Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

S.M. Ferdinando II, Re delle Due Sicilie

Posted by on Mag 22, 2019

S.M. Ferdinando II, Re delle Due Sicilie

Primogenito maschio di Re Francesco I, Ferdinando II, Re delle Due Sicilie, nacque a Palermo il 12 gennaio 1810 e morì a Caserta il 22 maggio 1859, ancora giovane. Un anno dopo la sua morte iniziò l’invasione del Regno, e nessuno potrà mai asserire se, con lui ancora sul Trono, le cose avrebbero potuto avere un corso differente, perché la storia, come è noto, non si fa con “se”; ma è anche vero che è legittimo e sensato ritenere – conoscendo l’uomo e il sovrano – che Garibaldi e soci avrebbero avuto sicuramente vita più difficile.

Portò dapprima il titolo di Duca di Noto, poi, alla morte del nonno nel 1825, divenuto principe ereditario, assunse quello di Duca di Calabria. Fu educato da ecclesiastici e militari, e ciò spiega la sua profonda fede e la sua passione militare. Era ancora bambino quando gli inglesi pensarono di farlo Re di Sicilia (secondo i loro piani sarebbe stato un ragazzo facilmente manovrabile), mentre durante i moti del 1820 i carbonari volevano affidargli la corona di Lombardia; in seguito, vi fu anche chi pensò di metterlo a capo del futuro Risorgimento. Ma Ferdinando non si fece mai allettare da tali avventurosi proponimenti, sia per il sincero attaccamento alla sua terra ed al suo popolo, sia perché consapevole che i suoi diritti di Re poggiavano sulla legittimità dinastica, e la legittimità dinastica è uguale e sacra per ogni sovrano legittimo, che va pertanto rispettato e difeso nei suoi diritti regali. Per essere più chiari, Ferdinando rispettò sempre, oltre il settimo comandamento, il motto evangelico di non fare ad altri quello che non vuoi sia fatto a te: per questo altri poterono regnare tranquilli, per poi impossessarsi di ciò che era di Ferdinando e dei suoi legittimi eredi.

Nel 1827, dopo la partenza delle forze austriache dal Regno, fu nominato dal padre Capitano Generale dell’esercito.

L’8 novembre 1830, con la benedizione del padre morente, salì ancor giovanissimo sul Trono, emanando un proclama nel quale prometteva di risanare quelle piaghe che ancora affliggevano il Regno. Tutta la sua vita fu spesa per mantenere tale promessa. Subito sostituì alcuni ministri, diminuì notevolmente le spese di Corte, concesse una larga amnistia ai detenuti politici e agli esuli, richiamò in servizio gli ufficiali murattiani sospesi dai moti del 1820, e non punì aspramente alcuni congiurati che nei primi anni del suo regno avevano attentato alla sua vita. Ma tale regale generosità non gli fece mai perdere di vista i suoi doveri di sovrano cattolico, e si schierò apertamente contro le riforme liberali della sorella Maria Cristina in Spagna, appoggiando di contro le posizioni carliste.

Nel 1832 sposò la Principessa Maria Cristina di Savoia, quarta figlia di Vittorio Emanuele I, dalla quale avrà l’erede, il futuro Francesco II; donna di eccezionale carità e spirito religioso, non ebbe vita facile a Napoli per ragioni di salute, ma sopportò tutto con grande rassegnazione cristiana. Le sue virtù erano tali da farla non solo amare da tutti i sudditi che la consideravano già in vita una santa, ma da farla ascrivere, da parte della stessa Chiesa Cattolica, nel numero dei Beati. Morì agli inizi del 1836, quindici giorni dopo il parto, confortata dai soccorsi della religione. Il 26 dicembre dello stesso anno sposò l’Arciduchessa Maria Teresa d’Asburgo, dalla quale ebbe nove figli, fra cui Alfonso Maria, Capo della Real Casa dopo la morte senza eredi di Francesco II nel 1894, e varie figlie, che andarono in moglie a sovrani europei.

Gli eventi del Quarantotto

Come è noto, dopo i fallimenti dei moti carbonari del 1820-’21 e del 1830-’31, in Italia iniziò ad operare la “Giovine Italia”, fondata da Giuseppe Mazzini, che subito condusse una serie di tentativi di sovvertire l’ordine costituito. Fra questi, va ricordato quello dei fratelli Bandiera, i quali tentarono uno sbarco (con venti uomini in tutto) contro il pacifico e legittimo Regno delle Due Sicilie, nella speranza che le popolazioni li seguissero e cacciassero i Borbone. Fecero tragica morte. Come reazione all’estremismo mazziniano, il partito moderato risorgimentale trovò come valida alternativa la proposta confederalista avanzata nell’opera – edita la prima volta nel 1843 – “Il primato morale e civile degli Italiani” di Vincenzo Gioberti, ove l’autore, dopo una bella e coinvolgente esaltazione del primato mondiale della civiltà e della cultura italiane – primato dovuto anzitutto e soprattutto al fatto di ospitare la Chiesa Cattolica da sempre – proponeva come soluzione alla Questione Italiana la creazione di una confederazione degli Stati legittimi (che mantenevano quindi i propri sovrani) con a capo il Pontefice Romano.

