Alta Terra di Lavoro

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Il Portale del Sud…….”.NOI BORBONICI ” di Brigantino

Posted by on Mar 24, 2019

Il Portale del Sud…….”.NOI BORBONICI ” di Brigantino

I Borbone furono meridionali. Erano come noi. Il Re ed il “lazzaro”, nell’innegabile diversità di ruolo, erano parte di un unico organismo sociale, che funzionava.
Ma lo Stato non era “borbonico”, era bensì il nostro Stato.
Eppure quando si ricordano gli avvenimenti risorgimentali, i più pensano che la guerra la persero i Borbone da soli, assumendoli a simbolo convenzionale di un’entità estranea e desueta, cui tutti i mali vanno ascritti, quale panacea delle coscienze di ieri e d’oggi.

Così, in questa narcotica trasposizione, la Nazione viene sostituita dalla stessa Monarchia, ed il Re considerato un estraneo nemico del tessuto sociale.
Questa visione è presente anche tra gli eruditi: coloro che hanno immagazzinato tantissimi dati, ma non hanno saputo sintetizzare una cultura propria, omologandosi così a quella convenzionale.

Costoro sono pronti a condannare, con severa sicumera, chi non si adatta a questa operazione di rimozione della memoria storica, bollandone il pensiero quale revisionismo “spazzatura”.

Sopravvive pertanto la visione del passato distratta e rassicurante per le italiche coscienze che il Borbone passasse le giornate assiso sul trono, in una pittoresca e tragica rincorsa verso sempre più dispotici ed estemporanei capricci.

Questa visione risulta conveniente anche alle coscienze meridionali che, identificando l’Antico Stato con la Dinastia, si affrancano dalla sconfitta e, soprattutto, dal peso di ciò che i nostri padri avrebbero dovuto esprimere, in campo politico sociale civile economico, e che invece non seppero esprimere.

Così è nata la trasposizione d’ogni responsabilità, passata presente e futura, ai Borbone, compendio di un Male talmente inamovibile, da spiegare e giustificare l’imperfezione dell’attuale Bene.
Ma la verità è che i Borbone non erano un tumore in un corpo sano.

Non erano gli oppressori stranieri da sostituire con l’Italia: essi erano Meridionali, con pregi e virtù, e se il Regno cadde, ciò fu anche dovuto alle colpe dei liberali meridionali.

L’Antico Regno era uno Stato costituito: aveva leggi, governi, ministeri, funzionari, burocrati, magistrati, militari e tutti questi erano Meridionali, che condividevano le responsabilità di Stato.

Sia ben chiaro: l’Antico Regno di Ferdinando II è stato quanto di meglio il Sud ha saputo, in completa autonomia, esprimere in campo istituzionale.
Ricordiamoci perciò che quando si dice “lo Stato borbonico, l’esercito borbonico, la burocrazia borbonica, il dispotismo borbonico, ecc”, si stanno usando simboli atti a rimuovere il ricordo del nostro passato, l’unico che ci appartiene, e per far apparire naturale esigenza storica il confluire nell’Italia dei Savoia, quelli sì stranieri.

La guerra del 1860 l’abbiamo persa noi Meridionali, con la nostra incapacità e con i nostri traditori.
I soldati di Franceschiello non erano un esercito stravagante, un po’ sfortunato, un po’ ridicolo: era il nostro esercito formato da giovani pugliesi, lucani, abruzzesi, calabresi, campani, ecc.

Tutti ugualmente traditi da pochi e dimenticati dalla Storia nelle squallide prigioni sabaude, o in un bosco di Ripacandida, in una infame e disperata guerra partigiana. I morti di quella guerra furono i nostri morti, non quelli dei Borbone.

Le conseguenze di quella sconfitta esplosero nelle nostre mani, come una bomba a orologeria che scoppia ad intervalli successivi con deflagrazioni sempre più laceranti: miseria, emigrazione, sottosviluppo, malavita, imbarbarimento sociale e civile.

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LETTERA DEL CONTE DI SIRACUSA AL NIPOTE FRANCESCO II

Posted by on Feb 13, 2019

LETTERA DEL CONTE DI SIRACUSA AL NIPOTE FRANCESCO II

Intanto lo spirito pubblico si commuoveva vieppiù; non pochi delusi nella loro aspettativa, dubitavano della lealtà del Principe; gli atti del governo erano continua prova di mal consiglio; si lavorava operosamente a vantaggio della rivoluzione, pronta ad irrompere ad un primo cenno che venisse dall’Italia del Nord: insomma si aspettava Garibaldi.

