Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

La Canzone di Zeza a San Lorenzello

Posted by on Ott 13, 2019

La Canzone di Zeza a San Lorenzello

Quando un napoletano afferma, riferendosi a un esponente del gentil sesso: “Chella è ‘na zèza”, sappiate che non sta facendo ciò che si può definire propriamente un complimento. Riprendendo, infatti, un antico modo di dire, con questo termine si vuole indicare una donna che fa continuamente smorfie o vezzi, che si abbandona a smancerie di ogni genere e che è un’insopportabile chiacchierona, oltre che civettuola.

Roberto de Simone individua nel personaggio Zeza il carattere di prostituta o perlomeno di ruffiana, e questo sia perché zeza era comune nome d’arte di prostitute o tenutarie di bordelli, sia per il ruolo da essa esercitato nella vicenda.

Il significato di “zèza” risale alla Commedia dell’Arte e, soprattutto, a quella consuetudine di attribuire il nome di un personaggio teatrale a chi assume nella vita di tutti i giorni il comportamento del personaggio stesso. Zeza, infatti, è il diminutivo di Lucrezia, moglie di Pulcinella, e dunque un nome proprio che successivamente è diventato aggettivo e poi aggettivo sostantivato per indicare una donna che aveva le medesime caratteristiche di questo personaggio.

Fu nel corso del Seicento, quando il Carnevale Napoletano raggiunse il periodo di maggiore splendore, che la “Canzone di Zeza” iniziò a diffondersi per le strade della città, recitata da attori improvvisati e accompagnata dal suono del trombone.  

La storia è quella dell’amore tra la figlia di Pulcinella, Tolla (o Vicenzella) con Don Nicola, studente calabrese, le cui nozze sono fortemente contrastate dal padre di lei che teme di essere disonorato, mentre sua moglie Zeza, che è di ben altro avviso, vuole far divertire la figlia “co’ ‘mmilorde, signure o co’ l’abbate”. Pulcinella sorprende gli innamorati e reagisce violentemente, ma, punito e piegato da Don Nicola, alla fine si rassegna. Anche se si tratta di un testo “popolare”, si affrontano comunque, seppure in chiave grottesca, tematiche universali quali il conflitto tra le generazioni, la ribellione all’autorità paterna – rappresentata da Pulcinella – e la risoluzione dello scontro col matrimonio che, per certi versi, ricompone l’equilibrio familiare.

Fino alla prima metà dell’Ottocento, la “cantata vernacola […] sul gusto delle atellane che successero alle feste Bacchiche, alle Dionisiche e, quindi, ai fescenini e alle satire” e che “trae argomento dagli amori di un Don Nicola, studente calabrese, con Vincinzella, figlia di Zeza e Pulcinella”, si rappresentò nei cortili dei palazzi, nelle strade, nelle osterie e nelle piazze ad opera di attori occasionali o compagnie di quartiere, che si facevano annunciare a suon di tamburo e di fischietto e ben presto divenne un testo così famoso da essere conosciuto a memoria da tutti i ceti sociali di Napoli. Le parti femminili erano interpretate da soli uomini perché le donne non potevano essere esposte alla pubblica rappresentazione ed è una tradizione che si conserva ancora oggi. Nella seconda metà del XIX secolo, a seguito dell’emanazione di divieti ufficiali che ne proibivano la rappresentazione per le strade “per le mordaci allusioni e per i detti troppo licenziosi ed osceni”, la “Zeza” fu accolta, esclusivamente nel periodo di Carnevale, nei teatri frequentati soprattutto dalla plebe, dove il pubblico notoriamente interloquiva cogli attori nel corso della rappresentazione “con sfrenatezze di gergo e di gesti”. A causa di questi impedimenti,  la “Zeza” si diffuse quindi nelle campagne adiacenti e, con caratteri sempre più diversificati, nelle altre regioni del Reame di Napoli.

Al giorno d’oggi la “Canzone di Zeza”  è una rappresentazione tipica della Campania e specialmente dei paesi dell’Irpinia: in generale possono cambiare i nomi dei personaggi e le battute dei dialoghi da paese a paese, ma alla base permane sempre lo stesso canovaccio.

A San Lorenzello veniva rappresentata in occasione del carnevale in diversi punti del paese, senza apparato scenico, perlopiù da quattro attori maschi che, esercitandosi per anni nello stesso ruolo, finivano per essere considerati, come quelli della commedia dell’arte, dei veri specialisti. Due di essi, cosa naturale in quei tempi, ricoprivano, travestendosi da donna, i ruoli di Zeza e Vicenzella o Tolla. Erano preceduti da un volante che, cavalcando un asino, invitava la gente a partecipare alla rappresentazione.

