Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Approfondimento al Concilio di Sinuessa: Passio sanctorum Casti et Secondini

Posted by on Apr 12, 2019

Approfondimento al Concilio di Sinuessa: Passio sanctorum Casti et Secondini

L’ approfondimento che segue è un interessante  studio di Ugo Zannini, La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato, pubblicato sulla Rivista Storica del Sannio, 23, 3^ serie – anno XII. Le stesse note a piè di questo articolo sono un ulteriore approfondimento dell’argomento in oggetto per cui, per una miglior lettura, le trascriverò come articolo  a parte.

Nella passio sanctorum Casti et Secondini (5) si narra la storia dei due martiri, appuntoCasto (6) e Secondino (7), il primo vescovo di Sessa Aurunca (8) ed il secondo di Sinuessa, imprigionati e torturati dal preside Curvus, il quale pur avendo assistito  ai numerosi miracoli di questi santi, infligge loro ogni sorta di sofferenze. Il preside, però, prima di vedere morti i santi Casto e Secondino perirà sotto le macerie del tempio di Apollo. Solo dopo questo evento voluto da Dio sarà possibile ai “cultori degli idoli” uccidere, nel 292 presso Sinuessa, i santi trafiggendoli con la spada.

La passio, però, se analizzata attentamente, risulta essere stata composta in un tempo relativamente recente (XI sec.), comunque lontanissima dai presunti avvenimenti del III secolo d.C. Il genere letterario è ben noto agli agiografi moderni: la prolissità è in simbiosi con un racconto dai toni drammatici in cui l’elemento prodigioso sovrabbonda senza necessità e verosimiglianza. Ci troviamo, cioè,  di fronte a quelle vite “romanzate” in cui il biografo, a corto di dati sul santo, era costretto a scriverne la storia immaginandosi le persecuzioni, le scene del tribunale, il supplizio ecc.

E’ innegabile, però, che il culto nei confronti dei santi doveva essere molto vivo in quei secoli nella Campania settentrionale se il biografo sente la necessità di redigere una loro vita. Testimonianza ne sono le chiese a loro dedicate che si desumono, ad esempio, dalle Rationes decimarum e dalle visite ad sacra limina delle diocesi sia di Carinola che di Sessa Aurunca. Autorevoli studiosi hanno avanzato l’ipotesi, però, che i santi Casto e Secondino non siano stati martiri locali, ma culti di santi importati dall’Africa (F. Lanzoni). Nel III secolo, infatti, vengono martirizzati in Africa Cassio, Casto e Secondino e conseguentemente i loro culti irradiati in Campania.

Qualcuno potrebbe pensare che ciò è il riflesso di quanto tramandatoci nella vita di S. Castrese in cui si narra di un gruppo di santi, tra cui anche Secondino, abbandonati al largo del mare nostrum dai persecutori africani in una nave rotta e sfasciata che approda incolume, per volere divino, nei lidi campani.

Così non è.

La vita di S. Castrese è un altro di quei “romanzi” agiografici medioevali  in cui non c’è nulla di attendibile: un falso composto nella prima metà del secolo XII.

Se quindi la passio di S. Casto e S. Secondino è un falso, è evidente che non abbiamo nessuna prova che quest’ultimo sia stato un vescovo sinuessano , né che nel III secolo d.C. esistesse a Sinuessa una sede episcopale.

Sotto il nome di Casto sono ricordati in Campania  numerosi vescovi della prima cristianità. Certo c’è da dire che la confusione regna sovrana e reduplicazioni e sovrapposizioni sono quanto mai probabili. Ad un Casto vescovo del III secolo a Benevento, si aggiunge un omonimo vescovo di Calvi martirizzato a Sinuessa nel 66 d.C. che non è però il vescovo di Sessa Aurunca  perché questi sarebbe stato martirizzato insieme a Secondino, sì a Sinuessa, ma  nel 292 d.C.

Oltre che insieme a Secondino, Casto lo troviamo in coppia con Cassio sempre in Campania e nel Lazio. 

In quel di Sessa sarebbero state trovate le tombe dei SS. Casto e Secondino. In verità tale asserzione non appare confortata da prove inconfutabili. Cosimo Storniolo afferma, a seguito di  ispezione in loco, di essere convinto che il cimitero cristiano ritrovato a Sessa Aurunca era anche il luogo di sepoltura dei SS. Casto e Secondino […].  Secondo il Testini, per l’identificazione  della tomba di un martire che almeno uno dei seguenti elementi debba provare inconfutabilmente: 1) Presenza di una cappella o basilica presso o sul sepolcro ancora integro; 2) Iscrizione in situ; 3) Graffiti tracciati sull’intonaco delle pareti della cripta o della basilica sotterranea e sui muri prossimi alla tomba del martire; 4) Altare eretto in onore del Santo; 5) Eventuali pitture raffiguranti il Santo o presenza di elementi architettonici attestanti il culto (scale di accesso per i visitatori ecc.). A ben osservare, nessuno di questi elementi è testimoniato con chiarezza a Sessa Aurunca. L’ ubicazione  in questo sito della chiesa dedicata a  S. Casto, che tra l’altro è ricordata nella Bolla di Atenulfo e nelle Rationes Decimarum poi, non è cosa certa neanche per gli storici locali. 

Non può sfuggire a tal proposito come le chiese di S. Casto e S. Secondino siano riportate, nei due predetti documenti, separatamente mentre sarebbe stato più logico trovare una chiesa martoriale con la doppia denominazione. Non vi sono, poi, né graffiti, né altari e né  le pitture medioevali e rinascimentali sono in grado di offrirci alcun dato; infine, il ritrovamento dei resti di un sarcofago non dimostra alcunché  in quanto esso è pre-cristiano ed evidentemente riutilizzato. L’unica prova, che questo cimitero cristiano fosse sorto presso le tombe  martoriali dei SS. Casto e Secondino, era un’ iscrizione riportata dal solo De Masi (alla p. 244 del suo libro: CORPORA SS. MARTYRUM CASTI CIVIS/ ET EPI SUESSANI, ET SECUNDINI  EPI/ SINUESSANI HIC REQUIESCUNT/ IN DOMINO). Pur volendo ritenere fededegna la notizia del De Masi, va precisato che la formula utilizzata nell’ iscrizione non è ascrivibile al IV-V secolo d.C. ma sicuramente è successiva. La notizia che vuole S. Casto cittadino di Suessa poi, è palesemente attinta dalla passio che è un terminus ante quem non. 

Va poi considerato che le due iscrizioni riportate dal Menna (II p. 53) che si conservano  scolpite  sugli scalini dell’atrio della chiesa cattedrale di Carinola, oggi non più esistenti, ci attestano una tradizione diversa e forse più antica: OSSA. MARTYRIS. CASSII / EPISCOPI. SINUESSANI HIC IN PACE / QUIESCUNT. e

CORPUS. MARTYRIS. SECUNDINI. / EPISCOPI. SINUESSANI. HEIC./ REQUIESCIT. IN. DOMINO.  In questo caso, non troviamo in coppia Casto e Secondino, ma ambedue vescovi di Sinuessa presenti, però, in due distinte epigrafi. Anche questa evidenza sembra confermare quella intuizione che avevano avuto i Bollandisti (AA.SS., Julii, I, p.20) e di cui successivamente Lanzoni  tratterà più ampiamente: Casto, Casto e Secondini sono martiri africani; successivamente il loro culto si diffonde in Campania e infine gli agiografi dell’XI-XII secolo li fanno diventare martiri campani. Il ricordo della loro originaria comune provenienza è rimasta testimoniata, a nostro avviso, anche nelle diverse tradizioni che vedono questa triade presente a coppie variabili:

–         Cassio/ Casto (Passio sanctorum Cassi et Casti);

–         Casto/Secondino (Passio sanctorum Casti et Secondini);

–         Cassio e Secondino (Menna 1848, II, p. 53).

