Alta Terra di Lavoro

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La cacciata del Vescovo Caputo, la reazione del 4 e 5 settembre 1860

Posted by on Nov 7, 2019

La cacciata del Vescovo Caputo, la reazione del 4 e 5 settembre 1860

Il 26 giugno 1860 il Vescovo di Ariano, Monsignor Fra Michele Maria Caputo, invitò in Vescovado i parroci e “le notabilità del paese” per comunicare loro che il giorno precedente Francesco II aveva ripristinato la Costituzione del 1848, e per invitare tutti a considerare con favore “il regimento novello” e ad orientare in tal senso i contadini e il popolo. L’episodio è riferito da Felice Mazza, da Nicola Flammia e dallo stesso vescovo Caputo (1). La notizia e l’appello del Vescovo non suscitarono alcun entusiasmo, anzi furono ascoltati con “indifferenza e freddezza”. In città non ci fu alcuna manifestazione pubblica di giubilo. Il piccolo gruppo di liberali “tollerati” del quale facevano parte il canonico Michele Del Conte, Luigi del Conte, Fedele Carchia, gli avvocati Nicola e Raimondo Albanese, il notaio Puorro e il dott. Raimondo Puorro, il sac. Giuseppe Imbimbo, Domenico de Franza, l’abate Grassi, non si espose. L’unico che innalzò la bandiera tricolore nel suo giardino fu Giuseppe Vitoli da poco rientrato dall’Albania dove si era rifugiato dopo il 1848 per sfuggire alla polizia borbonica. L’iniziativa del Caputo, che segnava l’inizio di una revisione della sua posizione politica, acuì i contrasti con la famiglia Anzani e con tutti i suoi amici, che parteggiavano per i Borboni, senza, peraltro, conquistare il sostegno dei liberali che non avevano fiducia in una conversione avvenuta all’ultimo momento.

Ancora agli inizi di quello stesso anno, infatti, Caputo aveva partecipato al movimento di solidarietà a Pio IX e in difesa del potere temporale. Sicché il contrasto che durava da tempo tra il Vescovo e il Capitolo scoppiò con grande virulenza nel momento in cui, proprio con il ripristino della garanzie costituzionali, si credette, da parte del clero, giunto il momento di poter combattere pubblicamente il prelato. Monsignor Caputo era giunto ad Ariano nel 1858 proveniente da Oppido dove era venuto in collisione con la famiglia Grillo, omologa degli Anzani di Ariano. Il prelato aveva portato con sé, nonostante il divieto Vaticano, il giovane Segretario Vitandrea De Risi la cui presenza rese ancora più incandescente l’atmosfera. Il Capitolo non digerì l’esclusione da quell’ufficio di un sacerdote della Diocesi. Il Vescovo impiegò anche ad Ariano la sua “animosa energia”. Egli si attivò, senza sottrarsi alle polemiche e ai contrasti, per imporre l’autorità della Curia, la preminenza della mensa vescovile sulle parrocchie, il conseguente recupero patrimoniale in nome della integrità della Curia che doveva governare. Cercò di potenziare il seminario che versava in uno stato di decadenza già iniziata sotto il suo predecessore, Monsignor Capezzuti, e aggravatasi nei tre anni di vacanza del titolare, dal 1855 al 1858. Lo fece chiamando all’insegnamento nel Seminario di Ariano due forestieri: Alessandro Novelli ex scolopio e il prof. Nicola del Vecchio un uomo di grande cultura che aveva dismesso l’abito talare. Tutto ciò da una parte limitava il potere dei parroci e il prestigio delle famiglie e dei ceti sociali ai quali appartenevano, dall’altra introduceva elementi di novità che erano mal digeriti dal Capitolo. Né Caputo si preoccupava di diplomatizzare lo scontro.

Attaccò diritto sulla famiglia allora più potente della città accusando il canonico don Nicola Anzani di atti poco conformi alla sua condizione sacerdotale, per cui aveva avuto la necessità di intervenire con la “fermezza apostolica che si addice ad un Vescovo”. La lotta era stata ed era molto aspra. Nicola Flammia, ad oltre trent’anni di distanza, scrisse una pagina di condanna senza appello nei confronti del Vescovo Caputo, lo definì di “natura lupina” (2) e “su 54 vescovi, l’unico riprovevole”. Un giudizio che non corrisponde alla personalità, per quanto complessa e difficile, del Vescovo che giunse ad ottenere riconoscimenti da Garibaldi, da Cavour, da Ricasoli, da Rattazzi, da Mancini di cui fu collaboratore quando questi reggeva il dicastero degli Affari ecclesiastici. Il Mancini gli scrisse una lettera per sollecitargli un intervento a suo favore nelle elezioni politiche nel collegio di Ariano. Gli avvenimenti decisivi dell’estate 1860 favorirono l’opera di demolizione dell’autorità del Vescovo portata avanti dai parroci in tutto l’agro arianese mescolando argomenti politici, religiosi e morali. Il 28 luglio 1860 (il Diario di Mazza annota questo avvenimento in data 25 luglio), alle dieci di sera, una grande folla si accalcò davanti al vescovado chiedendo l’allontanamento del Segretario Andrea de Risi. Questi riuscì a fuggire travestito da gendarme. Il giorno successivo, alla stessa ora, la folla si radunò per chiedere l’allontanamento del Vescovo che dovette fuggire protetto dal sottotenente Galace della Gendarmeria che, scrive Flammia, “lo salvò dalla morte”. Caputo si rifugiò prima a Foggia e poi a Monteleone. E’ chiaro che dietro i due movimenti popolari non poteva non esserci una accorta ed intelligente regia; che continuò nei giorni successivi.