Nel 1951 si tenne l’ultima rappresentazione di Zeza con la partecipazione di attori che questa sera vogliamo ricordare: Alfonso Rubano, Michele Ciarleglio, Lorenzo Ciarleglio, e Guido Sagnella. Molti anni dopo ritornò il desiderio di ripresentarla ma risultò vana la ricerca del libretto originario. Allora si decise di ricostruirlo attraverso i ricordi dei più anziani e la rappresentazione si tenne la sera del 4 agosto 1995. A distanza di alcuni anni il libretto fu ripreso e lo storico Don Nicola Vigliotti ed Alfonso Guarino lo ampliarono ed integrarono con l’aggiunta di due personaggi: il maresciallo dei Carabinieri e l’Arciprete Don Pasquale. La vigilia di San Donato del 2004 è stata rappresentata ottenendo un grande successo. L’11 agosto 2019 è stata riproposta con grande successo, nell’ambito di una serata dedicata alla riscoperta delle tradizioni popolari curata dall’Ente Culturale Schola Cantorum San Lorenzo Martire “Nicola Vigliotti” di San Lorenzello.

Alfonso Guarino

di seguito alcuni brevi video

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Commemorazione battaglia di Lepanto

Posted by on Ott 8, 2019

Commemorazione battaglia di Lepanto

Commemorazione dei caduti nell’epica battaglia navale di Lepanto del 7 ottobre 1571

tra le flotte della Lega Santa cristiana (metà della quale era veneziana) e quella turca

Verona, domenica 6 ottobre 2019 – 448° anniversario

Come negli anni scorsi, anche quest’anno sono stati commemorati a Verona, oltre che in diverse altre città della Venetia, i caduti nello scontro navale di Lepanto del 7 ottobre 1571, che salvò l’Europa cristiana.

A Verona è stata eseguita un alzabandiera (ore 10.30) e un ammainabandiera marciani (ore 17) in Piazza delle Erbe, con spari a salve da parte dei militi storici delle Pasque Veronesi (Schiavoni e Guardie Nobili Veronesi, nelle uniformi storiche del ‘700) e scampanio della torre civica. All’antenna di Piazza delleErbe,sulle note finali dell’oratorio militare sacro Juditha triumphans di Antonio Vivaldi, è stato inalberato lo storico gonfalone marciano seicentesco del Doge Domenico Contarini (eroe della guerra di Candia contro i Turchi) che sventolava sulla sua galea dogale, vessillo di oltre 6 metri di grandezza e recentemente riprodotto.

Alle 15.30 è stato celebrato il Santo Rosario nella Cappella Giusti, nella Basilica di Sant’Anastasia, dove si conserva tuttora il timone di una delle navi cristiane impegnate nella battaglia.

Il Segretario

Maurizio-G. Ruggiero

                                                                                    

                                                                                  

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LA NOTTE DELLA TAMMORRA 2019 HA CHIUSO IL SIPARIO

Posted by on Ott 8, 2019

LA NOTTE DELLA TAMMORRA 2019 HA CHIUSO IL SIPARIO

La Notte della Tammorra 2019 organizzata dal Canto di Virgilio con la direzione artistica di Carlo Faiello che si è tenuta alla rotonda Diaz di Napoli la sera di ferragosto anche quest’anno ci ha regalato importanti novità e grosse emozioni.

Per fortuna non sono mancate le inestinguibili polemiche che alla fine hanno solo certificato la riuscita dell’evento e guai se non ci fossero perché un evento senza polemiche vuol dire che è stato un flop.

C’è chi ha evidenziato, devo dire con acume e competenza, che per come è strutturato lo spettacolo  il titolo bisognerebbe cambiarlo da Notte della Tammorra a Festival Internazionale della Musica del Regno perché, tranne nella parte iniziale e in quella finale dedicate ai Tammorrari in purezza,  s’è assistito ad esibizioni di alto livello che rappresentavano i territori dell’Italia Peninsulare, una volta Regno,  per volontà del Direttore Carlo Faiello come accade da anni. Nulla da dire sull’osservazione ma non bisogna dimenticare che l’iconoclastasia storico cultura che da piu di un secolo mezzo  ammanta la civilta napoletana e napolitana non permetterebbe mai un titolo dell’evento sopra indicato come non permetterebbe nemmeno il recupero dell’essenza dell’antica festa di Piedigrotta, per qualche anno è stato fatto ma per colpa della politica non ha lasciato nessuna traccia, detto questo possiamo accettare di buon grado il titolo attuale perché Tammorra vuol dire Tamburo che ha in se i cromosomi dell’ universalità dove Napoli occupa il posto principale.

