Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

L’IMPRESA GARIBALDINA di GIACINTO DE’ SIVO

Posted by on Giu 4, 2019

L’IMPRESA GARIBALDINA di GIACINTO DE’ SIVO

“…Ed avea ben preparata la macchina; avea ben colme d’oro le mani; aveva uffiziali e ministri fra gli uffiziali e ministri del re assalito; aveva con sé e per se i camorristi; aveva sicurezza di non esser turbata pel non intervento; avea la bandiera d’un re di vecchia stirpe, con la croce spiegata; e, in caso di sconfitta, ben a ragione si fidava nel soccorso di questo nuovissimo re.

Lo appellò quindi re galantuomo, re di setta, re che piglia l’altrui e il fa pigliare.

Quindi preparò navigli, uomini ed arme in Genova sotto gli occhi di tutte le nazioni; quindi il famigerato marinaio di Nizza, alla presenza delle armate francesi ed inglesi, fe’ co’ suoi mille il grande intervento.

Questo medesimo Garibaldi, non con mille, ma con quattromila, undici anni innanzi, era entrato in Terra di Lavoro ad Arce; ma combattuto dalle guardie urbane, dopo alquante ore, all’avvicinarsi del maresciallo Ferdinando Nunziante rattamente si fuggì.

Ora undici anni di più l’han fatto prode! Senza offesa da’ nostri marini, l’Eroe discende a Marsala; è rotto sì a Catalafini, ma il nostro generale ritraeva i soldati dalla vittoria.

Quindi un primo consiglio d’estera potenza faceva uscir da Palermo ventimila uomini, senza colpo ferire; dappoi che al pio Francesco era messo innanzi agli occhi il danno della città, vicina ad essere insanguinata e abbattuta.

Seguiva il fatto d’arme di Melazzo, dove il colonnello Bosco con duemila uomini urtava in dodicimila Garibaldini.
La storia dirà forse il perché da Messina prima partiva, e poscia era chiamato indietro il soccorso di milizie, che avrebber posto fine alla guerra.

E un secondo estero consiglio faceva ritrarre dalla Sicilia tutte le non vinte nostre soldatesche.
In tal guisa aveva la rivoluzione un regno intatto, e trovava arme ed agio per invader l’altro. Il mondo vide rinnovellati gli giuochi stessi tante volte usati.

Luigi XVI, circondato da consiglieri Giacobini, fu indotto a quelle concessioni che il portarono al patibolo. Carlo X cadde per simiglianti consigli, e Luigi Filippo che da’ Carbonari era stato innalzato al trono, ne discese vittima egli stesso.

Similmente il nostro re, che in quel momento supremo avrebbe dovuto stringer forte le redine dello stato, fu da’ suoi consiglieri spinto a promettere il richiamamento della costituzione.
Allora infranse il suo scettro. Le sette domandano sempre costituzioni, ma non per francare i popoli, bensì per avere un terreno dal quale impunemente avventar colpi al trono e alla società.

Avean fallato nel 1848; non si fallò nel 1860. Subito i fuoriusciti ed i traditori presero il governo; abusarono della cavalleresca pieghevolezza del monarca, tutte cose mutarono, disposero essi delle forze e delle ricchezze nazionali, e prepararono il cammino trionfale al Garibaldi.

Per guadagnar tempo da corromper l’esercito, finsero trattare una lega italiana; inviarono loro ambasciatori a Torino; e sindaco il re galantuomo si piegò a scrivere al Garibaldi, pregandolo si arrestasse. Ma costui baldanzosamente niegava; e la commedia col ricusarsi la lega si compieva.

A tanta ignominia i ministri patrioti e liberali discesero, che un regno di Napoli pitoccava da un avventuri ero e da un Piemonte d’esser lasciato stare! Ma i liberali non han patria.

Read More

CHI ERA GIUSEPPE GARIBALDI?

Posted by on Mag 21, 2019

CHI ERA GIUSEPPE GARIBALDI?

Una premessa doverosa prima di scrivere le gesta di un sanguinario.
I detrattori e gli scettici arriccino pure il nasino… Sono stanca e sapete perché? A noi spetta produrre continuamente documentazione e fonti “altamente qualificate “(di regime, oserei dire…) perché i servi sabaudi avendo prodotto una squallida, sordida e favolistica storia risorgimentale con la quale hanno indottrinato milioni di italiani ( e non solo) e almeno sei generazioni premono ed insistono affinché la verità non salti fuori… e vogliono generare e instillare dubbi … sono spregiudicati e pure nu poco strunz!

LA VERITÀ SU GARIBALDI
Garibaldi era di corporatura bassa, alto 1,65, ed aveva le gambe arcuate. Era pieno di reumatismi e per salire a cavallo occorreva che due persone lo sollevassero. Portava i capelli lunghi perché, avendo violentato una ragazza, questa gli aveva staccato un orecchio con un morso. Era un avventuriero che nel 1835 si era rifugiato in Brasile, dove all’epoca emigravano i piemontesi che in patria non avevano di che vivere. Fra i 28 e i 40 anni visse come un corsaro assaltando navi spagnole nel mare del Rio Grande do Sul al servizio degli inglesi che miravano ad accaparrarsi il commercio in quelle aree. In Sud America non è mai stato considerato un eroe, ma un delinquente della peggior specie. Per la spedizione dei mille fu finanziato dagli Inglesi con denaro rapinato ai turchi, equivalente oggi a molti milioni di dollari. In una lettera, Vittorio Emanuele II ebbe a lamentarsi con Cavour circa le ruberie del nizzardo, proprio dopo “l’incontro di Teano”: “… come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene – siatene certo – questo personaggio non è affatto docile né cosí onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa”.

SBARCO DI MARSALA: fu di proposito “visto” in ritardo dalla marina duosiciliana, i cui capi erano già passati ai piemontesi, e fu protetto dalla flotta inglese, che con le sue evoluzioni impedí ogni eventuale offesa. Tra i famosi “mille”, che lo stesso Garibaldi il giorno 5 dicembre 1861 a Torino li definí “Tutti generalmente di origine pessima e per lo piú ladra ; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”, sbarcarono in Sicilia, francesi, svizzeri, inglesi, indiani, polacchi, russi e soprattutto ungheresi, tanto che fu costituita una legione ungherese utilizzata per le repressioni piú feroci. Al seguito di questa vera e propria feccia umana, sbarcarono altri 22.000 soldati piemontesi appositamente dichiarati “congedati o disertori”.

CALATAFIMI: contrariamente a quanto viene detto nei libri di storia, il Garibaldi fu messo in fuga il giorno 15 maggio dal maggiore Sforza, comandante dell’8° cacciatori, con sole quattro compagnie. Mentre inseguiva le orde del Garibaldi, lo Sforza ricevette dal generale Landi l’ordine incomprensibile di ritirarsi. Il comportamento del Landi risultò comprensibilissimo quando si scoprí che aveva ricevuto dagli emissari garibaldini una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento. Landi qualche mese piú tardi morí di un colpo apoplettico quando si accorse che la fede di credito era falsa: aveva infatti un valore di soli 14 ducati.

PALERMO: il Garibaldi, il 27 maggio, si rifugiò in Palermo praticamente indisturbato dai 16.000 soldati duosiciliani che il generale Lanza aveva dato ordine di tenere chiusi nelle fortezze. Il filibustiere cosí poté saccheggiare al Banco delle Due Sicilie cinque milioni di ducati ed installarsi nel palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. In Palermo i garibaldini si abbandonarono a violenze e saccheggi di ogni genere. A tarda sera del 28 arrivarono, però, le fedeli truppe duosiciliane comandate dal generale svizzero Von Meckel. Queste truppe, che erano quelle trattenute dal generale Landi, dopo essersi organizzate, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che praticamente non aveva piú vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché … era stato fatto un armistizio, che in realtà non era mai stato chiesto.

L’8 giugno tutte le truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per imbarcarsi, tra lo stupore e la paura della popolazione che non riusciva a capire come un esercito cosí numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un caporale dell’8° di linea che, al passaggio del Lanza a cavallo, uscí dalle file e gli gridò “Eccellé, o’ vvi quante simme. E ce n’aimma’í accussí ?”. Ed il Lanza gli rispose : “Va via, ubriaco”. Lanza, appena giunse a Napoli, fu confinato ad Ischia per essere processato.

I garibaldini nella loro avanzata in Sicilia compirono efferati delitti. Esemplare e notissimo è quello di Bronte, dove “l’eroe” Nino Bixio fece fucilare quasi un centinaio di contadini che, proprio in nome del Garibaldi, avevano osato occupare alcune terre di proprietà inglese.

MILAZZO: Il giorno 20 luglio vi fu una cruenta battaglia a Milazzo, dove 2000 dei nostri valorosissimi soldati, condotti dal colonnello Bosco, sgominarono circa 10.000 garibaldini. Lo stesso Garibaldi accerchiato dagli ussari duosiciliani rischiò di morire. La battaglia terminò per il mancato invio dei rinforzi da parte del generale Clary e i nostri furono costretti a ritirarsi nel forte per il numero preponderante degli assalitori. Nello scontro i soldati duosiciliani, ebbero solo 120 caduti, mentre i garibaldini ne ebbero 780. Eroici, e da ricordare, furono i valorosi comportamenti del Tenente di artiglieria Gabriele, del Tenente dei cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morí durante un assalto.

Episodi di tradimento si ebbero anche in Calabria, dove nel paese di Filetto lo sdegno dei soldati arrivò tanto al colmo che fucilarono il generale Briganti, che il giorno prima, senza nemmeno combattere, aveva dato ordine alle sue truppe di ritirarsi.

NAPOLI: Il giorno 9 settembre arrivarono a Napoli i garibaldini. Mai si vide uno spettacolo piú disgustoso. Quell’accozzaglia era formata da gente bieca, sudicia, famelica, disordinata, di razze diverse, ignorante e senza religione. Occuparono all’inizio Pizzofalcone, poi nei giorni seguenti si sparsero per la città, tutto depredando, saccheggiando ogni casa. Furono violentate le donne e assassinato chi si opponeva. Furono lordati i monumenti, violati i monasteri, profanate le chiese. Il giorno 11 il Garibaldi con un decreto abolí l’ordine dei Gesuiti e ne fece confiscare tutti i beni. Furono incarcerati tutti quei nobili, sacerdoti, civili e militari che non volevano aderire al Piemonte, mentre furono liberati tutti i delinquenti comuni. Il Palazzo Reale fu spogliato di tutto quanto conteneva. Gli arredi e gli oggetti piú preziosi furono inviati a Torino nella Reggia dei Savoia. Il filibustiere con un decreto confiscò il capitale personale e tutti beni privati del Re dal Banco delle Due Sicilie, che fu rapinato di tutti i suoi depositi. Napoli in tutta la sua storia non ebbe mai a subire un cosí grande oltraggio, eppure nessun libro di storia “patria” ne ha mai minimamente accennato.

CAPUA, VOLTURNO, GARIGLIANO, GAETA: eliminati i generali traditori i soldati duosiciliani dimostrarono il loro valore in numerosi episodi. La vittoriosa battaglia sul Volturno non fu sfruttata solo per l’inesperienza dei nostri comandanti militari. In seguito, la vile aggressione piemontese alle spalle costrinse il nostro esercito alla ritirata nella fortezza di Gaeta, dove il giovane Re Francesco II e la Regina Maria Sofia, di soli 19 anni, diventata poi famosa con l’appellativo di “eroina di Gaeta”, si coprirono di gloria in una resistenza durata circa 6 mesi. Gaeta non poté mai essere espugnata dai piemontesi, ma solo bombardata. Con la resa di Gaeta (13.2.61), di Messina (14 marzo) e di Civitella del Tronto (20 marzo), il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere. I Piemontesi non rispettarono i patti di capitolazione e i soldati duosiciliani in parte furono fucilati, altri vennero deportati in campi di concentramento
in Piemonte. Di questi soldati, morti per la loro Patria, oggi non c’è nemmeno una segno che li ricordi e non meritavano l’oblio cui li ha condannati la leggenda risorgimentale.