 Da: Ugo Zannini

La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato  

Alcuni testi consultati dall’autore 

Actasanctorum, Julii I – Parigi 1719

Ambrasi D. in Bibliotheca Sanctorum -coll. 811-812

Balducci A. inBibliotheca Sanctorum – coll. 935-940

De Masi T.- Memorie istoriche degli Aurunci antichissimi popoli dell’Italia e delle loro principali città Aurunca e Sessa – Napoli, 1761

Di Silvestro L.- Diocesi di Sessa Aurunca. Il cammino della Chiesa locale dalle origini al 1939 – Sessa Aurunca, 1996

Mazzeo F. – Il complesso cimiteriale dei Santi Casto e Secondino in Sessa Aurunca – in Fede e Cultura, 1, Sessa Aurunca, 1987-1989

Menna Luca – Saggio istorico ossia piccola raccolta dell’istoria antica e moderna della città di Carinola in Terra di Lavoro – Aversa, 1848 (rist. a cura di Adele Marini Ceraldi, Napoli 1970)

Stornaiolo C.– Conferenze di archeologia cristiana. anno XXII, 1896-1897 in Nuovo Bullettino di archeologia cristiana, III, Roma, 1897

Testini P. – Acheologia Cristiana – Bari, 1980

Ughelli F. Italia Sacra, vol X – Venezia 1790 

Zona M.- Il santuario caleno – Napoli, 1809

Actasanctorum, Julii I – Parigi 1719
Ambrasi D. in Bibliotheca Sanctorum -coll. 811-812
Balducci A. inBibliotheca Sanctorum – coll. 935-940
De Masi T.- Memorie istoriche degli Aurunci antichissimi popoli dell’Italia e delle loro principali città Aurunca e Sessa – Napoli, 1761
Di Silvestro L.- Diocesi di Sessa Aurunca. Il cammino della Chiesa locale dalle origini al 1939 – Sessa Aurunca, 1996
Lanzoni F. – Le diocesi d’ Italia dalle origini al principio del secolo VII – Faenza, 1927
Mazzeo F. – Il complesso cimiteriale dei Santi Casto e Secondino in Sessa Aurunca – in Fede e Cultura, 1, Sessa Aurunca, 1987-1989
Menna Luca – Saggio istorico ossia piccola raccolta dell’istoria antica e moderna della città di Carinola in Terra di Lavoro – Aversa, 1848 (rist. a cura di Adele Marini Ceraldi, Napoli 1970)
Stornaiolo C.– Conferenze di archeologia cristiana. anno XXII, 1896-1897 in Nuovo Bullettino di archeologia cristiana, III, Roma, 1897
Testini P. – Acheologia Cristiana – Bari, 1980
Ughelli F. Italia Sacra, vol X – Venezia 1790 
Zona M.- Il santuario caleno – Napoli, 1809

fonte http://carinolastoria.blogspot.com/2011/


Read More

Contrasti giurisdizionali dopo la peste napoletana del 1656

Posted by on Apr 6, 2019

Contrasti giurisdizionali dopo la peste napoletana del 1656

La peste del 1656 inasprì la tensione tra potere civile ed ecclesiastico che si trascinava da anni soprattutto per la specificità della nunziatura napoletana che derogando dalle norme che dovunque caratterizzavano l’istituzione (a Napoli mancavano gli elementi essenziali di sovranità e indipendenza statale) era fonte di continui problemi.

La dipendenza del Regno dalla Spagna, dove già era regolarmente accreditato un nunzio pontificio, impediva di fatto alla nunziatura napoletana di costituire un’istituzione importante per la discussione di problemi di politica internazionale (che avveniva altrove) e la faceva scadere a istituzione secondaria funzionale agli interessi del papa che poteva tenere a Napoli un proprio rappresentante investito delle funzioni di nunzio.

Viceré e Collaterale[1], consapevoli dell’illegalità di fondo di tale insediamento, impedirono che potesse diventare strumento di rafforzamento del potere ecclesiastico: perciò bolle, brevi, lettere di giurisdizione straordinaria, provvedimenti e disposizioni provenienti da Roma potevano avere esecuzione nel Regno solo dopo essere stati vagliati e approvati col regio exequatur.

Allo stesso iter procedurale erano sottoposte nomina e destinazione dei vescovi nel Regno e qualsiasi deroga a tali norme concordate produsse sempre reazioni decise da parte del Collaterale che fece della difesa del potere civile un punto irrinunciabile del proprio operato politico come testimoniano le tensioni giurisdizionali fomentate dal Filomarino, cardinale arcivescovo di Napoli.

Dopo gli aspri contrasti che avevano caratterizzato il governo dell’Oñate, il tentativo del successore, conte di Castrillo, di instaurare rapporti più distesi con l’autorità ecclesiastica fu bloccato da un gesto del cardinale  interpretato dal viceré come un attacco aperto alla real giurisdizione.

All’indomani della peste il Cardinale aveva creduto, come un po’ tutta l’aristocrazia, di trovarsi di fronte ad una profonda crisi dell’organizzazione statale e provvide ad emanare un editto che proibiva l’accesso a Napoli degli ecclesiastici sprovvisti di licenza sanitaria arcivescovile scritta sostenendo di aver ricevuto quest’ordine dalla Sacra Congregazione. Ma poiché un analogo provvedimento era stato dettato dal viceré per chiunque si fosse recato a Napoli, l’editto del Cardinale (privo peraltro del regio exequatur) sembrò voler affermare l’esclusione degli ecclesiastici dal provvedimento governativo e il Collaterale, nella seduta del 28 febbraio 1657, ne votò la revoca.

Il documento contenente tale decisione, consegnato al Filomarino ai primi di marzo dopo il fallimento di una soluzione diplomatica, fu seguito dall’emanazione di un bando che documentava l’illegalità dell’intervento ecclesiastico in materia sanitaria.[2]

A questa tensione di fondo, che si sarebbe protratta fino all’esasperazione, si sovrapposero altri due eventi: la nomina papale di un nuovo inquisitore a Napoli e il trasporto in processione alla maniera degli scomunicati, deciso dal vicario del Filomarino, di uno sbirro assassinato dopo aver arrestato un pregiudicato in una strada pubblica davanti alla chiesa delle Scuole Pie .

Sulla nomina del nuovo inquisitore, anticipando la linea politica che avrebbe tenuto in seguito, il Collaterale suggerì al viceré di rispondere “che non voleva questi impiastri, ma che risolutamente gli facesse intendere che non avrebbe permesso che venisse un forestiero qua per un simile ufficio” mentre in merito alla processione pretese dal Cardinale l’espulsione del suo vicario anche se poi ammorbidì la propria posizione.[3]

Restò intransigente sulla questione sanitaria precisando nella risposta ad un breve pontificio le differenti competenze delle due autorità: al papa quelle spirituali, al governo civile quelle politiche, economiche e sanitarie del Regno.[4]

Ma l’intervento pontificio riaccese le velleità del Cardinale che, senza chiedere il regio exequatur, ripubblicò l’editto col divieto assoluto per il clero di accogliere forestieri in casa. Il Collaterale replicò impartendo ordini più severi ai castelli sul divieto di accesso per chiunque fosse sprovvisto dei bollettini sanitari conformi alle disposizioni vicereali e invitando il Filomarino a richiedere il regio exequatur.[5]

Il Cardinale si giustificò sostenendo di aver agito su ordine del Papa e alla minaccia di duri provvedimenti nei suoi confronti si mostrò irremovibile e disposto allo scontro aperto, pronto ad utilizzare tutti i mezzi che la giurisdizione ecclesiastica gli consentiva, dalle censure agli interdetti.[6]

La risposta dei Reggenti  si limitò al sequestro del suo casale nei pressi di Aversa perché, quando si trattò di proseguire con l’arresto dei parenti e la sua espulsione dal Regno, si creò in seno al Collaterale una profonda spaccatura e la maggioranza del Consiglio ritenne più prudente attendere conferme da Madrid e avviare una soluzione diplomatica preparando un incontro a Roma tra l’ambasciatore e il pontefice.[7]

In questo clima di tensione venne intrapreso, nel gennaio 1658, il viaggio del Sobremonte a Roma con un’agenda fittissima di impegni.

