Alta Terra di Lavoro

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Sora – Santa Messa in suffragio di Ferdinando II, Re delle Due Sicilie

Posted by on Lug 21, 2019

Sora – Santa Messa in suffragio di Ferdinando II, Re delle Due Sicilie

Il 14 luglio 2019 è stata celebrata la Santa Messa in suffragio dellanima benedetta di Ferdinando II, con il  Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, nella basilica minore di San Domenico abate a Sora.

La celebrazione in memoria​ del Re viene svolta due volte l’anno, il 16 gennaio e il 14 luglio, dai monaci cistercensi che officiano l’abbazia di San Domenico abate, a suo tempo beneficata da Ferdinando II. Al rito erano presenti numerosi Cavalieri, Dame e Postulanti del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio della Real Commissione per l’Italia​, Delegazione della Tuscia e Sabina. Il​ delegato, Nob. Avv. Roberto Saccarello, Cavaliere Gr. Cr. di Jure Sanguinis con Placca d’Oro, assente per evento concomitante, ha espresso il suo compiacimento per la commemorazione. La Liturgia Eucaristica è stata presieduta dal Cappellano di Merito, padre Pierdomenico Volpi, monaco cistercense dell’Abbazia di Casamari e concelebrata dal priore del Monastero di San Domenico Abate, padre Sante Bianchi. Durante l’omelia padre Volpi ha rimarcato la motivazione della presenza dell’Ordine Costantiniano a questa celebrazione, con le seguenti parole: “Cari fedeli di San Domenico, oggi si tiene la Messa di suffragio del Re Ferdinando II. La celebrazione viene svolta due volte l’anno; questo perché Ferdinando II si è reso altamente benemerito​ verso questo monastero restituendolo ai monaci cistercensi di Casamari nel 1831, consentendo così la ripresa della vita religiosa. Per questa occasione vedete presenti​ i Cavalieri, le​ Dame​ e i​ Postulanti del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio​ perché il Gran Maestro di questo Ordine Cavalleresco – Religioso è un diretto discendente di Ferdinando II. L’Ordine di cui mi onoro di essere​ Cappellano ha lo scopo di praticare e di diffondere la fede cattolica in ossequio​ al suo tradizionale simbolo, la Croce greca, al centro della quale vi sono le iniziali greche del nome di Cristo e nel braccio orizzontale le lettere greche alfa e omega (A – Ω) a significare che Cristo è l’inizio e il fine di tutte le cose. Alle quattro punte sono poste le lettere I H S V che sono le iniziali latine In Hoc Signo Vinces (Con questo segno vincerai), parole che avrebbe udito e visto miracolosamente l’Imperatore Costantino prima di affrontare Massenzio in battaglia. L’Ordine, quindi, invita ogni​ Cavaliere a fare del Redentore il centro della propria vita, nella certezza​ che rivestito della corazza di Cristo e sotto il segno​ della Croce esso​ possa sconfiggere il male. Inoltre l’Ordine persegue​ scopi caritativi, assistenziali e culturali. La Sacra Milizia non ha nessuna coloritura politica né rivendica alcun trono; come dicevo, noi siamo presenti solo per pregare per l’anima di Re Ferdinando, avo del nostro Gran Maestro Don Pedro di Borbone Due Sicilie y Orleans”, e per ribadire i nostri principi istituzionali. Dopo la comunione, la celebrazione ha avuto un momento toccante, allorché due Postulanti hanno eseguito con organo e tromba l’inno composto dal Maestro Giovanni Paisiello per il Re Ferdinando II. Al termine dell’esecuzione una Dama dell’Ordine ha letto la Preghiera del Cavaliere Costantiniano, scritta dal Cardinal Antonio Innocenti, Gran Priore dell’Ordine. Infine, il padre priore di San Domenico ha dato appuntamento per il​ 21 ottobre, quando si terrà un importante convegno sulla figura di re Ferdinando II e sul suo speciale rapporto con il monastero di San Domenico.

