Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Una nazione che non c’è…

Posted by on Feb 20, 2019

Una nazione che non c’è…

Sino a qualche anno fa credevo di essere italiano.
Sì, credevo, in quanto ho capito tardi di essere meridionale, del Sud.
Non che questi termini mi sfuggissero già dai tempi della scuola, ma li intendevo solo come una locazione geografica da attribuire a un territorio molto lungo, come quello italiano, per una identificazione meramente di comodo al fine di migliore e più facile collocazione di eventi meteorologici e territoriali, come per l’agricoltura, la quale è certamente diversa in funzione del clima.
E non c’è dubbio che il clima varia parecchio nel percorrere lo stivale.
Poi mi sono reso conto che “meridionale” o “del Sud” non erano usati per quello che credevo.
Ma se la Sicilia sta in Italia è la stessa cosa… O no?!?
Affatto!
E me ne rendo conto maggiormente quando di fronte a sciagure come quella delle inondazioni, dei terremoti o dei crolli (vedi ponti…), la reazione di chi “fa parte dell’Italia” è diversa dalla mia e da quella delle persone delle mie zone.
Io ho sinceramente provato sconforto di fronte alla disperazione degli emiliani che avevano perso case e capannoni, così come mi sono commosso per gli eventi del centro-Italia (L’Aquila e dintorni) e di come ancora molti di loro siano costretti a vivere nonostante il lungo tempo ormai intercorso.
E per la gente di Genova ho pianto…
Stranamente non mi lamento più di tanto se viene deciso di migliorare i servizi di città del Nord (vorrei soltanto accadesse anche al Sud con la stessa velocità e zelo… Atteso che tutte queste migliorie si facciano con soldi pubblici, quindi anche miei…).
Se si spendono miliardi di euro per raddoppiare le autostrade o fare nuovi tunnel tra le montagne non auspico che quelle montagne portino male a nessuno ma, anzi, vedo queste opere come un motivo di sviluppo e di evoluzione, oltre che di vanto per il settore dell’ingegneria civile.
Certo, magari mi piacerebbe che, anziché dar sempre priorità a chi le strade buone ce li ha già e pensa di raddoppiarle, potessero essere fatte le strade e le ferrovie ove al Sud non ce li hanno…
Non ho mai augurato male a nessuno, forse perché la mia cultura non è italiana ma borbonica.
Sono nato nel Regno delle Due Sicilie anche se non c’era più ma il dna dev’essere quello…
Quello per cui non auguro al mio vicino di fallire così che io possa primeggiare anche sapendo fare poco o facendo poco…
Io sono tra quelli che augura al proprio vicino di ottenere grandi traguardi ma che io possa ottenerne uno in più di lui.
La chiamo sana competizione.
Ora, vorrei capire che problemi hanno quelli del Nord quando augurano la morte a quelli del Sud.
Le frasi inneggianti all’Etna “che possa seppellirli tutti” o che il recente terremoto sia stato troppo lieve, tanto da non comportare decessi e se ne auspica uno “migliore” per decimare qualche “fetoso” siciliano, non li ho certamente dette io né la mia gente del Sud.
A differenza di questi “signori” io mi domando il perché delle cose e capisco che, probabilmente, gli hanno raccontato un Sud peggiore di quello che è, con persone peggiori di quello che sono.
E questo crea pregiudizio.
In fondo voglio giustificarli… E’ l’indole del Sud…
Non si giustifica però la totale mancanza di cultura e spirito critico.
Se non sai qualcosa non si parla a vanvera ma è buona norma documentarsi.
Non ci sarebbe questo Nord se non ci fosse stato un Sud iper-florido prima dell’unità d’Italia, saccheggiato (ma il saccheggio continua ancora…) dalle persone del Nord.
Quando gli austro-ungarici reputavano “zucche-vuote” le persone dell’oggi evoluta Lombardia è perché facevano a loro ciò che il Nord ha fatto per oltre un secolo e mezzo a noi del Sud.
Ma noi siamo sempre stati la patria della cultura, quella vera (non quella degli slogan) e al pari delle persone colte non fomentiamo sentimenti di odio o razzismo ma cerchiamo di capire le esigenze degli altri e i loro momenti di necessità.
I barbari erano tali perché risolvevano tutto con violenze e razzie.
Il Sud ha insegnato al mondo che può esistere la democrazia e che la cultura è l’unico modo per giungere alla verità.
Cosa intendo dire con tutto ciò? Che quelli del Nord sono a larga maggioranza ignoranti e buzzurri, sebbene ammantati di una prosopopea che li rende convinti di essere giusti e superiori?
Proprio questo!
Se ad un pazzo spieghi che lui è pazzo non può capirti!
Allora se sei un ignorante (non nel senso di chi ignora ma proprio nel senso di “capra”) è difficile accorgersene, fin quando non tenti di evolverti e da ignorante cominci a “crescere”.
Leggendo, studiando.
Solo con una media cultura (non ce ne vuole poi tanta…) capisci che non è vero che tu del Nord sei superiore a noi del Sud (semmai sarebbe il contrario… la storia ce lo insegna…) ma è solo che al Sud abbiamo subìto la violenza e la colonizzazione del Nord che ci ha massacrato nel cuore, nell’animo, nel corpo, nello spirito e nell’economia.
A quel punto, studiando, capiresti che il Sud non è fatto come te lo hanno raccontato e le persone non sono come credi.
Così come da te, caro nordico, ci sono quelli che delinquono (e a leggere le statistiche, quelle vere, ce ne sono di più da te che da me… la Lombardia è la regione più corrotta d’Italia ma non se ne parla preferendo dare sempre troppo spazio al malaffare del Sud e troppo poco a quello, maggiore, del Nord…), esistono anche al Sud.
E’ solo questione di opportunità.
E noi del Sud non ne abbiamo più avute dall’unità in poi.
In un condominio in cui quello che sta al piano di sopra augura la morte a quello del piano di sotto, preferisco cambiare condominio e non abbassarmi a contraccambiare lo stesso sentimento.
Ma ci vuole cultura…
Io ce l’ho, così come molti del Sud (abbiamo la maggiore percentuale di laureati in funzione della popolazione).
Ciò detto da domani a chi mi chiederà da dove vengo dirò di essere siciliano non-italiano.
Non è che in Libia, quando fu colonizzata dall’Italia, chi rispondeva alla stessa domanda diceva “sono italiano”… continuava a dire “sono libico”.
Bene, allora correggo. Sono duosiciliano (per quelli del Nord che leggono: andatevi a cercare su Google questo termine perché sennò non lo capite…).

