Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

“SAN PIETRO AD ARAM”: BASILICA DALLA STORIA ANTICHISSIMA a NAPOLI

Posted by on Mag 3, 2019

“SAN PIETRO AD ARAM”: BASILICA DALLA STORIA ANTICHISSIMA a NAPOLI

San Pietro ad Aram è uno dei numerosi edifici sacri monumentali di Partenope

Il complesso religioso (che si erge nel Centro Storico e che, fino all’Ottocento, era affiancato da un magnifico chiostro, ndr) è fra i più noti dell’area dato che, secondo la tradizione, custodirebbe l’Ara Petri, ovvero l’altare su cui pregò San Pietro durante la sua venuta a Napoli. Sarebbe, tra l’altro, anche il luogo dove il discepolo avrebbe battezzato Santa Candida e Sant’Aspreno, i primi napoletani convertiti (come narra anche l’affresco nel vestibolo recentemente attribuito a Girolamo da Salerno, ndr).

Una Basilica, dunque, dalla storia antichissima. Papa Clemente VII le concesse, proprio per il suo immenso valore storico, il privilegio di poter celebrare il Giubileo un anno dopo quello di Roma, in modo da evitare un eccessivo affollamento nella capitale pontificia ed un viaggio che, al tempo, era particolarmente difficoltoso e faticoso per il popolo napoletano. I post-giubilei, più nello specifico, furono celebrati nel 1526, nel 1551 ed infine nel 1576. Papa Clemente VIII abolì, tuttavia, questo privilegio alla città nel XVII secolo. L’attuale ristrutturazione è del XVII secolo (compiuta negli anni fra il 1650 e il 1690), su precedente disegno di Pietro De Marino e Giovanni Mozzetta.

Alla fine dell’Ottocento, coi lavori del cosiddetto Risanamento, i capitelli del distrutto chiostro (di epoca aragonese) furono trasferiti nel Sacello di Sant’Aspreno in Piazza Borsa.

La facciata della struttura è in un sobrio Stile Neoclassico. La parte inferiore è tripartita in fasce verticali da quattro lesene scanalate corinzie. Nella fascia centrale si trova il portale, inserito all’interno di una strombatura poco profonda con arco a tutto sesto sorretto da due colonne tuscaniche. In ciascuna delle due zone laterali, nello specifico, si trova un’apertura ad arco. L’area superiore, separata da quella sottostante tramite un cornicione decorato con bassorilievi, è divisa in due livelli: quello più basso presenta due finestre ottagonali con al centro un frontone semicircolare con oculo; quello in alto, invece, un finestrone sormontato da un frontone triangolare.

Il portale dell’ingresso secondario (del XVI secolo) è in pietra scolpita a motivi di girali vegetali e proviene dal Conservatorio dell’Arte della Lana, in Vico Miroballo, demolito per i lavori voluti per la ristrutturazione della città.

L’interno è a navata unica ed a croce latina. Nel vestibolo vi è l’altare in marmo con iscrizione angioina e colonnine sveve, sormontato dal baldacchino di Giovan Battista Nauclerio.

Di grande bellezza sono il rilievo con la Madonna delle Grazie di Giovanni da Nola, la Tela con il Giubileo di Wenzel Cobergher (1594), il San Raffaele di Giacinto Diano, il Battesimo di Cristo di Massimo Stanzione, la Madonna con San Felice da Cantalice di Andrea Vaccaro.

Nel presbiterio, inoltre, sono collocate due tele giovanili di Luca Giordano: San Pietro e San Paolo si abbracciano prima di andare al martirio e La consegna delle chiavi. Il coro ligneo, del 1661, è di Giovan Domenico Vinaccia. Nelle rimanenti cappelle, tra gli altri, è possibile ammirare dei dipinti di Sarnelli, Pacecco De Rosa, Giacinto Diano, Cesare Fracanzano e Nicola Vaccaro.

Dal transetto sinistro si scende nella cripta che, in seguito ai restauri del 1930, si rivelò essere una chiesa paleocristiana. Questa presenta tre navate, articolate con colonne monolitiche in marmo, dove sono state scoperte anche delle catacombe. In queste ultime è presente un culto delle anime del purgatorio simile a quello praticato nel Cimitero delle Fontanelle.

fonte http://www.villasignorini.it/it/san-pietro-ad-aram-basilica-dalla-storia-antichissima/

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La Questione Romana

Posted by on Mag 3, 2019

La Questione Romana

Renato Cirelli, La Questione Romana. Il compimento dell’unificazione che ha diviso l’Italia, con una introduzione di Marco Invernizzi, Mimep-Docete, Pessano (Milano) 1997, pp. 144, £. 15.000

In senso proprio, di Questione Romana si inizia a parlare quando al conflitto fra potere temporale della Chiesa e Rivoluzione italiana viene posto definitivamente termine da parte del neonato Regno d’Italia con la breccia di Porta Pia del 1870. Soluzione unilaterale e brutale, che violava in maniera clamorosa i diritti della Santa Sede, essa creava uno strappo enorme nelle relazioni fra Stato e Chiesa. La storia della Questione Romana è la storia dei tentativi fatti dal governo italiano — in un contesto internazionale tutt’altro che neutro e disinteressato — per sanare giuridicamente tale lacerazione, cosa cui si arriverà soltanto nel 1929, con i trattati lateranensi.

Ma Porta Pia è soltanto l’ultimo atto di una vicenda che si apre ai tempi delle repubbliche giacobine e del dominio napoleonico in Italia e che conosce la sua fase cruciale negli anni 1859-1870, quando la base territoriale del potere temporale della Chiesa viene, per tappe successive, soppressa.

Questa prima fase della Questione Romana è il tema de La Questione Romana. Il compimento dell’unificazione che ha diviso l’Italia, ricerca di Renato Cirelli intesa a offrire una prima introduzione al problema e una serie di indicazioni per chi intenda approfondirlo.

L’autore, nato a Ferrara il 26 ottobre 1948, milita in Alleanza Cattolica dalla metà degli anni 1970 e coltiva la storia moderna e contemporanea, di cui scrive in Cristianità e sul Secolo d’Italia; ha inoltre collaborato al volume Voci per un «Dizionario del Pensiero Forte» (Cristianità, Piacenza 1997).

Lo studio — articolato in diciotto brevi capitoli (pp. 19-104) e in una conclusione (pp. 105-110) — prende le mosse dagli anni 1859-1861, nei quali si compie l’unità della Penisola sotto la dinastia sabauda, unità ottenuta a prezzo di un primo decisivo attentato al principio e alla realtà della sovranità temporale del Papa conquistando militarmente e incorporando nel Regno d’Italia le Legazioni emiliano-romagnole, le Marche e l’Umbria (pp. 19-26).

Nel 1860 (pp. 27-29), come risposta alle occupazioni dell’anno precedente, Papa Pio IX commina la scomunica al sovrano sabaudo. Il Pontefice — sottolinea Cirelli — è ben consapevole «[…] di non avere davanti a sé un semplice progetto politico diverso dal proprio, ma, al contrario, un progetto filosofico, etico, religioso e solo successivamente politico radicalmente nemico del cattolicesimo» (p. 27), che si era già palesato nella vicenda della Repubblica Romana del 1849 e nella legislazione laicistica del Regno di Sardegna negli anni 1850. Con questo intervento, il Pontefice inizia a porre pubblicamente il problema e a indicarne la radice in un terreno eminentemente religioso: come può la Sede Apostolica avere garantita l’autonomia necessaria alla sua missione universale se viene privata di una base temporale e istituzionale?

Al problema della libertà della Sede Apostolica si sovrappone il problema altrettanto grave della libertà della Chiesa in Italia, cui viene in quegli anni gradualmente estesa la legislazione laicistica già in vigore nel regno sabaudo, provocando reazioni da parte delle popolazioni, tanto più violente quanto più si scendeva verso il Meridione della Penisola. Il neonato potere liberale, conscio di governare su una base elettorale percentualmente irrisoria un paese totalmente cattolico, inizia a porsi il problema del consenso popolare e a considerare aperture verso la Chiesa.