La proposta, come è noto, ebbe grande successo, in quanto prevedeva il mantenimento della civiltà cattolica e tradizionale da un lato e l’ottenimento di una forma di unità confederativa dall’altro, accontentando, qualora realmente e correttamente applicata, tutte le esigenze del tempo. Il neoguelfismo giobertiano ebbe ancor maggior successo dopo l’elezione nel 1846 al Trono di Pietro di una Papa favorevole al progetto, Pio IX, il quale, con le sue riforme, divenne il simbolo vivente (suo malgrado) del Risorgimento italiano in questa sua prima fase.

Dinanzi alle sempre più spinte concessioni politiche che Pio IX faceva a Roma, Ferdinando si mostrava sempre scettico, anche se il progetto giobertiano, come progetto in sé, non lo vedeva contrario di principio: anche Ferdinando amava sinceramente l’Italia. Il fatto era che ormai egli aveva quasi già venti anni di Regno alle spalle, ed aveva imparato, anche in merito a ciò che era accaduto al nonno, a diffidare dei liberali e dei rivoluzionari (e forse in cuor suo diffidava anche delle sincerità delle intenzioni di qualche altro sovrano italiano…). Ma poi iniziò il 12 gennaio 1848 una rivolta autonomista in Sicilia.erdinando, innervosito dal fatto che gli altri facevano le riforme e a lui poi toccavano le grane, volle fare un atto di coraggio e di sfida: lui che fino a quel momento era rimasto estraneo al generale movimento riformista inaugurato da Pio IX, scavalcò tutti gli altri sovrani italiani e concesse la costituzione d’un colpo solo, mettendo fra l’altro in imbarazzo il Papa, il Granduca di Toscana, i Duchi di Parma e Modena e Carlo Alberto a Torino, i quali, dopo questa mossa, furono costretti, uno dopo l’altro, concedere anch’essi la costituzione.

A questo punto era chiaro che l’equilibrio e l’ordine stabiliti a Vienna nel 1815 erano venuti meno; inoltre una rivoluzione era scoppiata anche a Vienna, e Metternich era uscito di scena; approfittando di ciò, i milanesi il 18 marzo erano insorti cacciando gli austriaci e chiedendo a tutti i sovrani italiani di combattere insieme contro gli Asburgo per l’indipendenza italiana. Per altro, dopo varie esitazioni, Carlo Alberto era effettivamente entrato con il suo esercito in Lombardia e marciava contro il “Quadrilatero” austriaco. Insomma, era giunto il momento di mettere in pratica il piano giobertiano.

Pio IX era pronto, ed inviò delle truppe non per attaccare ma a difesa dello Stato Pontificio, ed anche il Granduca di Toscana inviò i suoi uomini. Ferdinando, dinanzi ad una vera ed effettiva unità degli italiani per l’indipendenza non si tirò indietro, ed inviò l’esercito a combattere. è il momento magico della storia d’Italia! Tutti uniti per l’indipendenza, secondo però gli obiettivi del neoguelfismo, vale a dire un’Italia confederale e cattolica, e pertanto monarchica e legittimista. Il problema però è che non tutti la pensavano in tal maniera… Anzitutto i democratici, che ovunque, e specie a Firenze, Roma e Napoli miravano al progetto mazziniano di sovversione repubblicana dell’ordine tradizionale; e poi Carlo Alberto, che in maniera ogni giorno più evidente conduceva la guerra isolatamente ed evidenziando le sue reali intenzioni, che non erano certo quelle neoguelfe, bensì più semplicemente quelle di realizzare l’antico sogno di Casa Savoia, l’annessione della Lombardia e se possibile del Veneto.