PLEBISCITO. Il giorno 21 ottobre 1860 vi fu a Napoli e in tutte le provincie del Regno la farsa del Plebiscito. A Napoli, davanti al porticato della Chiesa di S. Francesco di Paola, proprio di fronte al Palazzo Reale, erano state poste, su di un palco alla vista di tutti, due urne: una per il Sí ed una per il NO. Si votava davanti ad una schiera minacciosa di garibaldini, guardie nazionali e soldati piemontesi. Il giorno prima erano stati affissi sui muri dei cartelli sui quali era dichiarato “Nemico della Patria” chi si astenesse o votasse per il NO. Votarono per primi i camorristi, poi i garibaldini, che erano per la maggior parte stranieri, e i soldati piemontesi. Qualcuno dei civili che aveva tentato di votare per il NO fu bastonato, qualche altro, come a Montecalvario, fu assassinato. Poiché non venivano registrati quelli che votavano per il Sí, la maggior parte andò a votare in tutti e dodici comizi elettorali costituiti in Napoli. Allo stesso modo si procedette in tutto il Regno, dove si votò solo nei centri presidiati dai militari con ogni genere di violenze ed assassini.

Segnalato da

Patrizia Stabile

Fonte: Verso Sud

Read More

Storia: La massoneria inglese, la morte di Ippolito Nievo e la misteriosa scomparsa del piroscafo dove c’erano i soldi del Banco di Sicilia

Posted by on Mag 10, 2019

Storia: La massoneria inglese, la morte di Ippolito Nievo e la misteriosa scomparsa del piroscafo dove c’erano i soldi del Banco di Sicilia

Tredici giorni prima della proclamazione dell’Unità d’Italia, sparì nel nulla, tra Palermo e Napoli, il piroscafo “Ercole”. La storia dell’unità d’Italia iniziò con un mistero. Fra i passeggeri c’erano alcuni ufficiali garibaldini guidati da Ippolito Nievo, che avevano il compito di portare a Torino la documentazione economica relativa alla spedizione militare dei Mille. Sullo stesso piroscafo c’erano i soldi del Banco di Sicilia

Chi ricorda ancora oggi Ippolito Nievo? Il nome è conosciuto se si ha familiarità con una strada o una piazza che ne porta il nome, il più preparato probabilmente saprà che è l’autore delle Confessioni di un Italiano, un voluminoso romanzo storico che a scuola ci hanno insegnato ad odiare.

Nel 1855 si laurea in Legge all’Università di Padova. Il padre, avvocato, vuole avviarlo alla carriera forense, ma Ippolito Nievo sceglie di non esercitare la professione per non fare atto di sottomissione al governo austriaco.

Aderisce, infatti, alle idee di Mazzini e si arruola tra i volontari di Garibaldi, partecipando alla Seconda guerra d’indipendenza (1859). L’anno successivo, 1860, prende parte alla spedizione dei Mille, al termine della quale gli verrà conferito il grado di colonnello.

Nievo vuole combattere con i volontari di Garibaldi, si unisce ai Cacciatori delle Alpi nella Seconda guerra di Indipendenza (1859), poi deluso e amareggiato dalla pace di Villafranca si unisce alla spedizione dei Mille. Preferirà sempre questo fronte combattente irregolare a differenza dei fratelli che si arruolano tra i piemontesi. Grazie alla sua personalità votata all’onestà intellettuale e alla precisione, uniti ai suoi studi in Legge, viene assegnato all’intendenza, ovvero l’ufficio amministrativo del piccolo esercito garibaldino, in poche parole deve gestire i soldi.

Combatte per mesi in quella campagna vittoriosa, tanto sbandierata sui vecchi sussidiari di scuola, poi nel 1861 in prossimità dell’ufficializzazione del neonato Regno d’Italia qualcuno muove accuse alla gestione dell’impresa, si accusa l’Intendenza di cattiva gestione. È La Farina l’uomo inviato in Sicilia da Cavour che tenta di gettare fango su Garibaldi e l’impresa, il tutto per la paura che Garibaldi non lasci le conquistate terre al Piemonte.
Ippolito reagisce alle accuse compilando un accurato resoconto delle spese sostenute in guerra, si prepara a partire per Torino dove vuole fare chiarezza, ha appuntamento con il suo diretto superiore Acerbi. Non mancavano le difficoltà per lo scrittore improvvisatosi amministratore, sono sessantamila i cappotti acquistati per i garibaldini e mai indossati (verranno rivenduti a basso prezzo dagli stessi garibaldini), nell’esercito improvvisato si contano un numero spropositato di promozioni. C’è da gestire l’enorme cifra requisita al Banco di Sicilia, circa 200 milioni di euro odierni. Il 4 marzo del 1861 Nievo e le sue carte si imbarcano da Palermo per Napoli sul vapore Ercole inseme ad altre ottanta persone, la notte tra il 4 e il 5 marzo il vascello naufraga senza alcun superstite.

Fin qui sembra una delle tante tragedie di guerra e mare, ma come dice Shakespeare “c’è del marcio in Danimarca”, qualcosa non torna.

ln un  libro di Glori , meritevole di ‘aver schiarito alquanto certe ombre delle idee’, sulla morte di Nievo e sulla spedizione dei Mille si racconta la storia vera. Veniamo così a sapere del ruolo della Massoneria nell’impresa dei mille, in particolare della massoneria Inglese che vedeva di buon occhio il ridimensionamento del papato e dei borboni del Regno delle due Sicilie e anche l’enorme ricchezza delle banche del regno

In una cassa, da cui Nievo non si separava mai, erano contenuti soldi, ricevute, fatture, lettere e tutto quello che riguardava la gestione dell’ingente patrimonio garibaldino e di quello “trovato” nelle casse delle banche siciliane. Ma c’era chi aveva interesse, per opposte ragioni, ad impedire che quella cassa arrivasse a Torino, dove era in atto uno scontro tra due fazioni: da un lato i cavouriani che intendevano gettare discredito sulla spedizione garibaldina, tentando di dimostrare una gestione truffaldina dei fondi; dall’altro lato la sinistra, che sosteneva il contrario. Ma, soprattutto, tutti avevano interesse a tenere nascosto un finanziamento di 10mila piastre turche (paragonabili a circa 15milioni di euro attuali) che era arrivato a Garibaldi dalla massoneria inglese. La sparizione di quei documenti faceva quindi comodo a tutti.

Il piroscafo non arrivò mai a Napoli e la cosa ancora più strana fu quella del mancato ritrovamento di vittime, oggetti o fasciame della nave. Niente. Tutto misteriosamente inghiottito dal mare. Secondo alcuni storici, i servizi segreti inglesi erano a conoscenza del viaggio di Nievo e, probabilmente scortarono la nave in segreto, sapendo che conteneva molti soldi. Nievo prese con se tutta la cassa forte del Banco di Sicilia. Sulla vicenda , nessun libro di storia ufficiale parla. I soldi sono spariti e con loro 70 persone che erano sul piroscafo.

fonte http://ilcircolaccio.it/2018/04/12/storia-la-massoneria-inglese-la-morte-di-ippolito-nievo-e-la-misteriosa-scomparsa-del-piroscafo-dove-cerano-i-soldi-del-banco-di-sicilia/?fbclid=IwAR04_F_jyaN9aYSmgAjrLpBKR3To2N57on_B6p8aehX1Kx2er9kWY2Y7krw

Read More

La vera storia dell’impresa dei mille 10/ Ma quali eroi! Garibaldi e i garibaldini andavano a braccetto con i baroni e con i picciotti armati di lupara

Posted by on Mag 7, 2019

La vera storia dell’impresa dei mille 10/ Ma quali eroi! Garibaldi e i garibaldini andavano a braccetto con i baroni e con i picciotti armati di lupara

In questa decima puntata del libro di Giuseppe Scianò “… e nel mese di maggio del 1860 la Sicilia diventò Colonia” l’autore, lasciando parlare i testimoni dell’epoca (anche Giuseppe Cesare Abba, il cantore di Garibaldi, che da buon ligure non si rende conto, in certi passi, di smentire se stesso), ci dà la misura del ruolo centrale svolto dalla mafia durante la cosiddetta impresa dei mille 

3.1. Garibaldi a Salemi: di bene in meglio... – A Salemi il primo applauso, ma non certamente spontaneo. Il Barone Sant’Anna ed i suoi amici avevano fatto un buon lavoro. Una delegazione di cittadini di Salemi va infatti incontro festosamente a Garibaldi e gli mostra il tricolore che sventola sul castello, fatto costruire nel XIII secolo da Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia. È la prima volta che il tricolore precede l’arrivo dei Garibaldini. Soltanto di qualche ora, presumiamo.
Maggiori i festeggiamenti in città dove la gente grida: «Morte al barbone!» (e non «al Borbone», come sottolinea il Bandi che non perdona ai Siciliani la scarsa conoscenza e la pessima pronunzia della lingua italiana in quelle pochissime occasioni in cui la usano). Mentre Garibaldi con i baroni Mistretta, Torralta e soprattutto Sant’Anna fa alta politica (e di ciò parleremo ampiamente).

Il Bandi intanto ci spiega ciò che fanno gli altri Garibaldini:

«Tutto quel primo giorno di fermata a Salemi fu speso nel fare apparecchi, si tolsero due cannoni dai vecchi ed inutili affusti, per farne loro dei nuovi, ai quali si adattarono ruote da carrozze, si dié mano a fabbricar delle lance; si requisirono i cavalli, e si aprirono gli arruolamenti pei villani, che in buon numero erano accorsi in città».(8)

Dopo avere parlato della grande meraviglia dei villani (ma non erano quelli gli insorti ed i guerriglieri che si battevano per l’Unità d’Italia ancor prima dello sbarco dei Mille, come afferma la storiografia risorgimentale?), il Bandi ci dice che i villani stessi si mostrano veramente convinti che, con quei portentosi argomenti, i Garibaldini avrebbero sconfitto in prima battuta i Barbone, i Napoletani e gli sguizzeri.

Insomma il Bandi non ci sta a fare passare per insorti quei poveri villani, mandati lì magari dai galantuomini, dai quali dipendono. E non sospetta però che quei villani possano, con ammirazione ostentata, fare buon viso a cattiva sorte e farsi beffe di lui.

In qualche modo gli siamo grati tuttavia per il fatto che non parli di folle inneggianti all’Unità d’Italia ed a Vittorio Emanuele. Quello che invece non apprezziamo è il tono di superiorità che mostrerà sempre nei confronti dei Siciliani e l’ironia, talvolta eccessivamente cattiva, e persino razzista, con cui descrive, sempre o quasi, i suoi interlocutori locali.

Ecco, ad esempio, il commento che l’aiutante di campo di Garibaldi fa alla meraviglia di quei villani:

«Nel vedere quella gran curiosità de’ villani, io rammentavo i racconti di que’ viaggiatori, che ci dipinsero i selvaggi (sic!) stupiti e trasecolati dinanzi a’ coltelli e ai fucili e ai gingilli di vetro, che loro si mostravano per allettarli, e ne facevo gran festa».(9)

Poco dopo definirà, ancora una volta, Siciliani beduini i cosiddetti volontari. (10)

Necessaria, al riguardo, una riflessione. Il fatto che i collaborazionisti non vengano quasi mai stimati dal nemico (con il quale, appunto, collaborano) è notorio. Ma il Bandi, con il suo razzismo, ironico e graffiante, ci dimostra ancora una volta che i fratelli d’Italia, che nel maggio del 1860 avevano invaso la Sicilia, non erano affatto fratelli dei Siciliani. E che egli stesso, ufficiale addetto alla persona del generalissimo Garibaldi, era dopotutto prevalentemente un gran maleducato.

Un’ultima esperienza del bravo Bandi a Salemi. Ad un certo punto, nella piazza principale della città di Salemi, il Bandi vede campeggiare sul portone di un palazzo un grosso stemma dei Borbone. E chiede alla piccola folla che lo circonda:

«O Siciliani… che si tarda a buttar giù quella vergognosa insegna. La folla – continua il toscanaccio – mi ascoltò in silenzio; nessuno voleva essere il primo a fare atto di ribellione o a dir bravo! a chi lo proponeva».