Prende così corpo, alla fine del 1860, una prima missione, guidata da parte italiana da don Carlo Pazzaglia e da Diomede Pantaleoni (pp. 33-39). Il Regno d’Italia intende ottenere dal Papa — che ha delegato ai colloqui i cardinali Girolamo D’Andrea e Vincenzo Santucci — l’abbandono totale e definitivo della sovranità statale, nonché l’assenso a una radicale ristrutturazione della Chiesa italiana; in cambio, propone notevoli concessioni economiche, concede uno status giuridico particolare al Magistero papale e afferma la sua non ingerenza nella vita ecclesiastica. Le trattative tuttavia si arenano dopo poco tempo e la missione s’interrompe nel marzo del 1861. Perdurando infatti un clima civile nel quale le violenze anticattoliche e la dura politica laicistica imperversavano senza tregua, il Vaticano formula legittimi dubbi sulla reale volontà conciliatoria del governo italiano, presieduto ancora per pochi mesi dal conte Camillo Benso di Cavour.

Ma, parallelamente alla missione Pazzaglia-Pantaleoni, una trattativa segreta — sembra, impostata a una minore intransigenza da entrambe le parti — viene condotta direttamente da Cavour e dal cardinale segretario di Stato Giacomo Antonelli. Una bozza di dispositivo in tredici articoli prevedeva «[…] l’abolizione di tutta la legislazione anticattolica, la salvaguardia economica della Chiesa italiana e l’entrata in Senato di diritto dei cardinali italiani, […] il riconoscimento dell’alta sovranità del Papa sui territori dell’ ex-Stato Pontificio con la cessione dei poteri civili e militari al Re d’Italia costituito vicario del Papa. Il re d’ Italia viene incoronato dal Papa e promosso generalissimo delle guardie nobili papaline» (p. 36). La morte improvvisa di Cavour interrompe però anche questo canale segreto con il quale la Santa Sede si prefiggeva forse — per così dire — di «deiacobinizzare» la Rivoluzione italiana per potere poi benedire il nuovo regno.

La Convenzione di Parigi del 15 settembre 1864 (pp. 41-43) fra governo italiano e Impero francese — che prevede l’abbandono di Roma da parte delle truppe francesi a difesa della Santa Sede dal 1849 —«[…] si rivela — a giudizio dell’autore — un equivoco gioco delle parti. L’Italia la sottoscrive con riserva mentale poiché nessun esponente politico italiano si pone il problema di rinunciare a Roma, ma vuole solo prendere tempo in attesa di congiunture più favorevoli all’ annessione. Napoleone III accetta la Convenzione con spirito machiavellico, nell’intento di sottrarsi a una situazione imbarazzante […]» (p. 43). Il Papa viene tenuto all’oscuro di tutto, mentre i cattolici francesi insorgono vedendolo completamente abbandonato ai suoi avversari.

In questo frangente, l’8 dicembre 1864, viene pubblicata l’enciclica Quanta cura con l’annesso Sillabo degli errori moderni (pp. 45-48). La massima istanza del cattolicesimo ribadisce la sua condanna delle dottrine della modernità religiosa e filosofica — il che non significa opporsi al portato delle scienze moderne, ma alla matrice gnostica della Rivoluzione — e descrive il quadro che sta alla base del progetto laicista e anti-temporalista del Risorgimento italiano. Il documento provoca reazioni feroci nel mondo ufficiale e negli ambienti anticlericali italiani e lo scontro fra i due mondi raggiunge il suo apice.

Ciononostante (pp. 49-52) matura un altro tentativo di mediazione, particolarmente indirizzato a risolvere il problema delle sedi vescovili italiane vacanti o prive di pastore — centosettanta su duecentoventinove — in conseguenza del mancato exequatur da parte del Governo o di sanzioni legali, quali l’esilio o la carcerazione. Nata per iniziativa di don Giovanni Bosco, viene iniziata dal deputato Saverio Vegezzi e dall’avvocato Giovanni Maurizio una trattativa che coinvolge direttamente il re e il Papa. Essa termina con l’ottenimento del rientro in sede di trentasette presuli, ma s’ infrange contro l’intransigenza di influenti membri del Governo — in particolare di Quintino Sella —, più «realisti» del re stesso.

Alla fine dell’anno 1866 (pp. 53-55) i contatti vengono ripresi dal governo di Urbano Rattazzi attraverso il professor Michelangelo Tonello. Ma le impreviste dimissioni del primo ministro interrompono i colloqui. Le sconfitte patite nella guerra contro l’Austria — a Custoza e a Lissa —, d’altro canto, vedono il governo italiano propendere sempre più per una soluzione militare nei confronti dello Stato Pontificio, che rialzi il prestigio del Regno d’Italia.

Nel 1867, dopo che (pp. 59-63) l’apparato militare pontificio rafforzato riesce ad aver ragione del brigantaggio criminale che — talora come riflusso della seconda fase della guerriglia legittimistica del Meridione (pp. 65-67) — infestava alcune zone del Lazio, viene annunciata la prossima convocazione di un concilio generale in Vaticano. Viene anche attuata l’alienazione dei beni ecclesiastici, che inizia a provocare gravi conseguenze di carattere economico e sociale (pp. 69-71). Lo stesso anno si assiste a un primo tentativo delle formazioni repubblicane, mazziniane e garibaldine, d’invadere il Lazio. «Il piano di Garibaldi — scrive Cirelli — è quello di provocare una insurrezione popolare a Roma e nel Lazio, appoggiata al momento opportuno da un intervento di volontari guidati da lui stesso e organizzare infine un plebiscito che chieda, secondo lo schema già collaudato, l’annessione all’Italia, in modo da rendere giustificabile l’ intervento del regio Esercito» (p. 74). Mentre l’insurrezione, nonostante l’infiltrazione di numerosi guerriglieri in Roma stessa, non scoppia, i volontari garibaldini vengono affrontati dalle truppe pontificie del generale Hermann Kanzler e, dopo varie vicissitudini, davanti allo sbarco di ventimila francesi avvenuto a Civitavecchia, si ritirano e sono intercettati dai pontifici a Mentana, dove il 3 novembre 1867 subiscono una dura sconfitta.

Una ripresa di sondaggi da parte italiana (pp. 85-86) si ha nel 1868, con l’invio a Roma del conte bresciano Alessandro Fé d’Ostiani su incarico del governo di Luigi Federico Menabrea. Inaffti, «le trattative riprendono in settembre, ma quando il cardinale Antonelli fa capire che la Santa Sede è più interessata a risolvere una serie di problemi concreti piuttosto che discutere una proposta di modus vivendi, Menabrea decide di richiamare a Firenze Fé d’Ostiani, stupendo tutti per questa brusca interruzione dei colloqui» (p. 86).