segnalato da Domenico Tagliente

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Quando i Borbone vietavano con un Decreto l’uso di veleni in agricoltura – 1837

Posted by on Lug 19, 2019

Quando i Borbone vietavano con un Decreto l’uso di veleni in agricoltura  – 1837

Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie, 6 agosto 1837

Nella “Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie (del 6 agosto 1837)” vi era anche il decreto numero 4164,  che nell’agosto 1837 vietava l’uso di veleni in agricoltura nel regno delle Due Sicilie. Si legge : “Decreto con cui vien prescritto essere reati di competenza delle Commissioni militari lo spargimento di sostanze velenose, ovvero le vociferazioni che si sparga veleno, tendente a turbare la pubblica tranquillità“.

Questo decreto giunse dopo le insurrezioni del colera di un mese prima, allorchè i Borbone furono accusati dai liberali, di essere stati loro a introdurre il colera.

L’Europa del 1837 era invasa dal colera che fra aprile e giugno si diffuse anche a Napoli e in Sicilia. In quegli anni i medici non sapevano bene quale fosse l’origine e come si fosse propagata la malattia, ed erano divisi tra epidemisti e contagionisti. Fu proprio Ferdinando II che confutò le tesi contagioniste. In quei mesi a Napoli si erano verificate tensioni popolari in quanto si era diffusa la notizia che il colera fosse stato causato da un veleno portato in città e diffuso attraverso il pane. Ferdinando II incurante di quella notizia si recò a piedi nei vicoli popolani napoletani e “a stretto contatto con il suo popolo […] mangiò con essi il calunniato pane“.

L’ipotesi che il colera sarebbe stato provocato da un veleno (cvd) fu sfruttata dai liberali e dai carbonari meridionali per insorgere contro i sovrani duosiciliani e, sia con fini politici sia con fini personali, furono loro a cacciare l’ulteriore notizia che quel veleno sarebbe stato diffuso dallo stesso governo borbonico. La calunnia, che avrebbe dovuto sollevare la Sicilia contro i Borboni, scatenò una serie di feroci cacce agli untori, provocando il massacro di molti innocenti. Spesso i liberali non riuscirono a controllare la furia popolare che essi stessi avevano eccitato. L’insurrezione iniziò a Palermo il 15 luglio. La paura dilagò fra la popolazione tant’è che in Siracusa ad esempio, molti siracusani vennero accusati di essere gli “avvelenatori” e furono massacrati dai loro stessi concittadini. Il 23 luglio il popolo insorse contro i borbonici, abbandonandosi ad ogni sorta di violenza.

Fu istituita una commissione di cittadini “probi e preparati” con il compito di giudicare i fatti e gli accusati; ma in essa c’erano anche i propugnatori della teoria del veleno, che erano tutti filo liberali e filo unitari. La commissione stabilì quindi, che la sostanza adoperata era il nitrato di arsenico. Ne conseguì che  si instaurò un governo provvisorio (filo liberale, filo unitario e inneggiante al tricolore italiano savoiardo), il quale proclamò lo stato d’assedio, dispose l’arresto delle autorità governative (fedeli ai Borbone), e costituì un comitato di salute pubblica.

 Nei mesi successivi  Ferdiando II riportò ordine nel suo regno e amnistiò tutti i popolani che avevano aderito alla rivolta, ma non concesse il real perdono ai capi politici e a coloro  che avevano fatto furti, saccheggi e omicidi.

fonte http://belsalento.altervista.org/quando-i-borbone-vietavano-con-un-decreto-luso-di-veleni-in-agricoltura-nel-1837/

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GLI ZOLFI SICILIANI E L’ORGOGLIO DI FERDINANDO II

Posted by on Lug 15, 2019

GLI ZOLFI SICILIANI E L’ORGOGLIO DI FERDINANDO II

L’odio inglese per le Due Sicilie, che si manifestò in tutta la sua virulenza nel 1860 col sostegno armato agli invasori piemontesi e garibaldini (anch’essi piemontesi), aveva una radice molto antica, era cominciato nel 1836 con la questione degli zolfi, una questione di altissimi interessi che aprí una crisi profondissima, duratura e insanabile tra Napoli e Londra, nonostante anche i successivi accomodamenti diplomatici, e rischiò di portare allo scontro bellico i due Stati.

