Alta Terra di Lavoro

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Battaglia tra laici e Curia per la chiesa dei Borbone di Napoli

Posted by on Lug 3, 2019

Battaglia tra laici e Curia per la chiesa dei Borbone di Napoli

(Lettera Napoletana) Un’antica istituzione di carità napoletana, con oltre cinque secoli di storia, proprietaria della Chiesa di San Ferdinando di Palazzo, vede in pericolo la sua esistenza dopo la decisione della Curia Arcivescovile di commissariare la Reale Arciconfraternita di Nostra Signora dei Sette Dolori in San Ferdinando di Palazzo. Fondata alla metà del ‘500 da nobili spagnoli e napoletani, la Confraternita ebbe nel 1743 l’adesione del Re Carlo di Borbone, che ne divenne Superiore Perpetuo e fratello maggiore, seguito da tutta la famiglia reale e dai successori. Nel 1828, Francesco I di Borbone dette in uso “pleno jure” alla Confraternita la chiesa di San Ferdinando di Palazzo, che – come ricordano gli stemmi con i Gigli d’oro dei Borbone affrescati sulla volta – era la chiesa dei Re di Napoli e delle Due Sicilie. Ancora oggi il titolo onorifico di Superiore dell’Arciconfraternita spetta di diritto ai discendenti dei Re delle Due Sicilie. Lo Statuto della Reale Arciconfraternita fu modificato per l’ultima volta nel 1841, con l’approvazione del Re Ferdinando II, e da allora non è più cambiato. Solo l’assemblea dei circa 200 confratelli potrebbe farlo. Nel 2018, il Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, ha varato una riforma delle Confraternite che prevede il nulla osta della Curia per la nomina degli organi direttivi, la presenza di un suo delegato alle assemblee, il controllo dei bilanci ed il versamento alla Curia di una percentuale delle entrate delle Confraternite, che si finanziano con le quote versate dai confratelli ed i lasciti ricevuti in eredità. L’Arciconfraternita di Nostra Signora dei Sette Dolori assicura il culto nella storica chiesa di San Ferdinando di Palazzo, paga lo stipendio al suo rettore ed al sacrestano, sostiene le spese di manutenzione della chiesa e delle Cappelle nel cimitero monumentale di Poggioreale. Il 7 aprile 2019, l’assemblea dell’Arciconfraternita ha eletto, a norma del proprio Statuto, il nuovo vicesuperiore, l’ex generale dei Carabinieri Maurizio Scoppa, affiancato da tre assistenti. La nomina è stata comunicata alla Prefettura di Napoli, che ne ha preso atto. La Curia ha invece dichiarato sospeso il governo dell’istituzione caritatevole ed ha nominato tre commissari. «Siamo nella pienezza dei poteri – ha detto il generale Scoppa – perché la nostra assemblea non ha mai recepito la riforma del Cardinale Sepe. Abbiamo il dovere di tutelare gli interessi degli attuali confratelli e la memoria di chi ci ha preceduto. Dobbiamo lasciare intatto il patrimonio culturale e materiale della Confraternita a chi verrà dopo di noi»(Ansa, 26.6.2019). L’accesso alla chiesa di San Ferdinando dei commissari nominati dalla Curia è stato impedito. L’Arciconfraternita di Nostra Signora dei Sette Dolori ha affidato la propria difesa all’avvocato Riccardo Imperiali di Francavilla, che nel 2016 difese con successo i componenti della Deputazione di San Gennaro in un’altra controversia con la Curia che voleva modificare le modalità di elezione dei componenti della Deputazione, antichissima istituzione laica che custodisce il Tesoro del Santo patrono di Napoli. Il primo ricorso, presentato – come previsto dal diritto canonico – allo stesso Arcivescovo di Napoli, è stato respinto. Ora, sul futuro dell’Arciconfraternita e della chiesa di San Ferdinando di Palazzo, dovrà pronunciarsi il Tribunale Ecclesiastico di Roma. Ma la battaglia legale potrebbe poi trasferirsi davanti al Tribunale civile. (LN136/19). 68 Battaglia delle Idee 32 Libri del Giglio Boutique del Giglio S. M. il Re Ferdinando II Bandiera delle Due Sicilie – “da stadio” Duetto da caffè Fermasoldi Cartolina Cartina delle Due Sicilie

fonte http://www.editorialeilgiglio.it/battaglia-tra-laici-e-curia-per-la-chiesa-dei-borbone-di-napoli/

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Francia, anche la Cassazione condanna a morte Vincent

Posted by on Lug 2, 2019

Francia, anche la Cassazione condanna a morte Vincent

La Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’Appello, dando di fatto il via libera alla morte di Vincent per fame e per sete. Gli avvocati dei genitori chiedono il rispetto delle misure provvisorie derivanti dagli accordi con l’Onu, pena la denuncia del dottor Sanchez per «omicidio premeditato». Ma intanto si è stabilito un precedente, che è un pericolo per tutti i disabili.