Frattanto, la pressione dell’anticlericalismo (pp. 87-90) si fa parossistica al momento della condanna a morte, alla fine del 1868, dei due esecutori materiali di un grave attentato perpetrato l’anno precedente e, soprattutto, in coincidenza con l’apertura — l’8 dicembre 1869 — del Concilio Vaticano. Contemporaneamente, lo scoppio della guerra franco- prussiana — destinata a terminare con la sconfitta e con la caduta di Napoleone III Bonaparte — interrompe il Concilio. I rovesci francesi hanno come effetto la definitiva partenza da Roma dei francesi e il Papa resta così difeso solo dal suo piccolo esercito e dalle milizie internazionali degli zuavi e della legione di volontari francesi detta di Antibo. Davanti a chiari segnali della volontà italiana — venuto meno lo scudo francese all’indomani di Sedan — di occupare lo Stato della Chiesa (pp. 91-100), Papa Pio IX decide di non fuggire ma di subire l’occupazione, rifiutando di accettarla positivamente, come peraltro richiestogli in extremis dal governo italiano. Così, «l’11 settembre, il Governo italiano rompe gli indugi e le truppe, senza dichiarazione di guerra, forti di circa sessantacinquemila uomini, iniziano l’invasione dello Stato pontificio agli ordini del generale Raffaele Cadorna» (p. 93). Le colonne italiane giungono ben presto, dopo aver disperso sporadiche resistenze pontificie, sotto le mura di Roma. Il Papa, in una lettera al generale Kanzler, darà queste istruzioni ai suoi ultimi difensori: «In quanto poi alla durata della difesa, sono in dovere di ordinare che questa debba unicamente consistere in una protesta, atta a contestare la violenza e nulla più, cioè di aprire trattative per la resa ai primi colpi di cannone» (p. 96). Alle 10 e 30 del 20 settembre, dopo tre ore di cannoneggiamento — protratto dopo la resa —, i pontifici si arrendono e le truppe italiane entrano in Roma da Porta Pia. «Pio IX, il 1° novembre 1870, con l’ enciclica Respicientes ea dichiara non validi tutti gli atti che hanno portato alla spoliazione dei beni pontifici e commina la scomunica maggiore contro tutti i responsabili dell’usurpazione e i partecipanti all’ occupazione, specialmente quelli che l’hanno voluta e preparata» (p. 100). Lo Stato italiano, poi, il 13 maggio 1871 promulga unilateralmente la legge delle Guarentigie (pp. 101-104).

Con la conquista di Roma e la rottura fra Stato e Chiesa in Italia si apre una pagina di storia, densa di conseguenze per le sorti dell’Italia e del mondo cattolico — si pensi al non expedit, che vieta ai cattolici la lotta per il potere politico, la conseguente mancata formazione di una classe politica integralmente cattolica, il monopolio conquistato dai cattolico-democratici in campo politico —, che si chiuderà formalmente solo sessant’anni dopo.

Il testo — introdotto da Marco Invernizzi, che colloca il problema e lo studio su di esso in una prospettiva storica più ampia — è preceduto da un quadro dei principali avvenimenti degli anni 1859- 1870 (pp. 11-18) ed è completato da tre appendici, che riportano i principali documenti relativi alla vicenda — rispettivamente, la Convenzione di Settembre 1864 (pp. 111-112), la lettera di re Vittorio Emanuele II a Papa Pio IX e la risposta di questi, rispettivamente dell’8 e dell’11 settembre 1870 (pp. 113-116), e il testo della legge delle Guarentigie (pp. 117- 122) —, poi da schede sui protagonisti (pp. 123-134); sono quindi forniti orientamenti bibliografici per l’ approfondimento (pp. 135-140).

La semplicità del volume — non disgiunta dall’ampiezza dell’indagine e dalla sicura interpretazione dei fatti — ne fa lettura particolarmente raccomandabile per chi studia — gli «studenti» appunto sia delle scuole superiori che dell’università — e per chi dovrebbe studiare — gli uomini politici e i cittadini tutti —, in quanto sulla Questione Romana — così come su tutto il Risorgimento — corrono stereotipi ideologici che è bene correggere, se si vuol comprendere veramente la storia d’Italia e contribuire — ciascuno nel suo ruolo e nella misura delle sue capacità — a un’autentica restaurazione della politica.

Oscar Sanguinetti

fonte https://alleanzacattolica.org/renato-cirelli-la-questione-romana-il-compimento-dellunificazione-che-ha-diviso-litalia-con-una-introduzione-di-marco-invernizzi-mimep-docete-pessano-milano-1997-pp-144-1/

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Mazzini, figlio del dio progresso, di Marco Roncalli

Posted by on Apr 27, 2019

Mazzini, figlio del dio progresso, di Marco Roncalli

Ci sono le venti paginette Dal Papa al Concilio scritte nel 1832 e riviste nel 1849 con un’analisi spietata in cui si dichiara «spento moralmente il Papato» e si invoca un Concilio «raccolto da un popolo libero e affratellato nel culto del Dovere e dell’Ideale, dei migliori per senno e virtù fra i credenti nelle cose eterne, nella missione della creatura di Dio sulla terra, nell’adorazione della Verità progressiva».

E c’è la lunga lettera Dal Concilio a Dio , scritta nel 1870, due anni prima della morte in casa Rosselli, sorta di testamento politico­religioso in cui, rivolto ai Padri riuniti al Vaticano I sull’infallibilità del pontefice, l’autore esplicita non solo punti di dissenso dalla Chiesa cattolica, ma la sua Weltanschauung, religiosa, ma tutt’altro che cristiana: «Il vostro dogma si compendia nei due termini: Caduta e Redenzione; il nostro nei due: Dio e Progresso. Termine intermedio tra la Caduta e la Redenzione è, per voi, l’incarnazione del Figlio di Dio: termine intermedio per noi tra Dio e la sua Legge è l’incarnazione progressiva di quella Legge nell’Umanità, chiamata a scoprirla lentamente e compirla attraverso un avvenire incommensurabile… Noi crediamo nello Spirito, non nel Figlio di Dio».

C’è il breve testo Dubbio e fede del 1862, amaro, ma non rassegnato, in cui la fiducia in Dio si lega al dovere per il riscatto della Patria contro la tirannide papale e il cancro del materialismo. E c’è, infine, una ancor più breve Preghiera a Dio per i piantatori , nata nel 1846 come un contributo sull’abolizione della schiavitù, nella quale si chiede a Dio di intercedere non nei confronti degli schiavi, ma dei proprietari, i piantatori di cotone, affinché «l’angelo del pentimento discenda e si accosti al loro guanciale di morte».

I quattro scritti mazziniani appena illustrati, senza dimenticare i Doveri dell’uomo non solo ci dicono molto sull’importanza della religione per il celebre genovese così deciso a tenere separati potere temporale e spirituale, nonché tenace oppositore di ogni assolutismo clericale o laico, ma, a ben guardare, sembrano andar oltre il loro legame con la lotta per l’unità d’Italia, pur così evidente.

Resta chiaro il dato di una religione che è solo quella del Progresso e di una Rivelazione che, per Mazzini, configura un fenomeno molto più grande della vicenda narrata nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Con un approccio a Gesù considerato «fratello» ma non «Signore e Redentore», «uomo esemplare», sì, ma non Dio, né mediatore tra l’uomo e Dio, che è Dio di tutti e non d’una casta, che «esiste, perché noi esistiamo», che «vive nella nostra coscienza, nella coscienza dell’Umanità, nell’Universo che ci circonda», «Dio resta, come resta il Popolo, immagine di Dio sulla terra».

Insomma, un Mazzini meno conosciuto quello in questa raccolta curata da Andrea Panerini, sintesi di un pensiero religioso (nonostante l’influenza nella formazione della madre, Maria Drago, religiosissima e di alcuni sacerdoti giansenisti) lontano da tutte le ortodossie cristiane. «Crediamo in un cielo nel quale siamo, moviamo, amiamo, che abbraccia, come Oceano seminato d’isole, la serie indefinita delle nostre esistenze; crediamo nella continuità della vita, nella connessione di tutti i periodi diversi, attraverso i quali essa si trasforma e si svolve, nell’eternità degli affetti virtuosi, serbati con costanza fino all’ultimo giorno d’ogni nostra esistenza…».

Il triumviro, che nelle poche settimane di vita della Repubblica Romana (1849), aveva fatto sventolare la bandiera con il motto dell’avvenire, ‘Dio e il Popolo’ più tardi così riassume il suo credo: «Splenda sulla santa Crociata il segno della Nuova fede: Dio, Progresso, Umanità. Dio, principio e fine di ogni cosa. Progresso, la legge da lui data alla Vita. L’Umanità, l’interprete, nel tempo e a tempo, di quella Legge».

