Alta Terra di Lavoro

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La prova che il Rinascimento non eclissò la fede ma costruì un umanesimo cristiano

Posted by on Mar 22, 2019

La prova che il Rinascimento non eclissò la fede ma costruì un umanesimo cristiano

È stata pubblicata recentemente l’edizione bilingue, latino e italiano, dell’opera principale di uno dei più importanti umanisti italiani del XV secolo, “Dignità ed eccellenza dell’uomo” di Giannozzo Manetti (Bompiani, Testi a fronte, 2018). Manetti (1396-1459), discendente di un’agiata famiglia di commercianti fiorentini, è riuscito a conciliare gli affari di famiglia con l’impegno politico — ha rappresentato il governo di Firenze in numerose ambascerie, tra l’altro a Genova, Venezia, Roma e Napoli — e con lo studio tanto di filosofi pagani antichi e moderni quanto di teologi cristiani che leggeva nella lingua originale. Per la sua conoscenza anche dell’ebraico, papa Niccolò V (1447-1455) lo aveva incaricato di tradurre la Sacra Scrittura in latino, compresi i testi ebraici, incarico rimasto però incompiuto a causa della morte del pontefice.Le radici della nostra civiltà“Dignità ed eccellenza dell’uomo” è un’opera importante per comprendere le radici cristiane dell’Umanesimo italiano, spesso descritto unicamente come esaltazione dell’uomo e dei valori terreni in contrapposizione alla cultura cattolica che aveva contraddistinto i secoli precedenti, una interpretazione condivisa almeno in parte anche dal professore Stefano U. Baldassari che nella sua introduzione sostiene che il tema più originale del suo trattato è «la lode dell’ingegno umano». La civiltà europea è caratterizzata dalla particolare attenzione per la dignità e i diritti dell’uomo, valori che hanno le loro radici anche nella tradizione umanistica iniziata dall’Umanesimo rinascimentale, per questo una corretta interpretazione dell’Umanesimo non riguarda solamente gli specialisti, ma è importante per riconoscere le radici della nostra civiltà. Per inquadrare correttamente l’opera di Manetti si deve tener conto dell’aspro dibattito culturale del suo tempo che contrapponeva da una parte le correnti culturali che egemonizzavano il sapere nelle università con filosofi, spesso definiti peripatetici, che con la loro interpretazione delle opere di filosofia naturale di Aristotele negavano, tra l’altro, la creazione e la provvidenza divine, il libero arbitrio e l’immortalità dell’anima umana, e dall’altra la Chiesa cattolica e i più importanti umanisti italiani che difendevano libero arbitrio e immortalità dell’anima, e si schieravano di fatto a difesa della fede cattolica e della religione in generale.L’anima e le doti dell’intellettoUn altro grande umanista italiano, Marsilio Ficino (1433-1499), ha descritto nella sua “Lettera a Giovanni Pannonio” con precisione il clima culturale del tardo Medioevo: «tutto il mondo è occupato dai peripatetici, che si dividono in due sette, alessandrini e averroisti. I primi ritengono che il nostro intelletto sia mortale; i secondi pretendono che sia unico. Gli uni e gli altri distruggono nello stesso modo, dalle fondamenta, ogni religione». E nel 1513, anche il Concilio Lateranense V ha condannato «tutti quelli che affermano che l’anima intellettiva è mortale o che è unica per tutti gli uomini, o quelli che avanzano dei dubbi a questo proposito: essa infatti non solo è veramente, per sé ed essenzialmente, la forma del corpo umano, […] ma è anche immortale». Nella sua opera Manetti descrive tanto la bellezza e la razionalità della natura, creata da Dio per accogliere l’uomo, la cui dignità particolare dipende dal fatto di essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio, quanto l’eccellenza del corpo umano, destinato a essere ricettacolo dell’anima spirituale, immateriale e immortale. In queste descrizioni l’Autore manifesta la capacità di ammirare e di provare stupore davanti alla bellezza e alla complessità della creazione. Le doti dell’intelletto, come creatività, sensibilità per la bellezza e apertura alla trascendenza, non sarebbero un prodotto casuale, ma devono essere riconosciute come «doni di Dio onnipotente […] in modo da poter vivere su questo mondo sempre contenti e felici attraverso le buone azioni, e poter poi usufruire in eterno della divina Trinità, dalla quale proviene per noi tutto quello che abbiamo già elencato».Filosofia e verità di fedeGli umanisti italiani hanno citato frequentemente autori pagani antichi, ciò che è stato considerato come un loro ritorno al paganesimo e un rifiuto del cattolicesimo, ma questo non corrisponde alle loro intenzioni. Sono soprattutto le teorie di autori che hanno formulato una filosofia morale, come Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.), a essere proposte come esempio e citate per dimostrare che verità di fede e una sana filosofia sono compatibili, e commentandone una citazione, Manetti precisa: «abbiamo riportato queste parole di Cicerone del tutto concordi con la verità e la fede cattolica». La conformità alla fede cattolica è il criterio per vagliare le teorie degli autori pagani, e dichiara «che le antiche opinioni di tutti gli scrittori pagani, nei casi in cui sembrino discrepare dalla dottrina cattolica ortodossa, devono essere considerate un bel nulla», ed effettivamente sono confutate teorie filosofiche che considerano l’anima mortale e corruttibile come pure teorie della reincarnazione. L’ingegno umano consente di raggiungere una certa conoscenza della realtà e di creare opere eccellenti nei vari campi, ma «la vera saggezza non è nient’altro che una sicura conoscenza dell’unico e vero Dio. Tutta la saggezza dell’uomo sembra consistere in questo soltanto: conoscere e onorare Dio più di ogni altra cosa». Per Manetti l’eccellenza umana raggiunge il suo massimo grado nel dono attribuito ai sacerdoti di celebrare i sacramenti e, in particolare, di «preparare e consacrare il santissimo corpo di Cristo».Il libero arbitrioLa consapevolezza della particolare dignità dell’uomo e dell’eccellenza delle sue funzioni psichiche superiori non dovrebbe degenerare nell’antropocentrismo, con il rischio di esasperare individualismo e presunzione di essere completamente autonomi, generando «l’invidia, la superbia, l’indignazione, il desiderio di dominare, l’ambizione e altre simili perturbazioni dell’anima». Dobbiamo riconoscere che «Dio o la natura ci hanno somministrato non immeritatamente un libero potere sulla mente, in maniera tale che attraverso tale facoltà potessimo sfuggire e sottrarci ai mali, e scegliere e ricercare il bene. Questo potere è stato definito dai teologi “libero arbitrio”». L’uomo è libero di scegliere, ma il libero arbitrio lo obbliga a perseguire il bene avendo presente che «Dio quindi ha creato l’uomo perché questi riconoscesse e adorasse il creatore attraverso la conoscenza e l’accertamento delle sue opere straordinarie». L’uomo deve apprezzare la bellezza del creato, godere dei beni terrestri, ma non può dimenticare la sua vera vocazione, deve condurre una vita virtuosa con «un’attenta e scrupolosa osservanza dei comandamenti divini, la quale per noi costituisce l’unico mezzo con cui possiamo raggiungere la patria celeste ed eterna». Manetti non è l’unico umanista cristiano, e si trova sulla stessa linea dei più importanti esponenti dell’Umanesimo italiano, cominciando da Francesco Petrarca (1304- 1374) che dichiarava nel “De ignorantia” di sentirsi “cristianissimo” e sosteneva che quando Cicerone parlava di un unico Dio reggitore e creatore di ogni cosa usava «espressioni che non sono solo del linguaggio filosofico, ma quasi di quello di noi cattolici», e arrivando a Marsilio Ficino, che ha dedicato la sua opera più importante, “La teologia platonica”, alla critica di filosofi “peripatetici” e pagani in difesa dell’immortalità dell’anima umana.