Il 4 agosto circa duecento cittadini arianesi scrissero al Ministro per gli affari ecclesiastici accusando il Vescovo di simonia, di aver aperto le porte del vescovado a donne invereconde, di aver ridotto i fondi delle elemosine. Infine chiedevano che il Vescovo fosse tenuto lontano da Ariano. Il 16 agosto della volontà popolare si fece interprete il Decurionato. Con la sola astensione del Decurione Nicola Luparella, fu approvata una deliberazione nella quale le accuse al Vescovo diventavano ancora più gravi. Gli si attribuiva la nomina di parroci giovanetti inesperti e ignoranti per ricevere i favori delle sorelle e delle cognate; lo si accusava di aver portato il disordine in due conventi di monache; di simonia, di atteggiamenti licenziosi, di manovre intese a sollevare una reazione. Il Decurionato concludeva chiedendo al re e al governo di liberare la Diocesi e la città dalla presenza del Vescovo. Il 18 agosto si riunì il Capitolo che approvò un documento con il quale invitava il Vescovo ad adoperarsi “onde ottenere una traslogazione di Diocesi” e a nominare un Vicario stante il fatto che il popolo arianese piuttosto che accettare un suo ritorno era disposto anche a “prorompere in fatti lagrimevoli”. Votava contro questo documento l’abate Giovanni Putignano asserendo che non tutto il popolo di Ariano era insorto ma solo una parte. Il 22 agosto il Capitolo, di fronte al diniego del Vescovo di accogliere le sue richieste, si riunì e approvò una lunga “Conclusione” che inviò al Re, al Nunzio Apostolico e al Ministro degli Affari Ecclesiastici.

Questo documento è la summa di tutte le accuse; di una gravità inaudita e incredibile. Caputo ne esce crapulone, gaudente, libertino e corruttore di monache e di giovani novizie, avventuriero pronto ad armarsi “come se avesse dovuto entrare coi suoi in una guerra di sterminio”, irrispettoso della clausura delle monache, dispensatore di titoli e di incarichi per simonia, protettore di De Risi che teneva “sempre sul tavolino pistole e armi bianche”, organizzatore di una reazione che solo l’intervento della Gendarmeria aveva sventato il 7 luglio. I quattro documenti ricordati sopra sono riprodotti integralmente in appendice. Da una loro attenta lettura si ricava la sensazione che siano stati scritti da una sola mano. Gli episodi addotti sono sempre gli stessi ma raccontati in un drammatico crescendo. La stessa loro successione non è casuale: prima i cittadini che protestano, poi il Decurionato che si fa carico del problema, quindi il Capitolo che tenta la mediazione, infine l’attacco di estrema virulenza. Tanto virulento che viene legittimamente da chiedersi come mai il “caso” non fosse scoppiato prima. Si è già detto del peso che ebbero le restaurate garanzie costituzionali nella decisione del clero di portare in pubblico la battaglia contro il Vescovo. Ciò, a maggior ragione, valeva per i cittadini. E’ lo stesso Decurionato che scrive: “la generalità fremeva senza che alcuno avesse ardito pronunciarsi apertamente: ma ai primi slanci della pubblica gioia che produsse il nuovo ordine politico” fu facile far partire prima il Segretario e poi il Vescovo.

Ma il Decurionato, a fronte di una condotta come quella che si attribuiva al Caputo, poteva non attendere il “nuovo ordine politico” per denunciarlo alle autorità ecclesiastiche e governative. Credo si possa allora concludere che vi siano evidenti esagerazioni nelle accuse contro il Vescovo e che il Decurionato sia stato fortemente influenzato dal Capitolo, dalla famiglia Anzani che vedeva messo in discussione il suo potere e da spinte politiche diverse ma convergenti nella lotta al prelato. In tutti i documenti c’è l’accenno alle trame reazionarie che intendeva porre in essere. L’obiettivo era quello di discreditarlo sia presso le autorità borboniche sia presso quelle liberali. E questa “doppiezza” gli sarà contestata fino alla morte soprattutto dai borbonici che, addirittura, lo accuseranno di essere stato l’avvelenatore di Ferdinando II. Questa “voce” nacque per un episodio avvenuto ad Ariano. Fa parte dunque della storia della città e pare giusto raccontarlo qui. Un anno prima dei fatti di cui ci stiamo occupando, l’8 gennaio 1859, Ferdinando II partiva da Caserta per recarsi a Manfredonia a ricevere Maria Sofia di Baviera che proprio in quel giorno sposava a Monaco, per procura, l’erede al trono Francesco rappresentato dal principe Luitpoldo.