Anche quest’anno  abbiamo assistito all’eterna polemica montata dai presunti artisti che si accreditano come custodi della tradizione che ormai è diventata stucchevole e ignorata da quasi tutti ma come una cambiale, ad ogni evento, viene presentata e sistematicamente cestinata perché chi la presenta non si rende conto che è scaduta da tempo.

Come ripetuto più volte la Tradizione è innovazione dove l’uomo non è spettatore dei cambiamenti ma il protagonista, immaginiamo un treno merci che ad ogni fermata riempiamo con tutti gli elementi in natura e le operatività dell’uomo che poi riprende il viaggio sulla ferrovia chiamata Storia. Prima di arrivare alla fermata successiva la Tradizione controlla il carico e tutto il superfluo lo butta via lasciando soltanto quello che ha valore che si mescolerà con il nuovo carico che a sua volta riceverà lo stesso trattamento, insomma le impurità e le cose inutili verranno sempre scartate perché solo così la storia dell’uomo può continuare ad essere narrata. Non bisogna dimenticare, altresì, che il tutto viene sovrapposto al concetto della “Divina Provvidenza” di Gianbattista Vico.

Se piu di un secolo fa all’apparizione dell’organetto, come della fisarmonica, i musicanti dell’epoca avessero rigettato queste novità strumentali perché non tradizionali oggi li vedremo considerare strumenti della Tradizione? Il pianoforte come oggi lo conosciamo bisognava rifiutarlo perché era uno strumento costruito con metodi troppo innovativi? Vengono costruiti nuovi strumenti e ogni giorno nascono linguaggi musicali diversi quindi, come sempre, esistono  dei buoni musicisti e dei cattivi musicisti, dei buoni cantanti e dei cattivi cantanti, dei buoni compositori e cattivi compositori. Quando in quel di Atina abbiamo presentato il libro di Enzo Amato “La Musica del Sole” e il M.so s’esibito nel seguente pezzo qualcuno di noi che ascoltava s’è preoccupato se rispettava la tradizione oppure no?

Questa sterile e inutile polemica purtroppo anche in questo campo è messa in piedi dal mondo giacobino di sinistra, comunemente chiamati radical chic, che si puo definire anche neo “catarismo” e che ha la sua genesi a Roma, a Milano e a Bologna che in tutti i settori della cultura applica una dittatura feroce che al loro confronto i soviet ci appaiono dei liberali.

Controllate i film degli ultimi 30 anni, controllate il teatro come la letteratura, la pittura e la scultura per non parlare della Musica, e vi accorgete che sono sempre gli stessi a lavorare, sempre le stesse tematiche ma soprattutto sempre la stessa mediocrità. Roma pensava di diventare “la Terza Roma”  come aispicò Mazzini ma è diventata invece “la Terza Roma” ben descritta da Gramsci cancellando la propria storia, la propria identità e la propria dimensione universale per diventare una colonia molto provinciale che non crea più cultura ma la assorbe e la produce grazie soprattutto alle innumerevoli risorse economiche che gli piovono dall’alto per il suo status di capitale.

Gli operatori artisti e culturali Romani soffrono di forti complessi di inferiorità che cercano di superare anche con lo studio e con la ricerca che in se è una grande virtù ma diventa fine a se stessa se quel lavoro viene considerato come punto di arrivo e non come punto di partenza, vogliono storicizzare e cristallizzare tutto arroccandosi dietro al distorto concetto di tradizione per espropriarlo al Sacro con l’unico risultato di farlo passare come uno slogan autoreferenziale . I romani si son trasferiti da Fregene e Torvaianica nel Salento, hanno partorito anche la canzoncina tormentone dell’estate, dimenticando che lavorano, si divertono ed esistono, dimenticanza che hanno anche i Salentini, grazie ai Borbone, a Roberto De Simone, agli NCCP ad Eduardo, ad Eugenio Bennato e Carlo D’Angio , la storia si fa con le carte e non con le opinioni come ripete sempre lo storico Laborino Fernando Riccardi.

I presunti operatori della musica popolare si auto promuovono soldati a difesa della tradizione ma sono disgustati dal “popolo” se segue in massa “Gigione” sconfinando nel futurismo marinettiano e considerano “popolo” solo se è allineato e coperto alle loro disposizioni, consiglio di vedere l’illuminante film con Monica Vitti ed Angela Luce, “Nini Tirabusciò la donna che inventò la mossa”. Vi ricordo, infine, che l’altro vostro incubo, Nino D’Angelo, a distanza di quasi 40 anni quando si esibì all’Operà di Parigi, grazie al vostro santone Roberto De Simone s’è esibito anche al San Carlo di Napoli.