Ermanno Pavesi

fonte testo e foto

https://alleanzacattolica.org/la-prova-che-il-rinascimento-non-eclisso-la-fede-ma-costrui-un-umanesimo-cristiano/

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Il Sacco di Roma: un castigo misericordioso

Posted by on Mar 16, 2019

Il Sacco di Roma: un castigo misericordioso

La Chiesa vive un’epoca di sbandamento dottrinale e morale. Lo scisma è deflagrato in Germania, ma il Papa non sembra rendersi conto della portata del dramma. Un gruppo di cardinali e di vescovi propugna la necessità di un accordo con gli eretici. Come sempre accade nelle ore più gravi della storia, gli eventi si succedono con estrema rapidità. Domenica 5 maggio 1527, un esercito calato dalla Lombardia giunse sul Gianicolo.

L’imperatore Carlo V, irato per l’alleanza politica del papa Clemente VII con il suo avversario, il re di Francia Francesco I, aveva mosso un esercito contro la capitale della Cristianità. Quella sera il sole tramontò per l’ultima volta sulle bellezze abbaglianti della Roma rinascimentale. Circa 20 mila uomini, italiani, spagnoli e tedeschi, tra i quali i mercenari Lanzichenecchi, di fede luterana, si apprestavano a dare l’attacco alla Città Eterna. Il loro comandante aveva concesso loro licenza di saccheggio.

Tutta la notte la campana del Campidoglio suonò a storno per chiamare i romani alle armi, ma era ormai troppo tardi per improvvisare una difesa efficace. All’alba del 6 maggio, favoriti da una fitta nebbia, i Lanzichenecchi mossero all’assalto delle mura, tra Sant’Onofrio e Santo Spirito. Le Guardie svizzere si schierarono attorno all’Obelisco del Vaticano, decise a rimanere fedeli fino alla morte al loro giuramento. Gli ultimi di loro si immolarono presso l’altar maggiore della Basilica di San Pietro. La loro resistenza permise al Papa di riuscire a mettersi in fuga, con alcuni cardinali.

Attraverso il Passetto del Borgo, via di collegamento tra il Vaticano e Castel Sant’Angelo, Clemente VII raggiunse la fortezza, unico baluardo rimasto contro il nemico. Dall’alto degli spalti il Papa assisté alla terribile strage che cominciò con il massacro di coloro che si erano accalcati alle porte del castello per trovarvi riparo, mentre i malati dell’ospedale di Santo Spirito in Saxia venivano trucidati a colpi di lancia e di spada.