Una religione in cui c’è una storia umana che ha un senso, attua un progetto divino, ma per il profeta dell’Unità nazionale, nel segno di una parola ignota all’antichità, resa a forza sacra, il Progresso, e dove il cristianesimo è ridotto a etica.

fonte http://www.gliscritti.it/blog/entry/1013

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SCRITTA PRO ABORTO SULLA CHIESA… LA RISPOSTA DEL PARROCO don Andrea Bellò

Posted by on Apr 27, 2019

SCRITTA PRO ABORTO SULLA CHIESA… LA RISPOSTA DEL PARROCO don Andrea Bellò

«Caro scrittore anonimo di muri,
Mi dispiace che tu non abbia saputo prendere esempio da tua madre. Lei ha avuto coraggio. Ti ha concepito, ha portato avanti la gravidanza e ti ha partorito. Poteva abortirti. Ma non l’ha fatto. Ti ha allevato, ti ha nutrito, ti ha lavato e ti ha vestito. E ora hai una vita e una libertà. Una libertà che stai usando per dirci che sarebbe meglio che anche persone come te non ci dovrebbero essere a questo mondo.
Mi dispiace ma non sono d’accordo. E ammiro molto tua mamma perché lei è stata coraggiosa. E lo è tutt’ora, perché, come ogni mamma, è orgogliosa di te, anche se ti comporti male, perché sa che dentro di te c’è del buono che deve solo riuscire a venire fuori. L’aborto è il “non senso” di ogni cosa. È la morte che vince contro la vita. È la paura che vince su un cuore che invece vuole combattere e vivere, non morire. È scegliere chi ha diritto di vivere e chi no, come se fosse un diritto semplice. É un’ideologia che vince su un’umanità a cui si vuole togliere la speranza. Ogni speranza. Io ammiro tutte quelle donne che pur tra mille difficoltà hanno il coraggio di andare avanti.
Tu evidentemente di coraggio non ne hai. Visto che sei anonimo. E già che ci siamo vorrei anche dirti che il nostro quartiere è già provato tanti problemi e non abbiamo bisogno di gente che imbratta i muri e che rovina il poco di bello che ci è rimasto. Vuoi dimostrare di essere coraggioso? Migliora il mondo invece di distruggerlo. Ama invece di odiare. Aiuta chi è nella sofferenza a sopportare le sue pene. E dai la vita, invece di toglierla! Questi sono i veri coraggiosi! Per fortuna il nostro quartiere, che tu distruggi, è pieno di gente coraggiosa! Che sa amare anche te, che non sai neanche quello che scrivi!
Io mi firmo:
don Andrea»

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Vai alla messa in latino? Sei più fedele alla dottrina

Posted by on Apr 15, 2019

Vai alla messa in latino? Sei più fedele alla dottrina

Usa. Per la prima volta una ricerca statistica su vasta scala confronta fedeltà alla dottrina, apertura alla vita e rifiuto dei contraccetivi e dell’aborto tra i fedeli che scelgono di frequentare la messa in forma straordinaria e quelli che optano per il novus ordo. I risultati sono sorprendenti. Almeno per la sociologia. 

Sul confronto tra la messa vetus ordo, quella rigorosamente in latino per capirci, e quella novus ordo, così come ordinariamente celebrata oggi in ogni chiesa, si registra da anni, in seno al mondo cattolico, un dibattito intenso, a tratti pure assai vivace. Trattasi, per lo più, di dispute su aspetti liturgici, teologici e pastorali sui quali, per ovvi motivi, la sociologia non mai messo il becco. Fino ad oggi, s’intende. Sì, perché è stata da poco diffusa una nuova ricerca che si occupa proprio di questo, e cioè di mettere a fuoco se vi siano differenze significative negli atteggiamenti e nelle condotte dei fedeli a seconda del tipo di messa che essi sono soliti frequentare.

Nello specifico lo studio, a cura di don Donald Kloster, sacerdote laureatosi all’università del Texas, è stato realizzato sondando pensieri e opinioni di un campione di 1.322 persone tramite sondaggi anonimi, il tutto in un arco temporale che va dal marzo al novembre 2018. Le stesse domande sono state messe on line, con il questionario che ha ottenuto 451 risposte. Alla fine, ad essere interessati dalla ricerca sono stati fedeli americani provenienti da ben 16 differenti Stati, il che le conferisce una dimensione internazionale e perciò ancora più interessante.

Le domande del questionario vertevano su ambiti diversificati quali l’approvazione o meno di contraccezione, aborto e matrimonio omosessuale, la frequenza di partecipazione alla messa settimanale e il tasso di fertilità. Ebbene, che cosa si è scoperto? Molte cose meritevoli di riflessione.

Tanto per cominciare, si è riscontrata una netta difformità nell’adempimento agli obblighi settimanali quali, appunto, la frequenza alla messa, che è di uno sconfortante 22 per cento tra i cattolici che vanno alla messa novus ordo mentre sale addirittura del 99 tra quanti hanno come riferimento quella in latino. Stessa cosa per la confessione: il 98 per cento dei fedeli del vetus ordo si confessa almeno una volta l’anno, contro il 25 degli altri. Differenze enormi, che si rispecchiano anche nell’adesione alla morale.

Infatti i fedeli del vetus ordo risultano in piena sintonia con gli insegnamenti della Chiesa. Basti dire che appena il 2 per cento di questi approva la contraccezione e il matrimonio tra persone dello stesso sesso e solamente l’1 per cento l’aborto. Oggettivamente, percentuali da contagocce.

Una musica ben diversa, purtroppo, fra gli altri cattolici, con l’89 per cento che tollera la contraccezione, il 67 favorevole alle nozze gay e il 51 perfino all’aborto. Uno scenario, quest’ultimo, che sarebbe eufemistico definire preoccupante, e che testimonia la necessità di maggiori formazione e conoscenza tra i cattolici imbevuti, talvolta a loro insaputa, di cultura dominante.

Degno di nota, inoltre, è il dato demografico, con la bilancia della natalità ancora una volta nettamente sbilanciata da una parte. Più precisamente, posto che le famiglie religiose rispetto a quelle che non lo sono risultano generalmente già più prolifiche, si è visto che le donne che frequentano la messa in forma straordinaria hanno un tasso di fertilità di 3,6 figli, contro i 2,3 delle altre. Un dato rilevante che suggerisce come, in prospettiva, quanti preferiscono la messa in latino saranno sempre di più. Altro che estinzione.

Certo, questa pur stimolante e pionieristica ricerca lascia comunque aperto un dilemma dal sapore marzulliano ma in verità fondamentale, che è il seguente: si va alla messa “tridentina” perché si è più fedeli alla dottrina cattolica oppure si è più fedeli alla dottrina cattolica perché si frequenta la messa in latino? Probabilmente entrambe le cose, nel senso che poi parecchio, in realtà, dipende dall’esperienza individuale di ciascuno.

Quel è che certo è che quella parte di mondo cattolico oggi così dialogante con la modernità laica e laicista di messa in latino non vuol manco sentir parlare. Ed è un peccato perché da quella messa e, soprattutto, da coloro che la frequentano ci sarebbe molto da imparare.

Giuliano Guzzo

fonte http://lanuovabq.it/it/vai-alla-messa-in-latino-sei-piu-fedele-alla-dottrina

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La Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali- TESTO INTEGRALE di Benedetto XVI

Posted by on Apr 13, 2019

La Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali- TESTO INTEGRALE di Benedetto XVI

Dal 21 al 24 febbraio 2019, su invito di Papa Francesco, si sono riuniti in Vaticano i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo per riflettere insieme sulla crisi della fede e della Chiesa avvertita in tutto il mondo a seguito della diffusione delle sconvolgenti notizie di abusi commessi da chierici su minori. La mole e la gravità delle informazioni su tali episodi hanno profondamente scosso sacerdoti e laici e in non pochi di loro hanno determinato la messa in discussione della fede della Chiesa come tale. Si doveva dare un segnale forte e si doveva provare a ripartire per rendere di nuovo credibile la Chiesa come luce delle genti e come forza che aiuta nella lotta contro le potenze distruttrici.