Lo scopo essenziale della missione fu la ricerca di una soluzione alle numerosissime questioni aperte con lo Stato Pontificio quali il regio exequatur alla bolla relativa alla soppressione dei conventini, la conferma in perpetuum della bolla di Leone X e di quella che vietava ai pregiudicati di rifugiarsi nelle chiese, l’accordo sul rientro degli esuli masanielliani, l’exequatur per le lettere provenienti da Roma, il conferimento degli ordini maggiori solo a chierici di una certa età, l’esenzione dei chierici coniugati dal godimento del foro in civilibus, le donazioni fraudolente a favore di ecclesiastici per sottrarsi agli oneri fiscali, la limitazione della competenza dei tribunali ecclesiastici alle sole questioni spirituali nei confronti dei laici, le usure e i contratti illeciti rilasciati a chierici anche defunti.[8]

La presenza a Roma del Sobremonte si rivelò anche un efficace strumento per seguire più da vicino le decisioni della curia romana e ricevere informazioni di prima mano come la decisione del pontefice, ai primi di ottobre, di inviare come inquisitore nel Regno il forlivese mons. Piazza .[9]

Se questa notizia riconfermò in seno al Consiglio la linea politica di intransigente ostracismo nei confronti dei vescovi extraregnicoli destinati a quest’incarico, più morbido apparve l’atteggiamento verso il Filomarino per non intralciare la missione diplomatica del Sobremonte e l’instaurarsi di un clima di maggiore distensione che doveva portare, proprio in quei giorni, alla riapertura del commercio con lo Stato Pontificio e con la Repubblica di Genova, indispensabile alla lenta ripresa del Regno avviato ad uscire dal completo isolamento in cui lo aveva relegato la peste del 1656.[10]

Con la partenza del conte di Castrillo, sostituito al vertice del governo dal conte di Peñaranda, la situazione sembrò subire un ulteriore miglioramento.

Il nuovo viceré avviò a soluzione la questione dei conventini dibattuta da più di dieci anni ed esplosa con la razionalizzazione dei conventi operata nel 1652 da Innocenzo X: la determinazione papale di rendere autosufficienti i conventi aveva portato alla chiusura di quelli con meno di 12 religiosi.

Non erano state estranee a questa decisione del papa sia la pressione esercitata dal clero regolare e dai vescovi per liberarsi della concorrenza della vasta e capillare opera di apostolato esercitata dagli ordini religiosi sia la possibilità dei vescovi di acquisire i beni dei conventi soppressi e utilizzarli per il sostentamento dei giovani che entravano nei nuovi seminari istituiti dal concilio di Trento.

La soppressione di 1513 conventi in seguito alla bolla Instaurandae aveva colpito soprattutto gli ordini mendicanti del meridione e del napoletano.

Non tutti i monaci dei conventi soppressi poterono essere assegnati come soprannumerari ad altri conventi dell’ordine di appartenenza; anzi  moltissimi avevano lasciato indebitamente il chiostro vagando senza fissa dimora facendo diventare l’apostasia da conventi e congregazioni religiose un problema di ordine pubblico che coinvolse il potere statale: coinvolgimento attivo che sembrò creare una forte solidarietà tra viceré, curia romana e arcivescovo napoletano.[11]

Ma la tensione di fondo non era stata eliminata: le pretese ecclesiastiche di immunità fiscale per i chierici coniugati, i contrasti per le immunità delle chiese e l’attività zelante del nuovo inquisitore napoletano inviato a Napoli in un delicato momento che aveva impedito al governo un’efficace opposizione alla nomina, aprirono uno scontro tra potere civile ed ecclesiastico che si sarebbe acutizzato con il caso Peluso e con l’opposizione popolare all’Inquisizione.

È vero che a dicembre mons. Piazza, nonostante la sua azione inflessibile mietesse già le prime vittime (tra cui il conte di Mola arrestato, trasferito a Roma e processato per questioni di S. Ufficio), vedeva riconosciuta la sua nomina di inquisitore dal viceré e una lettera del Sobremonte ne certificava le buone qualità; ma l’intensificarsi dell’attività inquisitoriale e l’intransigenza dei due contendenti avvertiva che si stava scivolando verso la guerra aperta sul problema giurisdizionale. [12]

A farla esplodere fu un banale ma sanguinoso e crudele episodio di cronaca cittadina avvenuto nell’aprile 1660 e illustrato in Collaterale dal giudice Marciano.

Un certo Marco Peluso, soprannominato Carcioffola, cocchiere dell’arcivescovo, aveva accoltellato e ucciso la moglie di un ortolano con cui era venuto a lite: la donna era all’ottavo mese di gravidanza e la creatura le fu estratta dal ventre e battezzata.

Il Peluso, in seguito alla generale commozione e all’indignata protesta della città, fu immediatamente arrestato e tradotto in giudizio davanti alla Vicaria[13].

Ma il cardinale, trattandosi di un suo dipendente, invitò il vicario generale Orazio Maldacea ad inviare ai ministri di Vicaria un  monitorio, cioè una diffida a procedere contro il Peluso con l’ordine di consegnarlo entro 24 ore al tribunale ecclesiastico e di presentarsi essi stessi per rispondere della violazione della bolla “Coenae Domini”.[14]

Le autorità laiche replicarono con una lettera al Vicario in cui si riaffermava la competenza della Vicaria nel procedimento giudiziario in corso e con l’invio del segretario del Regno dal Cardinale nel tentativo di convincerlo ad accettare il provvedimento regio che avrebbe soddisfatto le aspettative generali. Il tentativo fallì e il cardinale minacciò di fulminare scomuniche se non gli fosse stato consegnato il cocchiere.[15]

Il Collaterale provò allora a far pressione sul Vicario, ma quando questi rispose di non poter venire incontro alle aspettative del viceré perché l’Arcivescovo aveva avocato a sé la causa, non esitò a ordinare ai giudici di procedere nella loro azione giudiziaria nei confronti di Marco Peluso.[16]

Nonostante l’interessamento del Nunzio e di Roma il Cardinale continuò per la sua strada: il 16 aprile fece affiggere alle porte dell’Episcopio, della Vicaria e della Nunziatura un monitorio ultimativo con la richiesta di un’immediata consegna del reo minacciando di infliggere una scomunica a tutti i giudici; ma questi riaffermarono le motivazioni di competenza a procedere e intimarono al Vicario, se il Cardinale avesse inflitto la scomunica, di abbandonare Napoli entro 6 ore e il Regno entro 5 giorni.[17]

Il 17 aprile, mentre la Vicaria completava il processo con la condanna a morte di Marco Peluso, il Filomarino preparava i cedoloni di scomunica per i giudici e quando il governo, il giorno seguente, fece eseguire la condanna in piazza Mercato ne ordinò l’affissione.

Al gesto dell’arcivescovo il governo rispose con l’espulsione del Vicario e Roma tornò ad interessarsi alla questione: la serrata controversia sul principio dell’autonomia e della pienezza giurisdizionale invocata da entrambi i contendenti tenne impegnati fino a metà giugno il segretario di stato pontificio mons. Pacca, il Filomarino, il nunzio Spinola e lo stesso Viceré.

Quando il Pontefice, tramite il Nunzio, impose al Maldacea, che stava già allontanandosi da Napoli, di ritornarvi subito e tentò di anticipare l’opposizione del Collaterale facendo balenare la possibilità di interdire il Regno, i Reggenti non si lasciarono intimorire e ribadirono la legalità della loro azione, consapevoli che permettere il rientro del Vicario avrebbe significato la resa del potere laico a quello ecclesiastico.

Questa linea di fermezza spinse la parte ecclesiastica a tentare un approccio diplomatico: il Nunzio addossò ogni responsabilità all’intransigenza dell’Arcivescovo e si accordò col Viceré sul rientro del Maldacea con la clausola che sarebbe stato richiesto personalmente dal Papa.[18]

Ma la lettera del card. Chigi del 3 maggio non sembrò averla recepita: diretta non al Viceré ma al Nunzio, lo invitava ad adoperarsi per il rientro del Vicario come se un tale evento dipendesse da lui e non dalla volontà del governo.

Ancora una volta l’azione diplomatica saltò e il Collaterale provvide ad inviare al Filomarino la richiesta di revocare le censure e di scacciare il Maldacea dal palazzo arcivescovile dove si era rifugiato dopo essere riuscito a rientrare a Napoli.[19]

Il Cardinale provò a minimizzare il caso in cui erano invece in gioco il prestigio e l’autorità del potere statale e declinò sostanzialmente le richieste del governo: non poteva scacciare il Vicario in quanto gli era stato consegnato dal Nunzio e non poteva ritirare le censure perché la causa era stata avocata dalla S. Congregazione dell’Immunità.[20]

Il Collaterale, preso atto delle giustificazioni addotte, decise di lasciar passare alcuni giorni: si era alla vigilia di Pasqua e si sperava che da Roma giungessero segni di distensione; ma svanita anche questa speranza attuò una serie di provvedimenti quali   l’arresto dei nipoti del cardinale (Ascanio e Francesco Filomarino)  tenuti in blanda prigionia in Castel Nuovo, il sequestro del suo casale nei pressi di Aversa e dei suoi depositi (sia i 44.000 ducati sul Monte della Pietà che i 9.000 sul Monte dei Poveri) e il mandato di arresto anche per i parenti del Maldacea domiciliati a Massa.[21]

Il Vicario tentò comunque di sottrarsi all’ordine di espulsione: partito da Napoli alla volta di Messina, a Vietri si pentì della decisione presa e si ritirò nel monastero della Trinità della Cava tanto che il Collaterale fu costretto a scrivere al governatore della città di ricercarlo e costringerlo a riprendere il viaggio. A metà di giugno l’ordine doveva essere stato eseguito se il Nunzio faceva affiggere un monitorio contro il Vicario per avere lasciato il Regno senza l’ordine del Papa e per essersi sottomesso al potere civile. Seguì in agosto  un decreto che lo privò di ogni dignità ecclesiastica e degli ordini sacri con conseguente divieto di celebrare messa; ma il Collaterale ne prese le difese: si accertò dell’esistenza del decreto ecclesiastico, ne contestò la validità perché affisso senza regio exequatur e contestò al Nunzio la pretesa di avere poteri illimitati su tutti gli ecclesiastici del Regno.[22]

Intanto i giudici di Vicaria si erano visti ritirare la scomunica in cambio della liberazione dei nipoti del Cardinale e ai primi di luglio il canonico Paolo Garbinato aveva preso possesso dell’ufficio lasciato vacante dal Maldacea.

