Alta Terra di Lavoro

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Giuseppe Mazzini e la massoneria internazionale

Posted by on Giu 21, 2019

Giuseppe Mazzini e la massoneria internazionale

Nel 1836 Mazzini venne espulso anche dalla Svizzera e dovette cercare riparo a Londra con l’aiuto della famiglia di Mayer Moses Nathan (1799-1859), presunto Rothschild. Anche la moglie Sara Levi Nathan (1819-1882) e il figlio Ernesto (1845-1921) avevano stretti contatti con Mazzini. In generale la famiglia Nathan era anticlericale estremista e protettrice di “patrioti”. Erano talmente estremisti che avevano comprato una cappella sconsacrata appositamente per riconvertirla a “latrina” per massoni, ai quali veniva pure insegnato a sputare su Cristo, erudimento che non fu negato al nostro Mazzini. Ernesto divenne anche Gran Maestro del GOI nel 1896 e sindaco di Roma nel 1907, eletto dagli anticlericali romani che così ruppero la tradizione di eleggere un appartenente a una delle antiche famiglie romane. Esprimeva pubblicamente il suo anticlericalismo: <la moltitudine, disillusa dal Cristianesimo, la cui anima deista sarà in quel momento senza riferimenti, assetata di un ideale, ma senza sapere dove dirigere la sua adorazione, riceverà la Vera Luce dalla manifestazione universale della pura dottrina di Lucifero, resa pubblica; una manifestazione che sorgerà dal movimento generale di “reazione”, che seguirà la distruzione dell’Ateismo e del Cristianesimo, entrambi conquistati e sterminati allo stesso tempo>. Ernesto Nathan fu anche uno dei più autorevoli detrattori ufficiali dell’affiliazione massonica mazziniana.

Mazzini fu accolto a Londra dallo storico Thomas Carlyle (1795-1881) che lo introdusse nei circoli più elitari della capitale il 13 gennaio 1837. Qui Mazzini ebbe modo di conoscere importanti intellettuali inglesi come Charles Darwin. Thomas Carlyle confessò nelle sue memorie di mal sopportare la frequentazione di Mazzini, infastidito dal “suo incoerente giacobinismo e georgesandismo”, considerava le opinioni di Mazzini “incredibili e, insieme tragicamente e comicamente, impraticabili in questo mondo”. Nelle sue lettere Carlyle arrivò addirittura a liquidare Mazzini come “curiosità folcloristica” di sua moglie, Jane Welsh, la quale affermò di aver più volte fatto fallire le “matte avventure” di Giuseppe al fine di impedire che venisse ucciso, rivelando indiscrezioni sui suoi progetti futuri a conoscenti altolocati.

Alla luce delle testimonianze dei Carlyle, il nostro “eroe nazionale” era considerato un personaggio “tarato”, facilmente manipolabile facendo leva sulle sue ossessioni, le manie di persecuzione, il suo bipolarismo depressivo o l’odio viscerale verso tutto il genere umano durante le sue frequenti crisi nervose. La conferma di questo stato d’animo alterato viene dallo stesso Mazzini in una lettera a Giuditta Bellerio Sidoli: <Vorrei tanto mostrare affetto agli uomini, cioè di far loro del bene, ma non voglio più vederli. Sono malato moralmente – ho convulsioni morali come altri possono avere convulsioni fisiche – ci sono momenti in cui vorrei voltolarmi per terra e mordermi come un serpente (…). Porto un odio per gli uomini! Se tu potessi vedere il riso satanico che porto per essi sulle mie labbra!>

Ciononostante Carlyle mantenne l’amicizia e il suo protettorato per una decina d’anni con Mazzini esclusivamente per interessi strategici della massoneria. Era infatti un periodo di svolta cruciale per la massoneria. Il 18 novembre del 1830 il leader degli Illuminati di Baviera, Jean Adam Weishaupt, morì all’età di 82 anni, ben 43 anni dopo l’incompiuta condanna a morte sancita in Baviera. Il 28 luglio 1836 morì il capofamiglia Rothschild, Nathan Mayer, a causa di una infezione e il suo impero venne lasciato a suo figlio Lionel Nathan (1808-1879), mentre la guida della famiglia passò a suo fratello Jakob (James) Mayer (1792-1868) che era stanziato a Parigi. L’intera organizzazione massonica venne modificata dai nuovi leader e si aprì un’opportunità per Mazzini. L’elite aveva infatti deciso di sfruttare l’implacabile istinto reazionario di Mazzini e di affidargli il lavoro “sporco” delle provocazioni terroristiche che avrebbero dovuto favorire la rivoluzione mondiale, una ruolo che ricoprì fino alla sua morte nel 1872. Il suo soprannome nel ramo speculativo di questo nuovo impulso reazionario massonico sarebbe stato “Emunach Memed”. A riguardo del suo acquisito nuovo livello di conoscenza delle società segrete internazionali, è quantomeno curioso riportare cose Mazzini scrisse il 27 luglio 1844 da Londra nei riguardi dei Rothschild: <Il Vitello d’oro è onnipotente in Francia e (James) Rothschild potrebbe diventare re, solo se lo volesse>.

Mazzini riuscì così a compensare una serie infinita di fallimenti politico-insurrezionalisti con una incredibile carriera nelle organizzazioni segrete, unico aspetto tale da giustificare la sua postuma glorificazione. Tutto però fa pensare che il ruolo di Mazzini anche in questo caso fosse strumentale o meglio che la setta, che si ispirava evidentemente all’ormai estinto Ordine degli Illuminati, fosse però orientata ad un ruolo più operativo rispetto all’approccio di Weishaupt.

A Londra Mazzini venne introdotto a cospetto dell’illustre massone (e primo ministro inglese) Lord Henry John Temple, III Visconte Palmerston (1784-1865) e del “Comitato Rivoluzionario Internazionale”. Questa organizzazione fungeva da coordinazione suprema di tutti i movimenti massonico-insurrezionalisti che a breve avrebbero dovuto partecipare alla rivoluzione europea e tra gli esponenti di spicco, oltre a Mazzini, c’erano l’ungherese Lajos Kossuth (1802-1894) e il francese Alexandre Ledru-Rollin (1807-1874).

Lord Palmerston era un illustrissimo massone, primo ministro della regina Vittoria, membro dell’elitario ordine cavalleresco dei Knights of the Garter, una delle persone più influenti d’Europa e strettamente legato alla famiglia Rothschild. Era un eccellente esempio di occultista che pratica rituali satanici, ma che pubblicamente dichiara di essere cristiano. Palmerston è da considerare come il grande architetto degli sconvolgimenti geopolitici del continente nel XIX sec. Con la sconfitta della cattolica Austria e l’ascesa al potere del principe cancelliere di Prussia Otto von Bismarck, ha guidato le sorti di Napoleone III. Con l’elezione del massone Camillo Benso conte di Cavour come primo ministro della Sardegna e sostenendo l’attività reazionaria dei confratelli Mazzini e Garibaldi, fu anche uno dei maggiori artefici della repubblica italiana. La prima riunione dei Friends of Italy si tenne a Londra nella storica Freemasons’ Tavern [da “L’Inghiletrra di Mazzini” di E. Morelli].

Nonostante queste alte frequentazioni massoniche inglesi e della sua importante influenza sulla massoneria italiana, in realtà non vi sono fonti né massoniche, né extra-massoniche che certifichino l’affiliazione di Mazzini ad un rituale regolare massonico, ma solo della sua appartenenza alla loggia irregolare dei “Philadelphes” o della già citata sommaria iniziazione nel carcere di Savona che Mazzini stesso ridicolizza (mentre l’affiliazione di suo padre alla loggia genovese “Gli Indipendenti” è ufficialmente certificata dal Grand’Oriente d’Italia). Questo sarebbe anche comprensibile vista la peculiare conformazione ideologica Mazziniana non propriamente allineata nemmeno con la massoneria, ma in ogni modo possiamo considerarlo se non un massone a tutti gli effetti, per lo meno un illustre precursore del para-massonismo che include persone che non appartengono alla massoneria, ma che ne sono direttamente collegati e agiscono come se ne fossero appartenenti (più malignamente detti “utili idioti”).