Per l’ennesima volta Vincent Lambert è stato di fatto condannato a morire di fame e di sete, con la particolarità che ieri a pronunciarsi è stata la più alta corte francese, attraverso una sentenza «senza rinvio» ad altra giurisdizione. In pratica, una decisione definitiva, anche se non è possibile escludere altri colpi di scena, visto che gli avvocati dei genitori di Vincent hanno annunciato che la battaglia continua.

Il principale argomento usato dalla Cassazione per annullare la provvidenziale sentenza emessa il 20 maggio dalla Corte d’Appello è che il diritto alla vita non rientra nel campo della libertà personale. Un argomento che suona come un pugno alla ragione, essendo il diritto alla vita fondamento di tutti gli altri. Senza vita non ha nemmeno senso parlare di libertà, che tra l’altro è negata con il rifiutare ai genitori di poter trasferire il figlio per proseguirne le cure. Eppure la Cassazione, riunita in seduta plenaria, ha proprio sentenziato che «solo la privazione della libertà può essere descritta come un attacco alla libertà individuale (custodia della polizia, detenzione, ricovero senza consenso); il diritto alla vita non rientra nell’ambito di applicazione dell’articolo 66. Di conseguenza, il rifiuto dello Stato di ordinare il mantenimento delle cure vitali fornite a Lambert non costituisce una violazione della libertà individuale».

La sentenza afferma poi che «rifiutando di ordinare il mantenimento delle cure richiesto dal Comitato dell’Onu, lo Stato non ha preso una decisione che va in modo manifesto al di là dei poteri che gli appartengono», per concludere che non vi è l’«atto illegittimo» lamentato dalla Corte d’Appello, la quale «non è quindi competente in questo caso». Competenza che invece spetterebbe, secondo la Cassazione, esclusivamente alla giustizia amministrativa: vale in breve l’ultima decisione del Consiglio di Stato, che aveva dato il via libera all’ospedale universitario di Reims per l’interruzione delle cure di base.

La Corte d’Appello aveva invece fatto presente la sua competenza a decidere, appunto collegando la libertà personale di Vincent al suo diritto alla vita, e ordinando di riprendere la somministrazione di acqua e cibo per sei mesi, così da dare il tempo al Comitato per i diritti dei disabili di analizzare il caso Lambert e pronunciarsi, come già richiesto a maggio dallo stesso organo dell’Onu sulla base degli accordi internazionali firmati dalla Francia.

Il quotidiano Le Monde ha osservato che raramente la Cassazione ha emesso una sentenza in modo così rapido. Certo è che i 19 giudici riunitisi per decidere sulla vita di Vincent hanno deciso in un contesto in cui la moglie Rachel, l’ospedale, il governo Macron e il procuratore generale ne chiedono tutti la morte. Con il sostegno di gran parte del sistema mediatico, schieratissimo per l’eutanasia e disposto a spargere una quantità senza limiti di bugie pur di ottenerla. Dall’altro lato ci sono due anziani genitori, Viviane e Pierre, che stanno combattendo come leoni per non farsi ammazzare il figlio.

L’attuale primo presidente della Cassazione, Bertrand Louvel, lascerà il suo posto domani, 30 giugno. Anche questa circostanza, unita alla richiesta di attesa proveniente dal Comitato per i disabili, avrebbe dovuto suggerire di rimandare l’esame di una vicenda così delicata, in cui i ricorrenti chiedevano non di fornire le cure necessarie a un paziente – fatto che avrebbe giustificato l’urgenza – ma di togliergliele. Invece, c’è stata una fretta spasmodica. E così ieri, nella solennità del Sacro Cuore di Gesù, devozione radicatasi con grandi meriti di santi francesi, la parte di Francia che ha voltato le spalle a Cristo ha deciso che sia legittimo non dare da mangiare e da bere a un malato. Tristemente ironico, come osserva il comitato Je soutiens Vincent, che Vincent possa essere privato dell’acqua «nel pieno della canicola, mentre ai francesi ci ripetono costantemente che bisogna idratarsi!».