La vicenda è raccontata egregiamente da Alianiello nel suo libro «La conquista del Sud». Riproponiamo quella pagina perché emblematica dell’amore di Ferdinando II per la Patria Due Sicilie:

«La questione degli zolfi, per chi non la conoscesse, è presto detta.
Fin dal 1816 vigeva tra Londra e Napoli un trattato di commercio, dove l’una nazione accordava all’altra la formula della «nazione piú favorita». 
Subito ne approfittarono i mercanti inglesi per accaparrarsi l’intera, o quasi, produzione degli zolfi, allora fiorente in Sicilia.

Compravano per poco e rivendevano a prezzi altissimi. Di questo traffico poco o nulla si avvantaggiava il Reame e meno ancora i minatori e i lavoranti dello zolfo.

Ferdinando II volle reagire a questo sfruttamento, tanto piú che, avendo sollevato la popolazione dalla tassa sul macinato, aveva bisogno di ristorare le casse dello Stato in altro modo. Fece perciò un passo forse audace: diede in concessione il commercio degli zolfi a una società francese che lo avrebbe pagato almeno il doppio di quanto sborsavano gli inglesi. Inde irae.

Palmerston nel 1836 mandò la flotta nel golfo di Napoli, minacciando bombardamenti, sbarchi e peggio.

Ferdinando II non si smarrí, e ordinò a sua volta lo stato d’allarme nei forti della costa e tenne pronto l’esercito nei luoghi di sbarco. Pareva dovesse scoppiare la scintilla da un momento all’altro. Ci si mise fortunatamente di mezzo Luigi Filippo e la Francia prese su di sé la mediazione.

Il risultato fu che lo Stato Napolitano dovette annullare il contratto con la società francese e pagare gli inglesi per quel che dicevano d’aver perduto e i francesi per il guadagno mancato. È il destino delle pentole di terracotta costrette a viaggiare tra vasi di ferro. Chi ci rimise fu il povero Regno Napoletano; ma l’Inghilterra se la legò al dito come oltraggio supremo.»

Vediamo in merito il pensiero di Ferdinando II manifestato ai suoi ministri:

«Oggi trattasi di decidere la questione se si deve o no cedere alle pretenzioni e alle minacce che ci dirigono; si tratta di una questione d’onore e di dignità. Io per me sono pronto a respingere le une come le altre. Vi fu un tempo in cui Napoli fece tremare l’Europa. Non dico che possa farla tremare oggi; ma non per questo dobbiamo noi tremare … Vi sono taluni che ci consiglierebbero di cedere; ma sanno che cosa guadagneremmo noi con ciò, oltre la perdita della dignità e la macchia dell’onore? Bisognerebbe assoggettarsi alle instancabili richieste dell’Inghilterra; e cedendo oggi, dovremmo cedere nel futuro ad altri … State tranquilli e non temete nulla. La fermezza è il partito che ci conviene contro ingiuste pretenzioni.»

Commento di Nino Cortese, storico (nell’articolo «Ferdinando II»):

«Se – Ferdinando II – alla fine dovette piegarsi alla volontà del governo britannico, la sua resistenza valse a far apparire la pressione inglese come una vera e propria prepotenza».