Avendo io stesso operato, al momento del deflagrare pubblico della crisi e durante il suo progressivo sviluppo, in posizione di responsabilità come pastore nella Chiesa, non potevo non chiedermi – pur non avendo più da Emerito alcuna diretta responsabilità – come, a partire da uno sguardo retrospettivo, potessi contribuire a questa ripresa. E così, nel lasso di tempo che va dall’annuncio dell’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali al suo vero e proprio inizio, ho messo insieme degli appunti con i quali fornire qualche indicazione che potesse essere di aiuto in questo momento difficile. A seguito di contatti con il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, e con lo stesso Santo Padre, ritengo giusto pubblicare su “Klerusblatt” il testo così concepito.

Il mio lavoro è suddiviso in tre parti. In un primo punto tento molto brevemente di delineare in generale il contesto sociale della questione, in mancanza del quale il problema risulta incomprensibile. Cerco di mostrare come negli anni ’60 si sia verificato un processo inaudito, di un ordine di grandezza che nella storia è quasi senza precedenti. Si può affermare che nel ventennio 1960-1980 i criteri validi sino a quel momento in tema di sessualità sono venuti meno completamente e ne è risultata un’assenza di norme alla quale nel frattempo ci si è sforzati di rimediare.

In un secondo punto provo ad accennare alle conseguenze di questa situazione nella formazione e nella vita dei sacerdoti.

Infine, in una terza parte, svilupperò alcune prospettive per una giusta risposta da parte della Chiesa.

I

Il processo iniziato negli anni ’60 e la teologia morale

  1. La situazione ebbe inizio con l’introduzione, decretata e sostenuta dallo Stato, dei bambini e della gioventù alla natura della sessualità. In Germania Käte Strobel, la Ministra della salute di allora, fece produrre un film a scopo informativo nel quale veniva rappresentato tutto quello che sino a quel momento non poteva essere mostrato pubblicamente, rapporti sessuali inclusi. Quello che in un primo tempo era pensato solo per informare i giovani, in seguito, come fosse ovvio, è stato accettato come possibilità generale.

Sortì effetti simili anche la “Sexkoffer” [valigia del sesso] curata dal governo austriaco. Film a sfondo sessuale e pornografici divennero una realtà, sino al punto da essere proiettati anche nei cinema delle stazioni. Ricordo ancora come un giorno, andando per Ratisbona, vidi che attendeva di fronte a un grande cinema una massa di persone come sino ad allora si era vista solo in tempo di guerra quando si sperava in qualche distribuzione straordinaria. Mi è rimasto anche impresso nella memoria quando il Venerdì Santo del 1970 arrivai in città e vidi tutte le colonnine della pubblicità tappezzate di manifesti pubblicitari che presentavano in grande formato due persone completamente nude abbracciate strettamente.

Tra le libertà che la Rivoluzione del 1968 voleva conquistare c’era anche la completa libertà sessuale, che non tollerava più alcuna norma. La propensione alla violenza che caratterizzò quegli anni è strettamente legata a questo collasso spirituale. In effetti negli aerei non fu più consentita la proiezione di film a sfondo sessuale, giacché nella piccola comunità di passeggeri scoppiava la violenza. Poiché anche gli eccessi nel vestire provocavano aggressività, i presidi cercarono di introdurre un abbigliamento scolastico che potesse consentire un clima di studio.

Della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente. Quantomeno per i giovani nella Chiesa, ma non solo per loro, questo fu per molti versi un tempo molto difficile. Mi sono sempre chiesto come in questa situazione i giovani potessero andare verso il sacerdozio e accettarlo con tutte le sue conseguenze. Il diffuso collasso delle vocazioni sacerdotali in quegli anni e l’enorme numero di dimissioni dallo stato clericale furono una conseguenza di tutti questi processi.

  1. Indipendentemente da questo sviluppo, nello stesso periodo si è verificato un collasso della teologia morale cattolica che ha reso inerme la Chiesa di fronte a quei processi nella società. Cerco di delineare molto brevemente lo svolgimento di questa dinamica. Sino al Vaticano II la teologia morale cattolica veniva largamente fondata giusnaturalisticamente, mentre la Sacra Scrittura veniva addotta solo come sfondo o a supporto. Nella lotta ingaggiata dal Concilio per una nuova comprensione della Rivelazione, l’opzione giusnaturalistica venne quasi completamente abbandonata e si esigette una teologia morale completamente fondata sulla Bibbia. Ricordo ancora come la Facoltà dei gesuiti di Francoforte preparò un giovane padre molto dotato (Bruno Schüller) per l’elaborazione di una morale completamente fondata sulla Scrittura. La bella dissertazione di padre Schüller mostra il primo passo dell’elaborazione di una morale fondata sulla Scrittura. Padre Schüller venne poi mandato negli Stati Uniti d’America per proseguire gli studi e tornò con la consapevolezza che non era possibile elaborare sistematicamente una morale solo a partire dalla Bibbia. Egli tentò successivamente di elaborare una teologia morale che procedesse in modo più pragmatico, senza però con ciò riuscire a fornire una risposta alla crisi della morale.

Infine si affermò ampiamente la tesi per cui la morale dovesse essere definita solo in base agli scopi dell’agire umano. Il vecchio adagio “il fine giustifica i mezzi” non veniva ribadito in questa forma così rozza, e tuttavia la concezione che esso esprimeva era divenuta decisiva. Perciò non poteva esserci nemmeno qualcosa di assolutamente buono né tantomeno qualcosa di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative. Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio.

Sul finire degli anni ’80 e negli anni ’90 la crisi dei fondamenti e della presentazione della morale cattolica raggiunse forme drammatiche. Il 5 gennaio 1989 fu pubblicata la “Dichiarazione di Colonia” firmata da 15 professori di teologia cattolici che si concentrava su diversi punti critici del rapporto fra magistero episcopale e compito della teologia. Questo testo, che inizialmente non andava oltre il livello consueto delle rimostranze, crebbe tuttavia molto velocemente sino a trasformarsi in grido di protesta contro il magistero della Chiesa, raccogliendo in modo ben visibile e udibile il potenziale di opposizione che in tutto il mondo andava montando contro gli attesi testi magisteriali di Giovanni Paolo II (cfr. D. Mieth, Kölner Erklärung, LThK, VI3,196).

Papa Giovanni Paolo II, che conosceva molto bene la situazione della teologia morale e la seguiva con attenzione, dispose che s’iniziasse a lavorare a un’enciclica che potesse rimettere a posto queste cose. Fu pubblicata con il titolo Veritatis splendor il 6 agosto 1993 suscitando violente reazioni contrarie da parte dei teologi morali. In precedenza, già c’era stato il Catechismo della Chiesa cattolica che aveva sistematicamente esposto in maniera convincente la morale insegnata dalla Chiesa.

Non posso dimenticare che Franz Böckle – allora fra i principali teologi morali di lingua tedesca, che dopo essere stato nominato professore emerito si era ritirato nella sua patria svizzera –, in vista delle possibili decisioni di Veritatis splendor, dichiarò che se l’Enciclica avesse deciso che ci sono azioni che sempre e in ogni circostanza vanno considerate malvagie, contro questo egli avrebbe alzato la sua voce con tutta la forza che aveva. Il buon Dio gli risparmiò la realizzazione del suo proposito; Böckle morì l’8 luglio 1991. L’Enciclica fu pubblicata il 6 agosto 1993 e in effetti conteneva l’affermazione che ci sono azioni che non possono mai diventare buone. Il Papa era pienamente consapevole del peso di quella decisione in quel momento e, proprio per questa parte del suo scritto, aveva consultato ancora una volta esperti di assoluto livello che di per sé non avevano partecipato alla redazione dell’Enciclica. Non ci poteva e non ci doveva essere alcun dubbio che la morale fondata sul principio del bilanciamento di beni deve rispettare un ultimo limite. Ci sono beni che sono indisponibili. Ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno al di sopra anche della conservazione della vita fisica. Dio è di più anche della sopravvivenza fisica. Una vita che fosse acquistata a prezzo del rinnegamento di Dio, una vita basata su un’ultima menzogna, è una non-vita. Il martirio è una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana. Che esso in fondo, nella teoria sostenuta da Böckle e da molti altri, non sia più moralmente necessario, mostra che qui ne va dell’essenza stessa del cristianesimo.