A questo punto Ferdinando, fiutato il vento, cambiò nettamente atteggiamento (nel frattempo, anche Pio IX ritirava le sue truppe, sia perché oramai era evidente che a Roma si preparava il colpo di stato mazziniano, sia perché da Vienna giungevano minacce di scisma qualora il Papa non avesse smesso di fare guerra all’Impero cattolico, e Pio IX, per quanto amasse l’Italia, era anzitutto il Pontefice di tutti i cattolici del mondo prima che il sovrano di uno Stato italico): mediante un colpo di forza, prima ritirò la costituzione, onde evitare che il governo gli sfuggisse definitivamente di mano e finisse in quelle mazziniane (come stava accadendo a Roma e Firenze), pericolo effettivo che varie rivoluzioni locali nelle provincie meridionali del Regno stavano chiaramente evidenziando; poi ritirò i suoi soldati dal fronte, visto che farli morire per dare la Lombardia a Carlo Alberto (e non per fare la Confederazione Italiana) non aveva alcun senso; infine riconquistò manu militari la Sicilia, ponendo fine ad ogni disordine e velleità rivoluzionaria e sovversiva, e dimostrandosi uomo di carattere come pochi l’Italia aveva conosciuto. Uomo di carattere ma anche generoso: perdonò i condannati a morte per ribellione dopo i fatti del ’48, e tale generosità fu ripagata da parte rivoluzionaria con l’attentato mortale (miracolosamente fallito) che dovette subire da Agesilao Milano (un ufficiale calabrese) nel 1856: fu l’unica condanna a morte che il Re non volle amnistiare, proprio per l’ingratitudine fanatica dimostrata in tale occasione. Anche in politica estera si dimostrò sempre un sovrano energico con idee chiare, il cui unico obiettivo erano gli interessi del suo popolo, dinanzi ai quali era capace di dire no anche all’Austria e alla Gran Bretagna. Ad esempio, negli Anni Trenta, ancor giovane sovrano, tenne testa al Palmerston per la nota vicenda degli zolfi siciliani. Era successo che nel 1816 il Governo britannico si era fatto concedere da Ferdinando I il monopolio dello sfruttamento dello zolfo siciliano per pochi soldi, senza che il Regno ci guadagnasse sopra. A Ferdinando II ciò non andava giù; inoltre, egli aveva abolito la tassa sul macinato (per non gravare sul popolo), e quindi aveva bisogno di soldi. Così decise di affidare il monopolio a una società francese che pagava il doppio dell’Inghilterra. Parlmerston mandò subito una flotta militare davanti al Golfo di Napoli, minacciando senza ritegno di bombardare la città. Ferdinando II mostrò il suo carattere, tenne duro, preparando flotta ed esercito alla guerra. Il tutto si risolse con l’intervento di Luigi Filippo Re dei Francesi: il Re dovette rimborsare sia gli inglesi che i francesi (perché il monopolio rimase agli inglesi, che però mai dimenticarono l’onta subita) il presunto danno arrecato [Oltre alla vicenda degli zolfi, che fece infuriare non poco il Palmerston, occorre sapere che (tutto il mondo è paese!) una nipote dello statista inglese aveva sposato il fratello del Re Carlo di Borbone, e il Palmerston aveva preteso da Ferdinando che la ammettesse a Corte col titolo di principessa reale. Il problema però era che la moglie inglese non era esattamente donna di ottimi costumi, era cioè una nota avventuriera. Ferdinando non accondiscese alla richiesta, suscitando ulteriormente l’odio del Palmerston, che si riteneva umiliato personalmente per l’affronto ricevuto. Cfr. a riguardo de’ Sivo, Alianello, Acton, ecc.].

Rispose negativamente anche all’offerta di Francesco Giuseppe nel 1851 di una lega degli Stati italiani, né accettò le pressioni prima di Luigi Filippo poi di Napoleone III di cambiare metodo di governo.

Ben diversamente si comportò invece con la Chiesa. Ebbe sempre filiale devozione, ed in particolare modo diede eccellente e generosa ospitalità a Pio IX durante i due anni di esilio da Roma a causa degli eventi del ’48 e della Repubblica Romana; ma non concesse mai nulla di più di quanto prevedesse il Concordato in vigore, ed anzi invitò i gesuiti de “La Civiltà Cattolica” a lasciare il Regno.Gli ultimi anni della sua vita furono in parte contristati dalla consapevolezza che a Torino si stava preparando qualcosa di pericoloso, con l’appoggio della Gran Bretagna di Palmerston e delle forze internazionali protestantiche e massoniche, e ancora nel 1857 dovette subire la tragica spedizione del Pisacane contro il suo Regno. Ma la morte lo colse ancor giovane proprio alla vigilia di quegli eventi che condussero alla caduta del Regno, quando cioè più che mai sarebbero state necessarie la sua energia, la sua lungimiranza e l’esperienza che sempre dimostrò durante il suo importante e fecondo governo.

Un regno di progresso civile e materiale

Ferdinando II fu sicuramente il Re di Napoli più amato dai suoi sudditi, ed è per tal ragione ovviamente che a tutt’oggi risulta essere il sovrano più calunniato della storia, perché la storia fu scritta da coloro che portarono via il Regno a suo figlio, e lo portarono via tramite un’invasione a tradimento di uno Stato pacifico ed alleato, legittimo e benvoluto dai propri sudditi. Pertanto è chiaro che un tale atto poteva essere giustificato solo con l’accusa da parte dei vincitori di indegnità di governo verso la famiglia dei Borbone delle Due Sicilie. Insomma, per fornire una parvenza di giustificazione storica all’assalto piratesco del pacifico, alleato, legittimo e sette volte secolare Regno delle Due Sicilie, occorreva infangare la memoria dei detentori di quel Trono, ed in particolare la memoria del suo migliore e più recente esponente (essendo Francesco II appena salito al Trono e troppo giovane ancora per essere credibilmente calunniato).