Mauro Guarnaccia 

pubblicato su Terroni di Pino Aprile

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Droga libera, Borsellino smentisce Saviano e Maniero

Posted by on Gen 25, 2019

Droga libera, Borsellino smentisce Saviano e Maniero

Felice Maniero e Paolo Borsellino. Affiancare questi due nomi mette i brividi, ma la vicinanza diventa inevitabile quando si entra in un tema, quello della legalizzazione della droga, che vede questi due personaggi su posizioni opposte. Felice Maniero, l’ex boss della Mala del Brenta, ha raccontato a Roberto Saviano in una lunga intervista per Kings of Crime, come la legalizzazione delle droghe “leggere” sia il vero incubo della criminalità organizzata e Paolo Borsellino, magistrato ucciso dalla mafia, riteneva «dilettanti di criminologia» coloro che pensavano, e siamo nel 1989, che con la liberalizzazione si potesse  mettere il bastone tra le ruote alla mafia.

«Forse non si riflette – diceva ancora il giudice antimafia – che la legalizzazione del consumo di droga non elimina affatto il mercato clandestino, anzi avviene che le categorie più deboli e meno protette saranno le prime ad essere investite dal mercato clandestino». Vediamo i curriculum dei due personaggi.

Felice Maniero (1954), detto “faccia d’angelo”, inizia la sua carriera criminale fin da adolescente costruendo un apparato criminale di stampo mafioso fino al primo arresto nel 1980 e poi diventa collaboratore di giustizia (1995). Ora è in libertà con una nuova identità e una nuova vita.

Paolo Borsellino (1940-1992) nel 1963 divenne il magistrato più giovane d’Italia e dal 1975 fu destinato al tribunale di Palermo sua città natale. Assieme a Giovanni Falcone entrano nel pool antimafia di Palermo in prima linea contro la mafia e, da questa, verranno uccisi, assieme alle loro scorte, nel 1992.

Borsellino ancora sul mercato della droga eventualmente liberalizzato dice: «Resterebbe una residua fetta di mercato clandestino che diventerebbe estremamente più pericoloso, perché diretto a coloro che per ragioni di età non possono entrare nel mercato ufficiale, quindi alle categorie più deboli e più da proteggere.

E verrebbe ad alimentare inoltre le droghe più micidiali, cioè quelle che non potrebbero essere vendute in farmacia non fosse altro perché i farmacisti a buon diritto si rifiuterebbero di vendere. Conseguentemente mi sembra che sia da dilettanti di criminologia pensare che liberalizzando il traffico di droga sparirebbe del tutto il traffico clandestino e si leverebbero queste unghie all’artiglio della mafia».

Maniero e Saviano la pensano diversamente. Ma adesso abbiamo altri aspetti da tenere in considerazione a proposito di mafie: agli inizi degli anni novanta il gioco d’azzardo non era diffuso come oggi grazie anche alla rete che ne amplifica il successo. È il gioco on line, pubblicizzato dappertutto, il nuovo business delle mafie. Questa, forse, è la prova provata che le mafie non entrano in crisi di fronte alla legalità, anzi, si allarga il mercato, aumentano gli spazi e i loro margini di manovra.

E tra Maniero e Borsellino, noi stiamo con Borsellino.

fonte

http://lanuovabq.it/it/droga-libera-borsellino-smentisce-saviano-e-maniero Read More

Meridionali nullafacenti? Falso: Il Sud è un posto dove si lavora troppo per troppo poco

Posted by on Gen 22, 2019

Meridionali nullafacenti? Falso: Il Sud è un posto dove si lavora troppo per troppo poco

Il Sud è stato raccontato come il territorio dei nullafacenti che aspirano al sussidio. Converrà rovesciare il punto di vista. È il luogo dove si fanno 800 chilometri per conquistarsi un contratto. Ed è la terra di conquista di populismi improvvisati e geniali operazioni leghiste

Meridionali nullafacenti? Falso: Il Sud è un posto dove si lavora troppo per troppo poco – Linkiesta.it

La politica che si interroga sui motivi della rivolta elettorale del Sud dovrebbe guardare la bella inchiesta del “Corriere” sui viaggi della speranza dei giovani infermieri meridionali in cerca di un’assunzione “regolare” al Nord. Cinquemila partecipanti per 5 posti in ospedale, uno rito che qualcuno ripete per la ventesima volta. Non sono disoccupati, lavorano tutti nelle loro città ma in condizioni feudali: a partita Iva, a chiamata, a part-time “quando serve”, a giornata, a sostituzione, a 8.50 lorde all’ora ma anche a 6, incluse le spese di benzina e trasporti legate agli interventi domiciliari.