Nella teologia morale, nel frattempo, era peraltro divenuta pressante un’altra questione: si era ampiamente affermata la tesi che al magistero della Chiesa spetti la competenza ultima e definitiva (“infallibilità”) solo sulle questioni di fede, mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito. E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta. Da tutto ciò emerge come sia messa radicalmente in discussione l’autorità della Chiesa in campo morale. Chi in quest’ambito nega alla Chiesa un’ultima competenza dottrinale, la costringe al silenzio proprio dove è in gioco il confine fra verità e menzogna.

Indipendentemente da tale questione, in ampi settori della teologia morale si sviluppò la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale. Nell’affermare questo si sottolinea come tutte le affermazioni morali avrebbero degli equivalenti anche nelle altre religioni e che dunque non potrebbe esistere un proprium cristiano. Ma alla questione del proprium di una morale biblica, non si risponde affermando che, per ogni singola frase, si può trovare da qualche parte un’equivalente in altre religioni. È invece l’insieme della morale biblica che come tale è nuovo e diverso rispetto alle singole parti. La peculiarità dell’insegnamento morale della Sacra Scrittura risiede ultimamente nel suo ancoraggio all’immagine di Dio, nella fede nell’unico Dio che si è mostrato in Gesù Cristo e che ha vissuto come uomo. Il Decalogo è un’applicazione alla vita umana della fede biblica in Dio. Immagine di Dio e morale vanno insieme e producono così quello che è specificamente nuovo dell’atteggiamento cristiano verso il mondo e la vita umana. Del resto, sin dall’inizio il cristianesimo è stato descritto con la parola hodòs. La fede è un cammino, un modo di vivere. Nella Chiesa antica, rispetto a una cultura sempre più depravata, fu istituito il catecumenato come spazio di esistenza nel quale quel che era specifico e nuovo del modo di vivere cristiano veniva insegnato e anche salvaguardato rispetto al modo di vivere comune. Penso che anche oggi sia necessario qualcosa di simile a comunità catecumenali affinché la vita cristiana possa affermarsi nella sua peculiarità.

II

Prime reazioni ecclesiali

  1. Il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, da lungo tempo preparato e che è in corso, negli anni ’60, come ho cercato di mostrare, ha conosciuto una radicalità come mai c’era stata prima di allora. Questa dissoluzione dell’autorità dottrinale della Chiesa in materia morale doveva necessariamente ripercuotersi anche nei diversi spazi di vita della Chiesa. Nell’ambito dell’incontro dei presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, interessa soprattutto la questione della vita sacerdotale e inoltre quella dei seminari. Riguardo al problema della preparazione al ministero sacerdotale nei seminari, si constata in effetti un ampio collasso della forma vigente sino a quel momento di questa preparazione.

In diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari. In un seminario nella Germania meridionale i candidati al sacerdozio e i candidati all’ufficio laicale di referente pastorale vivevano insieme. Durante i pasti comuni, i seminaristi stavano insieme ai referenti pastorali coniugati in parte accompagnati da moglie e figlio e in qualche caso dalle loro fidanzate. Il clima nel seminario non poteva aiutare la formazione sacerdotale. La Santa Sede sapeva di questi problemi, senza esserne informata nel dettaglio. Come primo passo fu disposta una Visita apostolica nei seminari degli Stati Uniti.

Poiché dopo il Concilio Vaticano II erano stati cambiati pure i criteri per la scelta e la nomina dei vescovi, anche il rapporto dei vescovi con i loro seminari era differente. Come criterio per la nomina di nuovi vescovi valeva ora soprattutto la loro “conciliarità”, potendo intendersi naturalmente con questo termine le cose più diverse. In molte parti della Chiesa, il sentire conciliare venne di fatto inteso come un atteggiamento critico o negativo nei confronti della tradizione vigente fino a quel momento, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto, radicalmente aperto, con il mondo. Un vescovo, che in precedenza era stato rettore, aveva mostrato ai seminaristi film pornografici, presumibilmente con l’intento di renderli in tal modo capaci di resistere contro un comportamento contrario alla fede. Vi furono singoli vescovi – e non solo negli Stati Uniti d’America – che rifiutarono la tradizione cattolica nel suo complesso mirando nelle loro diocesi a sviluppare una specie di nuova, moderna “cattolicità”. Forse vale la pena accennare al fatto che, in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano nascosti come letteratura dannosa e venivano per così dire letti sottobanco.

La Visita che seguì non portò nuove informazioni, perché evidentemente diverse forze si erano coalizzate al fine di occultare la situazione reale. Venne disposta una seconda Visita che portò assai più informazioni, ma nel complesso non ebbe conseguenze. Ciononostante, a partire dagli anni ’70, la situazione nei seminari in generale si è consolidata. E tuttavia solo sporadicamente si è verificato un rafforzamento delle vocazioni, perché nel complesso la situazione si era sviluppata diversamente.

  1. La questione della pedofilia è, per quanto ricordi, divenuta scottante solo nella seconda metà degli anni ’80. Negli Stati Uniti nel frattempo era già cresciuta, divenendo un problema pubblico. Così i vescovi chiesero aiuto a Roma perché il diritto canonico, così come fissato nel Nuovo Codice, non appariva sufficiente per adottare le misure necessarie. In un primo momento Roma e i canonisti romani ebbero delle difficoltà con questa richiesta; a loro avviso, per ottenere purificazione e chiarimento, sarebbe dovuta bastare la sospensione temporanea dal ministero sacerdotale. Questo non poteva essere accettato dai vescovi americani perché in questo modo i sacerdoti restavano al servizio del vescovo, venendo così ritenuti come figure direttamente a lui legate. Un rinnovamento e un approfondimento del diritto penale, intenzionalmente costruito in modo blando nel Nuovo Codice, poté farsi strada solo lentamente.

A questo si aggiunse un problema di fondo che riguardava la concezione del diritto penale. Ormai era considerato “conciliare” solo il così detto “garantismo”. Significa che dovevano essere garantiti soprattutto i diritti degli accusati e questo fino al punto da escludere di fatto una condanna. Come contrappeso alla possibilità spesso insufficiente di difendersi da parte di teologi accusati, il loro diritto alla difesa venne talmente esteso nel senso del garantismo che le condanne divennero quasi impossibili.

Mi sia consentito a questo punto un breve excursus. Di fronte all’estensione delle colpe di pedofilia, viene in mente una parola di Gesù che dice: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare» (Mc 9,42). Nel suo significato originario questa parola non parla dell’adescamento di bambini a scopo sessuale. Il termine «i piccoli» nel linguaggio di Gesù designa i credenti semplici, che potrebbero essere scossi nella loro fede dalla superbia intellettuale di quelli che si credono intelligenti. Gesù qui allora protegge il bene della fede con una perentoria minaccia di pena per coloro che le recano offesa. Il moderno utilizzo di quelle parole in sé non è sbagliato, ma non deve occultare il loro senso originario. In esso, contro ogni garantismo, viene chiaramente in luce che è importante e abbisogna di garanzia non solo il diritto dell’accusato. Sono altrettanto importanti beni preziosi come la fede. Un diritto canonico equilibrato, che corrisponda al messaggio di Gesù nella sua interezza, non deve dunque essere garantista solo a favore dell’accusato, il cui rispetto è un bene protetto dalla legge. Deve proteggere anche la fede, che del pari è un bene importante protetto dalla legge. Un diritto canonico costruito nel modo giusto deve dunque contenere una duplice garanzia: protezione giuridica dell’accusato e protezione giuridica del bene che è in gioco. Quando oggi si espone questa concezione in sé chiara, in genere ci si scontra con sordità e indifferenza sulla questione della protezione giuridica della fede. Nella coscienza giuridica comune la fede non sembra più avere il rango di un bene da proteggere. È una situazione preoccupante, sulla quale i pastori della Chiesa devono riflettere e considerare seriamente.