Dopo essere rimasto una notte ad Avellino, il re fu costretto, il giorno successivo, a fermarsi ad Ariano per una tempesta che “furiosamente irruppe, schiantando alberi annosi, rovesciando tetti e casolari, e nei suoi turbinosi vortici trasportando uomini e cose” (2). Ferdinando II fu ospitato nell’episcopio da M. Caputo. “Il freddo intenso, che aveva ghiacciato le fonti e lastricato di gelo le vie, quasi il fulminava. Benchè robusto ed abituato ai militari esercizi, non poteva muovere né parola, né la persona; la regina gli dette subito dell’elisir e si ristorò e interamente poi, col caldo dei caminetti ed il buon desinare” (3). Nel corso della notte il suo “fedele guardaroba”, Galizia, udì un rumore e, entrato nella stanza del re, lo trovò con la pistola in mano. Ferdinando disse che si era predisposto a sparare contro un assassino che stava per uscire da un varco apertosi nella parete. Galizia chiamò i marinai di scorta; furono esaminate le pareti ma non fu trovato nessun varco. Il re ordinò che i marinai restassero con lui e che non si parlasse con nessuno di quanto era successo. Durante il viaggio la salute di Ferdinando II andò rapidamente aggravandosi e il re dovette essere ricondotto a Caserta ai primi di marzo. Morì il 22 maggio. Il Galizia, dopo il ‘60, raccontando di quel viaggio, affermò che Caputo “aveva preparato la morte del re” facendo nascere, scrive Nisco, la “favola sanfedista di essere stato Ferdinando” avvelenato dal Vescovo di Ariano. Altri, e Nicola Flammia è tra essi, sostennero che, invece, fu Caputo a spacciarsi presso Garibaldi come l’avvelenatore del Borbone. Sembra indubbio che il Caputo avesse uno spiccato intuito politico e che avesse visto per tempo l’avvicinarsi del nuovo corso e la concreta possibilità, questa volta, della liquidazione del regime borbonico. Sicché i filoborbonici di Ariano colsero l’occasione della “evoluzione” delle posizioni politiche del Caputo, non più celate nella riunione del 26 giugno, per scagliargli contro la popolazione.

Quanto ai liberali, alcuni si defilarono e altri “cavalcarono la tigre” considerando i nuovi atteggiamenti del Vescovo solo un episodio di opportunismo e di trasformismo. Le due sommosse del 28 e 29 luglio, con la cacciata del Vescovo, furono fatti di notevole importanza politica. Esse dettero al popolo, provato da secoli di angherie e prepotenze, una immagine distorta del nuovo corso che si annunciava e dei valori della democrazia. Gettarono il germe di un pericoloso anarchismo che esploderà quaranta giorni dopo. Per un altro aspetto esse rappresentarono una innegabile vittoria dei filoborbonici e degli Anzani che avevano ottenuto la nomina di Don Nicola Anzani a provicario della curia. Gli Anzani si confermarono, agli occhi e nella coscienza dei cittadini e dei contadini di Ariano, sempre di più come “quelli che contano” e che addirittura avevano vinto nella lotta contro il Vescovo. Questo accresciuto potere avrebbero esercitato il 4 settembre successivo contro i liberali. E, intanto, continuavano a “cospirare in segreto” (4). In Municipio c’erano ancora acque agitate, in quel mese di agosto. Il Governo, il giorno 6, aveva rinnovato per metà il Decurionato, aveva nominato Sindaco Fedele Carchia, primo eletto Felice Capuano, aggiunto del primo eletto Matteo Ruggiero e secondo eletto Raimondo Albanese. Ma il Sindaco si rifiutò di dare esecutività al decreto per la parte che riguardava la nomina di Ruggiero perché a quel posto avrebbe voluto il dott. Michele Grassi che, a sua volta, ricorse all’Intendente.

Anche Raimondo Albanese era scontento e non prese “possesso della carica” perché non intendeva “mettersi in una carica secondaria”. Il sottointendente fu d’accordo con lui ed espresse all’Intendente l’opinione che “sarebbe stato ottimo per Sindaco” (5). Infine un episodio fin qui sconosciuto. A nome dei decurioni Raimondo Puorro, Luigi Imbimbo, Ettore del Conte, Raffaele Ciardullo, Carlo Pasquale De Filippis, Michele D’Alessandro, Gennaro Sicuranza, Ernesto Purcaro e Nicola Luparella giunse una strana lettera all’Intendente. Lo si informava della pericolosa attività del Sindaco in relazione all’arruolamento nella Guardia Nazionale nella quale il Carchia avrebbe incluso persone con precedenti penali. Chiedevano un suo intervento ad evitare la “guerra civile” perché ciò che faceva il sindaco avrebbe potuto “portare alla città un massagro (sic) a ferro e fuoco” (6). Le firme sono chiaramente apocrife. Addirittura quella di Luparella è scritta Lu Parelli. La lettera è piena di errori che contraddicono una grafia molto ricercata soprattutto nella intestazione; è senza data ma dovette essere scritta nella seconda metà di agosto perché l’Intendente in data 1 settembre chiese al Sottintendente di fare accertamenti. E questi il giorno 3, cioè quando cominciavano già ad arrivare i volontari per costituire il Governo provvisorio, rispose che la lettera era un anonimo, che non aveva potuto fare accertamenti approfonditi ma poteva assicurare che ad Ariano tutto era normale. E invece c’era del vero in quella lettera. La Guardia Nazionale avrà un ruolo negativo nei giorni successivi e getterà qualche ombra anche sul suo comandante, il Maggiore Vitoli che nel gennaio del 1861 scrisse all’Intendente: “La G.N. di qui nei giorni funestissimi della reazione non corrispose al suo nobile mandato e perché di recente formata e perché non armata. Per togliere quest’onta il Generale Carbonelli, il sottindente De Gennaro ed io trovammo opportuno sciogliere la Guardia Nazionale” (6bis).