Nella successiva voce dedicata a Francesco II e ai fatti storici che condussero alla caduta del Regno, approfondiremo gli eventi specifici della politica cavouriana, della spedizione dei Mille e della eroica resistenza borbonica. Per il momento, analizziamo la politica riformatrice svolta da Ferdinando II, in quanto in tal maniera si potrà ben capire perché fu il sovrano più amato dal suo popolo. I suoi calunniatori, vale a dire coloro che tramarono in maniera diretta o indiretta per la caduta del Regno, presentarono il suo governo come “la negazione di Dio”, e da allora tutti i libri di storia scolastici e non solo continuano a ripetere stancamente le stesse calunnie indottrinate. Noi invece lasciamo la parola ad alcuni fra i più noti storici del Risorgimento antichi e recenti non supinamente allineati a tali menzogne per descrivere la vera personalità e il reale operato del sovrano.

Lo storico Angelantonio Spagnoletti [A. SPAGNOLETTI, Storia del Regno delle Due Sicilie, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 80-90.] descrive la fama che circondava Ferdinando II fra i suoi sudditi. Sicuramente fu il più amato fra i Re Borbone di Napoli; egli sempre si preoccupò di alleviare le sofferenze delle sue popolazioni quando venivano colpite da terremoti, epidemie, andando di persona sul luogo, e spesso era presente in Sicilia per risolvere direttamente gli immancabili problemi con le difficili popolazioni locali (perfino Luigi Blanch riconosce l’attaccamento delle popolazioni al sovrano e Niccolò Tommaseo lo descrive come il migliore dei Principi italiani). Nei suoi viaggi viveva con i sudditi, faceva da testimone ai lori matrimoni e battesimi, lasciava loro denaro, ecc. Insomma, amava presentarsi come il Padre del suo popolo, che per lui era la sua famiglia. Commenta Spagnoletti (p. 88): «La calunnia sembrava accompagnare costantemente la vita e l’operato di Ferdinando II; ciò nonostante quella che gli ambienti filoborbonici costruivano era l’immagine di un sovrano virtuoso e leale, che aveva mantenuto in sé il valore, la clemenza e la religione dei suoi avi, aveva evitato il coinvolgimento del regno nei moti del 1830-’31 e, con quello, pericolose interferenze straniere, aveva difeso l’onore nazionale nella questione degli zolfi e, per questo, aveva dalla sua l’intero popolo napoletano che era quasi “immedesimato” nei pensieri del suo re».

Scrive Carlo Alianello [C. ALIANELLO, La conquista del Sud. Il Risorgimento nell’Italia meridionale (1972), Rusconi, Milano 1998, pp. 121-126.] riguardo le riforme e le innovazioni di Ferdinando II. «Volle strade, volle porti, volle bonifiche, ospizi e banche; poco sopportava una borghesia saccente e rapace, la cosiddetta borghesia dotta, i “galantuomini” [E questa fu la sua grande “colpa”. Fu un Re, ma non un “re borghese”, come andava di moda a quei tempi. Fu un Re al servizio dei bisogni del suo popolo, e non degli interessi di quella classe “intellettualoide” che aveva aperto il Regno all’invasione del nemico francese e aveva di poi amoreggiato con l’usurpatore murattiano.] . Cercò piuttosto di creare una borghesia che mirasse al sodo. Non fu fortunato per la ragione che nel Napoletano altra borghesia non esisteva che quella delle professioni e degli studi, “pennaruli e pagliette”, quelli che avevano cacciato suo nonno da Napoli, legati a fil doppio allo straniero per sole ragioni ideologiche che il Re, come re, non capiva; e l’avida schiera dei proprietari terrieri». Dice F. Durelli [F. DURELLI, Cenno storico di Ferdinando II, Re del Regno delle Due Sicilie, Stamperia Reale, Napoli 1859.] che «In quattro anni soltanto, dal 1850 al 1854, furono reintegrati nei demani comunali più di 108.950 moggia di terreni usurpati e divisi in sorte ai bisognosi agricoltori»; continua Alianello: «Riporto dall’Almanacco reale del Regno delle Due Sicilie del 1854, dopo una lunga e particolareggiata lista d’istituti di credito e beneficenza, la seguente nota: “Si ha, oltre i luoghi pii ecc. ecc., pei domini continentali un totale di 761 di stabilimenti diversi di beneficenza, oltre 1131 monti frumentarii, ed oltre de’ monti pecuniari, delle casse agrarie e di prestanza e degli asili infantili” (…) Per sua volontà si badò a costruire strade, che dalle 1505, quante se ne assommavano nel 1828, erano divenute nel 1855 la bellezza di 4587 miglia. E non straduzze da poco..». Erano l’Amalfitana, la Sorrentina, la Frentana, che fu interrotta per l’arrivo dei “liberatori”; l’hanno finita solo cento anni dopo. Poi la costiera adriatica, la Sora-Roma, l’Appulo-sannitica, che collegava Abruzzi e Capitanata, l’Aquilonia, che collegava Tirreno e Adriatico, la Sannita, da Campobasso a Termoli. Continua Durelli: «In breve dal ’52 al ’56, che sono solo quattro anni, furono costruite 76 strade nuove, di conto regio, provinciale e comunale. Moltissimi i ponti, e fra tutti il ponte sul Garigliano, sospeso a catene di ferro, che fu il primo di questa foggia in Italia, e tra i primissimi in Europa. Eppoi le bonifiche, l’inalveazione del fiume Pelino, la colmata dei pantani del lago di Salpi, la bonifica delle paludi campane (…) In 30 anni, la marina a vela raddoppiata, la marina a vapore creata dal nulla, che nel 1855 contava 472 navi, per 108.543 tonnellate, più 6 piroscafi a ruota, 6913 tonnellate di barchi diversi. E le scuole, i collegi nautici, le industrie».