Ai brevi accenni sulla situazione della formazione sacerdotale al momento del deflagrare pubblico della crisi, vorrei ora aggiungere alcune indicazioni sull’evoluzione del diritto canonico in questa questione. In sé, per i delitti commessi dai sacerdoti è responsabile la Congregazione per il clero. Poiché tuttavia in essa il garantismo allora dominava ampiamente la situazione, concordammo con papa Giovanni Paolo II sull’opportunità di attribuire la competenza su questi delitti alla Congregazione per la Dottrina della Fede, con la titolatura “Delicta maiora contra fidem”. Con questa attribuzione diveniva possibile anche la pena massima, vale a dire la riduzione allo stato laicale, che invece non sarebbe stata comminabile con altre titolature giuridiche. Non si trattava di un escamotage per poter comminare la pena massima, ma una conseguenza del peso della fede per la Chiesa. In effetti è importante tener presente che, in simili colpe di chierici, ultimamente viene danneggiata la fede: solo dove la fede non determina più l’agire degli uomini sono possibili tali delitti. La gravità della pena presuppone tuttavia anche una chiara prova del delitto commesso: è il contenuto del garantismo che rimane in vigore. In altri termini: per poter legittimamente comminare la pena massima è necessario un vero processo penale. E tuttavia, in questo modo si chiedeva troppo sia alle diocesi che alla Santa Sede. E così stabilimmo una forma minima di processo penale e lasciammo aperta la possibilità che la stessa Santa Sede avocasse a sé il processo nel caso che la diocesi o la metropolia non fossero in grado di svolgerlo. In ogni caso il processo doveva essere verificato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per garantire i diritti dell’accusato. Alla fine, però, nella Feria IV (vale a dire la riunione di tutti i membri della Congregazione), creammo un’istanza d’appello, per avere anche la possibilità di un ricorso contro il processo. Poiché tutto questo in realtà andava al di là delle forze della Congregazione per la Dottrina della Fede e si verificavano dei ritardi che invece, a motivo della materia, dovevano essere evitati, papa Francesco ha intrapreso ulteriori riforme.

III

Alcune prospettive

  1. Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo creare un’altra Chiesa affinché le cose possano aggiustarsi? Questo esperimento già è stato fatto ed è già fallito. Solo l’amore e l’obbedienza a nostro Signore Gesù Cristo possono indicarci la via giusta. Proviamo perciò innanzitutto a comprendere in modo nuovo e in profondità cosa il Signore abbia voluto e voglia da noi.

In primo luogo direi che, se volessimo veramente sintetizzare al massimo il contenuto della fede fondata nella Bibbia, potremmo dire: il Signore ha iniziato con noi una storia d’amore e vuole riassumere in essa l’intera creazione. L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo a questo amore. Questo è il vero antidoto al male. La forza del male nasce dal nostro rifiuto dell’amore a Dio. È redento chi si affida all’amore di Dio. Il nostro non essere redenti poggia sull’incapacità di amare Dio. Imparare ad amare Dio è dunque la strada per la redenzione degli uomini.

Se ora proviamo a svolgere un po’ più ampiamente questo contenuto essenziale della Rivelazione di Dio, potremmo dire: il primo fondamentale dono che la fede ci offre consiste nella certezza che Dio esiste. Un mondo senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso. Infatti, da dove proviene tutto quello che è? In ogni caso sarebbe privo di un fondamento spirituale. In qualche modo ci sarebbe e basta, e sarebbe privo di qualsiasi fine e di qualsiasi senso. Non vi sarebbero più criteri del bene e del male. Dunque avrebbe valore unicamente ciò che è più forte. Il potere diviene allora l’unico principio. La verità non conta, anzi in realtà non esiste. Solo se le cose hanno un fondamento spirituale, solo se sono volute e pensate – solo se c’è un Dio creatore che è buono e vuole il bene – anche la vita dell’uomo può avere un senso.

Che Dio ci sia come creatore e misura di tutte le cose, è innanzitutto un’esigenza originaria. Ma un Dio che non si manifestasse affatto, che non si facesse riconoscere, resterebbe un’ipotesi e perciò non potrebbe determinare la forma della nostra vita. Affinché Dio sia realmente Dio nella creazione consapevole, dobbiamo attenderci che egli si manifesti in una qualche forma. Egli lo ha fatto in molti modi, e in modo decisivo nella chiamata che fu rivolta ad Abramo e diede all’uomo quell’orientamento, nella ricerca di Dio, che supera ogni attesa: Dio diviene creatura egli stesso, parla a noi uomini come uomo.

Così finalmente la frase “Dio è” diviene davvero una lieta novella, proprio perché è più che conoscenza, perché genera amore ed è amore. Rendere gli uomini nuovamente consapevoli di questo, rappresenta il primo e fondamentale compito che il Signore ci assegna.

Una società nella quale Dio è assente – una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse – è una società che perde il suo criterio. Nel nostro tempo è stato coniato il motto della “morte di Dio”. Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché viene meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisamente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non troppo tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commettono cose che rischiano di distruggerli. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare.

Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere? In ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio. Anche noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica. Dopo gli sconvolgimenti della Seconda guerra mondiale, in Germania avevamo adottato la nostra Costituzione dichiarandoci esplicitamente responsabili davanti a Dio come criterio guida. Mezzo secolo dopo non era più possibile, nella Costituzione europea, assumere la responsabilità di fronte a Dio come criterio di misura. Dio viene visto come affare di partito di un piccolo gruppo e non può più essere assunto come criterio di misura della comunità nel suo complesso. In questa decisione si rispecchia la situazione dell’Occidente, nel quale Dio è divenuto fatto privato di una minoranza.

Il primo compito che deve scaturire dagli sconvolgimenti morali del nostro tempo consiste nell’iniziare di nuovo noi stessi a vivere di Dio, rivolti a lui e in obbedienza a lui. Soprattutto dobbiamo noi stessi di nuovo imparare a riconoscere Dio come fondamento della nostra vita e non accantonarlo come fosse una parola vuota qualsiasi. Mi resta impresso il monito che il grande teologo Hans Urs von Balthasar vergò una volta su uno dei suoi biglietti: «Il Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo: non presupporlo ma anteporlo!». In effetti, anche nella teologia, spesso Dio viene presupposto come fosse un’ovvietà, ma concretamente di lui non ci si occupa. Il tema “Dio” appare così irreale, così lontano dalle cose che ci occupano. E tuttavia cambia tutto se Dio non lo si presuppone, ma lo si antepone. Se non lo si lascia in qualche modo sullo sfondo ma lo si riconosce come centro del nostro pensare, parlare e agire.

  1. Dio è divenuto uomo per noi. La creatura uomo gli sta talmente a cuore che egli si è unito a essa entrando concretamente nella storia. Parla con noi, vive con noi, soffre con noi e per noi ha preso su di sé la morte. Di questo certo parliamo diffusamente nella teologia con un linguaggio e con concetti dotti. Ma proprio così nasce il pericolo che ci facciamo signori della fede, invece di lasciarci rinnovare e dominare dalla fede.

Consideriamo questo riflettendo su un punto centrale, la celebrazione della Santa Eucaristia. Il nostro rapporto con l’Eucaristia non può che destare preoccupazione. A ragione il Vaticano II intese mettere di nuovo al centro della vita cristiana e dell’esistenza della Chiesa questo sacramento della presenza del corpo e del sangue di Cristo, della presenza della sua persona, della sua passione, morte e risurrezione. In parte questa cosa è realmente avvenuta e per questo vogliamo di cuore ringraziare il Signore.

Ma largamente dominante è un altro atteggiamento: non domina un nuovo profondo rispetto di fronte alla presenza della morte e risurrezione di Cristo, ma un modo di trattare con lui che distrugge la grandezza del mistero. La calante partecipazione alla celebrazione domenicale dell’Eucaristia mostra quanto poco noi cristiani di oggi siamo in grado di valutare la grandezza del dono che consiste nella Sua presenza reale. L’Eucaristia è declassata a gesto cerimoniale quando si considera ovvio che le buone maniere esigano che sia distribuita a tutti gli invitati a ragione della loro appartenenza al parentado, in occasione di feste familiari o eventi come matrimoni e funerali. L’ovvietà con la quale in alcuni luoghi i presenti, semplicemente perché tali, ricevono il Santissimo Sacramento mostra come nella Comunione si veda ormai solo un gesto cerimoniale. Se riflettiamo sul da farsi, è chiaro che non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa inventata da noi. Quel che è necessario è invece il rinnovamento della fede nella realtà di Gesù Cristo donata a noi nel Sacramento.