NOTE

(1) Felice Mazza “Diario Arianese”, ed. Mariano, Ariano 1896, p.166 – N. Flammia “Storia della Citta di Ariano”, tip. Marino, Ariano 1893, p.25 – Caputo: Atti del processo per la reazione del 4 settembre. Deposizione resa al Giud. Ist. di Avellino il 14.12.1860

(2) N. Flammia op. cit. p.183

(3) N. Nisco “Ferdinando II ed il suo regno” , Morano, Napoli 1884 pp.368- 369

(4) N. Flammia op.cit. p.253

(5) Archivio di Stato di Avellino (d’ora in poi : ASA) – Atti Intendenza di P.U., b. 206, f.787.

(6) ASA come nota 5. (6bis) Lettera di Vitoli all’Intendente di Ariano del 26 gennaio 1861 – In Archivio Vitoli – Fondo Cozzo.

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ANELLO DI RE FERDINANDO

Posted by on Ott 23, 2019

ANELLO DI RE FERDINANDO

I moti nel Cilento del 1848, Costabile Carducci e don Vincenzo Peluso

Quest’estate a Villammare di Vibonati presso Sapri per la prima volta sono stati esposti i fatti delle trite e ritrite ‘rivoluzioni cilentane’ smascherando i falsi eroi che la storiografia ufficiale e menzognera ostenta da 150 anni tra gli sprovveduti intellettuali locali. Personalmente ho tratteggiato un losco personaggio fin qui esaltato, Costabile Carducci,  giungendo a insperate e belle conclusioni. La famiglia di costui, chiaramente originaria della Toscana, era una delle tante emigrate tempo prima nel regno di Napoli per trovare rifugio e sostentamento. Il cattivo sangue non mente e il Carducci si lascia facilmente affascinare dalle sirene massoniche rivoluzionarie sin dal 1828, quando sogna che dal disordine nasca finalmente quel sistema di sfruttamento del prossimo che dal 1789 in poi tenta di governare il mondo, come purtroppo oggi è pienamente avvenuto.  La reazione borbonica fa abortire i moti del ’28 e l’ incauto buonismo regio lo perdona lasciandolo preziosa pedina nelle mani settarie perennemente in complotto.

L’avidità del personaggio lo rende inquieto e fertile alle promesse straniere. Il famoso anno della rivoluzione mondiale del 1848 lo trova modesto locandiere e inflessibile gestore di una scafa sul Sele con tanti debiti per l’inadeguato tenore di vita. Un altro sovversivo del ’28  improvvidamente graziato dai Borbone, Antonio Leipnecher, lo contatta incaricandolo di far scoppiare in zona tumulti il 18 di quell’anno fatidico. Naturalmente secondo il collaudato cliché massonico: soldi dall’estero, collegamenti con i notabili esosi locali, ingaggio di delinquenti comuni per far massa.  Per il 17 tutto è pronto e Carducci anticipa addirittura la data: ordina il taglio del telegrafo a Castellabate e interrompe il passaggio sul fiume; in tal modo la sua zona è isolata e tutelata dalla forza pubblica per diversi giorni.  Gli avvenimenti a Napoli, con la Costituzione concessa il 27 dello stesso mese e il l’apertura del perfido parlamento rivoluzionario, vanno tutti a suo favore e si ritrova vincitore senza combattere e addirittura colonnello della Guardia Nazionale pretesa dai ribelli.  Quando re Ferdinando II, dopo aver consultato il popolo per le vie della capitale, comanda finalmente la reazione del 15 maggio gli agitatori scappano da Napoli con la protezione palese dei mandanti anglo-francesi sulle navi in rada. Costabile sbarca tra Calabria Citra e Principato Citra e tante di resistere alle truppe regie ma a Campotenese i facinorosi sono battuti e dispersi. Con pochi seguaci non potendo più illudersi di abbattere il legittimo governo, i vari capetti rivoluzionari propendono per le vendette personali approfittando della situazione ancora nono totalmente normalizzata. Così anche il taverniere di sangue toscano si dirige verso Sapri con l’intento di ammazzare un suo antico antagonista locale il sacerdote don Vincenzo Peluso. fedelissimo a Sua Maestà sin dall’invasione del 1799 quand’era giovanissimo. Il prete era divenuto un devoto regio osservatore locale e controllava continuamente i faziosi del posto. Carducci vuole approfittare del momento per liberarsi definitivamente di lui tramite un criminale del luogo appositamente assoldato. Ma quando costui scopre l’identità della designata vittima, desiste essendo stato beneficato in passato proprio dal religioso.  Il Peluso viene allora a conoscenza dell’imminente arrivo di Carducci per spargere gli ultimi veleni rivoluzionari proprio nei pressi della sua abitazione ad Acquafredda vicino Maratea. Lì si apposta con dei leali sudditi e, nella penombra della sera, i due gruppi si intravedono. Carducci spera che siano i delinquenti locali buoni per continuare la sedizione dopo l’avvenuta uccisione di don Vincenzo e grida <<CHI VIVA?>>  Per averne conferma.  Ma non risuona né <<VIVA LA REPUBBLICA>> né <<VIVA L’ITALIA>>, come  sognava ma un forte <<VIVA RE FERDINANDO!>> che gli raggela il sangue nelle vene.  Scoppia la sparatoria in cui è immediatamente ferito al braccio proprio Costabile che ha un’emorragia capace di indurre alla resa i suoi compari.  Noncurante dei problemi personali il Peluso porta il colpito a casa sua bloccando la perdita ematica che lo stava facendo perire. Dopo, com’è naturale,  lo consegna ai gendarmi per tradurlo al carcere più vicino di Lagonegro. Qui s’impone la saggezza popolare  perché i custodi intuiscono il prevedibile prosieguo della vicenda, simile a quello di vent’anni prima, con Carducci ritenuto colpevole ma graziato per l’eccessiva indulgenza dei giudici gradita al Re. Fatto è che strada facendo decidono di giustiziarlo da soli, buttando poi il corpo in un dirupo. L’arma più letale dei neogiacobini, l’informazione, tuona tempestivamente in tutta Europa accusando le autorità borboniche del ‘crimine‘ con condanne solenni da Londra, ampiamente diffuse, e smentite ufficiali, dopo la legittima reazione di Napoli, artatamente ovattate. In tal modo i ‘professorelli‘ di allora e di oggi ancora considerano Costabile Carducci un eroe, martire della tirannide del Borbone. Era invece uno squallido traditore incallito che si sarebbe sicuramente salvato dalla pena capitale se fosse stato presentato davanti a un tribunale. Avrebbe proseguito a fare il sovversivo, marciando assieme a Garibaldi una dozzina di anni più avanti e macchiandosi del sangue del suo prossimo come tutti i suoi degni compari e come invitava a fare ad un ufficiale sottoposto in una lettera (agli atti del processo della Gran Corte Speciale del Principato Citra sui moti cilentani) scritta quando comandava la Guardia Nazionale di Salerno : <<L’esorto a non risparmiare il sangue, e far danaro se vuole vedere progredita la nostra causa.>>