Quali possibilità rimangono allora per Vincent? Jérôme Triomphe e Jean Paillot, avvocati dei suoi genitori, hanno annunciato subito dopo il verdetto che presenteranno una denuncia per «omicidio premeditato» contro il dottor Vincent Sanchez nel caso questi dovesse interrompere l’idratazione e la nutrizione del quarantaduenne tetraplegico. I due legali puntano sul fatto che la Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’Appello per questioni di competenza, ma non si è pronunciata sul carattere obbligatorio delle misure provvisorie prescritte dal Comitato dell’Onu e che chiaramente richiedono di mantenere in vita il paziente disabile. «Oggi le misure provvisorie esistono e sono vincolanti per la Francia e il dottor Sanchez», ha detto Triomphe, spiegando che se «il governo non farà rispettare queste misure provvisorie verranno immediatamente avviati procedimenti penali contro i ministri interessati», cioè il ministro degli Esteri e quello della Sanità. Il legale ha quindi accusato il governo di «falsa testimonianza contro i suoi impegni internazionali».

Di altro avviso è invece il legale di Rachel, ossia Patrice Spinosi, uno degli avvocati più potenti della Francia, secondo cui la decisione della Cassazione «è il punto finale su questo affare» e che l’ospedale può interrompere le cure «subito».

L’ospedale di Reims non ha fin qui comunicato quando riprenderà l’iter per l’eutanasia. Ma rimane la spada di Damocle di una sentenza iniqua che non colpisce solo il diritto alle cure di Vincent, poiché rappresenta un precedente giurisprudenziale di grande peso, che sarà usato – contro i malati – per altri casi simili. Ricordiamo che Vincent si trova in uno stato di minima coscienza, non è in fin di vita né tantomeno terminale, respira in modo autonomo, non è attaccato a nessuna macchina, come si può facilmente constatare anche dal video girato dai suoi genitori il 19 maggio. Anche se fosse terminale o tenuto in vita da una macchina non sarebbe comunque moralmente lecito ucciderlo privandolo di cibo e acqua, ma ricordare le sue reali condizioni aiuta a capire quanto si sia diffusa la cultura eugenetica delle «vite non degne di essere vissute», che ha condotto le società occidentali all’eutanasia di Stato sui disabili.

Ermes Dovico

fonte http://lanuovabq.it/it/francia-anche-la-cassazione-condanna-a-morte-vincent

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Vogliono far davvero l’Italia

Posted by on Giu 25, 2019

Vogliono far davvero l’Italia

Dicono esser noi nemici d’Italia, quasi che questa patria non fosse Italia per eccellenza.
Gli antichi intendevano Italia appunto questa. 
La scuola di Pitagora Cotroniate, era detta la scola italica; perché qui divampò la prima italiana, anzi europea, scintilla del sapere.

Più su era Gallia, eterna nemica del nome latino; e fra essa e l’Italia era il Rubicone. 
Dopo la barbarie, qui risorgeva la civiltà, alla corte di Federico II.

Qui la poesia, qui le leggi, qui le scienze umane risfavillavano. Flavio Gioia e Pier delle Vigne nacquero qui; e qui dappoi sursero ingegni, che la italiana grandezza elevarono, sì che questa meridionale contrada nella universale opinione non rimase addietro a qualsivoglia nobilissima nazione.

Nell’età moderna il settentrione della penisola è stato ritenuto terra italiana, per geografica designazione, e bensì per una certa simiglianza di favella, per le glorie e le sventure comuni, e per una certa comunanza d’insieme, che da a tutta la penisola una ideale incontrastabile unità. Ma niuno al mondo pensò mai l’Alpigiano esser più italiano di chi nasce nella patria di Cicerone e d’Orazio, di Giovanni da Procida, del Tasso e del Vico.

Era serbato a noi viventi l’onta del soffrire i rozzi cinquettatori d’un semi-gallico dialetto, venire a insegnare l’italianità a noi, maestri d’ogni arte, e iniziatori d’ogni scienza.

