Alta Terra di Lavoro

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FRANCESCO PAPPALARDO, L’Unità d’Italia e il Risorgimento

Posted by on Dic 6, 2019

FRANCESCO PAPPALARDO, L’Unità d’Italia e il Risorgimento

Nel centocinquantesimo anniversario dell’unificazione politica della penisola italiana non sono mancate opere e ricostruzioni storiografiche di pregio (già segnalate peraltro su queste pagine online dell’Istituto) intese a rileggere i complessi eventi che portarono alla famosa proclamazione del 17 marzo 1861 in chiave più obiettiva, quando non semplicemente realistica, anche a costo di toccare qualche nervo scoperto.

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Antonio Boccia, Massacro a Lauria. La resistenza antigiacobina in Basilicata tra 1799 e 1806

Posted by on Nov 23, 2019

Antonio Boccia, Massacro a Lauria. La resistenza antigiacobina in Basilicata tra 1799 e 1806

Sull’insorgenza nel Regno di Napoli del 1806, che in realtà si protrae con una guerriglia logorante fino al 1808, soprattutto in Calabria, sono stati pubblicati numerosi lavori d’insieme () che aiutano a delineare il quadro di quelle vicende, ma si avverte la carenza di studi particolari utili alla composizione del complesso mosaico dell’insorgenza.

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Quando Mastriani scrisse sui briganti

Posted by on Ott 31, 2019

Quando Mastriani scrisse sui briganti

Morì quasi cieco e indebitato, ma fu uno dei più prolifici romanzieri dell’Ottocento napoletano. Francesco Mastriani scriveva, scriveva, per crescere i figli e onorare i debiti.

Molti suoi titoli divennero famosi, come “La cieca di Sorrento”. Alcuni furono anche rappresentati in teatro dalla compagnia di Federico Stella, in una Napoli nel passaggio tra capitale borbonica e città italiana. Mastriani unitario, Mastriani liberale, Mastriani apprezzato anche da Matilde Serao.

Scriveva della plebe, dei diseredati di Napoli, di quei “Vermi” delle classi inferiori come aveva fatto Victor Hugo per Parigi. I suoi riflettori erano accesi soprattutto su Napoli città, ma fece una eccezione, sempre a puntate per il quotidiano “Roma”, nel settembre del 1886. Pubblicò allora un romanzo, “d’appendice” come si diceva allora, sempre nella classica collocazione del piede di prima pagina, interamente ispirato ai briganti post-unitari.

Il titolo era “Cosimo Giordano e la sua banda”, scovato dal cultore di storia sannita Salvatore D’Onofrio e ristampato dall’appassionato editore cavese Vincenzo D’Amico. Fonti d’ispirazione furono per Mastriani gli articoli di giornali, gli atti della Corte d’Assise di Benevento, anche un precedente libro di Pasquale Villani.

Come era nelle corde della penna di Mastriani, personaggi e vicende storiche si intrecciano a protagonisti di fantasia. Cosimo Giordano, il più famoso capobrigante del Sannio oggetto di uno studio di Abele De Blasio, è nel romanzo un feroce brigante. Un criminale tout court, responsabile con Angelo Pica del massacro dei 41 tra soldati e carabinieri con il loro comandante Bracci agli inizi dell’agosto 1861 tra Pontelandolfo e Casalduni.

Nulla racconta Mastriani del dopo, della rappresaglia successiva dei soldati, concentrato soltanto su Giordano e i personaggi che gli ruotano attorno. Fece così anche Giustino Fortunato, nel suo articolo sui “fatti di Pontelandolfo”. Ma Mastriani aggiunge qualcosa di più, nel suo romanzo. Riconosce al brigantaggio post-unitario insieme caratteristiche politiche e sociali.

Scriveva infatti: “Il brigante sciolse a modo suo il gran problema sociale. La legge esercita il suo impero in nome del re. C’è il brigantaggio sociale e il brigantaggio politico. Il problema non risoluto o mal risoluto degli utili tra i diversi fattori è una delle cause più efficienti del brigantaggio sociale”. E ancora: “Finché l’esistenza non sarà assicurata a tutti per via del lavoro obbligatorio, finchè il ricco e potente calpesteranno il Cristo, non sperate che il brigantaggio si estingua”.