Da tale controversia fu il potere civile a conseguire la soddisfazione maggiore: giocò a suo favore sia l’isolamento in cui era stato lasciato il Filomarino dall’opinione pubblica colpita dall’odiosità del delitto commesso e dalla sensazione che il Cardinale si stesse battendo per ritardare il castigo del reo sia, soprattutto, il generale deterioramento della posizione del clero napoletano.

La nuova società che si andava formando nel Regno cominciava ad essere stanca di una Chiesa che agli interessi spirituali prediligeva l’arricchimento sfrenato, le liti giudiziarie e le complicazioni ereditarie e patrimoniali.

Le due consecutive vittorie ottenute dal potere civile su licenze sanitarie e caso Peluso indicavano chiaramente come il governo potesse agire sulla base di una cosciente collaborazione popolare.

L’opinione pubblica, consapevole che i contrasti giurisdizionali nascondevano grossi problemi di carattere economico, continuò ad appoggiare il viceré anche nella controversia sul contributo richiesto dal Pontefice agli ecclesiastici del Regno da inviare all’imperatore Leopoldo I per la guerra contro i Turchi e a cui il Collaterale negò costantemente il regio exequatur.

Il documento papale prevedeva che tutti gli ecclesiastici del Regno che avevano entrate su chiese e luoghi pii avrebbero dovuto versare a Roma per dieci anni il 6% del loro reddito tramite la Nunziatura; ma il viceré, contrario alla fuga all’estero dei capitali del Regno, non volle concedere la propria autorizzazione dando luogo ad una tensione col potere ecclesiastico durato vari mesi. Il Collaterale ne fece consulta al re di Spagna nel marzo 1661, ma il Filomarino continuò imperterrito a richiedere i pagamenti anche senza l’autorizzazione governativa motivando la sua posizione con un’autorizzazione pontificia che definiva la decima un’imposizione universale e non necessaria di regio exequatur.[23]

Quando però il Collaterale impartì l’ordine tassativo agli istituti religiosi di non inviare denaro a Roma non trovò la solita accanita reazione: il cardinale, insofferente delle fortune del Chigi e desideroso di trovare pace nei suoi agitati rapporti col potere civile, si rifiutò di esigere le decime protestando la propria incompetenza in quanto materia propria della Nunziatura.

Altrettanto difficile si rivelò la battaglia ingaggiata nel 1661 sulla questione dell’inquisizione in cui intervenne in modo molto duro lo stesso nunzio Spinola che sul problema delle licenze sanitarie e sul caso Peluso si era adoperato a far valere la voce della ragionevolezza sia con il governo che con la corte pontificia.

Con l’eccezione degli incidenti provocati da mons. Petronio tra il 1626 e il 1631, l’Inquisizione napoletana affidata al Tamburello, già vicario diocesano di Napoli, non aveva suscitato difficoltà di rilievo fino al 1656, quando, per la morte del vescovo, l’incarico fu ricoperto momentaneamente fino alla nomina di mons. Piazza.

La riattivazione di un organo la cui attività si era fino ad allora istradata sui binari della più assoluta normalità raggiunse la coscienza popolare attraverso i casi vistosi dell’incriminazione del conte di Mola Duarte Vaaz per segreta pratica di ebraismo con conseguente confisca dei beni e di quella del duca delle Noci per aver letto un libro censurato. Ma non vanno dimenticati né il proliferare delle carceri del S. Ufficio, che raggiunsero in numero di sette o otto, né l’aumento dei procedimenti divenuti più sommari ed arbitrari né le malversazioni e prepotenze scandalose con cui il nuovo inquisitore e i suoi agenti e rappresentanti portavano avanti la loro attività.

A mettere in moto le Piazze di Napoli fu la reazione del duca delle Noci: da una riunione di gran cavalieri e cittadini tenuta in S. Lorenzo il 31 marzo scaturì la decisione di riunire le Piazze il sabato successivo 2 aprile.[24]

Il 5 aprile la Deputazione eletta dalle Piazze si presentò in Collaterale a chiedere l’allontanamento di mons. Piazza e la conservazione della prassi inquisitoriale nel Regno quale era stata fissata 114 anni prima in seguito ai tumulti avvenuti per le stesse ragioni nel 1547.

Il viceré, nell’accomiatare la Deputazione, assicurò che nei giorni successivi avrebbe fatto conoscere la sua decisione: aspettava infatti di conoscere l’esito dei contatti diplomatici che aveva avviato, tramite l’ambasciatore a Roma, con il pontefice il giorno precedente quando, incontrando anche il Nunzio, lo aveva invitato ad esortare mons. Piazza ad allentare la sua zelante attività e a ritirarsi per qualche tempo nel convento di Monte Oliveto o in quello di Monte Cassino.[25]

L’8 aprile giunse da Roma la decisione di espellere mons. Piazza dal Regno e la notte del 10, con una scorta di soldati a cavallo messa a disposizione dal viceré, l’inquisitore venne accompagnato alla frontiera.

A maggio la sua ventilata sostituzione suscitò la protesta del Collaterale perché il successore designato aveva già creato problemi alla real giurisdizione come vescovo di Ragusa e Barletta. I Reggenti erano intenzionati, dopo tanti contrasti, a dare una loro impronta precisa all’elezione del nuovo inquisitore che, oltre ad essere vescovo del Regno, avrebbe dovuto mostrarsi ligio alla politica vicereale.[26]

Come già nel 1656 con le licenze sanitarie e nel 1660 col caso Peluso, anche questo contrasto tra Stato e Chiesa si concluse con la vittoria del potere civile e se la questione si protrasse ancora fu per i contrasti sorti tra le Piazze cittadine e il viceré: gli ambienti aristocratici avevano tentato di strumentalizzare il problema dell’inquisizione per riaffermare una presenza politica che dal 1648 in poi non aveva trovato modo di farsi valere; ma il viceré, conte di Peñaranda, consapevole della manovra, si preparò a vanificarla.

Dopo  lunghe riunioni tra aprile e maggio alla ricerca di una comune piattaforma rivendicativa delle sei Pazze due sole richieste trovarono l’accordo unanime: che i processi per S. Ufficio non implicassero il sequestro dei beni e che pertanto venissero dissequestrati quelli del conte di Mola. Per il resto la spaccatura fu profonda: se le Piazze di Capuana, Porto e Montagna chiedevano che l’inquisizione napoletana fosse affidata al locale arcivescovo come ordinario, senza particolare delega pontificia e secondo le norme canoniche, la Piazza di Nido, la minoranza di quella di Portanova e quella del Popolo ammettevano che vi fosse un inquisitore come figura distinta da quella dell’arcivescovo purché procedesse secondo l’uso invalso nel Regno prima degli eccessi di mons. Piazza.[27]

Questa divisione facilitò l’opera di repressione messa in atto dal viceré nei confronti di ciò che restava ancora dell’agitazione: il primo luglio il Collaterale vietò la riunione delle Piazze programmata per il giorno seguente e minacciò di applicare una pena pecuniaria di 4.000 ducati a chiunque dei deputati e dei 5 e 6 delle Piazze avesse contravvenuto all’ordine. Il 15 luglio, alla luce di una lettera del re di Spagna indirizzata agli Eletti della città, dichiarò decaduta la Deputazione eletta il 2 aprile per affrontare il problema dell’inquisizione e le tolse definitivamente il compito il 18 luglio allorché, su richiesta dell’eletto del Popolo, decretò che “ si levasse l’inibitoria ai cinque e sei deputati di potersi unire e convocare le Piazze a rispetto di tutte quelle che avevano da trattare per beneficio del pubblico eccettuato però il negotio di mons. Piazza il quale resta sopito…[28]

Dopo un tentativo del Nunzio in settembre di voler assumere l’ufficio di inquisitore e le aspre proteste del Collaterale che portarono ad un serrato scambio epistolare tra Viceré e Pontefice, in ottobre si decise per la successione di mons. Piazza che intanto si era stabilito a Terracina.[29]

Così quando tra novembre e dicembre prima la Piazza del Popolo e poi la Deputazione e gli Eletti si recarono in visita al viceré, questi confermò loro la decisione di Madrid di conservare l’inquisizione, seppur con i procedimenti precedenti a quelli attuati da mons. Piazza.