Pagina tratta da:Nazione Napoletana – Due Sicilie

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Il Passaporto degli stranieri nel Regno di Ferdinando II

Posted by on Giu 23, 2019

Il Passaporto degli stranieri nel Regno di Ferdinando II

Un tempo, per i forestieri, anche per recarsi nella capitale NAPOLI era necessario il passaporto, allora chiamato “carta di passaggio”. Questo che pubblico è quello di un immigrato di provenienza Belga, tal Giovanni Giuseppe HOFMAN, firmato dal sindaco di Sarno nella funzione di Intendente della provincia di Principato Citeriore: avv. DOMENICO ORIGO e dal Regio Giudice, datato 24 gennaio 1840. Un tecnico macchinista addetto alla fondazione della fabbrica di filati della SOCIETA’ INDUSTRIALE PARTENOPEA di Sarno, secondo il programma di industrializzazione e sviluppo del regno di re FERDINANDO II di Borbone. Oggi quella gloriosa fabbrica sapientemente restaurata dalla impresa edile RAINONE viene erroneamente nominata (Raffaele) D’ANDREA, che ne fu soltanto un direttore tecnico e che la rilevò dal dissesto dopo l’unità d’Italia e la rilanciò più forte di prima !

segnalato da Carmine Di Domenico

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FERDINANDO II L’INTREPIDO RE DELLE DUE SICILIE

Posted by on Giu 13, 2019

FERDINANDO II L’INTREPIDO RE DELLE DUE SICILIE

MEMORIE PER LA STORIA DE’ NOSTRI TEMPI DAL CONGRESSO,,,. – 7° Quaderno – Pag. 36
(Dall’Armonia, n. 74, del 1° aprile 1857).

Fa da re, ed è re davvero». Vita del Re di Napoli scritta da Mariano d’Ayala:Torino 1858, p. 16.

Egli pare che la questione napoletana ornai volga al suo termine. Già l’Inghilterra pensa a riappiccare le sue relazioni diplomatiche col governo delle Due Sicilie, e già sotto voce si vanno ripetendo a Parigi i nomi di quei personaggi che si recheranno a rappresentare la Francia alla Corte di Re Ferdinando II.

Questo gran Re, che il 15 di maggio del 1848 schiacciava la rivoluzione, nel 1857 ha sconfitto la diplomazia, a nostro avviso egli merita dai contemporanei e dai posteri l’aggiunto L’INTREPIDO, e noi quind’innanzi accompagneremo sempre il suo nome con questo titolo.

L’intrepidezza è carattere ammirabile di Re Ferdinando. Mazzini, che è tristo, tristissimo, ma pure ha buona vista nel discernere le virtù o le magagne de’ Principi, mandava nell’ottobre del 1846 una sua nota ai cooperatori della Giovane Italia, per mezzo di due emissarii, che partiti da Losanna passavano per Ciamberì, e nel novembre erano in Torino.

Mazzini diceva agli Amici d’ Italia come s’avessero a vincere alcune difficoltà, e quali fossero i mezzi per compiere la rivoluzione. Paratamente indicava come si potessero imbrogliare i Principi, i Grandi, il Clero, il Popolo, tutti.

E quanto a’ Principi dicea che bisognava corbellare il Re di Piemonte coll’idea della Corona d’Italia; il Granduca di Toscana coll’inclinazione ed imitazione; non mettersi in gran pena della parte della penisola occupata dagli Austriaci; i piccoli Principi avrebbero da pensare ad altro che a riforme.

Giunto al Re di Napoli Mazzini avvertiva i suoi amici che bisognava prenderlo per la forza. Mazzini avea da buona pezza riconosciuto l’anima intrepida del Re delle Due Sicilie.

Amici e nemici gli rendono questa lode, d’avere sortito una mente che facilmente capisce, e una volontà che fermamente vuole. Il professore Orioli, nell’ultima tornata generale del Congresso degli scienziati, che celebrassi in Napoli nel 1845, chiamava Ferdinando li benigno Giove tuonante, tre parole che sono un gran panegirico, ed indicano, la bontà del cuore, la superiorità del grado, la risolutezza del volere.

Un napoletano rifuggito in Torino, il sig. Mariano d’Ayala, dettò testé la vita del Re di Napoli; ma in quella che divisava di condannarlo alle gemonie, dalla forza della verità fu condotto a dirne i più sperticati encomii.

Ecco come ne delineò il ritratto:
«Credo che non si lasciò apertamente menare a voglia di nessuno, sia Imperatore d’Austria, sia Regina d’Inghilterra, Re in antico ed anche Imperatore moderno de’ Francesi. Fa da re, ed è re davvero».