Un’idea chiara, espressa 25 anni dopo le vicende raccontate. Mastriani era anti-borbonico, unitario, liberale. E guardava con attento paternalismo alla miseria e alle classi povere. Pochi sapevano che si fosse occupato anche del brigantaggio e dei briganti. Ora è possibile colmare questa lacuna, nel testo anastatico dell’editore D’Amico. E meno male.

Gigi Di Fiore

fonte https://www.ilmattino.it/blog/controstorie/mastriani_brigante_cosimigiordano-4826155.html?fbclid=IwAR0pf7HWCyiG-xJ3WftUHpxHQTMO_Y9mnPu7VdcXhVrlKtMKvL9pDrTaEF8

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Alunni smentiscono il libro: Regno Borbonico florido, l’Unità d’Italia è stata distorta

Posted by on Ott 29, 2019

Alunni smentiscono il libro: Regno Borbonico florido, l’Unità d’Italia è stata distorta

Una meridione arretrato, povero, criminalizzato e dipendente dal Nord. Questo il quadro presentato in un libro di storia utilizzato da una terza media di Battipaglia dal titolo “Chiedi alla storia” edito da Mondadori dove il Sud viene descritto come un qualcosa di profondamente marcio prima dell’arrivo di Garibaldi. Il volume scolastico presenta il Regno Borbonico in maniera piuttosto fosca, tanto che, secondo il manuale, il Regno d’Italia dovette poi sobbarcarsi il deficit del Regno delle Due Sicilie. Per gli studenti questa serie di eventi sono risultati come un falso storico.

Così i ragazzi delle scuola “Alfonso Gatto” hanno deciso di approfondire la storia e appropriarsi della verità recuperando gli atti della Conferenza Internazionale di Parigi del 1856 che assegnava al Regno Borbonico un premio per lo sviluppo industriale. Il premio faceva riferimento alle rendita dello stato napoletano. Inoltre tra i tanti documenti spulciati dagli studenti è stata trovata una lettera dello storico Giustino Fortunato il quale parlava delle floridissime condizioni del Meridione prima dell’unificazione d’Italia.

Preside ed insegnanti hanno sostenuto l’attività dei ragazzi e lo stesso massimo dirigente scolastico ha ammesso che molti manuali utilizzati nelle scuole inquadrano il periodo storico pre-risorgimentale in maniera distorta, dove il l’antico Regno delle Due Sicilie è presentato come uno stato arretrato e povero rispetto ad un Nord operoso e ricco.

Ma “la Storia sta cambiando”. Così come è successo nella scuola media di Battipaglia, tempo fa fece clamore il vessillo borbonico esposto in una classe di un liceo di Torre del Greco. Gli studenti più preparati in Storia degli stessi insegnanti? Sarà così, ma a parte la provocazione, di sicuro il web ha dato modo alla verità storica di venir fuori. Tempi duri per la stucchevole prosopopea propagandistica risorgimentale..

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Le sinfonie di Mozart che forse non sono di Mozart: “Quella firma per oscurare l’italiano Luchesi”

Posted by on Ago 24, 2019

Le sinfonie di Mozart che forse non sono di Mozart: “Quella firma per oscurare l’italiano Luchesi”

Dalla Jupiter alla Parigi, le opere che potrebbero essere state composte da altri autori, ma attribuite al genio di Salisburgo. Lo studio di Luca Bianchini e Anna Trombetta: “Chi acquistava la musica ne deteneva i diritti, compreso quello d’attribuirla ad altri, vincolando al silenzio il vero autore”

La Jupiter, la Haffner, la Posthorn, la Parigi, la Praga. Sono tra le sinfonie di maggior successo di Wolfgang Amadeus Mozart. Ma che potrebbero non essere di Mozart. Almeno secondo due ricercatori italiani e studiosi della Wiener KlassikLuca Bianchini e Anna Trombetta che stanno per pubblicare il risultato delle loro ricerche ventennali, Mozart, la caduta degli dei, una biografia critica di Mozart che mette a fuoco “i punti contraddittori della sterminata bibliografia mozartiana: li verifichiamo e li analizziamo”. Su Mozart è stato scritto di tutto, le biografie si sprecano, ma come fa notare il ricercatore e musicologo Luca Bianchini “ciascun biografo ha provato a dipingerci una figura diversa del genio di Salisburgo, rendendo evidente – com’era nello spirito del Romanticismo e dei movimenti nazionalistici del Novecento – quanto di grande e di bello vi fosse contenuto”.