La licenza illimitata di rubare e di uccidere durò otto giorni e l’occupazione della città nove mesi. «L’inferno è nulla in confronto colla veste che Roma adesso presenta», si legge in una relazione veneta del 10 maggio 1527, riportata da Ludwig von Pastor (Storia dei Papi, Desclée, Roma 1942, vol. IV, 2, p. 261).

I religiosi furono le principali vittime della furia dei Lanzichenecchi. I palazzi dei cardinali furono depredati, le chiese profanate, i preti e i monaci uccisi o fatti schiavi, le monache stuprate e vendute sui mercati. Si videro oscene parodie di cerimonie religiose, calici da Messa usati per ubriacarsi tra le bestemmie, ostie sacre arrostite in padella e date in pasto ad animali, tombe di santi violate, teste degli apostoli, come quella di sant’Andrea, usate per giocare a palla nelle strade. Un asino fu rivestito di abiti ecclesiastici e condotto all’altare di una chiesa. Il sacerdote che rifiutò di dargli la comunione fu fatto a pezzi. La città venne oltraggiata nei suoi simboli religiosi e nelle sue memorie più sacre (si veda anche André Chastel, Il Sacco di Roma, Einaudi, Torino 1983; Umberto Roberto, Roma capta. Il Sacco della città dai Galli ai Lanzichenecchi, Laterza, Bari 2012).

Clemente VII, della famiglia dei Medici non aveva raccolto l’appello del suo predecessore Adriano VI ad una riforma radicale della Chiesa. Martin Lutero diffondeva da dieci anni le sue eresie, ma la Roma dei Papi continuava ad essere immersa nel relativismo e nell’edonismo. Non tutti i romani però erano corrotti ed effeminati, come sembra credere lo storico Gregorovius. Non lo erano quei nobili, come Giulio Vallati, Giambattista Savelli e Pierpaolo Tebaldi, che inalberando uno stendardo con l’insegna “Pro Fide et Patria”, opposero l’ultima eroica resistenza a Ponte Sisto, né lo erano gli alunni del Collegio Capranica, che accorsero e morirono a Santo Spirito per difendere il Papa in pericolo.

A quella ecatombe l’istituto ecclesiastico romano deve il titolo di “Almo”. Clemente VII si salvò e governò la Chiesa fino al 1534, affrontando dopo lo scisma luterano quello anglicano, ma assistere al saccheggio della città, senza nulla poter fare, fu per lui più duro della morte stessa. Il 17 ottobre 1528 le truppe imperiali abbandonarono una città in rovina.

Un testimone oculare, spagnolo, ci dà un quadro terrificante della città un mese dopo il Sacco: «A Roma, capitale della cristianità, non si suona campana alcuna, non sì apre chiesa non si dice una Messa, non c’è domenica né giorno di festa. Le ricche botteghe dei mercanti servono per stalle per i cavalli, i più splendidi palazzi sono devastati, molte case incendiate, di altre spezzate e portate via le porte e finestre, le strade trasformate in concimaie. È orribile il fetore dei cadaveri: uomini e bestie hanno la medesima sepoltura; nelle chiese ho visto cadaveri rosi da cani. Io non so con che altro confrontare questo, fuorché con la distruzione di Gerusalemme. Ora riconosco la giustizia di Dio, che non dimentica anche se viene tardi. A Roma si commettevano apertissimamente tutti i peccati: sodomia, simonia, idolatria ipocrisia, inganno; perciò non possiamo credere che questo non sia avvenuto per caso. Ma per giudizio divino» (L. von Pastor, Storia dei Papi, cit., p. 278).

Papa Clemente VII commissionò a Michelangelo il Giudizio universale nella Cappella Sistina quasi per immortalare il dramma o che subì, in quegli anni, la Chiesa di Roma. Tutti compresero che si trattava di un castigo del Cielo. Non erano mancati gli avvisi premonitori, come un fulmine che cadde in Vaticano e la comparsa di un eremita, Brandano da Petroio, venerato dalle folle come “il pazzo di Cristo”, che nel giorno di giovedì santo del 1527, mentre Clemente VII benediceva in San Pietro la folla, gridò: «bastardo sodomita, per i tuoi peccati Roma sarà distrutta. Confessati e convertiti, perché tra 14 giorni l’ira di Dio si abbatterà su di te e sulla città».

L’anno prima, alla fine di agosto, le armate cristiane erano state disfatte dagli Ottomani sul campo di Mohacs. Il re d’Ungheria Luigi II Jagellone morì in battaglia e l’esercito di Solimano il Magnifico occupò Buda. L’ondata islamica sembrava inarrestabile in Europa. Eppure l’ora del castigo fu, come sempre l’ora della misericordia. Gli uomini di Chiesa compresero quanto stoltamente avessero inseguito le lusinghe dei piaceri e del potere. Dopo il terribile Sacco la vita cambiò profondamente.