Essendo le cose a tal punto, che facilmente facevano prevedere prossimi avvenimenti, sorse la voce di un personaggio della Reale Dinastia, che si fece udire dal giovane Monarca. Era la voce dello Zio di lui, il conte di Siracusa. Questo Principe che aveva legami d’intimità ed amicizia con molti uomini del partito liberale, scrisse il 3 Aprile 1860 una lettera al Re, nella quale mentre gli additava i mezzi per salvare la Monarchia, in verità, altro non faceva che tramare contro di essa. Noi qui ne registriamo il testo.

Sire
«Il mio affetto per voi, oggi augusto capo della nostra famiglia; la più lunga esperienza degli uomini e delle cose che ne circondano; l’amore del paese, mi danno abbastanza il dritto presso V. M. nei supremi momenti in cui volgiamo, di deporre ai piedi del trono devote insinuazioni sui futuri destini politici del Reame, animato dal medesimo principio, che lega voi o Sire alla fortuna dei popoli.
Il principio della nazionalità italiana, rimasto per secoli nel campo delle idee, oggi è disceso vigorosamente in quello dell’azione. Sconoscere noi soli questo fatto, sarebbe cecità delirante, quando vediamo in Europa, altri aiutarlo potentemente, altri accettarlo, altri subirlo come suprema necessità dei tempi.
Il Piemonte per la sua giacitura e per dinastiche tradizioni, stringendo nelle mani le sorti dei popoli subalpini e facendosi iniziatore del novello principio, rigettate le antiche idee municipali, oggi usufruita di questo politico concetto e respinge le sue frontiere sino alla bassa valle del Pò. Ma questo principio nazionale ora nel suo svolgimento, com’è naturale cosa, direttamente reagisce in Europa e verso chi l’aiuta e verso chi lo accetta e chi lo subisce.
La Francia dee volere che non vada perduta l’opera sua protettrice e sarà sempre sollecita a crescere d’influenza in Italia e con ogni modo per non perdere il frutto del sangue sparso, dell’oro prodigato e della importanza conceduta al vicino Piemonte; Nizza e Savoia lo dicono apertamente. L’Inghilterra, che pure accettando lo sviluppo nazionale d’Italia, dee però controporsi all’influenza Francese, per vie diplomatiche si adopera…..In tanto conflitto di politica influenza, qual’è l’interesse vero del popolo di V. M. e quello della sua dinastia?
Sire, la Francia e l’Inghilterra per neutralizzarsi a vicenda, riuscirebbero per esercitare qui una vigorosa azione, e scuotere fortemente la quiete del paese ed i diritti del trono. L’Austria cui manca il potere di riafferrare la perduta preponderanza e che vorrebbe rendere solidale il governo di V. M. col suo, più dell’Inghilterra stessa e della Francia, tornerebbe a noi fatale; avendo a fronte l’avversità nazionale, gli eserciti di Napoleone III e del Piemonte, la indifferenza Brittannica,
Quale via dunque rimane a salvare il paese e la dinastia minacciati da cosi gravi pericoli?
Una sola. La politica nazionale, che riposando sopra i veri interessi dello stato, porta naturalmente il Reame
Anteporremo noi alla politica nazionale uno sconsigliato isolamento municipale? — L’isolamento municipale non ci espone solo alla pressione straniera, ma peggio ancora; ché abbandonando il paese alle interne discordie, lo renderà facile preda dei partiti. Allora sarà suprema legge la forza; ma l’animo di V. M. certo rifugge alla idea di contener solo col potere delle armi quelle passioni che la lealtà d’un giovane Re può moderare invece e volgere al bene, opponendo ai rancori. l’obblio: stringendo amica la destra al Re dell’altra parte d’Italia e consolidando il trono di Carlo III sopra basi, che la civile Europa, o possiede, o domanda.
Si degni la M. V. accogliere queste leali parole con alta benignità, per quanto sincero ed affettuoso è l’animo mio nel dichiararmi novellamente.
di V. M.
Napoli 3 Aprile 1860.
Affezionatissimo Zio
Leopoldo Conte Di Siracusa.

Fu giudizio di non pochi questa lettera non essere del tutto intempestiva e poter giovare ancora agl’interessi della dinastia; la quale opinione molti e i più schivi di cose liberali reputarono non essere senza fondamento, quantunque gli unitari, per le loro arti, avessero fatto sì grandi passi che difflcil cosa era di rattenerli nel loro cammino. Nondimeno sembrava che restasse ancor qualche speranza in favore della Real dinastia, se si fossero posti in opera provvidi espedienti, analoghi alla condizione dei tempi, per togliere ogni pretesto alla rivoluzione.
Ma ciò non poteva andare a sangue di chi con ipocrisia consigliava il Re in privato, mentre cospirava alla rovina del suo Signore, che avevalo arricchito e ricolmato dì favori e distinzioni d’ogni sorta.
Il linguaggio dunque del Conte di Siracusa, fu censurato ed Egli poco poi lasciava i domini del suo Augusto Zio per istanziarsi altrove.