L’agevole stroncatura del mito fasullo di Costabile Carducci è stata però l’occasione di approfondire un personaggio antitetico come don Vincenzo Peluso, sacerdote ma ‘Brigante di Sua Maestà’ come lo consideravano i francesi invasori del 1799  e seguenti. Un uomo leale,  generoso e forte perché dotato di un fisico possente. Compì la sua più importante impresa a favore della Patria nella terza età dopo aver servito superbamente tre re: Ferdinando IV, Francesco I e poi Ferdinando II. Per sua fortuna passò al Cielo qualche anno dopo , cioè prima che soffrisse nel vedere lo scempio ‘risorgimentale‘  della sua Patria delle Due Sicilie ma in tempo per ricevere direttamente dalla mani di Re Ferdinando un regalo per i meriti ampiamente acquisiti di fedeltà e abnegazione. Una piccola flotta militare si fermò presso Acquafredda e il sovrano gli fece visita donandogli un anello d’oro per eterna riconoscenza. In occasione del convegno abbiamo avuto la gioia di conoscere un discendente di don Vincenzo che ci ha mostrato con orgoglio l’anello gelosamente custodito per oltre un secolo e mezzo. La nostra patria risorge con le verità storiche che spingono quelli che stanno nell’ombra a palesare sentimenti ed oggetti che si credevano per sempre perduti …

Vincenzo Gulì

fonte http://www.parlamentoduesicilie.eu/wordpress/?page_id=8531

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L’importanza degli ingegneri (e quindi delle opere pubbliche) nel Regno delle Due Sicilie

Posted by on Ott 17, 2019

L’importanza degli ingegneri (e quindi delle opere pubbliche) nel Regno delle Due Sicilie

Schegge di storia 20/ L’importanza degli ingegneri (e quindi delle opere pubbliche) nel Regno delle Due Sicilie – I Nuovi Vespri Per ridurre un popolo in schiavitù – che poi è quello che ha fatto e continua a fare l’Italia con il Sud – bisogna in primo luogo cancellare la memoria. Noi invece stiamo provando a ricostruire la memoria del Sud Italia e della Sicilia prima della disgraziata quanto ‘presunta’ unificazione italiana. Oggi proveremo a illustrare quanto fossero importanti le opere pubbliche durante gli anni del regno delle Due Sicilie. E quanto fosse importante non sprecare il denaro pubblico!  

Schegge di storia 20/ L’importanza degli ingegneri (e quindi delle opere pubbliche) nel Regno delle Due Sicilie – I Nuovi Vespri

di Giovanni Maduli
vice presidente del Parlamento delle Due Sicilie-Parlamento del Sud® (Associazione culturale), e componente della Confederazione Siculo-Napolitana

Nelle prime dieci puntate di questa rubrica abbiamo appurato, seppure in maniera estremamente concisa e certamente insufficiente, alcune innegabili verità relative alle violenze, alle torture, agli stupri, alle illegalità attraverso le quali furono aggredite e annesse la Sicilia ed il Sud. Verità che, come abbiamo scritto in precedenza, non possono andare soggette ad “interpretazioni” di sorta. Verità che testimoniano inequivocabilmente cosa veramente fu quello che ancora, con un falso e subdolo eufemismo, viene indicato come “risorgimento”.