Scrive Marta Petrusewicz, fornendo un quadro del suo regno, «(…) la popolazione in crescita, la tassazione ed il sistema doganale meglio regolati, ed il governo impegnato in un intervento intelligente di costruzione delle ferrovie e strade, manifatture reali e prigioni moderne» [M. PETRUSEWICZ, Come il Meridione divenne una questione, Rubbettino, Catanzaro 1998, p. 37.].

Per capire ancora meglio il personaggio, leggiamo quanto scrive lo zuavo pontificio (parla quindi per esperienza diretta) irlandese P.K. O’Clery, nella sua celebre opera sul Risorgimento [P.K. O’ CLERY, La Rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità della nazione, (I ed. 1875, 1892), Ed. Ares, Milano 2000, pp. 95-96.] . Appena salito al Trono, Ferdinando II concesse l’amnistia generale e così si regolava nelle sue azioni: «Per introdurre criteri di economia nelle finanze, Ferdinando ridusse di molto il proprio appannaggio, abolì diversi uffici inutili e alcune delle prerogative reali. Semplificò le procedure nelle Corti di giustizia, sostituì l’impopolare viceré di Sicilia, nominando suo fratello a tale carica e, allorquando viaggiava per il Regno, proibiva alle municipalità di farvi preparativi costosi per la sua venuta, accettando l’ospitalità di qualche residente, o prendendo dimora nella locanda di un villaggio o in un convento francescano. Non c’è da stupirsi che fosse un sovrano popolare». Da ricordare v’è anche che egli aderì nel 1838 agli accordi franco-britannici contro la tratta dei negri e sempre nello stesso anno stabilì pene severissime contro i duelli (sia la detenzione che la decadenza dagli ordini cavallereschi), anche per i padrini. Concesse l’aministia per i detenuti per ragioni politiche in Sicilia e grande autonomia giuridica ed amministativa all’isola; seguì inoltre personalmente la lotta alla feudalità. L’economia fu in continua crescita [“malgrado le oscillazioni, la politica economica borbonica fu di una continuità notevole”. PETRUSEWICZ, op. cit., p. 72.], e grande sviluppo ebbe la marina mercantile [CONIGLIO, op. cit., pp. 340-342.].

Prendiamo ad esempio anche quanto scrive Angela Pellicciari [A. PELLICCIARI, L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata, Ed. Piemme, Casal Monferrato 2000, pp. 181-182.] . Nel Regno delle Due Sicilie, le spese previste sono sistematicamente superiori alle effettive; non si pagano tasse di successione, tasse sugli atti delle società per azioni e su quelli degli istituti di credito; il debito pubblico è minimo, l’imposta fondiaria lievissima, la Sicilia è esente dalla leva militare, dall’imposta sul sale e dal monopolio del tabacco; inoltre Ferdinando, come si trova scritto nella rivista “L’Armonia”, ha «stabilito nei maggiori centri della popolazione monti frumentari per somministrare grano agli agricoltori da seminare e per mantenersi colle loro famiglie, tagliando così in pari tempo le gambe all’usura».Tutto ciò è confermato anche da Giuseppe Paladino nella sua voce dedicata a Ferdinando II nell’Enciclopedia Italiana (Treccani), ove scrive: «Diede impulso a costruzioni di pubblica utilità. La prima ferrovia inaugurata in Italia fu la Napoli-Portici (1839). Ad essa seguì nel regno l’altro tronco Napoli-Capua. Sotto F. II fu ampliata la rete telegrafica a sistema elettrico (…) La marineria mercantile a vapore ricevette grande incremento; nel 1848 aveva il terzo posto per numero e armamento di navi. Una serie di trattati di commercio con l’Inghilterra, con la Francia, con la Sardegna inaugurarono un sistema illuminato di moderato protezionismo (1841-1845). Le finanze erano amministrate in modo mirabile: il contribuente napoletano pagava meno degli altri italiani…»