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Due re a confronto in rosso e blu Vittorio Emanuele e Francesco II

Posted by on Gen 26, 2019

Due re a confronto in rosso e blu Vittorio Emanuele e Francesco II

Stefano San Pol

direttore del Contemporaneo di Firenze

Nel 1864 scrisse 40 conferenze dal titolo  “Quaresimale del Contemporaneo dinanzi la Corte di Torino”.

Nell’introduzione avverte:

Ho detto la verità al popolo senza salario, l’ho detta ai nemici miei più feroci senza paura,

ora la dico al Re (V. E.) senza ipocrisia.

Al popolo la dissi per compassione,

ai ribaldi la rinfacciai per oltraggio,

al Re la dico per dolce ricordanza di una antica e reciproca benevolenza……

continua testo in pdf scaricabile

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REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA (IV)

Posted by on Gen 16, 2019

REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA (IV)

I soldati, ben consapevoli del tradimento del generale Nunziante, respinsero con sdegno le parole del traditore e si prepararono alla res…istenza, disconoscendo, purtroppo, che nelle file dell’esercito serpeggiavano altri traditori pronti alla resa

A Napoli alcune navi piemontesi sbarcarono circa 3000 fanti di marina e bersaglieri disposti ad attaccare la città dalla parte del porto. Caduta Salerno, Francesco II decise di lasciare Napoli per evitare un bagno di sangue alla sua amata città. Il 6 settembre il re lasciò la capitale con oltre 40.000 uomini di fanteria, 6000 di cavalleria e 200 pezzi di artiglieria pesante: una forza più che sufficiente per battere Garibaldi che disponeva ancora di poche migliaia di volontari.

Lo scopo del re era quello di concentrare le sue forze tra Gaeta e Capua, costituendo una linea di difesa tra il Volturno e il Garigliano. Neppure immaginando che l’esercito piemontese avrebbe fatto irruzione nel Regno, senza dichiarazione di guerra e violando la neutralità dello Stato della Chiesa.

Maria Sofia avrebbe voluto cavalcare con il re alla testa delle truppe ma Francesco preferì lasciare la città in carrozza. Il re portò con sé casse colme di documenti e atti di governo, il sigillo reale e gli effetti personali trascurando tutti gli oggetti di valore: un’enorme quantità di vasellame di oro e di argento, che rimase al palazzo reale.

Francesco lasciò nel Banco di Napoli anche tutto il suo patrimonio personale: undici milioni di ducati più cinquanta milioni di franchi d’oro (l’enorme somma confiscata da Garibaldi andò a finire nelle casse di Vittorio Emanuele).

Furono confiscati anche i maggiorati dei principi reali, le doti delle principesse ed i beni dell’Ordine Costantiniano, eredità privata dei Borbone, avuta da Casa Farnese.

Furono rubati anche sessantasettemila ducati di rendita, dote ereditaria di Maria Cristina di Savoia, madre di Francesco II. Per non parlare poi delle ceramiche di Capodimonte, dei mobili, dei letti d’argento, dei tappeti, dei quadri di palazzo reale che presero la via di Torino per arredare la reggia del cugino Savoia.

La coppia reale raggiunse il porto di Gaeta sulla fregata Il messaggero; solo la nave a vela Partenope seguì i sovrani: tutte le altre navi militari rimasero alla fonda nel porto di Napoli.

Infatti i comandanti si erano venduti all’ammiraglio piemontese Persano con la promessa che sarebbero stati incorporati nella marina sarda con il loro grado ed il loro stipendio (promessa che non fu poi mantenuta).
Solo due navi spagnole si misero sulla scia del Messaggero, a bordo il fedele Bermudez de Castro, che non aveva voluto abbandonare i sovrani di Napoli in quel drammatico momento.

Sulla linea di difesa fra Capua e Gaeta il re venne raggiunto dalle truppe rimaste fedeli: i reggimenti di Von Mechel, tre divisioni di fanteria, una di cavalleria, 42 pezzi di artiglieria, in tutto 28000 uomini pronti a battersi.