L’arte settaria denigrava il nostro paese, e il Piemonte si pensava davvero di venire a incivilire questi barbari popoli; e fu sì insolente e stupido da portarne l’abbiccì, e obbligare i nostri maestri di scuola a udir le lezioni di certi Torinesi, appositamente inviati per imparare a balbettare non so qual sillabario; e, per farne meglio italiani, ne recò un incomprensibile vocabolario, e cento ineseguibili leggi, e le sue monete di falsa lega, e i suoi debiti, e gli esempi di laidezze e rapine e irreligione e ferocia di cui dopo i Vandali s’era perduta la memoria.

Ma noi, la Dio mercé, siamo ancora gl’Italiani per eccellenza. Il seno della nazione non può esser domo dalle luccicanti fallacie delle sette.

L’Italia fu grande perché fu virtuosa, né può tornare a grandezza, se non torna a virtù.

Il Piemonte corruttore non può essere iniziatore, se non di decadimento.Noi, noi vogliamo la civiltà, la libertà, l’indipendenza, il progresso, e l’esaltamento vero del nome italiano; non già rovesciare il concetto radicale di tai parole; né valerci di esse per coprire l’avidità e l’ambizione.

Vogliamo la civiltà cristiana; vogliamo il dritto, la ragione, il bello e Dio.

Non attentiamo all’altrui, e siam paghi del nostro; non vogliamo guerra, ma pace; non ciarlatanerìa, ma scienza; non la ipocrisia atea e ladra, ma la carità, l’amore, e il fraterno amplesso della Fede.

Napoli non avversa l’Italia, ma combatte la setta, ch’è anti-italica, com’è anti-cristiana, ed anti-sociale.

La setta dice unificar l’Italia per derubarla; Napoli vuole unire l’Italia davvero, perché proceda a civiltà, non retroceda a barbarie, perché salga al primato della sapienza e della virtù, non perché inabissi nel sofisma e nella colpa. Napoli vuole agglomerare intorno a sé le percosse forze sociali, perché la società non pera.

E come da’ monti calabri uscivano i primi lampi della pitagorica favilla, così da questi luoghi i primi concetti di vera libertà contro le sette sfavilleranno.

La società aggredita si dissonni dal suo letargo; ne porga la mano, e si persuada che nel vincer nostro è la nostra e la universale libertà.

L’Italia può esser collegata, Con la lega restan sacri tutti i dritti preesistenti, le autonomie, le leggi, le tradizioni, le consuetudini e i desiderii di ciascun popolo. Non si combatte il Papa, non si rinnega Cristo, non si sconvolgono le coscienze, le menti e gl’interessi, si uniscono le forze di tutti, e si pon fine alla guerra. Riconduciamo le nazioni dal campo della forza a quello del dritto, e l’Italia cristiana riederà al suo naturale primato.

La storia nostra dimostra come sempre per leghe fummo rispettati e salvi. La lega delle città Campane, quella delle Etnische, l’altre Sannitiche e Latine e della guerra sociale, le leghe romane onde uscivano quelle legioni che vinsero il mondo ne son prova.

E quando l’Italia fu serva d’un despota, e retta da avidi proconsoli, non ebbe più difesa, e cadde ne’ Barbari. Bensì nel medio evo le leghe ne salvarono. Gregorio II forse il primo fu che federava parecchie città italiche insieme, ed era imitato da Gregorio VII. Poi sotto il terzo Alessandro la lega Lombarda fugava Federico Svevo; e più tardi quel magnifico Lorenzo de’ Medici un’ampia confederazione di stati italiani compieva.

Fu una lega italica che ricacciava di là dall’Alpe il Francese Carlo Vili; e Giulio II nel secolo XVI fidava alle leghe il suo famigerato motto: Fuori lo straniero] E non fu forse il regnante Pontefice Pio IX che nel 1848 si faceva a stringere la confederazione, dal fedifrago Piemonte avversato?

Sin da allora il Piemonte agognava al conquisto, non alla unione, a far da padrone, non da fratello. Le confederazioni di piccoli stati non destano gelosie, e vivon vita tranquilla. Sono anzi innocue e rispettate.

Ventidue cantoni Svizzèri, l’America collegata, trentanove stati germanici, son rimasti collettivi e forti e non tocchi, sino a’ giorni presenti.

E l’Italia per le sue cento città, pe’ suoi varii mari, per le sue naturali ricchezze e divisioni, è fatta per essere collegata, e diventare una grande nazione!

Chi lanciava in Italia la parola unità, volle gettarvi il pomo della discordia, per abbattere la sua troppo crescente prosperità, e infiacchirla e ammiserirla… Oh! io tremo a diradare un velo che copre la storia contemporanea: chiarirà il tempo quel pomo a prò di chi fu lanciato.