Queste sue grandi ed ahi! troppo rare qualità vennero apprezzate dagli uomini intelligenti. Cobden nel 1840 rimase stordito alle savie risposte di Re Ferdinando sul libero scambio; l’arciduca Carlo andato in Napoli nel 1840, se ne parli innamorato del Re, il quale lasciò poi le più belle impressioni nell’anima dell’Imperatore Nicolò quando nel 1847 lo accolse in casa sua al ritorno di Sicilia, ov’era stata a risanarsi l’Imperatrice, che ora per le medesime infermità vive in Nizza.

Giovinotto a quindici anni, Ferdinando II comandava supremamente l’esercito per sollazzo e per ammaestramento; volea imparare sul terreno, sdegnandosi, dice il d’Ayala,
«coi vecchi officiali che non avevano più veduto il campo delle evoluzioni da anni ed anni»

L’8 di novembre del 1830, quando prese il regno, disse a’ suoi sudditi:
«Siamo persuasi che Iddio nell’investirci della sua autorità non intende che resti inutile nelle nostre mani, siccome neppur vuole che ne abusiamo. Vuole, che il nostro regno sia un regno di giustizia, di vigilanza e di saggezza, e che adempiamo verso i nostri sudditi alle cure paterne della sua Previdenza».

Così deliberò di fare, e così fece.

Egli lottò coraggioso contro le rivoluzioni. In ventisei anni di regno no soffocò sette; una nel settembre del 1831 scoppiata in Palermo; un’altra scopertasi in Napoli nel 1833; la terza negli Abruzzi nel 1837, pretesto il colera; la quarta 18 di settembre nel 1841 in Aquila; la quinta due anni dopo in Cosenza; la sesta nel 1847;
e la settima è la famosa congiura del 15 di maggio. Altrettante rivoluzioni videro Francia e Spagna, ma non riuscirono a soffocarne veruna.
E come tenne testa alle fellonie dei rivoltosi, così ai prepoteri dei diplomatici.

Con un atto solenne del 18 di maggio 1833 protestava altamente contro la prammatica sanzione spagnuola del 29 di maggio 1830, e contro qualunque atto che potesse alterare od indebolire quei principii che finora sono stati le basi del potere e della gloria di Casa Borbone.

Nel 1840 scongiurava l’ira britanna, annullando il contratto della Compagnia Taix Aycard, e rispondeva:

«Il trattato del 1816 non è stato violato dal contralto dei zolfi; in luogo di danni gl’Inglesi hanno ricevuto benefizii; io ho dunque per me Dio e la giustizia; sicché fido più nella forza del diritto, che nel diritto della forza».

All’annunzio felicissimo del colpo di Stato del 2 di dicembre, date anticipate istruzioni al suo ministro, Ferdinando II fu il primo Re che riconobbe Luigi Napoleone. E come ne venne ricompensato?

Un suo nemico, il sig. d’Ayala, nel 1856, poco dopo il Congresso di Parigi e l’inudito assalto dei diplomatici contro il Re di Napoli, scriveva in Torino:

«E noi siamo intanto sicuri, che saprà anche con arte meravigliosa guardare impassibile le minaccie di Portsmouth e di Aiaccio». E seppe.

Ricapitoliamo. Mazzini disse nel 1846: bisogna prendere il Re di Napoli colla forza. E i mazziniani si accinsero all’impresa. I processi dell’Unità italiana, del 15 di maggio, dei pugnalatori, del 5 di settembre, del 29 di gennaio, dei volontarii in Lombardia, ne racchiudono i documenti.

Ma Ferdinando II sostenne intrepidamente l’assalto rivoluzionario, e vinse.

Dopo la demagogia venne la diplomazia, e tentò di prendere colla forza il Sovrano delle Due Sicilie. Egli adeguò la calunnia; respinse l’usurpazione; fu coraggioso senza temerità; fa prudente senza debolezza; e riscosse perfino i più begli elogi nel Parlamento inglese.