Maria Sofia, che aveva indossato un’uniforme militare, si offrì di cavalcare alla testa delle truppe insieme con il marito ma Francesco preferì affidare il comando al vecchio generale Ritucci. Il primo ottobre del 1860 iniziò la battaglia del Volturno, l’unica vera battaglia di quella strana guerra.

Lo scontro fu durissimo e i garibaldini furono costretti a ripiegare. Furono travolte e messe in fuga anche le riserve di Bixio e lo stesso Garibaldi, caduto dal cavallo che era stato colpito, stava per essere ucciso o fatto prigioniero.

Il re, incurante del fuoco nemico, cavalcò in prima linea esortando i combattenti ad inseguire il nemico ed al momento opportuno lanciò all’attacco la Guardia Reale.

La Guardia Reale napoletana era abituata alle parate in città, ma non aveva alcuna esperienza di combattimento; i soldati erano poco addestrati alle manovre militari e per di più erano stati sempre male comandati da generali inetti ed incapaci.
La prima carica della Guardia fu arrestata dalla fucileria garibaldina e i granatieri reali furono costretti a ripiegare in disordine.

Il re in persona, incurante del pericolo, si gettò fra i suoi uomini incitandoli al combattimento, e fu proprio in quel momento che il tanto vituperato “Franceschiello” dimostrò tutto il suo coraggio.

Postosi al comando di due squadroni a cavallo del 2° reggimento ussari, il sovrano penetrò nelle file nemiche portando lo scompiglio fra le truppe piemontesi che presto si posero al contrattacco utilizzando le riserve di Cosenz; intervennero nella lotta migliaia di bersaglieri e granatieri sardi, mentre le riserve borboniche comandate da Colonna rimasero inattive lungo le rive del Volturno. Il piano di battaglia voluto dal re, perfetto nella sua formulazione, fallì come al solito per la insipienza e la incapacità dei generali napoletani.

Il 3 ottobre Vittorio Emanuele II, alla testa dell’esercito, attraversò lo Stato Pontificio, violando apertamente la neutralità della Chiesa, senza dichiarazione di guerra, portando le truppe sarde alle spalle dei Napoletani. Fu necessario pertanto ripiegare nella fortezza di Gaeta.

Sugli spalti di Gaeta Francesco II e Maria Sofia si guadagnarono gloria, ammirazione e rispetto. Gli storici sabaudi hanno sempre liquidato con poche parole l’assedio di Gaeta e hanno scritto di re Franceschiello e dei suoi poveri soldatini napoletani come delle marionette cui il puparo abbia spezzato il filo.

Quei soldati napoletani, invece, che avevano condotto con coraggio estremo una lunga e disastrosa campagna, dimostrarono a Gaeta come si riscatta l’onore militare di un esercito e di tutto un popolo.

*****
L’esercito piemontese disponeva di un’artiglieria moderna: nel 1850 l’ingegnere balistico Cavalli aveva avuto un intuito fondamentale: dotare di una rigatura elicoidale dapprima i fucili e poi i cannoni; la rigatura della canna consentiva ai proiettili una straordinaria accelerazione e un forte impatto di penetrazione.

A Gaeta, il generale piemontese Cialdini disponeva di tali pezzi di artiglieria mentre i cannoni napoletani sugli spalti della fortezza erano ancora di vecchio modello e con una gittata limitata; nessun cannone era rigato.

La quantità dei proiettili e delle cariche per l’artiglieria era scarsa, mancava il legname per riparare gli affusti in caso di rottura, ipotesi probabile data la vetustà dei pezzi; inoltre mancavano del tutto i sacchetti di sabbia a difesa dei pezzi più esposti sugli spalti della fortezza.

Scarseggiavano, inoltre, i generi di prima necessità, le provviste erano poche e spesso malandate; c’erano centinaia di cavalli e di muli che nel giro di pochi mesi morirono di fame per mancanza di foraggio.

I soldati dormivano sulla nuda terra poiché non c’erano brande, né materassi, né coperte da campo; non c’erano divise di ricambio e neppure biancheria, molti soldati indossavano abiti civili raccattati fra la popolazione tenendo in capo soltanto il berretto militare.

Mancavano i medicinali e le bende per curare le ferite, i pochi ufficiali medici dovevano provvedere lacerando a strisce vecchi lenzuoli e tele da tenda. La situazione a Gaeta era difficilissima, al limite delle capacità umane, eppure in queste condizioni paurose i soldati napoletani si batterono con un coraggio tale da destare il rispetto e l’ammirazione dei nemici.

