Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Risorgimento? Del paganesimo

Posted by on Apr 27, 2019

Risorgimento? Del paganesimo

Marzo 1861: 140 anni fa Vittorio Emanuele II veniva proclamato re d’ltalia. Sulla pelle di un popolo cattolico. Perseguitato e oppresso. La storia che non si vuole ricordare.

“Principe generoso e magnanimo, Principe che i popoli salutano Redentore, innanzi cui si attutano le passioni, si dileguano, si dileguano i sospetti, si sciolgono i dubbi, Principe che ha il dono meraviglioso della fede inconcussa che converte e trascina, Principe, miracolo dell’etŕ nostra tortunata, Principe che passerŕ alla memoria dei posteri col nome di Re Galantuomo”: con questa specie di litania l‘influente massone Pier Carlo Boggio, collaboratore di Cavour, saluta Vittorio Emanuele II.

Fatto sta che il re galantuomo non rispetta nessuno degli impegni che prende: i governi liberali del Regno di Sardegna prima, e di quello d’Italia poi, violano sistematicamente tutti i piů importanti articoli dello Statuto a cominciare dal primo, che definisce la religione cattolica “unica religione di Stato”. Appena inizia l’era costituzionale scatta in Piemonte (poi in tutta l’italia) la prima seria persecuzione anticattolica dopo Costantino: a cominciare dai gesuiti, tutti gli ordini religiosi della “religione di stato” vengono soppressi uno dopo l’altro e tutti i loro beni incamerati. Mentre 57.000 persone (tanti sono i membri degli ordini religiosi) vengono da un giorno all’altro private della proprie case (i conventi) e di tutto quanto possiedono, i beni che nei corso dei secoli la popolazione cattolica ha donato agli ordini religiosi vanno ad arricchire l’1% della popolazione di fede liberale. Oltre 2.565.253 ettari di terra, centinaia di splendidi edifici, archivi e biblioteche, oggetti di culto, quadri e statue, tutto scompare nel ventre molle di una classe dirigente che definisce se stessa liberatrice d’italia dall’oscurantismo dei preti e dei sovrani assoluti.

Nel nome della libertŕ i liberali conculcano sistematicamente la libertŕ dei cattolici (della quasi totalitŕ della popolazione): vietano le donazioni alla chiesa, impediscono le processioni cattoliche (plaudono a quelle massoniche), negano la libertŕ di istruzione (la scuola deve essere docile strumento della propaganda liberale), per stampa “libera” intendono la suid stampa liberale (Cavour arriva a proibire la circolazione delle encicliche pontificie).

In nome della “nazione” italiana (che si pretende risorta alle glorie del passato imperiale romano) i liberali impongono una sudditanza economica e culturale alle potenze definite “civili”: inghilterra e Francia prima, Germania poi. Disprezzando la storia e la cultura dell’Italia cattolica (che regalano all’italia il primato mondiale della bellezza), i liberali si ripropongono di “fare” gli italiani sul modello delle nazioni protestanti. Lo stato liberale che, in nome della libertŕ e della costituzione, impone la volontŕ dell’1% della popolazione ai restante 99 č un perfetto esempio di stato totalitario in cui spadroneggiano le societŕ segrete legate ai potentati internazionali anticattolici.

Il 29 maggio 1876 Pio IX cosě si rivolge ad un gruppo di lombardi che festeggia, non a caso a Roma, il settimo centenario della battaglia di Legnano: “Sorse una setta, nera di nome e piů nera di fatti [la Carboneria], e si sparse nel bel Paese, penetrando adagio adagio in molti luoghi. Piů tardi un’altra ne comparve [la Giovane Italia] che volle chiamarsi giovane, ma per la veritŕ era vecchia nella malizia e nella iniquitŕ. A queste due, altre ancora ne tennero dietro, ma tutte alla fine portarono le loro acque torbide e dannose nella vasta palude massonica. Da questa palude escono oggi quei miasmi pestiienzěali che infestano tanta parte dell’orbe, ed impediscono a questa povera italia di poter presentare le sue volontŕ al cospetto di tutte e genti”.

Non potendo invadere lo Stato pontificio dopo una normale dichiarazione di guerra (il Piemonte č, per definizione, tutelato ai rispetto della “religione di stato”), il 9 ottobre 1860, nel proclama ai Popoli dell’Italia meridionale, Vittorio Emanuele cosě giustitica il proprio operato: “Ho fatto entrare i miei soldati nelle Marche e nell’Umbria disperdendo queil’accozzaglěa dě gente di ogni paese e dě ogni lingua, che colŕ si era” raccolta, nuova e strana forma d’intervento straniero, e la peggiore di tutte. Io ho proclamato l’italia degli italiani, e non permetterň mai che l’italia diventi il nido di sette cosmopolite che vi si raccolgano a tramare i disegni o della reazione, o della demagogia universale”.

Secondo la migliore tradizione massonica, per “setta cosmopolita” il re galantuomo intende la chiesa cattolica. I Savoia realizzano in italia il sogno di tutti i protestanti e massoni (che non a caso sono suoi unici ed influenti alleati): la distruzione del potere temporale dei papi nella convinzione che al crollo del potere temporale avrebbe inevitabilmente fatto seguito la fine del potere spirituale e, quindi, la scomparsa della chiesa cattolica.

Ecco cosa scrive nel 1863 il Bollettino del Grande Oriente italiano: “le nazioni riconoscevano nell’italia il diritto di esistere come nazione in quanto che le affidavano l’altissimo ufficio di iiberarle dal giogo di Roma cattolica. Non si tratta di forme di governo; non si tratta di maggior larghezza di libertŕ; si tratta appunto del fine che la Massoneria si propone; ai quale da secoli lavora, a traverso ogni genere di ostacoli e di pericoli”.

Nulla di nuovo sotto il sole: il Risorgimento – che, non a caso, Leone XIII definisce risorgimento del paganesimo – č una durissima forma di persecuzione anticattolica scatenata nel cuore stesso della cattolicitŕ Roma e l’Italia. Eppure un aspetto radicalmente nuovo il Risorgimento lo possiede: č l’unico caso in cui una guerra di religione contro la chiesa č scatenata in nome della chiesa (i Savoia, monarchi costituzionali, non possono ufficialmente infrangere il primo articolo della costituzione). All’Italia spetta un non invidiabile primato di doppiezza: la realizzazione della propria unificazione nazionale contro la Chiesa cattolica, in nome della Chiesa cattolica.

Ricorda

“Pio IX ha ragione: le ambizioni dinastiche dei Savoia ho scatenato coittro la Chiesa una guerra che, appoggiata da tutte le potenze nemiche del cattolicesimo e da tutte le personalitŕ massoniche, ha di mira non solo la sottrazione al Papa dello Stato della Chiesa ma la stessa fine della confessione cattolica” [Angela Pellěcciari, Risorgimento da riscrivere, Ares, Milano 1998, p. 202].

“Il culmine di questo processo di unificazione [Risorgimento, n.d.r.] doveva essere la conquista di Roma, la sottomissione del potere temporale del Fapa a quello del sovrani sabaudi (…). Un ‘sogno italiano’ che corrispondeva ad un’antica aspirazione della Massoneria, all’utopia piů coltivata: quella di distruggere il Cristianesimo e di sostituirlo con un culto neo-gnostěco, con aspetti esoterici per gli iniziati e con una dimensione essoterica, pubblica, per il popolo. Il grande scontro che ebbe luogo nell’italia dell’800 […] era una battaglia preparata da lungo tempo per sconfiggere la Roma cristiana, la sede del Vicario di Cristo” (Paolo Gulisano, O Roma o morte! Pio IX e il Risorgimento, Il Cerchio. Rimini 2000, p.14).

Bibliografia

Angela Pellicciari, Risorgimento da riscrivere, Ares, Milano 1998.

Patrick Keyes O’Cleary, La rivoluzione italiana (Come fu fatta l’unitŕ della nazione), Ares, Milano 2000.

Gerlando Lentini, La bugia risorgimentale. Il Risorgimento italiano dalla parte degli sconfitti, li Cerchio, Rimini 1999.

fonte https://www.inuovivespri.it/2018/12/06/la-vera-storia-dellimpresa-dei-mille-4-da-talamone-con-vento-in-poppa-alla-volta-di-marsala/

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La vera storia dell’impresa dei Mille 4/ Da Talamone con vento in poppa alla volta di Marsala

Posted by on Apr 27, 2019

Dopo le prime tre puntate di questo libro scritto da Giuseppe ‘Pippo’ Scianò, leader storico degli Indipendentisti siciliani si comincino ad avvertire i primi musi storti. Della serie: “Ma come si permettono questi a mettere in dubbio la storia raccontata dagli storici?”. Li vogliamo tranquillizzare: gli ‘storici’, sul Risorgimento nel Sud Italia – e segnatamente sull’impresa dei Mille – hanno raccontato un sacco di bugie. Man mano che il racconto di questo libro andrà avanti ci sarà da divertirsi…   

di Giuseppe Scianò

Una originale parata militare… – Non mancherà, al centro della piazza di Talamone, una bella parata militare (o quasi), alla quale tutti i Garibaldini partecipano. Molti sono in camicia rossa. Non tutti. Nel corso della manifestazione ha luogo la lettura dell’ordine del giorno «Italia e Vittorio Emanuele» del quale abbiamo parlato.

Il momento più solenne è quello del sermone di Garibaldi, ricco di retorica patriottarda, sulla cui sincerità gli abitanti di Talamone cominciano a nutrire qualche dubbio. Finita la cerimonia, i Garibaldini si scatenano fra le vie del paese.

A questo punto non possiamo che constatare come se ne sia andato allegramente a quel paese il piano accuratamente preparato a monte, di far credere all’opinione pubblica internazionale che i comandanti della guarnigione di Talamone abbiano fornito le armi a Garibaldi soltanto perché ingannati dal Duce dei Mille travestito da ufficiale piemontese. Per il seguito più immediato della vicenda, ci affidiamo ancora una volta ad un pezzo di Giancarlo Fusco:

«Scende la sera. Traluce, dalle finestre, il giallore dei lumi a petrolio e dei candelotti a sego. Una tromba, da chissà dove, modula le note malinconiche della ritirata. Il Generale è già tornato a bordo. Ma il trombettiere, stasera, spreca il suo fiato. Le stradette di Talamone, i cortili, gli orti dietro le case, la piazza centrale e gli spalti affacciati al mare sono in piena battaglia. I futuri eroi di Calatafimi e di Ponte dell’Ammiraglio ribolliscono, su e giù, come fagioli in pentola. Si pestano fra monarchici e mazziniani, fra repubblicani unitari e con federalisti, fra monarchici intransigenti e monarchici provvisori. Già che ci sono, se le danno anche per motivi campanilistici; bergamaschi con bresciani, pavesi con milanesi, veronesi con padovani, i romagnoli un po’ con tutti. Ma tutti, a tratti, fanno fronte comune contro gli uomini di Talamone. Ai quali non va assolutamente giù che le ragazze e le sposine debbano difendersi con le unghie e con la fuga, già mezze discinte, dagli assalti e dagli aggiramenti delle assatanate ‘’camice rosse’’.
‘Annate al paese vostro, a fa’ le porcate, pelandroni!’.

‘Ma indove v’ha raccattato Garibaldi? In galera?’.
‘Altro che l’Italia volete fa’! Ve volete fa’ le donne nostre!’ .
‘Con la manfrina della patria, annate in giro a rovina’ le zite!’.
Un inferno. Inutili le trombe. Inutili il correre a destra e a sinistra degli ufficiali. Vane le minacce di arresti, di espulsione dal corpo e di ferri. Finché, avvertito, scende a terra Garibaldi. I suoi occhi chiari sembrano di ghiaccio. Brandisce la spada sguainata, rivolge agli ufficiali, pallidi e avviliti, rimproveri pesanti, quasi feroci:
‘Chi vi ha cucito i grandi sulle maniche, rammolliti! Avete le sciabole al fianco e non sapete tirarle fuori! Cominciamo bene! Credete che non sappia ordinare una decimazione?’ .
Poi, al centro della piazza principale, a gambe larghe, con la spada puntata al cielo già stellato, grida con tutto il suo fiato:
‘ A bordo!’ ». (11)

Avviene così – ci spiega il Fusco – che la gazzarra nel giro di pochi minuti si spenga. E che i valorosi Garibaldini si «ricompongano» nell’aspetto e nelle uniformi, e che, a poco a poco, risalgano sulle barche che li riporteranno a bordo dei due piroscafi. Un altro pezzo della «tragicommedia» è stato bene o male recitato (più male che bene, per essere sinceri).

Non è il caso di aggiungere altro. I fatti si commentano da sé.