Il vecchio caporalato metteva in fila i braccianti e passava coi camion caricando i cafoni necessari alla raccolta dei pomodori o delle mandorle. Il nuovo non ne ha bisogno. Vanno loro. Si sono organizzati, affittano pullman, dividono le spese, partono di notte a centinaia per risparmiare sul treno e sul pernottamento, si accodano, fanno i quiz, ritornano ai loro lavoretti meridionali, dando vita a un ecosistema della disperazione dove c’è qualche spiccio per tutti: chi allestisce il servizio, i noleggiatori, gli autisti, e perfino le società organizzatrici di concorso che di solito sono pagate un tot a persona. E’ la New Economy all’italiana, e ovviamente non riguarda solo gli infermieri. Il concorso scuola 2016, che non è ancora finito: 165mila candidati per 63mila posti. Concorso Polizia: 400mila domande per 1.148 posti. Concorso Bankitalia: 85mila domande per 30 posti.

Il Sud dei nuovi cafoni, il Sud che vota il reddito di cittadinanza, è stato raccontato come il territorio dei nullafacenti che aspirano al sussidio, ma forse converrà guardare in faccia le cose e rovesciare il punto di vista

Il Sud dei nuovi cafoni, il Sud che vota il reddito di cittadinanza, è stato raccontato come il territorio dei nullafacenti che aspirano al sussidio, ma forse converrà guardare in faccia le cose e rovesciare il punto di vista. Il Sud è il luogo dove si fanno 800 chilometri di notte per conquistarsi un contratto, dove si lavora nei call center a 2,50 euro lordi l’ora, dove i camionisti si iscrivono alle liste di collocamento polacche o rumene pur di essere assunti, dove si trotta otto ore al giorno nei bar per quattrocento euro al mese. Vi sembra un mondo votato all’assistenzialismo o alla nullafacenza? La vera questione meridionale aperta dal voto del 4 marzo chiama in causa lo sguardo con cui una classe dirigente quasi totalmente di origini settentrionali ha visto e interpretato il Mezzogiorno, lasciandosi suggestionare, oltrechè da una storica diffidenza, da un ventennio di messaggi leghisti sull’Italia “di serie B”. I “cerchi magici” della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia, e infine della Toscana e della Liguria si sono alternati al potere nell’ultimo ventennio con la stessa lettura della crisi italiana, che prevedeva di salvare il salvabile – cioè il Nord – e di lasciare al suo destino il Meridione, “troppo arretrato”, “troppo pigro”, “troppo lento”, e comunque controllabile con gli artifizi del voto di scambio e della clientela. Il geniale paradosso salviniano è che, dopo aver piegato l’immaginario della politica al racconto di un Sud parassita e fancazzista, mafioso, dissipatore di risorse, persino puzzolente, è andato giù a raccogliere l’esasperato grido d’aiuto dei meridionali, ricavandone percentuali modeste ma sufficienti al suo progetto di leadership nazionale. Ora che l’operazione è compiuta, magari saranno riabilitati anche loro, i giovani infermieri, maestri, aspiranti poliziotti, cancellieri, contabili, con i loro viaggi della speranza al Nord, dei quali fino a ieri si diceva “ci rubano il lavoro” chiedendo assunzioni pubbliche su base territoriale. Sarà comunque un bene (anche se il lavoro non lo troveranno lo stesso).

fonte https://www.linkiesta.it/it/article/2018/03/20/meridionali-nullafacenti-falso-il-sud-e-un-posto-dove-si-lavora-troppo/37497/?fbclid=IwAR1Cnxiam98HMATvSYacXzRezkZqToMv4YIua162llNzbrTz-cokS2Yq8QY

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BANCA DEL MEZZOGIORNO INDENNIZZO BANCO DI NAPOLI

Posted by on Gen 10, 2019

BANCA DEL MEZZOGIORNO INDENNIZZO BANCO DI NAPOLI

“Nel Mezzogiorno manca oggi una Banca che promuova lo sviluppo del territorio e, come se non bastasse, i crediti oggi recuperati dal vecchio Banc…o di Napoli non vengono reinvestiti al Sud, ma sono impiegati per salvare le banche del Centro-Nord.

L’intervento sul Banco di Napoli e la Fondazione, Salvataggio e indennizzo
L’accesso al credito bancario è un fondamentale fattore per lo sviluppo di un territorio, tanto più se lo stesso sconta per ragioni storiche, economiche e sociali sedimentate nel tempo, un ritardo nel proprio sviluppo (v. lo studio di Daniele e Malanima 2011).

A Napoli e nel Mezzogiorno vi era, come noto, un antichissimo Istituto bancario (sulla cui storia v. De Marco 2001), che operava di fatto come quella tanto anelata “Banca del Mezzogiorno” (su cui v. Marotta 2009), raccogliendo con una rete capillare di sportelli, presenti in tutt’Italia, ma soprattutto in Campania e nel Sud, risparmi che erano alla base di erogazioni di crediti alle famiglie e imprese operanti nel territorio. Un risparmio raccolto e investito al Sud in una Banca profondamente radicata in un territorio, che ne esprimeva i vertici e ne raccoglieva i principali interventi.