Da segnalare l’ultima operazione che sta avvenendo nel teatro a Roma, con il patrocinio di Gigi Proietti, dove è stato messo in piedi un “teatro alternativo” di tipo elisabettiano che ha avuto  un successo di pubblico enorme con la conseguente nascita di una scuola di teatro basata su Shakespeare ignorando la grande tradizione della commedia dell’arte romana che era seconda solo a quella napoletana . Mi sorprende che Gigi Proietti , uno degli ultimi e più nobili esponenti della suddetta commedia, non abbia voluto fare cose diverse legate all’identità romana, forse le indicazioni o imposizioni della……..moda del momento non si possono contraddire o forse sta aiutando anche chi vuole recuperare il Teatro Romanesco ma lo sanno in pochi compreso lo scrivente. Vuoi vedere che ha ragione un attore romano , il nome non lo ricordo, che parlando sulla nascita di nuovi metodi di studio teatratali mi disse che lo si è fatto perché altrimenti avrebbero lavorato solo attori napoletani e siciliani? Non tocchiamo per ora l’argomento Siae perché merita un approfondimento particolare per la gestione scandalosa e poco trasparente messa al servizio degli artisti salariati, tranne in qualche rara eccezione.

La musica popolare, come per i balli popolari, non si può avere la presunzione di congelarla perché è intrinsicamente anarchica, ribelle, fantasiosa , trasgressiva, creativa, geniale, anonima e un humus per gli ambienti piu colti che da tempi immemori attingono dall’arte di strada. La musica classica romantica dove ha attinto? il blues e il jazz come nascono? Le Villanelle e Moresche che sono la genesi la musica leggera contemporanea  dovevano nascere e morire cosi? Quindi non state a vedere se una ballatrice fa il passo giusto o il ballatore ha aumentato il ritmo e non rispetta il ”dogma” della tradizione” o se quello strumento non la patente giusta per essere suonato e andate oltre a questi stupidi preconcetti , considerate che esiste una forma artistica che si esprime in purezza che va protetta perchè se non ci fosse si perderebbe l’identità ed esiste un’altra forma artistica, da voi considerata con disprezzo inquinata, che compone nuove cose e va avanti e che grazie a quello che si produce salvaguarda la tradizione e la suddetta identità. Sophia Loren nel ballare il Mambo in molti film ha trasmesso la sua incapacità o qualcos’ altro?

Per tornare alla “Notte della Tammorra” cominciamo col dire che, come sempre, la prima parte viene lasciata alle figure storiche del mondo della Tammorra come Vincenzo Rea detto ‘Tarantella’,  Masino Tirozzi detto ‘‘o figlio d’’o zi’ padrone’ e Raffaele Inserra affiancati dai giovani come Gianfranco Ricco detto ‘Antichità’ e Catello Gargiulo che  proseguono su quella strada non solo come artisti ma anche come sacerdoti  del treno Sacro chiamato Tradizione dimostrando di meritare ampiamente questa responsabilità.

Non poteva mancare Marcello Colasurdo uno dei mostri sacri a cui andrebbe consegnata una laurea ad Honoris Causa della Musica Popolare, che con la consueta energia e forza ha chiuso la Notte della Tammorra, se non interveniva la polizia a chiudere il concerto si faceva l’alba.

Marcello, come spesso accade, fa degli sconfinamenti nella politica, legittimi per altro, ma gli faccio notare che inneggiare la Pace condannando la guerra per poi passare alla canzone “Bella Ciao” è un po contradditorio perché il canto partigiano è un canto di guerra, di morte e non di pace. Caro Marcello l’inno che più rappresenta il popolo Napoletano nella sua intimità più profonda è il “Canto dei Sanfedisti” scritto da un anonimo popolano durante la Repubblica da Operetta del 1799 che esaltava la controrivoluzione del popolo Napoletano e metteva a fuoco le vere motivazioni dei Giacobini Francesi e Napoletani che purtroppo sono sempre più attuali e che oggi si nascondono dietro……… “Bella Ciao”. Se “Il Canto dei Sanfedisti” è un trattato di filosofia scritto dal popolo napoletano il nostro canto partigiano è certamente questo

 

Notte di Luna e notte di stelle non solo perché erano in cielo ma perché Carlo Faiello le ha portate sul palco in pasto al numeroso pubblico accorso a vedere lo spettacolo  a cominciare da Giovanni Mauriello che insieme al figlio Matteo, il ragazzo non ha timore a fare lo stesso mestiere del padre  affrontando senza paura gli sconvenienti che si portano dietro tutti i figli d’arte, e accompagnati alla chitarra dallo stesso Carlo Faiello hanno eseguito un vasto repertorio tradizionale identitario che per come lo hanno interpretato sembrava scritto qualche giorno prima.