Gli stranieri che si mostran teneri della italiana libertà, ne desiderano liberi, e non ne fanno indipendenti; e per giunta vorrebbero che il primo, il sommo italiano, il pontefice di Dio cadesse nella dipendenza d’un re di setta, cioè d’un re dipendente!

Non v’è libertà senza indipendenza; né in Italia v’è indipendenza senza confederazione. Lasciate dal guidarne; lasciatene stare, e saremo confederati, indipendenti e liberi.

Siete voi o stranieri che ne fate avere la libertà a parole e il servaggio in fatti. Siete voi l’ostacolo vero e storico e futuro alla nostra redenzione, voi siete.

Se il trattato di Zurigo che fermava le basi della confederazione si fosse eseguito, noi non ispargeremmo tante lagrime, né sarebbero caduti sin ora in guerra nefanda più che centomila italiani.

Ma la setta voleva roba; però usciva da tutti i suoi antri, esordiva sul sicuro Marsala, e correva innanzi a spogliare la pinguissima Napoli.

La rivoluzione ha riempiute le tasche de’ suoi campioni, e ha raggiunto lo scopo suo.

Ma il nobile sangue francese sparso per questa pattuita federazione sarà indarno? Impassibile la Francia si vedrà in viso lacerare i sacrosanti patti d’un solenne trattato? E l’onor Franco resterà vilipeso? E qual nazione poserà più l’arme per patti, se i patti fermati con una Francia saranno impunemente per avidità di conquista lacerati? A voi o generosi Francesi è l’offesa; a voi su’ quali s’appoggiano le pazze sabaude ambizioni; e se voi stessi non vi ponete rimedio, tal vi rimarrà macchia nella storia, che saran pochi a lavarla dieci Solferini e cento Senne.

Fra Zurigo e Gaeta è un abisso; ed ei bisogna colmarlo col cadavere della setta. Il settario Piemonte non volle la convenuta lega; e l’Italia non potrebbe voler con sé quel Piemonte.

Mal s’accoppiano lupi ed agnelli. L’Italia, quando col voler di Dio sarà collegata, e che i protettori stranieri la lasceranno far da se, ha anzi il sacro debito d’accorrere su quelle infelici ligure e alpigiane terre conquistate dalla setta, per discacciare la rivoluzione dal suo seggio, e liberare quelle già felici contrade dal giogo di chi le ha cardie di debiti e di vergogne, e l’ha fatte carceri di preti, e le ha retrocesse al paganesimo, e alla brutalità, in onta al nome italiano.

Dovrà stendere la mano soccorrevole a quei miseri italiani fratelli, gementi sotto gravissime tasse, sforzati a pascere i settarii dell’universo, spinti a far guerre nefande, e a mirar vilipesa la religione e la morale, e a tenere una larva di re disonesto, che di lascivie è miserando spettacolo al mondo. Liberare quelli ammiseriti popoli è carità di patria, ed è necessità per la comune quiete e del mondo.

L’Italia ha il dovere di dare fratellevole aita a quella fredda sua regione; di riscaldarla con l’amor della Fede, e con lo splendore delle scienze e delle arti; di restituirla alla morale, farla salire all’eccellenza delle altre, e ritornarla alle benedizioni del Vicario d’un Dio che perdona.

Imparerà Torino da Napoli il vero costume italiano, e la carità patria, e l’amor di Dio, e che sia libertà e indipendenza. Le sue reggie ritorneranno come le nostre santuarii d’amore; e la vecchia stirpe de’ suoi re, rionorando la croce del suo nobile scudo, ripiglierà le avite virtù, prenderà da’ Borboni di Napoli esempi di magnanimità e di valore; e apprenderà come sia più grande il combattere per la patria, che rapire l’altrui con la corruzione e la menzogna. Il Piemonte allora entrerà nella famiglia italiana; e l’Italia davvero sarà fatta.

segnalato da Gianni Ciunfrini

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Il Sud sta morendo: un milione di giovani in fuga. Disoccupazione alle stelle

Posted by on Giu 23, 2019

Il Sud sta morendo: un milione di giovani in fuga. Disoccupazione alle stelle

“Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”. Così la Svimez che parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”. E definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors’”, ovvero del “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”.