La Roma gaudente del Rinascimento si trasformò nella Roma austera e penitente della Contro-Riforma. Tra coloro che soffrirono nel Sacco di Roma, fu Gian Matteo Giberti, vescovo di Verona, ma che allora risiedeva a Roma. Imprigionato dagli assedianti giurò che non avrebbe mai abbandonato la sua residenza episcopale, se fosse stato liberato. Mantenne la parola, tornò a Verona e si dedicò con tutte le sue energie alla riforma della sua diocesi, fino alla morte nel 1543.

San Carlo Borromeo, che sarà poi il modello dei vescovi della Riforma cattolica si ispirerà al suo esempio. Erano a Roma anche Carlo Carafa e san Gaetano di Thiene che, nel 1524, avevano fondato l’ordine dei Teatini, un istituto religioso irriso per la sua posizione dottrinale intransigente e per l’abbandono alla Divina Provvidenza spinto al punto di aspettare l’elemosina, senza mai chiederla. I due cofondatori dell’ordine furono imprigionati e torturati dai Lanzichenecchi e scamparono miracolosamente alla morte.

Quando Carafa divenne cardinale e presidente del primo tribunale della Sacra romana e universale Inquisizione volle accanto a sé un altro santo, il padre Michele Ghislieri, domenicano. I due uomini, Carafa e Ghislieri, con i nomi di Paolo IV e di Pio V, saranno i due Papi per eccellenza della Contro-Riforma cattolica del XVI secolo. Il Concilio di Trento (1545-1563) e la vittoria di Lepanto contro i Turchi (1571) dimostrarono che, anche nelle ore più buie della storia, con l’aiuto di Dio è possibile la rinascita: ma alle origini di questa rinascita ci fu il castigo purificatore del Sacco di Roma. Roberto de Mattei

fonte https://www.corrispondenzaromana.it/il-sacco-di-roma-un-castigo-misericordioso/

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Pio XII non teme i documenti

Posted by on Mar 13, 2019

Pio XII non teme i documenti

La sua presunta connivenza con il nazismo è stata abbondantemente smentita da anni di ricerche e da pubblicazioni importanti. Fra un anno ne avremo altre, che confermeranno.

di Marco Invernizzi

Il 4 marzo Papa Francesco ha annunciato che dal 2 marzo del prossimo anno sarà possibile accedere agli archivi relativi al pontificato del Venerabile Papa Pio XII (1876-1958), dal 1939 al 1958. L’annuncio ha giustamente attirato l’attenzione per la drammaticità di quel periodo storico, ma soprattutto perché questo accesso potrebbe permettere di approfondire e forse chiarire alcuni “nodi”, in particolare il tema del “silenzio” del Papa a proposito del genocidio degli ebrei da parte del regime nazionalsocialista tedesco, che è certamente il punto sul quale si è scatenata la maggiore aggressione ideologica contro di lui.

Quello che ne pensa Papa Francesco è bene espresso nel discorso con cui ha annunciato l’apertura degli archivi: «Assumo questa decisione sentito il parere dei miei più stretti Collaboratori, con animo sereno e fiducioso, sicuro che la seria e obiettiva ricerca storica saprà valutare nella sua giusta luce, con appropriata critica, momenti di esaltazione di quel Pontefice e, senza dubbio anche momenti di gravi difficoltà, di tormentate decisioni, di umana e cristiana prudenza, che a taluni poterono apparire reticenza, e che invece furono tentativi, umanamente anche molto combattuti, per tenere accesa, nei periodi di più fitto buio e di crudeltà, la fiammella delle iniziative umanitarie, della nascosta ma attiva diplomazia, della speranza in possibili buone aperture dei cuori».

In sostanza, il Santo Padre riprende la motivazione di fondo che spinse Pio XII, ma anche tutte le potenze occidentali e le stesse associazioni ebraiche, a non condannare formalmente e pubblicamente il genocidio in atto da parte del regime di Adolf Hitler (1889-1945) proprio per potere continuare a salvare il maggior numero possibile di ebrei dalla deportazione nei campi di concentramento nazisti. È una logica che la Chiesa Cattolica ha usato spesso e che continua a provare nella convinzione che il tiranno, mentre parla, non morde. Ma questo non significa approvare il tiranno, come molti ebrei riconobbero a Pio XII dopo la guerra, proclamandolo “giusto fra i gentili”, uno dei massimi riconoscimenti ebraici per un uomo che ‒ si valuta ‒ abbia salvato più di 750mila ebrei, offrendo loro protezione all’interno della Città del Vaticano ovunque fosse possibile.

La campagna di diffamazione contro Pio XII è nata all’interno del mondo cattolico, scatenata da chi al Pontefice non perdonava la posizione netta di condanna del comunismo, come ricorda un bel libro uscito proprio in questi giorni dello storico Alberto Torresani (Storia dei Papi del Novecento. Da Leone XIII a Papa Francesco, edito da Ares). La capacità propagandistica dell’internazionale comunista colse l’opportunità e, a partire dal 1964, quando comparve sulle scene tedesche il dramma Il Vicario di Rolf Hochhuth, che attribuiva al silenzio del Papa la maggiore responsabilità del genocidio, Pio XII è divenuto oggetto di una sistematica campagna di diffamazione che non è ancora finita. Papa san Paolo VI (1897-1978) capì il problema e pertanto incoraggiò la nascita di una commissione di storici affinché venissero pubblicati gli atti inerenti a Pio XII contenuti nell’Archivio segreto vaticano. Questi storici hanno quindi pubblicato dodici volumi di documenti che attestano il lavoro svolto dal Papa per impedire la guerra, per circoscriverla una volta scoppiata, per ridurne i danni una volta in atto e per salvare la vita dei perseguitati, compresi gli ebrei. Dal 2 marzo 2020 altri testi saranno consultabili al fine di ricercare la verità storica sul venerabile Pio XII, che continua a “non avere paura” dei documenti.