Giuseppe Mazzini, nonostante questo nuovo incarico supremo, che lo impegnò anche nel continente americano oltre che in tutta Europa, continuò la propria attività “strettamente personale” sul territorio italiano con immutata strategia e quindi sempre con scarsi risultati, forse solo come copertura del suo nuovo ruolo. Anche questo è un segnale che Mazzini nella gerarchia massonica non era propriamente al livello decisionale, ma più che altro operativo e in questo momento doveva rispettare la volontà dei suoi superiori di dedicare gli sforzi della massoneria in America.

Come già citato Mazzini conobbe Helena Petrovna Blavatsky, fondatrice della Società Teosofica, durante il suo soggiorno a Londra e cominciò con lei una collaborazione che la portò addirittura a combattere nella battaglia di Mentana con le truppe garibaldine. Da parte sua Mazzini rimase invece profondamente influenzato dalle teorie teosofiche sulla reincarnazione.

In generale si può comunque dire che la stessa (ufficiosa) affiliazione massonica era da Mazzini vissuta in maniera conflittuale, un po’ come aveva inteso quella carbonara, poiché pur condividendone le finalità ne contestava la natura troppo elitaria, mentre lui avrebbe preferito una Massoneria di Popolo più universale e il suo pragmatismo patriottico era molto più incline all’estremo attivismo politico che ad ogni forma di spiritualità, occultismo incluso.

fonte https://actualproof.wixsite.com/appuntidiviaggio/single-post/2014/05/07/Giuseppe-Mazzini-e-la-massoneria-internazionale

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Risorgimento esoterico: Mazzini

Posted by on Mag 15, 2019

Risorgimento esoterico: Mazzini

Breve ritratto fuori degli schemi di Giuseppe Mazzini, uno dei cosiddetti “padri della patria risorgimentale”. Massone, esoterista, assertore della reincarnazione, sacerdote di una nuova religione universale di carattere iniziatico, che avrebbe dovuto sostituire la fede cattolica e conquistare il mondo partendo da Roma, “città rinata per la terza volta, dopo l’età classica e quella cristiana”.
La sua figura, ricordata nei libri di storia con il consueto corredo di falsità mitologiche, è invece ben conosciuta per ciò che effettivamente era negli ambienti esoterici internazionali, tanto che alla “protezione del suo fantasma” è stata affidata la filiale torinese di uno dei culti spiritisti più diffusi in Europa.
L’articolo è di Angela Pellicciari ed è stato pubblicato dalla rivista Il Timone (il timone.org) sul n. 22 del novembre/dicembre 2003.

Risorgimento esoterico: Mazzini

Giuseppe Mazzini: genovese, avvocato, di professione cospiratore. E, col senno di poi, “padre” della patria. Di cosa è padre esattamente Mazzini? Di quale patria?

Di quella che avrebbe dovuto scaturire dal trionfo del Progresso: “Crediamo che il Progresso – scrive a Pio IX nel 1865 – legge di Dio, deve infallibilmente compiersi per tutti”; il Progresso è “la sola rivelazione di Dio sugli uomini, rivelazione continua per tutti”. Messa così, è chiaro che la patria che Mazzini ha in mente non è quella abitata da cattolici. Questi infatti credono che Dio si è rivelato nella Scrittura ed, in pienezza, in Cristo. Non nel progresso.

Ma allora come mai Mazzini ha sempre in bocca e sulla penna la parola Dio? Il perché lo spiega Giuseppe Montanelli, uno dei capi della rivoluzione toscana del 1848.

Descrivendo la dinamica delle società segrete nella prima metà dell’Ottocento, Montanelli, a proposito di Mazzini, scrive: a lui “debbonsi lodi per alcun bene che fece, non come fuoruscito orditore di cospirazioni impotenti e sacrificatrici, ma come letterato propugnatore di spiritualismo”. “Né fu piccolo servigio”, aggiunge.
Montanelli ha ragione. Dal punto di vista liberale Mazzini certo non va lodato per i tanti giovani mandati a morire inutilmente da un Maestro che – dall’estero – dirige le fila delle loro vite. Mazzini va invece lodato per il suo “spiritualismo”: per aver colto ogni occasione (opportuna ed inopportuna) per parlare di Dio: “Dio e il popolo”; “Dio lo vuole”. Così facendo Mazzini ha avvicinato al Risorgimento anticattolico un buon numero di cattolici, ingannati dal suo linguaggio.

“Noi crediamo in Dio, Intelletto e Amore, Signore ed Educatore”, scrive a Pio IX.
Dio “educatore”. Di chi si serve Dio per svolgere il suo compito di educatore? La domanda, dal punto di vista dei mazziniani, è retorica: è ovvio e naturale che Dio si serva di Mazzini. Quanto a lui, l’Esule si sente perfettamente a suo agio nei panni del profeta. Del profeta del dio Progresso.

Di una cosa è infatti certo il padre nobile del – quasi defunto – partito repubblicano: il Progresso deve diventare legge per tutti. E se il “popolo” si ostina a non intendere questa necessità, bisogna imporgliela. Bisogna fare la rivoluzione. Quella rivoluzione che Mazzini, fin dal 1832, ha ben chiaro cosa significhi: “Le rivoluzioni, generalmente parlando, non si difendono che assalendo […] se non è guerra d’eccidio, se non è guerra rivoluzionaria, guerra disperata, cittadina, popolare, energica, forte di tutti i mezzi, che la natura somministra allo schiavo dal cannone al pugnale, cadrete e vilmente!”.

Perché Mazzini crede nelle virtù salvifiche della rivoluzione? Cosa lo spinge a ritenere che la “guerra d’eccidio” si trasformerà come per incanto in un balsamo riparatore?
La risposta è semplice. Per lui, come per tutti i rivoluzionari. Mazzini nutre una fede “cieca” nella verità della propria analisi. Ha una certezza assoluta nel l’înfallibilità del proprio ragionamento.
Dall’alto del progresso che è convinto di Incarnare, il Maestro sentenzia: “qualunque s’arroga in oggi di concentrare in sé la rivelazione e piantarsi intermediarlo privilegiato fra Dio e gli uomini, bestemmia”.

Ma se il Papa bestemmia perché osa parlare ex cathedra, come mai Mazzini si arroga il compito di mettere a tacere il Papa ed i cattolici, che all’epoca in cui scrive sono la totalità di quel popolo che è convinto di rappresentare?
La risposta è solo una: perché Mazzini teorizza che il progresso, per far progredire la realtà, si serve del genio e della virtù (il “Genio” e la “Virtù” sono “i soli sacerdoti dell’avvenire”, scrive). E perché è sicuro – al di là di ogni ragionevole dubbio – di essere virtuoso e geniale per eccellenza.

Nel suo sconfinato senso di onnipotenza, Mazzini è anche convinto di poter modificare a piacere il significato delle parole. È convinto di poter riscrivere la lingua Italiana a partire dalle proprie personali definizioni. Così, sotto la sua bacchetta magica, il bellissimo aggettivo “libero” cambia significato e diventa “colui che condivide le idee di Mazzini”; “tiranno” è, al contrario, chi le ostacola. Quanto ai “martiri”, questi non sono più coloro che vengono barbaramente uccisi per testimoniate, la propria fede, ma coloro che uccidono per imporre il proprio credo: “martiri della libertà”. “Crediamo che Dio è Dio e che l’Umanità è il suo Profeta”, ha l’impudenza di scrivere a Pio IX.

Felice Orsini, l’attentatore a Napoleone III che pagherà con la vita il proprio gesto, ha gioco facile nell’apostrofare l’antico Maestro col beffardo nomignolo di “secondo Maometto”. Secondo Maometto: una definizione che ben si confà al rivoluzionario Mazzini, ciecamente convinto di essere portaparola e Voce dell’Umanità con la U maiuscola.

Tornando alla patria ed ai suoi padri. I Padri della Patria, anche se morti, devono poter continuare a vivere. Se no che padri sarebbero? Dopo aver ordinato per legge che Dio è morto ed aver posto il proprio pensiero (l’Idea, avrebbe detto Mazzini) al posto del decalogo, i Padri della Patria sono stati ufficialmente dichiarati Immortali e, non avendo niente di meglio a disposizione, sono stati mummificati. Così è successo a Lenin, così a Mao, ma così in prima assoluta è successo anche a Mazzini. La sua mummia ha vagato in treno per l’Italia in cerca di laici adoratori.