Nel 2019 si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”. È quanto prevede la Svimez, nelle anticipazioni del Rapporto di quest’anno. Nel 2017, si spiega, “il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa” ma “in un contesto di grande incertezza” e “senza politiche adeguate” rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di

sviluppo” nel giro di due anni (dal +1,4% dello scorso anno al +0,7% del prossimo).

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”. E’ questo il ‘bollettino’ della Svimez sulla ‘fuga’ dal Sud, il cui peso demografico non fa che diminuire.

La Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, nelle anticipazioni del Rapporto 2018 lancia l’allarme sul “drammatico dualismo generazionale”. E spiega: “il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Insomma, sintetizza, “si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani”.

fonte https://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/denunciamo/259328-il-sud-sta-morendo-un-milione-di-giovani-in-fuga-disoccupazione-alle-stelle/?fbclid=IwAR3kKWDhWEa5JL_NTO-oHoFwfRnaxbsTyikx_Rn3_4NsY36s7Jigo6zni2M

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Giorgio Napolitano, il massone, intercettato con Bazoli, il banchiere inquisito: le mani sul Corriere della Sera. Come occupare abusivamente una nazione

Posted by on Giu 23, 2019

Giorgio Napolitano, il massone, intercettato con Bazoli, il banchiere inquisito: le mani sul Corriere della Sera. Come occupare abusivamente una nazione

LE VERGOGNE DEL MONARCA ASSOLUTO

Come fosse se una novità, uno dei peggiori intrallazzatori nazionali venduto sempre al miglior offerente, quello che poi tutti si sono dimenticati è che era a capo della “Corrente Migliorista” del PCI, quella che gestiva i fondi neri che arrivavano dall’URSS che facente parte del Patto di Varsavia e l’Italia della NATO è alto tradimento, si fecero l’ultima amnistia nazionale nel 1989 e finì tutto a tarallucci e vino come nella miglior tradizione di tutto quello che riguarda quella area politica che non so più nemmeno come chiamarla perchè sarebbe come insultare la sinistra, fu denunciato da Bettino Craxi in parlamento e anni dopo il simpaticone“Tonino er molisano”, Di Pietro, bel venduto pure lui, disse che forse aveva ragione Craxi.
Buio e smemoratezza nazionale sopratutto della magistratura, ovvio, che Falcone e Borsellino quando gli fu fatto l’ultimo “regalo” fatale è che stavano indagando su quei fondi neri.
Ma la storia dell’infame inizia da lontano :

L’opportunismo, sarà una costante della sua carriera politica, il problema non è che fosse fascista. ma che da fascista nel 1941 sostenesse “l’Operazione Barbarossa”, l’attacco di Hitler alla Russia, nel 1944 lavora per “l’American Red Cross”, la croce rossa americana, poi nel 1945 si iscrive al PCI e nel 1956 da comunista sostiene durante la rivoluzione ungherese il sanguinosissimo intervento sovietico, il nostro amico dopo essere stato nel 1978 il primo dirigente del PCI ad ottenere il visto per gli USA ed aver partecipato a delle riunioni del CFR (Council of Foreign Relations) il peggio del peggio delle associazioni criminali auto legalizzate, diviene a conti fatti atlantista e nel 1979, condanna l’URSS quando invade l’Afghanistan.

Dopo aver devastato la nazione non a caso Henry Kissinger lo dichiarerà “my favourite communist” e nel 2015 lo ha premiato con il “Premio Kissinger” «in riconoscimento degli straordinari contributi al consolidamento dell’integrazione e stabilità europea». In 60 anni di politica, Napolitano ci è costato 13 milioni di euro, più tutti i danni che ha fatto, detta così sembrerebbero bruscolini, sono 26 miliardi di Lire, così fa più effetto. In più, nel 2013, in piena spending review, Napolitano si è alzato lo stipendio di 8.835 euro, passando a 248.017 euro. Questo è un breve riassuntino sarà il caso di fare un articolo più completo, per venire alla vicenda odierna, come dicevo non è una novità, ma non è nemmeno una novità che pare passare nell’indifferenza l’evidente collusione del nuovo Presidente Sergio Mattarella ovviamente facente parte della medesima banda e chiaramente andando avanti così non andiamo da nessuna parte … ArturoNavone Nel marzo 2016Giorgio Napolitano organizza un incontro tra il suo successoreSergio Mattarella eGiovanni Bazoli, all’epoca presidente di Intesa e attivo nella battaglia per il controllo del Corriere della Sera. Lo rivela Panorama in edicola oggi, riportando i contenuti di un’intercettazione sull’utenza di Bazoli, indagato nell’inchiesta su Ubi banca coordinata dalla Procura di Bergamo.