fonte https://alleanzacattolica.org/pio-xii-non-teme-gli-archivi/

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Il caso Pell è il nuovo caso Dreyfus. La vergogna è di chi si volta dall’altra parte

Posted by on Feb 28, 2019

Il caso Pell è il nuovo caso Dreyfus. La vergogna è di chi si volta dall’altra parte

 Una campagna anticattolica travestita da lotta agli abusi. Nel silenzio di tutti

di Giuliano Ferrara

pubblicato su “Il Foglio” il 28 febbraio 2019

 Contro il capitano Dreyfus un secolo fa si scatenò l’inferno, e lui finì all’inferno, perché attraverso di lui volevano combattere la sua razza, il cosmopolitismo delle élite, l’antimilitarismo. Contro il cardinale George Pell oggi si è scatenato l’inferno, e lui rischia di finire all’inferno, perché attraverso di lui il pensiero unico dominante vuole mettere in ginocchio la chiesa cattolica e la sua morale considerate l’ultima remora o contraddizione potenziale all’omologazione universale al nuovo credo scristianizzato del sesso, della riproduzione, della famiglia e del gender senza Dio né legge.

Alfred Dreyfus era un capitano ebreo dell’esercito francese. Fu arrestato per spionaggio nel 1894, condannato all’ergastolo e degradato e inviato a scontare la pena all’Isola del Diavolo, nella Guyana francese. La condanna scatenò feroci passioni: un fronte trasversale all’insegna dei diritti umani universali proclamò la sua innocenza, mentre una vasta convergenza patriottarda, antisemita e militarista si batté con rabbia per la conferma della sua condanna. Nel 1899 Dreyfus si vide cassata la sentenza con rinvio a un nuovo processo della corte militare, fu di nuovo condannato l’anno stesso, malgrado l’evidenza delle prove a carico del vero colpevole di spionaggio, e dieci giorni dopo la nuova condanna a dieci anni fu graziato dal presidente della Repubblica, per essere infine riabilitato sotto Clemenceau alla vigilia della Prima guerra mondiale. Maurras, il fondatore dell’Action Française, chiamò “falsi, sì, ma patriottici” i documenti d’accusa, e di questo scandalo tra i due secoli si disse che gli antidreyfusardi, tra i quali anche le frange estreme della sinistra comunarda, colpivano nel capitano la sua razza, il cosmopolitismo delle élite radicali e degli intellettuali dreyfusardi, nel dramma di un nazionalismo e bellicismo frustrati dalla perdita dell’Alsazia e della Lorena a vantaggio della Germania nel 1870.

Un caso analogo è quello del cardinale George Pell, australiano, fino a ieri numero tre della chiesa cattolica, condannato dalla Corte dello stato di Victoria per atti di pedofilia violenta, incarcerato in attesa che sia fissata la pena e in vista di un processo d’appello. Le cose che abbiamo riferite qui ieri e i documenti intorno al processo che pubblichiamo dimostrano che, sebbene in un clima persecutorio infame, segnato da una aggressiva tendenza colpevolista a ogni costo di parte immensa dell’opinione pubblica mondiale e dei media, qualche dubbio, almeno nella lontana Australia, comincia a farsi largo, malgrado una piccola folla urlante abbia gridato all’imputato che “marcirà all’inferno” e i media di tutto il mondo, a ogni latitudine, facciano coro con rarissime eccezioni nella crociata anticristiana.

La parte decisiva del processo a Pell, per un caso di ventitré anni fa, si è svolta con l’interrogatorio a porte chiuse di un trentenne denunciante il cui nome non verrà mai reso noto, per l’opinione internazionale e per il pubblico un accusatore anonimo. La prima giuria convocata nell’agosto dell’anno scorso ha confessato, con alcuni giurati in lagrime, di non poter emettere alcun verdetto. Il retrial o ri-processo, con una giuria convocata ad hoc, ha stabilito, sulla base di una sola testimonianza d’accusa non suffragata dal benché minimo riscontro testimoniale, che il vecchio cardinale e braccio destro del Papa, politicamente scorretto, conservatore, burbero, ambizioso e potente, è colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio di una violenza in una sagrestia a porte aperte subito dopo la processione e la messa domenicale, la sua prima da vescovo di Melbourne, in una finestra temporale instabile ma non superiore ai cinque-sei minuti per la commissione del delitto. Fino a cinquanta anni di galera possibili. Un secondo presunto abusato era morto di eroina nel 2014, un anno prima che il ragazzino tredicenne del coro, ormai trentenne, si decidesse a denunciare il misfatto al riparo della privacy e nello strepito del crucifige di un movimento attivistico incandescente in Australia e nel mondo; e fino alla morte l’altra vittima ha sempre negato che sia accaduto alcunché, rispondendo di “no” alla madre che gli domandava se fosse successo qualcosa (ora la famiglia chiederà un risarcimento alla chiesa, ora dice di aver capito la ragione delle sofferenze e della morte tossica del ragazzo).