fonte https://www.ordinecostantiniano.it/sm-ferdinando-ii-re-delle-due-sicilie/

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Pillole di storia. Quando Ferdinando II rifiutò la corona di Re d’Italia

Posted by on Mar 29, 2019

Pillole di storia. Quando Ferdinando II rifiutò la corona di Re d’Italia

Ferdinando II, non eccessivamente colto,  ma intelligente ed abile a sbrigare gli affari di stato questo “re Lazzarone”, come fu battezzato dal popolo, fece ben sperare. Si fece fama di liberale e cominciò a identificare la figura ideale del “sovrano italiano” facendo schiumare di rabbia e di gelosia Carlo Alberto che si riteneva  il più indicato alla bisogna. Il Congresso liberale riunitosi a  Bologna nel 1831 gli offrì la corona d’Italia, ma il re, mostrando in quell’occasione una forte miopia politica ed una profonda sudditanza psicologica per la Chiesa, tale e quale come l’Italia di oggi,  pago che il regno fosse fra “l’acqua salata e l’acqua santa”, rifiutò l’offerta. Per Ferdinando il suo regno era quello ricevuto dal padre.

Sua missione era sanarlo e di garantirne l’indipendenza, mostrando più volte la sua insofferenza ai suggerimenti ed alle interferenze esterne, irridendo e destreggiandosi arditamente sia da Metternich sia da Luigi Filippo che dagli Inglesi. Inoltre ostava al disegno dei liberali l’estrema posizione periferica  di Napoli e la sua particolare situazione etnico-sociale. Il sovrano napoletano non si illudeva di riuscire laddove Murat era miseramente fallito. Suo immediato e per allora unico scopo era quello di sanare il regno della cui situazione si era fatta un’idea personale dopo il ricordato viaggio compiuto in incognito ed in quest’opera profuse le sue migliori energie.

fonte https://www.ilsudonline.it/pillole-di-storia-quando-ferdinando-ii-rifiuto-la-corona-di-re-ditalia/

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Il Portale del Sud…….”.NOI BORBONICI ” di Brigantino

Posted by on Mar 24, 2019

Il Portale del Sud…….”.NOI BORBONICI ” di Brigantino

I Borbone furono meridionali. Erano come noi. Il Re ed il “lazzaro”, nell’innegabile diversità di ruolo, erano parte di un unico organismo sociale, che funzionava.
Ma lo Stato non era “borbonico”, era bensì il nostro Stato.
Eppure quando si ricordano gli avvenimenti risorgimentali, i più pensano che la guerra la persero i Borbone da soli, assumendoli a simbolo convenzionale di un’entità estranea e desueta, cui tutti i mali vanno ascritti, quale panacea delle coscienze di ieri e d’oggi.

Così, in questa narcotica trasposizione, la Nazione viene sostituita dalla stessa Monarchia, ed il Re considerato un estraneo nemico del tessuto sociale.
Questa visione è presente anche tra gli eruditi: coloro che hanno immagazzinato tantissimi dati, ma non hanno saputo sintetizzare una cultura propria, omologandosi così a quella convenzionale.

Costoro sono pronti a condannare, con severa sicumera, chi non si adatta a questa operazione di rimozione della memoria storica, bollandone il pensiero quale revisionismo “spazzatura”.

Sopravvive pertanto la visione del passato distratta e rassicurante per le italiche coscienze che il Borbone passasse le giornate assiso sul trono, in una pittoresca e tragica rincorsa verso sempre più dispotici ed estemporanei capricci.

Questa visione risulta conveniente anche alle coscienze meridionali che, identificando l’Antico Stato con la Dinastia, si affrancano dalla sconfitta e, soprattutto, dal peso di ciò che i nostri padri avrebbero dovuto esprimere, in campo politico sociale civile economico, e che invece non seppero esprimere.

Così è nata la trasposizione d’ogni responsabilità, passata presente e futura, ai Borbone, compendio di un Male talmente inamovibile, da spiegare e giustificare l’imperfezione dell’attuale Bene.
Ma la verità è che i Borbone non erano un tumore in un corpo sano.