Il loro lavoro, così come La musica del sole del direttore d’orchestra e compositore Enzo Amato, emerge che le sinfonie e serenate di maggior successo di Mozart sarebbero attribuibili ad altri. La Jupiter (Sinfonia n. 41, K 551), la Haffner (Sinfonia n. 35, K 385), la Posthorn (Serenata n. 9, K 320), la Parigi (Sinfonia n. 31, K 297), la Praga (Sinfonia n. 38, K 504) e altre opere. Mozart, scrive Amato, “in soli 35 anni di vita, considerando che nei primi cinque anni la produzione è scarsissima, scrive circa settecento lavori. Una media di ventitré lavori all’anno, due al mese per trent’anni di seguito. Durante i suoi frequenti spostamenti Amadeus passava molti giorni in carrozza: non credo che con le strade sterrate dell’epoca fosse possibile scrivere musica senza errori per giunta”.A corroborare le tesi degli studiosi sono i manoscritti presenti nel fondo musicale della Biblioteca Estense di Modena, nella quale, spiegano Bianchini e Trombetta “ci sono le parti staccate della sinfonia Jupiter, che hanno attribuito a Wolfgang Amadeus Mozart, ma che lì sono anonime. Quelle dell’anonimo autore sono del 1784 o forse precedenti. La partitura di Mozart, stessa musica, è del 1788, quindi Mozart deve aver copiato da una partitura preesistente, che risale almeno al 1784”.

Affermazioni che faranno saltare sulla sedia gli amanti del talento

austriaco e potrebbero aprire orizzonti inediti nella storiografia musicale: “Occorre considerare – aggiungono Bianchini e Trombetta – che i problemi che il fondo di Modena solleva, non si limitano alla Jupiter. Ci sono in quell’archivio modenese altre sinfonie anonime attribuite poi a Mozart e molte anonime attribuite successivamente ad Haydn”, la qual cosa potrebbe essere spiegata solo prendendo in esame alcune delle costanti che regolavano la fruizione e la diffusione musicale ai tempi del cosiddetto classicismo viennese. “La musica poteva essere acquistata da ricchi, arbitrariamente sottratta al vero autore, attribuita ai direttori a servizio dei nobili di turno. Chi acquistava la musica ne deteneva i diritti, compreso quello d’attribuirla ad altri, vincolando al silenzio il vero autore, solennizzando l’accordo col notaio”.

A far supporre che le musiche in questione potessero essere, in mezzo ad altri, anche dell’italiano (veneto) Andrea Luchesi è, oltre a diversi altri indizi, una firma autografa di Mozart sotto la quale emerge quella autografa di Luchesi, come lo stesso compositore, che per circa un ventennio fu Kapellmeister della corte di Bonn ed ebbe tra i suoi allievi Ludwig Van Beethoven, andava firmandosi: “I frontespizi dei lavori di

Modena vennero strappati. Il nome di Luchesi compare nella partitura d’una sinfonia – trattasi della summenzionata ‘Parigi’ – conservata a Regensburg, che è significativamente anche nell’archivio di Modena, ma è stato cancellato da qualcuno, che vi ha sovrapposto la firma di Wolfgang Amadeus Mozart”. Ed è a proposito di questa sinfonia che tanto Amato quanto Bianchini e Trombetta riportano la vicenda secondo la quale Mozart, una volta giunto a Parigi (nel 1777, a 21 anni) fu  cacciato dalla città poi dal barone Melchiorre Von Grimm, dopo che quest’ultimo aveva scoperto che la sinfonia di Mozart era in realtà un falso. Una serie di circostanze e di studi che, se la storia e il tempo dovessero confermare, ridimensionerebbero il numero di composizioni di Mozart, senza di certo sfiorare la grandezza del genio.