La telefonata parte da un’utenza in uso al Quirinale (Napolitano si era dimesso da due mesi). L’incontro Bazoli-Mattarella avrebbe dovuto affrontare “alcuni argomenti urgenti”, scrive laGuardia di Finanza che riassume la conversazione. Tra questi argomenti, la lotta per il controllo di RCS E del Corriere della sera. Scrivono le fiamme gialle:

“Napolitano specifica di aver fatto riferimento (con Mattarella, ndr)anche al dialogo di questi anni tra loro (e cioé tra Napolitano e Bazoli, ndr) e prima ancora con Ciampi. Napolitano dice che questi (Mattarella) ha apprezzato, ed ha detto che considera naturale avviare uno stesso tipo di rapporto schietto, informativo e di consiglio. (…) Napolitano dicesperiamo bene,  anche perché ha sentito fare (riguardo al Corriere)un nome folle, ovvero di quel signore che si occupa o meglio è il factotum de La 7″.

Quell’Urbano Cairo che poi le ha messe, le mani sul Corsera. Dopo la conversazione, il banchiere, passando per la segreteria del Quirinale,fissa un incontro con Mattarella: il faccia a faccia avviene il 27 marzo. Dieci giorni prima, il 17 marzo, l’ex Capo dello Stato è anche oggetto di una conversazione tra Bazoli, azionista del Corsera, e l’allora direttore di Repubblica, Ezio Mauro, la concorrenza:

“Se tu lo tieni in mano (il Corsera, ndr) io sono tranquillo”, afferma Mauro. Dunque l’invito a Bazoli a“non lavarsene le mani di queste scelte”. Poi spunta Napolitano:”La situazione ha ancora un margine di incertezza e ti spiegherò se ci vediamo perché, niente, devo vedere Napolitano…insomma, devo, tengo rapporti con lui”. Sempre lui. Sempre Re Giorgio, che dimostra di avere rapporti consolidatissimi con Bazoli. I due infatti si incontrano al Colle il 13 marzo 2014,quando Napolitano è ancora Capo dello Stato. E ancora, il 15 aprile dello stesso anno, in una telefonata tra il patron di Intesa San Paolo e Gian Maria Gros-Pietro, presidente del consiglio di gestione della stessa banca, Bazoli, notano gli inquirenti,

“fa presente che giovedì sarà al Colle per un tema diverso dalle banche”. Tre giorni dopo, sempre al telefono con Gros-Pietro, Bazoli “riferisce di essere stato a Roma e di aver avuto un incontro col Colle ed aggiunge ‘io gli ho chiesto espressamente ed ho avuto da lui l’assicurazione che quantomeno fino alla fine dell’anno lui rimane. Mi pare una notizia molto rassicurante’…”.Le mani di Napolitano, insomma, erano ovunque: Colle, banche, Corriere della Sera. Fonte liberoquotidiano

fonte https://laveritadininconaco.altervista.org/giorgio-napolitano-il-massone-intercettato-con-bazoli-il-banchiere-inquisito-le-mani-sul-corriere-della-sera-come-occupare-abusivamente-una-nazione/?fbclid=IwAR2N_FlyRpT-fczCEjv64mC98FjDZPrcJiJCv8EQDSYNDwOAmHTjzzJSyic#

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Recessione demografica, peggio che la Grande guerra

Posted by on Giu 21, 2019

Recessione demografica, peggio che la Grande guerra

I dati Istat confermano un fenomeno allarmante: quello della «recessione demografica», termine che eravamo soliti sentire con riferimento all’ambito economico. È un’Italia che si sta spopolando. Eppure il 95% degli italiani considera la famiglia un progetto valido. Il rilancio può avvenire solo culturalmente. 

Al di là dei dati economici e occupazionali, ciò che più colpisce delle 300 pagine del Rapporto annuale 2019 dell’Istat, presentato ieri dal presidente Gian Carlo Blangiardo, sono le prospettive demografiche del nostro Paese. Prospettive per modo di dire, verrebbe con amara ironia da osservare, dal momento che questi dati non fanno che confermare un fenomeno allarmante: quello della «recessione demografica». Sì, «recessione», un termine che eravamo soliti sentire con riferimento all’ambito economico, ormai è quello ritenuto più adatto per spiegare l’andamento demografico di un’Italia che, per farla breve, si sta spopolando. E non da ora.