Insomma il tenente Bandi non nutre, neppure per un attimo, il dubbio che l’impresa dei Mille possa non essere affatto condivisa da quelle persone che, dopotutto, sono pur sempre capaci di intendere e di volere più di quanto i Garibaldini non pensino. Racconta ancora:

«Ad un certo punto si fece dinanzi un uomo di belle forme e dall’aria risolutissima, che seppi essere uno dei fratelli Sant’Anna. Costui gridò: “Sì, sì, abbasso quell’arme!” e avventò contro l’arme una grossa mazza che aveva in mano». (11)

Il raccontino si conclude con il coraggioso gesto del Bandi che, salito su una scala, che intanto quei villani gli hanno portato, stacca lo stemma (di legno o di gesso probabilmente), lo getta a terra e lo dà in pasto alla folla che inizia a calpestarlo, a farlo a pezzi ed a bruciarlo, su suggerimento del vecchio Giusmaroli, che aveva raccomandato al Bandi «briusel, briu- sel», cioè brucialo.

Abbiamo riportato, pressoché integralmente, un episodio secondario che erò ci dà tante conferme importanti.

Come mai in una Salemi che festeggia, oltre ogni dire, l’ingresso
dell’Eroe, non esiste quel minimo di politicizzazione che faccia applicare la regola rivoluzionaria di abbattere le insegne dell’odiata dinastia dei Borbone? Che razza di insorti sono mai quelli di Salemi e che razza di rivoluzione hanno fatto? Cosa pensano realmente i cittadini di Salemi?

C’è di più, se stiamo bene attenti e riflettiamo su ciò che ha scritto il Bandi.
Nonostante le imprecazioni e le esortazioni del tenente garibaldino, la folla infatti non si era mossa. Si muoverà quando – e soltanto quando – uno dei fratelli del barone Sant’Anna darà l’imbeccata. Anzi darà un ordine ben preciso, come si addice al fratello del Capo, «dall’aria resolutissima». Come dire: «A Salemi non si muove foglia che il Barone Sant’Anna non voglia». Ma non solo in quanto barone, ma piuttosto come grande mas- sone o probabile, sempre più probabile, «pezzo da novanta» o comunque persona di rispetto, schierata dalla parte giusta.

La gente è condotta da gentiluomini…

A Salemi, ovviamente, arriva anche Cesare Abba, che, stanco per avere dovuto fare a piedi la salita scomunicata, ha il conforto – stando a quanto scriverà – di assistere ad un vero e proprio tripudio per Garibaldi.

«Quando giunse il Generale, fu proprio un delirio. La banda si arrabbiava a suonare; non si vedevano che braccia alzate e armi brandite; chi giurava; chi s’inginocchiava; chi benediceva: la piazza, le vie, i vicoli erano stipati; ci volle del bello prima che gli facessero un po’ di largo. Ed egli, paziente e lieto, salutava ed aspettava sorridendo».(12)

Dopo questa descrizione della gioia popolare, che esiste soprattutto nella sua fantasia, lo scrittore garibaldino torna ai fatti più terreni e così ci descrive la città di Salemi.

«L’hanno piantata quassù che una casa si regge sull’altra, e tutte paiono incamminate per discendere giù da oggi a domani. Avessero pur voglia di sbarcare i Saraceni, Salemi era al sicuro. Vasta, popolosa, Sudicia, le sue vie somigliano (a) colatoi. Si pensa a tenersi diritti; si cerca un’osteria e si trova una tana. Ed aggiunge: ‘ Ma i frati, oh! I frati gli avevano belli i conventi’, e questo dov’è la mia compagnia è anche netto. Essi se ne sono andati».(13)
I baroni, però, aggiungiamo questa volta noi, sono rimasti a Salemi per ricevere ed aiutare Garibaldi. Strano. Ma è così…

Va anche detto che i conventi vengono, quando servono, requisiti dai Garibaldini e che i frati, solitamente, ne vengono cacciati. Anche con la forza ove occorra.

L’Abba continua regalandoci qualche piccola ammissione:

«Gli abitanti non sono scortesi, sembrano impacciati se facciamo loro qualche domanda. Non sanno nulla, si stringono nelle spalle, o rispondono a cenni, a smorfie, chi capisce è bravo».(14)

Solita domanda, senza astio: se è vero che questi abitanti non sanno nulla (sarebbe stato più corretto dire: «fanno finta di non sapere nulla») o se rispondono a cenni e se… «Chi ci capisce è bravo», come si fa a dire che erano insorti e che volevano ad ogni costo l’Unità d’Italia e Vittorio Emanuele? E come avrebbe fatto di lì a poco Garibaldi a dire che lo volevano Dittatore?

L’Abba, sia pure con qualche puzza sotto il naso, deve riconoscere tuttavia il grande senso di ospitalità dei Siciliani e ci racconta:

«Entrai stanco in una taverna, profonda quattro o cinque scalini dalla via. V’era una brigata di amici, che mangiavano allegramente i maccheroni in certe ciotole di legno che… (forse: facevano schifo, n.d.A.). Eppure ne mangiai anch’io. E bevemmo e chiacchierammo, e c’eravamo quasi dimenticati d’essere qui a questi passi, quando…».(15)

Insomma proprio quando il buon ligure comincia a gustare il vino ed i maccheroni Siciliani, sarebbe stato avvertito che un «grosso corpo di Napo- letani» era stato avvistato a poche miglia da Salemi. Si torna quindi – nel diario dell’Abba – a parlare e a scrivere ufficialmente. Ed è così che si tirano fuori altri trionfi ed ovazioni di folla per Garibaldi, a piedi o a cavallo che appaia.

Ma un altro sprazzo di sincerità sfugge al nostro scrittore che, dopo avere parlato di squadre di insorti che arrivano da ogni parte, ci rende partecipi dell’impressione che gli hanno fatto questi volontari. Egli scrive:

«Ho veduto dei montanari armati fino ai denti, con certe facce sgherre, e certi occhi che paiono bocche di pistola. Tutta questa gente è condotta da gentiluomini, ai quali ubbidisce devota».(16)

A parte la descrizione della conformazione fisica dei nuovi arrivati, che non sembrano certamente delle persone affidabili, è importante il fatto che l’Abba ci confermi quello che già abbiamo compreso dalle altre testimonianze. I picciotti, cioè, non hanno né avranno alcuna disciplina militare, perché obbediscono devoti soltanto ai gentiluomini dai quali sono condotti.

Per la mafia, che sta per fare il salto di qualità, si aprono grandi prospettive.(17) Mala tempora in vista, invece, per il Popolo Siciliano, per la Nazione Siciliana.

Garibaldi è ben visto dalla mamma – Secondo Giancarlo Fusco il merito principale delle accoglienze, con i baroni Mistretta, Torralta e soprattutto Sant’Anna fa alta politica (e di ciò parleremo ampiamente).

Il Bandi intanto ci spiega ciò che fanno gli altri Garibaldini:

«Tutto quel primo giorno di fermata a Salemi fu speso nel fare apparecchi, si tolsero due cannoni dai vecchi ed inutili affusti, per farne loro dei nuovi, ai quali si adattarono ruote da carrozze, si dié mano a fabbricar delle lance; si requisirono i cavalli, e si aprirono gli arruolamenti pei villani, che in buon numero erano accorsi in città».(8)

Dopo avere parlato della grande meraviglia dei villani (ma non erano quelli gli insorti ed i guerriglieri che si battevano per l’Unità d’Italia ancor prima dello sbarco dei Mille, come afferma la storiografia risorgimentale?), il Bandi ci dice che i villani stessi si mostrano veramente convinti che, con quei portentosi argomenti, i Garibaldini avrebbero sconfitto in prima battuta i Barbone, i Napoletani e gli sguizzeri.

Insomma il Bandi non ci sta a fare passare per insorti quei poveri villani, mandati lì magari dai galantuomini, dai quali dipendono. E non sospetta però che quei villani possano, con ammirazione ostentata, fare buon viso a cattiva sorte e farsi beffe di lui.

In qualche modo gli siamo grati tuttavia per il fatto che non parli di folle inneggianti all’Unità d’Italia ed a Vittorio Emanuele. Quello che invece non apprezziamo è il tono di superiorità che mostrerà sempre nei confronti dei Siciliani e l’ironia, talvolta eccessivamente cattiva, e persino razzista, con cui descrive, sempre o quasi, i suoi interlocutori locali.

Ecco, ad esempio, il commento che l’aiutante di campo di Garibaldi fa alla meraviglia di quei villani:

«Nel vedere quella gran curiosità de’ villani, io rammentavo i racconti di que’ viaggiatori, che ci dipinsero i selvaggi (sic!) stupiti e trasecolati dinanzi a’ coltelli e ai fucili e ai gingilli di vetro, che loro si mostravano per allettarli, e ne facevo gran festa».(9)

Poco dopo definirà, ancora una volta, Siciliani beduini i cosiddetti volontari. (10)

Necessaria, al riguardo, una riflessione. Il fatto che i collaborazionisti non vengano quasi mai stimati dal nemico (con il quale, appunto, collaborano) è notorio. Ma il Bandi, con il suo razzismo, ironico e graffiante, ci dimostra ancora una volta che i fratelli d’Italia, che nel maggio del 1860 avevano invaso la Sicilia, non erano affatto fratelli dei Siciliani. E che egli stesso, ufficiale addetto alla persona del generalissimo Garibaldi, era dopotutto prevalentemente un gran maleducato.

Un’ultima esperienza del bravo Bandi a Salemi. Ad un certo punto, nella piazza principale della città di Salemi, il Bandi vede campeggiare sul portone di un palazzo un grosso stemma dei Borbone. E chiede alla piccola folla che lo circonda:

«O Siciliani… che si tarda a buttar giù quella vergognosa insegna. La folla – continua il toscanaccio – mi ascoltò in silenzio; nessuno voleva essere il primo a fare atto di ribellione o a dir bravo! a chi lo proponeva».

Insomma il tenente Bandi non nutre, neppure per un attimo, il dubbio che l’impresa dei Mille possa non essere affatto condivisa da quelle persone che, dopotutto, sono pur sempre capaci di intendere e di volere più di quanto i Garibaldini non pensino. Racconta ancora:

«Ad un certo punto si fece dinanzi un uomo di belle forme e dall’aria risolutissima, che seppi essere uno dei fratelli Sant’Anna. Costui gridò: “Sì, sì, abbasso quell’arme!” e avventò contro l’arme una grossa mazza che aveva in mano». (11)

Il raccontino si conclude con il coraggioso gesto del Bandi che, salito su una scala, che intanto quei villani gli hanno portato, stacca lo stemma (di legno o di gesso probabilmente), lo getta a terra e lo dà in pasto alla folla che inizia a calpestarlo, a farlo a pezzi ed a bruciarlo, su suggerimento del vecchio Giusmaroli, che aveva raccomandato al Bandi «briusel, briu- sel», cioè brucialo.

Abbiamo riportato, pressoché integralmente, un episodio secondario che erò ci dà tante conferme importanti.

Come mai in una Salemi che festeggia, oltre ogni dire, l’ingresso
dell’Eroe, non esiste quel minimo di politicizzazione che faccia applicare la regola rivoluzionaria di abbattere le insegne dell’odiata dinastia dei Borbone? Che razza di insorti sono mai quelli di Salemi e che razza di rivoluzione hanno fatto? Cosa pensano realmente i cittadini di Salemi?

C’è di più, se stiamo bene attenti e riflettiamo su ciò che ha scritto il Bandi.
Nonostante le imprecazioni e le esortazioni del tenente garibaldino, la folla infatti non si era mossa. Si muoverà quando – e soltanto quando – uno dei fratelli del barone Sant’Anna darà l’imbeccata. Anzi darà un ordine ben preciso, come si addice al fratello del Capo, «dall’aria resolutissima». Come dire: «A Salemi non si muove foglia che il Barone Sant’Anna non voglia». Ma non solo in quanto barone, ma piuttosto come grande mas- sone o probabile, sempre più probabile, «pezzo da novanta» o comunque persona di rispetto, schierata dalla parte giusta.