Scrive Edoardo Sanguineti sul numero del 14 luglio 2001 dello Specchio (il settimanale de La Stampa): “L’idea repubblicana; le tecniche politiche di tipo clandestino, occulto, settario; il laicismo radicale; il culto della nazione; tutto il metaforismo religioso degli eroi patriottici visti come santi. Senza Mazzini non esisterebbe l’Altare della Patria, né l’offesa alla bandiera, all’esercito, alla nazione; né si parlerebbe di martiri per un ideale politico o nazionale”.

Non si poteva dire meglio. Chi ha detto che il cattolicesimo è veicolo di superstizione si sbagliava. Il cattolicesimo è baluardo della ragione.

fonte http://www.editorialeilgiglio.it/storia-risorgimento-esoterico-mazzini/

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La Questione Romana

Posted by on Mag 3, 2019

La Questione Romana

Renato Cirelli, La Questione Romana. Il compimento dell’unificazione che ha diviso l’Italia, con una introduzione di Marco Invernizzi, Mimep-Docete, Pessano (Milano) 1997, pp. 144, £. 15.000

In senso proprio, di Questione Romana si inizia a parlare quando al conflitto fra potere temporale della Chiesa e Rivoluzione italiana viene posto definitivamente termine da parte del neonato Regno d’Italia con la breccia di Porta Pia del 1870. Soluzione unilaterale e brutale, che violava in maniera clamorosa i diritti della Santa Sede, essa creava uno strappo enorme nelle relazioni fra Stato e Chiesa. La storia della Questione Romana è la storia dei tentativi fatti dal governo italiano — in un contesto internazionale tutt’altro che neutro e disinteressato — per sanare giuridicamente tale lacerazione, cosa cui si arriverà soltanto nel 1929, con i trattati lateranensi.

Ma Porta Pia è soltanto l’ultimo atto di una vicenda che si apre ai tempi delle repubbliche giacobine e del dominio napoleonico in Italia e che conosce la sua fase cruciale negli anni 1859-1870, quando la base territoriale del potere temporale della Chiesa viene, per tappe successive, soppressa.

Questa prima fase della Questione Romana è il tema de La Questione Romana. Il compimento dell’unificazione che ha diviso l’Italia, ricerca di Renato Cirelli intesa a offrire una prima introduzione al problema e una serie di indicazioni per chi intenda approfondirlo.

L’autore, nato a Ferrara il 26 ottobre 1948, milita in Alleanza Cattolica dalla metà degli anni 1970 e coltiva la storia moderna e contemporanea, di cui scrive in Cristianità e sul Secolo d’Italia; ha inoltre collaborato al volume Voci per un «Dizionario del Pensiero Forte» (Cristianità, Piacenza 1997).

Lo studio — articolato in diciotto brevi capitoli (pp. 19-104) e in una conclusione (pp. 105-110) — prende le mosse dagli anni 1859-1861, nei quali si compie l’unità della Penisola sotto la dinastia sabauda, unità ottenuta a prezzo di un primo decisivo attentato al principio e alla realtà della sovranità temporale del Papa conquistando militarmente e incorporando nel Regno d’Italia le Legazioni emiliano-romagnole, le Marche e l’Umbria (pp. 19-26).

Nel 1860 (pp. 27-29), come risposta alle occupazioni dell’anno precedente, Papa Pio IX commina la scomunica al sovrano sabaudo. Il Pontefice — sottolinea Cirelli — è ben consapevole «[…] di non avere davanti a sé un semplice progetto politico diverso dal proprio, ma, al contrario, un progetto filosofico, etico, religioso e solo successivamente politico radicalmente nemico del cattolicesimo» (p. 27), che si era già palesato nella vicenda della Repubblica Romana del 1849 e nella legislazione laicistica del Regno di Sardegna negli anni 1850. Con questo intervento, il Pontefice inizia a porre pubblicamente il problema e a indicarne la radice in un terreno eminentemente religioso: come può la Sede Apostolica avere garantita l’autonomia necessaria alla sua missione universale se viene privata di una base temporale e istituzionale?

Al problema della libertà della Sede Apostolica si sovrappone il problema altrettanto grave della libertà della Chiesa in Italia, cui viene in quegli anni gradualmente estesa la legislazione laicistica già in vigore nel regno sabaudo, provocando reazioni da parte delle popolazioni, tanto più violente quanto più si scendeva verso il Meridione della Penisola. Il neonato potere liberale, conscio di governare su una base elettorale percentualmente irrisoria un paese totalmente cattolico, inizia a porsi il problema del consenso popolare e a considerare aperture verso la Chiesa.

Prende così corpo, alla fine del 1860, una prima missione, guidata da parte italiana da don Carlo Pazzaglia e da Diomede Pantaleoni (pp. 33-39). Il Regno d’Italia intende ottenere dal Papa — che ha delegato ai colloqui i cardinali Girolamo D’Andrea e Vincenzo Santucci — l’abbandono totale e definitivo della sovranità statale, nonché l’assenso a una radicale ristrutturazione della Chiesa italiana; in cambio, propone notevoli concessioni economiche, concede uno status giuridico particolare al Magistero papale e afferma la sua non ingerenza nella vita ecclesiastica. Le trattative tuttavia si arenano dopo poco tempo e la missione s’interrompe nel marzo del 1861. Perdurando infatti un clima civile nel quale le violenze anticattoliche e la dura politica laicistica imperversavano senza tregua, il Vaticano formula legittimi dubbi sulla reale volontà conciliatoria del governo italiano, presieduto ancora per pochi mesi dal conte Camillo Benso di Cavour.

Ma, parallelamente alla missione Pazzaglia-Pantaleoni, una trattativa segreta — sembra, impostata a una minore intransigenza da entrambe le parti — viene condotta direttamente da Cavour e dal cardinale segretario di Stato Giacomo Antonelli. Una bozza di dispositivo in tredici articoli prevedeva «[…] l’abolizione di tutta la legislazione anticattolica, la salvaguardia economica della Chiesa italiana e l’entrata in Senato di diritto dei cardinali italiani, […] il riconoscimento dell’alta sovranità del Papa sui territori dell’ ex-Stato Pontificio con la cessione dei poteri civili e militari al Re d’Italia costituito vicario del Papa. Il re d’ Italia viene incoronato dal Papa e promosso generalissimo delle guardie nobili papaline» (p. 36). La morte improvvisa di Cavour interrompe però anche questo canale segreto con il quale la Santa Sede si prefiggeva forse — per così dire — di «deiacobinizzare» la Rivoluzione italiana per potere poi benedire il nuovo regno.

La Convenzione di Parigi del 15 settembre 1864 (pp. 41-43) fra governo italiano e Impero francese — che prevede l’abbandono di Roma da parte delle truppe francesi a difesa della Santa Sede dal 1849 —«[…] si rivela — a giudizio dell’autore — un equivoco gioco delle parti. L’Italia la sottoscrive con riserva mentale poiché nessun esponente politico italiano si pone il problema di rinunciare a Roma, ma vuole solo prendere tempo in attesa di congiunture più favorevoli all’ annessione. Napoleone III accetta la Convenzione con spirito machiavellico, nell’intento di sottrarsi a una situazione imbarazzante […]» (p. 43). Il Papa viene tenuto all’oscuro di tutto, mentre i cattolici francesi insorgono vedendolo completamente abbandonato ai suoi avversari.

In questo frangente, l’8 dicembre 1864, viene pubblicata l’enciclica Quanta cura con l’annesso Sillabo degli errori moderni (pp. 45-48). La massima istanza del cattolicesimo ribadisce la sua condanna delle dottrine della modernità religiosa e filosofica — il che non significa opporsi al portato delle scienze moderne, ma alla matrice gnostica della Rivoluzione — e descrive il quadro che sta alla base del progetto laicista e anti-temporalista del Risorgimento italiano. Il documento provoca reazioni feroci nel mondo ufficiale e negli ambienti anticlericali italiani e lo scontro fra i due mondi raggiunge il suo apice.