La vittoria del Viceré fu completa e la nobiltà, che aveva puntato tutto sul passaggio dell’Inquisizione dalle mani del ministro pontificio a quelle del locale arcivescovo, venne sconfitta.

Nel luglio 1662 furono dissequestrati i beni del conte di Mola e nell’aprile 1663 il papa nominò inquisitore del Regno il vescovo di Bitonto Alessandro Crescenzi che, pur essendo vescovo del Regno, non era regnicolo e pertanto la sua nomina contraddiceva uno dei punti essenziale degli accordi tra Piazze e Vicerè.

Proteste però non ve ne furono: segno evidente che tanti mesi di lotte e agitazioni sul problema dell’inquisizione erano state determinate da obiettivi eminentemente politici.[30]

Tra il 1662 e il 1667 continuarono gli strascichi relativi alla bolla sulle decime:

l’opposizione vicereale all’esecuzione della bolla pontificia nel Regno e l’esenzione  decretata dal Collaterale per tutte le estaurite (chiese tenute da laici) esasperarono la tensione tra stato e chiesa. Era chiaro che la questione coinvolgeva una più vasta problematica economica che si trascinava da anni ma delle cui dimensioni  il governo si rendeva conto forse solo ora.[31]

L’eccezionale proliferazione del clero, l’illegale tassa sul commercio domenicale e festivo imposto dal Filomarino e la pretesa di raddoppiare le tratte di vino per la curia pontificia diventarono l’oggetto su cui si instaurò il braccio di ferro tra potere civile ed ecclesiastico.

Nell’estate del 1665 il governatore della Terza denunciò in un memoriale l’eccessivo numero di ricchi cittadini che negli ultimi trent’anni avevano abbracciato gli ordini sacri per sottrarsi al pagamento degli oneri fiscali gravanti sulle loro terre che così continuavano a possedere a titolo di donazione.[32]

Sollecitato da tale denuncia il Collaterale emanò un decreto che prevedeva l’arresto di quanti facessero donazioni alla Chiesa, ma il provvedimento non fermò la corsa agli ordini sacri: due anni dopo, un censimento sugli ecclesiastici del Regno accertava che, tra sacerdoti, diaconi, suddiaconi, clerici in minoribus, coniugati, diaconi selvaggi e oblati, essi avevano raggiunto il consistente numero di 56.446. I Reggenti ne fecero consulta al Re di Spagna chiedendo provvedimenti che ne determinassero la diminuzione, consapevoli che l’esenzione fiscale di cui godevano determinava il raddoppio degli oneri per i contribuenti laici.[33]

Tra le fine del 1665 e gli inizi del 1666 fu affrontata la questione della chiusura  domenicale e festiva dei negozi che anche la Chiesa già da tempo faceva osservare, ma su cui sorvolava dietro congrui pagamenti.

Fu la protesta dei negozianti, esasperati dalle richieste ecclesiastiche divenute ormai insostenibili, a imporre l’intervento del governo che il 21 dicembre 1665 decretò illegale l’esazione imposta dal Filomarino ai rifornimenti annonari e ai viveri di prima necessità, ma non alle botteghe di calzolai e barbieri per le quali si nutriva ancora qualche dubbio. Ad avallare la decisione governativa c’era il breve del pontefice Urbano VIII, la decisione presa dalla S. Congregazione nel 1603 in un’analoga questione e tutto l’insegnamento della Chiesa. Pertanto, mentre il Viceré avviava una soluzione diplomatica della questione, il Collaterale affidava ai tribunali civili e all’avvocato della Città Ignazio Provenzale l’incarico di difendere i sudditi dalle illegali pretese dell’Arcivescovo.[34]

Gli incontri diplomatici si intensificarono sollecitati da una nuova protesta cittadina sui danni arrecati dalla “oppressione e vessattione che danno li cursori del sig. cardinale Filomarino Arcivescovo a quelli che introducono cose comestibili” e sembrarono avere esiti positivi: il Cardinale si impegnò ad abolire la tassa sul commercio festivo sia alle porte della città che nei borghi e si convenne di porre nei giorni festivi una tavola di fronte alle botteghe  e un drappo davanti alle macellerie.[35]

Ma l’impegno restò sulla carta. Lo si scoprì neanche due mesi dopo con l’arrivo in Collaterale di un nuovo memoriale “sopra li eccessi che continuano li cursori della Curia Arcivescovale di nuove esattioni in danno del pubblico” e il governo decretò l’abolizione della tassa ecclesiastica almeno sul commercio all’ingrosso alle porte della città lasciando ai piccoli negozianti la possibilità di una libera contrattazione con l’Arcivescovo in attesa che l’ambasciatore del Regno a Roma sollecitasse un risolutivo intervento pontificio.[36]

La questione della tratta dei vini fu affrontata tra settembre e ottobre del 1667: il Viceré  illustrò i danni arrecati all’Arrendamento dalla stipulazione della tratta di ulteriori 200 botti di vino destinate al Collegio Ungarico e Germanico di Roma oltre le 200 già inviate annualmente per antica consuetudine e invitò i Reggenti a farne consulta al Re di Spagna chiedendone l’abrogazione. Il 3 ottobre, sulla scorta della risposta del sovrano e in seguito ad una sollecitazione del Nunzio, si chiarì che la concessione era a discrezione del sovrano e a favore dei cardinali fedeli alla corona e non, come stava diventando, un preciso dovere nei confronti di un organismo ecclesiastico che il governo non riconosceva in quanto tale.[37]


[1] Il Consiglio Collaterale, organo istituito da Ferdinando il Cattolico nel 1507 e posto, come consiglio di Stato, accanto al viceré (le sue pronunce furono rese vincolanti da una prammatica di Filippo II nel 1593) caratterizzò il periodo vicereale. Composto da viceré, che ne era il capo, da due reggenti (che poi crebbero di numero), dal segretario del regno e da due segretari privati del viceré, il Collaterale assumeva il governo per morte o assenza del viceré. Accentrando nella sua struttura sia funzioni consultive che deliberative e giudiziarie aveva una cancelleria, una segreteria diretta da un secretarius regni ed un tribunale. Soppresso il 7 giugno 1735, fu sostituito dalla Camera di S. Chiara.

[2] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 61: 26 febbraio e 5, 8, 13 e 16 marzo 1657.

[3] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 61: 12, 15,19 e 22 giugno 1657.

[4] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 61:;13 e 22 agosto 1657.

[5] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 61: 24 agosto e 1 settembre 1657

[6] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 61: 13 e 24 settembre; 12 ottobre 1657

[7] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 61: 19 ottobre 1657

 [8]Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio  Collaterale 62:  21 gennaio 1658

[9] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale 62:   2 e 5 ottobre 1658

[10] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale 62:   18, 21 e 30 ottobre 1658

[11] Cfr. G. Galasso, Napoli Spagnola dopo Masaniello(Politica – Cultura – Società), ESI, Napoli, 1972, pag 59 e E. Boaga, La soppressione innocenziana dei piccoli conventi in Italia, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1971.

[12] Archivio di Stato di Napoli, Not. del Consiglio Collaterale, vol. 63: 27 agosto, 5 e 9 settembre, 3 dicembre 1659.

[13] La Gran Corte di Vicaria, prima magistratura di appello di tutte le corti del Regno di Napoli, istituita da Carlo II d’Angiò attraverso la fusione del Tribunale del Vicario con la Gran Corte, ebbe sede a Castel Capuano con la riforma voluta nel 1537 da don Pedro Toledo. Strutturata in 4 sezioni giudicava in prima istanza reati commessi nel napoletano e in appello  tutti quelli commessi nelle province nel Regno.