L’eroina di Gaeta fu la regina Maria Sofia, una fanciulla appena diciannovenne, che a cavallo, incurante dei micidiali bombardamenti del generale Cialdini, correva in mezzo al fumo dei cannoni per arrecare incitamento e portare entusiasmo fra gli artiglieri delle batterie. La giovane regina visitava tutte le batterie di fronte di terra e quella di mare dell’Annunziata.

Un giorno, proprio in quest’ultima batteria, comandata dal 1° tenente Raffaele Mormile, un proiettile nemico scoppiò a poca distanza dalla regina, che si salvò per la presenza di spirito dell’ufficiale che di un balzo l’afferrò per la vita riparandola nella casamatta, mentre lo scoppio distrusse un pezzo del bastione coprendo la sovrana di calcinacci.

Assolutamente non turbata e sorridente, Maria Sofia si limitò a criticare la scarsa precisione dell’artiglieria nemica.

Giorno e notte la regina visitava i feriti che giacevano nell’ospedale centrale di Torrion, portando loro del cibo che ella sottraeva alla sua mensa e che divideva personalmente ai soldati.

Confusa fra gli infermieri e le suore di carità, apprestava le prime cure ai soldati che arrivavano, lavando e disinfettando le ferite meno gravi. Spesso il suo abito di velluto nero brulicava di pidocchi, che i soldati portavano in gran quantità: erano gli stessi infermieri che spazzavano via dagli abiti della sovrana quei disgustosi insetti.

Il 18 novembre il generale Vial, governatore della piazzaforte, scrisse una lettera a Cialdini nella quale si comunicava che sugli ospedali di Gaeta era stata issata una bandiera nera affinché fossero preservati dai bombardamenti gli infermi gravi ed i feriti ivi raccolti. Cialdini chiese che venisse specificato il numero delle bandiere innalzate sugli ospedali, e Vial confermò la presenza di tre bandiere.

Il generale piemontese, preso da una crisi di galanteria per la bellissima regina, invitò Vial ad innalzare una quarta bandiera nera, più grande delle altre, sul palazzo abitato dalla sovrana.

Maria Sofia rispose personalmente a Cialdini chiedendogli di poter esporre la quarta bandiera nera sulla monumentale e preziosa chiesa di S. Francesco, opera dell’architetto Guarinelli, a preservarla dalla distruzione, confermando l’intenzione di fare sventolare la bandiera nazionale con i gigli sul palazzo reale.

Il 19 novembre arrivò a Gaeta il generale Ferdinando Beneventano del Bosco, colui che a Milazzo aveva dato scacco a Garibaldi. L’arrivo di Bosco entusiasmò i soldati, che riconoscevano in lui il carisma del condottiero. Nessuno dei generali borbonici aveva più ascendente di Bosco sulle truppe, ed il generale aveva raggiunto il suo re nel momento più difficile e drammatico per la dinastia.

Consapevole del coraggio e della fedeltà del generale, la regina sperava in un’azione militare incisiva per rompere il cerchio dell’assedio. Purtroppo, per la mancanza di uomini e mezzi, quest’azione non ebbe il successo sperato, ma la presenza di Bosco a Gaeta aiutò moltissimo il morale della truppa, che vedeva in lui il più devoto e fedele servitore del re.

Per i difensori di Gaeta il conforto maggiore era rappresentato dalla visione della bellissima regina che, vestita con semplicità, ogni giorno, appariva loro a cavallo per incitarli e rincuorarli. Maria Sofia era diventata dunque il simbolo vivente dell’assedio.

I giornali diffusero la sua immagine di grande regina in tutta l’Europa, e molti aristocratici, affascinati da quella giovane donna che indossava una vecchia uniforme militare, come volontari le offrirono la loro spada e il loro ardimento.

Maria Sofia visse a Gaeta i giorni più memorabili ed esaltanti della sua lunga vita; la regina porterà in seguito nel suo cuore quei momenti indimenticabili negli anni del suo lungo e doloroso esilio.

Il 13 febbraio il fuoco delle batterie piemontesi con più di 8000 proiettili distrusse completamente la piazzaforte di Gaeta e buona parte della città.

Un proiettile colpì la polveriera Transilvania, che esplose con le sue 18 tonnellate di polvere. Morirono due ufficiali e cinquanta soldati, morti che si potevano evitare poiché la fortezza era prossima alla resa.

Nel pomeriggio dello stesso giorno Francesco II firmava la “Capitolazione per la resa della piazza di Gaeta”.

All’alba del 14 febbraio Francesco II e Maria Sofia uscirono dalla casamatta per percorrere lo stretto corridoio che portava alla porta di mare, seguiti dai principi reali, da ministri, generali, diplomatici.