Una parte della classe dirigente australiana, che ha convissuto nella vita pubblica con il cardinale Pell e lo ha conosciuto bene in via privata, si dice esterrefatta dalle risultanze giudiziarie, in totale contrasto con l’identità percepita, un uomo intelligente e di carattere, dell’alto prelato (gli ex premier John Howard, Tony Abbott). Si ascoltano voci garantiste e innocentiste anche fra commentatori laici, fuori della chiesa, in particolare nel gruppo editoriale Murdoch. Il Papa ha fatto fatica per incredulità a prendere le misure graduali, ma automatiche nel nuovo costume e regime di curia, che hanno allontanato Pell dalle sue immense responsabilità nel governo della chiesa, dove era stato chiamato da Bergoglio – nonostante campagne già in atto contro di lui – come ministro del Tesoro, e per misure estreme aspetta l’appello, che sarà deciso, immaginiamo in mezzo a quali pressioni ambientali, da una giuria togata di tre persone. Forse intorno a questo processo, che ha tutta l’apparenza di una spietata caccia alle streghe, può cominciare a cambiare qualcosa nella mentalità con cui si guarda a queste vicende drammatiche. Nel mondo non ci sono solo giornalisti conformisti, o pavidi, e facinorosi moralizzatori del mondo cattolico progressista cosiddetto che guardano con sadico compiacimento l’inabissamento nello scandalo e nella “vergogna” (“Pedofilia: la vergogna del cardinale”, titolo vergognoso di Repubblica ieri) di un principe della chiesa giudicato intellettualmente e caratterialmente intrattabile, e che sarebbe stato chiamato in rappresentanza della minoranza da Francesco a Roma, a loro grottesco e fazioso giudizio (sullo sfondo sempre l’insinuazione che tutto il marcio debba farsi risalire a Giovanni Paolo II e a Ratzinger).

Da vent’anni, praticamente in solitario (il che dovrebbe essere una circostanza sospetta per chiunque abbia una visione liberale e garantista del diritto nel suo rapporto con i media e l’opinione pubblica), qui nel Foglio sosteniamo che è in atto una campagna ferocemente anticattolica travestita da lotta al lupo clericale, al prete abusatore e al vescovo che lo copre.

Per farlo non abbiamo bisogno di negare gli abusi, che ci sono stati e in una misura non indifferente, in parallelo con la sordità etica di un mondo pansessualista verso l’integrità dei bambini anche e sopra tutto fuori delle mura della chiesa. Ci basta discernere, comprendere i modi e i timbri antigiuridici, ideologici, del gigantesco ricatto scristianizzatore e anticattolico condotto da grande stampa, organismi giudiziari e ad hoc, commissioni, comitati attivistici che parlano in nome delle vittime e dei poderosi risarcimenti, governi: attraverso i preti, con una azione di generalizzazione ricattatoria che trasforma il clero in una vasta orda di orchi nelle mani di una ossessione satanica per gli agnelli, i nuovi antidreyfusardi vogliono colpire un’istituzione bimillenaria invecchiata, tragicamente incerta tra la sua tradizione e l’aggiornamento mondano, smantellando alcuni suoi caposaldi come il celibato, la cura d’anime, l’indipendenza del culto e della sua amministrazione da parte del clero consacrato, il celibato, il sacramento della confessione segreta, l’esclusione delle donne dall’ordinazione, la morale sessuale, la sua autorità di cultura e umanità, la fiducia dei fedeli, la sua gerarchia a partire dal vescovo di Roma, il Papa.

La chiesa cattolica non ha saputo o potuto reagire, si è affidata com’è nella sua natura a uno spirito di resa, prima di tutto alle leggi della provvidenza divina, mediante espiazione e preghiera, poi alle leggi dell’omologazione al mondo: un vecchio Papa antirelativista e antimoderno, Benedetto XVI, ha rinunciato al Soglio di Pietro con un gesto inaudito per secoli, spettacolare e amarissimo, esito e origine di una delegittimazione profonda dell’istituzione; un nuovo Papa, per la prima volta un gesuita, ha cercato di contrastare il fenomeno in una logica progressiva di adattamento alle sue leggi e di resa ai Diktat moralistici del secolo, con risultati grotteschi, fino all’autoflagellazione sinodale e alla prosternazione della chiesa in ginocchio davanti all’autorità inquisitoria della stampa e dei media. Oggi la chiesa di Papa Francesco è messa così: i tradizionalisti antibergogliani lo accusano di subire le pressioni di una vasta lobby gay dell’immoralismo interessato e omertoso (ultimi i cardinali Brandmüller e Burke in una lettera alla vigilia del convegno sinodale recente); gli Lgbt definiscono “Sodoma” il Vaticano e il clero cattolico, rilanciano sul