Un’altra stella che ha brillato nella notte Ferragostana Napoletana è stata quella di Peppe Barra che ha sciorinato un’interpretazione,  il tempo sembra esser diventato il suo miglior amico,  che ha mandato in visibilio l’esigente pubblico partenopeo a cui ha dedicato “Cicirinella” che da molti anni non interpretava e chiudendo con l’immortale Tammurriata Nera, che credo, nessuno riesce a rappresentarla come lui.

Grandissime interpretazioni del Gran Capitano di Spagna Marcello Vitale che nonostante non avesse la spada ma la sua fedele chitarra battente ha conquistato Napoli per una notte emozionando e lasciando senza fiato il pubblico. Di seguito un video che ha girato per puro caso Francesco Rotondi  che merita solo di essere visto e ascoltato.

Fiorenza Calogero ormai possiamo considerarla l’usignolo della Notte della Tammorra che in splendida forma ci ha regalato dei momenti di altissima emotività  quando insieme a Carlo Faiello e Nello Daniele ha ricordato Pino Daniele.

Quando si è figlio o fratello d’arte di autentici mostri sacri, in questo caso parliamo di Pino Daniele, è dura esercitare la stessa professione e ci vuole del coraggio a farlo perché è inevitabile fare dei confronti e spesso chi vuole azzardare ne esce con le ossa rotte ma Nello Daniele, che bella sorpresa, è riuscito a farci dimenticare in pochi minuti di essere il fratello di Re Pino. Ha eseguito delle interpretazioni di qualità dove si notava certamente la sua ispirazione verso il suo caro fratello Pino, mezzo mondo lo fa, ma facendoci vedere il suo stile e la sua personalità.

Leonardo Da Vinci definiva la musica “l’architettura dell’invisibile” ma senza scomodare uno dei geni universali basterebbe dire che basta una goccia di pioggia che cade su una foglia per far nascere la musica e questo è accaduto anche nella Notte della Tammorra dove abbiamo assistito a musica che usciva da un bidone o da una scopa. Per questo dobbiamo dire grazie alla genialità di Capone Bunghete a Banghete che ci ha “cacciato gli occhi da fuori e rivoltare le orecchie” nel vedere e nel sentire musica che usciva da comuni e umili oggetti  che nelle sue mani sembravano dei sofisticati strumenti musicali. Per riprendere il discorso strumentale sulla musica tradizionale quando Capone ha duettato con Marcello Vitale oppure quando suonava per Ashai Lombardo Arop secondo voi qualcuno ha pensato che si stava oltraggiando il tempio della musica popolare?

Sabatino Esposito un “tammorraro” che da anni è presente alla kermesse ferragostana lo abbiamo visto suonare un po con tutti, non solo con Marcello Colasurdo, e merita una menzione particolare perché quando suona il tamburo lo fa in maniera divina trasmettendo energia e allegria che diventa un “viagra” per chi lo ascolta, sembra veramente il Vesuvio che erutta ma a differenza della celebre “Muntagna” non dissemina morte ma vita.

Il legame di sangue con grandi artisti non ha riguardato solo Nello Daniele ma anche Antonia Nerone  che accompagnata dal padre Andrea, memoria storica vivente della musica popolare internazionale, ha cantato divinamente il pezzo scritto anni fa dal padre, “Nenna Ne”, come nessuno riesce a fare. E’ stato definito l’inno della Terra di Lavoro ma poterlo definire tale è un azzardo perché la Terra di Lavoro è stata la provincia più antica d’Europa che copriva un territorio che andava da Nola fino a Sora e Fondi passando per il Matese per Sessa e per Mondragone. Un territorio dove convivevano tante lingue diverse, tante cucine diverse e tanti linguaggi musicali diversi sia in quella aristocratica che in quella popolare quindi non possiamo definire il testo di Nerone l’inno della Terra di Lavoro. Certamente è un altro pezzo musicale che rappresenta l’anima della musica “napolitana” quella che si componeva non nella città di Napoli ma nel Regno Napoletano che racchiude il sentimento e le passioni dei contadini e dei pastori dell’entroterra e dei pescatori delle coste che soltanto l’animo di un suo figlio illustre, Andrea Nerone, poteva comporre.