Mentre i rivoluzionarii in Torino distribuiscono le medaglie di Milano e di Bentivegna coniate a Ginevra, i buoni onorino il pio e forte Sovrano, salutandolo col titolo di Ferdinando II l”INTREPIDO.

Ferdinando Carlo Maria di Borbone
Re del Regno delle Due Sicilie
dall’8 novembre 1830 al 22 maggio 1859

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Convegno. Un ricordo di Ferdinando Secondo, re delle Due Sicilie

Posted by on Mag 28, 2019

Convegno. Un ricordo di Ferdinando Secondo, re delle Due Sicilie

Intorno alle iniziative del governo sull’autonomia si è sviluppato un dibattito che si nutre però di molte omissioni e di non poche strumentalità. Nel Sud Italia si respira una atmosfera che legge il discorso dell’autonomia come un segno antimeridionalista. Questo, si dice, si riscontra anche nella assenza di informazione su quello che, qualunque sia il giudizio che si voglia dare, si realizza nel Sud del Paese da un punto di vista storico, politico, culturale, strategico. Riporta il Servizio studi della Camera dei Deputati:

“Il tema del riconoscimento di maggiori forme di autonomia alle Regioni a statuto ordinario, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, si è imposto al centro del dibattito a seguito delle iniziative intraprese da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna nel 2017. Dopo aver sottoscritto tre accordi preliminari con il Governo a febbraio 2018, su richiesta delle tre regioni, il negoziato è proseguito ampliando il quadro delle materie da trasferire rispetto a quello originariamente previsto. Nella seduta del 14 febbraio 2019, il Ministro per gli Affari regionali ha illustrato in Consiglio dei ministri i contenuti delle intese da sottoporre alla firma. Nel frattempo altre regioni hanno intrapreso il percorso per la richiesta di condizioni particolari di autonomia”.

Quello che segue è la cronaca di un appuntamento che il Movimento Sud e Civiltà ha tenuto a Napoli il 25 maggio scorso. Un ricordo di Ferdinando Secondo, Re delle Due Sicilia dal 1830 al 1859, nel quale sono emerse posizioni che, al di la delle condivisioni o meno (per molti di coloro che si oppongono la storia andava da una parte e i Borboni dall’altra…ndr), meritano di essere descritte. E questo in assenza di informazioni dalla stampa e dalla televisione nazionale pubblica e privata.

Sud e Civiltà. Un ricordo di Ferdinando Secondo, re delle Due Sicilie

A Napoli c’è stato un convegno “diverso”. Stranamente diverso. Incominciando dall’inizio: una Santa Messa nella Chiesa di Santa Chiara. Nel luogo che testimonia, con i monumenti angioini, la nascita, nel Duecento, di Napoli Capitale di un Regno e, con la cappella dedicata ai Borbone, la fine di questo Regno sei secoli dopo. È stato sabato scorso, nella sonnacchiosa, piovosa vigilia delle elezioni europee. Tanta gente era accorsa, nonostante il maltempo.

C’era dell’entusiasmo e la sensazione che stava accadendo qualcosa di nuovo, quando ci si è spostati nella maestosa Sala Maria Cristina, nella cittadella monastica di Santa Chiara. C’erano già stati tanti convegni tradizionalisti a Napoli, a Gaeta, a Civitella, nelle Calabrie, in Sicilia, dappertutto nelle terre dell’antico Regno (anche nel Basso Lazio, che ne faceva parte, come testimonia l’indefessa attività di Claudio Saltarelli).

Ma stavolta c’era la consapevolezza di qualcosa che non sarebbe potuto essere tenuto nascosto, cancellato dalla Stampa e dalla TV locale e nazionale. C’era la testimonianza del diffondersi di una consapevolezza che raccoglieva, in una sorta di summa, l’azione di tanti che si sono dedicati a ricordare il passato di una grande civiltà calpestata, svilita, calunniata, con la speranza di farla risorgere.