Nelle successive sei abbiamo visto “chi” volle, quando e perché, mettere fine ad un Regno che, contrariamente a quanto ci si è voluto far credere, con le sue equilibrate politiche sociali ed economiche caratterizzate da uno spiccato senso di solidarietà, rappresentava certamente un ostacolo all’affermarsi di quella borghesia di stampo capitalistico che, attraverso quelle atroci violenze, si impadronì del potere politico ed economico mortificando mortalmente le naturali e legittime aspirazioni del suo popolo.

Schegge di storia 20/ L’importanza degli ingegneri (e quindi delle opere pubbliche) nel Regno delle Due Sicilie – I Nuovi Vespri

Dalla diciassettesima puntata stiamo infine verificando “cosa” sia stato in realtà quel Regno tanto vituperato dai mass media del tempo e fino a poco tempo addietro. E, come già annunciato, lo faremo anche attraverso il contributo di insigni studiosi e storici che certamente non possono essere accusati di essere simpatizzanti o sostenitori dei Borbone.

In questa puntata vedremo, solo in parte, i ruoli di rilievo riservati ai Siciliani all’interno delle forze armate; esamineremo nei dettagli il Decreto 10 agosto 1824 con il quale veniva istituita in Sicilia la Soprintendenza Generale delle Strade e dei Ponti, nonché il rigido percorso scolastico che i giovani allievi, fra i quali Giuseppe Damiani Almeyda e Carlo Giachery, dovevano seguire per potere aspirare ad un ruolo al suo interno; vedremo i compiti e le mansioni dell’Istituto di Incoraggiamento, attraverso il quale si favoriva la nascita di attività bancarie ed imprenditoriali nonché la diffusione dell’istruzione popolare ma, soprattutto, scopi di elevazione morale e civile dei cittadini.

Schegge di storia 20/ L’importanza degli ingegneri (e quindi delle opere pubbliche) nel Regno delle Due Sicilie – I Nuovi Vespri Anche il Rebuttone e il Villafranca (siciliani, n.d.r.), come ufficiali superiori dell’esercito reale, divennero componenti del personale politico e amministrativo delle Due Sicilie. Nel corso di lunghi anni, le forze di terra e di mare del Regno meridionale furono al diretto comando di ufficiali siciliani, e gli impieghi nell’esercito divennero ambita prospettiva dei giovani figli dell’aristocrazia isolana. Quando, nel 1754, il Re chiese la concessione di un donativo di 80 mila scudi annui per 9 anni consecutivi, cioè una somma che parve enorme di 720 mila scudi, per dare maggiore efficienza alla organizzazione della difesa militare dello Stato, il Parlamento, pur con qualche difficoltà, si pronunciò in senso favorevole, e allo scadere del novennio prorogò nuovamente l’autorizzazione di spesa. In seguito, addirittura, furono gli stessi baroni a proporre un donativo di 120 mila scudi annui per sostituire i restanti reggimenti svizzeri con reggimenti siciliani, ma, come diremo più ampiamente nelle pagine che seguono, la monarchia non accolse l’offerta, volendo una forza armata propria e non essere alla mercé del baronaggio.
Francesco Renda, già Professore Emerito di Storia Moderna presso l’Università di Palermo, Storia della Sicilia, Società Editrice Storia di Napoli e della Sicilia, Vol. VI, pag. 203.

Il Real Decreto 10 agosto 1824
Istituzione in Sicilia della Soprintendenza Generale delle Strade e dei Ponti

A causa di questa condizione di svantaggio rispetto a Napoli, con il Regio decreto del 10 agosto 1824, regnante Ferdinando I^, nell’Isola venne istituita la Soprintendenza Generale delle Strade e dei Ponti per la costruzione e la manutenzione delle strade regie.

Nel decreto veniva annunciato “che la costruzione delle strade rotabili in Sicilia sarebbe stata di sommo utile al commercio interno ed esterno e di maggior comodo e sicurezza ai viandanti, (…) e rimossi gli ostacoli che ne avevano ritardato lo adempimento”, e si considerava necessario “creare ed organizzare nei domini oltre il Faro, un corpo separato da qualunque altro dell’Ordine Amministrativo”, diretto dal luogotenente generale, che si occupasse esclusivamente della gestione di questo ente, garantendo il corretto “maneggio dei fondi” e il compimento dei lavori necessari, con delle leggi efficaci a “respingere tutto ciò che possa ritardare o indebolire l’energia delle operazioni”.


Nel decreto si stabiliva, inoltre, che un soprintendente generale avrebbe presieduto alle opere assumendone la direzione, coadiuvato da un ispettore. Entrambe queste figure sarebbero state nominate dal Ministero per gli Affari Interni, su proposta del luogotenente generale. Gli altri impiegati dell’amministrazione erano eletti direttamente dal luogotenente su proposta dell’ispettore. Al fine di controllare e assicurare il buon andamento dei lavori, si dispose la creazione di deputazioni locali presso i vari Comuni dell’Isola.

Per la redazione dei progetti si prescriveva che gli incarichi fossero affidati a uno dei quattro architetti preposti (due di prima e due di seconda classe), sotto la guida di un ingegnere capo. Una volta approntati, i progetti sarebbero stati sottoposti al vaglio dell’ingegnere capo e poi nuovamente al sovrintendente, che ne avrebbe discusso con l’ispettore per eventuali correzioni o modifiche. Infine, dopo una nuova valutazione da parte dell’ingegnere in capo o del collegio degli architetti dell’amministrazione (o di altri di sua fiducia), sarebbero passati all’approvazione del luogotenente generale.