Dietro il corteo reale tutti gli ufficiali con le loro armi e i cavalli, infine i soldati: laceri, feriti, con le stampelle, piangevano senza vergogna, mostrando le armi e gridando: “Viva ‘o re”.

La banda intonò l’inno borbonico scritto da Paisiello; i Piemontesi presentarono le armi in segno di onore per i combattenti di Gaeta, mentre veniva ammainata la bandiera bianca con i gigli.

Molti ufficiali spezzarono le loro spade sulle rocce della strada.

La regina era pallidissima, ma avanzava al braccio del marito con la solita fermezza e la dignità regale, salutando la folla piangente che si assiepava lungo il percorso; rotti i cordoni, molte donne si gettarono a baciare le mani della sovrana, gridando: “Viva ‘o re, viva ‘a reggina”.

Laggiù, sugli spalti di Gaeta, un raggio di gloria venne a posarsi sul capo dell’ultima Regina delle Due Sicilie.

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REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA (III)

Posted by on Gen 15, 2019

REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA (III)

16 gennaio 1860 Francesco II compì ventiquattro anni, e fu grande festa in tutta Napoli; i sovrani accolsero la nobiltà borbonica a palazzo reale, e fu uno spettacolo di divise, grandi uniformi, fregi, ricchi abbigliamenti; ministri, alto clero, diplomatici stranieri; le carrozze della nobiltà fecero la spola tra i fastosi palazzi aviti e la piazza di palazzo reale.

Purtroppo i sovrani di Napoli erano circondati, anche in questa occasione, da una massa di cortigiani, funzionari, militari, uomini di governo ignoranti e incapaci, tutti pronti al tradimento.

Da questi emergeva un solo statista degno di rispetto, quel Carlo Filangeri che, deluso dalle circostanze, aveva abbandonato la barca del governo nel momento in cui si addensavano, paurosamente, le nuvole della tempesta. Maria Sofia, sul trono accanto a Francesco, era splendida, affascinante, la corona reale le riluceva sull’acconciatura dei capelli, opera del più rinomato parrucchiere napoletano, quel Totò Carafa, del quale si serviva la migliore aristocrazia del Regno.

Accanto alla regina sedeva l’ambasciatore di Spagna, don Salvador Bermudez de Castro, un hidalgo dai modesti natali che si era conquistato sui campi di battaglia il favore dei sovrani di Spagna, che lo avevano nominato marchese di Lema e ambasciatore presso il governo delle Due Sicilie. Bermudez de Castro era un uomo affascinante: appena quarantenne, aveva guadagnato l’amicizia incondizionata di Francesco e la simpatia piuttosto interessata della regina.

Le malelingue del tempo, compresa Maria Teresa, lo attribuirono come amante della regina, ma in realtà fra lo spagnolo e Maria Sofia ci fu solo una forte, leale e sincera amicizia, anche perché la regina di Napoli vedeva nel de Castro tutte quelle doti e virtù che avrebbe voluto trovare nel marito.

Il genetliaco del re fu anche l’occasione del varo a Castellammare di Stabia di una potente nave da guerra, la nuova fregata Borbone, che era armata con sessanta moderni cannoni. Una delle migliori navi a vapore del tempo, che andava a rinforzare la già potentissima squadra navale napoletana: la migliore nel bacino del Mediterraneo.

Nel porto di Napoli, una grande città di cinquecentomila abitanti, la quarta metropoli d’Europa, stavano ancorate le navi militari di molti Paesi: la Bretagne, ammiraglia della flotta francese; l’Algeciras, l’Imperial; le inglesi Hannibal, Agamemnon, London; pericolosa intrusa, anche l’ammiraglia della flotta del Regno di Piemonte e Sardegna: la Maria Adelaide, comandata dall’ammiraglio Carlo Pellion di Persano, che ritroveremo nel mare all’assedio di Gaeta, e poi quale responsabile del disastro navale di Lissa nella guerra del 1866 contro l’Austria.

Fra le navi straniere la Borbone, con il suo gran pavese e i suoi lucidi cannoni schierati, faceva un bell’effetto. Ironia della sorte, la fregata, consegnata ai Piemontesi dal suo comandante traditore e ribattezzata Garibaldi, la ritroveremo con i suoi sessanta cannoni a sparare sulla piazzaforte di Gaeta contro quegli stessi carpentieri e marinai napoletani che l’avevano costruita e varata.