Ciononostante (pp. 49-52) matura un altro tentativo di mediazione, particolarmente indirizzato a risolvere il problema delle sedi vescovili italiane vacanti o prive di pastore — centosettanta su duecentoventinove — in conseguenza del mancato exequatur da parte del Governo o di sanzioni legali, quali l’esilio o la carcerazione. Nata per iniziativa di don Giovanni Bosco, viene iniziata dal deputato Saverio Vegezzi e dall’avvocato Giovanni Maurizio una trattativa che coinvolge direttamente il re e il Papa. Essa termina con l’ottenimento del rientro in sede di trentasette presuli, ma s’ infrange contro l’intransigenza di influenti membri del Governo — in particolare di Quintino Sella —, più «realisti» del re stesso.

Alla fine dell’anno 1866 (pp. 53-55) i contatti vengono ripresi dal governo di Urbano Rattazzi attraverso il professor Michelangelo Tonello. Ma le impreviste dimissioni del primo ministro interrompono i colloqui. Le sconfitte patite nella guerra contro l’Austria — a Custoza e a Lissa —, d’altro canto, vedono il governo italiano propendere sempre più per una soluzione militare nei confronti dello Stato Pontificio, che rialzi il prestigio del Regno d’Italia.

Nel 1867, dopo che (pp. 59-63) l’apparato militare pontificio rafforzato riesce ad aver ragione del brigantaggio criminale che — talora come riflusso della seconda fase della guerriglia legittimistica del Meridione (pp. 65-67) — infestava alcune zone del Lazio, viene annunciata la prossima convocazione di un concilio generale in Vaticano. Viene anche attuata l’alienazione dei beni ecclesiastici, che inizia a provocare gravi conseguenze di carattere economico e sociale (pp. 69-71). Lo stesso anno si assiste a un primo tentativo delle formazioni repubblicane, mazziniane e garibaldine, d’invadere il Lazio. «Il piano di Garibaldi — scrive Cirelli — è quello di provocare una insurrezione popolare a Roma e nel Lazio, appoggiata al momento opportuno da un intervento di volontari guidati da lui stesso e organizzare infine un plebiscito che chieda, secondo lo schema già collaudato, l’annessione all’Italia, in modo da rendere giustificabile l’ intervento del regio Esercito» (p. 74). Mentre l’insurrezione, nonostante l’infiltrazione di numerosi guerriglieri in Roma stessa, non scoppia, i volontari garibaldini vengono affrontati dalle truppe pontificie del generale Hermann Kanzler e, dopo varie vicissitudini, davanti allo sbarco di ventimila francesi avvenuto a Civitavecchia, si ritirano e sono intercettati dai pontifici a Mentana, dove il 3 novembre 1867 subiscono una dura sconfitta.

Una ripresa di sondaggi da parte italiana (pp. 85-86) si ha nel 1868, con l’invio a Roma del conte bresciano Alessandro Fé d’Ostiani su incarico del governo di Luigi Federico Menabrea. Inaffti, «le trattative riprendono in settembre, ma quando il cardinale Antonelli fa capire che la Santa Sede è più interessata a risolvere una serie di problemi concreti piuttosto che discutere una proposta di modus vivendi, Menabrea decide di richiamare a Firenze Fé d’Ostiani, stupendo tutti per questa brusca interruzione dei colloqui» (p. 86).

Frattanto, la pressione dell’anticlericalismo (pp. 87-90) si fa parossistica al momento della condanna a morte, alla fine del 1868, dei due esecutori materiali di un grave attentato perpetrato l’anno precedente e, soprattutto, in coincidenza con l’apertura — l’8 dicembre 1869 — del Concilio Vaticano. Contemporaneamente, lo scoppio della guerra franco- prussiana — destinata a terminare con la sconfitta e con la caduta di Napoleone III Bonaparte — interrompe il Concilio. I rovesci francesi hanno come effetto la definitiva partenza da Roma dei francesi e il Papa resta così difeso solo dal suo piccolo esercito e dalle milizie internazionali degli zuavi e della legione di volontari francesi detta di Antibo. Davanti a chiari segnali della volontà italiana — venuto meno lo scudo francese all’indomani di Sedan — di occupare lo Stato della Chiesa (pp. 91-100), Papa Pio IX decide di non fuggire ma di subire l’occupazione, rifiutando di accettarla positivamente, come peraltro richiestogli in extremis dal governo italiano. Così, «l’11 settembre, il Governo italiano rompe gli indugi e le truppe, senza dichiarazione di guerra, forti di circa sessantacinquemila uomini, iniziano l’invasione dello Stato pontificio agli ordini del generale Raffaele Cadorna» (p. 93). Le colonne italiane giungono ben presto, dopo aver disperso sporadiche resistenze pontificie, sotto le mura di Roma. Il Papa, in una lettera al generale Kanzler, darà queste istruzioni ai suoi ultimi difensori: «In quanto poi alla durata della difesa, sono in dovere di ordinare che questa debba unicamente consistere in una protesta, atta a contestare la violenza e nulla più, cioè di aprire trattative per la resa ai primi colpi di cannone» (p. 96). Alle 10 e 30 del 20 settembre, dopo tre ore di cannoneggiamento — protratto dopo la resa —, i pontifici si arrendono e le truppe italiane entrano in Roma da Porta Pia. «Pio IX, il 1° novembre 1870, con l’ enciclica Respicientes ea dichiara non validi tutti gli atti che hanno portato alla spoliazione dei beni pontifici e commina la scomunica maggiore contro tutti i responsabili dell’usurpazione e i partecipanti all’ occupazione, specialmente quelli che l’hanno voluta e preparata» (p. 100). Lo Stato italiano, poi, il 13 maggio 1871 promulga unilateralmente la legge delle Guarentigie (pp. 101-104).

Con la conquista di Roma e la rottura fra Stato e Chiesa in Italia si apre una pagina di storia, densa di conseguenze per le sorti dell’Italia e del mondo cattolico — si pensi al non expedit, che vieta ai cattolici la lotta per il potere politico, la conseguente mancata formazione di una classe politica integralmente cattolica, il monopolio conquistato dai cattolico-democratici in campo politico —, che si chiuderà formalmente solo sessant’anni dopo.

Il testo — introdotto da Marco Invernizzi, che colloca il problema e lo studio su di esso in una prospettiva storica più ampia — è preceduto da un quadro dei principali avvenimenti degli anni 1859- 1870 (pp. 11-18) ed è completato da tre appendici, che riportano i principali documenti relativi alla vicenda — rispettivamente, la Convenzione di Settembre 1864 (pp. 111-112), la lettera di re Vittorio Emanuele II a Papa Pio IX e la risposta di questi, rispettivamente dell’8 e dell’11 settembre 1870 (pp. 113-116), e il testo della legge delle Guarentigie (pp. 117- 122) —, poi da schede sui protagonisti (pp. 123-134); sono quindi forniti orientamenti bibliografici per l’ approfondimento (pp. 135-140).

La semplicità del volume — non disgiunta dall’ampiezza dell’indagine e dalla sicura interpretazione dei fatti — ne fa lettura particolarmente raccomandabile per chi studia — gli «studenti» appunto sia delle scuole superiori che dell’università — e per chi dovrebbe studiare — gli uomini politici e i cittadini tutti —, in quanto sulla Questione Romana — così come su tutto il Risorgimento — corrono stereotipi ideologici che è bene correggere, se si vuol comprendere veramente la storia d’Italia e contribuire — ciascuno nel suo ruolo e nella misura delle sue capacità — a un’autentica restaurazione della politica.

Oscar Sanguinetti

fonte https://alleanzacattolica.org/renato-cirelli-la-questione-romana-il-compimento-dellunificazione-che-ha-diviso-litalia-con-una-introduzione-di-marco-invernizzi-mimep-docete-pessano-milano-1997-pp-144-1/

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Unità d’Italia: processo ai piemontesi

Posted by on Mag 1, 2019

Unità d’Italia: processo ai piemontesi

Il Risorgimento visto da un nobile irlandese: le ombre del governo sabaudo

Patrick Keyes O’Clery, irlandese, aveva 18 anni quando nel 1867 si arruolò tra gli Zuavi per difendere il Papa: partecipò alla battaglia di Mentana dall’altra parte, ossia contro i garibaldini. A 21 anni, nel 1870, è nel selvaggio West americano a caccia di bisonti. Ma, appreso che l’esercito italiano si prepara a invadere lo Stato Pontificio, torna a precipizio: il 17 settembre ‘70 è a Roma di nuovo. E’ filtrato tra le linee italiane con due compagni, un nobile inglese e un certo Tracy, futuro deputato del Congresso Usa. In tempo per partecipare, contro i Bersaglieri, ai fatti di Porta Pia.