mercato il sospetto generalizzato sui “comportamenti dell’80 per cento dei preti”, per dimostrare che la sessuofobia antigay è il prodotto o il riflesso della sessuomania predatoria sui più piccoli e vulnerabili, e che per superare il segreto criminale la chiesa ha bisogno di un colossale coming out; proliferano dovunque nel mondo indagini e accuse le più varie, estese su decenni e decenni, arrivate a toccare migliaia e migliaia di preti, decine di vescovi e molti cardinali con imputazioni che dannano generazioni di ministri ordinati e il modo di essere della gerarchia e della gestione del clero, su su fino alla curia romana e al Papa stesso, con il caso del suo confessore accusato di pedofilia, il vescovo di Orán Gustavo Oscar Zanchetta (in Belgio, prima della Renuntiatio di Ratzinger, l’intera conferenza episcopale fu messa ai domiciliari per una intera giornata, e la polizia giudiziaria procedette allo scavo nelle tombe di cardinali come Leo Suenens, uno di padri del Concilio Vaticano II, allo scopo dichiarato di trovare prove di abusi ivi sepolte).

In questa storia gotica e noir, dove un mondo che predica e pratica in tutto il suo luccicante splendore di cultura e di mercato gay culture e gender culture, salvo mescolare fede e perversione mettendole in carico come speciale patologia al clero cattolico, suo magnifico caprone espiatorio, l’impressione è di una chiesa boccheggiante. Per i credenti, si può dire che è affar loro e della fede nella divina provvidenza; ma per i non credenti e i laici extra muros, per chi ha un amore anche vago per il diritto eguale e per una conoscenza non pregiudiziale e oggettiva della realtà storica, il dipanarsi impunito da decenni di un’orchestrazione d’accusa generalizzante, inquinante, ai danni di una cosa preziosa come la chiesa cattolica, testimone e contraddittore del mondo e delle sue parzialità, dovrebbe essere uno stimolo per conoscere, per interessarsi, per contro-accusare e sceverare il vero dal falso. Non per voltarsi dall’altra parte e plaudire alla condanna universale senza contraddittorio, come fecero i peggiori antidreyfusardi, con conseguenze che macchiarono di orgoglio luciferino tutto il Novecento.

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16 FEBBRAIO 1139 NASCITA DEL REGNO A SANTA MARIA VALOGNO NEL DUCATO DI SESSA

Posted by on Feb 14, 2019

16 FEBBRAIO 1139 NASCITA DEL REGNO A SANTA MARIA VALOGNO NEL DUCATO DI SESSA

In questi giorni si ricorda la caduta di Gaeta e la conseguente scomparsa dell’antico e glorioso Regno nato come Sicilia divenuto poi di Napoli e chiusosi come Regno delle Due Sicilie.

Presi dalla devastante tragicità di quei giorni, che ancora oggi paghiamo a caro prezzo, spesso ci dimentichiamo che il Regno nasce, ufficialmente legittimato da Papa Innocenzo II a maggio del 1139, dopo la battaglia di San Germano tra il suddetto Papa e Ruggero II il Normano e la conseguente pace di Galluccio.

In quei tumultuosi giorni Papa Innocenzo II si rifugio per qualche tempo a Santa Maria Valogno, un casale del Ducato di Sessa, e sorpreso dell’accoglienza e dall’umanita della comunita che l’aveva ospitato prima di andare via diede facolta alla chiesa della Madonna del Mirteto di officiare ogni anno, il 16 febbraio, l’Indulgenza Plenaria.

Saranno coincidenze o come penso per volonta divina il Regno nasce con Indulgenza Plenaria il 16 febbraio e finisce il 17 febbraio in un piccolo quadrato di pochi km quadrati in alta terra di lavoro tra Gaeta, Sessa, Montecassino e Mignano.

Sabato 16 febbraio al Santuario della Madonna del Mirteto di Santa Maria Valogno ci sara una giornata di preghiera per la ricorrenza dell’Indulgenza Plenaria con la celebrazione di messe dal rito antico in Latino di seguito il programma ufficiale.

Claudio Saltarelli

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L’Uomo della Sindone venne crocefisso e trafitto al costato

Posted by on Gen 11, 2019

L’Uomo della Sindone venne crocefisso e trafitto al costato

Filippo Marchisio, primario di Radiologia all’ospedale di Rivoli, e Pier Luigi Baima Bollone, celebre sindonologo, hanno trovato che l’Uomo della Sindone porta i segni di fratture compatibili con una crocefissione. I due ricercatori hanno anche confermato che le macchie di sangue “sono assolutamente realistiche” e hanno individuato il punto esatto in cui la lancia ha colpito il costato. Ancor più screditata, invece, la ricerca del 1988 che aveva datato la Sindone al Medioevo. Le indagini devono continuare in ambito multidisciplinare, per la complessità di un oggetto unico al mondo che sfida la scienza per il mistero dell’immagine umana impressa. Un’immagine che commuove per la sua drammatica veridicità.

L’anteprima dei risultati di una nuova ricerca è stata presentata su La Stampa del 2 gennaio scorso. Reca le autorevoli firme di Filippo Marchisio, primario di Radiologia all’ospedale di Rivoli, e di Pier Luigi Baima Bollone, celebre sindonologo, per molti anni professore ordinario di Medicina legale nell’Università di Torino e direttore del Centro Internazionale di Sindonologia.