Questo articolato e un po’ farraginoso sistema di controllo, che derivava dall’impostazione napoletana, era stato appositamente strutturato per rispondere – almeno in line teorica – all’opportunità che all’interno del Corpo vi fossero “continui scambi di conoscenze e aggiornamenti scientifici”. Con lo steso intento era stato stabilito “che ogni progetto corredato di una memoria giustificativa delle scelte teoriche e tecniche” fosse inviato a tutti gli ispettori per le opportune osservazioni, al fine di evitare, come era successo in passato, che il governo borbonico profondesse enormi capitali per la realizzazione di pessime opere, affidate a singoli ingegneri spesso fra loro concorrenti.

Nel decreto si prescriveva infine che le opere da realizzarsi nel Val di Palermo fossero appaltate dal soprintendente, mentre quelle da farsi nelle altre circoscrizioni solane dipendessero dai capoluoghi dei valli o dei distretti, e gli appalti seguissero le regole più convenienti per la concorrenza delle imprese locali. Nel caso in cui non si fossero trovati in quei luoghi appaltatori “abili ed utili”, si sarebbe proceduto ad affidare le opere a imprese di area palermitana.

Al fine di uniformare gli apparati istituzionali e offrire, in qualche modo, medesime opportunità formative ai professionisti isolani, con il decreto del 1839 si stabiliva che tutti i sudditi del Regno fossero indistintamente ammessi a studiare presso la Scuola di Applicazione di Napoli e che, verificandosi vacanze di cariche di ingegnere, potessero concorrere alla loro assegnazione.

Alla scuola si accedeva infatti solo per concorso e la selezione era molto rigida, al fine di individuare, con criteri di merito, gli allievi migliori. In tal modo si voleva porre fine ai clientelismi del sistema precedente.
I posti a disposizione erano undici, cinque dei quali riservati ad allievi provenienti dalla Sicilia. Per superare il concorso erano richieste specifiche di matematica, statica, lingue (almeno tre: italiano, latino e francese) e abilità nel disegno.

Solo i primi sei migliori diplomati venivano direttamente assunti nel Corpo di Ponti e Strade, dapprima come “ingegneri allievi”, poi attraverso vari gradi (ingegnere di I^ e II^ classe), avviati verso una carriera sicura e prestigiosa.

In questo modo spariva la figura dell’ingegnere militare, di estrazione per lo più aristocratica e per questo spesso incline a favorire interessi privati, a discapito della qualità e del pubblico beneficio delle opere. Al suo posto nasceva l’ingegnere di Stato, un tecnico-burocrate, generalmente altoborghese che, in quanto stipendiato, era meno vincolato ai sistemi di potere.

Dopo il decreto del 1839 alcuni giovani siciliani iniziarono a studiare a Napoli e, come da regolamento, una volta licenziati, ritornarono nelle provincie di origine. Personaggi come Giuseppe Damiani Almeyda e Carlo Giachery, siciliani di adozione, appartennero al Corpo di Ponti e Strade.

La nuova formazione prevedeva infatti una solida teorica, acquisita attraverso i libri e una nuova attenzione alla pratica, da esercitare anche mediante viaggi in paesi europei dove si potevano studiare le realizzazioni d’avanguardia.

La struttura didattica si basava sul modello della celebre Ecole des ponts et chaussees istituita a Parigi nel 1747 per preparare i tecnici del Corp des ponts et chausees formato nel 1716.

Dal momento che a Napoli non esisteva un corso di studi politecnico, propedeutico a quello di applicazione (come invece accadeva a Parigi), ad accedere alla scuola erano essenzialmente gli architetti che avevano poca dimestichezza con le opere idrauliche i ponti e le strade. L’obiettivo che si prefiggeva era pertanto quello di formare una nuova classe di ingegneri civili, attraverso lo studio di materie come il calcolo analitico, la geometria, la stereotomia, la topografia, la chimica e la fisica e un apprendistato da effettuarsi affiancando un ingegnere più anziano nel lavoro sul campo.

Questi tecnici, considerati i nuovi depositari del sapere scientifico che, ancor più degli architetti, dovevano possedere specifiche conoscenze tecnologiche e costruttive, era richiesto un alto grado di preparazione e aggiornamento sulle tecniche, i materiali, i macchinari di recente invenzione, divulgati attraverso trattati e annuali.

Lo studio avveniva attraverso una serie di riferimenti consolidati e di nuove pubblicazioni. Accanto alle riedizioni dei trattati classici cinque-seicenteschi da Vitruvio a Serlio, da Viglola a Palladio, i testi a disposizione dei giovani allievi ingnegeri erano soprattutto i manuali di architettura redatti per gli alunni dell’Ecole Polytechnique da Jean – Nicolas – Louis Durnd (Prècis des lecons d’architecture, Paris 1802 – 05) e Jean Baptiste Rondelet (Traitè teorique et pratique de l’art de batir, Paris 1802 – 1807), quest’ultimo tradotto in lingua italiana nel 1839. Testi fondamentali erano anche quelli di Gaspard Monge sulla geometria descrittiva e di Bernard Forest de Belidor sulla scienza delle costruzioni, discipline queste che avevano consentito la formulazione di un linguaggio universale comprensibile a tutti gli ingegneri.