Non erano gli oppressori stranieri da sostituire con l’Italia: essi erano Meridionali, con pregi e virtù, e se il Regno cadde, ciò fu anche dovuto alle colpe dei liberali meridionali.

L’Antico Regno era uno Stato costituito: aveva leggi, governi, ministeri, funzionari, burocrati, magistrati, militari e tutti questi erano Meridionali, che condividevano le responsabilità di Stato.

Sia ben chiaro: l’Antico Regno di Ferdinando II è stato quanto di meglio il Sud ha saputo, in completa autonomia, esprimere in campo istituzionale.
Ricordiamoci perciò che quando si dice “lo Stato borbonico, l’esercito borbonico, la burocrazia borbonica, il dispotismo borbonico, ecc”, si stanno usando simboli atti a rimuovere il ricordo del nostro passato, l’unico che ci appartiene, e per far apparire naturale esigenza storica il confluire nell’Italia dei Savoia, quelli sì stranieri.

La guerra del 1860 l’abbiamo persa noi Meridionali, con la nostra incapacità e con i nostri traditori.
I soldati di Franceschiello non erano un esercito stravagante, un po’ sfortunato, un po’ ridicolo: era il nostro esercito formato da giovani pugliesi, lucani, abruzzesi, calabresi, campani, ecc.

Tutti ugualmente traditi da pochi e dimenticati dalla Storia nelle squallide prigioni sabaude, o in un bosco di Ripacandida, in una infame e disperata guerra partigiana. I morti di quella guerra furono i nostri morti, non quelli dei Borbone.

Le conseguenze di quella sconfitta esplosero nelle nostre mani, come una bomba a orologeria che scoppia ad intervalli successivi con deflagrazioni sempre più laceranti: miseria, emigrazione, sottosviluppo, malavita, imbarbarimento sociale e civile.

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Il “Reddito di Cittadinanza”? Fu inventato a Napoli nel 1831 dai Borbone.

Posted by on Mar 17, 2019

Il “Reddito di Cittadinanza”? Fu inventato a Napoli nel 1831 dai Borbone.

Sono trascorsi 184 anni e nessun rappresentante politico della Prima e Seconda Repubblica Italiana ringrazia, menziona, attribuisce, etc. la Legge Borbonica: Decreto n°131 del 4 gennaio 1831 (Regolamento per la Real Commessione de Beneficenza). Il Decreto Reale conferisce un “assegno di  disoccupazione per coloro i quali non possono assolutamente con il loro travaglio sostenere se medesimi e la di loro famiglia”.

Una legge semplice, efficiente, efficace e molto applicata nel Regno delle Due Sicilie (1734-1860 circa), che attualmente è ben custodita presso l’Archivio di Stato di Napolisez. Archivio Borbone: Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie – giusto per far comprendere l’elevata professionalità giuridico-amministrativa nel redigere tali leggi borboniche.

Tal Decreto stabiliva “assegni di disoccupazione e invalidità provvisori o a vita”, a disposizione della popolazione in difficoltà economiche. Nel 1831, vediamo già un moderno welfare molto avanzato e lungimirante, che teneva conto della discrezione (l’identità personale di tutti coloro che avevano diritto all’assegno restava segreta forse anche più di oggi, con l’attuale “Legge Privacy e successive modifiche”).

Il mio personale pensiero è che:…Se vogliamo far funzionare il Sud Italia, basterebbe ri-applicare ciò che abbiamo ereditato dalla famiglia reale dei Borbone: Leggi e Regolamenti compresi».

fonte https://michelefilipponio.blogspot.com/2015/09/il-reddito-di-cittadinanza-fu-inventato_13.html

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Il Banco delle Due Sicilie

Posted by on Feb 28, 2019

Il Banco delle Due Sicilie

BANCO NO BAMCO….MI SCUSO PER L’ERRORE DI BATTUTA…..

di Zenone di Elea

CENNO STORICO DI
FERDINANDO II RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

PER FRANCESCO DURELLI 1859 IN NAPOLI
DALLA STAMPERIA REALE

Sfidiamo chiunque a trovare nella storia dei banchi meridionali (se si esclude il fallimento del Banco dell’Annunziata dei primi del Settecento) tracce di quel carnevale bancario che ha caratterizzato la finanza sabauda fino ad oggi.

I banchi napolitani inventarono la carta fiduciaria ben prima della Banca di Scozia e al momento della unificazione del paese il Banco delle Due Sicilie che ne aveva ereditato gli strumenti finanziari godeva di un prestigio assoluto.

Le sue fedi di credito passavano di mano in mano come se fossero moneta sonante, perché tutti erano sicuri che esse sarebbero state convertite in numerario non appena il detentore si fosse presentato agli sportelli del banco.