Discorso a parte meritano il gruppo di Zampognari di Villa Latina, per secoli si è chiamata Agnone, Domenico Fusco con Diego Fusco, Angelo Fusco, Luca Petrilli, Salvatore Sarda   e le ballatrici Maya Tedesco, Marilena Norato, Lorenza Di Stefano e Cinzia Zomparelli che sono partiti dall’alta Terra di Lavoro per arrivare nella loro antica capitale, Napoli, e ripristinare una verita storica nel campo della musicale che in molti hanno dimenticato o ignorano, la tradizione musicale che si trova da Teramo a Malta nasce perché tutti i territori che fanno riferimento all’ex Regno di Napoli rientrano nella grande famiglia della scuola Musicale Napoletana.  A questa premessa storica non sfugge l’alta Terra di Lavoro che dopo più di un secolo ritorna ad esibirsi in una grande manifestazione musicale popolare a Napoli vicino al Santuario della Madonna di Piedigrotta grazie ai suddetti artisti vestiti con abiti tradizionali e con i famosi “scarpitti” ai piedi come i Briganti Insorgenti che per la loro fedeltà e per la loro audacia, portata fino alle estreme conseguenze, hanno sempre servito il Re della Nazione Napolitana e sono stati gli ultimi a capitolare anche per i primi dieci anni della nascita dell’Italia.

I Zampognari, accolti da un generale scetticismo sia dietro le quinte ,dove si pensava che dovessero suonare solo per 5 minuti, che tra il pubblico preoccupato di assistere a delle novene natalizie, insieme alle loro ballatrici hanno preso in mano con decisione la situazione e come i Briganti e Brigantesse che erano arrivati a Napoli a servire il proprio Re, in questa caso Carlo Faiello, sono riusciti a capitalizzare al meglio i pochissimi minuti messi a loro disposizione, causa il grande ritardo sulla tabella di marcia del concerto, per la prova generale e una volta sul palco si son presi  con prepotenza i microfoni che gli servivano e lo spazio per le ballatrici riuscendo a regalare al pubblico presente 20 minuti di energia vera ed emozioni forti con Ballarelle e Saltarelli che i Napoletani, dopo averli accolti con cinico sarcasmo, hanno apprezzato con grande entusiasmo e alla fine cercavano di imitare i balli, c’è stato chi dal pubblico ha montato un filmato dedicato solo a loro.

Chi, oltre a Carlo Faiello, ha capito la portata storica dell’esibizione dei Zampognari e delle Ballatrici è stato Enzo Esposito “Tammurriello” ma non c’è da meravigliarsi perché è un artistita napoletano doc  a 360 gradi anche lui degno figlio della sua terra e della sua città che da anni gira il Regno a mescolare le sue conoscenze con quelle di chi lo ospita, virtù fondamentali per qualsiasi attività d’artista. Nella Notte della Tammorra ha prestato la sua opera come ballatore arricchendo il bellissimo corpo di ballo dove ha spiccato Ashai Lombardo Arop ballerina elegante e aggraziata che ha lasciato sul palco e nei cuori di chi l’ha ammirata il suo essere afro-napoletana.

Se Marcello Vitale emulava con la sua chitarra il Gran Capitano certamente Pasquale Nocerino sembrava  l’arciere del Re solo che a posto di arco e freccie aveva la bacchetta e il suo violino che per come lo ha suonato sembrava veramente un aristocratico cavaliere.

Il vero protagonista della serata è senza ombra di dubbio Carlo Faiello che grazie alla sua direzione artistica ha donato al numerosissimo pubblico un’altra notte magica all’insegna della musica, dell’identità, della tradizione e del divertimento creando un ponte tra antichi e nuovi linguaggi musicali. Napoli in questo “Truman Show” globalizzato è ancora uno dei pochi posti al mondo, forse l’ unico, che non assorbe cultura ma la crea e la mette a disposizione di chi vuole usufruirne e grazie anche ad un personaggio come Carlo Faiello che da tempo gira il Regno non alla ricerca di musicisti o cantanti bravi, a Napoli ce ne sono in quantità industriale,  ma di identità antropologiche che si esprimono attraverso l’arte e che sono fondamentali  per la sua produzione artistica e culturale.