Tornato in Inghilterra ed eletto parlamentare, si batterà per l’autonomia dell’lrlanda. Nel 1880 abbandona la politica per dedicarsi all’avvocatura. Morirà nel 1913, avendo lasciato due volumi sulla storia dell’unificazione italiana. L’opera, che le edizioni Ares di Milano manderanno in libreria alla fine di agosto (Patrick K. O’Clery, La Rivoluzione Italiana.

Come fu fatta l’unità della nazione, 780 pagine, 48 mila lire), sarà presentata al prossimo Meeting di Rimini giovedì 24 agosto. Opera stupefacente degna del suo avventuroso autore, dovrebbe essere letta nelle scuole italiane: e non solo come esempio di revisionismo storico precoce e antidoto alla mitologia del Risorgimento. Vedere l’Italia con l’occhio di uno straniero di cultura anglosassone – allora il centro culturale e politico del mondo – risulterà salutare.

Esempio. A proposito del brigantaggio del Sud, stroncato In anni spietati dal Regno d’Italia, O’Clery riporta voci di dibattiti parlamentari a Torino. Il deputato Ferrari, liberale, che nel novembre 1862 grida in aula: “Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borboni sul trono di Napoli.

E’ possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120 mila uomini? Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente distrutta e non dai briganti” (Ferrari allude a Pontelandolfo, paese raso al suolo dal regio esercito il 13 agosto 1861).

O’Clery riferisce i dubbi di Massimo D’Azeglio (non certo un reazionario) che nel 1861 si domanda come mai “al sud del Tronto” sono necessari “sessanta battaglioni e sembra non bastino”:
“Deve esserci stato qualche errore; e bisogna cangiare atti e principii e sapere dai Napoletani, una volta per tutte, se ci vogliono o no… agli Italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, credo non abbiamo diritto di dare delle archibugiate”.

Persino Nino Bixio, autore dell’eccidio di Bronte, nel ‘63 proclamò in Parlamento:
“Un sistema di sangue è stato stabilito nel Mezzogiorno. C’è l’Italia là, signori, e se volete che l’Italia si compia, bisogna farla con la giustizia, e non con l’effusione di sangue”.

O’Clery non manca di registrare giudizi internazionali sulla repressione. Disraeli, alla Camera dei Comuni, nel 1863: “Desidero sapere in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso discutere su quelle dei Meridione italiano. E’ vero che in un Paese gl’insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma non ho appreso in questo dibattito alcun’altra differenza tra i due movimenti”.

O’Clery fornisce alcune cifre. Tra il maggio 1861 e il febbraio 1863, l’esercito italiano ha catturato “con le armi” e perciò fucilato 1038 rivoltosi; ne ha uccisi in combattimento 2.413; presi prigionieri 2.768.

Inoltre; “Secondo Bonham, console inglese a Napoli, sistematicamente favorevole ai piemontesi, c’erano almeno 20 mila prigionieri politici nelle carceri napoletane”, ma secondo altre stime 80 mila. I più – indovinate – in attesa di giudizio, o addirittura del primo interrogatorio, “senza sapere di cosa fossero accusati”, in celle sovraffollate: testimonianza di Lord Henry Lennox, un turista di rango che nel 1863 visitò appunto le prigioni di Napoli.

Altro esempio: la politica finanziaria del neonato Regno d’Italia. Non vi stupirà sapere che l’Italia anche allora covava un deficit mostruoso. O’Clery fornisce dati precisi di bilancio. Ma basterà un suo dato: il deficit del Regno nel 1866 fu di 800 milioni di lire,

“Cifra pari alla metà delle entrate della Gran Bretagna e lrlanda”, ossia del Paese allora più ricco d’Europa. Deficit coperto da “prestiti e ipoteche sui beni nazionali, vendita di beni demaniali e istituzione di monopoli”, ovviamente coperti da stranieri, prodromo e causa della durevole dipendenza italiana da interessi finanziari estranei. “Altra grande risorsa fu la rapina ai danni della Chiesa”, la confisca dei beni e degli ordini religiosi, “che nel solo 1867 fruttò 600 milioni”.

La condizione della Chiesa nel Regno viene così riassunta dal nostro irlandese: “Esilio e arresto di vescovi; proibizione di pubblicare le encicliche papali; detenzione di preti e sorveglianza della loro predicazione; soppressione di capitoli e benefici e incameramento dei beni; chiusura di seminari; leva obbligatoria per i seminaristi; rimozione delle immagini religiose sulle vie e divieto di processioni”.

Se il lettore d’oggi troverà in questo riassunto qualche tratto anacronisticamente sovietico, non è tutto. Leggendo O’Clery, finirà per chiedersi se i cronici mali italiani che siamo abituati a considerare “retaggi borbonici” (ottusità amministrativa, inefficienza e improvvisazione, centralismo autoritario) o persino “fascisti” (tracotanza guerrafondaia) non sarebbero invece da ribattezzare savoiardi o piemontesi.

L’enorme deficit del regno, scrive O’Clery, è dovuto alle spese per mantenere “il più grande esercito d’Europa” e formare “una marina imponente per numero e qualità”, nel tentativo di “recitare il ruolo di grande potenza”. Quel costoso esercito fu come noto sconfitto dagli austriaci a Custoza, per l’insipienza dell’”eroe” Lamarmora (ma anche Garibaldi, che proclamò di prendere Monaco “in quindici giorni”, fu bloccato in Trentino da pochi jaeger). L’enorme flotta corazzata subì a Lissa la nota umiliante sconfitta, contro navi di legno.

Poteva mancare il ricorso all’iniqua pressione fiscale? Non mancò. “Nel Regno delle Due Sicilie la tassazione era, nel 1859, di 14 franchi a testa. Nel 1866, sotto il nuovo regime, le tasse erano salite fino a 28 franchi a testa, il doppio di quanto pagava l”’oppresso” popolo napoletano prima che Garibaldi venisse a liberarlo”.

La tassa sul macinato, bersaglio polemico dei patrioti mazziniani quando l’applicava il governo pontificio, “fu più che raddoppiata ed estesa a tutte le granaglie, perfino alle castagne”. Causa la fiscalità, vi stupirà sapere che fu necessario organizzare “la lotta all’evasione”?

Fu organizzata, e manu militari. I contribuenti in arretrato subivano “perquisizioni domiciliari” e durante queste “visite”, che evidentemente duravano giorni e notti, avevano l’obbligo di cedere ai soldati “i letti migliori” nelle loro case. Ciò non impedì che il Regno restasse sempre in pericolo d’insolvenza.

Tanto che i titoli del debito pubblico italiano “si vendono a 33 punti sotto il loro valore nominale”, al contrario del debito napoletano; che “fino al 1866 era così solido, che i suoi titoli si ponevano al disopra del nominale”. Si dirà il prezzo fu alto, ma almeno il Sud fu raggiunto dalla modernità, i piemontesi portarono un’amministrazione più razionale; saranno stati ottusi, ma erano incorruttibili No. “La contabilità pubblica si trovava in condizione spaventosa, ordini di pagamento non autorizzati apparivano continuamente nei registri della Corte dei Conti”, e il caos favoriva “malversazioni di ogni genere”.

O’Clery cita: “Nel 1865 il ricevitore generale delle imposte a Palermo fuggi con 70 mila franchi; a Torino fu scoperta una stamperia di tagliandi del debito pubblico e un impiegato delle Finanze, processato per ciò fu assolto

…L’anno 1866 portò alla luce le frodi degli impiegati incaricati della vendita dei beni ecclesiastici; a Napoli un alto ufficiale di polizia fu arrestato per essersi appropriato di fondi destinati ai pubblici servizi.