Fabrizio Basciano

fonte https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/03/le-sinfonie-di-mozart-che-forse-non-sono-di-mozart-quella-firma-per-oscurare-litaliano-luchesi/2579089/

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E PURE FRATE INDOVINO TEME PER L’UNITÀ

Posted by on Ago 24, 2019

E PURE FRATE INDOVINO TEME PER L’UNITÀ

Se n’è accorto anche Frate Indovino, col suo calendario 2019, che quest’Italia non è per niente salda. No, la colla non va affatto bene. E sappiate che il torinese Massimo d’Azeglio non scrisse affatto “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani” nel 1863 ma, piuttosto, “Il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri. Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”. Massimo d’Azeglio, tra l’altro, era anche quello che alla vigilia dei plebisciti di annessione del 1860 aveva scritto in una lettera “Ma in tutti i modi la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. Da “facciamo gli italiani” a “non si fanno gli italiani” cambia tutto. Frase manipolata ad hoc, cambiata per nascondere i limiti dell’unificazione. Formare gli italiani d’alti e forti caratteri, per il massone razzista d’Azeglio, voleva dire renderli diversi da ciò che erano sempre stati, non più cattolici ma credenti nella politica sociale dello Stato laico. Il suo fu tutt’altro che un invito al miglioramento, bensì la constatazione dell’invalicabile fallimento nativo dell’Unità: l’impossibilità di creare l’italiano solo, svuotato delle identità locali, educato all’etica massonica e disincagliato dall’ignoranza della fede cattolica. L’unico risultato, davvero disastroso, raggiunto dallo Stato piemontese fu l’apertura di una ferita che avrebbe separato la “Questione settentrionale”, politica e istituzionale, dalla “Questione meridionale”, economica e sociale, con cancrena dagli esiti già drammatici negli ultimi decenni dell’Ottocento. Nasceva, senza etichetta e senza sterili dibattiti, una più ampia “questione nazionale”, quella della corruzione, vera radice inestirpata di tutte le postume sciagure del Paese. Il padrone del vapore ha sempre manipolato, sapendo che l’Italia è nata nel modo più sbagliato, con un Re corrotto che volle dimostrare a tutti che tipo di nazione fosse – cioè un Piemonte allargato – continuando a mantenere la numerazione di secondo Vittorio Emanuele, a dirsi secondo del Regno di Sardegna, senza alcuna volontà d’essere primo d’Italia. La pubblica istruzione fu la prima cura, dottrina d’ingegneria sociale della Massoneria del secondo Ottocento, impegnata nell’obiettivo di forgiare una nuova coscienza collettiva della Nazione, di fare gli italiani dopo aver fatto l’Italia, cioè costruirli in laboratorio, sradicando il grande patrimonio delle diverse identità territoriali e i residui superstiziosi della precedente egemonia clericale, e diffondendo una diversa fede laica, quella nell’Unità. Tutto passava per la celebrazione dei Padri della Patria, (de facto ladri della patria napolitana), massoni elevati a somme figure morali della moderna storia nazionale nei libri di storia, negli odonimi stradali e sui basamenti monumentali dello Stivale, dove ancora li si ritrova ben saldi a indicare ai meno sprovveduti quanto influente sia la Massoneria in un paese di profonde radici cattoliche. Fu un’invenzione come un’invenzione era l’Italia unita, lontana, troppo lontana dalla sua vera storia, dalla sua cultura e dal sentimento dei suoi diversi popoli. Per secoli l’Italia era stata incrocio di tradizioni e culture locali, tutte differenti tra loro, e l’italiano nuovo, unico, non avrebbe mai potuto nascere da una rappresentazione edulcorata degli eventi. Oggi i libri di storia sono pressappoco identici a quelli di allora, come gli odonimi stradali e i monumenti. E quante scuole del Sud sono dedicate al massone razzista d’Azeglio! E intanto anche Frate Indovino si è accorto che la colla non è delle più resistenti. Anzi, è proprio scadente. – Se volete approfondire, leggete Napoli Capitale Morale

fonte http://Angelo Forgione Fane Page

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