Frattanto gli eventi precipitavano: il Piemonte, dopo l’occupazione della Lombardia con l’appoggio militare francese, aveva conquistato tutta l’Italia centrale: Toscana, Emilia, Romagna (queste ultime terre sottratte allo Stato Pontificio) con il sistema dei plebisciti truccati.

Pio IX aveva comminato la scomunica agli usurpatori: questo atto della Chiesa aveva turbato profondamente il cattolico Francesco, che aveva rafforzato in sé la convinzione che i Piemontesi fossero i primi nemici della fede cristiana in Europa.

Nel marzo successivo giunsero dalla Sicilia i primi segni della crisi che avrebbe sconvolto e distrutto il Regno: le campane del convento della Gancia suonarono a martello annunziando lutti e sciagure. I servizi segreti napoletani avvisarono il re dei preparativi che Garibaldi andava effettuando in Liguria con il tacito consenso del governo sardo. Fu individuato anche il luogo dello sbarco: la Sicilia.

Maria Sofia, consapevole del pericolo più del marito, spinse il sovrano ad emanare disposizioni urgenti per fronteggiare l’imminente aggressione; il re allertò la flotta, concertò personalmente le misure di difesa per bloccare sul nascere l’impresa di Garibaldi.

La squadra navale napoletana era allora la più potente del bacino del Mediterraneo: comprendeva fra navi grosse e piccole 36 vascelli, fra cui 11 fregate (l’equivalente oggi dei moderni incrociatori); a capo della squadra navale era Luigi conte d’Aquila, zio del re.

L’esercito napoletano era il più potente di tutti gli Stati italiani: comprendeva 83.000 uomini bene armati e bene addestrati, senza contare i mercenari svizzeri e bavaresi, che costituivano il nocciolo duro di tutte le forze armate.

Impensabile, dunque, che 1072 borghesi guidati da Garibaldi potessero battere un siffatto esercito. Infatti, il gruppo capeggiato dall’eroe dei Due Mondi era costituito da professionisti: medici, avvocati, ingegneri, commercianti, capitani di marina mercantile, chimici; c’erano pure alcuni preti che avevano abbandonato da tempo l’abito talare.

I Siciliani erano 34:24 palermitani, 3 messinesi, 3 trapanesi, 1 catanese, e rispettivamente uno di Trabia, uno di Gratteri e Francesco Crispi, con la moglie Rosalia, di Castelvetrano.

A comandare l’esercito napoletano erano in tanti: Landi, Lanza, Nunziante, Clary; tutti incapaci, corrotti ed invidiosi l’uno dell’altro. Landi e Lanza erano addirittura ultrasettantenni e non erano più in grado di montare a cavallo: seguirono le operazioni militari in Sicilia seduti in carrozza! Pur tuttavia, se i due generali non fossero stati corrotti e inclini al tradimento, i garibaldini non sarebbero certo riusciti neanche a sbarcare.

Ma Landi, a Calatafimi, pur disponendo di una posizione strategica favorevole, le colline, e di una forza di 3000 uomini di truppa scelta, di un reggimento di cacciatori, di 20 pezzi di artiglieria, di una cavalleria forte di 1500 unità, si ritirò senza combattere, così come Lanza a Palermo consegnando la città a Garibaldi.

Quando giunse a Napoli la notizia che in Sicilia la situazione stava drammaticamente precipitando, la regina chiese a Francesco di intervenire personalmente e lo incitò a mettersi a capo delle truppe per combattere la sfiducia che serpeggiava fra i soldati, già consapevoli del tradimento dei loro generali. Maria Sofia consigliò con energia di fare arrestare Landi e Lanza e farli processare per alto tradimento.

Poi chiese che fosse richiamato a capo del governo il principe di Satriano, l’unico uomo politico in quel momento capace di padroneggiare la situazione che si andava profilando disastrosa.

Il principe di Satriano, convocato dal re, in un primo tempo declinò l’invito poiché l’età e le malattie legate alla vecchiaia non gli consentivano di adempiere con la solita premura ed attenzione all’incarico di primo ministro; cedette poi alle insistenti richieste di Maria Sofia, che si recò di persona nella villa di campagna dove il principe si era ritirato da tempo.

Filangeri dettò subito le sue condizioni, previa accettazione del suo incarico di primo ministro: proclamazione immediata della Costituzione, invio di un contingente di 40.000 uomini a Messina, che dovevano essere guidati dallo stesso re. A queste condizioni, il vecchio generale era disposto ad assumere la carica di Capo di Stato Maggiore.

La regina rinnovò con entusiasmo la sua disponibilità a cavalcare accanto al re, alla testa dei soldati, ma Francesco, sempre dubbioso ed esitante, non si mostrò favorevole alle proposte del principe di Satriano, anche perché la Corte, controllata da Maria Teresa, non vedeva di buon grado la concessione della Costituzione.