La gente è condotta da gentiluomini…

A Salemi, ovviamente, arriva anche Cesare Abba, che, stanco per avere dovuto fare a piedi la salita scomunicata, ha il conforto – stando a quanto scriverà – di assistere ad un vero e proprio tripudio per Garibaldi.

«Quando giunse il Generale, fu proprio un delirio. La banda si arrabbiava a suonare; non si vedevano che braccia alzate e armi brandite; chi giurava; chi s’inginocchiava; chi benediceva: la piazza, le vie, i vicoli erano stipati; ci volle del bello prima che gli facessero un po’ di largo. Ed egli, paziente e lieto, salutava ed aspettava sorridendo».(12)

Dopo questa descrizione della gioia popolare, che esiste soprattutto nella sua fantasia, lo scrittore garibaldino torna ai fatti più terreni e così ci descrive la città di Salemi.

«L’hanno piantata quassù che una casa si regge sull’altra, e tutte paiono incamminate per discendere giù da oggi a domani. Avessero pur voglia di sbarcare i Saraceni, Salemi era al sicuro. Vasta, popolosa, Sudicia, le sue vie somigliano (a) colatoi. Si pensa a tenersi diritti; si cerca un’osteria e si trova una tana. Ed aggiunge: ‘ Ma i frati, oh! I frati gli avevano belli i conventi’, e questo dov’è la mia compagnia è anche netto. Essi se ne sono andati».(13)
I baroni, però, aggiungiamo questa volta noi, sono rimasti a Salemi per ricevere ed aiutare Garibaldi. Strano. Ma è così…

Va anche detto che i conventi vengono, quando servono, requisiti dai Garibaldini e che i frati, solitamente, ne vengono cacciati. Anche con la forza ove occorra.

L’Abba continua regalandoci qualche piccola ammissione:

«Gli abitanti non sono scortesi, sembrano impacciati se facciamo loro qualche domanda. Non sanno nulla, si stringono nelle spalle, o rispondono a cenni, a smorfie, chi capisce è bravo».(14)

Solita domanda, senza astio: se è vero che questi abitanti non sanno nulla (sarebbe stato più corretto dire: «fanno finta di non sapere nulla») o se rispondono a cenni e se… «Chi ci capisce è bravo», come si fa a dire che erano insorti e che volevano ad ogni costo l’Unità d’Italia e Vittorio Emanuele? E come avrebbe fatto di lì a poco Garibaldi a dire che lo volevano Dittatore?

L’Abba, sia pure con qualche puzza sotto il naso, deve riconoscere tuttavia il grande senso di ospitalità dei Siciliani e ci racconta:

«Entrai stanco in una taverna, profonda quattro o cinque scalini dalla via. V’era una brigata di amici, che mangiavano allegramente i maccheroni in certe ciotole di legno che… (forse: facevano schifo, n.d.A.). Eppure ne mangiai anch’io. E bevemmo e chiacchierammo, e c’eravamo quasi dimenticati d’essere qui a questi passi, quando…».(15)

Insomma proprio quando il buon ligure comincia a gustare il vino ed i maccheroni Siciliani, sarebbe stato avvertito che un «grosso corpo di Napo- letani» era stato avvistato a poche miglia da Salemi. Si torna quindi – nel diario dell’Abba – a parlare e a scrivere ufficialmente. Ed è così che si tirano fuori altri trionfi ed ovazioni di folla per Garibaldi, a piedi o a cavallo che appaia.

Ma un altro sprazzo di sincerità sfugge al nostro scrittore che, dopo avere parlato di squadre di insorti che arrivano da ogni parte, ci rende partecipi dell’impressione che gli hanno fatto questi volontari. Egli scrive:

«Ho veduto dei montanari armati fino ai denti, con certe facce sgherre, e certi occhi che paiono bocche di pistola. Tutta questa gente è condotta da gentiluomini, ai quali ubbidisce devota».(16)

A parte la descrizione della conformazione fisica dei nuovi arrivati, che non sembrano certamente delle persone affidabili, è importante il fatto che l’Abba ci confermi quello che già abbiamo compreso dalle altre testimonianze. I picciotti, cioè, non hanno né avranno alcuna disciplina militare, perché obbediscono devoti soltanto ai gentiluomini dai quali sono condotti.

Per la mafia, che sta per fare il salto di qualità, si aprono grandi prospettive.(17) Mala tempora in vista, invece, per il Popolo Siciliano, per la Nazione Siciliana.

Garibaldi è ben visto dalla mamma – Secondo Giancarlo Fusco il merito principale delle accoglienze, quando – e soltanto quando – uno dei fratelli del barone Sant’Anna darà l’imbeccata. Anzi darà un ordine ben preciso, come si addice al fratello del Capo, «dall’aria resolutissima». Come dire: «A Salemi non si muove foglia che il Barone Sant’Anna non voglia». Ma non solo in quanto barone, ma piuttosto come grande mas- sone o probabile, sempre più probabile, «pezzo da novanta» o comunque persona di rispetto, schierata dalla parte giusta.

La gente è condotta da gentiluomini…

A Salemi, ovviamente, arriva anche Cesare Abba, che, stanco per avere dovuto fare a piedi la salita scomunicata, ha il conforto – stando a quanto scriverà – di assistere ad un vero e proprio tripudio per Garibaldi.

«Quando giunse il Generale, fu proprio un delirio. La banda si arrabbiava a suonare; non si vedevano che braccia alzate e armi brandite; chi giurava; chi s’inginocchiava; chi benediceva: la piazza, le vie, i vicoli erano stipati; ci volle del bello prima che gli facessero un po’ di largo. Ed egli, paziente e lieto, salutava ed aspettava sorridendo».(12)

Dopo questa descrizione della gioia popolare, che esiste soprattutto nella sua fantasia, lo scrittore garibaldino torna ai fatti più terreni e così ci descrive la città di Salemi.

«L’hanno piantata quassù che una casa si regge sull’altra, e tutte paiono incamminate per discendere giù da oggi a domani. Avessero pur voglia di sbarcare i Saraceni, Salemi era al sicuro. Vasta, popolosa, Sudicia, le sue vie somigliano (a) colatoi. Si pensa a tenersi diritti; si cerca un’osteria e si trova una tana. Ed aggiunge: ‘ Ma i frati, oh! I frati gli avevano belli i conventi’, e questo dov’è la mia compagnia è anche netto. Essi se ne sono andati».(13)
I baroni, però, aggiungiamo questa volta noi, sono rimasti a Salemi per ricevere ed aiutare Garibaldi. Strano. Ma è così…

Va anche detto che i conventi vengono, quando servono, requisiti dai Garibaldini e che i frati, solitamente, ne vengono cacciati. Anche con la forza ove occorra.

L’Abba continua regalandoci qualche piccola ammissione:

«Gli abitanti non sono scortesi, sembrano impacciati se facciamo loro qualche domanda. Non sanno nulla, si stringono nelle spalle, o rispondono a cenni, a smorfie, chi capisce è bravo».(14)

Solita domanda, senza astio: se è vero che questi abitanti non sanno nulla (sarebbe stato più corretto dire: «fanno finta di non sapere nulla») o se rispondono a cenni e se… «Chi ci capisce è bravo», come si fa a dire che erano insorti e che volevano ad ogni costo l’Unità d’Italia e Vittorio Emanuele? E come avrebbe fatto di lì a poco Garibaldi a dire che lo volevano Dittatore?

L’Abba, sia pure con qualche puzza sotto il naso, deve riconoscere tuttavia il grande senso di ospitalità dei Siciliani e ci racconta:

«Entrai stanco in una taverna, profonda quattro o cinque scalini dalla via. V’era una brigata di amici, che mangiavano allegramente i maccheroni in certe ciotole di legno che… (forse: facevano schifo, n.d.A.). Eppure ne mangiai anch’io. E bevemmo e chiacchierammo, e c’eravamo quasi dimenticati d’essere qui a questi passi, quando…».(15)

Insomma proprio quando il buon ligure comincia a gustare il vino ed i maccheroni Siciliani, sarebbe stato avvertito che un «grosso corpo di Napo- letani» era stato avvistato a poche miglia da Salemi. Si torna quindi – nel diario dell’Abba – a parlare e a scrivere ufficialmente. Ed è così che si tirano fuori altri trionfi ed ovazioni di folla per Garibaldi, a piedi o a cavallo che appaia.

Ma un altro sprazzo di sincerità sfugge al nostro scrittore che, dopo avere parlato di squadre di insorti che arrivano da ogni parte, ci rende partecipi dell’impressione che gli hanno fatto questi volontari. Egli scrive:

«Ho veduto dei montanari armati fino ai denti, con certe facce sgherre, e certi occhi che paiono bocche di pistola. Tutta questa gente è condotta da gentiluomini, ai quali ubbidisce devota».(16)

A parte la descrizione della conformazione fisica dei nuovi arrivati, che non sembrano certamente delle persone affidabili, è importante il fatto che l’Abba ci confermi quello che già abbiamo compreso dalle altre testimonianze. I picciotti, cioè, non hanno né avranno alcuna disciplina militare, perché obbediscono devoti soltanto ai gentiluomini dai quali sono condotti.

Per la mafia, che sta per fare il salto di qualità, si aprono grandi prospettive.(17) Mala tempora in vista, invece, per il Popolo Siciliano, per la Nazione Siciliana.

Garibaldi è ben visto dalla mamma – Secondo Giancarlo Fusco il merito principale delle accoglienze, c’eravamo quasi dimenticati d’essere qui a questi passi, quando…».(15)

Insomma proprio quando il buon ligure comincia a gustare il vino ed i maccheroni Siciliani, sarebbe stato avvertito che un «grosso corpo di Napo- letani» era stato avvistato a poche miglia da Salemi. Si torna quindi – nel diario dell’Abba – a parlare e a scrivere ufficialmente. Ed è così che si tirano fuori altri trionfi ed ovazioni di folla per Garibaldi, a piedi o a cavallo che appaia.

Ma un altro sprazzo di sincerità sfugge al nostro scrittore che, dopo avere parlato di squadre di insorti che arrivano da ogni parte, ci rende partecipi dell’impressione che gli hanno fatto questi volontari. Egli scrive:

«Ho veduto dei montanari armati fino ai denti, con certe facce sgherre, e certi occhi che paiono bocche di pistola. Tutta questa gente è condotta da gentiluomini, ai quali ubbidisce devota».(16)

A parte la descrizione della conformazione fisica dei nuovi arrivati, che non sembrano certamente delle persone affidabili, è importante il fatto che l’Abba ci confermi quello che già abbiamo compreso dalle altre testimonianze. I picciotti, cioè, non hanno né avranno alcuna disciplina militare, perché obbediscono devoti soltanto ai gentiluomini dai quali sono condotti.

Per la mafia, che sta per fare il salto di qualità, si aprono grandi prospettive.(17) Mala tempora in vista, invece, per il Popolo Siciliano, per la Nazione Siciliana.

Garibaldi è ben visto dalla mamma – Secondo Giancarlo Fusco il merito principale delle accoglienze, riservate dalla cittadinanza di Salemi a Garibaldi ed ai

suoi Mille, va attribuito a Giuseppe La Masa. In parte è vero. Ma il La Masa operava in un terreno già predisposto in tal senso dai fratelli Sant’Anna.

Riportiamo, tuttavia un passo della narrazione del Fusco perché, pur non dicendoci niente di nuovo, ci dà bene l’idea del clima e dell’ambiente che si erano creati a Salemi.

«La Masa ha lavorato bene!, mormora Garibaldi, piegato sulla sella, rivolgendosi a Sirtori. Il “fierissimo” Giuseppe La Masa, palermitano, spadaccino formidabile e oratore travolgente, ha preceduto la colonna di quasi 24 ore, per illustrare ai maggiorenti di Salemi le intenzioni di Garibaldi, convincerli a dargli man forte e prepararli all’entrata dei volontari. Il sindaco e i consiglieri comunali, i cosiddetti “decurioni”, per quanto meno restii di quelli di Marsala, lo avevano accolto con palese diffidenza. Ma alla fine, i suoi ragionamenti, favoriti dal dialetto, avevano fatto breccia.