Dovendosi occupare insieme alla progettazione di alcune architetture civili, come le carceri, anche di fortificazioni, ponti e canali, ai futuri ingegneri venivano forniti anche testi di architettura idraulica.


Cospicua era la produzione manualistica riguardo ai ponti, divenuti il manifesto del progresso tecnico, oggetto di sperimentazioni incalzanti, di soluzioni sempre più avanzate e di sfide, prime fra tutte la “grande luce” e la leggerezza. Un testo di riferimento fondamentale era il Traitè de la construction des ponts di Emiland Claude Marie Gauthey (Paris 1809), che da un lato classificava, con l’ausilio di tavole illustrative, le possibili varianti ad arcate in pietra e in legno, dall’altro promuoveva i ponti in ferro rintracciandone le origini in opere italiane del XVI secolo.

Così come il testo di Gauthey, numerosi altri trattati, scritti per presentare tecniche e materiali “moderni”, continuavano a mantenere ampie sezioni dedicate alle tecniche tradizionali. La dualità tra la codificazione dei saperi antichi da una parte e l’opzione per nuova tecnologie dall’altra, sarà una costante di tutto il XIX secolo.

Strumenti per il costante aggiornamento degli ingegneri, oltre ai trattati e ai manuali, erano le riviste di settore, fra cui spiccavano le francesi “Revue Generale de l’Architecture et des travaux pubblics” e “Annales des Ponts e Chaussees” nonché “The Civil Enginer and Architect’s Journal”, pubblicato in Inghilterra. A questi esempi si ispiravano il “Politecnico, repertorio mensile di studi applicati alla prosperità e coltura sociale” e il “Giornale dell’ingegnere, Architetto e Agronomo” fondati in Italia rispettivamente nel 1839 e nel 1853. Periodici ricchi di notizie erano anche gli “Annali delle Opere Pubbliche e dell’Architettura”, pubblicati per circa un decennio a partire dagli anni Cinquanta dell’Ottocento, con una raccolta delle più importanti memorie ricavate dalle opere tecniche straniere e con articoli originali riguardanti l’arte delle costruzioni, curata da alcuni ingegneri del Corpo di Ponti e Strade.
Questa breve sintesi ci mostra come, attraverso un iter di studi complesso, basato sull’apprendimento dei testi teorici d’Oltralpe, i viaggi di ricognizione per conoscere quanto e come si costruisse all’estero, nonché le applicazioni sperimentali sul campo al seguito dei colleghi più anziani, anche la nuova classe professionale siciliana avesse potuto acquisire, dopo il Regio decreto del 1839, un bagaglio di conoscenze e competenze specifiche per affrontare la difficile impresa dell’infrastrutturazione della Sicilia.

Nella lunga relazione del luogotenente al ministro per gli Affari di Sicilia si faceva riferimento anche alle perplessità avanzate dall’ispettore Madden, il quale, ritenendo che nel paese non si trovassero opifici abili alla confezione delle parti metalliche di questo sistema di travate e poiché il Governo scoraggiava le commissioni all’estero, dichiarava di accontentarsi delle travate di legname col metodo di Howe, di facile esecuzione (ponte sul Simeto).

In realtà, l’ingegnere Zappulla aveva ricordato che la Fonderia Oretea – la quale aveva già realizzato il cavafondo a vapore – avrebbe potuto costruire il ponte per un prezzo vicino a quello richiesto all’estero. Inoltre anche a Napoli esistevano stabilimenti in grado di fabbricare opere simili, fra cui Kupy e Fioren.

Antonella Armetta, dottore di Ricerca in “Storia dell’Architettura e Conservazione dei Beni Architettonici”, Ponti in Sicilia (XVIII – XIX secolo) fra tradizione e innovazione, Edizioni Caracol, pag. 23 – 27, 64, 71.

Nel 1840 l’Istituto d’Incoraggiamento bandì un pubblico concorso su diversi temi di carattere economico, uno dei quali riguardava i problemi del credito e le condizioni necessarie per la nascita delle Casse di risparmio. Indicare quali mezzi più propri e più spediti potrebbero adoperarsi per stabilire in Palermo ed in altre primarie città della Sicilia le Casse di Risparmio, proporre una organizzazione tale che riunisca tutti gli effetti di solidità, di facilità nei depositi, di guadagno ai depositanti e principalmente che dia le più irrecusabili garanzie per l’immediata restituzione e per la fedele amministrazione.


All’associazione, “iniziativa umana per eccellenza”, si attribuivano scopi pratici, quali la diffusione dell’istruzione popolare, la creazione di determinate industrie, il dissodamento di terre, la costruzione di strade e canali d’irrigazione, ma soprattutto scopi di elevazione morale e civile dei cittadini: “Oltre ai vantaggi immediati – diceva il Capponi – esse avrebbero quello essenziale per gli italiani di non farli riguardare più come individui isolati in mezzo alla società, ma li richiamerebbero a poco a poco ad occuparsi ciascuno degli interessi sociali”.
Alfredo Li VecchiEconomia e politica nella Sicilia Borbonica, Sigma Edizioni, pag. 87, 88.

fonte https://www.inuovivespri.it/2019/08/24/schegge-di-storia-20-limportanza-degli-ingegneri-e-quindi-delle-opere-pubbliche-nel-regno-delle-due-sicilie/






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