Dall’azione precorritrice di Silvio Vitale negli anni Sessanta, alla costituzione, nel Novantatrè, con Riccardo Pazzaglia, in una riunione in un ristorante sotto Castel dell’Ovo, del Movimento Neoborbonico. Tanti, da allora, quelli che si sono dedicati allo studio sulle carte degli archivi finalmente aperti, tanti i libri nuovi e la ristampa di quelli che riportano il diario dei giorni della fine. Merito anche del coraggio di Case Editrici, come, tra le altre, “Controcorrente” (a Napoli, in via Carlo De Cesare), fondata dal compianto Pietro Golia, e la napoletana “ Il Giglio” (a via Crispi 36).

I nomi delle strade annullano la storia della città. Come il corso Vittorio Emanuele II, (ma primo Re d’Italia), una strada rispettosa della natura, che segue le linee morbide delle colline. Si chiamava corso Maria Teresa, dal nome della Regina, ed era stata costruita per volontà del Re Ferdinando II di Borbone, al quale, appunto, è dedicato questo convegno.

Un Re, si scrive nell’invito, “Difensore del popolo contro sfruttatori e usurai. Si batté per la prosperità e l’indipendenza della Patria. Calunniato per 158 anni dai nemici del Sud, i popoli delle Due Sicilie gli rendono un commosso omaggio. E promettono di riprendere con determinazione la sua battaglia per la grandezza e la dignità del Sud”. 

Ecco, in questo convegno, più che in altri, non c’è stata solo una rievocazione storica, che si è avvalsa anche dell’intervento di valenti musicisti, l’insegnamento missionario, la manifestazione di coreografici figuranti (quali le guardie borboniche di Marco Mauriello). C’è stata la determinazione di non sopportare più in silenzio la propaganda contro il Sud, che si attua proditoriamente anche da parte di quelle strutture che dovrebbero promuoverlo. Moderatore del Convegno è stato lo scrittore Gianni Turco, che è riuscito a mantenere i discorsi di tutti i relatori nel limite dei quindici minuti.

“Vita e opere di un grande Re” è stato l’argomento trattato dal direttore scolastico Vincenzo Giannone, che è riuscito a dare il nome del nostro Re ad una scuola. Lo scrittore Vincenzo Gulì  ha parlato de “L’età d’oro dell’industria del Sud”, il presidente onorario del movimento Sud e Civiltà Guido Belmonte del “1848: un Re nella tempesta”, lo scrittore Maurizio di Giovine de “Le opere militari”, lo scrittore Gaetano Marabello de “La difesa dell’indipendenza della Patria”. Ha concluso il convegno il suo organizzatore, il presidente di Sud e Civiltà Edoardo Vitale, il magistrato illustratore, editore e direttore de “L’Alfiere”, una rivista storica cartacea ben scritta ed elegantemente  impaginata.

Vitale ha parlato di Ferdinando II come “Il difensore del popolo”. Unitevi a noi. – ha detto -. “Siamo lanciatissimi ed ora nuovi eventi, nuove avventure, nuove battaglie … vogliamo la rinascita del Sud. Unitevi a noi. Insieme apriremo un’esaltante pagina di storia”.

C’è stata anche una raccolta di firme: una petizione pubblica al Sindaco di Napoli Luigi De Magistris perché conceda la cittadinanza onoraria di Napoli all’attuale direttore della Reggia – Museo e del Real Bosco di Capodimonte (di fondazione borbonica) Sylvain Bellenger, per avere svolto il suo compito con grande competenza, intelligenza ed amore per Napoli: un napoletano esemplare.

Moltissimi hanno firmato, molti altri avrebbero voluto firmare ma la raccolta era riservata ai soli residenti napoletani. Questi altri potranno rivolgersi all’architetto Paola Pozzi, che raccoglie firme con change.org

di Adriana Dragoni

fonte http://www.agenziaradicale.com/index.php/cultura-e-spettacoli/eventi/5837-un-ricordo-di-ferdinando-secondo-re-delle-due-sicilie

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