Casi simili se ne possono citare all’infinito”, conclude O’Clery: e chissà perché, noi spettatori di Tangentopoli 1992, siamo inclini a credergli sulla parola. Ma almeno, uno stato militaresco, mise ordine nel disordine pubblico del Meridione? Stroncò la mafia? Serafico,

O’Clery dà la parola alla Guida della Sicilia una guida turistica per inglesi, scritta da un certo Murray, che metteva in guardia: “Le strade siciliane non sono più sicure come al tempo del governo borbonico, il quale, pur con tutti i suoi errori ebbe il merito di rendere le sue strade sicure come quelle del Nord Europa”.

Piacerebbe non crederci. Attribuire questi racconti all’animo papalino e “reazionario dello storico. Purtroppo, qualcosa lo impedisce. L’Italia vista dagli occhi di O’­Clery ci appare sinistramente familiare. Per noi lettori del Duemila, l’effetto è un déjà vu.

Avvenire – 6 agosto 2000

Maurizio Blondet 

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La vera storia dell’impresa dei Mille 4/ Da Talamone con vento in poppa alla volta di Marsala

Posted by on Apr 27, 2019

Dopo le prime tre puntate di questo libro scritto da Giuseppe ‘Pippo’ Scianò, leader storico degli Indipendentisti siciliani si comincino ad avvertire i primi musi storti. Della serie: “Ma come si permettono questi a mettere in dubbio la storia raccontata dagli storici?”. Li vogliamo tranquillizzare: gli ‘storici’, sul Risorgimento nel Sud Italia – e segnatamente sull’impresa dei Mille – hanno raccontato un sacco di bugie. Man mano che il racconto di questo libro andrà avanti ci sarà da divertirsi…   

di Giuseppe Scianò

Una originale parata militare… – Non mancherà, al centro della piazza di Talamone, una bella parata militare (o quasi), alla quale tutti i Garibaldini partecipano. Molti sono in camicia rossa. Non tutti. Nel corso della manifestazione ha luogo la lettura dell’ordine del giorno «Italia e Vittorio Emanuele» del quale abbiamo parlato.

Il momento più solenne è quello del sermone di Garibaldi, ricco di retorica patriottarda, sulla cui sincerità gli abitanti di Talamone cominciano a nutrire qualche dubbio. Finita la cerimonia, i Garibaldini si scatenano fra le vie del paese.

A questo punto non possiamo che constatare come se ne sia andato allegramente a quel paese il piano accuratamente preparato a monte, di far credere all’opinione pubblica internazionale che i comandanti della guarnigione di Talamone abbiano fornito le armi a Garibaldi soltanto perché ingannati dal Duce dei Mille travestito da ufficiale piemontese. Per il seguito più immediato della vicenda, ci affidiamo ancora una volta ad un pezzo di Giancarlo Fusco:

«Scende la sera. Traluce, dalle finestre, il giallore dei lumi a petrolio e dei candelotti a sego. Una tromba, da chissà dove, modula le note malinconiche della ritirata. Il Generale è già tornato a bordo. Ma il trombettiere, stasera, spreca il suo fiato. Le stradette di Talamone, i cortili, gli orti dietro le case, la piazza centrale e gli spalti affacciati al mare sono in piena battaglia. I futuri eroi di Calatafimi e di Ponte dell’Ammiraglio ribolliscono, su e giù, come fagioli in pentola. Si pestano fra monarchici e mazziniani, fra repubblicani unitari e con federalisti, fra monarchici intransigenti e monarchici provvisori. Già che ci sono, se le danno anche per motivi campanilistici; bergamaschi con bresciani, pavesi con milanesi, veronesi con padovani, i romagnoli un po’ con tutti. Ma tutti, a tratti, fanno fronte comune contro gli uomini di Talamone. Ai quali non va assolutamente giù che le ragazze e le sposine debbano difendersi con le unghie e con la fuga, già mezze discinte, dagli assalti e dagli aggiramenti delle assatanate ‘’camice rosse’’.
‘Annate al paese vostro, a fa’ le porcate, pelandroni!’.

‘Ma indove v’ha raccattato Garibaldi? In galera?’.
‘Altro che l’Italia volete fa’! Ve volete fa’ le donne nostre!’ .
‘Con la manfrina della patria, annate in giro a rovina’ le zite!’.
Un inferno. Inutili le trombe. Inutili il correre a destra e a sinistra degli ufficiali. Vane le minacce di arresti, di espulsione dal corpo e di ferri. Finché, avvertito, scende a terra Garibaldi. I suoi occhi chiari sembrano di ghiaccio. Brandisce la spada sguainata, rivolge agli ufficiali, pallidi e avviliti, rimproveri pesanti, quasi feroci:
‘Chi vi ha cucito i grandi sulle maniche, rammolliti! Avete le sciabole al fianco e non sapete tirarle fuori! Cominciamo bene! Credete che non sappia ordinare una decimazione?’ .
Poi, al centro della piazza principale, a gambe larghe, con la spada puntata al cielo già stellato, grida con tutto il suo fiato:
‘ A bordo!’ ». (11)

Avviene così – ci spiega il Fusco – che la gazzarra nel giro di pochi minuti si spenga. E che i valorosi Garibaldini si «ricompongano» nell’aspetto e nelle uniformi, e che, a poco a poco, risalgano sulle barche che li riporteranno a bordo dei due piroscafi. Un altro pezzo della «tragicommedia» è stato bene o male recitato (più male che bene, per essere sinceri).

Non è il caso di aggiungere altro. I fatti si commentano da sé.

Zambianchi sconfitto da contadini e gendarmi dello Stato Pontificio – Durante la sosta a Talamone, una sessantina di volontari vengono inviati verso i confini dello Stato Pontificio. Sono guidati da Callimaco Zambianchi, un ufficiale anziano che già negli anni 1848-1849 si era fatto onore a Roma. Non a caso lo stesso Abba lo definisce «…uno sterminatore di monaci, sanguinario».(12)

Il Macaulay Trevelyan precisa che lo Zambianchi «era un uomo di proporzioni e forza fisica immensa, probabilmente un sincero patriota ma uno spavaldo e un ribaldo e, se non un codardo, per le meno un arruffone incompetente, […] oltre che sterminatore di preti a Roma nel 1849».
Comunque la spedizione contro il Papa non avrà la solita fortuna. I Garibaldini vengono accolti, intanto, con diffidenza o con ostilità da parte della popolazione. Arrivano poi i Gendarmi Pontifici. Alle loro prime schioppettate, Zambianchi ed i suoi uomini se la danno a gambe disperdendosi per le campagne.
Non erano queste le aspettative. Gli «eroi» avevano sperato di andare ben oltre, tanto che Garibaldi aveva aggregato alla piccola spedizione ben tre medici.

Pessima, quindi, la figura con gli Inglesi, i quali avranno apprezzato il taglio politico dato alla spedizione, ma non lo squallido esito. Anzi gli Inglesi si sarebbero ulteriormente convinti del fatto che, se non si fossero preoccupati di controllare e di seguire nei minimi particolari le azioni rivoluzionarie e militari degli eroi del Risorgimento Italiano, questi ultimi avrebbero continuato a fare dei grandi pasticci. E soltanto pasticci.

Caricando le armi – La mattina del 9 maggio Garibaldi ed i suoi uomini, tutti ormai a bordo del Piemonte e del Lombardo, la trascorrono quasi interamente a caricare armi e viveri. Ed anche acqua, molta acqua. È un via vai di barche stracariche che fanno la spola fra la banchina e i due piroscafi. I barcaroli non sono, però, volontari né simpatizzanti. Hanno i loro ritmi ed una paga modesta. Lo intuisce Bixio che grida loro:
«Venti franchi ogni barile, se me li portate prima delle undici!».
«I barcaioli fanno forza di braccia e le barche volano», scrive in proposito Giuseppe Cesare Abba.
Insomma il denaro, specialmente in valuta straniera, comincia a fare i suoi miracoli.
Ed i Garibaldini ne sono ben provvisti…

Le navi garibaldine si fermano a poche miglia dal porto di Marsala… – Da Talamone alla Sicilia la navigazione dei Garibaldini non ha problemi. Vento in poppa in tutti i sensi. Anche se i Garibaldini fossero intercettati dai Duosiciliani, che peraltro dispongono di una buona Marina Militare, non succederebbe niente di grave. Le due navi, pur se rubate, hanno, infatti, le… carte in regola.