E ora mentre la cavalla bianca del Generale si avvicina alla piazza principale, sospesa come un’ala bruna sugli ultimi uliveti, ecco che quel diavolo di La Masa esce dal palazzo comunale tirandosi dietro tutti i “pezzi grossi” locali: il barone Mistretta in elegante completo di velluto marrone, il sindaco Tommaso Terranova, gli esponenti più autorevoli del “Comitato di Liberazione”, costituitosi, ufficialmente, appena mezz’ora prima; il dottor Ignazio Lampiasi, l’avvocato Luigi Corleo, il notaio Luigi Torres… Tutti hanno in petto vistose coccarde tricolori. Tutti agitano i cappelli verso il cielo di smalto azzurro».(18)

Dopo avere descritto qualche altro episodio della giornata dei Mille a Salemi, compreso l’incontro con fra’ Pantaleo, francescano sui generis, il Fusco ci dà un elenco degli approvvigionamenti che il La Masa procura ai Garibaldini. Si tratta di generi acquistati con i soldi del Municipio e non certamente di offerte spontanee della cittadinanza.

«Garibaldi ha la dimostrazione tangibile di quanto sia stato efficiente La Masa nel preparare il terreno. Infatti, il sindaco Terranova consegna all’intendente Bovi una considerevole quantità di vettovaglie: 2000 razioni di carne, 4000 di pasta e di riso, 4000 di vino, 30 chili di caffè, 80 chili di zucchero, 200 chili d’olio, 40 di sale e un quintale di candelotti. Per mettere insieme 4000 pagnotte il sindaco, non essendo sufficienti i forni del paese, ha mobilitato, durante la notte del 13 anche i panettieri di Santa Ninfa. Paga il Comune. Ma Sirtori, per regolarità amministrativa, rilascia una ricevuta. Volendo, potrebbe anche provvedere a un immediato rimborso, giacché nella cassetta di ferro affidata a Bovi vi sono lire 92 mila e centesimi 75. Ma è meglio tenersi stretto quel danaro, finché è possibile. Visto che i Mille hanno bisogno di tutto: scarpe, vestiario, medicinali, armi, muli, cavalli…».(19)

Il Fusco, prescindendo dal tono ironico e dal fatto che analisi di carattere generale non ne vuole affrontare molte, ci fornisce uno spaccato, breve ma efficace, delle componenti sociali che in concreto forniscono il loro aiuto a Garibaldi.

Le masse contadine, delle quali parla la storiografia ufficiale, non si vedono. Si vede invece il «trasformismo» della classe politica, si vede la mafia, si vedono i baroni e le forze più retrive della società siciliana dell’epoca.

A proposito dell’apporto mafioso, sul quale torneremo continuamente, dobbiamo dire che per la verità questo si era già intravisto, ma molto di sfuggita in alcuni autori. Ci riferiamo all’Abba, al Nievo, allo stesso Bandi. Con Giancarlo Fusco – così come avviene per Denis Mack Smith – il riferimento alla mafia è abbastanza esplicito. Gli ridiamo la parola:

«Il sindaco Terranova, in cuor suo, è di tendenze piuttosto borboniche. Anche cinque o sei dei suoi consiglieri nell’intimo, sono devoti a Franceschiello. Ma, così come stanno le cose, è meglio mettersi sul petto grosse coccarde tricolori. A parte l’aria decisa di Garibaldi e dei suoi seguaci, anche i patrioti locali sono tipi notoriamente risoluti. Nei fuciloni dei “picciotti” vi sono, ben pressati, pallettoni grossi come ceci, impazienti di avventarsi contro i “signuri”. E poi, ieri sera, il barone Alberto Maria Mistretta, al cui passaggio tutti gli uomini si cavano rapidamente la “coppola”, mormorando il sacramentale “voscienza benedica”, ha parlato chiaro: “Garibaldi è ben visto dalla mamma. Quindi, bisogna dargli una manuzza!”. Tutti sanno di che “mamma” si tratta. È una “mamma” che ha migliaia di “figghiuzzi”, sparsi in tutta la Sicilia occidentale, pronti ad obbedirle ciecamente, senza discutere. Giacché anche la più piccola disobbedienza può costare una scarica di “lupara”. “E un sasso in bocca”».(20)

Ringraziamo il Fusco per questa testimonianza. Ma c’è ben poco da scherzare, soprattutto per i Siciliani. Anche perché la mafia era ed è estesa a tutta quanta la Sicilia.

E non solo…

Foto tratta da Radio Spada

Fine decima puntata / Continua

(8) G. Bandi, op. cit., pagg. 82 e 83.

(9) G. Bandi, op. cit., pag. 83.

(10) G. Bandi, op. cit., pag. 86.

(11) G. Bandi, ibidem.

(12) G. C. Abba, op. cit., pag. 60.

(13) G. C. Abba, op. cit., pag. 61.

(14) G. C. Abba, ibidem.

(15) G. C. Abba, op. cit., pagg. 61 e 62.

(16) G. C. Abba, op. cit., pag. 63.

(17) La mafia, come abbiamo avuto modo di chiarire in altra sede, di fatto nel 1860 in Sicilia esiste già. Ma è molto diversa da quella che si sarebbe affermata fra la fine del secolo diciannovesimo e di tutto il secolo ventesimo. È più che una grande organizzazione a sé stante, una specie di sottoproletario della camorra. La parola mafia è un neologismo ed è poco usata. Non è ancora entrata ufficialmente nelle cronache giudiziarie e letterarie. Lo farà dopo appena un biennio, con una commedia di grande successo popolare (I mafiosi della vicaria). Va ricordato che mafia, camorra e ’ndrangheta nelle rispettive realtà (Sicilia, Campania e Calabria) ed altre aggregazioni malavitose esistenti in tutto il Sud Italia avrebbero fatto uno storico salto di qualità proprio collaborando con Piemontesi, Inglesi e Garibaldini nella conquista del Regno delle Due Sicilie e nella successiva opera di sottomissione delle popolazioni ribelli.

(19) G. Fusco, op. cit., pag. 39.

Fonte

Read More

La vera storia dell’impresa dei mille 9/ E da Marsala a Salemi Garibaldi comincia ad arruolare i picciotti di mafia…

Posted by on Mag 6, 2019

La vera storia dell’impresa dei mille 9/ E da Marsala a Salemi Garibaldi comincia ad arruolare i picciotti di mafia…

L’impresa dei mille, nella marcia che va da Marsala a Salemi, comincia a prendere il ‘colore’ della mafia. Ci sono i servizi segreti inglesi, rappresentati dal Barone Sant’Anna. E cominciano ad arrivare i picciotti della mafia che ne combineranno di tutti i colori. E poi si chiedono come mai lo Stato italiano tratta con la mafia, quando la prima ‘Trattativa” con i mafiosi l’ha fatta Garibaldi con gli inglesi…  

di Giuseppe Scianò

GARIBALDINI IN MARCIA DA MARSALA A SALEMI – 12 maggio 1860: sulla strada per Salemi. «Dove sono gli insorti?»

Torniamo alla cronaca dei fatti. Garibaldi ed i suoi Mille, «conquistata» Marsala, si spostano verso Salemi. Questa, sì, dovrebbe essere una città amica perché è sotto l’influenza del Barone Sant’Anna. Uomo di primo piano, anzi pezzo da novanta, secondo Montanelli e secondo non pochi autori. Certamente, il Barone è agganciato ai servizi segreti britannici ed esponente egli stesso della Massoneria filoinglese. L’unica che conti veramente in Europa e nel mondo.

Una sosta – a circa metà strada – è prevista, intanto nel feudo Rampingallo, a dieci chilometri circa da Salemi. Si tratta di una grande proprietà del Barone Mistretta. A Rampingallo prima e a Salemi dopo, sono previsti gli incontri, oltre che con i galantuomini, anche con le squadre di sedicenti insorti in armi. Vedremo di che cosa si tratterà.

Mentre la colonna si mette in cammino, proprio alle porte di Marsala, si svolge un interessante, significativo dialogo fra Garibaldi ed il suo ufficiale di Stato Maggiore, Giuseppe Bandi. Chi è costui?

Giuseppe Bandi, aiutante e fedelissimo di Garibaldi, giovane e brillante ufficiale, toscanaccio quasi quanto Indro Montanelli (pur senza la finezza né la cultura dello stesso Montanelli), è a sua volta, in maniera moderata, agiografo (1) ed apologeta della Spedizione dei Mille. Qualche volta però perde le staffe e riesce ad essere molto sincero. Cosa, questa, che avviene appunto alla partenza da Marsala per raggiungere il feudo di Rampingallo. Il Bandi è infatti deluso, più di quanto non sembri o non voglia ammettere, per l’accoglienza trovata a Marsala.

È deluso altresì perché non vede «…gli innumerevoli insorti di cui era corsa fama che brulicassero le campagne siciliane».(2)

Vale la pena di seguirlo per strappargli qualche informazione preziosa, fra quelle annotate in successive pubblicazioni. Così ci racconterà, dopo diversi anni, la storica conversazione con il suo Generale.

«Non volevo mostrarmi scoraggiato, né uomo di poca fede ma mi premeva chiarire qual fosse l’impressione suscitata nell’animo di Garibaldi dalle prime accoglienze, che ci avevano fatto i Siciliani. E, così, avvicinatomi a lui, con non so qual pretesto, gli dissi:

“O dove sono, Generale, que’ magni insorti che promettevano Roma e Toma? Mi pare che la gente guardi e passi, ed abbia una voglia matta di starsene allegramente a vedere quel che accadrà”.

Il Generale rispose con la sua inalterabile tranquillità: “Pazienza, pazienza; vedrete che tutto andrà bene. Perché la gente si scuota e ci venga dietro, bisogna farle vedere che sappiamo picchiare. Il mondo è amico dei coraggiosi e dei fortunati”.

Capii che diceva una cosa santa, e mi tacqui; ma dopo poco, tornai a farmi vivo per domandargli:

“O dov’è Rosolino Pilo? Dov’è Corrao? Non ci dissero a Genova che erano padroni di mezza l’isola (sic)?”.

“Ce lo dissero…, – soggiunse il Generale – ma che volete? Avranno fatto quel che poterono fare, e adesso saranno per la montagna”».(3)

Garibaldi non si preoccupa. È verosimile, infatti, che lui non sappia dove diavolo siano gli insorti in quel momento, ma sa bene dove sono gli Inglesi. Quelli, sì, che brulicavano in Sicilia. E la marcia verso Salemi (e poi verso Calatafimi e verso Palermo e via di seguito) sarà solo una marcia verso una vittoria prefabbricata. Nel conseguimento di tale vittoria, tuttavia, non mancheranno sorprese ed incidenti di percorso.

Quelli veri intendiamo. Non programmati…

Tappa di Rampingallo – La prima sosta nel loro spostamento da Marsala a Salemi, i Garibaldini la fanno dunque nel feudo Rampingallo. Il centro aziendale è costituito da una vetusta ma comoda struttura edilizia, caratteristica della campagna siciliana: ’u bagghiu (il baglio). Nel cui interno trovano posto le abitazioni del proprietario e dei suoi più diretti collaboratori e talvolta la «cappella», nella quale si celebrano anche importanti funzioni religiose. Al centro, di solito, esiste un grandissimo spazio capace di varie attività di trasformazione e di conservazione dei prodotti agricoli. Rifugio sicuro talvolta per intere greggi, soprattutto di notte.

Così è anche il baglio di Rampingallo. I Garibaldini pertanto, ed i loro capi, vi troveranno comoda ospitalità. Qui, come ci spiega il Bandi, verranno raggiunti da una prima squadra di picciotti, guidata dal fratello del Barone Sant’Anna. Questi diventerà sempre più, deus ex machina ed autorità a Salemi, come ad Alcamo ed in altre località della provincia di Trapani.