Infatti, la «recessione demografica» risulta rilevata già dal 2015 in modo significativo. Eppure, ci dice l’Istat, non tarda a rallentare, facendo registrare «un vero e proprio calo numerico di cui si ha memoria nella storia d’Italia solo risalendo al lontano biennio 1917-1918». Tanto è vero che a pagina 123 del rapporto è presente una sconvolgente tabella che in buona sostanza mette a confronto il triennio 1915-1918 con quello con quello 2016-2019.

Il problema è che nel Novecento, in quegli anni, il nostro Paese era stato flagellato dalla Grande Guerra e dai successivi drammatici effetti dell’epidemia di “Spagnola”, mentre oggi nulla di simile, apparentemente, sembra verificarsi. Diciamo apparentemente perché in realtà, numeri alla mano, tra un secolo fa e oggi la tendenza demografica appare, come si è poc’anzi detto, tremendamente simile al punto dall’essere perfino sovrapponibile. Con una grossa differenza: la «recessione demografica» di 100 anni fa era determinata da cause eccezionali – quelle ricordate -, mentre quella odierna risulta tendenziale. E dura da decenni. In modo grave perlomeno dal 1993, primo anno dal dopoguerra in cui la differenza tra nascite e decessi è stata negativa, con il Paese che ha sempre manifestato, con rare eccezioni, una dinamica naturale in deficit. 

Un deficit, quello di cui stiamo parlando, determinato da una riduzione costante delle nascite – dalle 576.000 nel 2008 alle circa 450.000 nel 2018 – riduzione a cui si è accompagnato, come se non bastasse, un continuo aumento di decessi legati al continuo invecchiamento della popolazione, aumento che nel 2017 ha toccato il suo apice con 649.000 morti. 

Completa questo cupo quadro una sottolineatura che l’Istat pone in evidenza, ossia il fatto che l’immigrazione, spesso invocata come panacea di tutti i mali da un certo mondo cattolico, non possa porre rimedio a tutto ciò. Per due motivi. Il primo è che nel nostro Paese gli immigrati arrivano in numero crescente da decenni, senza che ciò, demograficamente parlando, abbia determinato alcuna inversione di tendenza; il secondo consiste nel fatto che l’effetto che pur intensi flussi migratori hanno finora avuto è solo stato quello di attutire la denatalità. Decisamente troppo poco.

L’Italia ha dunque ancora qualche speranza o è destinata a estinguersi? È una domanda di certo scomoda ma, a questo punto, non più evitabile. Diciamo che ci sono dati che, in aggiunta a quelli già esposti, fanno immaginare che la nostra penisola potrebbe un giorno non così lontano davvero trovarsi in crisi, primo fra tutti quello secondo cui il 45% delle donne tra i 18 e i 49 anni non ha ancora avuto figli. Accanto a questo numero spaventoso, c’è però ancora, tra le pieghe delle statistiche Istat, qualcosa che fa sperare. Ci riferiamo a quella parte di italiani che dichiara che l’avere figli non rientra nel loro progetto di vita. Sono meno del 5%.

Questo significa che oltre il 95% del popolo italiano, sia pure con sfumature differenti, considera la realizzazione di una famiglia come un progetto valido. Ed è da questo numero, da questo 95%, che occorre ripartire. Come? 

Anzitutto rilanciando la famiglia come modello culturale, senza aspettarsi troppo da aiuti economici e bonus che pure sarebbe ora che le istituzioni iniziassero a stanziare alle giovani coppie. Ieri ad esempio il ministro della Famiglia, commentando i dati Istat, ha ribadito la volontà di presentare a breve una riforma completa dell’assegno familiare. Ma la «recessione demografica» non è dovuta a quella economica, occorre tenerlo ben presente. Perché il problema, urge ripeterlo, è culturale e ancor prima spirituale e origina da un’Italia che non ha fiducia nel futuro perché ha smesso, da tempo purtroppo, di avere fede. Tanto è vero che le famiglie più numerose sono, come i sociologi sanno da tempo, quelle più religiose. Ora, sapranno i cattolici e ancor prima i loro pastori evidenziare questa verità fondamentale? Il futuro del nostro Paese è nelle loro mani o, meglio, nei loro cuori.

fonte http://lanuovabq.it/it/recessione-demografica-peggio-che-la-grande-guerra

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