L’unità d’Italia passò su tutto questo come un rullo compressore, il Banco delle Due Sicilie aveva gli strumenti, i capitali, il prestigio economico e sociale per divenire la banca di stato ma il potere sabaudo favorì la banca nazionale, asservendo ad interessi particolari di una banda di predoni e di speculatori un patrimonio plurisecolare.

Oggi siamo la più grande area territoriale europea senza banca, di questo dobbiamo ringraziare i fratelli padani.
Abbiamo letto diversi scritti e quello che colpisce è l’assoluta impossibilità di trovare anche nella pubblicistica liberale e antiborbonica attacchi degni di nota al sistema finanziario napolitano.

Questo perché funzionava come un orologio svizzero e nessuno riesce a trovare argomenti validi o fatti per sostenere il contrario.

A riprova di ciò riportiamo alcune righe tratte da una rivista
padana stampata a Milano nel 1843:

“NUOVE DISPOSIZIONI PER FACILITARE LA CIRCOLAZIONE DEI VALORI DEL BANCO DELLE DUE SICILIE.

Sua Maestà il Re delle Due Sicilie a fine di promuovere l’industria ed il commercio nei reali dominj oltre il Faro, decise di attivarvi la libera e spedita circolazione del denaro, mercé dei valori che lo rappresentino.

Già sin dal 7 aprile p. p. aveva decretato che il Banco delle Due Sicilie venisse aumentato di due altre Casse di Corte, stabilite una in Palermo e l’altra in Messina. Il 27 settembre p. p. è stato promulgato in Palermo il divisato decreto col relativo regolamento con cui si stabilirono i doveri e le attribuzioni dei funzionari della Cassa di Corte.

Le dette Casse, nel modo stesso che quelle stabilite in Napoli, eseguiranno indistintamente il servizio della regia Corte e dei privati, cioè a dire, riceveranno qualsiasi somma di danaro, rilasciando agl’imminenti dei valori fiduciarj, denominati Fedi di credito o polizze le quali compiranno in commercio un’estesa circolazione, tenendo luogo di quella moneta che trovasi versata al Banco.

La legalità di cui verranno rivestite saranno le stesse di quelle prescritte negli attuali regolamenti del Banco delle Due Sicilie, cui fan parte le casse di Palermo e Messina.

Nel riferire questa notizia desideriamo che un giorno o l’altro anche il regno Lombardo-Veneto sia in possesso di un banco che offra a favore del commercio una simile circolazione”

I nostri banchi, nati per aiutare la povera gente contro lo strapotere degli usurai, sopravvissero agli spagnoli, agli austriaci, ai francesi e ai borboni ma nulla poterono contro la rapacità sabauda.

Tra i documenti che mettiamo a disposizione degli amici e dei naviganti ve ne sono alcuni che non riguardano direttamente la finanza borbonica, ad esempio uno preso dagli Annali delle Due Sicilie riguarda il Ponte sul Garigliano.

Lo abbiamo lasciato non solo perché interessante di per sé, ma anche in quanto esso costituisce un esempio di come i borboni usavano la loro banca di stato: per costruire ponti, porti, strade, opifici e ferrovie (erano già stati appaltati i lavori per la linea che doveva condurre negli Abruzzi e quella per la Puglia ma la liberazione sabauda preferì sviluppare le direttrici nord sud per favorire gli spostamenti di merci e di soldati padani). ��

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Ponte Real Ferdinando protagonista di “Sapiens” sulla Rai

Posted by on Gen 13, 2019

Ponte Real Ferdinando protagonista di “Sapiens” sulla Rai

Leggiamo e pubblichiamo una nota del Comitato Giura dopo le riprese sul ponte Real Ferdinando: “Mercoledì 9 gennaio, una troupe della Rai ha effettuato alcune riprese al ponte Real Ferdinando che saranno utilizzate in una puntata del prossimo programma di Mario Tozzi dal titolo “Sapiens” in onda il sabato sera, in prima serata, su Rai 3. Il ponte borbonico e l’antica Via Appia saranno tra i protagonisti della puntata monografica dedicata alle strade e alle principali vie di comunicazione dell’antichità.

La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone, Latina e Rieti ha autorizzato le riprese, e il presidente del Comitato Luigi Giura, Emiliano Pimpinella (nella foto con il giornalista Mario Tozzi), ha illustrato agli autori del programma le meraviglie
architettoniche e ingegneristiche del ponte Real Ferdinando, che ricordiamo ancora una volta è il primo ponte a catenarie di ferro e a colonne separate del mondo inaugurato nel 1832. Il Comitato Luigi Giura ringrazia Mario Tozzi e la Rai ed esprime la soddisfazione per aver posto un altro tassello importante nella rivalutazione e diffusione di un monumento che merita di essere conosciuto in ambito nazionale ed internazionale”.

fonte read:https://www.h24notizie.com/2019/01/12/ponte-real-ferdinando-protagonista-di-sapiens-sulla-rai/

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