Filangeri, deluso ed amareggiato dall’atteggiamento del re, declinò il suo incarico e, sollevato, se ne tornò nella sua residenza di campagna. Furono contattati i generali Ischitella e Nunziante perché assumessero il comando supremo in Sicilia, ma essi rifiutarono.

L’alto incarico fu affidato, pertanto, al generale Ferdinando Lanza.
Francesco II, su consiglio di Maria Sofia, inviò ai comandi di Sicilia delle direttive precise ed avvedute, purtroppo disattese da comandanti incapaci di applicarle, o per inefficienza, insipienza, o per serpeggiante tradimento.

La regina continuò ad insistere affinché il marito concedesse la Costituzione, malgrado l’ostilità aperta della regina madre e di tutta la corte filoaustriaca. Segretamente trattò col Papa, e lo convinse ad inviare una lettera al re di Napoli. Il dispaccio di Pio IX giunse nella reggia di Caserta il 24 maggio 1860.

La parola del Papa fu per il re di Napoli verbo divino, anche perché il Pontefice lo esortava a non fidarsi troppo dei Savoia e di un Piemonte abilmente padroneggiato da Cavour.

Il re convocò i ministri e il Consiglio di Famiglia, ed espose fermamente la sua intenzione, scatenando la fiera opposizione di Maria Teresa, che lo accusò di mancanza di coraggio, di insensibilità e di aver ceduto alle intimazioni dei cugini sabaudi.

La sfuriata della regina madre mortificò il timido Francesco, che piegò il capo in silenzio senza reagire; reagì, pesantemente, invece Maria Sofia, che rintuzzò con orgoglio e fierezza le parole dell’ex regina ingiungendole con dura voce, appena frenata dalla rabbia, di rispettare il re e di piegare il capo dinanzi alla volontà sovrana. In quel frangente, Maria Sofia si comportò da vera regina dimostrando, ancora una volta, il suo carattere deciso e fermo e la piena lealtà che la legava al marito.

Quel giorno stesso Francesco II promulgò l’atto sovrano di concessione della Costituzione. Ma questa decisione ormai tardiva non suscitò gli effetti sperati; i liberali rimasero indifferenti anche perché i Borbone avevano già concesso altre tre Costituzioni: nel 1812, nel 1820 e nel 1848, tutte disattese nella loro promessa di libertà e riforme.

Quando giunse a Napoli la notizia della conquista di Palermo da parte di Garibaldi, la situazione precipitò drammaticamente: in città scoppiarono tumulti e violenze, ci furono scontri a fuoco fra i filoaustriaci e i liberali, e come al solito furono saccheggiati negozi, abitazioni civili; alcuni commissariati di polizia furono abbandonati e dati alle fiamme. In questo frangente drammatico il re proclamò lo stato di assedio e nominò ministro di Polizia quel Liborio Romano che poi sarebbe passato anche lui, come gli altri traditori, dalla parte di Garibaldi.

Quel momento drammatico segnò anche la divisione della Corte: Maria Teresa, i suoi figli e molti dignitari e funzionari abbandonarono la capitale per rifugiarsi nella fortezza di Gaeta.
Accanto al re rimasero pochi ministri fedeli e l’indomita Maria Sofia, che assunse subito la guida del governo, rivelando, ancora una volta, le sue doti di coraggio, equilibrio e saggezza.

Passato lo Stretto con la complicità delle navi inglesi e americane e con il favore dei comandanti di marina traditori, Garibaldi si affacciò sul continente e avanzò verso Salerno non trovando alcuna seria resistenza ad eccezione delle truppe comandate da Von Mechel e dal colonnello siciliano Beneventano del Bosco.

A Napoli il generale Nunziante, che aveva fatto carriera e accumulato ricchezze sotto i Borbone, prezzolato da Cavour stilò una vergognosa “Proclamazione” per esortare i soldati fedeli al re alla diserzione: Compagni d’arme!

Già è pochi dì, lasciandovi l’addio, vi esortavo ad essere forti contro i nemici d’Italia dar prove di militari virtù nella via aperta dalla Provvidenza a tutti i figli della patria comune… forte mi sono convinto non esservi altra via di salute per voi e per cotesta bella parte d’Italia che l’unirci sotto il glorioso scettro di V. Emanuele: di questo ammirevole monarca dall’eroico Garibaldi annunziato alla Sicilia, e scelto da Dio per costituire a grande nazione la nostra patria…

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