G. C. Abba ci descrive questi presunti insorti in maniera tale da farci capire che, sì, lui li chiama insorti, ma sono piuttosto uomini vestiti di «pelli di pecora sopra gli altri panni, tutti paiono gente risoluta» e sono «armati di doppiette da caccia e di picche bizzarre».(4)

Non garantisce insomma, che siano veri ribelli, veri insorti.

Poco prima il Bandi aveva incontrato, appunto, il fratello dello stesso Barone Sant’Anna con sette o otto signori, «tutti a cavallo, con le papaline in testa e con gli schioppi attraverso alla sella come tanti beduini». Questi, poco dopo, avvicinatisi al Bandi avrebbero gridato «Viva Cicilia! Viva la Taglia (Viva Sicilia! Viva l’Italia)».(5)

Scrive testualmente il Bandi per evidenziare, giustamente, che quei signori non conoscevano bene l’italiano, né cosa fosse l’Italia, né che diavolo questa volesse da loro. Sulla pronunzia della parola Sicilia in Cicilia, il Bandi tuttavia si sbaglia, perché nel Siciliano è la «C» che spesso viene pronunziata come una «S» leggera. E non viceversa.

Parlando della tappa di Rampingallo, è necessario ricordare un altro
episodio narrato dal Bandi. Un episodio che per la verità il toscano cita per un suo motivo specifico, ma che noi riprendiamo per un’altra ragione.
Mentre Garibaldi, con l’aiuto del Bandi e di un altro garibaldino, si stava spogliando per andare a letto (non dimentichiamo che l’Eroe è afflitto da dolori reumatici e da vari acciacchi), il Barone Sant’Anna in persona chiede di essere ricevuto ed entra nella stanza, dicendo che ha bisogno di un’autorizzazione, di una lettera cioè scritta (il Bandi parla di spedizione) che lui, a sua volta avrebbe consegnato «a due de’ suoi uomini» e con la quale Garibaldi «dichiarasse che dava loro facoltà di levare gente per conto suo in certi villaggi non lontani, promettendo che i due uomini sarebb ro tornati quanto prima, recandoci qualche buon aiuto».

Garibaldi, racconta sempre il Bandi, gli dice:

«Scrivete subito in mio nome una “spedizione” per i due uomini di Sant’Anna, acciò si sappia che la gente che arruoleranno sarà arruolata per me; e quando l’avrete scritta, firmerò».(6)

Il Bandi cita questo episodio anche per evidenziare la formula che lui avrebbe adottato per indicare l’autorità dalla quale viene emessa l’autorizzazione a svolgere quella specie di incarico (la formula del Bandi per la cronaca così recita: «Giuseppe Garibaldi, Generale del Popolo italiano, disceso in Sicilia per rendere alla nobile isola l’antica gloria e libertà, dà commissione ecc.»).

In quel momento Garibaldi mostra di gradire la proposta del Bandi e l’adotta. Tale formula sarebbe stata, tuttavia, per i casi successivi, «messa all’indice e surrogata con una diversa formula». Ci pare ovvio. Non l’antica gloria, ma una nuova (7) terribile schiavitù Garibaldi sta rendendo alla Sicilia. Meglio quindi non mettere il dito sulla piaga. E poi si dimostra ancora una volta che in Sicilia non esiste alcuna rivoluzione. E che non esistono affatto i volontari dei quali tanto parla la storiografia ufficiale.

I picciotti di mafia – Cos’altro vogliamo far notare di grande importanza? La mentalità padronale e mafiosa che, a Rampingallo, come altrove, caratterizzerà l’arruolamento dei picciotti? In verità non si tratta affatto di insorti, come ci è stato detto e ripetuto, né di gente politicizzata, né infine di gente che ha intenzione di accettare un vero e proprio rapporto gerarchico di tipo militare, sia pure in modo semplice come si addice ai guerriglieri ed agli insorti, da che mondo è mondo. Ma si tratta soltanto di un rapporto personale di obbedienza verso questo o quell’altro pezzo grosso che, a sua volta, ha rapporti con Garibaldi o con i suoi collaboratori.

Peraltro se questa gente fosse stata veramente sul piede di guerra, non sarebbe stato necessario andarla a prelevare. Né tantomeno ci sarebbe stato bisogno della commissione o spedizione scritta (perdippiù firmata da Gari- baldi). Adempimento burocratico, questo, che vuole in qualche modo accreditare il Sant’Anna ed i suoi uomini nel caso specifico. In altra occasione accrediterà altri Sant’Anna ed altre persone di loro fiducia.

Per fare folla, tuttavia, e per fare intendere all’opinione pubblica internazionale che il Popolo Siciliano voglia veramente l’unità d’Italia e l’intervento liberatorio di Garibaldi, questi reclutamenti e la qualità delle persone che vi provvedono di volta in volta e gli stessi picciotti di mafia andranno a meraviglia. Crediamo, per la verità, che il Sant’Anna volesse quel foglio anche per avanzare diritti a futuri rimborsi di spesa. I cosiddetti picciotti, infatti, venivano pagati dai signori ai quali «ubbidivano devoti» già da tempo. Con l’impresa garibaldina molti di loro avranno anche una pensione ereditaria.

Al Baglio di Rampingallo giungono le voci che da Palermo è partito il Generale Landi con tremila uomini per sbarrare il passo all’Armata Gari- baldina. Altre voci parlano di truppe che sarebbero state mandate via mare contro i nostri eroi. Garibaldi se ne preoccupa alquanto.

Decide, senza indugi, di accelerare i tempi per andare a Salemi, «che – come ci spiega il Bandi – siede in vetta ad un poggio assai scosceso, e si tratta di giungervi per sentieri aspri e fuori mano».

Garibaldi (con Bixio e con i carabinieri genovesi) si avvia velocemente verso Salemi, mentre il grosso della compagnia «si raccoglieva e si metteva in ordine» per marciare a sua volta.

Foto tratta da it.bastingrews.com

(1) Vogliamo ricordare ai nostri lettori che in Italia si arrivò a definire Agiografia Risorgi- mentale la storia ufficiale del Risorgimento, appunto. L’etimologia della parola viene dal greco (αγιος, santo, e γραφω, scrivo) e, com’è noto, si riferisce ad alcuni testi sacri della Bibbia. Il riferimento al risorgimento è ovviamente ironico. Si è verificato però che, a distanza di anni, l’Agiografia Risorgimentale venisse accettata come storia vera dalla quale fare derivare anali- si, valutazioni, riferimenti ecc., e si sa, in questa situazione, non c’è ironia che basti.

(2) G. Bandi, op. cit., pag. 72.

(3) G. Bandi, op. cit., pag. 73.

(4) G. C. Abba, op. cit., pag. 59.

(5) G. Bandi, op. cit., pagg. 77 e 78.

(6) G. Bandi, op. cit., pag. 78.

(7) G. Bandi, op. cit., pagg. 78 e 79.

Read More

La vera storia dell’impresa dei mille 8/ Anche Indro Montanelli ammette il ruolo della mafia. La misteriosa morte di Ippolito Nievo

Posted by on Mag 5, 2019

La vera storia dell’impresa dei mille 8/ Anche Indro Montanelli ammette il ruolo della mafia. La misteriosa morte di Ippolito Nievo

In questa ottava parte del volume “… e nel mese di maggio del 1860 la Sicilia diventò Colonia”, Giuseppe Scianò elenca le prese di posizione di alcuni storici e commentatori. Dalle dichiarazioni sincere – ma anche dalle bugie – emerge con chiarezza il ruolo degli Inglesi, che avevano preparato lo ‘sbarco dei mille’ con meticolosità. Ed viene fuori, soprattutto, il ruolo dei ‘picciotti’ di mafia  

di Giuseppe Scianò

Commenti e testimonianze sullo Sbarco dei garibaldini avvenuto a Marsala l’11 maggio 1860 – Sulle vicende di Marsala si è scritto parecchio e si è detto tutto ed il contrario di tutto. La verità che si sia trattato di un colpo di mano inglese, non occasionale, ma inserito in un piano ben preciso, tuttavia, emerge a poco a poco e in modo inoppugnabile dalle tante dichiarazioni sincere e, paradossalmente, anche dalle tante bugie. Si tratta di testimonianze tirate in ballo, le une e le altre, da coloro che, da diversi punti di vista e talvolta con interessi contrapposti, si sono occupati, volontariamente o involontariamente, delle vicende risorgimentali siciliane.

Non potendole citare tutte, abbiamo riportato le testimonianze più significative, citandone di volta in volta le fonti.

Indro Montanelli – Un unitario e risorgimentalista impenitente, Indro Montanelli, il quale già in altre occasioni aveva fatto qualche battuta a proposito dell’accoglienza che i Siciliani avevano riservato a Garibaldi ed ai suoi Mille a proposito dello sbarco così ebbe modo di esprimersi:

«Gli inizi non furono promettenti. L’unico che diede un caldo benvenuto ai volontari fu il Console inglese. La popolazione si chiude in casa. E lo stesso vuoto incontrò la colonna l’indomani, quando si mise in marcia. Solo a Salemi, Garibaldi fu accolto con entusiasmo, perché a lui si unì una banda di “picciuotti” comandata dal Barone Sant’Anna. Se un “pezzo di novanta” come lui si schierava con Garibaldi, voleva dire che su costui c’era da fare affidamento». (13)

Ci sentiamo in dovere di precisare che le virgolette sono nostre. Non ne potevamo fare a meno, soprattutto nel momento in cui appaiono i picciotti di mafia ed il loro pezzo da novanta, Barone Sant’Anna.

Non ci pare nemmeno corretto che il Console di S.M. Britannica sia lì, in piazza, a farsi in quattro per festeggiare l’inizio dell’invasione di quel Regno delle Due Sicilie, presso il quale egli stesso ha svolto e continua a svolgere compiti di rappresentanza diplomatica (si fa per dire, perché è fin troppo evidente il suo ruolo di agente del Governo di Londra incaricato di agevolare azioni destabilizzanti di ogni tipo). Analoga considerazione vale per il Console Sabaudo. Ma Montanelli non si preoccupa di evidenziare questo particolare.

Va tutto bene lo stesso? No, certamente. Ma è sufficiente constatare che il famoso Indro abbia ammesso che a Marsala la gente si chiuse in casa e vi restò chiusa anche durante la partenza di Garibaldi alla volta di Salemi. Ed il Montanelli parla chiaramente anche dell’apporto della mafia. E non è poco… per un unitario di ferro.

Giuseppe Cesare Abba – Persino l’Abba è costretto a parlare delle bandiere Inglesi. Si vede che erano veramente molte. Anzi: troppe! A sbarco già avvenuto, scrive nelle sue noterelle, proprio con la data dell’11 maggio 1860:

«Siedo sopra un sasso, dinanzi al fascio di armi della mia compagnia, in questa piazzetta squallida, solitaria, paurosa».

Dopo qualche osservazione sul Capitano Alessandro Ciaccio, che piange di gioia e dopo aver fatto qualche altro piccolo riferimento di cronaca, il nostro Autore aggiunge:

«Su molte case sventolano bandiere di altre nazioni. Le più sono Inglesi. Che vuol dire questo?». (14)

Si è detto che l’Abba pone un quesito al quale crediamo di avere risposto abbondantemente. Ma riteniamo che gli avessero già risposto esaurientemente quasi subito altri autori. E riteniamo altresì che l’Abba si sia risposto da sé, nel momento in cui è costretto ad ammettere che sventola una grande quantità di bandiere Inglesi.

Un fatto strano, comunque. Per un cantore, per un apologeta dell’impresa garibaldina, per un operatore di disinformazione storica e politica del Risorgimento, è senza dubbio un sacrificio dare spazio a questo scorcio di verità. Ma non può farne a meno: il fenomeno è dilagante e si ripeterà a Palermo, a Catania, a Messina. Ovunque in Sicilia.