Non è questa la sede per ripercorrere, in modo analitico, le ragioni che segnarono il destino del Banco di Napoli, anche se invero, da subito, vi fu chi vide i pericoli di una logica sostanzialmente espropriativa della principale banca del Sud.

Gustavo Minervini, da Presidente della Fondazione Banco di Napoli, detentrice del pacchetto di controllo del Banco stesso, si batté affinché fosse tutelata la Fondazione e gli altri azionisti e determinato il valore di avviamento. Come noto, invece, nel 1996, si procedette ad azzerare il capitale sociale, e a ricapitalizzare il Banco, senza riconoscere alcun corrispettivo relativo al diritto di opzione dei vecchi soci tra cui la Fondazione Banco di Napoli.

Un azzeramento del capitale sociale e una ricapitalizzazione senza diritto di opzione per i vecchi soci possono essere letti come una sostanziale “spoliazione” anche dell’eventuale valore economico residuale delle vecchie azioni, valore del tutto annullato per effetto dell’operazione, senza alcun riconoscimento neanche del valore dell’avviamento. Il Tesoro, in teoria, avrebbe dovuto quantificare – operazione certo di complicata realizzazione – il valore dei diritti di opzione versandone l’ammontare ai soci che ne venivano privati per legge. E che un qualche valore di tale diritto vi fosse già all’epoca è un dato di fatto, se si considera che i soci avrebbero potuto monetizzare immediatamente tale valore, proprio vendendo il loro diritto di opzione.

A ciò si aggiunga che il Banco di Napoli fu ceduto alla Banca Nazionale del Lavoro per un prezzo irrisorio che ha successivamente generato un esorbitante plusvalore nella successiva vendita del Banco di Napoli a San Paolo IMI. In definitiva, la Fondazione è stata obbligata ex lege a cedere “un capitale di sua proprietà per 61 miliardi di lire che… si è moltiplicato prodigiosamente per sessanta volte dopo essere divenuto di proprietà di BNL” (Capelli, 31 s.). Si può dunque sostenere che, in definitiva, il salvataggio e la successiva privatizzazione della banca Nazionale del Lavoro avvennero con il valore reale del Banco di Napoli realizzandosi, di fatto, una “forma occulta di aiuto di Stato alla BNL” (Rispoli Farina, 7)

Il “credito difficile” del Banco e la Società per la gestione di attività (SGA)
Di fronte al “credito difficile” del Banco (Giannola 2002), considerato lo stesso incerto nella sua consistenza ed eventuale ammontare, fu previsto nel decreto legge n. 497/1996, recante “disposizioni urgenti per il risanamento, la ristrutturazione e la privatizzazione del Banco di Napoli”, convertito con modificazioni dalla Legge 19 novembre 1996, n. 588, che il calcolo di tale “corrispettivo”, comunque previsto, fosse però rinviato all’esito finale dell’operazione di “salvataggio”.

In tal senso, proprio a “ristoro” del potenziale pregiudizio patito dai vecchi soci, l’articolo 2, co. 1 del decreto legge, prevede che sia “riconosciuta una somma” quale sostanziale ed eventuale corrispettivo, e quindi sorta di “indennizzo”, per il caso in cui le azioni, il patrimonio sociale del Banco avessero avuto un valore economico all’epoca in cui si era proceduto all’azzeramento del capitale sociale da parte del legislatore.

Non vi è dubbio che le operazioni necessarie per la determinazione di tale somma siano quanto mai complesse anche solo sul piano dell’interpretazione da dare ai parametri e criteri di determinazione dell’indennizzo a favore degli ex azionisti del Banco di Napoli previsto dai commi 1 e 2 dell’articolo 2 del D.L. n. 497/1996.

La questione è resa ulteriormente complessa dal fatto che i crediti “deteriorati” del Banco furono acquisiti a valore di bilancio e pro soluto dalla costituita Società per la gestione di attività (SGA), quale bad bank, con prezzo finanziato dallo stesso Banco. E, in caso di eventuali minusvalenze, il Banco si impegnava a ripianare le perdite della SGA.

Si è trattato allora in definitiva di un finanziamento a fondo perduto, ma con un meccanismo di compensazione, in quanto le perdite del Banco erano coperte dal Tesoro con proventi delle dismissioni delle azioni del Banco stesso nonché dalla Banca d’Italia mediante anticipazioni agevolate (art. 3, co. 6 e art. 6, co. 2). A bene vedere, in tal modo è stato predisposto un ulteriore strumento di garanzia a favore dei futuri acquirenti del Banco di Napoli che sarebbero stati sollevati dalle ulteriori eventuali perdite generate dall’attività della SGA.

Peraltro, nei rapporti tra Tesoro e Fondazione, i proventi della cessione delle azioni sono vincolati alla copertura delle perdite future del Banco di Napoli conseguenti all’attività di liquidazione della SGA nonché proprio all’indennizzo dei vecchi soci, tra cui in primis la Fondazione, ai sensi del citato art. 2.

L’attività della SGA è stata dunque fondamentale ai fini della concreta quantificazione di perdite o utili risultanti dal completamento delle operazioni di recupero dei crediti del Banco. L’attività della SGA si è sostanziata nel trattamento di crediti spesso deteriorati, che richiedono, per definizione, una serie di attività anche relative a più che probabili attività giudiziarie. Rispetto a una tale attività è quasi inevitabile che le spese più alte si concentrino nella prima fase in cui si devono predisporre strutture e impostare le relative azioni; mentre soltanto all’esito di tali azioni si potranno produrre, nei tempi necessari, eventuali utili d’impresa.