Come ci ricorda, infatti, lo storico Cesare Cantù,(13) Garibaldi navigava
«regolarmente munito di patente per Malta».(14) Non è un salvacondotto di poco conto quel documento, perché Malta era un territorio inglese. E gli Inglesi, si sa, sono permalosi e pretestuosi nei confronti del Regno delle Due Sicilie, quanto (se non di più) il lupo di esopiana memoria nei confronti dell’agnello. Poca importanza ha il fatto che il Lombardo ed il Piemonte abbiano dichiarato una destinazione diversa o che portino a bordo gente armata ed in procinto di sbarcare in Sicilia.

Guai a fermare quei due vapori. Si sarebbe anticipato quello che sarebbe realmente accaduto, di lì a poco, alla spedizione Corte della quale parleremo più avanti. Gli Inglesi avrebbero gridato alla violazione del diritto internazionale da parte del perfido Re delle Due Sicilie!

È appena il caso di ricordare quindi che il compito di scorta dell’Ammiraglio Persano è assolutamente privo di rischi. La flotta militare sabauda, ovviamente, si discosterà soltanto quando il Lombardo e il Piemonte saranno entrati nelle acque territoriali Duo-siciliane. Per recarsi, però, anch’essa nelle acque del porto di Palermo per dare manforte alle manovre di conquista della Sicilia.

Dubbio di Garibaldi: sbarcare col buio o no? – Dopo una navigazione più che tranquilla, i due piroscafi arrivano a poche miglia dalla Sicilia, di fronte alla costa marsalese. Per la verità lo sbarco a Marsala potrebbe avvenire anche nello stesso giorno: 10 maggio 1860… Ma ormai si avvicina la sera e Garibaldi ritiene che non sia prudente sbarcare al buio che, a suo giudizio, potrebbe, sì, anche giovare perché gli consentirebbe di non essere avvistato dai nemici, se non troppo tardi. Però il Nizzardo sa bene che il buio ha un inconveniente. Quello, cioè, di non far vedere bene, di non far riconoscere le persone e le bandiere, di non far vedere dove si mettono i piedi o… le navi.

Prudenza doverosa da parte di un buon vecchio marinaio, soprattutto se si considera che il Lombardo, in pieno giorno, l’indomani, sarebbe rimasto incagliato in un basso fondale. Cosa sarebbe successo se quell’incidente fosse capitato di notte?

Istruzioni… per lo sbarco – Il Fusco – con il suo linguaggio semplice e scorrevole – ci racconta che in vista di Marsala e nell’imminenza dello sbarco, Garibaldi dà incarico a Nino Bixio, per il Lombardo, e al Colonnello Sirtori per il Piemonte, di dare attuazione a quanto disposto con il «Foglio d’ordini operativo», compilato già da qualche giorno a Talamone, e più specificatamente al paragrafo che diceva che nell’imminenza dello sbarco, ai volontari bisognava parlare chiaramente dell’estrema diffidenza e della focosa suscettibilità… «che caratterizzano il temperamento de’ siculi, sovra tutto per ciò che riguarda le loro donne: spose, promesse tali, sorelle, cognate, cugine, e perfino di più lontana e indiretta parentela. A scanso di complicanze gravissime, cruente e perfino ferali, i volontari una volta a terra, dovranno astenersi da intraprendenze inopportune,

uai a fermare quei due vapori. Si sarebbe anticipato quello che sarebbe realmente accaduto, di lì a poco, alla spedizione Corte della quale parleremo più avanti. Gli Inglesi avrebbero gridato alla violazione del diritto internazionale da parte del perfido Re delle Due Sicilie!

È appena il caso di ricordare quindi che il compito di scorta dell’Ammiraglio Persano è assolutamente privo di rischi. La flotta militare sabauda, ovviamente, si discosterà soltanto quando il Lombardo e il Piemonte saranno entrati nelle acque territoriali Duo-siciliane. Per recarsi, però, anch’essa nelle acque del porto di Palermo per dare manforte alle manovre di conquista della Sicilia.

Dubbio di Garibaldi: sbarcare col buio o no? – Dopo una navigazione più che tranquilla, i due piroscafi arrivano a poche miglia dalla Sicilia, di fronte alla costa marsalese. Per la verità lo sbarco a Marsala potrebbe avvenire anche nello stesso giorno: 10 maggio 1860… Ma ormai si avvicina la sera e Garibaldi ritiene che non sia prudente sbarcare al buio che, a suo giudizio, potrebbe, sì, anche giovare perché gli consentirebbe di non essere avvistato dai nemici, se non troppo tardi. Però il Nizzardo sa bene che il buio ha un inconveniente. Quello, cioè, di non far vedere bene, di non far riconoscere le persone e le bandiere, di non far vedere dove si mettono i piedi o… le navi.

Prudenza doverosa da parte di un buon vecchio marinaio, soprattutto se si considera che il Lombardo, in pieno giorno, l’indomani, sarebbe rimasto incagliato in un basso fondale. Cosa sarebbe successo se quell’incidente fosse capitato di notte?

Istruzioni… per lo sbarco – Il Fusco – con il suo linguaggio semplice e scorrevole – ci racconta che in vista di Marsala e nell’imminenza dello sbarco, Garibaldi dà incarico a Nino Bixio, per il Lombardo, e al Colonnello Sirtori per il Piemonte, di dare attuazione a quanto disposto con il «Foglio d’ordini operativo», compilato già da qualche giorno a Talamone, e più specificatamente al paragrafo che diceva che nell’imminenza dello sbarco, ai volontari bisognava parlare chiaramente dell’estrema diffidenza e della focosa suscettibilità… «che caratterizzano il temperamento de’ siculi, sovra tutto per ciò che riguarda le loro donne: spose, promesse tali, sorelle, cognate, cugine, e perfino di più lontana e indiretta parentela. A scanso di complicanze gravissime, cruente e perfino ferali, i volontari una volta a terra, dovranno astenersi da intraprendenze inopportune,

Istruzioni… per lo sbarco – Il Fusco – con il suo linguaggio semplice e scorrevole – ci racconta che in vista di Marsala e nell’imminenza dello sbarco, Garibaldi dà incarico a Nino Bixio, per il Lombardo, e al Colonnello Sirtori per il Piemonte, di dare attuazione a quanto disposto con il «Foglio d’ordini operativo», compilato già da qualche giorno a Talamone, e più specificatamente al paragrafo che diceva che nell’imminenza dello sbarco, ai volontari bisognava parlare chiaramente dell’estrema diffidenza e della focosa suscettibilità… «che caratterizzano il temperamento de’ siculi, sovra tutto per ciò che riguarda le loro donne: spose, promesse tali, sorelle, cognate, cugine, e perfino di più lontana e indiretta parentela. A scanso di complicanze gravissime, cruente e perfino ferali, i volontari una volta a terra, dovranno astenersi da intraprendenze inopportune, corteggiamenti e galanterie disdicevoli all’uso locale. Provvederanno alla Suddetta bisogna, salvo imprevisti, il signor Colonnello Sirtori, sul Piemonte, e il signor Luogotenente Bixio, sul Lombardo».(15)

Dopo aver divagato su altri particolari dell’episodio, così continua:
«Invece, sul Lombardo, Bixio, ch’è tutto l’opposto di Sirtori, c’inzuppa il pane. La tira in lungo. Dritto, a gambe larghe, al centro della ‘ radunanza’ , la visiera del cheppì calata di traverso, fino a nascondere mezza faccia, ha l’aria di sfottere. E si diverte a inventare le spaventose torture, le indicibili crudeltà e le raccapriccianti efferatezze, con le quali, a suo dire, i gelosissimi mariti Siciliani (e specialmente, purtroppo, quelli della zona dov’è previsto lo sbarco) sono soliti vendicare le corna. Non solo quelle già messe, ma anche quelle intenzionali. Amanti squartati, scorticati, bruciati e sepolti vivi.