[14] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 64:  6 aprile 1660.

La bolla “In coena Domini” pubblicata da Pio V nel 1568  rese molto tesi i rapporti dei vari stati europei e italiani col Papato. Essa vietava ai principi di accogliere persone non cattoliche nei propri territori e di intrattenervi rapporti  anche epistolari nonché di punire per colpe civili cardinali, prelati e giudici ecclesiastici nonché i loro agenti, procuratori e congiunti. Vietava ai sovrani temporali di imporre pedaggi, gabelle, prestiti, decime sui beni dei chierici senza l’approvazione della curia romana. Vietava all’autorità laica di sequestrare la rendita delle chiese, dei monasteri e i benefici ecclesiastici; tutte le cause che riguardassero questioni del genere dovevano essere sottratte al foro temporale e riservate a quello ecclesiastico. Proibiva al principe l’esercizio dell’exequatur sulle concessioni e i decreti pontifici e lo considerava scomunicato qualora occupasse terre della Chiesa o le muovesse guerra.

Giovanni Aniello

fonte http://www.larecherche.it/testo.asp?Id=555&Tabella=Saggio

[15] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 64:  7 aprile 1660

[16] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 64: 14 e 15 aprile 1660

[17]Archivio di Stato di Napoli,  Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 64: 16 aprile 1660.  Cfr. anche G. Galasso, Napoli spagnola…, op. cit., pag. 59.

[18] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 64:  27 e 30 aprile 1660.

[19] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 64:  3 e 13 maggio 1660.

[20] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 64: 14 maggio 1660.

[21] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 64: 31 maggio 1660.

[22]Archivio di Stato di Napoli,  Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 64: 7, 9 e 15 giugno; 11,12, 18 e 23 agosto 1660.

[23] Archivio di Stato di Napoli, Not. del Consiglio Collaterale, vol. 65:  13, 22 e 23 marzo; 12 agosto e 9 settembre 1661.

[24] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 65:  31 marzo 1661.

[25]Archivio di Stato di Napoli,  Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 65:  4 e 5 aprile 1661.

[26] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 65:  8 aprile e 9 maggio 1661.

[27] Cfr. G. Galasso, Napoli spagnola…, op. cit., pag. 64.

[28] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 65:  1, 15 e 18 luglio 1661.

[29] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 65:  22 e 26 sett., 8 e 20 ottobre 1661.

[30] Cfr. G. Galasso, Napoli spagnola…, op. cit., pag. 67 e 68.

[31] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 65:  6 febbraio 1662 e vol. 66, 20 nov. 1663.

[32] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 67: 28 agosto 1665.

[33] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 67: 22 aprile 1667.

[34] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 67: 4 e 17 dicembre 1665.

[35] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 67:  23 dicembre 1665.

[36] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 67: 4 febbraio 1666.

[37] Archivio di Stato di Napoli, Notamenti del Consiglio Collaterale, vol. 67: 16 settembre e 3 ottobre 1666. 5

Read More

Tutti i Re di Napoli e di Sicilia 1130 -1861

Posted by on Mar 21, 2019

Tutti i Re di Napoli e di Sicilia 1130 -1861

I regni di Napoli e di Sicilia furono a volte uniti, a volte divisi (o con lo stesso re, o con re diversi). Ciascuno conservava (o rivendicava) la denominazione di “Regno di Sicilia”. Nel 1815 il Congresso di Vienna ne decretò l’unificazione, ed il nuovo Stato prese il nome “Regno delle due Sicilie”. Di seguito riportiamo l’elenco cronologico di tutti i Re, con i link per gli approfondimenti. Sia le dinastie, sia i vari re all’interno di ogni gruppo dinastico si succedono nell’ordine scritto…………continua articolo originale

http://www.ilportaledelsud.org/tuttire.htm

Read More

Ruggero II e Montecassino (1136-1138)

Posted by on Mar 17, 2019

Ruggero II e Montecassino (1136-1138)

Nel corso di una decina di anni compresi tra il 1121 e il 1130 Ruggero d’Altavilla, conte  di Sicilia, era riuscito a riunire tutto il territorio dell’Italia meridionale. Approfittando di uno scisma nella Chiesa cattolica1  in cui all’elezione di un papa, Innocenzo II, si era contrapposta quella di un antipapa, Anacleto II, si unì a quest’ultimo che lo riconobbe re di Sicilia, Puglia e Calabria con il nome di Ruggero II2 . Tale fatto aprì un decennio di guerre tra Ruggero II da una parte e alcuni nobili feudatari normanni che fecero ricorso all’aiuto di papa Innocenzo II (1130-1143) e dell’imperatore del Sacro Romano Impero, Lotario III (1133-1137)3. Negli anni tra il 1136 e il 1138-39 le vicende si svolgono tra Montecassino e il territorio circostante. Infatti Ruggero II aveva intuito che per contrastare le manovre dell’imperatore e del suo esercito, bisognava prima di ogni altra cosa assicurarsi Montecassino che non era un semplice monastero, ma una piazza di frontiera ritenuta inespugnabile a quei tempi4 e, oltretutto, la prima che si incontrava entrando nel regno attraverso la via di Ceprano.