Zambianchi sconfitto da contadini e gendarmi dello Stato Pontificio – Durante la sosta a Talamone, una sessantina di volontari vengono inviati verso i confini dello Stato Pontificio. Sono guidati da Callimaco Zambianchi, un ufficiale anziano che già negli anni 1848-1849 si era fatto onore a Roma. Non a caso lo stesso Abba lo definisce «…uno sterminatore di monaci, sanguinario».(12)

Il Macaulay Trevelyan precisa che lo Zambianchi «era un uomo di proporzioni e forza fisica immensa, probabilmente un sincero patriota ma uno spavaldo e un ribaldo e, se non un codardo, per le meno un arruffone incompetente, […] oltre che sterminatore di preti a Roma nel 1849».
Comunque la spedizione contro il Papa non avrà la solita fortuna. I Garibaldini vengono accolti, intanto, con diffidenza o con ostilità da parte della popolazione. Arrivano poi i Gendarmi Pontifici. Alle loro prime schioppettate, Zambianchi ed i suoi uomini se la danno a gambe disperdendosi per le campagne.
Non erano queste le aspettative. Gli «eroi» avevano sperato di andare ben oltre, tanto che Garibaldi aveva aggregato alla piccola spedizione ben tre medici.

Pessima, quindi, la figura con gli Inglesi, i quali avranno apprezzato il taglio politico dato alla spedizione, ma non lo squallido esito. Anzi gli Inglesi si sarebbero ulteriormente convinti del fatto che, se non si fossero preoccupati di controllare e di seguire nei minimi particolari le azioni rivoluzionarie e militari degli eroi del Risorgimento Italiano, questi ultimi avrebbero continuato a fare dei grandi pasticci. E soltanto pasticci.

Caricando le armi – La mattina del 9 maggio Garibaldi ed i suoi uomini, tutti ormai a bordo del Piemonte e del Lombardo, la trascorrono quasi interamente a caricare armi e viveri. Ed anche acqua, molta acqua. È un via vai di barche stracariche che fanno la spola fra la banchina e i due piroscafi. I barcaroli non sono, però, volontari né simpatizzanti. Hanno i loro ritmi ed una paga modesta. Lo intuisce Bixio che grida loro:
«Venti franchi ogni barile, se me li portate prima delle undici!».
«I barcaioli fanno forza di braccia e le barche volano», scrive in proposito Giuseppe Cesare Abba.
Insomma il denaro, specialmente in valuta straniera, comincia a fare i suoi miracoli.
Ed i Garibaldini ne sono ben provvisti…

Le navi garibaldine si fermano a poche miglia dal porto di Marsala… – Da Talamone alla Sicilia la navigazione dei Garibaldini non ha problemi. Vento in poppa in tutti i sensi. Anche se i Garibaldini fossero intercettati dai Duosiciliani, che peraltro dispongono di una buona Marina Militare, non succederebbe niente di grave. Le due navi, pur se rubate, hanno, infatti, le… carte in regola.

Come ci ricorda, infatti, lo storico Cesare Cantù,(13) Garibaldi navigava
«regolarmente munito di patente per Malta».(14) Non è un salvacondotto di poco conto quel documento, perché Malta era un territorio inglese. E gli Inglesi, si sa, sono permalosi e pretestuosi nei confronti del Regno delle Due Sicilie, quanto (se non di più) il lupo di esopiana memoria nei confronti dell’agnello. Poca importanza ha il fatto che il Lombardo ed il Piemonte abbiano dichiarato una destinazione diversa o che portino a bordo gente armata ed in procinto di sbarcare in Sicilia.

Guai a fermare quei due vapori. Si sarebbe anticipato quello che sarebbe realmente accaduto, di lì a poco, alla spedizione Corte della quale parleremo più avanti. Gli Inglesi avrebbero gridato alla violazione del diritto internazionale da parte del perfido Re delle Due Sicilie!

È appena il caso di ricordare quindi che il compito di scorta dell’Ammiraglio Persano è assolutamente privo di rischi. La flotta militare sabauda, ovviamente, si discosterà soltanto quando il Lombardo e il Piemonte saranno entrati nelle acque territoriali Duo-siciliane. Per recarsi, però, anch’essa nelle acque del porto di Palermo per dare manforte alle manovre di conquista della Sicilia.

Dubbio di Garibaldi: sbarcare col buio o no? – Dopo una navigazione più che tranquilla, i due piroscafi arrivano a poche miglia dalla Sicilia, di fronte alla costa marsalese. Per la verità lo sbarco a Marsala potrebbe avvenire anche nello stesso giorno: 10 maggio 1860… Ma ormai si avvicina la sera e Garibaldi ritiene che non sia prudente sbarcare al buio che, a suo giudizio, potrebbe, sì, anche giovare perché gli consentirebbe di non essere avvistato dai nemici, se non troppo tardi. Però il Nizzardo sa bene che il buio ha un inconveniente. Quello, cioè, di non far vedere bene, di non far riconoscere le persone e le bandiere, di non far vedere dove si mettono i piedi o… le navi.

Prudenza doverosa da parte di un buon vecchio marinaio, soprattutto se si considera che il Lombardo, in pieno giorno, l’indomani, sarebbe rimasto incagliato in un basso fondale. Cosa sarebbe successo se quell’incidente fosse capitato di notte?

Istruzioni… per lo sbarco – Il Fusco – con il suo linguaggio semplice e scorrevole – ci racconta che in vista di Marsala e nell’imminenza dello sbarco, Garibaldi dà incarico a Nino Bixio, per il Lombardo, e al Colonnello Sirtori per il Piemonte, di dare attuazione a quanto disposto con il «Foglio d’ordini operativo», compilato già da qualche giorno a Talamone, e più specificatamente al paragrafo che diceva che nell’imminenza dello sbarco, ai volontari bisognava parlare chiaramente dell’estrema diffidenza e della focosa suscettibilità… «che caratterizzano il temperamento de’ siculi, sovra tutto per ciò che riguarda le loro donne: spose, promesse tali, sorelle, cognate, cugine, e perfino di più lontana e indiretta parentela. A scanso di complicanze gravissime, cruente e perfino ferali, i volontari una volta a terra, dovranno astenersi da intraprendenze inopportune,

uai a fermare quei due vapori. Si sarebbe anticipato quello che sarebbe realmente accaduto, di lì a poco, alla spedizione Corte della quale parleremo più avanti. Gli Inglesi avrebbero gridato alla violazione del diritto internazionale da parte del perfido Re delle Due Sicilie!

È appena il caso di ricordare quindi che il compito di scorta dell’Ammiraglio Persano è assolutamente privo di rischi. La flotta militare sabauda, ovviamente, si discosterà soltanto quando il Lombardo e il Piemonte saranno entrati nelle acque territoriali Duo-siciliane. Per recarsi, però, anch’essa nelle acque del porto di Palermo per dare manforte alle manovre di conquista della Sicilia.

Dubbio di Garibaldi: sbarcare col buio o no? – Dopo una navigazione più che tranquilla, i due piroscafi arrivano a poche miglia dalla Sicilia, di fronte alla costa marsalese. Per la verità lo sbarco a Marsala potrebbe avvenire anche nello stesso giorno: 10 maggio 1860… Ma ormai si avvicina la sera e Garibaldi ritiene che non sia prudente sbarcare al buio che, a suo giudizio, potrebbe, sì, anche giovare perché gli consentirebbe di non essere avvistato dai nemici, se non troppo tardi. Però il Nizzardo sa bene che il buio ha un inconveniente. Quello, cioè, di non far vedere bene, di non far riconoscere le persone e le bandiere, di non far vedere dove si mettono i piedi o… le navi.

Prudenza doverosa da parte di un buon vecchio marinaio, soprattutto se si considera che il Lombardo, in pieno giorno, l’indomani, sarebbe rimasto incagliato in un basso fondale. Cosa sarebbe successo se quell’incidente fosse capitato di notte?

Istruzioni… per lo sbarco – Il Fusco – con il suo linguaggio semplice e scorrevole – ci racconta che in vista di Marsala e nell’imminenza dello sbarco, Garibaldi dà incarico a Nino Bixio, per il Lombardo, e al Colonnello Sirtori per il Piemonte, di dare attuazione a quanto disposto con il «Foglio d’ordini operativo», compilato già da qualche giorno a Talamone, e più specificatamente al paragrafo che diceva che nell’imminenza dello sbarco, ai volontari bisognava parlare chiaramente dell’estrema diffidenza e della focosa suscettibilità… «che caratterizzano il temperamento de’ siculi, sovra tutto per ciò che riguarda le loro donne: spose, promesse tali, sorelle, cognate, cugine, e perfino di più lontana e indiretta parentela. A scanso di complicanze gravissime, cruente e perfino ferali, i volontari una volta a terra, dovranno astenersi da intraprendenze inopportune,

Istruzioni… per lo sbarco – Il Fusco – con il suo linguaggio semplice e scorrevole – ci racconta che in vista di Marsala e nell’imminenza dello sbarco, Garibaldi dà incarico a Nino Bixio, per il Lombardo, e al Colonnello Sirtori per il Piemonte, di dare attuazione a quanto disposto con il «Foglio d’ordini operativo», compilato già da qualche giorno a Talamone, e più specificatamente al paragrafo che diceva che nell’imminenza dello sbarco, ai volontari bisognava parlare chiaramente dell’estrema diffidenza e della focosa suscettibilità… «che caratterizzano il temperamento de’ siculi, sovra tutto per ciò che riguarda le loro donne: spose, promesse tali, sorelle, cognate, cugine, e perfino di più lontana e indiretta parentela. A scanso di complicanze gravissime, cruente e perfino ferali, i volontari una volta a terra, dovranno astenersi da intraprendenze inopportune, corteggiamenti e galanterie disdicevoli all’uso locale. Provvederanno alla Suddetta bisogna, salvo imprevisti, il signor Colonnello Sirtori, sul Piemonte, e il signor Luogotenente Bixio, sul Lombardo».(15)

Dopo aver divagato su altri particolari dell’episodio, così continua:
«Invece, sul Lombardo, Bixio, ch’è tutto l’opposto di Sirtori, c’inzuppa il pane. La tira in lungo. Dritto, a gambe larghe, al centro della ‘ radunanza’ , la visiera del cheppì calata di traverso, fino a nascondere mezza faccia, ha l’aria di sfottere. E si diverte a inventare le spaventose torture, le indicibili crudeltà e le raccapriccianti efferatezze, con le quali, a suo dire, i gelosissimi mariti Siciliani (e specialmente, purtroppo, quelli della zona dov’è previsto lo sbarco) sono soliti vendicare le corna. Non solo quelle già messe, ma anche quelle intenzionali. Amanti squartati, scorticati, bruciati e sepolti vivi.

Corteggiatori affogati nel pozzo nero, inchiappettati da tutti i maschi del parentado e poi tritati come carne da polpette. Rivali mangiati allegramente, in famiglia, sotto forma di spezzatino, oppure bolliti, a fuoco lento, in enormi pignatte che i calderai dell’isola fabbricano appositamente… I volontari di primo pelo, o addirittura imberbi, ascoltano quelle atrocità sgranando gli occhi e non riescono a nascondere la fifa. Mentre i più maturi e scafati sogghignano (ma è più che altro una smorfia) ed ammiccano. Insomma, giovanotti, i Siciliani hanno molto dei beduini! sentenzia Bixio, che sospira, sì, un’Italia libera e unita, dalle Alpi al Lilibeo, ma che non riesce a digerire gli Italiani da Roma in giù. Tant’è vero che, proprio come fra i bedù, il taglio delle balle è la vendetta preferita dei becchi siculi!».(16)

Perché abbiamo parlato di questo aneddoto, per la verità molto marginale rispetto ai grandi fatti che avvenivano in quel giorno? Per fare conoscere meglio chi realmente fossero i futuri liberatori della Sicilia. Evidenziando come fossero, già nel 1860, forti i pregiudizi e i malintesi fra le popolazioni del Centro-Nord Italia ed il Popolo Siciliano, Bixio fra lo scherzoso ed il serioso dà voce ed alimenta i motivi di divaricazione psicologica e di incompatibilità.

E così, scherzando scherzando, allunga ai Siciliani pure le accuse di cannibalismo e di pratiche sodomitiche. Non ci sembra molto bello per un padre della Patria, che avrebbe potuto approfittare dell’esperienza siciliana per imparare qualcosa di buono.

Per quanto riguarda l’epiteto beduino dobbiamo arguire che questo doveva essere molto diffuso per offendere i Siciliani. Lo incontreremo infatti pure nel linguaggio del Bandi, il giovane ufficiale addetto al servizio personale di Garibaldi che pure è più colto di Bixio. Per la verità il Bandi usa anche, come epiteto, la parola arabo, mancando così contemporaneamente di rispetto alla nazionalità Siciliana ed alla nazionalità Araba. Quest’ultima è infatti tirata in ballo come termine di paragone assoluta- mente negativo.

C’è tuttavia una considerazione da fare. Come si vede, pur trovandoci nell’imminenza dello sbarco, di tutto si parla, tranne che delle tattiche da adottare per quella che, in teoria, è una vera e propria operazione bellica.
A bordo delle due navi garibaldine si dà infatti per scontato che lo sbarco avverrà nelle migliori condizioni di tranquillità e di sicurezza. Si dà per scontato, insomma, che non si dovrà combattere per conquistare metro per metro la costa siciliana. Così come sarebbe stato logico, se non si fosse trattato essenzialmente di seguire un copione.
(Fine della quarta puntata del volume di Giuseppe Scianò “… e nel mese di maggio del 1860 la Sicilia diventò ‘Colonia’ – Pitti edizioni Palermo/ Continua) 

(11) G. Fusco, op. cit., pagg. 18 e 19.

(12) G. C. Abba, op. cit., p. 25.

(13) Cesare Cantù nacque a Brivio (in provincia di Como) l’8 dicembre 1804. Cattolico ed antiaustriaco, fu, per la sua attività sovversiva, arrestato per un breve periodo dalla polizia del Lombardo-Veneto. Amico del Manzoni, scrisse alcuni commenti storico letterari ai Promessi Sposi. Le sue opere maggiori sono, tuttavia: La storia universale (1838-

1846), in 35 volumi, Storia degli Italiani, Gli eretici d’Italiani, Il Conciliatore e i Carbonari, Ragionamento sulla storia lombarda del secolo XVII, ed altri testi a carattere storiografico. Critico verso il liberi- smo laico, fu deputato al Parlamento italiano, prima a Torino e poi, dopo il trasferimento della Capitale d’Italia, a Firenze, per 6 anni, nel periodo che va dal 1861 al 1867.

(14) Malta, com’è noto, era dal 1800 un possedimento inglese.

(15) G. Fusco, op. cit., pagg. 25 e 26.

fonte

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La liberazione d’Italia nell’opera della Massonerìa

Posted by on Apr 27, 2019

La liberazione d’Italia nell’opera della Massonerìa

Atti del Convegno di Torino 24-25 settembre 1988, a cura di Aldo A. Mola (Centro per la storia della Massoneria, Roma); Foggia, Bastogi, 1990, in 8, pp. 394. L. 30.000.
Le logge massoniche piemontesi nell’età napoleonica, l’unificazione italiana nel­l’opera dei massoni spagnoli, l’attività massonica del condottiero dei Mille, i rapporti tra i Valdesi e la Massoneria a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, la Massoneria e l’emancipazione femminile, Massoneria ed Ebraismo nel primo e nel secondo Risorgimento: sono questi solo alcuni degli argomenti raccolti in questo elegante volume curato da Aldo A. Mola, che ha cosi reso disponibili gli Atti di un interessante convegno di studi, La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria , tenutosi al Teatro Nuovo di Torino nelle giornate del 24 e 25 settembre 1988. Inserito nel programma delle celebrazioni indette in occasione del Quarantennale della Repubblica, il convegno ed in maniera particolare questi Atti, che ne costituiscono la documentazione ha offerto importanti spunti per lo studio (sempre foriero di interessanti novità) e l’approfondimento dell’apporto fornito dalla Massoneria al conse­guimento dell’unificazione nazionale.
Un contributo certo non indifferente, anche se si tiene solo conto della statura morale ed intellettuale di quelli che ne furono i principali protagonisti: l’abate Ludovico Frapolli, che fu, di fatto, il trait-d’union tra gruppi di nazionalità diversa (si legga al riguardo l’intervento di LUIGI POLO FRIZ, Ludovico Frapolli: un Gran Maestro nei rapporti con esuli ungheresi e polacchi, pp. 93-112); Garibaldi, iniziato com’è noto alla Massoneria nel 1844 nella Loggia irregolare Asilo de la Vertud di Montevideo ed incurante, o quantomeno al di sopra, dei dissidi interni alla Massonerìa italiana tra il Grande Oriente Italiano di Torino ed il Grande Oriente di Rito Scozzese siciliano (interessanti, pur nella loro sinteticità, le pagine di EDWARD E. STOLPER, Garibaldi Massone, pp. 133-151); Francesco De Sanctis (ANTONIO PIROMALLI, Francesco De Sanctis e il programma massonico di pedagogia nazionale, pp. 197-206); Emesto Nathan (ROMANO UGOLINI, Ernesto Nathan e il Risorgimento, pp. 229-240); Giovanni Merloni (Ivo BIAGIANTI, Massoneria e socialismo nell’età giolittiana: il caso di Giovanni Merloni, pp. 327-358); e poi ancora: il rumeno Constantin Rosetti (DAN BERINDEI, II radicale rumeno Constantin Rosetti e il Risorgimento italiano, pp. 113-132) ed il garibaldino ungherese Istyan Turr (SALVATORE LOI, Stefano Turr, pp. 365-376) e, per concludere, ultimo (ma solo in ordine cronologico, non certo di importanza o di notorietà), Gabriele D’Annunzio, di cui Aldo A. Mola fornisce un documentato e valido resoconto sull’impresa di Fiume (L’ultima impresa del Risorgimento: la Massoneria per D’Annunzio a Fiume, pp. 261-303), corredato nell’appendice finale dalla riproduzione, in alcuni casi anche fotografica, di alcuni documenti d’epoca.
Un volume che raccoglie, dunque, materiale estremamente eterogeneo, che va spesso al di là dei termini cronologici e degli argomenti che sarebbe lecito supporre di trovare confidando nella completezza del titolo, ma che fornisce una panoramica dettagliata sul contributo, a livello nazionale, certo, ma anche nei suoi riflessi internazionali, dell’indiscutibile contributo fornito dalla Massoneria all’unificazione italiana.

VINCENZO FANNINI

http://www.risorgimento.it/rassegna/index.php?id=62551&ricerca_inizio=0&ricerca_query=&ricerca_ordine=DESC&ricerca_libera=&fbclid=IwAR3uLvskthxPFgJxKsJAWtl4lV08WL6L8bYFrgbDuJbJRrszXQ44Xk7daUI

segnalato da

Celestino Filomena

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La vera storia dell’impresa del Mille 3/ I Mille? Erano quasi tutti del Nord Italia

Posted by on Apr 25, 2019

La vera storia dell’impresa del Mille 3/ I Mille? Erano quasi tutti del Nord Italia

La storia ufficiale ha sempre cercato di accreditare l’impresa dei Mille con tanti siciliani e, in generale, tanti meridionali pronti a fare la rivoluzione per ‘cacciare il Borbone’. Tutte bugie. I siciliani erano appena 31. Ancora più esigua fu la presenza dei meridionali: 25 in tutto, dei quali solo 5 napoletani. Gli unici siciliani che, in Sicilia, daranno una mano a Garibaldi saranno i ‘picciotti’ della mafia. Così nasce l’Italia: con la prima ‘trattativa’ con i mafiosi. Nino Bixio che a Talamone fa il ‘galletto’ con le donne

di Giuseppe Sciano

I MILLE? QUASI TUTTI DEL NORD – Lo scrittore garibaldino, Giuseppe Cesare Abba, sottolinea che fra gli accenti dei volontari spicca soprattutto quello lombardo. Per la verità quasi tutti gli altri accenti sono pure settentrionali. Sembra strano, ma è così: tutti partivano alla conquista del Mezzogiorno e della Sicilia, tranne, appunto, i Meridionali ed i Siciliani. Le minime percentuali di questi, che comunque vi aderirono, non dovrebbero fare testo e sono quasi sempre spiegabili in modo specifico.

Insomma: la totalità dei volontari, con pochissime eccezioni, proveniva dal Nord-Italia. E non a caso. Dalla sola città di Bergamo ne provenivano ben 160: da Genova 156, inclusi i Carabinieri; da Milano 72; da Brescia 59; da Pavia 58. «Poi vi erano in buon numero gli esuli della Venezia… “Austriaca”», ci ricorda in una nota il commentatore Luigi Russo.

Numerosi, fra loro, i nuovi volontari che erano soldati di carriera in servizio presso l’Esercito Sabaudo. Erano stati convinti a partire con Garibaldi e a spacciarsi per volontari, interrompendo soltanto formalmente il rapporto con l’esercito. Anche questa circostanza – lo ripetiamo per inciso – conferma che il Governo Sabaudo partecipava attivamente all’operazione.

Per l’immagine e l’economia della Spedizione (perché ne garantivano la spontaneità), i volontari erano, nella pubblicistica risorgimentale, classificabili per metà operai e per metà: «studenti, avvocati (!), dottori (!), ingegneri (!), farmacisti (!), capitani di mare, pittori e scultori (sic!), ex-preti (!), benestanti, impiegati, scrittori, professori e giornalisti (sic!)»(7). Questa esibizione di titoli e di professioni ci crea un dubbio: erano i Garibaldini che si spacciavano per tali o era soltanto una esagerazione per fini propagandistici, regolarmente prevista nel copione?

Propendiamo per la seconda ipotesi, anche se né Luigi Russo, né altri commentatori la prendono molto in considerazione. Lo stesso Russo ci ricorda la presenza di un «nucleo di stranieri fra i quali quattro ungheresi e fra loro il Türr». Non ci spiega, però, che questo nucleo è solo una piccolissima rappresentanza della massiccia presenza di mercenari ungheresi inviati alla conquista del Sud. Vi sarà, infatti, in campo la
«Legione Ungherese», comandata dal Colonnello Eber. Un’Armata mercenaria che il Governo Inglese aveva già da tempo organizzato in Piemonte, e che poi metterà – con migliaia di uomini – a disposizione di Garibaldi a mo’ di zoccolo duro, di forza d’urto e… di forza di occupazione della Sicilia.

I MERCENARI UNGHERESI PAGATI DAGLI INGLESI – Si tratta di mercenari, dicevamo, di soldati professionisti, ottimamente addestrati (talvolta di eccezionale crudeltà e violenza), che salveranno in diverse occasioni le sorti delle battaglie – simulate o no – le cui vittorie e le cui azioni risolutive vengono attribuite all’Eroe dei Due Mondi ed alle sue camicie rosse. La Legione Ungherese sarebbe stata riutilizzata, dal giovane Regno d’Italia, dal 1861 e, questa volta, con contratto ufficiale a durata pluriennale, allo scopo di contrastare, di reprimere i moti e di massacrare, se necessario, i patrioti e le popolazioni della Napolitania (che si sarebbero ribellati all’occupazione piemontese della loro vera Patria ed alla riduzione in schiavitù, conseguenti alla conquista ed alla successiva annessione).

Lo scarso numero di volontari del Sud delegittima la Spedizione. Vogliamo soffermarci, però, ancora sulla irrisoria presenza di Siciliani (e di Napoletani). È vero che l’Abba, per mettere una pezza, fa capire che i Siciliani hanno tutti incarichi importanti, ma il problema della mancata partecipazione di esponenti delle popolazioni del Sud all’impresa garibaldina appare in tutta la sua evidenza e rimane sul tappeto. Sarà confermata in Sicilia ed in Napoletania prima, durante e dopo l’occupazione anglo-piemontese, sabaudo, mafiosa e camorristica.

Stiracchiando i dati, il Russo ci parla di quarantasei Meridionali. Ci dimostra, quindi, sia pure involontariamente, che dalla parte continentale del Regno delle Due Sicilie (8) sono partiti meno volontari che non dalla sola città di Pavia (58) o dalla sola città di Brescia (59). Analoga considerazione vale per la Sicilia, dalla quale, a seguito delle vicende rivoluzionarie degli anni 1848-49, erano emigrate verso il Regno Sabaudo alcune centinaia di persone compromesse con la dinastia dei Borbone.

Questi esuli ebbero accoglienza ottima, prebende, cariche, incarichi, posti di sottogoverno, cattedre universitarie ed onorificenze varie. Pagavano, però, a loro volta, un prezzo altissimo: abbandonavano, cioè, la causa siciliana e la loro fede indipendentista ed abbracciavano, più o meno sinceramente, la causa dell’Unità d’Italia e, per meglio dire, quella di Vittorio Emanuele di Savoia. Il fatto che a Quarto mancassero quasi tutti all’appello, significava che non se la sentivano proprio di compiere altri atti contrari alla loro fede sicilianista ed ai loro convincimenti politici… Oppure, più semplicemente, non volevano fare altri sacrifici e neppure correre altri rischi.

Per concludere le nostre osservazioni, diciamo che la Spedizione dei Mille verso la Sicilia partiva, in sostanza, senza la legittimazione di volontari Siciliani. Le poche eccezioni, registrate ed esaltate al massimo, confermavano la regola. Sarebbero diventati, pertanto, sempre più preziosi i picciotti della mafia e che – machiavellicamente, ma opportunamente dal proprio punto di vista – i Servizi Segreti Britannici avevano da tempo agganciato e che ora si accingevano ad utilizzare pienamente per creare, quantomeno, un consenso chiassoso, oltre che inquietante.n E che avrebbe paradossalmente legittimato, agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, l’occupazione prima e la riduzione in colonia, iterna e non dichiarata, di quella che era stata per diversi secoli una Nazione indipendente e sovrana.

QUANTI ERANO I GARIBALDINI? – Abbiamo ancora il tempo, dato che il viaggio è appena all’inizio, di rispondere a questa domanda. Secondo il Montanelli, il numero preciso delle camicie rosse sarebbe stato di 1088; più una donna, la moglie di Francesco Crispi, Rosalia Montmasson. Secondo Renda, i Garibaldini in questione erano 1087. E precisa:

«Dei 1087 Garibaldini sbarcati a Marsala (secondo l’elenco ufficiale pubblicato a suo tempo nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia) solo 31 furono Siciliani, ed ancora più esigua fu la presenza dei Meridionali (25 in tutto, dei quali solo 5 Napoletani).

Altra circostanza non meno significativa fu che nessuno dei Siciliani e Meridionali arruolati nell’esercito dei Mille apparteneva alla vecchia nobiltà o all’alta borghesia, e solo un ristrettissimo gruppo, che non superava le dita di una mano, aveva funzioni di comando generale. Fra questi, l’unico ad emergere fu l’agrigentino Francesco Crispi, il quale dal principio alla fine rimase in posizione chiave nella direzione politica dell’impresa».(9)
Il numero esatto dei Garibaldini varia, per la verità, da autore ad autore, ma di poco. Nell’insieme dobbiamo trarre la conclusione che il dato ufficiale coincide, o quasi, (una volta tanto) con quello reale. Fatto salvo qualche pic- colo arrotondamento in più o in meno e sempre a ridosso del numero di mil- le. Nome e numero, questi, con i quali gli storici hanno battezzato con ecce- zionale celerità la Spedizione: i Mille, appunto. La denominazione dei Mille sarebbe rimasta per sempre, ma riferita al primo nucleo, in quanto il numero reale dei Garibaldini sarebbe cresciuto a dismisura, perché altre spedizioni si accingevano a partire dal Continente e perché altri reclutamenti sarebbero stati effettuati da lì a poco.

In Sicilia, in particolare, saranno reclutate diverse migliaia di picciotti agli ordini dell’Onorata Società. Soprattutto dopo che si era capito che Garibaldi era comunque predestinato ad avere la meglio. Su questi Garibaldini, considerato il fatto che nessuna commissione antimafia ha mai indagato, avremo modo di fornire, via via, qualche altra indiscrezione.

PRIMA TAPPA: TALAMONE – La mattina di lunedì 7 maggio 1860, dopo diverse ore di navigazione, i due piroscafi sono in vista di Talamone, il piccolo centro marinaro della Maremma (Toscana), nel quale Garibaldi dovrà fornirsi di armi. Poco prima ai Garibaldini è stato letto un ordine del giorno che li ribattezza «Cacciatori delle Alpi». Una denominazione non nuova, già anticipata e già inflazionata. E, per la verità, tutt’altro che azzeccata per un esercito che deve andare a conquistare la Sicilia, millantando di condividerne i destini e vantando una certa fratellanza. Un nome che, in pratica, evidenzia maggiormente le diversità e gli effetti «scomodi» della distanza geografica fra la Sicilia ed il Piemonte. E non solo…

Primo aiutante viene nominato il Colonnello ungherese Stefano Türr; Capo di Stato Maggiore viene nominato il Colonnello Giuseppe Sirtori.

In vista di Talamone, Garibaldi si affretta ad indossare la divisa di Generale del Regio Esercito Sardo (cioè Piemontese). Perché tale deve apparire al presidio militare di Talamone. Sui due piroscafi viene issata la bandiera del Regno Sabaudo (tricolore italiano con lo scudo sabaudo al centro, sulla banda bianca). Le navi si fermano a poca distanza dalla costa.

Dalla piccola banchina di Talamone, dopo circa mezz’ora, si distacca una lancia con un equipaggio costituito da timoniere, tre rematori e due ufficiali. Si avvicina al Piemonte. Poi, faticosamente, gli ufficiali salgono a bordo. Garibaldi li riceve nella propria cabina. Parla loro affabilmente. Recita la parte del Generale che deve compiere una missione per conto di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele. Una missione segreta, ovviamente, della quale non deve restare niente di scritto.

I due ufficiali toscani recitano, a loro volta, la parte di coloro che, per carità di patria, credono facilmente alla parola di un superiore. Per giunta ufficiale e gentiluomo (quale il Nizzardo certamente non è). La fama di Garibaldi, peraltro, è vastissima. È stata alimentata in ogni modo. Garibaldi è già l’Eroe per antonomasia. Tutti lo mitizzano e, nello stesso tempo, ne conoscono i movimenti ed i piani. Anche a Talamone.

GARIBALDI, LA FARSA, LE BUGIE – Nessun sospetto, ma solo certezze, dunque. Si capisce fin troppo bene che Garibaldi snocciola una serie di bugie. Del resto le armi, i viveri e le munizioni non sono lì proprio per lui? Perché perdere altro tempo? A Talamone gli sarà dato, pertanto, tutto quello che è disponibile. Assicurano, premurosi, i due ufficiali. Uno dei quali, il più anziano, si chiama De Labar.

Il grosso delle forniture, però, è custodito presso i magazzini di Orbetello, dove comanda il Colonnello Giorgini. Questi sicuramente non mancherà di mettersi, a sua volta, a disposizione. Orbetello dista da Talamone circa quindici chilometri. A Stefano Türr viene dato l’incarico di andare con dei carri a ritirare tutto ciò che serve. Garibaldi gli affida a tale scopo una lettera per il Colonnello Giorgini. Evidentemente si è già dimenticato di avere affermato che non bisogna lasciare traccia. Ma si sa: si recita a soggetto. I primi attori possono inserire le battute che credono più adatte.

MANO MORTA E PIZZICOTTO DI BIXIO – Per dare un’idea del clima umano e politico nel quale si svolgono questi eventi, riportiamo un piccolissimo passaggio della cronaca elaborata con disinvoltura da Giancarlo Fusco, dopo più di un secolo. Il Fusco è credibile, soprattutto quando si avvale, riprendendone fedelmente il testo, delle memorie del tenente Giuseppe Bandi. Questi è persona di fiducia di Garibaldi ed è un prezioso testimone oculare, dal quale anche noi attingeremo molte notizie di prima mano.

«Guidati dal tenente De Labar, Garibaldi e i suoi ufficiali, ai quali si è aggiunto Bixio, salgono verso il castello, dove l’anziano ufficiale di artiglieria abita con la moglie molto più giovane. La signora, avvisata da un ragazzetto ch’è corso avanti, ha indossato il suo vestito migliore. Di seta viola, con un mazzetto di fiori finti ficcati nel fisciù, a nascondere, in piccola parte, la scollatura molto ampia e profonda”. È una donna sui trenta, non proprio bella, ma molto piacente. Anni dopo, in un volumetto di ricordi, Bandi la descriveva così:

«[…] Per quanto l’abito che indossava fosse assai ricco, saltano subito all’occhio le sue rigogliose rotondità. Aveva pupille scure e vivacissime. La freschezza delle sue labbra e il candore dei suoi denti mettevano in risalto la sua giovinezza, a petto della quale, per contrasto, il povero marito appariva addirittura decrepito. Il Generale le fece i suoi complimenti, mentre Bixio, secondo il suo solito, cercò subito d’arrembarla, torcendosi il baffo. Senza perdersi in convenevoli, le chiede subito se potesse accompagnarlo a visitare la cima della torre, con l’evidente speranza di trovarsi secolei a tu per tu e allungar le mani… Ma il Generale, avvedutosi di quelle manovre, dopo una degustazione di ottimo ratafià, pose fine alla visita».

Ma non finisce qui. Arrivato mezzogiorno la generosa signora De Labar, nonostante fosse in agitazione per le occhiate audaci del Bixio, invita gli ospiti a restare a colazione.

Ci riferisce ancora il bravo narratore:

«Ma Garibaldi, con gentile fermezza, declina l’invito. Accetta, invece, che l’attempato marito lo accompagni, assieme agli altri, a mangiare un boccone alla buona, dall’Annina. La vedovella di un marinaio che tiene osteria nel Borgo Vecchio di Talamone. […] Mangiammo riso in brodo, manzo bollito con contorno di saporitissimi fagioli bianchi e, alla fine, una frittata di cipolle da ricordare – ci racconta il Bandi -. Ma, essendo l’ostessa, certa Anna Mazzocchi, poco più in là della trentina, belloccia e pronta alla battuta, il solito Bixio attaccò subito a mangiarla con gli occhi, a sussurrarle parole conturbevoli e a farle la mano morta ogni volta che le passasse a tiro. Così che, a un certo punto, pizzicata con la forza nel posteriore, la donna non poté trattenere un grido e si rifugiò in cucina, tuttavia avvampata in volto e con gli occhi umidi. Al che, il Generale, assai contrariato, richiamò all’ordine Bixio, rammentandogli che non s’era partiti da Quarto per un viaggio di piacere e per dare la caccia alle femmine, ma per un motivo ben più nobile e serio».(10)

Il Colonnello Giorgini, intanto, arriva a Talamone per conferire personalmente con Garibaldi. È molto rispettoso dell’Eroe e durante il colloquio rimane sempre sull’attenti. Dichiara, tuttavia, di volere alcune assicurazioni. Vorrebbe, cioè, garanzie che le armi che gli saranno consegnate non verranno utilizzate, ad esempio, per sferrare un attacco al confinante Stato della Chiesa. Deve fargli capire che, in quanto ufficiale anch’egli di S.M. Vittorio Emanuele, non può avere incidenti, né complicazioni, con la diplomazia straniera.

Garibaldi lo rassicura. La verità è però alquanto diversa, perché è già stata programmata, per poi essere smentita in alto loco, un’azione di penetrazione verso lo Stato di Pio IX. Si tratta di poca cosa, per la verità, decisa in parte nella speranza che le popolazioni si ribellino, in parte per depistare l’opinione pubblica ed eventuali spie Duo-siciliane sugli effettivi scopi di quella Spedizione. Ed in parte per fare bella figura con gli Inglesi, ai quali lo Stato Pontificio appare come il più pericoloso degli avversari della politica espansionistica dell’Impero di S.M. Britannica. Ed infine perché uno sgarbo in più, verso quell’antipatico del Papa, non guasterà certamente (Fine terza puntata/continua).

(7) G. C. Abba, op. cit., p. 115, nota 3.

(8) Il territorio del Regno delle Due Sicilie comprendeva, oltre che la Sicilia, le attuali regioni di Calabria, Basilicata, Campania, Puglie, Abbruzzi e Molise (nonché quasi tutte le isole minori del Tirreno) e che allora, rispetto a quello dell’Italia Meridionale, così com’è definita oggi, era più vasto. Alcune delle regioni sopraccitate includevano comuni, province e popolazioni che sarebbero stati, dopo l’Unità, d’autorità ed innaturalmente aggregati ad altre regioni confinanti.

(9) Francesco Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1870, Sellerio, Palermo, 1987, vol. I, pag. 152.

(10) Vedi Giancarlo Fusco, I Mille e una notte – Storia erotica del Risorgimento, Tattilo, Roma 1974, pagg. 15 e 16.

Foto tratta da turismoinmaremma.wordpress.com

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Stiracchiando i dati, il Russo ci parla di quarantasei Meridionali. Ci dimostra, quindi, sia pure involontariamente, che dalla parte continentale del Regno delle Due Sicilie (8) sono partiti meno volontari che non dalla sola città di Pavia (58) o dalla sola città di Brescia (59). Analoga considerazione vale per la Sicilia, dalla quale, a seguito delle vicende rivoluzionarie degli anni 1848-49, erano emigrate verso il Regno Sabaudo alcune centinaia di persone compromesse con la dinastia dei Borbone.

Questi esuli ebbero accoglienza ottima, prebende, cariche, incarichi, posti di sottogoverno, cattedre universitarie ed onorificenze varie. Pagavano, però, a loro volta, un prezzo altissimo: abbandonavano, cioè, la causa siciliana e la loro fede indipendentista ed abbracciavano, più o meno sinceramente, la causa dell’Unità d’Italia e, per meglio dire, quella di Vittorio Emanuele di Savoia. Il fatto che a Quarto mancassero quasi tutti all’appello, significava che non se la sentivano proprio di compiere altri atti contrari alla loro fede sicilianista ed ai loro convincimenti politici… Oppure, più semplicemente, non volevano fare altri sacrifici e neppure correre altri rischi.

Per concludere le nostre osservazioni, diciamo che la Spedizione dei Mille verso la Sicilia partiva, in sostanza, senza la legittimazione di volontari Siciliani. Le poche eccezioni, registrate ed esaltate al massimo, confermavano la regola. Sarebbero diventati, pertanto, sempre più preziosi i picciotti della mafia e che – machiavellicamente, ma opportunamente dal proprio punto di vista – i Servizi Segreti Britannici avevano da tempo agganciato e che ora si accingevano ad utilizzare pienamente per creare, quantomeno, un consenso chiassoso, oltre che inquietante.n E che avrebbe paradossalmente legittimato, agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, l’occupazione prima e la riduzione in colonia, iterna e non dichiarata, di quella che era stata per diversi secoli una Nazione indipendente e sovrana.

QUANTI ERANO I GARIBALDINI? – Abbiamo ancora il tempo, dato che il viaggio è appena all’inizio, di rispondere a questa domanda. Secondo il Montanelli, il numero preciso delle camicie rosse sarebbe stato di 1088; più una donna, la moglie di Francesco Crispi, Rosalia Montmasson. Secondo Renda, i Garibaldini in questione erano 1087. E precisa:

«Dei 1087 Garibaldini sbarcati a Marsala (secondo l’elenco ufficiale pubblicato a suo tempo nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia) solo 31 furono Siciliani, ed ancora più esigua fu la presenza dei Meridionali (25 in tutto, dei quali solo 5 Napoletani).

Altra circostanza non meno significativa fu che nessuno dei Siciliani e Meridionali arruolati nell’esercito dei Mille apparteneva alla vecchia nobiltà o all’alta borghesia, e solo un ristrettissimo gruppo, che non superava le dita di una mano, aveva funzioni di comando generale. Fra questi, l’unico ad emergere fu l’agrigentino Francesco Crispi, il quale dal principio alla fine rimase in posizione chiave nella direzione politica dell’impresa».(9)
Il numero esatto dei Garibaldini varia, per la verità, da autore ad autore, ma di poco. Nell’insieme dobbiamo trarre la conclusione che il dato ufficiale coincide, o quasi, (una volta tanto) con quello reale. Fatto salvo qualche pic- colo arrotondamento in più o in meno e sempre a ridosso del numero di mil- le. Nome e numero, questi, con i quali gli storici hanno battezzato con ecce- zionale celerità la Spedizione: i Mille, appunto. La denominazione dei Mille sarebbe rimasta per sempre, ma riferita al primo nucleo, in quanto il numero reale dei Garibaldini sarebbe cresciuto a dismisura, perché altre spedizioni si accingevano a partire dal Continente e perché altri reclutamenti sarebbero stati effettuati da lì a poco.

In Sicilia, in particolare, saranno reclutate diverse migliaia di picciotti agli ordini dell’Onorata Società. Soprattutto dopo che si era capito che Garibaldi era comunque predestinato ad avere la meglio. Su questi Garibaldini, considerato il fatto che nessuna commissione antimafia ha mai indagato, avremo modo di fornire, via via, qualche altra indiscrezione.

PRIMA TAPPA: TALAMONE – La mattina di lunedì 7 maggio 1860, dopo diverse ore di navigazione, i due piroscafi sono in vista di Talamone, il piccolo centro marinaro della Maremma (Toscana), nel quale Garibaldi dovrà fornirsi di armi. Poco prima ai Garibaldini è stato letto un ordine del giorno che li ribattezza «Cacciatori delle maggiormente le diversità e gli effetti «scomodi» della distanza geografica fra la Sicilia ed il Piemonte. E non solo…

Primo aiutante viene nominato il Colonnello ungherese Stefano Türr; Capo di Stato Maggiore viene nominato il Colonnello Giuseppe Sirtori.

In vista di Talamone, Garibaldi si affretta ad indossare la divisa di Generale del Regio Esercito Sardo (cioè Piemontese). Perché tale deve apparire al presidio militare di Talamone. Sui due piroscafi viene issata la bandiera del Regno Sabaudo (tricolore italiano con lo scudo sabaudo al centro, sulla banda bianca). Le navi si fermano a poca distanza dalla costa.

Dalla piccola banchina di Talamone, dopo circa mezz’ora, si distacca una lancia con un equipaggio costituito da timoniere, tre rematori e due ufficiali. Si avvicina al Piemonte. Poi, faticosamente, gli ufficiali salgono a bordo. Garibaldi li riceve nella propria cabina. Parla loro affabilmente. Recita la parte del Generale che deve compiere una missione per conto di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele. Una missione segreta, ovviamente, della quale non deve restare niente di scritto.

I due ufficiali toscani recitano, a loro volta, la parte di coloro che, per carità di patria, credono facilmente alla parola di un superiore. Per giunta ufficiale e gentiluomo (quale il Nizzardo certamente non è). La fama di Garibaldi, peraltro, è vastissima. È stata alimentata in ogni modo. Garibaldi è già l’Eroe per antonomasia. Tutti lo mitizzano e, nello stesso tempo, ne conoscono i movimenti ed i piani. Anche a Talamone.

tutt’altro che azzeccata per un esercito che deve andare a conquistare la Sicilia, millantando di condividerne i destini e vantando una certa fratellanza. Un nome che, in pratica, evidenzia GARIBALDI, LA FARSA, LE BUGIE – Nessun sospetto, ma solo certezze, dunque. Si capisce fin troppo bene che Garibaldi snocciola una serie di bugie. Del resto le armi, i viveri e le munizioni non sono lì proprio per lui? Perché perdere altro tempo? A Talamone gli sarà dato, pertanto, tutto quello che è disponibile. Assicurano, premurosi, i due ufficiali. Uno dei quali, il più anziano, si chiama De Labar.

Il grosso delle forniture, però, è custodito presso i magazzini di Orbetello, dove comanda il Colonnello Giorgini. Questi sicuramente non mancherà di mettersi, a sua volta, a disposizione. Orbetello dista da Talamone circa quindici chilometri. A Stefano Türr viene dato l’incarico di andare con dei carri a ritirare tutto ciò che serve. Garibaldi gli affida a tale scopo una lettera per il Colonnello Giorgini. Evidentemente si è già dimenticato di avere affermato che non bisogna lasciare traccia. Ma si sa: si recita a soggetto. I primi attori possono inserire le battute che credono più adatte.

MANO MORTA E PIZZICOTTO DI BIXIO – Per dare un’idea del clima umano e politico nel quale si svolgono questi eventi, riportiamo un piccolissimo passaggio della cronaca elaborata con disinvoltura da Giancarlo Fusco, dopo più di un secolo. Il Fusco è credibile, soprattutto quando si avvale, riprendendone fedelmente il testo, delle memorie del tenente Giuseppe Bandi. Questi è persona di fiducia di Garibaldi ed è un prezioso testimone oculare, dal quale anche noi attingeremo molte notizie di prima mano.

«Guidati dal tenente De Labar, Garibaldi e i suoi ufficiali, ai quali si è aggiunto Bixio, salgono verso il castello, dove l’anziano ufficiale di artiglieria abita con la moglie molto più giovane. La signora, avvisata da un ragazzetto ch’è corso avanti, ha indossato il suo vestito migliore. Di seta viola, con un mazzetto di fiori finti ficcati nel fisciù, a nascondere, in piccola parte, la scollatura molto ampia e profonda”. È una donna sui trenta, non proprio bella, ma molto piacente. Anni dopo, in un volumetto di ricordi, Bandi la descriveva così:

«[…] Per quanto l’abito che indossava fosse assai ricco, saltano subito all’occhio le sue rigogliose rotondità. Aveva pupille scure e vivacissime. La freschezza delle sue labbra e il candore dei suoi denti mettevano in risalto la sua giovinezza, a petto della quale, per contrasto, il povero marito appariva addirittura decrepito. Il Generale le fece i suoi complimenti, mentre Bixio, secondo il suo solito, cercò subito d’arrembarla, torcendosi il baffo. Senza perdersi in convenevoli, le chiede subito se potesse accompagnarlo a visitare la cima della torre, con l’evidente speranza di trovarsi secolei a tu per tu e allungar le mani… Ma il Generale, avvedutosi di quelle manovre, dopo una degustazione di ottimo ratafià, pose fine alla visita».

Ma non finisce qui. Arrivato mezzogiorno la generosa signora De Labar, nonostante fosse in agitazione per le occhiate audaci del Bixio, invita gli ospiti a restare a colazione.

Ci riferisce ancora il bravo narratore:

«Ma Garibaldi, con gentile fermezza, declina l’invito. Accetta, invece, che l’attempato marito lo accompagni, assieme agli altri, a mangiare un boccone alla buona, dall’Annina. La vedovella di un marinaio che tiene osteria nel Borgo Vecchio di Talamone. […] Mangiammo riso in brodo, manzo bollito con contorno di saporitissimi fagioli bianchi e, alla fine, una frittata di cipolle da ricordare – ci racconta il Bandi -. Ma, essendo l’ostessa, certa Anna Mazzocchi, poco più in là della trentina, belloccia e pronta alla battuta, il solito Bixio attaccò subito a mangiarla con gli occhi, a sussurrarle parole conturbevoli e a farle la mano morta ogni volta che le passasse a tiro. Così che, a un certo punto, pizzicata con la forza nel posteriore, la donna non poté trattenere un grido e si rifugiò in cucina, tuttavia avvampata in volto e con gli occhi umidi. Al che, il Generale, assai contrariato, richiamò all’ordine Bixio, rammentandogli che non s’era partiti da Quarto per un viaggio di piacere e per dare la caccia alle femmine, ma per un motivo ben più nobile e serio».(10)

Il Colonnello Giorgini, intanto, arriva a Talamone per conferire personalmente con Garibaldi. È molto rispettoso dell’Eroe e durante il colloquio rimane sempre sull’attenti. Dichiara, tuttavia, di volere alcune assicurazioni. Vorrebbe, cioè, garanzie che le armi che gli saranno consegnate non verranno utilizzate, ad esempio, per sferrare un attacco al confinante Stato della Chiesa. Deve fargli capire che, in quanto ufficiale anch’egli di S.M. Vittorio Emanuele, non può avere incidenti, né complicazioni, con la diplomazia straniera.

Garibaldi lo rassicura. La verità è però alquanto diversa, perché è già stata programmata, per poi essere smentita in alto loco, un’azione di penetrazione verso lo Stato di Pio IX. Si tratta di poca cosa, per la verità, decisa in parte nella speranza che le popolazioni si ribellino, in parte per depistare l’opinione pubblica ed eventuali spie Duo-siciliane sugli effettivi scopi di quella Spedizione. Ed in parte per fare bella figura con gli Inglesi, ai quali lo Stato Pontificio appare come il più pericoloso degli avversari della politica espansionistica dell’Impero di S.M. Britannica. Ed infine perché uno sgarbo in più, verso quell’antipatico del Papa, non guasterà certamente (Fine terza puntata/continua).

(7) G. C. Abba, op. cit., p. 115, nota 3.

(8) Il territorio del Regno delle Due Sicilie comprendeva, oltre che la Sicilia, le attuali regioni di Calabria, Basilicata, Campania, Puglie, Abbruzzi e Molise (nonché quasi tutte le isole minori del Tirreno) e che allora, rispetto a quello dell’Italia Meridionale, così com’è definita oggi, era più vasto. Alcune delle regioni sopraccitate includevano comuni, province e popolazioni che sarebbero stati, dopo l’Unità, d’autorità ed innaturalmente aggregati ad altre regioni confinanti.

(9) Francesco Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1870, Sellerio, Palermo, 1987, vol. I, pag. 152.

(10) Vedi Giancarlo Fusco, I Mille e una notte – Storia erotica del Risorgimento, Tattilo, Roma 1974, pagg. 15 e 16.

Foto tratta da turismoinmaremma.wordpress.com

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«[…] Per quanto l’abito che indossava fosse assai ricco, saltano subito all’occhio le sue rigogliose rotondità. Aveva pupille scure e vivacissime. La freschezza delle sue labbra e il candore dei suoi denti mettevano in risalto la sua giovinezza, a petto della quale, per contrasto, il povero marito appariva addirittura decrepito. Il Generale le fece i suoi complimenti, mentre Bixio, secondo il suo solito, cercò subito d’arrembarla, torcendosi il baffo. Senza perdersi in convenevoli, le chiede subito se potesse accompagnarlo a visitare la cima della torre, con l’evidente speranza di trovarsi secolei a tu per tu e allungar le mani… Ma il Generale, avvedutosi di quelle manovre, dopo una degustazione di ottimo ratafià, pose fine alla visita».

Ma non finisce qui. Arrivato mezzogiorno la generosa signora De Labar, nonostante fosse in agitazione per le occhiate audaci del Bixio, invita gli ospiti a restare a colazione.

Ci riferisce ancora il bravo narratore:

«Ma Garibaldi, con gentile fermezza, declina l’invito. Accetta, invece, che l’attempato marito lo accompagni, assieme agli altri, a mangiare un boccone alla buona, dall’Annina. La vedovella di un marinaio che tiene osteria nel Borgo Vecchio di Talamone. […] Mangiammo riso in brodo, manzo bollito con contorno di saporitissimi fagioli bianchi e, alla fine, una frittata di cipolle da ricordare – ci racconta il Bandi -. Ma, essendo l’ostessa, certa Anna Mazzocchi, poco più in là della trentina, belloccia e pronta alla battuta, il solito Bixio attaccò subito a mangiarla con gli occhi, a sussurrarle parole conturbevoli e a farle la mano morta ogni volta che le passasse a tiro. Così che, a un certo punto, pizzicata con la forza nel posteriore, la donna non poté trattenere un grido e si rifugiò in cucina, tuttavia avvampata in volto e con gli occhi umidi. Al che, il Generale, assai contrariato, richiamò all’ordine Bixio, rammentandogli che non s’era partiti da Quarto per un viaggio di piacere e per dare la caccia alle femmine, ma per un motivo ben più nobile e serio».(10)

Il Colonnello Giorgini, intanto, arriva a Talamone per conferire personalmente con Garibaldi. È molto rispettoso dell’Eroe e durante il colloquio rimane sempre sull’attenti. Dichiara, tuttavia, di volere alcune assicurazioni. Vorrebbe, cioè, garanzie che le armi che gli saranno consegnate non verranno utilizzate, ad esempio, per sferrare un attacco al confinante Stato della Chiesa. Deve fargli capire che, in quanto ufficiale anch’egli di S.M. Vittorio Emanuele, non può avere incidenti, né complicazioni, con la diplomazia straniera.

Garibaldi lo rassicura. La verità è però alquanto diversa, perché è già stata programmata, per poi essere smentita in alto loco, un’azione di penetrazione verso lo Stato di Pio IX. Si tratta di poca cosa, per la verità, decisa in parte nella speranza che le popolazioni si ribellino, in parte per depistare l’opinione pubblica ed eventuali spie Duo siciliane sugli effettivi scopi di quella Spedizione. Ed in parte per fare bella figura con gli Inglesi, ai quali lo Stato Pontificio appare come il più pericoloso degli avversari della politica espansionistica dell’Impero di S.M. Britannica. Ed infine perché uno sgarbo in più, verso quell’antipatico del Papa, non guasterà certamente (Fine terza puntata/continua).

(7) G. C. Abba, op. cit., p. 115, nota 3.

(8) Il territorio del Regno delle Due Sicilie comprendeva, oltre che la Sicilia, le attuali regioni di Calabria, Basilicata, Campania, Puglie, Abbruzzi e Molise (nonché quasi tutte le isole minori del Tirreno) e che allora, rispetto a quello dell’Italia Meridionale, così com’è definita oggi, era più vasto. Alcune delle regioni sopraccitate includevano comuni, province e popolazioni che sarebbero stati, dopo l’Unità, d’autorità ed innaturalmente aggregati ad altre regioni confinanti.

(9) Francesco Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1870, Sellerio, Palermo, 1987, vol. I, pag. 152.

(10) Vedi Giancarlo Fusco, I Mille e una notte – Storia erotica del Risorgimento, Tattilo, Roma 1974, pagg. 15 e 16.

fonte https://www.inuovivespri.it/2018/12/02/la-vera-storia-dellimpresa-del-mille-3-i-mille-erano-quasi-tutti-del-nord-italia/

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La vera storia dell’impresa dei Mille (II) La farsa di Quarto e i Repubblicani sul libro paga dei britannici

Posted by on Apr 15, 2019

La vera storia dell’impresa dei Mille (II) La farsa di Quarto e i Repubblicani sul libro paga dei britannici

Seconda puntata del libro di Giuseppe Scianò “… e nel maggio del 1860 la Sicilia diventò colonia” (Pitti edizioni Palermo). La prefazione nella quale si dà atto a Pino Aprile di avere aperto uno squarcio nella disinformazione italiana sulla storia del Sud nel Risorgimento. Quindi il primo capitolo con la sceneggiata della finta ‘cattura’ dei piroscafi ‘Lombardo’ e ‘Piemonte. Il viaggio verso la Sicilia scortati dai piemontesi e, soprattutto, dagli inglesi

di Giuseppe Scianò

PREFAZIONE

Pino Aprile, noto giornalista e scrittore pugliese (nato nel 1950), già vicedirettore di Oggi e direttore di Gente, che aveva lavorato con Sergio Zavoli nell’inchiesta a puntate «Viaggio nel Sud» e a Tv7, settimanale del Tg1, nel 2010 ha pubblicato il libro Terroni, incentrato sulla conquista del Sud-Italia, o, per meglio dire, dei territori del Regno delle Due Sicilie, da parte del Regno Sabaudo di Vittorio Emanuele II, il quale, a sua volta, agiva sotto la protezione e per mandato del Governo Britannico.

Il libro ebbe un successo immediato ed eclatante e non costituì soltanto un «caso letterario», ma divenne un evento storico, culturale e politico, i cui effetti sono ancora in piena evoluzione. Vi si comprende, infatti, come e perché il Sud divenne una colonia interna del neonato Regno d’Italia.
Anche se altri avevano affrontato lo «scottante» argomento, fra cui l’indimenticabile Carlo Alianello (e tanti altri Meridionalisti e Sicilianisti, molti dei quali viventi e con i quali ci scusiamo per non poterli citare tutti), considerato il capostipite del revisionismo «moderno» del Risorgimento, Pino Aprile ha avuto il grande merito di «prendere di petto» le tante, scottanti, «verità», che erano state occultate e spesso sostituite dalle favolette e dalle leggende della cultura ufficiale italiana.

TRA MASSACRI E GENOCIDI – Sono stati portati alla luce massacri, genocidi, persecuzioni, saccheggi, deportazioni ed, in una parola, le gravissime violazioni dei diritti dell’Uomo, soprattutto per l’uso spregiudicato di truppe mercenarie provenienti sia dall’Europa (da ricordare la «feroce» Legione Ungherese…) che dall’India e dall’Africa, che attuarono espoliazioni e rapine di ogni tipo. Delitti, questi, che si sarebbero protratti anche nel periodo successivo al fatale 1860…

Sono tornati così alla luce quei fenomeni di alienazione culturale e di lavaggio collettivo dei cervelli, di cui tanto aveva parlato Frantz Fanon per i Paesi del cosiddetto «Terzo Mondo» negli anni Cinquanta del secolo scorso.

Finalmente viene messo sotto accusa il Regno d’Italia per i crimini commessi nel 1860! Ed anche successivamente…

I GRANDI MERITI DI PINO APRILE – Con il «libro» di ricerca, di «documentazione» e di denunzia di Pino Aprile, sostanzialmente la verità è diventata ancora una volta «rivoluzionaria». Ed i popoli del «soppresso» Regno delle Due Sicilie hanno cominciato a capire che è, per loro, un diritto ed un dovere quello di uscire finalmente e decisamente dalla condizione di letargo (anzi: narcosi), nella quale sono stati regalati dal 1860 ai nostri giorni.

I nostri Popoli sono cioè diventati sempre più determinati nel fare i primi passi verso lo sviluppo, il progresso e verso quella civiltà che era un loro «bagaglio» e una loro ricchezza, un loro obiettivo prioritario. Soprattutto hanno compreso che devono lottare per ritornare in quei Consessi Internazionali e sovranazionali, dai quali ancora oggi sono esclusi proprio per l’antistorica condizione coloniale.

Per completare la «cronaca» di questo tormentato periodo della storia della Sicilia possiamo anticipare che con il «Plebiscito», falso e bugiardo, del 21 ottobre 1860, si confermò ciò che si sarebbe dovuto con ogni mezzo negare. E cioè che la Sicilia, già nel mese di maggio del 1860 era diventata una colonia di sfruttamento interna al Regno Sabaudo (in qualsiasi modo denominato)…

In questa sede ricostruiremo le principali vicende che avevano determinato e caratterizzato la «conquista» della Sicilia e la sua riduzione in colonia interna del Regno d’Italia. Il tutto al servizio del recupero della verità.

Con questo nostro lavoro, che sottoponiamo all’attenzione ed al giudizio dei lettori, non possiamo ovviamente parlare di tutto, ma abbiamo cercato di spiegare – in ordine logico e cronologico e con la speranza di non trascurare alcuno dei fatti principali – quanto avvenne in Sicilia e nella parte continentale del Regno delle Due Sicilie, appunto dal mese di maggio del 1860 e per il quinquennio successivo.

Ribadiamo che consideriamo il diritto alla verità come diritto fondamentale (fino ad oggi, di fatto, negato) dei Popoli del soppresso Regno delle Due Sicilie.

CAPITOLO PRIMO/  5 maggio 1860: da Quarto i Mille prendono il mare. La prima tappa sarà Talamone

Una sera nel porto di Genova…

La sera del 5 maggio 1860 dal porto di Genova fu allontanata la polizia portuale e furono allontanati anche curiosi e «perditempo». C’era nell’aria qualcosa di grosso che tutti ben conoscevano, ma della quale era assolutamente vietato fare cenno. Due piroscafi, il Lombardo ed il Piemonte, si dondolavano tranquillamente nella rada.
Avevano da poco cambiato proprietario. Il loro acquisto era stato trattato ed operato riservatamente da emissari del Governo Piemontese con il sig. Fauchet, amministratore della Società Armatrice Rubattino. Quei due piroscafi servivano, infatti, per trasportare in Sicilia Garibaldi ed un mi- gliaio di uomini. Si trattava del primo nucleo di quell’Armata che avrebbe conquistato la Sicilia.
Agli occhi del corpo diplomatico, dell’opinione pubblica e di non po- chi cronisti e dei futuri storici, il Lombardo ed il Piemonte, tuttavia, dovevano apparire catturati, nel corso di una imprevista ed audace azione piratesca, dai Garibaldini. Il finto colpo di mano verrà affidato a Nino Bixio (1) collaborato dal Capitano Castiglia (uno dei pochissimi Siciliani che partecipavano alla Spedizione garibaldina).
I due eroi, con un manipolo di volontari, penetrarono, quindi, nel porto, avanzando nell’oscurità. Successivamente, utilizzando una tartana, provvidenzialmente trovata ormeggiata nella banchina antistante a quel tratto di mare, si avvicinarono ai bastimenti.
A bordo del Piemonte e del Lombardo, in quel momento, si trovavano, al completo, i rispettivi equipaggi, che, però, guarda caso, stavano dormendo fin troppo sodo…
Il tutto con assoluta fedeltà al copione. Ovviamente.

LA ‘CATTURA’ DEI PIROSCAFI PIEMONTE E LOMBARDO – I volontari si arrampicarono sui due vapori (non casualmente privi di sentinelle) e, armati di revolver, finsero di svegliare dal loro sonno i marinai, compresi gli uomini che avrebbero dovuto fare la guardia. Quindi costrinsero «i fuochisti ad accendere le caldaie, i marinai a salpare l’ancora, i macchinisti a prepararsi al loro mestiere», «tutti a sgomberare, a pulire il bastimento, ad allestirlo in fretta per la partenza. E così avrebbero fatto – conclude un nostro testimone – col massimo ordine e silenzio e non senza molti sorrisi d’ironia per quella farsa con cui l’epopea esordiva».(2)
Aggiungiamo che Bixio, subito dopo, avrebbe fatto un discorsetto ai marinai, i quali, peraltro, avevano provveduto per tempo a salutare le ri- spettive famiglie, lasciando un gruzzoletto di soldi, maggiore di quello che di solito lasciavano per le frequenti lunghe assenze che la vita di marittimo comportava.
Quando si dice le coincidenze!

LA RECITA – In sostanza, il braccio destro avrebbe detto agli stessi marinai che potevano scegliere fra tornare a casa o arruolarsi con Garibaldi per conquistare (anzi: per liberare) il Regno delle Due Sicilie e per fare l’Unità d’Italia. I marinai, entusiasti, avrebbero detto di scegliere, seduta stante, la seconda opzione. Non a caso si erano portati anche la biancheria di ricambio.
Quarto, nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860, si parte!…
Le operazioni di messa in moto dei due piroscafi sarebbero state lente, complicate, confuse. E avrebbero richiesto diverse ore. Garibaldi, nella vicinissima borgata di Quarto, attende nervoso e preoccupato. Comincia già a sospettare che Bixio abbia fatto fiasco, nonostante tutto fosse stato preparato, per filo e per segno. Nei minimi dettagli, insomma.
Tuttavia, c’è da dire che anche la presenza a Quarto di Garibaldi, alloggiato a Villa Spinola, e la concentrazione di quegli oltre Mille volontari, con non pochi accompagnatori, erano ufficialmente un segreto. Così come era un segreto il fatto che gli alberghi di Genova e dintorni erano zeppi di clienti e che non tutti vi avevano trovato alloggio. Molti bivaccavano nei dintorni. Erano quei segreti all’italiana che avrebbero tanto affascinato i lettori dei giornali Inglesi in tutto il mondo. E avrebbero in seguito dato modo all’agiografia risorgimentale di avvalorare la tesi della spontaneità dell’iniziativa.
Finalmente, al largo dello «scoglio di Quarto», comparvero, sbuffando, i due piroscafi che si fermarono, però, prudentemente a debita distanza dalla riva. Non vi saranno problemi, perché, fortunatamente, sono già belle e pronte tante barche di ogni tipo per portare i Mille a bordo dei due colossi del mare. A questo punto entra in scena Garibaldi.
Ecco cosa scrive in proposito l’Abba:
«… Dinanzi, sullo stradale che ha il mare lì sotto, v’era gran gente e un bisbiglio e un caldo che infocava il sangue. La folla oscillava: “Eccolo! No, non ancora!”. E invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che scendeva verso il mare, o spariva per la via che mena a Genova. Verso le dieci la folla fece largo più agitata, tacquero tutti, era Lui!».(3)

I MILLE SCORTATI DA CAVOUR E DAGLI INGLESI – “Le numerose barche, poterono, così, avere l’ordine di procedere al traghettamento dei volontari sui piroscafi. Anche questa operazione durerà diverse ore. Ma non c’è fretta. Nessuno insegue i Garibaldini o minaccia di interromperne le manovre maldestre. Una sola condizione: la consegna del silenzio. Nessuno deve sapere niente… (quantomeno ufficialmente).
La prima sosta è prevista a Talamone, in Toscana. Ed in tale direzione i due piroscafi procedono tranquillamente. Appena si sono allontanati abbastanza dalle acque di Quarto, il Piemonte ed il Lombardo vengono seguiti con discrezione da alcune navi da guerra Piemontesi, agli ordini dell’Ammi- raglio Persano. Ufficialmente le navi da guerra Piemontesi dovrebbero inseguire e catturare quei pirati, che hanno avuto l’ardire di rubare le due navi.
Ma i veri ordini in merito li ha dati riservatamente e per iscritto il Capo del Governo, Camillo Benso conte di Cavour, allo stesso Persano e sono fin troppo chiari, anche per il politichese dell’epoca:
«Vegga di navigare – gli scrive – tra Garibaldi e gli incrociatori napolitani. Spero m’abbia capito».
In sostanza, la flotta piemontese non dovrà assolutamente raggiungere né bloccare la spedizione garibaldina. La dovrà soltanto proteggere da eventuali attacchi della Marina da Guerra Duosiciliana. L’Ammiraglio Persano non è certamente un’aquila, ma sa comprendere fin troppo bene ciò che Inglesi e Governo Piemontese gli ordinano di fare, di volta in volta.
Prescindendo dall’affidabilità del Cavour e del Persano, gli Inglesi, a loro volta, avevano adottato già qualche precauzione. A debita distanza della flotta piemontese, infatti, vi erano alcune navi da guerra britanniche che avevano preso sotto protezione i nostri eroi e le navi Piemontesi.
E li scorteranno fino alle acque territoriali siciliane. Qui avrebbero trovato altre navi britanniche.

L’ACCORDO TRA GARIBALDI E VITTORIO EMANUELE II – Insomma: le precauzioni del Governo di Londra non sono mai troppe. E saranno sempre utili, se non necessarie.
Il giorno 7 maggio 1860, l’Abba ci descrive, con i soliti intenti agiografici, il momento della lettura dell’ordine del giorno:
«La missione di questo corpo sarà, come fu, basata sull’abnegazione, la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senza altra speranza, senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompensa, allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della vita privata, allorché scomparve il pericolo; ma suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila ilari,

volenterosi e pronti a versare il loro sangue per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino or sono dodici mesi: “Italia e Vittorio Emanuele!”, e questo grido ovunque pronunziato da noi incuterà spavento ai nemici dell’Italia».(4)
Un particolare poco evidenziato: i Garibaldini sono a tutti gli effetti incorporati nell’Esercito Sabaudo, nel Corpo dei «Cacciatori delle Alpi».
Ed è questa una situazione a dir poco scandalosa.
Dai punti di vista morale, politico, giuridico e costituzionale resta il fatto che il proclama, che tanto fa commuovere l’Abba, altro non era che un’altra dimostrazione di come, fin dall’inizio, si fosse progettato di imporre alla Sicilia l’annessione al Regno di Vittorio Emanuele II. A prescindere dalla volontà dei Siciliani ed a prescindere dal plebiscito che, falso e spudorato, si sarebbe svolto soltanto il 21 ottobre di quell’anno.
Alcuni repubblicani intransigenti, indignati (pochissimi, per la verità), avrebbero successivamente tagliato la corda e se ne sarebbero andati. Altri, ben sistemati nella macchina unitaria, sarebbero rimasti.
Per Garibaldi il problema non esisteva. Fra l’altro il Nizzardo era legato, oltre che dalle tante affinità culturali e morali, anche da sincero affetto a Vittorio Emanuele II. Con questi aveva addirittura un filo diretto di costante intesa e di reciproca complicità. Senza però escludere qualche rivalità per il ruolo di prima donna del Risorgimento. Rivalità che però non riusciva a scalfire l’amicizia né i vincoli di consorteria… se non per brevi periodi.

ANCHE I REPUBBLICANI SUL LIBRO PAGA DEI BRITANNICI – Luigi Russo così scrive: «Il proclama fondeva in una sola unità i Mille ed i Volontari della campagna alpina dell’estate precedente; ma non tutti furono contenti delle parole del Generale. Il motto “Italia e Vittorio Emanuele!” garbò poco ai mazziniani, i quali avevano sperato che in Garibaldi, una volta in mare e con la camicia rossa, risorgesse la fede e l’istinto repubblicano.» […] (5)
E lo stesso Abba, giudicando quell’episodio a distanza di anni, così lo racconta con la sua consueta benigna equanimità:
«Molti non si sapevano liberare da certo scontento che aveva la- sciato loro il motto monarchico; ma la disciplina volontaria era forte. Difatti si staccarono poi dalla spedizione e se ne tornarono di là, alle loro case, soltanto sei o sette giovani cari. Seguivano il sardo Bruno Onnis che del motto “Italia e Vittorio Emanuele!” era rimasto quasi offeso. Repubblicano inflessibile, si era imbarcato a Genova sperando forse che Garibaldi, una volta in mare, si ricordasse d’essere anche egli repubblicano; ma deluso, ora se ne andava e se ne andavano con lui quei pochi, però senza che fosse fatto a loro nessun rinfaccio. Rinunciavano per la loro idea ad una delle più grandi soddisfazioni che cuor di allora potesse avere, e il sacrificio meritava rispetto».(6)
Quello che i memorialisti omettono, talvolta, di puntualizzare è che non pochi repubblicani, taluni diventati poi Padri della Patria, erano (pure loro!), nel libro paga del Governo Britannico già da tempo. Non si possono più dissociare, quindi, dal grande progetto unitario, proprio nel momento in cui questo sta per essere realizzato.
E sono costretti a fare buon viso a cattiva sorte…(Fine seconda puntata/continua)

Foto tratta da felicitapubblica.it

(1) Nino Bixio (nato a Genova nel 1821 e morto a Sumatra nel 1873) era di fatto il numero due della spedizione dei Mille, Luogotenente e uomo di fiducia di Garibaldi. Personaggio molto discusso. Diventò decisamente impopolare in Sicilia, soprattutto per la fucilazione, ordinata a Bronte il 10 agosto del 1860, di cinque cittadini (fra cui l’avvocato Nicolò Lombardo) sospettati di essere coinvolti nella sanguinosa sommossa di qualche giorno prima. Il tutto senza prove e per compiacersi gli Inglesi che avevano tanto aiutato l’impresa garibaldina. Sia durante la spedizione garibaldina del 1860, sia nella sua attività politica successiva, Bixio usò sempre toni sprezzanti verso i Siciliani

(2) Giuseppe Guerzoni, Vita di Bixio, pag. 158, Barbera, 1875. Testimonianza, questa, ripresa da Lorenzo Bianchi nel commento all’edizione del 1955 del testo Da Quarto al Volturno, di Giuseppe Cesare Abba, pagg. 28-29, Zanichelli.

(3) G. C. Abba, op. cit., pag. 18.

(4) Lo stesso proclama sarà letto, come vedremo, da Garibaldi in persona, dopo lo sbarco a Talamone, di fronte a tutto l’esercito garibaldino schierato. Peccato che in Sicilia troppi intellettuali e troppi scrittori continuino a parlare di un Garibaldi uomo sincero ed in perfetta buona fede, democratico, repubblicano e persino autonomista. Ingannato, però, da altri… La verità è che nel 1860 furono traditi ed ingannati soltanto i Siciliani.

(5) Luigi Russo, nelle note al libro Da Quarto al Volturno, di G. Cesare Abba, pag. 118, Sellerio, 2010.

(6) Ibidem.

Prima Puntata

fonte

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La vera storia dell’impresa dei Mille: tutto quello che i libri di storia continuano a nascondere

Posted by on Apr 14, 2019

La vera storia dell’impresa dei Mille: tutto quello che i libri di storia continuano a nascondere

Cominciamo oggi la pubblicazione a puntate di un saggio scritto da Giuseppe ‘Pippo Scianò, figura storica dell’Indipendentismo siciliano. Libro dal titolo emblematico: “e nel maggio del 1860 LA SICILIA DIVENTO’ COLONIA” (Pitti edizioni Palermo, 18,50 euro). Titolo che sintetizza in modo efficace la storia di un volgare imbroglio, contrabbandato come grande impresa epica. In realtà, come leggerete in questo volume – ricco di citazioni originali e di fatti nascosti dalla storiografia ufficiale – nell’impresa non di Garibaldi, ma degli inglesi che lo foraggiavano e gli impartivano ordini, non c’è proprio nulla di eroico.

Non vogliamo anticiparvi quello che leggerete, sicuramente con interesse, anche divertendovi, perché nell’operetta oscena dell’impresa dei Mille non mancarono gli aspetti tragicomici.

Due cose, però, le vogliamo dire.

La prima cosa è che quella che è passata alla storia come ‘L’impresa dei Mille’ fu, in verità, un’operazione di immane corruzione morale ed economica.

Senza la corruzione operata dagli inglesi e dai piemontesi e, soprattutto, senza il tradimento di generali, ammiragli e alti ufficiali del Regno delle Due Sicilie Garibaldi e i suoi ‘Mille’ non avrebbero nemmeno messo piede in Sicilia.

La seconda cosa – legata sempre alla corruzione – è il ruolo esercitato dalla criminalità organizzata del Sud. In questo volume Scianò parla solo della Sicilia e, per ciò che riguarda i criminali, della mafia siciliana, allora già attiva, anche se legata al feudo. 

Per i nostri lettori non si tratta di una novità. Nelle dieci puntare della ‘Controstoria dell’impresa del Mille’ pubblicata su questo blog (QUI TROVATE LE DIECI PUNTATE DELLA CONTROSTORIA DELL’IMPRESA DEI MILLE) abbiamo già raccontato del ruolo attivo svolto dalla mafia nelle ‘imprese’ garibaldine in Sicilia.

Nel saggio di Scianò l’argomento viene trattato in modo molto dettagliato. E questo è importante, perché è solo approfondendo la storia di quei giorni – quando comincia quella che lo scrittore Carlo Alianello definisce ‘La conquista del Sud’ – che si comincia a capire perché l’Italia di oggi è così brutta.

Del resto, lo stesso Indro Montanelli – che dell’impresa del Mille ha raccontato poco o nulla – ammette che il ‘mastice’ con il quale, nel Risorgimento, è stata fatta l’Italia era debole. Perché, aggiunge, il Risorgimento fu un fatto che riguardò pochi, lasciando fuori il popolo, che l’unità d’Italia la subì. 

La prima cosa è che quella che è passata alla storia come ‘L’impresa dei Mille’ fu, in verità, un’operazione di immane corruzione morale ed economica.

Senza la corruzione operata dagli inglesi e dai piemontesi e, soprattutto, senza il tradimento di generali, ammiragli e alti ufficiali del Regno delle Due Sicilie Garibaldi e i suoi ‘Mille’ non avrebbero nemmeno messo piede in Sicilia.

La seconda cosa – legata sempre alla corruzione – è il ruolo esercitato dalla criminalità organizzata del Sud. In questo volume Scianò parla solo della Sicilia e, per ciò che riguarda i criminali, della mafia siciliana, allora già attiva, anche se legata al feudo. 

Per i nostri lettori non si tratta di una novità. Nelle dieci puntare della ‘Controstoria dell’impresa del Mille’ pubblicata su questo blog (QUI TROVATE LE DIECI PUNTATE DELLA CONTROSTORIA DELL’IMPRESA DEI MILLE) abbiamo già raccontato del ruolo attivo svolto dalla mafia nelle ‘imprese’ garibaldine in Sicilia.

Nel saggio di Scianò l’argomento viene trattato in modo molto dettagliato. E questo è importante, perché è solo approfondendo la storia di quei giorni – quando comincia quella che lo scrittore Carlo Alianello definisce ‘La conquista del Sud’ – che si comincia a capire perché l’Italia di oggi è così brutta.

Del resto, lo stesso Indro Montanelli – che dell’impresa del Mille ha raccontato poco o nulla – ammette che il ‘mastice’ con il quale, nel Risorgimento, è stata fatta l’Italia era debole. Perché, aggiunge, il Risorgimento fu un fatto che riguardò pochi, lasciando fuori il popolo, che l’unità d’Italia la subì. 

Regno delle Due Sicilie, che ancora era uno Stato libero ed indipendente.

Paradossalmente avviene che la sola ipotesi di un eventuale Stato Siciliano

sovrano – proprio per la posizione strategica della Sicilia nel Mediterraneo -venga vista con diffidenza dal Governo di Londra. Ciò nonostante la tradizionale amicizia ed i trascorsi sostanzialmente filo-inglesi di gran parte di Indipendentisti Siciliani ancora presenti sulla scena politica.

La Sicilia, insomma, viene considerata dal Gabinetto di Londra come un fattore di instabilità e di pericolo proprio per la pax britannica. Vale a dire proprio per quel progetto più grande di nuovo ordine che la stessa Inghilterra, maggiore potenza del mondo in quel momento, vuole instaura- re nel Mediterraneo ed in Europa.

La conquista della Sicilia diventa, pertanto, il primo obiettivo da rag- giungere, senza darle alcuna via di scampo. Ovviamente facendola ingloba- re nello Stato sardo-piemontese saldamente in mano a Vittorio Emanuele
II. Il tutto con l’inganno, con la violenza e… soprattutto manu militari. Ed a prescindere dalla volontà e dalle aspirazioni del Popolo Siciliano.

Il premier inglese Lord Palmerston, leader dei Whigs, peraltro forte di un fresco successo elettorale è, infatti, da sempre sostenitore dell’utilità di quel grande Stato Italiano, da costruire, facendolo estendere, come abbiamo già detto, dalle Alpi al centro del Mediterraneo. E che diventi forte e credibile fagocitando due realtà statuali importantissime: lo Stato Pontificio ed il Regno delle Due Sicilie. Da aggiungere alle altre realtà geopolitiche del Centro e del Nord-Italia, già fagocitate e che ci permettiamo di definire minori (rispettosamente), soprattutto in rapporto all’incidenza sulla grande strategia imperialista della Gran Bretagna.

Il Governo Inglese ha un suo ben definito programma che vuole attuare al più presto. Teme, infatti, che quel facilista di Napoleone III, Imperatore dei Francesi, si accorga prima o poi del ginepraio nel quale si è cacciato. E teme altresì che l’Impero Austro-Ungarico e la Russia decidano a loro volta di raggiungere una intesa per attivare qualche contromossa.

Occorre, dunque, far presto e dare a tutta l’operazione una parvenza di legittimità rivoluzionaria interna al Regno delle Due Sicilie, per ingannare meglio l’opinione pubblica internazionale. Occorrerà ovviamente fornire alle varie diplomazie, che non volessero né vedere né capire, una buona giustificazione per continuare, appunto, a non vedere e a non capire.

La rappresentazione della tragi-commedia dell’Unità d’Italia, a queste condizioni, può andare in scena.

Gli attori in Italia non mancano ed i ragazzi del coro neppure, alcuni di rango altissimo. Il copione lo ha in tasca da tempo lo stesso Lord Palmerston. Non è affatto segreto, soprattutto a Londra. Ed è condiviso dalla maggior parte degli uomini politici britannici e dalla stessa Regina Vittoria.
Occorre, però, aggiornare i programmi ed organizzare e dare attuazione ad una nuova e definitiva rivoluzione anti-borbonica e filo-italiana in Sicilia. La miccia della millantata rivoluzione la dovranno accendere quei Mille volontari forti e puri, che da Genova andranno a dare soccorso ai ribelli Siciliani e che proseguiranno, subito dopo, verso il «Continente» per dare soccorso ai ribelli Napoletani…

Fatte queste premesse illustreremo gli altri contenuti del copione, seguendone, sin da questo momento e passo dopo passo, l’esecuzione, mettendo a confronto le testimonianze e le descrizioni dell’impresa, dai suoi molteplici punti di vista. La prima parte del copione prevede, come sappia mo, che la Spedizione dei volontari, con alla testa Garibaldi, parta dalla Liguria alla volta della Sicilia. Lo scopo dichiarato: dare sostegno alla immaginata ed immaginaria grandissima rivoluzione in pieno svolgimento in tutta la Sicilia. E della quale la stampa internazionale è stata informata. E continuerà ad essere informata e coinvolta, con grande abilità.

Ovviamente il tutto dovrà avvenire senza compromettere ufficialmente il Governo Piemontese (che pure vi collaborerà a tempo pieno ed attiva- mente). Si dovranno, prima di ogni altra cosa, procurare o, per meglio dire, catturare (fingendo di sottrarli furtivamente), i due grossi piroscafi ‘Lombardo’ e ‘Piemonte’, di proprietà della Società di Navigazione Rubattino di Genova, e portarli al punto di partenza della Spedizione che sarà la borgata marinara genovese di Quarto (a sinistra, foto tratta da trentoincina.it)

I Garibaldini dovranno fare una sosta a Talamone, dove, con un finto colpo di mano, preleveranno le armi. Queste sceneggiate, pur se di qualità scadente, saranno utili a convincere l’opinione pubblica internazionale della spontaneità dell’iniziativa di Garibaldi (che comunque sarà rifornito di ottime armi, successivamente, in Sicilia). Da Talamone, inoltre, staccandosi dal grosso, una piccola colonna di Garibaldini fingerà addirittura di operare un’aggressione allo Stato Pontificio. Ciò per continuare ad ingannare l’opinione pubblica internazionale sulle reali finalità della Spedizione dei Mille.

Ed infine le navi degli eroi potranno puntare le loro prue alla volta della Sicilia, dove tutto è già predisposto per la sorpresa. Non si andrà, tuttavia, a casaccio. La méta prescelta è proprio Marsala, la cittadina dove maggiore è la presenza di cittadini Inglesi, di ogni tipo. È notevole, in particolare, la presenza di grossi imprenditori, che hanno investito capitali ed energie nel prestigioso vino liquoroso denominato, appunto, ‘Marsala’. E che possono vantare, in città, ed in tutta la Sicilia, una certa leadership commerciale e finanziaria. Nel porto di Marsala è peraltro un via vai continuo di navi commerciali britanniche, intensificatosi in modo sospetto negli ultimi tempi.

Per non fare correre alcun rischio ai prodi Garibaldini, è stato previsto che alcune navi da guerra della flotta militare piemontese li seguano senza perderli mai di vista. Lo scopo dichiarato sarà quello di inseguire i pirati che avranno intanto rubato i due piroscafi. Ovviamente la scorta dovrà mantenersi a debita distanza in maniera tale da non raggiungerli, ma, nel contempo, di essere nella condizione di intervenire, in loro difesa, nel caso in cui qualche nave della marina militare del Regno delle Due Sicilie intercettasse e cercasse di fermare la Spedizione.

Tutto previsto, compreso il supporto dell’esercito mercenario Ungherese, che sbarcherà in Sicilia dopo qualche settimana. Si reciterà sul mare, insomma. Ed anche sulla terra. In Sicilia e nel Napoletano, intanto, la massoneria, la mafia (1) e le benemerite Fratellanze di tradizione carbonara, nonché ’ndrangheta e camorra, e tante autorità ed alti gradi dell’esercito e dell’Amministrazione Statale Borbonica, sono stati mobilitati dai servizi segreti di Sua Maestà britanni- ca per rendere tutto più facile all’Eroe dei Due Mondi.

Andiamo, però, con ordine, per non sciupare lo spettacolo… Non privo di sorprendenti aspetti comici. Ma che non ci farà affatto ridere, in quanto foriero di sventure. Anzi causa principale di uno dei più grandi traumi che il popolo Siciliano abbia mai vissuto.(2)

Il copione prevede che la caduta del Regno delle Due Sicilie e la successiva annessione al Regno Sabaudo siano presentati come fatti rivoluzionari, interni allo stesso Regno delle Due Sicilie. Una copertura sottile, ma da non sottovalutare. Per portare a buon fine la conquista, nella realtà gli Inglesi hanno previsto e predisposto l’ingaggio e l’utilizzazione di truppe mercenarie straniere. La più potente delle quali è la Legione Ungherese, della quale avremo modo di parlare più ampiamente.

I mercenari saranno numerosi e, ovviamente, posti al servizio di Garibaldi, con laute ricompense e con ampie possibilità di saccheggio. Figureranno, però, come volontari e come generosi benefattori improvvisamente folgorati, anch’essi, dall’ideale di fare l’Unità d’Italia con a capo, come Re, quel galantuomo di Vittorio Emanuele II di Savoia.

Insomma: tutti Italiani per l’occasione e tutti in aiuto… della Sicilia e della «sua» rivoluzione immaginaria. Con l’impegno – ovviamente – di liberare anche la Napolitania. La parte continentale, cioè, del Regno delle Due Sicilie, Napoli compresa.

(Fine prima puntata/ continua)

(1) Anticipiamo alcune osservazioni su una protagonista, la mafia, che ritroveremo spesso sul nostro cammino. Prima del 1848 ed anche prima del 1860, questa era pressoché inesistente e viveva ai margini estremi della società siciliana. La parola mafia (o meglio maffia, come si è detto e scritto fino alla metà del secolo XX), come termine che indicasse una vera organizzazione illegale, non esisteva ancora nei documenti ufficiali, né nel linguaggio letterario. Il suo ruolo e la sua potenza sarebbero cresciuti enormemente nell’ambito del progetto inglese di fare l’Unità d’Italia. I picciotti di mafia, le loro squadre (al servizio di nobili senza scrupoli, di agrari e di notabili, che avevano paura delle riforme che il Governo indipendentista del 1848 aveva fatto intravedere), fanno da supporto alla politica unitaria ed in particolare all’impresa garibaldina

del 1860. Questi reazionari temevano, altresì, le riforme che il Regno delle Due Sicilie avrebbe varato con il ritorno alla normalità. Da qui la scelta di accettare le offerte ed i compromessi che il  mondo degli unitari offriva. Già dal 1849 sembra che i picciotti delle squadre fossero regolar- mente stipendiati. Ma nel 1860 avviene il salto di qualità dei voltagabbana e del fenomeno mafioso: la mafia entrerà nelle strutture e nel sistema del nuovo Stato unitario, il quale ne avrà estremo bisogno per ridurre più facilmente la Sicilia a colonia di sfruttamento. Il ruolo della mafia, che appesta la vita pubblica e l’economia in Sicilia, è soprattutto quello di contrastare il nazionalismo
Siciliano, prima e dopo il 1860. La mafia sarà strumento della conquista della Sicilia e collaborerà con i partiti dominanti per perpetuare l’asservimento della Sicilia agli interessi del Centro-Nord Italia. Non agirà mai con il popolo Siciliano e per il popolo Siciliano, ma per se stessa.
Anche contro il popolo Siciliano ed i suoi interessi vitali, i suoi valori, il suo diritto alla libertà.

(2) Le conseguenze di quella conquista sono ancora oggi visibili nel degrado della vita pubblica, nella compressione dell’economia, nella deculturazione, nella complicata vita di ogni giorno, nella subordinazione, pressoché totale, agli interessi settentrionali, nelle carenze di ogni genere. E nella vocazione ascarica di non pochi fra i partiti politici dominanti ed i loro uomini in Sicilia.

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