Corteggiatori affogati nel pozzo nero, inchiappettati da tutti i maschi del parentado e poi tritati come carne da polpette. Rivali mangiati allegramente, in famiglia, sotto forma di spezzatino, oppure bolliti, a fuoco lento, in enormi pignatte che i calderai dell’isola fabbricano appositamente… I volontari di primo pelo, o addirittura imberbi, ascoltano quelle atrocità sgranando gli occhi e non riescono a nascondere la fifa. Mentre i più maturi e scafati sogghignano (ma è più che altro una smorfia) ed ammiccano. Insomma, giovanotti, i Siciliani hanno molto dei beduini! sentenzia Bixio, che sospira, sì, un’Italia libera e unita, dalle Alpi al Lilibeo, ma che non riesce a digerire gli Italiani da Roma in giù. Tant’è vero che, proprio come fra i bedù, il taglio delle balle è la vendetta preferita dei becchi siculi!».(16)

Perché abbiamo parlato di questo aneddoto, per la verità molto marginale rispetto ai grandi fatti che avvenivano in quel giorno? Per fare conoscere meglio chi realmente fossero i futuri liberatori della Sicilia. Evidenziando come fossero, già nel 1860, forti i pregiudizi e i malintesi fra le popolazioni del Centro-Nord Italia ed il Popolo Siciliano, Bixio fra lo scherzoso ed il serioso dà voce ed alimenta i motivi di divaricazione psicologica e di incompatibilità.

E così, scherzando scherzando, allunga ai Siciliani pure le accuse di cannibalismo e di pratiche sodomitiche. Non ci sembra molto bello per un padre della Patria, che avrebbe potuto approfittare dell’esperienza siciliana per imparare qualcosa di buono.

Per quanto riguarda l’epiteto beduino dobbiamo arguire che questo doveva essere molto diffuso per offendere i Siciliani. Lo incontreremo infatti pure nel linguaggio del Bandi, il giovane ufficiale addetto al servizio personale di Garibaldi che pure è più colto di Bixio. Per la verità il Bandi usa anche, come epiteto, la parola arabo, mancando così contemporaneamente di rispetto alla nazionalità Siciliana ed alla nazionalità Araba. Quest’ultima è infatti tirata in ballo come termine di paragone assoluta- mente negativo.

C’è tuttavia una considerazione da fare. Come si vede, pur trovandoci nell’imminenza dello sbarco, di tutto si parla, tranne che delle tattiche da adottare per quella che, in teoria, è una vera e propria operazione bellica.
A bordo delle due navi garibaldine si dà infatti per scontato che lo sbarco avverrà nelle migliori condizioni di tranquillità e di sicurezza. Si dà per scontato, insomma, che non si dovrà combattere per conquistare metro per metro la costa siciliana. Così come sarebbe stato logico, se non si fosse trattato essenzialmente di seguire un copione.
(Fine della quarta puntata del volume di Giuseppe Scianò “… e nel mese di maggio del 1860 la Sicilia diventò ‘Colonia’ – Pitti edizioni Palermo/ Continua) 

(11) G. Fusco, op. cit., pagg. 18 e 19.

(12) G. C. Abba, op. cit., p. 25.

(13) Cesare Cantù nacque a Brivio (in provincia di Como) l’8 dicembre 1804. Cattolico ed antiaustriaco, fu, per la sua attività sovversiva, arrestato per un breve periodo dalla polizia del Lombardo-Veneto. Amico del Manzoni, scrisse alcuni commenti storico letterari ai Promessi Sposi. Le sue opere maggiori sono, tuttavia: La storia universale (1838-

1846), in 35 volumi, Storia degli Italiani, Gli eretici d’Italiani, Il Conciliatore e i Carbonari, Ragionamento sulla storia lombarda del secolo XVII, ed altri testi a carattere storiografico. Critico verso il liberi- smo laico, fu deputato al Parlamento italiano, prima a Torino e poi, dopo il trasferimento della Capitale d’Italia, a Firenze, per 6 anni, nel periodo che va dal 1861 al 1867.

(14) Malta, com’è noto, era dal 1800 un possedimento inglese.

(15) G. Fusco, op. cit., pagg. 25 e 26.

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Mazzini, figlio del dio progresso, di Marco Roncalli

Posted by on Apr 27, 2019

Mazzini, figlio del dio progresso, di Marco Roncalli

Ci sono le venti paginette Dal Papa al Concilio scritte nel 1832 e riviste nel 1849 con un’analisi spietata in cui si dichiara «spento moralmente il Papato» e si invoca un Concilio «raccolto da un popolo libero e affratellato nel culto del Dovere e dell’Ideale, dei migliori per senno e virtù fra i credenti nelle cose eterne, nella missione della creatura di Dio sulla terra, nell’adorazione della Verità progressiva».

E c’è la lunga lettera Dal Concilio a Dio , scritta nel 1870, due anni prima della morte in casa Rosselli, sorta di testamento politico­religioso in cui, rivolto ai Padri riuniti al Vaticano I sull’infallibilità del pontefice, l’autore esplicita non solo punti di dissenso dalla Chiesa cattolica, ma la sua Weltanschauung, religiosa, ma tutt’altro che cristiana: «Il vostro dogma si compendia nei due termini: Caduta e Redenzione; il nostro nei due: Dio e Progresso. Termine intermedio tra la Caduta e la Redenzione è, per voi, l’incarnazione del Figlio di Dio: termine intermedio per noi tra Dio e la sua Legge è l’incarnazione progressiva di quella Legge nell’Umanità, chiamata a scoprirla lentamente e compirla attraverso un avvenire incommensurabile… Noi crediamo nello Spirito, non nel Figlio di Dio».

C’è il breve testo Dubbio e fede del 1862, amaro, ma non rassegnato, in cui la fiducia in Dio si lega al dovere per il riscatto della Patria contro la tirannide papale e il cancro del materialismo. E c’è, infine, una ancor più breve Preghiera a Dio per i piantatori , nata nel 1846 come un contributo sull’abolizione della schiavitù, nella quale si chiede a Dio di intercedere non nei confronti degli schiavi, ma dei proprietari, i piantatori di cotone, affinché «l’angelo del pentimento discenda e si accosti al loro guanciale di morte».

I quattro scritti mazziniani appena illustrati, senza dimenticare i Doveri dell’uomo non solo ci dicono molto sull’importanza della religione per il celebre genovese così deciso a tenere separati potere temporale e spirituale, nonché tenace oppositore di ogni assolutismo clericale o laico, ma, a ben guardare, sembrano andar oltre il loro legame con la lotta per l’unità d’Italia, pur così evidente.

Resta chiaro il dato di una religione che è solo quella del Progresso e di una Rivelazione che, per Mazzini, configura un fenomeno molto più grande della vicenda narrata nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Con un approccio a Gesù considerato «fratello» ma non «Signore e Redentore», «uomo esemplare», sì, ma non Dio, né mediatore tra l’uomo e Dio, che è Dio di tutti e non d’una casta, che «esiste, perché noi esistiamo», che «vive nella nostra coscienza, nella coscienza dell’Umanità, nell’Universo che ci circonda», «Dio resta, come resta il Popolo, immagine di Dio sulla terra».

Insomma, un Mazzini meno conosciuto quello in questa raccolta curata da Andrea Panerini, sintesi di un pensiero religioso (nonostante l’influenza nella formazione della madre, Maria Drago, religiosissima e di alcuni sacerdoti giansenisti) lontano da tutte le ortodossie cristiane. «Crediamo in un cielo nel quale siamo, moviamo, amiamo, che abbraccia, come Oceano seminato d’isole, la serie indefinita delle nostre esistenze; crediamo nella continuità della vita, nella connessione di tutti i periodi diversi, attraverso i quali essa si trasforma e si svolve, nell’eternità degli affetti virtuosi, serbati con costanza fino all’ultimo giorno d’ogni nostra esistenza…».

Il triumviro, che nelle poche settimane di vita della Repubblica Romana (1849), aveva fatto sventolare la bandiera con il motto dell’avvenire, ‘Dio e il Popolo’ più tardi così riassume il suo credo: «Splenda sulla santa Crociata il segno della Nuova fede: Dio, Progresso, Umanità. Dio, principio e fine di ogni cosa. Progresso, la legge da lui data alla Vita. L’Umanità, l’interprete, nel tempo e a tempo, di quella Legge».

Una religione in cui c’è una storia umana che ha un senso, attua un progetto divino, ma per il profeta dell’Unità nazionale, nel segno di una parola ignota all’antichità, resa a forza sacra, il Progresso, e dove il cristianesimo è ridotto a etica.

fonte http://www.gliscritti.it/blog/entry/1013

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