Carlo ha certamente la fortuna di essere nato a Napoli che per secoli è stata la Capitale di un Regno e che da millenni è una città Cosmopolita abituata, quindi, a confrontarsi con chiunque ha voglia di farlo e abbia qualcosa di originale da poter offrire. A Napoli la Musica e il Teatro era ed è l’industria Nazionale quindi, senza percorrere grandi distanze, ha a portata di mano materiale che utilizza per sue creazioni artistiche. Senza toccare le fondamenta della Notte della Tammorra, nel pieno rispetto del Tempio Sacro della tradizione, Carlo ha iniziato e finito il concerto con la consueta esibizione dei Tammorrari, come ad ogni edizione ha fatto esibire nuovi gruppi e nuovi cantanti di altri territori mescolandoli con mostri sacri come Peppe Barra e Giovanni Mauriello. Siamo passati dalle Zampogne ai Bidoni, dalle Ciaramelle alla Scopa, dalla Chitarra Battente alla Batteria ma soprattutto ha dimostrato grandissimo coraggio a portare i Zampognari con Ballatrici che si esibivano in Saltarelli e Ballarelle, da lui fortemente voluti come ha informato pubblicamente a Sessa. Lo ha pensato gia dall’autunno scorso e programmato con attenzione attraverso il concerto di Capodimonte e quello di Sessa dove ha apprezzato le Ballatrici Maya Tedesco, Lorenza Di Stefano e Cinzia Zomparelli.

Carlo ha ascoltato con attenzione i musicanti che venivano dal Museo della Zampogna di Villa Latina ma questo non gli bastava e quella sera ha preteso che facessero una prova, anche se breve, si è preoccupato personalmente che fosse sgombrato il palco da qualsiasi oggetto per l’esibizione delle Ballatrici, anche dai fili più apparentemente innoqui , ha preteso i costumi tradizionali ma non perché aveva dei dubbi sulla perfomance dei Musicanti e delle Ballatrici dell’alta Terra di Lavoro ma perchè voleva “Scassare” e ha “Scassato”.

Come sempre Carlo Faiello ha fatto girare i suoi musicisti, a cominciare da se stesso, per tutto il concerto con molti artisti che si avvicendavano sul palco senza mai perdere il controllo degli arrangiamenti e questo grazie alla sua capacità di musicista, di compositore e di saper scegliere bene i suoi compagni di viaggio.

Chiudo segnalando che c’era, nonostante  fosse ferragosto, il numeroso “Popolo della Tammorra” che non ha mai smesso di ballare creando la cornice giusta all’evento, rinnovo i miei complimenti al popolo Napoletano che anche in questa occasione ha dimostrato la sua grande competenza musicale e artistica senza fare sconti a nessuno mettendo in discussione anche se stesso come nel caso dei zampognari, prima derisi e poi portati in trionfo, di seguito tutti i video del concerto.

Claudio Saltarelli

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CAPUA 2019 – COMMEMORAZIONE DELLA BATTAGLIA DEL VOLTURNO

Posted by on Set 29, 2019

CAPUA 2019 – COMMEMORAZIONE DELLA BATTAGLIA DEL VOLTURNO

Capua – Vive il ricordo dei Valorosi che combatterono gli stranieri invasori nell’autunno del 1860:  il loro valore non cadrà nell’oblìo.Il cosiddetto “risorgimento”, oggi lo sappiamo, è ben differente dalla bella favoletta che i libi di scuola propinano.Poche luci e molte ombre: solo che le “ombre” sono quasi tutte dalla parte dei vincitori e le luci dalla parte dei “vinti”.Negli anni ’60 del secolo scorso, dopo anni di silenzio grazie ad alcuni coraggiosi che “sapevano” o “non avevano dimenticato” inizia a squarciarsi  la spessa coltre di falsità voluta dal regime. I loro nomi?  Franco MolfeseCarlo AlianelloGabriele MarzoccoNicola ZitaraMichele TopaSilvio Vitale che nel 1961 fonda l’Alfiere, (rivista tuttora esistente e pubblicata dal figlio Edoardo). Non sono pochi e spero mi scuserete se ne ho dimenticato qualcuno.Grazie a loro si pubblicarono libri e si organizzarono convegni e cerimonie.Soprattutto nei luoghi “simbolo” di quella tragica stagione che portò alla fine dell’indipendenza di tutti gli Stati della penisola (ad eccezione del Piemonte); Gaeta, protagonista dell’eroica resistenza dei Soldati, della popolazione e dei Sovrani Francesco e Maria SofiaMessina, penultima fortezza a cadere nelle mani dello straniero invasore; Civitella del Tronto, ultima a cadere, dopo una epica resistenza, quasi un mese dopo la fine di Gaeta. Prima di rinchiudersi in Gaeta, però, l’esercito  delle Due Sicilie aveva, ahimè inutilmente, dato prova di grande valore affrontando gli invasori stranieri. nella cosiddetta Battaglia del Volturno.Monumenti, lapidi e cimiteri di questa battaglia hanno sempre ricordato gli stranieri invasori (che paradosso considerando che la favoletta risorgimentalista aveva fatto della lotta allo straniero il suo motivo fondante): Addiruttura a Caiazzo, dove i borbonici aveva ottenuto una bella vittoria, nella piazza principale, una lapide ricorda i….. cacciatori bolognesi.Ma si sa, VAE VICTIS.