La formula dell’indennizzo
La funzione dell’indennizzo previsto dal legislatore è, come detto, quella di riconoscere una forma di “ristoro” per gli originari azionisti proprio per il caso in cui, all’esito delle attività della SGA, emerga il valore economico del capitale sociale allora azzerato per procedere al cosiddetto “salvataggio”, nella forma normativa di un “risanamento, ristrutturazione e privatizzazione” del Banco di Napoli.

Sull’indennizzo, l’articolo 2 co. 1 del richiamato decreto legge, reca più precisamente una disposizione dal seguente complesso tenore:

“…il corrispettivo che il Tesoro pagherà per l’acquisto delle azioni e dei diritti di cui al comma 4 dell’articolo 1 sarà determinato, secondo criteri stabiliti con decreto del Ministro del Tesoro, sulla base del prezzo realizzato a seguito della dismissione di cui all’articolo 5, aumentato degli eventuali utili di bilancio complessivamente realizzati dalle società cessionarie di cui all’articolo 3, comma 6, che sono attribuiti al Tesoro, e ridotto degli eventuali oneri per la copertura delle perdite del Banco nei cinque esercizi successivi a quello in cui avviene l’aumento di capitale conseguenti agli interventi a favore delle società cessionarie di cui all’articolo 3, comma 6 e dell’ammontare del capitale conferito dal Tesoro ai sensi del presente decreto, aumentato degli interessi calcolati al prime rate ABI”.

Dunque, la formula che individua parametri e criteri per un tale indennizzo è necessariamente articolata e tiene conto schematicamente:

del prezzo di dismissione (quel che ha ottenuto il Tesoro dalle due tranche della vendita alla BNL prima e a Intesa-SanPaolo poi),
maggiorato degli utili della SGA attribuiti al Tesoro (ciò che la SGA ha recuperato delle vecchie attività del Banco Napoli),
sottratto l’aumento del capitale del Tesoro rivalutato (la ricapitalizzazione), tolti gli “eventuali oneri per la copertura delle perdite del Banco nei cinque esercizi successivi”, che siano stati effettivamente versati dal Tesoro.
Come evidente, la concreta determinazione dell’ultimo essenziale sottraendo (“ridotto degli eventuali oneri per la copertura delle perdite del Banco nei cinque esercizi successivi a quello in cui avviene l’aumento di capitale conseguenti agli interventi a favore delle società cessionarie di cui all’articolo 3, comma 6 e dell’ammontare del capitale conferito dal Tesoro ai sensi del presente decreto, aumentato degli interessi”) indica l’esigenza di considerare e quantificare tutti gli effettivi oneri sopportati, per la copertura delle perdite del Banco.

Considerazioni conclusive: l’indennizzo come cartina al tornasole del “salvataggio” del Banco di Napoli
L’indennizzo della Fondazione, per la ratio della norma e lo stesso tenore letterale della disposizione su riportata, va in definitiva equiparato al saldo attivo, quale sostanziale plusvalenza ricavata dal Tesoro tramite la vendita delle azioni e l’effettiva realizzazione, al netto di tutti i costi, dei crediti scaturenti dalle vecchie attività del Banco effettivamente monetizzate attraverso la SGA.

In conclusione, non vi è dubbio che, nella determinazione del saldo finale, occorra tener conto del valore di tutti gli interventi sopportati dal Tesoro. Così come non vi può essere neppure ragionevole dubbio della necessità di non limitare la valutazione degli utili ai soli cinque anni di esercizio, in cui non vi era, in sostanza, alcuna concreta possibilità di realizzazione dei crediti in sofferenza.

Ragionare diversamente, e in particolare limitare la valutazione degli utili ai soli cinque anni di esercizio, in cui non vi era alcuna concreta possibilità di realizzazione dei crediti in sofferenza, priva in sostanza di ogni funzione e significato il riconoscimento quale “corrispettivo”, di cui alla citata disposizione, e offre, peraltro, anche sul piano politico, argomenti importanti per letture “altre” dell’intervento all’epoca svolto in favore e non contro il Banco di Napoli.

Perché delle due l’una: o i crediti erano davvero così fortemente deteriorati da rendere giustificato l’intervento del Governo e, quindi, tali utili non potevano che maturare anche dopo il termine indicato. Oppure tali crediti non erano così deteriorati ed altre strade potevano essere percorse per “salvare” davvero il Banco di Napoli.

Peraltro, sostenere un sostanziale azzeramento di ogni forma di ristoro, pur a fronte di utili effettivamente conseguiti oltre il quinquennio, si tradurrebbe invero in un ingiustificato arricchimento (Capelli) da parte degli acquirenti e in un corrispondente svantaggio patrimoniale a carico della Fondazione del pari sfornito di qualsivoglia giustificazione causale.

Ristorare i soci, a partire dalla Fondazione Banco di Napoli, una volta accertato il saldo attivo della SGA si pone come un fatto politicamente doveroso, oltre che giuridicamente fondato.

Appare, dunque, necessario addivenire a un’esatta e trasparente quantificazione dell’indennizzo spettante ai vecchi azionisti e, in primis, alla Fondazione Banco di Napoli. La complessità delle operazioni da porre in essere per un tale “conteggio” e alcuni dubbi interpretativi, specie sull’ultimo sottraendo, costituiscono un ennesimo banco di prova della volontà del Governo nei confronti del Mezzogiorno.

Si tratta di una decisione che consente, pur nello scenario mutato, di poter leggere ex post la complessa operazione svolta nel 1996 come un’operazione di effettivo “salvataggio” di un Istituto di credito in difficoltà, mediante azzeramento del capitale e privatizzazione per una sua ristrutturazione nel rispetto dei limiti del diritto europeo all’epoca vigente.

Altrimenti troveranno nuova linfa le letture di una presunta volontà “espropriativa” della principale banca del Sud, che ha consentito con il suo sacrificio, di “salvare” una banca italiana come la Banca Nazionale del Lavoro.

Tali letture risultano peraltro ancor più motivate ove si consideri che gli utili maturati in seno alla Società per la Gestione di Attività (SGA) sono stati acquisiti dal Tesoro e destinati al fondo Atlante II.

In uno scenario in cui le ragioni del ritardo del Sud trovano ragione anche nelle maggiori difficoltà di accesso al credito, la vicenda che ha segnato le sorti del Banco di Napoli, e che ora riguarda la questione dell’indennizzo dei vecchi soci, a partire dalla Fondazione Banco di Napoli, che era detentrice del pacchetto di controllo del Banco, rappresentano una cartina di tornasole della scarsa considerazione politica del Mezzogiorno nel quadro delle politiche nazionali.

Dopo le modalità in cui il Banco di Napoli fu inizialmente acquisito dalla Banca Nazionale del Lavoro e poi rivenduto a San Paolo IMI, realizzando un enorme plusvalore che consentì il salvataggio di BNL, ci troviamo oggi nella situazione in cui gli utili della SGA, frutto dell’opera di recupero dei crediti del Banco di Napoli, vengono utilizzati dal Tesoro per intervenire nelle crisi di alcuni istituti bancari, MPS, banche venete, che nulla hanno a che vedere con il territorio in cui operò il Banco di Napoli, raccolse credito e operò a sostegno delle imprese e delle famiglie.

L’indennizzo alla Fondazione Banco Napoli che, ai sensi dello statuto, “persegue fini di interesse sociale e di promozione dello sviluppo economico e culturale nelle regioni meridionali”, è un’occasione non solo per ristorare i vecchi soci ma anche per restituire al Sud una parte della ricchezza che fu ad esso sottratta quando fu privato di quella grande banca del territorio, di cui ancora oggi si sente la necessità.

Se non si procederà nel senso indicato, risulterà confermata ancora una volta, pur nello storicamente mutato scenario, la caustica considerazione non di un meridionalista, ma del principale ideologo dell’allora Lega Nord, Gianfranco Miglio (L’asino di Buridano, 69) che ebbe a scrivere che «tutte le volte che iniziative economiche e finanziarie contrapponevano gli interessi del Mezzogiorno agricolo al Settentrione industriale, era sempre questo secondo ad essere privilegiato».

Bibliografia essenziale

Capelli, La “Fondazione del Banco di Napoli” può far valere il proprio diritto d’indennizzo nei confronti dello Stato, in M. Rispoli Farina (a cura di), Il caso Banco di Napoli. Riflessioni a vent’anni dal “salvataggio”, Atti del convegno, http://www.giurisprudenza.unina.it/…/Innovazione_Il_caso_Ba…

Daniele, P. Malanima, Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011, Rubbettino, 2011.

De Marco, Contributo alla storia del Banco di Napoli, Esi, 2001

Esposito, A. Falconio, Il declino del sistema bancario meridionale, Edizioni scientifiche italiane, 2007.

Giannola, Il credito difficile, ed. L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2002 (spec. cap. VI Il caso banco di Napoli).

Giannola, Giannola: «Il vecchio Banco Napoli, la Sga e quei diritti sul fondo Atlante», sul CorSera Economia, 11 agosto 2016

Giannola, SGA, MEF, vecchi azionisti L’ombra di Banco, “Venti anni dopo”, in Rapporto SVIMEZ 2017, il Mulino, Bologna.

Marchesano, Miracolo bad bank. La vera storia della Sga a 20 anni dal crack del Banco di Napoli, goWare, Firenze, 2016.

Marotta, Il Sud e “l’asino di Buridano” ovvero l’irrisolto dualismo economico italiano dalla “questione meridionale” alla “coesione territoriale”, in Quaderni di antropologia e scienze umane, 2015.

Marotta, La Banca del Mezzogiorno non risarcisce il Sud, in Economa e Politica, 2009 https://www.economiaepolitica.it/pri…/banca-del-mezzogiorno/

Miglio, L’asino di Buridano. Gli italiani alle prese con l’ultima occasione di cambiare il loro destino, Neri Pozza, Vicenza, 1999.

Rispoli Farina (a cura di), Il caso Banco di Napoli. Riflessioni a vent’anni dal “salvataggio”, Atti del convegno, http://www.giurisprudenza.unina.it/…/Innovazione_Il_caso_Ba…

Andrea Patroni Griffi

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Gilet gialli: una lettura alla Piketty

Andrea Patroni Griffi
https://www.economiaepolitica.it/?p=9584 

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Gli affari del Grande Vaccinatore: è ora di vederci chiaro

Posted by on Gen 7, 2019

Gli affari del Grande Vaccinatore: è ora di vederci chiaro

In una intervista il dimissionario presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Gualtiero Ricciardi, accusa il ministro Salvini di posizioni antiscientifiche solo per aver sostenuto la libertà vaccinale, ma evita di raccontare i suoi legami con le case farmaceutiche produttrici di vaccini e con il Pd, che gettano un’ombra inquietante su certe politiche vaccinali e sugli affari che si muovono in questo mondo.