Agli inizi di gennaio del 1137, mentre fervono i preparativi delle armi, Guarino, cancelliere di re Ruggero lasciato a custodia della Terra di Lavoro, convoca presso di sé, a Capua, l’abate di Montecassino Senioretto (12 luglio 1127 – 4 febbraio 1137). Al rifiuto dell’abate si porta a Montecassino e lo informa dell’ordine del re di mettere l’abbazia a disposizione delle truppe regie e trasferirsi altrove con i monaci, a eccezione di sette di loro autorizzati a rimanere, portando via da Montecassino quanto vi era di più prezioso per metterlo al sicuro da un attacco di Lotario. L’abate si oppone al trasferimento, pur ribadendo fedeltà a Ruggero. Aggiunge che i monaci avrebbero difeso con tutte le loro forze Montecassino5 e per contrastare l’imperatore si sarebbero serviti dei migliori uomini fra quelli di S. Germano e delle altre terre della badia6. Ma Guarino minaccia di porre sotto assedio Montecassino. Allora i monaci sollecitano Landolfo, conte di Aquino, del partito imperiale, a soccorrerli e, di notte, introducono le sue truppe nel monastero7.
Guarino, appresa la notizia, si porta a Mignano e sollecita i baroni vicini ad assalire Montecassino. Taluni, mossisi con uomini armati, prendono molte terre di Montecassino e lo stesso monastero viene assalito. Allora l’abate Senioretto invia due monaci di Montecassino, Bertulfo Tedesco e Adinolfo di Marsico, a chiedere aiuto all’imperatore.
Poi il 21 gennaio 1137 muore Guarino, cui succede l’inglese Roberto di Selby, e nel febbraio successivo l’abate Senioretto.
Le truppe di Landolfo, mercé le trattative di Riccardo, vescovo di Gaeta, escono dall’abbazia. Mentre i monaci si apprestano a eleggere il nuovo abate, sopraggiunge a Montecassino il governatore di Capua, Conzolino, per impedire l’elezione in attesa delle decisioni del re, oppure, se si fosse proceduto con l’elezione, il nuovo abate avrebbe doveva prestare giuramento di fedeltà a Ruggero II e al tempo stesso consegnargli una rocca. Al rifiuto dei monaci, Conzolino occupa le terre della badia. Durante i combattimenti si ribellano Sant’Angelo in Theodice, Cocuruzzo, Mortola, S. Vittore e S. Pietro Infine che vengono incendiati. I monaci cassinesi si dividono in due partiti, uno dei quali elegge come abate Rainaldo Toscano (10 febbraio – 18 settembre 1137), che, essendo stato sottodiacono di Anacleto, riceve dall’antipapa la conferma della badia8. L’altro partito rinnova le sue premure presso l’imperatore Lotario che da Ravenna, dove si trova, invia Enrico, duca di Baviera, con 3.000 soldati per unirsi a Innocenzo II, liberare Roma dall’antipapa e restituire Roberto nel suo principato9. Le truppe imperiali devastano tutta la campagna romana, occupano Albano e Anagni, e il 7 maggio 1137 arrivano a S. Germano. Montecassino si arrende e la sua presa apre le porte della Campania. Si dirigono a Capua che, dopo essere stata presa, viene restituita a Roberto10. Benevento11 si arrende il 21 maggio 1137. Crescenzio, cardinale di Anacleto, viene cacciato e sostituito dal cardinale Gerardo12. Quindi l’esercito imperiale si avvia verso la Puglia per ricongiungersi a Lotario.
L’imperatore, infatti, partito da Ravenna, sceso lungo l’Adriatico e conquistata la città di Termoli, giunge in Puglia dove occupa Rignano e Siponto e le altre città fino a Bari che si arrende il 30 maggio dopo quaranta giorni di assedio13 mentre Melfi cade il 29 giugno. Agli inizi di luglio Lotario, portatosi a Lagopesole assieme a papa Innocenzo, convoca l’abate Rainaldo. Quest’ultimo, accompagnato da Pietro Diacono, bibliotecario dell’abbazia, lascia Montecassino, giunge in Basilicata attraversando regioni controllate da truppe fedeli a Ruggero, riuscendo a non farsi catturare dai condottieri Gilberto di Balzano e Roberto la Marra, e arriva a Melfi dove Lotario esige che si sottometta a papa Innocenzo II14.
Il 30 agosto Lotario e il papa passano per Avellino e arrivano a Benevento. Qui, nella chiesa Arcivescovile, il 5 settembre 1137 Rainulfo viene investito duca di Puglia dal pontefice alla presenza del patriarca di Aquileia e di molti vescovi, arcivescovi e abati15. L’imperatore, dietro richiesta di Innocenzo, concede ai beneventani l’immunità da ogni tributo che pagavano al tempo dei normanni.
Quando l’abate Rainaldo fa ritorno a Montecassino vi introduce un presidio regio, trova modo di accordarsi col duca di Baviera per denaro e promette fedeltà all’imperatore rimanendo così in possesso della badia. Tuttavia Lotario, partito il 9 settembre da Benevento per Capua, viene a conoscenza che Rainaldo avrebbe ricevuto uomini di Ruggero II per cui lo invita immediatamente a fornire spiegazioni. Rainaldo si da ammalato. Poiché Innocenzo, già a S. Germano assieme a Bernardo di Chiaravalle16, non ha mai accettato l’elezione dell’abate Rainaldo, invia a Montecassino i cardinali Americo e Gerardo e lo stesso Bernardo per convincere i monaci a cacciare Rainaldo. Lotario, però, vieta ai legati pontifici l’accesso alla badia e quando giunge a S. Germano sale in abbazia per destituire Rainaldo. Il 18 settembre 1137 l’abate si reca in processione con l’imperatore e la corte fino alla tomba di S. Benedetto su cui depone la sua croce e l’anello. Immediatamente dopo viene eletto abate Guibaldo (19 settembre – 2 novembre 1137)17. Sono presenti in monastero Lotario con l’imperatrice Rachisia e S. Bernardo, mentre Innocenzo II si tratteneva a S. Germano.
Quindi l’imperatore e il papa si allontanano dalla città per raggiungere Roma. Il 5 ottobre Lotario soggiorna nell’abbazia di Farfa. Il 10 ottobre 1137, prima di proseguire il viaggio verso la Germania, rilascia all’abate Guibaldo un diploma di conferma della Terra di S. Benedetto che riporta i confini della donazione di Gisulfo ed elenca tutti i castelli, terre e chiese18.
Nel corso di tali vicende Ruggero si era ritirato in Sicilia. Venuto a conoscenza della partenza di Lotario, sperando di recuperare quanto aveva perso, raduna un grosso esercito. Arriva a Salerno e di lì passa a Nocera che pone sotto il suo dominio come pure tutte le terre circostanti di cui era signore il duca Rainulfo. Sergio, duca di Napoli, si sottomette. Poi tocca alla Terra di Lavoro. Pozzuoli, Alife e Telese vengono devastate. Quindi passa a Capua che prende con la forza per vendetta contro il principe Roberto che era stato il principale fautore della calata di Lotario in Italia.
L’abate Guibaldo scrive a Lotario, da cui non riceve risposta a causa della morte dell’imperatore sulle Alpi il 4 dicembre 1137 mentre è in viaggio verso la Germania, nella quale gli rappresenta i pericoli in cui si trovano le terre badiali percorse da Saraceni, Longobardi e Normanni che distruggono, rapinano, che non hanno pietà per sacerdoti, anziani, bambini19.
Rainaldo, dopo essere stato cacciato dal monastero, riunisce alcuni baroni fedeli a Ruggero e, partendo da S. Germano, tenta diversi assalti contro l’abbazia che vengono respinti da Landolfo di S. Giovanni, giunto in soccorso di Guibaldo. Quest’ultimo invia al re degli ambasciatori. Tuttavia Ruggero non solo respinge la richiestra di pace di Guibaldo, ma gli fa sapere che non lo riconosce come abate di Montecassino in quanto nominato da Lotario e che lo avrebbe impiccato se fosse caduto nelle sue mani.
Quindi Ruggero II continua l’opera di riconquista dell’Italia meridionale. Occupa Benevento, Montesarchio e le terre del conte Riccardo, prende Avellino e i luoghi limitrofi, prosegue verso la Capitanata dove incendia Montecorvino. Quindi si appresta a combattere il duca Rainulfo che ha a disposizione un esercito di 1500 cavalieri. I due eserciti si scontrano presso Siponto. Le truppe siciliane, sebbene fossero di gran lunga superiori come numero di soldati rispetto al nemico, vengono sconfitte il 30 ottobre 1137. Muore Sergio, duca di Napoli, con 3000 soldati e molti baroni tra i quali Gerardo di Lansulino, Sarolo di Tufo e quello di Montefusco. Il primogenito del re si rifugia a Siponto mentre Ruggero II, fuggendo di notte, giunge al castello di Padula e poi prosegue per Salerno20.
Dopo la sconfitta, Bernardo di Chiaravalle tratta con il re per indurlo alla pace con il pontefice e per far riconoscere Innocenzo II come papa ponendo così fine allo scisma che durava da otto anni. Ruggero per poter decidere chiede che gli siano inviati tre cardinali del partito di Innocenzo II e tre del partito di Anacleto, in modo da udire entrambe le tesi. Il papa invia a Salerno il cardinale Aimerico, cancelliere della chiesa, Gerardo, cardinale di Santa Croce in Gerusalemme e Guido di Città di Castello, titolare di S. Marco; Anacleto II invia Matteo, cancelliere, e i cardinali Pietro da Pisa e Gregorio. Ruggero, in sede separata, interroga e ascolta i convenuti per quattro giorni. Il re, tuttavia, esterna le sue perplessità e propone che si tenga una riunione in Sicilia nel periodo delle festività natalizie con un solo cardinale di ciascun partito21.
Intanto a Montecassino l’abate Guibaldo, intimorito dalle minacce di Ruggero, preferisce partire per la Germania il 2 novembre 1137 abbandonando la badia dopo un mese e undici giorni di governo. Viene eletto abate Rainaldo II di Collemezzo (13 novembre 1137 – 28 ottobre 1166) con cui Ruggero, dopo molte ostilità e minacce, stabilisce una tregua.
Quindi il 25 gennaio 1138 muore Anacleto e i cardinali sostenitori, a metà marzo, eleggono Gregorio Conti con il nome di Vittore IV. Quest’ultimo il 29 maggio 1138 giorno della Pentecoste, forse su invito di Bernardo di Chiaravalle, si sottomette al papa Innocenzo II ponendo fine allo scisma22.
Ruggero II mira ad essere riconosciuto come re da papa Innocenzo che però continua a essergli contrario. L’8 luglio 1138 lo scomunica e quindi, allestito un forte esercito, invade il regno.