Nei colloqui con le vittime della pedofilia sono divenuto consapevole con sempre maggiore forza di questa necessità. Una giovane ragazza che serviva all’altare come chierichetta mi ha raccontato che il vicario parrocchiale, che era suo superiore visto che lei era chierichetta, introduceva l’abuso sessuale che compiva su di lei con queste parole: «Questo è il mio corpo che è dato per te». È evidente che quella ragazza non può più ascoltare le parole della consacrazione senza provare terribilmente su di sé tutta la sofferenza dell’abuso subìto. Sì, dobbiamo urgentemente implorare il perdono del Signore e soprattutto supplicarlo e pregarlo di insegnare a noi tutti a comprendere nuovamente la grandezza della sua passione, del suo sacrificio. E dobbiamo fare di tutto per proteggere dall’abuso il dono della Santa Eucaristia.

  1. Ed ecco infine il mistero della Chiesa. Restano impresse nella memoria le parole con cui ormai quasi cento anni fa Romano Guardini esprimeva la gioiosa speranza che allora si affermava in lui e in molti altri: “Un evento di incalcolabile portata è iniziato: La Chiesa si risveglia nelle anime”. Con questo intendeva dire che la Chiesa non era più, come prima, semplicemente un apparato che ci si presenta dal di fuori, vissuta e percepita come una specie di ufficio, ma che iniziava ad essere sentita viva nei cuori stessi: non come qualcosa di esteriore ma che ci toccava dal di dentro. Circa mezzo secolo dopo, riflettendo di nuovo su quel processo e guardando a cosa era appena accaduto, fui tentato di capovolgere la frase: “La Chiesa muore nelle anime”. In effetti oggi la Chiesa viene in gran parte vista solo come una specie di apparato politico. Di fatto, di essa si parla solo utilizzando categorie politiche e questo vale persino per dei vescovi che formulano la loro idea sulla Chiesa di domani in larga misura quasi esclusivamente in termini politici. La crisi causata da molti casi di abuso ad opera di sacerdoti spinge a considerare la Chiesa addirittura come qualcosa di malriuscito che dobbiamo decisamente prendere in mano noi stessi e formare in modo nuovo. Ma una Chiesa fatta da noi non può rappresentare alcuna speranza.

Gesù stesso ha paragonato la Chiesa a una rete da pesca nella quale stanno pesci buoni e cattivi, essendo Dio stesso colui che alla fine dovrà separare gli uni dagli altri. Accanto c’è la parabola della Chiesa come un campo sul quale cresce il buon grano che Dio stesso ha seminato, ma anche la zizzania che un “nemico” di nascosto ha seminato in mezzo al grano. In effetti, la zizzania nel campo di Dio, la Chiesa, salta all’occhio per la sua quantità e anche i pesci cattivi nella rete mostrano la loro forza. Ma il campo resta comunque campo di Dio e la rete rimane rete da pesca di Dio. E in tutti i tempi c’è e ci saranno non solo la zizzania e i pesci cattivi ma anche la semina di Dio e i pesci buoni. Annunciare in egual misura entrambe con forza non è falsa apologetica, ma un servizio necessario reso alla verità.

In quest’ambito è necessario rimandare a un importante testo della Apocalisse di San Giovanni. Qui il diavolo è chiamato accusatore che accusa i nostri fratelli dinanzi a Dio giorno e notte (Ap 12,10). In questo modo l’Apocalisse riprende un pensiero che sta al centro del racconto che fa da cornice al libro di Giobbe (Gb 1 e 2, 10; 42, 7-16). Qui si narra che il diavolo tenta di screditare la rettitudine e l’integrità di Giobbe come puramente esteriori e superficiali. Si tratta proprio di quello di cui parla l’Apocalisse: il diavolo vuole dimostrare che non ci sono uomini giusti; che tutta la giustizia degli uomini è solo una rappresentazione esteriore. Che se la si potesse saggiare di più, ben presto l’apparenza della giustizia svanirebbe. Il racconto inizia con una disputa fra Dio e il diavolo in cui Dio indicava in Giobbe un vero giusto. Ora sarà dunque lui il banco di prova per stabilire chi ha ragione. “Togligli quanto possiede – argomenta il diavolo – e vedrai che nulla resterà della sua devozione”. Dio gli permette questo tentativo dal quale Giobbe esce in modo positivo. Ma il diavolo continua e dice: “Pelle per pelle; tutto quanto ha, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e toccalo nell’osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia” (Gb 2, 4s). Così Dio concede al diavolo una seconda possibilità. Gli è permesso anche di stendere la mano su Giobbe. Unicamente gli è precluso ucciderlo. Per i cristiani è chiaro che quel Giobbe che per tutta l’umanità esemplarmente sta di fronte a Dio è Gesù Cristo. Nell’Apocalisse, il dramma dell’uomo è rappresentato in tutta la sua ampiezza. Al Dio creatore si contrappone il diavolo che scredita l’intera creazione e l’intera umanità. Egli si rivolge non solo a Dio ma soprattutto agli uomini dicendo: “Ma guardate cosa ha fatto questo Dio. Apparentemente una creazione buona. In realtà nel suo complesso è piena di miseria e di schifo”. Il denigrare la creazione in realtà è un denigrare Dio. Il diavolo vuole dimostrare che Dio stesso non è buono e vuole allontanarci da lui.

L’attualità di quel che dice l’Apocalisse è lampante. L’accusa contro Dio oggi si concentra soprattutto nello screditare la sua Chiesa nel suo complesso e così nell’allontanarci da essa. L’idea di una Chiesa migliore creata da noi stessi è in verità una proposta del diavolo con la quale vuole allontanarci dal Dio vivo, servendosi di una logica menzognera nella quale caschiamo sin troppo facilmente. No, anche oggi la Chiesa non consiste solo di pesci cattivi e di zizzania. La Chiesa di Dio c’è anche oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva. È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa ci sono. Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile. Anche oggi ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama. Anche oggi Dio ha i suoi testimoni (“martyres”) nel mondo. Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli.

Il termine martire è tratto dal diritto processuale. Nel processo contro il diavolo, Gesù Cristo è il primo e autentico testimone di Dio, il primo martire, al quale da allora innumerevoli ne sono seguiti. La Chiesa di oggi è come non mai una Chiesa di martiri e così testimone del Dio vivente. Se con cuore vigile ci guardiamo intorno e siamo in ascolto, ovunque, fra le persone semplici ma anche nelle alte gerarchie della Chiesa, possiamo trovare testimoni che con la loro vita e la loro sofferenza si impegnano per Dio. È pigrizia del cuore non volere accorgersi di loro. Fra i compiti grandi e fondamentali del nostro annuncio c’è, nel limite delle nostre possibilità, il creare spazi di vita per la fede, e soprattutto il trovarli e il riconoscerli.

Vivo in una casa nella quale una piccola comunità di persone scopre di continuo, nella quotidianità, testimoni così del Dio vivo, indicandoli anche a me con letizia. Vedere e trovare la Chiesa viva è un compito meraviglioso che rafforza noi stessi e che sempre di nuovo ci fa essere lieti della fede.

Alla fine delle mie riflessioni vorrei ringraziare Papa Francesco per tutto quello che fa per mostrarci di continuo la luce di Dio che anche oggi non è tramontata. Grazie, Santo Padre!

Di Benedetto XVI, Papa emerito

CITTÀ DEL VATICANO , 11 aprile, 2019 / 8:30 AM (ACI Stampa).- 

Il testo integrale delle note di Benedetto XVI

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