Negli scorsi giorni ha dovuto rispolverare la sua consumata esperienza di attore per spiegare le sue repentine dimissioni da presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Parliamo di Gualtiero Walter Ricciardi, medico, docente universitario, collaboratore di varie organizzazioni a carattere scientifico, e in gioventù attore. Prese parte infatti in ruoli minori a diversi film di ambientazione partenopea, dove il mattatore era il celebre Mario Merola, il re della sceneggiata napoletana. I titoli dei film dove recitò Ricciardi sono tutto un programma: Io sono mia, L’ultimo guappo, Il mammasantissima.

Ricciardi ha da tanti anni lasciato le scene e i set, ma se dovesse mettersi nuovamente davanti ad una macchina da presa il suo film dovrebbe intitolarsi Vaccinator. Ricciardi infatti negli anni scorsi è stato una sorta di braccio armato delle politiche sanitarie dei governi Renzi e Gentiloni. Fu chiamato ai vertici della Sanità italiana dal Ministro Lorenzin nel 2014, come Commissario Straordinario dell’Iss, per poi diventarne l’anno seguente presidente, sempre su indicazione della Lorenzin. Una scelta evidentemente di carattere non solo meritocratico, ma anche politico.

La politica Ricciardi l’aveva corteggiata a lungo: socio fondatore di Italia Futura di Montezemolo, si candida poi con Scelta Civica di Monti, ma resta fuori dal Parlamento. Viene recuperato dal PD, che come detto gli affida un ruolo cruciale, un ruolo di cui egli stesso ebbe a vantarsi nel settembre 2017 alla festa del Pd di Firenze, rivendicando la sua parte da protagonista nella legge che ha imposto dieci vaccini obbligatori. Per lui, per altro, ci volevano tredici vaccini obbligatori: avrebbe aggiunto anche lo pneumococco, oltre all’anti-meningococco B e C, contenuti nel decreto iniziale. E Ricciardi, in qualità di presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, ha partecipato anche al Piano nazionale sui vaccini, apripista della legge. Nonostante queste significative collaborazioni politiche, Ricciardi nell’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: «Guai se la politica interferisce con la scienza».

Già, perché ora lo scenario politico è cambiato, e a Ricciardi il Governo attuale proprio non va giù, ma con dei distinguo: «Malgrado il buon rapporto personale con la ministra della Salute Giulia Grillo, la collaborazione tra l’Istituto e l’attuale governo non è mai decollata. Al contrario, su molti argomenti alcuni suoi esponenti hanno sostenuto posizioni ascientifiche o francamente antiscientifiche». Quale sia il bersaglio del professore diventa sempre più esplicito nel proseguo dell’intervista: «È chiaro che quando un vicepresidente del Consiglio (MatteoSalvini, ndr) dice che per lui, da padre, i vaccini sono troppi, inutili e dannosi, questo non è solo un approccio ascientifico». Inoltre, prosegue l’ex attore, «Dire in continuazione che i migranti portano malattie è senza fondamento e mette in difficoltà le istanze tecniche, costrette a una specie di autocensura per non contraddire il livello politico».

Insomma, il motivo per cui Ricciardi si sarebbe dimesso è Salvini che vorrebbe la libertà vaccinale (come nella maggior parte dei Paesi Europei) e che dice che i migranti portano malattie. Lo scienziato, anziché dimostrare con fatti e prove che il Vice Premier ha torto, si stizzisce e se ne va sbattendo la porta. Dopo anni di collaborazione con esponenti politici, improvvisamente Ricciardi vuole che i politici stiano lontani dalla Sanità. Una affermazione quantomeno contraddittoria. D’altra parte, oltre a quelli politici ci sono in gioco ben altri interessi quando si parla di salute, e in particolare in quello che è stato il principale campo d’azione di Ricciardi, cioè i vaccini.

Sull’ex presidente dell’Iss sono da tempo in corso indagini per la valutazione dei suoi conflitti di interesse. E’ ormai da tempo accertato che ha fatto da consulente per le case farmaceutiche sui loro vaccini. Per un incarico assunto in Europa, Ricciardi dovette stilare la sua dichiarazione di interessi presso la Commissione europea in data 28 marzo 2013. Il documento rivela che l’ex presidente dell’Istituto Superiore di Sanità ebbe a stilare gli HTA (Health Technology Assessment), cioè la valutazione dell’impatto sulla salute, di una serie di vaccini per le case farmaceutiche. Quello che balza agli occhi è che l’ultimo vaccino per cui fece da consulente fu quello contro il Meningococco B, che è stato poi inserito nel Piano nazionale sui vaccini, nonostante il parere contrario di molti ricercatori dello stesso Istituto Superiore di Sanità. Fece da consulente, inoltre, per i vaccini contro il papilloma virus, che nell’ultimo piano vaccinale è stato inserito anche per i maschi. Come anche è stato inserito nel piano nazionale sui vaccini cui ha partecipato l’antipneumococcico, per cui lui è stato consulente per diverse aziende.

Ad inizio dicembre, i membri del gruppo di lavoro “Vaccino Veritas” hanno inviato al ministro della Salute Giulia Grillo unarichiesta di attivazione di una Commissione d’Inchiesta Ministeriale per «valutazione conflitti d’Interesse e omissione di peculiari informazioni a garanzia della tutela della Salute Pubblica, nonché dell’integrità, indipendenza e trasparenza della Pubblica Amministrazione» a carico di Ricciardi.