Va da sé un’altra considerazione. L’Abba non afferma di aver visto bandiere italiane. Ci fa quindi dedurre che non ve ne siano. Neppure una. Non si tratta di un fatto secondario. Se infatti un agiografo come l’Abba avesse visto a Marsala un solo fazzoletto tricolore, lo avrebbe moltiplicato per cento… Saranno poi i pittori, i pennaioli ed i poeti (incaricati dal Governo di Vittorio Emanuele o mossi dalla voglia di far carriera o dalla necessità di sopravvivere) che faranno miracoli, descrivendo folle osannanti, talvolta in ginocchio, che accolgono il Duce dei Mille fin dal molo del porto, in un tripudio di gigantesche bandiere tricolori.

Dobbiamo tuttavia ricordare che uno dei più famosi commentatori del libro di Abba, in una nota, cerca di mettere una pezza alla testimonianza in questione. Ed infatti scrive:

«(La bandiera inglese significa) che molti Inglesi vi si trovavano per l’industria vinicola. La bandiera metteva al riparo dal bombardamento». (15)

È appena il caso di fare rilevare che il bombardamento vero e proprio, per la verità, non vi era mai stato. E che si trattava di pochissime cannonate a vuoto e puramente simboliche che peraltro erano già terminate. Mentre – come abbiamo già puntualizzato – le bandiere Inglesi e le tabelle con la scritta domicilio inglese si sarebbero viste (e mantenute a lungo) anche in altre città della Sicilia, dove non vi erano industrie vinicole degli Inglesi… e neppure gli Inglesi stessi.

Bandiere e tabelle sarebbero servite in verità a moltissime famiglie siciliane per mettersi al sicuro (o meglio, per tentare di mettersi al sicuro) dai saccheggi, dalle violenze e dagli stupri, che non sarebbero certamente mancati. E che, anzi, in non poche occasioni, avrebbero caratterizzato il comportamento dei liberatori, nonché dei banditi e dei malfattori locali loro alleati.

Abbiamo già ricordato che l’11 maggio 1860, a Piazza della Loggia, a Marsala, durante la parata garibaldina si era rimediata a stento la sola bandiera italiana che Giorgio Manin aveva tirato fuori da un apposito astuccio. Questo fatto la dice lunga, troppo lunga… E conferma che le bandiere italiane non esistevano nel maggio 1860. Né a Marsala, né in tante città della Sicilia. Fatte salve ovviamente quelle poche eccezioni che confermano la regola.

Faremmo un torto a G. C. Abba se non dicessimo che egli stesso si incarica di fare qualche affermazione atta a compensare, probabilmente, gli
effetti negativi di alcune considerazioni, in apparenza ingenue, o di qualche
lapsus freudiano. Come quando, ad esempio, ha fatto cenno alla «piazzetta,
squallida, solitaria, paurosa». La compensazione avviene allorché, per
restare in tema, fa appunto una poco credibile descrizione dei festeggiamenti (probabilmente inventati ed idealizzati nel lungo periodo di tempo trascorso fra la sua partecipazione all’impresa ed il momento in cui avrebbe curato l’ultima stesura della sua opera) dei quali nemmeno Garibaldi in persona ed il suo fedele ufficiale Bandi fanno cenno, come vedremo.

Così scrive Cesare Abba:

«Ora la città è nostra. Dal porto alle mura corremmo bersagliati di fianco. Nessun male. Il popolo applaudiva per le vie; frati di ogni colore (sic!) si squarciavano la gola gridando; donne e fanciulli dai balconi ammiravano. “Beddi! Beddi!” si sentiva da tutte le parti».

Eppure poco prima aveva scritto:

«La città non aveva ancora capito nulla; ma la ragazzaglia era già lì, venuta giù a turba».(16)

Ci insospettisce, altresì, ma non più di tanto, il fatto che l’Abba non abbia detto «alcuni ragazzi» bensì abbia usato il termine, piuttosto dispregiativo, di «ragazzaglia». Ci dovrebbe far riflettere anche la precedente frase:

«La città non aveva ancora capito nulla…». (17)

Come mai la città avrebbe festeggiato se non aveva «capito nulla»? E come mai pur non avendo capito nulla aveva atteso l’evento liberatore? E come mai, senza avere ancora capito nulla, secondo quanto attestano le fonti ufficiali, sarebbero stati proprio i cittadini di Marsala quelli che volevano ad ogni costo Garibaldi alla testa della loro rivoluzione?

L’agiografia risorgimentale dell’Abba diventa, insomma, un boomerang per l’eccessivo entusiasmo patriottico dell’Autore del testo «sacro» Da Quarto al Volturno.

Non sottilizziamo ed andiamo ad uno di quegli episodi secondari che però, a tempo e luogo opportuni, possono assumere ruolo e funzione di testimonianza. L’Abba ci aveva, sempre nella noterella del giorno undici, parlato di un incontro interessante:

«Alcuni frati bianchi ci salutavano coi loro grandi cappelli: ci spalancavano le loro enormi tabacchiere: e stringendoci le mani, ci domandavano:

“Siete reduci, emigrati, svizzeri?”».

Francamente ci sembra strano che i frati, i quali dovevano necessariamente possedere un bagaglio di cultura e di informazioni politiche (…oltre che di tabacco) superiore alla media, facessero una domanda del genere e dimostrassero quindi di non essere coinvolti nell’entusiasmo popolare, del quale lo stesso Abba parlerà di lì a poco (di cui abbiamo fatto riferimento).

Una cosa, seppur inquietante, i frati l’avevano comunque confessata. Per loro i Garibaldini potevano anche essere stranieri. Meglio se svizzeri…
Non li avrebbero comunque conosciuti, né riconosciuti.

Bolton King. Inglesi a Marsala? Bolton non lo sa… – Nel 1903, Benedetto Croce, mostro sacro della filosofia e della storiografia italiana, unitario di ferro (ancorquando meridionale), nel corso della presentazione di una nuova opera di Bolton King, volle fare cenno a quella che era l’opera più conosciuta in Italia e sulla quale avrebbero studiato diverse generazioni di docenti, di allievi e di studiosi: La storia dell’unità d’Italia, in quattro volumi. La prima edizione della quale era stata pubblicata in lingua inglese nel 1899.

Ebbene, il Croce in proposito affermò:

«La “Storia dell’Unità d’Italia” benché elaborata con conoscenza completa del vasto materiale erudito di quel periodo, pur non tanto mi era parsa notevole per l’erudizione quanto per la finezza ed equilibrio del giudizio, che mette sotto giusta luce uomini ed avvenimenti controversi, e desta quasi di continuo quella persuasione, quell’intimo assenso, che si esprime con un “così è”». (18)

Ipse dixit, insomma… L’opera dell’illustre inglese è senza dubbio ponderosa ed interessante. Parte, però, da alcuni dati che ritiene scontati e certi, ma che invece a nostro giudizio sono discutibili. Talvolta mai avvenuti.

Il buon Bolton King, del resto, se in buona fede, non avrebbe mai potuto immaginare che il materiale erudito da cui avrebbe attinto la conoscenza della storia d’Italia, in realtà gli avesse fornito una serie di notizie rielaborate e/o falsificate ab origine. Non sappiamo se, venendo in Italia, visitando i luoghi del delitto, interrogando i testimoni oculari, lo scrittore inglese avrebbe smentito se stesso.

Fatto sta che il King non aveva mai messo piede in Sicilia fino al mese di maggio del 1860 (né lo avrebbe fatto dopo), né in Sicilia, né tantomeno in Italia. A questo punto abbiamo il sospetto che Bolton King non fosse stato in buona fede e che anche lui facesse parte della grande congiura della disinformazione per giustificare e legittimare la grande operazione di conquista del Regno delle Due Sicilie.

Ecco, ad esempio, come ci descrive lo Sbarco dei Mille:

«Intanto con i suoi piroscafi Garibaldi giunse a Marsala l’11 maggio. Era riuscito a sfuggire ai vascelli Napoletani in alto mare, ma mentre si stava avvicinando a terra fu avvistato da due incrociatori, che lo inseguirono accanitamente fino nel porto. Una delle sue navi si incagliò e, se il fuoco aperto dai Napoletani non fosse stato troppo largo e sparso, una metà dei suoi uomini non sarebbe certo riuscita a giungere sana e salva sulla terraferma. A Marsala non esisteva la guarnigione, ma la spedizione corse egualmente il rischio di rimanere inchiodata in quel lembo dell’isola, per cui Garibaldi decise di marciare immediatamente su Palermo: salutato con indicibile entusiasmo dalla popolazione, si proclamò Dittatore dell’isola in nome di Vittorio Emanuele e si affrettò quindi ad avanzare su Palermo, mentre La Masa incitava gli abitanti dei villaggi a prendere le armi e mentre le squadre sopravvissute all’impresa della Gancia si univano alle sue forze».(19)

Così fu? Non ci pare. Manca peraltro ogni riferimento proprio all’intervento inglese. Ed invece spunta un entusiasmo che, soprattutto a Marsala, nella realtà, non era mai esistito. E questa descrizione dei fatti non ci pare ammissibile per un Autore così importante. Eppure egli aveva scritto:

«La politica del Governo Palmerston verso l’Italia si proponeva tre obiettivi fondamentali: soddisfare le aspirazioni italiane cacciando dal Paese gli austriaci; far cessare l’influenza francese in Italia; indebolire o distruggere il potere temporale (del Papa)». (20)

Ammetteva quindi che l’Inghilterra aveva scelto fra i due sovrani (peraltro imparentati fra loro, Vittorio Emanuele II e Francesco II, legati da vincoli di sangue e di parentela agli Asburgo), quale dei due buttare giù dalla torre e quale invece salvare adottandolo ed aiutandolo a crescere. Se non addirittura costruendolo a suo uso e consumo.

Come poteva l’Inghilterra rischiare, ormai, che a Marsala il proprio progetto colasse a picco? Qualcosa doveva fare e doveva già aver pur fatto!… O no? Ma Bolton King finge di non vedere, di non sapere. Anzi si inventa una sua verità a totale supporto della propaganda filo-unitaria.

Garibaldi: una frase che rafforza i sospetti – Scrive il Rosada:

«Dodici anni dopo, il Duce dei Mille riconosce lealmente il suo debito scrivendo nelle sue memorie:

“La presenza dei due legni da guerra Inglesi influì alquanto sulla determinazione dei comandanti de’ legni nemici, naturalmente impazienti di fulminarci, e ciò diede tempo ad ultimare lo sbarco nostro. La nobile bandiera di Albione contribuì, anche questa volta, a risparmiare lo spargimento di sangue umano; ed, io, beniamino di cotesti signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro Protetto”».

Questa frase di Garibaldi, anziché dissipare insinuazioni e sospetti, li avrebbe rafforzati. Ne condividiamo il contenuto, perché l’influenza e gli interventi dell’Inghilterra furono veramente decisivi nei fatti del 1860 e degli anni immediatamente successivi. Ma la macchina dell’agiografia risorgimentale non sarebbe stata neppure sfiorata da questo momento di sincerità dell’Eroe dei Mille.

Se quest’ultimo avesse capito, fin dall’inizio, dove sarebbe arrivato il suo mito, probabilmente non si sarebbe lasciato andare ad una confessione così significativa e compromettente.

(20) Bolton King, op. cit., vol. III, pag. 140.

Denis Mack Smith e Ippolito Nievo – Sulla scia di Bolton King, uno storico inglese nostro contemporaneo, Denis Mack Smith, ha avuto un enorme successo in Sicilia con libri di storia che riguardano appunto la Sicilia. Uno dei più celebri, che è stato anche un vero best-seller, è La storia della Sicilia medievale e moderna, edita da Laterza (Bari, 1970). Lo stile ovviamente è più scorrevole di quello del King, la benevolentia per i Padri della Patria – da Vittorio Emanuele a Cavour, a Garibaldi, ecc., – rimane però immutata.