Nel 1997 un gentiluomo di Capua, il cui cognome rivela origini siciliane, il dott. Giovanni Salemi  decise  che anche i soldati che avevano difeso la Patria dovevano essere ricordati, il loro valore onorato.

una bella foto del “Comandante” Giovanni Salemi durate una delle precedenti edizioni dell’evento 

in prima fila, da sinistra. l’avv. Franco Ciufo attuale Delegato SMOCSG per Abruzzi e Molise, il Marchese Pierluigi Sanfelice di Bagnoli, oggi Presidente del Corpo Internazionale di Soccorso Costantiniano, SAR la P.ssa Beatrice di Borbone delle Due Sicilie, attuale Gran Prefetto dell’Ordine e, parzialmente nascosto, il nob. dr. Antonio di Janni, Delegato Vicario SMOCSG per la Sicilia. In seconda fila si notano il col.  Giuseppe Simonetta, Ail casertano ndrea Mingione ed il “leuciano” preside Luigi Bologna (parzialmente nascosto)

Creò così questa importante cerimonia che si affiancò a quelle svolte nei luoghi delle tre fortezze e che crebbe in importanza tantoda avere dedicato un servizio del TG regionale RAI e da avere per ben due volte un ospite molto importante: SAR la Principessa Beatrice di Borbone delle Due Sicilie.Era una sua “creatura” questa cerimonia e ad essa dedicò gran parte del suo tempo e delle sue energie fino al momento in cui, nel giorno del suo novantunesimo compleanno, decise di ricongiungersi ai Soldati che aveva  salvato dalla dimenticanza ed ai Sovrani che aveva imparato ad amare.

L’Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, che in passato già aveva collaborato nella realizzazione di questo evento, ha raccolto il testimone della cerimonia.Già lo scorso anno, in verità, l’Istituto aveva cercato di far si che l’eredità del “Comandante” non andasse persa con la Sua scomparsa tenendo una  Celebrazione Eucaristica  in onore dei Soldati del 1860.Ed insieme con loro si era ricordato anche l’ultimo combattente che, in ritardo, il primo novembre del 2017, si era riunito al  Reale Esercito di Sua Maestà il Re del Regno delle Due Sicilie.Quest’anno la cerimonia seguirà il copione voluto dall’iniziatore:
SABATO 5 OTTOBRE 2019Alle 15,00 ci si ritroverà in Corso Gran Priorato di Malta  davanti la Chiesa dei SS. Rufo e Carponio dove si terrà, più tardi, la S.Messa, poi
15,30 – parte militare con il lancio di una corona d’alloro in memoria dei Caduti, in via Conte Landone nei pressi della Chiesa di S.Maria delle Grazie, con una breve allocuzione tenuta dal prof. Vincenzo Gulì;
16,00 – Celebrazione Eucaristica in memoria dei Caduti, nella Chiesa dei SS. Rufo e Carponio, corso Gran Priorato di Malta;
17,00 –  convegno storico presso il liceo Musicale Garofano in via Pier delle Vigne (la via è di fronte la Chiesa). Prima dell’inizio dei lavori, gli allievi dell’Istituto eseguiranno l’Inno del Re di Giovanni Paisiello.

Giuseppe Catenacci

RICORDO DEL COMM. GIOVANNI SALEMI

Pio Forlani

PER LA PATRIA E PER IL RE

Fernando di Mieri  

1799-1860 I BORBONE DI NAPOLI E LE POTENZE EUROPEE


19,00 – presso la Chiesa sconsacrata del Gesù Gonfalone (facente sempre parte del plesso scolastico), concerto eseguito da gli allievi del liceo.


21,00 – nella suggestiva cornice della Masseria GiòSole, si concluderà con una cena conviviale l’intensa giornata.


Ricordo che per la cena è necessario prenotarsi telefonando al 3488937213 oppure mandando u SMS allo stesso numero indicando nome cognome e numero dei posti prenotati.Per informazioni chiamare lo stesso numero 3488937213

fonte https://istitutoduesicilie.blogspot.com/2019/09/capua-2019-commemorzione-della_24.html

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