Il Codacons ha presentato una diffida urgente e pubblicato tutti i rapporti intercorsi tra Ricciardi e le aziende farmaceutiche produttrici di vaccini. L’eco di queste richieste di chiarimenti è arrivata fino in Inghilterra: il prestigioso British Medical Journal lo scorso  17 dicembre ha pubblicato un articolo dal titolo “Un alto dirigente della sanità pubblica italiana affronta le accuse di non aver reso pubblici i suoi rapporti con le case farmaceutiche”.

In realtà il professor Ricciardi queste accuse non le ha neppure menzionate nell’intervista al Corriere della Sera, e l’intervistatore si è ben guardato dal citarle. E’ molto più facile accusare il cattivissimo Salvini, reo di tutti i mali, compreso magari il volerci vedere chiaro nel grande affare delle vaccinazioni.

fonte http://lanuovabq.it/it/gli-affari-del-grande-vaccinatore-e-ora-di-vederci-chiaro

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Ziliani: “L’arbitro Gavillucci lo sa: la Serie A è razzista. L’incredibile caso di Sampdoria-Napoli”

Posted by on Gen 2, 2019

Ziliani: “L’arbitro Gavillucci lo sa: la Serie A è razzista. L’incredibile caso di Sampdoria-Napoli”

Il fenomeno del razzismo negli stadi italiani desta sempre più preoccupazione. Paolo Ziliani ne ha parlato in un interessante articolo.

Interessante articolo di Paolo Ziliani sul Fatto Quotidiano in merito a quanto sta succedendo nel calcio italiano: “Ventisei dicembre 2018, sei giorni fa: a San Siro si gioca Inter-Napoli, per tutta la partita i tifosi dell’Inter ululano all’indirizzo di Koulibaly e lo insultano, i giocatori del Napoli chiedono più volte all’arbitro di sospendere la partita come da regolamento ma Mazzoleni non li ascolta. Nel finale, Koulibaly applaude ironicamente l’arbitro che lo ammonisce per un fallo di gioco: Mazzoleni lo espelle, il giudice sportivo squalifica poi Koulibaly per 2 giornate. Quando si dice amministrare la giustizia come peggio e più diseducativamente non si potrebbe”.

Ziliani prosegue: “Già, l’educazione. Del caso Koulibaly si sentirà parlare ancora, vista l’importanza della ribalta; ma chi penserà al ragazzino quindicenne di origini senegalesi del Bibbiena che il mese scorso, durante Bibbiena-Arezzo Football Academy valida per il campionato allievi toscano, dopo essere stato fatto oggetto per tutta la partita di entrate cattive e insulti razzisti ha perso la testa, ha provato a farsi giustizia da solo, è stato espulso e poi squalificato per 5 giornate, il che significa 40 giorni senza giocare? Per chi non lo sapesse: in caso di cori o insulti razzisti o discriminatori, l’arbitro è tenuto a sospendere momentaneamente la partita; che verrà poi sospesa definitivamente in caso di reiterazione delle offese alla ripresa del match. Non lo fa nessuno. O meglio, qualcuno ci sarebbe anche. Come l’arbitro Claudio Gavillucci che il 13 maggio scorso, durante Sampdoria-Napoli, sentendo la Gradinata Sud della Sampdoria urlare a squarciagola “Oh Vesuvio, lavali col fuoco!” fece quel che ogni bravo arbitro deve fare: sospese la partita, chiese all’altoparlante un annuncio di diffida, costrinse il presidente della Samp, Ferrero, a catapultarsi in campo per cercare di tacitare i tifosi e poi fece riprendere il match; che il Napoli, per la cronaca, vinse 2-0. Ebbene, a distanza di sei mesi sapete che fine ha fatto Gavillucci? È stato dismesso dai quadri della Serie A (unico bocciato e “per motivate ragioni tecniche”, recita il provvedimento) a dispetto della sua ancor giovane età (39 anni) e delle 50 partite già arbitrate in Serie A; e il 3 dicembre scorso è stato designato per arbitrare una partita del campionato Giovanissimi della zona di Latina, Vis Sezze-Samagor. Gavillucci, che in realtà è stato punito per aver fatto una cosa che non doveva fare (sospendendo Samp-Napoli ha creato un precedente pericoloso: ogni settimana in Serie A ci sono partite che devono essere sospese per continui e odiosi episodi di razzismo) è in piena guerra di ricorsi e contro-ricorsi: vedremo come andrà a finire. Ma così è. In Inghilterra c’è Roman Abramovich, proprietario del Chelsea, che per un episodio a sfondo antisemita che ha visto per protagonista un tifoso dei Blues non ha esitato a ritirare la tessera al supporter impedendogli di rimettere piede, a vita, allo Stamford Bridge. Noi invece nuotiamo nella melma. Perchè se quando Balotelli gioca in nazionale (vedi Arabia Saudita-Italia del maggio scorso) sugli spalti leggiamo striscioni come “Il mio capitano è di sangue italiano”, dovremmo forse meravigliarci se nel campionato esordienti del Veneto, partita Pegolotte-Cartura (10 novembre 2018), il match viene sospeso per gli insulti razzisti dei genitori ospiti a un ragazzino di colore del Cartura? Genitori, abbiamo detto”.

fonte https://www.areanapoli.it/rassegna-stampa/ziliani-l-arbitro-gavillucci-lo-sa-la-serie-a-e-razzista-l-incredibile-caso-di-sampdoria-napoli_307545.html

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