Ci confronteremo con le opinioni dello Smith nel corso del nostro lavoro. Non è il caso di farlo adesso. Gli diamo però atto, per il momento, di aver citato, pur senza condividerne troppo il contenuto, un’acutissima osservazione di Ippolito Nievo:

«La rivoluzione era sedata dappertutto o, per dir meglio, non avea (sic!) esistito: solo qualche banda di semi-briganti, che qui chiamano squadre, avevano battuto e battevano ancora qualche provincia dell’interno con molta indifferenza del Governo e qualche paura dei proprietari». (21)

Un giudizio, questo, sferzante, quanto mai veritiero ed in controtendenza rispetto al guazzabuglio di versioni ufficiali e non. Lo stesso Smith ci mette, però, in guardia dicendo – lui inglese – che il Nievo «vedeva le cose da settentrionale». Non ci pare un’espressione felice in generale. Ed in particolare per il Nievo. Costui era, sì, un settentrionale, ma (a prescindere dalla considerazione che la diversità etnica non ha niente a che vedere con i fatti) ciò non significa che il grande scrittore non avesse capito meglio di tanti Meridionali e di tanti Siciliani e – ci sia consentito – di tanti altri Settentrionali e di tanti Inglesi, di che pasta fosse fatta la maggioranza degli eroi Garibaldini e dei picciotti di mafia che a questi si aggregavano.
Insomma Nievo parla. (22)

Cosa, questa, che non potevano fare quanti erano stati complici dei delitti connessi alla conquista del Sud e della Sicilia, né lo possono fare oggi quanti compiono il lavoro di omologazione culturale o quanti hanno la necessità di tenere in piedi il mito garibaldino, scisso dalla verità. Magari in buona fede oppure nel rispetto della… ragion di Stato.

Ma per meglio comprendere il valore della testimonianza alla quale abbiamo dato spazio, dobbiamo ricordare chi era Ippolito Nievo. Di lui così scrive Lorenzo Bianchi:

«Ippolito Nievo, padovano (1831-1861), poeta e geniale autore delle ‘Confessioni d’un ottuagenario’, ammirato dall’Abba (vedi qui, pagg. 88, 149, 279, Storia dei Mille, pagg.115-116). Era stato delle ‘Guide del 59′, partecipò alla ‘spedizione dei Mille’ (di cui lasciò lettere vivaci e uno scheletrico diario) come a un sicuro olocausto. Per la sua scrupolosità fu assegnato all’Intendenza Militare con Giovanni Acerbi (diceva di non possedere che un solo requisito per fare il cassiere, quello ‘di non saper rubare’). Per l’alto ingegno e il senno politico appariva destinato a un grande avvenire. Ma ‘spariva dal mondo nel marzo 1861, in una notte di tempesta nel Tirreno, con un vapore [l’Ercole] che fu ingoiato, passeggeri e tutto, dalle acque. Perì in lui il poeta che avrebbe cantato davvero l’epopea garibaldina; e un cadavere che fu creduto lui, venne poi trovato sulla riva d’Ischia, l’isola dei poeti».

Il Nievo è quindi un testimone di grande prestigio e soprattutto molto sincero, attendibile. Ancorquando unitario ad ogni costo. Ed è un uomo che ha amato molto la verità.

Ancora oggi in Sicilia si sospetta che la sua morte non sia stata accidentale; si ritiene che «qualcuno», potente e compromesso, avesse avuto interesse a far fuori il Nievo per impedirgli di denunziare brogli ed ammanchi che, nella sua qualità di intendente e di ispettore, avrebbe scoperto nell’Amministrazione «unitaria ed italiana», non più Duosiciliana, quindi, in Sicilia.

Infatti, dopo aver eseguito diligentemente l’ordine di raccogliere i documenti contabili (riteniamo scottanti) sui quali aveva indagato, per portarli a Torino (in quel periodo capitale del Regno d’Italia), il grande scrittore lasciò la Sicilia diretto a Napoli sul vecchio Ercole il 4 marzo 1861.

Si può affermare soltanto che il piroscafo non arrivò mai a destinazione e che, del Nievo, non si ebbe più notizia. Né si conobbero mai con esattezza le vere cause del naufragio del vapore di Napoli (come veniva chiamato). Non sopravvisse nessuno. Ippolito Nievo, al momento della morte, aveva appena trent’anni.

Sulla tragedia si hanno solo due certezze: la prima è che il Nievo aveva con sé un’enorme quantità di documenti che provavano gli imbrogli che egli stesso aveva scoperto, ad iniziare dai prelievi che i Garibaldini avevano effettuato a man bassa alla Tesoreria dello Stato delle Due Sicilie a Palermo; l’altra è costituita dal fatto che del piroscafo Ercole fino ad oggi non sono stati mai rinvenuti relitti, neppure parziali. In pratica non si è mai avuta la certezza che la causa della scomparsa della nave fosse da attribui- re ad un naufragio, ad un incendio accidentale oppure ad un attentato…

(13) Indro Montanelli, L’Italia unita. Da Napoleone alla svolta del Novecento, Rizzoli, II vol., 2015, pag. 613. Facciamo rilevare che il Montanelli, scrivendo «picciuotti» adotta la pronunzia di alcuni antichi rioni di Palermo. In realtà la pronunzia più diffusa in Siciliano è «picciotti». Letteralmente «picciotto» significa «giovane». In senso lato significa anche «aiutante», apprendista, esecutore di ordini, lavoratore manuale, ecc…

Fine ottava puntata/ continua

Foto tratta da questionegiustizia.it

(14) G. C. Abba, op. cit., pag. 50.

(15) G. C. Abba, op. cit., pag. 50, nota 1.

(16) G. C. Abba, op. cit., pag. 51.

(17) G. C. Abba, op. cit., pag. 50.

(18) Bolton King, Storia dell’Unità d’Italia, Editori Riuniti, 1960, vol. I, pag. 11, introduzione a cura di Ernesto Ragionieri.

Denis Mack Smith e Ippolito Nievo – Sulla scia di Bolton King, uno storico inglese nostro contemporaneo, Denis Mack Smith, ha avuto un enorme successo in Sicilia con libri di storia che riguardano appunto la Sicilia. Uno dei più celebri, che è stato anche un vero best-seller, è La storia della Sicilia medievale e moderna, edita da Laterza (Bari, 1970). Lo stile ovviamente è più scorrevole di quello del King, la benevolentia per i Padri della Patria – da Vittorio Emanuele a Cavour, a Garibaldi, ecc., – rimane però immutata.

Ci confronteremo con le opinioni dello Smith nel corso del nostro lavoro. Non è il caso di farlo adesso. Gli diamo però atto, per il momento, di aver citato, pur senza condividerne troppo il contenuto, un’acutissima osservazione di Ippolito Nievo:

«La rivoluzione era sedata dappertutto o, per dir meglio, non avea (sic!) esistito: solo qualche banda di semi-briganti, che qui chiamano squadre, avevano battuto e battevano ancora qualche provincia dell’interno con molta indifferenza del Governo e qualche paura dei proprietari». (21)

Un giudizio, questo, sferzante, quanto mai veritiero ed in controtendenza rispetto al guazzabuglio di versioni ufficiali e non. Lo stesso Smith ci mette, però, in guardia dicendo – lui inglese – che il Nievo «vedeva le cose da settentrionale». Non ci pare un’espressione felice in generale. Ed in particolare per il Nievo. Costui era, sì, un settentrionale, ma (a prescindere dalla considerazione che la diversità etnica non ha niente a che vedere con i fatti) ciò non significa che il grande scrittore non avesse capito

meglio di tanti Meridionali e di tanti Siciliani e – ci sia consentito – di tanti altri Settentrionali e di tanti Inglesi, di che pasta fosse fatta la maggioranza degli eroi Garibaldini e dei picciotti di mafia che a questi si aggregavano.
Insomma Nievo parla. (22)

Cosa, questa, che non potevano fare quanti erano stati complici dei delitti connessi alla conquista del Sud e della Sicilia, né lo possono fare oggi quanti compiono il lavoro di omologazione culturale o quanti hanno la necessità di tenere in piedi il mito garibaldino, scisso dalla verità. Magari in buona fede oppure nel rispetto della… ragion di Stato.

Ma per meglio comprendere il valore della testimonianza alla quale abbiamo dato spazio, dobbiamo ricordare chi era Ippolito Nievo. Di lui così scrive Lorenzo Bianchi:

«Ippolito Nievo, padovano (1831-1861), poeta e geniale autore delle ‘Confessioni d’un ottuagenario’, ammirato dall’Abba (vedi qui, pagg. 88, 149, 279, Storia dei Mille, pagg.115-116). Era stato delle ‘Guide del 59′, partecipò alla ‘spedizione dei Mille’ (di cui lasciò lettere vivaci e uno scheletrico diario) come a un sicuro olocausto. Per la sua scrupolosità fu assegnato all’Intendenza Militare con Giovanni Acerbi (diceva di non possedere che un solo requisito per fare il cassiere, quello ‘di non saper rubare’). Per l’alto ingegno e il senno politico appariva destinato a un grande avvenire. Ma ‘spariva dal mondo nel marzo 1861, in una notte di tempesta nel Tirreno, con un vapore [l’Ercole] che fu ingoiato, passeggeri e tutto, dalle acque.

Perì in lui il poeta che avrebbe cantato davvero l’epopea garibaldina; e un cadavere che fu creduto lui, venne poi trovato sulla riva d’Ischia, l’isola dei poeti».

Il Nievo è quindi un testimone di grande prestigio e soprattutto molto sincero, attendibile. Ancorquando unitario ad ogni costo. Ed è un uomo che ha amato molto la verità.

Ancora oggi in Sicilia si sospetta che la sua morte non sia stata accidentale; si ritiene che «qualcuno», potente e compromesso, avesse avuto interesse a far fuori il Nievo per impedirgli di denunziare brogli ed ammanchi che, nella sua qualità di intendente e di ispettore, avrebbe scoperto nell’Amministrazione «unitaria ed italiana», non più Duosiciliana, quindi, in Sicilia.

Infatti, dopo aver eseguito diligentemente l’ordine di raccogliere i documenti contabili (riteniamo scottanti) sui quali aveva indagato, per portarli a Torino (in quel periodo capitale del Regno d’Italia), il grande scrittore lasciò la Sicilia diretto a Napoli sul vecchio Ercole il 4 marzo 1861.

Si può affermare soltanto che il piroscafo non arrivò mai a destinazione e che, del Nievo, non si ebbe più notizia. Né si conobbero mai con esattezza le vere cause del naufragio del vapore di Napoli (come veniva chiamato). Non sopravvisse nessuno. Ippolito Nievo, al momento della morte, aveva appena trent’anni.

Sulla tragedia si hanno solo due certezze: la prima è che il Nievo aveva con sé un’enorme quantità di documenti che provavano gli imbrogli che egli stesso aveva scoperto, ad iniziare dai prelievi che i Garibaldini avevano effettuato a man bassa alla Tesoreria dello Stato delle Due Sicilie a Palermo; l’altra è costituita dal fatto che del piroscafo Ercole fino ad oggi non sono stati mai rinvenuti relitti, neppure parziali. In pratica non si è mai avuta la certezza che la causa della scomparsa della nave fosse da attribui- re ad un naufragio, ad un incendio accidentale oppure ad un attentato…

(13) Indro Montanelli, L’Italia unita. Da Napoleone alla svolta del Novecento, Rizzoli, II vol., 2015, pag. 613. Facciamo rilevare che il Montanelli, scrivendo «picciuotti» adotta la pronunzia di alcuni antichi rioni di Palermo. In realtà la pronunzia più diffusa in Siciliano è «picciotti». Letteralmente «picciotto» significa «giovane». In senso lato significa anche «aiutante», apprendista, esecutore di ordini, lavoratore manuale, ecc…

Fine ottava puntata/ continua

(14) G. C. Abba, op. cit., pag. 50.

(15) G. C. Abba, op. cit., pag. 50, nota 1.

(16) G. C. Abba, op. cit., pag. 51.

(17) G. C. Abba, op. cit., pag. 50.

(18) Bolton King, Storia dell’Unità d’Italia, Editori Riuniti, 1960, vol. I, pag. 11, introduzione a cura di Ernesto Ragionieri.

(19) Bolton King, op. cit., vol. III, pag. 179.

Fonte

Read More
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: