Ermete Trismegisto, Rosacroce, Umanesimo, Ermetismo, Alchimia. Tutto ciò in opposizione «al forte dogmatismo della Chiesa». Ci auguriamo che Padre Pio vegli dal Cielo affinché il premier Conte, suo devoto figlio spirituale, non consegni l’Italia e gli Italiani ai custodi dell’Umanesimo massonico.

fonte https://www.corrispondenzaromana.it/il-premier-conte-il-nuovo-umanesimo-la-massoneria/

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CARPINO, DALL’ESPLOSIONE DEMOGRAFICA DEL SETTE-OTTOCENTO ALLA CRISI ATTUALE

Posted by on Set 4, 2019

CARPINO, DALL’ESPLOSIONE DEMOGRAFICA DEL SETTE-OTTOCENTO ALLA CRISI ATTUALE

di Michele Eugenio Di Carlo All’allarme lanciato da Carpino qualche tempo, attestante che la bella cittadina del Gargano, anche nel 2017, aveva una popolazione nettamente scesa sotto i 4 mila abitanti, senza gli stranieri e che, mentre i decessi superavano le nascite, l’emigrazione giovanile galoppava con un paese ridotto a «vecchi, bambini e stranieri che qui immigrano e risiedono», ora si aggiunge la notizia che l’unica edicola di giornali chiude. Notizie preoccupanti che mettono le istituzioni, le imprese, le banche, le associazioni sindacali di fronte alla precisa responsabilità di dover dar corso ad una inversione di tendenza. Ma l’allarme lanciato deflagra letteralmente quando si accenna al 1° Censimento Generale della Popolazione Italiana del 1861, quando Carpino, nonostante la furiosa guerra civile già in atto e dati statistici raccolti con molta approssimazione, contava ben oltre 6 mila abitanti e presentava «fiorenti e importanti attività agricole, commerciali, artigianali e di pesca». Dalla vigorosa cittadina del 1861 all’attualità di quartieri e rioni spopolati e abbandonati, con un crollo della popolazione scolastica nonostante gli stranieri e giovani dalla valigia sempre pronta. Il riferimento storico demografico evidenziato dal cittadino di Carpino spinge ad esaminare scientificamente l’evoluzione demografica e, quindi, economico e sociale, della cittadina a partire almeno dagli inizi del Settecento. La “Terra” di Carpino, o Caprino, numerava nel 1532 appena 46 fuochi, diventati 223 (circa 1000 abitanti) nel 1669. Nel 1797 Lorenzo Giustiniani vi numera ben 3600 abitanti. Il feudo di Carpino, come quelli di Rodi, Peschici e Cagnano Varano, dipendeva dalla contea di Lesina, passata a far parte dell’ «Honor Montis Sanctis Angeli» nel 1177. Nel Settecento il feudo passa dai Vargas ai Vargas-Cussavagallo ai Brancaccio. Il capostipite della famiglia Brancaccio di Cagnano, Luigi Paolo, appartenente alla dinastia Brancaccio napoletana, nasce a Palermo nel 1703 e sposando nel 1738 donna Felice Vargas, principessa di Carpino e duchessa di Cagnano, acquisisce i titoli di principe di Carpino e duca di Cagnano, i cui tenimenti amministra per 17 anni. Il figlio primogenito Giovanni gestisce i feudi di Cagnano e di Carpino fino alla morte avvenuta nel 1794. A Giovanni succede, fino alle leggi eversive del 1806, Luigi Paolo II, ultimo principe di Carpino e duca di Cagnano. Della terra di Carpino Giustiniani nette in rilievo l’aria salubre del centro edificato su di una collinetta, nelle vicinanze delle aree malariche del lago di Varano. Con un territorio esteso per 150 carra, Carpino annovera produzioni eccedenti i fabbisogni della popolazione che esporta nei paesi vicini. Infatti, la pianura addossata al lago, non ancora arricchita di olivi, risulta fertilissima con produzioni di cereali, legumi e lino. Tra l’altro, nelle aree boschive soggette ad uno sfrenato disboscamento, conseguente alla perniciosa carestia dei primi anni Sessanta del Settecento, abbondano grano, mais e legumi, anche se la caccia, che era un’attività fiorente, a fine ‘700 si riduce quasi solo ai lupi che causano danni agli armenti. La produzione di olio non è ancora rilevante, anche se innestando gli oliveti di località «Pastromolo», non distante dall’abitato, si sarebbe potuto agevolmente incrementarla (Michelangelo Manicone). Carpino produceva poca frutta e poco vino, che venivano importati da Vico e scambiati con grano e legumi. Dalle bacche del lentisco, presente anche sull’isola di Varano, i contadini estraevano l’olio per le lucerne, non disdegnando di utilizzarlo, per necessità e come succedaneo dell’olio di oliva, anche come condimento, nonostante il sapore esageratamente deciso e pronunciato e le spiccate caratteristiche organolettiche lo rendevano decisamente balsamico e aromatico. Infatti, lo storico di Vieste Vincenzo Giuliani riferiva che i terrazzani ne raccoglievano le «coccole» che, poste sotto i torchi, producevano un olio «assai aspro e forte, non buono a mangiarsi per essere troppo astringente e fetido». Ma dai suoi rami incisi, come quelli dell’ornello, si ricavava una gomma molto balsamica (mastice di Chio). Dagli inizi dell’Ottocento al 1861 la popolazione di Carpino quasi raddoppia, anche nell’Ottocento borbonico vi sono i segni di un evidente sviluppo. Da quel momento Carpino segue il destino che appartiene alla maggior parte dei centri abitati del Sud. E, allora, perché i dati statistici demografici attuali di Carpino destano scalpore? Perché l’evoluzione sociale ed economica post unitaria è sempre stata spiegata con luoghi comuni e pregiudizi abilmente inoculati, che anteponevano la tesi che nel 1861 esisteva un vero e proprio divario tra nord e sud del paese. Ma i recenti studi di validi economisti e di seri ricercatori universitari, quali Malanima, Daniele, Fenoaltea, Ciccarelli, hanno accertato definitivamente che nelle società preindustriali dell’Europa a sviluppo essenzialmente agricolo, non esistevano consistenti divari tra una regione e l’altra. In Italia esisteva un maggiore divario tra est e ovest, il Tirreno era più progredito rispetto alla costa adriatica, per il resto esistevano regioni ricche e povere sia al nord che al sud della penisola. Documenti e statistiche alla mano, Daniele e Malanima ci conducono ad una realtà ancora poco conosciuta: il divario tra Nord e Sud ha cominciato ad esserci tra fine Ottocento e inizio Novecento, quando anche in Italia è iniziato un vero e proprio processo di industrializzazione, che favorito al Nord dalle politiche doganali del 1887 rovinarono l’economia agricola del Sud spingendo verso l’esodo milioni di meridionali. Una regione industriale, nella fase iniziale, genera una forte produttività e un alto livello di occupazione a basso costo, utilizza le altre aree interne meno sviluppate come mercato, sviluppa forti correnti migratorie interne ed esterne con lavoratori che abbandonano l’agricoltura con salari bassi per ottenere salari più alti. Il problema potrebbe essere quello di chiedersi chi ha deciso che dovesse essere il Nord a svilupparsi e a produrre e il Sud a fornire manodopera e mercato al Nord. Ma sarebbe una domanda retorica, visto che l’evidente “colonizzazione interna” delle regioni meridionali è stata una scelta politico-economica consapevole adottata dai governi liberali e borghesi dei primi decenni dell’unità, dietro l’imposizione di una stretta consorteria indistinta di militari e politici legati alla dinastia dei Savoia, intrisi e fortemente condizionati da pseudoscientifiche teorie lombrosiane che giustificarono ampiamente lo sviluppo del Nord a scapito del Sud. E ben altro… Il divario ha raggiunto il limite massimo durante il periodo fascista e nel primo secondo dopoguerra, per poi ridursi negli anni del “miracolo economico” (1955-1973). Un divario che, come attestano anche le relazioni dello Svimez, ha ripreso la sua corsa forsennata dagli anni Novanta. Infatti, sempre documenti e statistiche alla mano, dagli anni Novanta in poi con la fine della classe politica della prima Repubblica, il Mezzogiorno è stato totalmente escluso da qualsiasi prospettiva di sviluppo economico per scelte prettamente politiche e ideologiche e l’annosa, e per molti versi fastidiosa, “Questione Meridionale” è stata messa candidamente in soffitta, ritenuta come un problema secondario nell’ambito dello sviluppo sociale, economico e culturale dell’intero Paese. Carpino, nonostante tutto, resta la terra garganica con le migliori fave d’Italia, con un olio d’oliva sopraffino, all’avanguardia nazionale nel campo della musica popolare. I suoi tenaci abitanti troveranno la via del riscatto e dell’orgoglio, ma bisognerà trovare il modo di fermare l’esodo dei suoi tanti giovani cervelli con politiche non subalterne agli interessi delle aree più ricche del paese.

fonte Terroni Pino Aprile

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La commissione su Bibbiano non indagherà su… Bibbiano

Posted by on Ago 29, 2019

La commissione su Bibbiano non indagherà su… Bibbiano

L’inciucio Pd-5 Stelle è già all’opera in Emilia Romagna, dove la Regione ha inaugurato i lavori della Commissione affidi partendo dai fatti di Bibbiano. Ma il governatore Bonaccini ha deciso che non si indagherà sui fatti di Bibbiano. «Dovremo solo controllare le procedure, ma ne terremo conto», tentano di giustificarsi. L’opposizione di Centrodestra esplode, ma l’inciucio è servito perché in ufficio di presidenza i dem hanno chiamato soltanto i 5 Stelle, guarda caso determinanti nell’approvazione della legge bavaglio Lgbt. L’inciucio Pd-5 Stelle è già all’opera in Emilia Romagna, dove la Regione ha inaugurato i lavori della Commissione affidi partendo dai fatti di Bibbiano. Ma il governatore Bonaccini ha deciso che non si indagherà sui fatti di Bibbiano. «Dovremo solo controllare le procedure, ma ne terremo conto», tentano di giustificarsi. L’opposizione di Centrodestra esplode, ma l’inciucio è servito perché in ufficio di presidenza i dem hanno chiamato soltanto i 5 Stelle, guarda caso determinanti nell’approvazione della legge bavaglio Lgbt. Il ministro della famiglia Alessandra Locatelli ha recentemente sostenuto che un accordo di governo tra Pd e 5 Stelle avrebbe come effetto collaterale l’insabbiamento del caso Bibbiano. Il sospetto della Locatelli è relativo anche all’estromissione della Lega Nord e del Centrodestra dall’ufficio di presidenza della commissione d’inchiesta sugli affidi in Regione Emilia Romagna, teatro dei fatti di Bibbiano, che invece era stata promessa al Carroccio. «C’e’ un sistema che si tende a tenere nascosto e che si tende a sminuire», ha detto. Probabilmente non si riferiva all’indagine della magistratura che invece sta procedendo spedita con l’apertura di nuovi filoni e aree di indagine, ma sicuramente all’attenzione politica di un fenomeno che fino a una settimana fa i 5 Stelle usavano in chiave anti Pd e ora invece è sparito dal radar. Un riscontro alle parole della Locatelli si può avere guardando le recenti vicende in Regione proprio in riferimento ai lavori della commissione, dove emergono due fatti inquietanti: l’estromissione del Centrodestra dall’ufficio di presidenza e soprattutto l’estromissione dei fatti di Bibbiano, o meglio dalle procedure prese in esame, dai lavori dell’assise consiliare. In poche parole: nella commissione su Bibbiano non si parlerà di… Bibbiano. È un triste e forse grossolano sunto, ma sono i fatti per come si stanno delineando in queste ore. «L’inciucio tra il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico qui era già nell’aria», ha dichiarato infatti Roberta Rigon, responsabile del dipartimento famiglie di Fratelli d’Italia. «Guarda caso – spiega alla Nuova BQ – l’unica forza d’opposizione inserita dal Pd sono proprio i 5 Stelle. Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, non hanno avuto alcuno spazio e questo la dice lunga. Corriamo il rischio che venga insabbiato tutto». E sempre guarda caso, la commissione viene formata proprio all’indomani dell’approvazione della legge regionale sull’omotransnegatività grazie anche ai voti dei 5 Stelle. Insomma, l’inciucio giallorosso è già all’opera in Emilia. La Commissione speciale istituita sugli affidi illeciti di Bibbiano infatti non potrà entrare nel merito specifico di quanto accaduto in Val d’Enza e denunciato dall’indagine Angeli e Demoni. Anche Fratelli d’Italia si è unita alla denuncia del leghista Stefano Bargi al termine della prima riunione della Commissione martedì a Bologna. Il Carroccio ha spiegato che il professor Giuliano Limonta, coordinatore della commissione tecnica di valutazione del sistema degli affidi, ha chiarito che alla Commissione sono stati affidati compiti di valutazione straordinaria per capire dove siano i nodi del sistema affidi, senza entrare nel caso specifico di Bibbiano. «Non ci è stato chiesto uno zoom sull’inchiesta reggiana, anche se ovviamente ne terremo conto», ha detto. In altre parole – è l’accusa del Carroccio – per scelta politica dell’amministrazione regionale, la Commissione tecnica dovrà evitare di scendere nello specifico degli affidi illeciti avvenuti in Val d’Enza ed emersi dall’indagine Angeli e Demoni. Una commissione d’inchiesta senza possibilità di fare inchiesta. Per una commissione che dovrebbe indagare decisioni politico-amministrative prese dal Pd e che viene presieduta da Dem non c’è male. Insomma: la commissione tanto strombazzata dal Pd e presieduta anche dai nuovi amici a 5 Stelle non sarà nulla più che una Commissione chiamata ad effettuare una verifica straordinaria rispetto al sistema affidi e verificare se tale sistema presenti lacune oppure no. Dunque: mentre a Roma si sancisce l’alleanza di due partiti che fino a ieri si odiavano e usavano il caso Bibbiano come arma per lanciarsi strali a vicenda (sintomatico è il video meme che sta girando in questi giorni di Di Maio che urlava che «mai e poi mai ci alleeremo con il partito che rubava i bambini con l’elettrochoc) proprio in Emilia – e sul caso Bibbiano! – si sta saldando un’alleanza ambigua perché l’ufficio di presidenza della commissione non garantisce imparzialità: «Non la garantiva un mese fa e ancor più non la garantisce oggi con all’orizzonte un’alleanza tra Pd e 5 Stelle a Roma che potrebbe replicarsi alle regionali dove è in gestazione», hanno detto dal Centrodestra. Tra l’altro. Come si fa a sostenere che «questa commissione tecnica vuole determinare le disfunzioni del sistema» se poco prima si è detto che non ci si concentrerà su quel sistema che è entrato in crisi con gli arresti dei pm del 27 giugno scorso? Curioso poi che l’esponente di FdI, Giancarlo Tagliaferri, abbia chiesto accesso agli atti documentali, la cui richiesta dovrebbe essere evasa solitamente in 5 giorni. «Eppure la Giunta ha riferito che per la complessità della richiesta non potrà fornire questi documenti prima del 29 settembre. La commissione tecnica, se non ha già preso visione di questi atti, cosa ha fatto fino ad oggi?», si chiede Tagliaferri. Il timore è che da quegli atti emerga con forza il fatto che la Regione a guida Pd sponsorizzasse il centro La Cura di Bibbiano come modello da prendere ad esempio in tutt’Italia, frutto di una strategia politica che vedeva nel modello Val d’Enza la punta di diamante del sistema affidi emiliano. In questo senso è singolare notare che in commissione siede anche Roberta Mori, ex sindaco del Reggiano e oggi consigliere dem e presidente della commissione per la parità e i diritti delle persone, che quel sistema conosceva molto bene tanto da partecipare negli anni scorsi a incontri pubblici insieme anche ad alcuni protagonisti dell’inchiesta e convegni organizzati proprio da chi oggi è indagato. In un convegno in particolare la Mori esprimeva la volontà, rispetto ai servizi della Val d’Enza, di condividere le metodologie di approccio. La Mori ha già diffidato quanti hanno provato ad accostarla al sistema Bibbiano e in particolare alla principale accusata Federica Anghinolfi, come è successo con il collega in consiglio Andrea Galli di Forza Italia. Resta però agli atti che le sperimentazioni condotte a Bibbiano abbiano «dato luogo alla creazione di nuove modalità di lavoro che integrano pienamente il lavoro della Regione». E questo la Mori lo scriveva nel suo blog. Il video del suo intervento invece è qui. Ps: la Mori è la madrina della legge regionale sull’omotransnegatività votata anche dai Cinque Stelle.

fonte http://lanuovabq.it/it/la-commissione-su-bibbiano-non-indaghera-su-bibbiano

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Una luce dall’Est: quei vescovi contro gender e porte aperte

Posted by on Ago 20, 2019

Una luce dall’Est: quei vescovi contro gender e porte aperte

Un vescovo polacco bersaglio delle “milizie” Lgbt, ma stavolta viene difeso da tutti i suoi confratelli: succede nell’ex blocco sovietico dove, dopo gli attacchi ricevuti dall’arcivescovo di Cracovia Jędraszewski, è arrivato il sostegno prima dei vescovi polacchi e poi di quelli di Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. La compattezza tra i vertici delle Chiese dell’Europa orientale, figli della dittatura comunista, è dettata dalla sensibilità rispetto ai pericoli di tendenze totalitarie nella società. Una lucidità, quella nel denunciare la dittatura gender e Lgbt, che si vede anche nella difesa della sovranità nazionale.

Le gerarchie cattoliche tornano a tuonare contro l’ideologia gender. Sono i vescovi dell’Europa orientale ad alzare la voce per ribadire la posizione tradizionale della Chiesa: il rifiuto di “ogni marchio di ingiusta discriminazione” non va confuso con un avallo al tentativo di stravolgere la morale sociale e delle relazioni. Questo è il ‘succo’ delle dichiarazioni rese nei giorni scorsi da alcuni tra i più autorevoli prelati dell’ex blocco sovietico schieratisi a supporto dell’arcivescovo di Cracovia.

Monsignor Marek Jędraszewski era finito al centro delle polemiche nelle scorse settimane, bersagliato sui social da attivisti e simpatizzanti della causa arcobaleno per aver sostenuto che la cultura Lgbt sarebbe “una minaccia per i valori e per la solidità sociale e familiare della nazione”. Una tempesta mediatica in cui però non è stato lasciato solo: il presidente della Conferenza episcopale polacca, infatti, ha lanciato un appello in suo supporto per difendere il diritto a criticare l’ideologia gender nel dibattito pubblico. Una ‘chiamata’ a cui hanno risposto i suoi omologhi di Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. I capi dei vescovi di questi Paesi non si sono tirati indietro ed hanno preso una posizione pubblica in difesa di monsignor Jedraszewki esprimendogli solidarietà per gli attacchi subiti in questi giorni.

Quest’ultimo caso dimostra ancora una volta la compattezza esistente tra i vertici delle Chiese dell’Europa orientale, dettata probabilmente dalla particolare sensibilità in merito ai pericoli che potrebbero derivare dall’affermazione di tendenze totalitarie nella società. Si tratta, infatti, per lo più di pastori temprati dagli anni comuni del comunismo. Un altro trait d’union si può individuare anche nell’atteggiamento meno entusiastico mostrato nei confronti dell’Unione Europea rispetto ad alcuni omologhi occidentali –  si pensi, ad esempio, a mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente del Comece, che prima delle ultime elezioni aveva pubblicato sul “La Civiltà Cattolica” una sorta di manifesto programmatico ‘europeista’ – con tanto di dichiarazioni che esprimevano inquietudine per quelle “decisioni sovranazionali che impongono, a volte in modo indiretto, soluzioni in contrasto alle costituzioni e culture dei singoli Paesi”.

La difesa della sovranità nazionale, dunque, per la maggior parte dei vescovi dei Paesi dell’Europa orientale non è un crimine, ma un diritto: lo ha dimostrato, ad esempio, mons. Andras Veres, vescovo di Győr e presidente della Conferenza episcopale ungherese, con una dichiarazione pubblica contro la condanna inflitta da Strasburgo al governo Orban, sanzionato – secondo quanto detto dal presule – per aver difeso gli interessi della sua nazione. Nel comunicato, il capo dei vescovi magiari aveva anche criticato la gestione dei flussi migratori voluta dalla governance di Bruxelles e invisa all’esecutivo di Budapest.

Una linea condivisa dal cardinale Dominik Duka, primate della Chiesa ceca, per il quale la causa della crisi migratoria conosciuta negli ultimi anni dal Vecchio Continente sarebbe da addebitare alla politica delle porte aperte voluta dalla Merkel e dall’Ue. Come il suo omologo ungherese, anche il porporato ceco non ha mancato di difendere la sua nazione dall’accusa di non essere abbastanza accogliente con i rifugiati, ricordando al tempo stesso che la soluzione migliore per il problema consisterebbe nell’aiutare questi popoli nella loro patria.

Nemmeno i vescovi polacchi sono mai stati sostenitori della causa delle “porte aperte” in termini di politiche migratorie: monsignor Tadeusz Pieronek, ex segretario della Conferenza episcopale nazionale, in rotta di collisione con l’indirizzo attuale dell’organismo, ha accusato la Chiesa polacca di appoggiare il governo conservatore “contrario all’accoglienza dei profughi e degli immigrati”. Un parere espresso due anni fa all’indomani di “Un Rosario al confine“, la riuscitissima iniziativa appoggiata anche dalla Conferenza episcopale polacca e organizzata per “implorare l’intercessione della Madre di Dio per salvare la Polonia e il mondo” dalla secolarizzazione, che fu presentata polemicamente dalla stampa mondiale come “manifestazione anti-migranti”.

Anche monsignor Stanislav Zvolensky, arcivescovo di Bratislava, non ha mai nascosto di nutrire perplessità sulla politica di accoglienza indiscriminata a cui Bruxelles vorrebbe condurre anche i Paesi del “Gruppo di Visegrad”. Per il capo dei vescovi slovacchi, esisterebbe il rischio che gli attuali flussi migratori verso l’Europa, considerando la consistente componente islamica, possano cambiare “radicalmente la nostra civiltà”. Per impedirlo, il presule ha detto di ritenere “legittimo chiedere informazioni sulla religione che professano queste persone e su quanto sia benefico per la nostra società” il loro arrivo.

Tutte posizioni, queste, che dimostrano l’esistenza di un ‘fronte comune’ tra i presuli di Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia e che, come visto in questi giorni davanti agli attacchi piovuti addosso all’arcivescovo di Cracovia, non riguarda solo le politiche migratorie ma tocca anche altri temi importanti, tra cui quello del contrasto dell’ideologia gender è ai primi posti, insieme alla difesa delle radici cristiane del Vecchio Continente e al sostegno alla vita e alla famiglia.

fonte http://lanuovabq.it/it/una-luce-dallest-quei-vescovi-contro-gender-e-porte-aperte

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