L’indagine è partita dalla constatazione che l’Uomo della Sindone sembra avere il braccio destro più lungo di sei centimetri rispetto al sinistro. I due studiosi attribuiscono questa apparente anomalia a una frattura al gomito o a una lussazione alla spalla, compatibili con una crocifissione; tenendo conto anche della forzata piegatura delle braccia necessaria per vincere la rigidità cadaverica al momento della sepoltura.

Sulla Sindone la parte superiore delle braccia e le spalle non sono visibili a causa del danno provocato da un incendio nel 1532, quando la Sindone era conservata a Chambéry, nella cappella del castello dei duchi di Savoia. Marchisio ha usato la TAC e si è avvalso di un volontario di 32 anni, dal fisico atletico come l’Uomo della Sindone, per la ricostruzione delle parti mancanti mediante una sovrapposizione di immagini. “La TAC permette una riproduzione perfetta delle volumetrie del corpo, consentendoci di ricostruire le parti mancanti senza la soggettività insita nella creazione artistica”, ha ricordato Marchisio. “La TAC sottolinea l’incoerenza della posizione di spalle e mani, un elemento ulteriore che avalla l’ipotesi che l’Uomo della Sindone sia stato realmente crocifisso”.

I due ricercatori hanno confermato che le macchie di sangue presenti sulla Sindone sono “assolutamente realistiche” e hanno individuato il punto esatto in cui la lancia ha trafitto il costato. Hanno potuto così individuare quali organi vennero lesionati “liberando una raccolta di sangue nel cavo pleurico”. Marchisio aggiunge che “il sangue è colato soprattutto a destra, convogliato dal canale formato dal braccio contiguo al corpo sino al gomito, e si è quindi raccolto a formare la cintura di sangue nella zona lombare; i rapporti anatomici svelati dalla ricostruzione delle parti mancanti lo confermano: è la dimostrazione della straordinarietà e della coerenza della Sindone. Più la si studia e più riserva sorprese”.

È imminente la pubblicazione anche di un altro studio, condotto da Baima Bollone con Grazia Mattutino, criminologa dell’Istituto di Medicina Legale di Torino, che ha lavorato su importanti casi di cronaca giudiziaria. Presso l’Istituto sono conservati alcuni fili della Sindone, prelevati durante le indagini del 1978. L’analisi di questi campioni ha permesso l’individuazione di particelle di oro, argento e piombo, dovuti al contatto del Sacro Lino con il prezioso reliquiario che lo custodiva. È stata identificata anche un’alga, che forse si trovava nell’acqua usata per spegnere l’incendio di Chambéry. Sono presenti pure acari, pollini e particelle dell’inquinamento dovuto alle automobili. Per secoli la Sindone è stata conservata in una cassetta che non era a tenuta stagna e anche le ostensioni hanno contribuito alla sua contaminazione.

Proprio per le vicissitudini subite dalla Sindone, non è ritenuta valida la datazione eseguita con il metodo del radiocarbonio nel 1988, che collocò l’origine della Sindone nel Medio Evo. La scelta della zona da cui i campioni furono prelevati era errata: da un angolo molto inquinato, che è stato anche restaurato. Il biochimico Alan D. Adler, membro della Commissione per la conservazione della Sindone, ha analizzato 15 fibre estratte dal campione sindonico usato per la datazione radiocarbonica. Dopo un confronto con 19 fibre provenienti da varie altre zone della Sindone, ha riscontrato sul campione usato per la radiodatazione un grado di inquinamento tale da poter dichiarare che esso non è rappresentativo dell’intero lenzuolo.

D’altronde un telo ha una superfice totale di interscambio con l’ambiente, non c’è la possibilità di un prelievo in una zona che non abbia avuto contatti con l’esterno. Proprio per questo la Beta Analytic, uno dei più importanti laboratori al mondo per le analisi radiocarboniche, è molto prudente nell’analisi dei tessuti. Sul suo sito si legge: “Beta Analytic non effettua la datazione di tessuti, a meno che questa sia parte di un processo di ricerca multidisciplinare”. E viene precisato: “Il laboratorio non esegue la datazione di tessuti o altri oggetti di valore elevato o inestimabile, a meno che il pagamento e l’invio del campione siano effettuati da un ente statale, da un museo o da un altro istituto riconosciuto che stia studiando i materiali all’interno di un processo di ricerca multidisciplinare. È possibile inviare il materiale tramite un archeologo professionista, che dichiari che il campione è adatto per la datazione al radiocarbonio”. Si sottolinea inoltre: “I campioni prelevati da un tessuto trattato con additivi o conservanti generano un’età radiocarbonica falsa”.

Le indagini sulla Sindone, perciò, devono essere sempre condotte in un ambito multidisciplinare, proprio per la complessità di questo oggetto unico al mondo, che sfida la scienza per il mistero  dell’immagine umana impressa. Un’immagine che commuove per la sua drammatica veridicità.

fonte http://lanuovabq.it/it/luomo-della-sindone-venne-crocefisso-e-trafitto-al-costato

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