1 Nel 1130 alla morte di papa Onorio II, nella guerra tra le due famiglie romane dei Pierleoni e dei Frangipane, i cardinali del partito dei Frangipane riuniti in conclave, guidati dal cardinale Aimerico, eleggono Gregorio Papareschi, cardinale di Sant’Angelo in Pescheis col nome di Innocenzo II. Gli altri cardinali riuniti nella chiesa di San Marco considerano l’elezione irregolare ed eleggono Pietro Pierleoni, cardinale di San Callisto, che assume il nome di Anacleto II. Tutti gli Stati d’Europa riconoscono papa Innocenzo II. Anacleto II finisce per trovare alleanza solo con re Ruggero II.
2 Fu incoronato re di Sicilia, Puglia e Calabria il 25 dicembre 1130, una domenica, nella chiesa maggiore di Palermo dal cardinale Pietro Ottavio di Vico dei Conti di Tuscolo, inviato dall’antipapa Anacleto II, assistito dai vescovi di Benevento, Salerno e Capua. Gli pose in testa la corona reale Roberto principe di Capua (Cronaca Cavense all’an. 1130; Falcone Beneventano, Chronicon ad anno 1130). Da Epitoma di Joanne Bariola: «Lo Preditto Rogero Conte di Sicilia nepote di Roberto Guiscardo di Rogiero primo Conte di Sicilia successo nel Dominio Regnao anni 23. le fece primo coronare Re di Sicilia da li Populi, poi investito di Regia Corona del ditto Regno di Neapoli da Papa Anacleto in lo Anno MCXXX. fo il detto Progenio di nobile ingenio, discreto benigno, justo, e gracioso (all’hora Neapoli fo Unita con titulo di Regno) morì in Palermo in la sua etade di Anni LVIII, & sepulto in la Majore Ecclesia di Palermo».
3 Lotario III aveva promesso che sarebbe sceso in Italia dietro richiesta di Rainulfo d’Alife e di Roberto, principe di Capua, che inizialmente era alleato di Ruggero ma poi si era ribellato.
4 M. Paris, Historia major ad an. 1135; C. Pecchia, Storia Civile e politica del Regno di Napoli, Napoli, 1791 p. 175 e s. Nel 1130 Ruggero aveva concesso ai monaci di Montecassino un «diploma di universale confermazione del loro patrimonio», ribadito poi nel 1132. Scriveva d. Luigi Tosti che a quei  tempi i cassinesi avrebbero voluto «comparire piuttosto amici di Ruggiero che del pontefice», ma quando il re di Sicilia «si congiunse» con l’antipapa Anacleto l’«affare si tramutò in natura al tutto spirituale, e dovettero scegliere o l’amicizia di Ruggiero, facendosi scismatici, o l’amicizia della Chiesa, rendendosi segno all’ira del principe» (L. Tosti, Storia della Badia di Montecassino, vol. II, Pasqualucci Editore, Roma 1889, pp. 60-61).
5 L. Ostiense, Chronicon, l. 4, cap. 98: «Parati sumus, inquit, hoc cum necesse fuerit adimplere, et sacramento inde vos, in praesenti per nostros fideles firmare; insuper promittimus nos contra inimicos Regis strenue preparare, et pro posse Cassinense Coenobium, contra Imperatorem defendere, et mantenere».
6 L. Ostiense, Chronicon, l. 4, cap. 98: «cum opportunum fuerit de civitate Sacti Germani, et omnia Terra Sancti Benedicti fortiores, et robustiores quosque eligentes, hic habere studebimus, sicque; cum vestro consilio, et vestris militibus in adjutorium, si res ite exigeret, venienti bus, Cassinensem Ecclesiam contra Imperatorem, et contra milites ejus defendere, et manutenere curabimus, ita ut per Cassinense Coenobium, nulla Rex detrimenta, vel damna patiatur».
7 L. Ostiense, Chronicon, l. 4, cap. 100: «per noctem impletum est, atque ex utraque parte factis sacramentis, tertia die post festivitatem Epiphaniae, feria sexta, milites Landulfi iam dicti in Monasterium inducti, et munitiones contraditae sunt».
8 L. Ostiense, Chronicon, l.4, cap. 104.
9 Roberto II era stato investito del Principato da papa Onorio II nel 1127 a Capua ma nel 1135 ne fu cacciato da Ruggero II che lo dette a suo figlio Alfonso (Al. Telesino, l.3 cap. 1, Anon. Cassinese, Chronicon ad an. 1135).
10 L. Ostiense, Chronicon, l. 4 cap. 104.
11 Il Principato di Benevento fin dall’anno 1053 era nel dominio della Sede Apostolica, anche se Ruggero e Guglielmo, suo successore, per qualche tempo lo sottrassero alla Santa Sede.
12 L. Ostiense, Chronicon, l.4, cap. 105. F. M. Pagano, Istoria del Regno di Napoli, Napoli 1832, p. 295 e s.
13 L. Ostiense, Chronicon, l.4, cap. 106.
14 P. Aubè, Ruggero II, p. 243. Rainaldo giurò sul Vangelo. I cassinesi, sciolti «dal vincolo di scomunica, e scalzi andarono ai piedi del pontefice, e n’ebbero il bacio della pace», quindi fecero ritorno a Montecassino (L. Tosti, Storia della Badia di … cit., pp. 84-85).
15 Rom. Salernitano ad an. 1137; F, Beneventano ad an. 1136.
16 L. Ostiense, Chronicon, 4, cap. 123; T. Leccisotti, Montecassino, p. 67.
17 «Fornito di molte lettere, dotto nelle matematiche e nell’astronomia», Guibaldo, «lorenese di patria, resosi monaco» nell’abbazia benedettina di Stablo (oggi in Belgio, nei pressi di Liegi), di cui era divenuto abate, era anche ammiraglio di Lotario. Nel corso della guerra con Ruggero era giunto «con l’armata nelle acque di Napoli» e da lì si portò a Montecassino, «come a precipua sede dell’ordine». Poi fece ritorno a Napoli e lì si trovava mentre Lotario a Montecassino decideva con i monaci di nominarlo abate. Lo fece venire a Montecassino «perché accettasse il governo cassinese», ma Guibaldo si opponeva fermamente. Allora l’imperatore escogitò uno stratagemma: comandò ai monaci di portarsi nel capitolo e quando entrò Guibaldo «per subita acclamazione fu pubblicato abate. Lotario, non aspettato che colui si riavesse dallo stupore, gli si fece innanzi, ponendogli nelle mani il suo scettro, per investirlo dell’abazia cassinese» (L. Tosti, Storia della Badia … cit., pp. 94-95).
18  L. Ostiense, Chronicon, l.4, cap. 126; F. Beneventano ad an. 1137; Anon. Cassinese ad an. 1136.
19    «Post profectionem a nobis vestram, Saraceni Normanni, et Longobardi Campania irrupere, ac direptione, incendio, ac caede omnia miscuere, praecipue vero in praedijs Cassinatis Monasterij, aliarumq; Ecclesiaru baccantur, monachos vincientes, cruciantes, ac divendentes, ac templorum valuas, si quas clausas offenderint refringentes, atque omnis aetatis, sexus, gradusquae; homines ad tradendum aurum supplicijs acerbioribus adigentes. Nostrorum autem dictorum testes sunt civitates Puteolana, Allifana, et Telesina, quae nihil aliud, nisi olim se fuisse demonstrant, et si quae supersunt solo aequantur; ut Capua; nam post qua fortunas; et homines exhauserunt, incendium subiecerunt. Quanta vero Cassinati Monasterio post vestrum discessum detrimenta intulerint, commemorari non potest: quamobrem te rogamus invicte Caesar, ut nobis dubijs in rebus nostris maturum auxilium praebeas» (Gio. A. Summonte, Historia della città e Regno di Napoli, Tomo I, p. 13).
20  Romualdo Salernitano ad an. 1138; Cronaca Cavense all’an. 1137: «Eo anno factum est bellum inter Regem Rogerium & Ducem Raynonem, ubi multa millia hominum Regis interfuerunt, inter …»; F. Beneventano ad an. 1137; Vita di S. Bernardi l.2, cap. 7.
21 F. Beneventano ad an. 1137.
22 F. Beneventano ad an. 1138.

Alceo Morone

fonte https://www.cdsconlus.it/index.php/2016/09/11/ruggero-ii-e-montecassino-1136-1138/

Read More

Gli eserciti del Regno di Napoli (1a parte)

Posted by on Feb 24, 2019

Gli eserciti del Regno di Napoli (1a parte)

La storia militare del Regno di Napoli differisce sensibilmente da quella del resto della penisola, in relazione ad una cultura sostanzialmente differente ma anche grazie all’opera dottrinale fornita da teorici come il Pignatelli, il Colletta, il Capecelatro e non ultimo il marchese di Martignano Giuseppe Palmieri,  la cui opera “Riflessioni critiche sull’arte della guerra” valsero all’autore le lodi di, nientedimeno che,  Federico II di Prussia.

   Grandi imprese compirono le armate napoletane al seguito di Carlo V, specialmente durante la Battaglia di Pavia, dove epiche furono le gesta di un’armata partenopea, agli ordini del marchese di Sant’Angelo. Dopo aver ingaggiato un furioso corpo a corpo col sovrano francese Francesco I, il marchese rimase ucciso nello scontro, suscitando l’ira dei suoi cavalieri che, con una violenta carica, aggredirono l’avanguardia nemica, disperdendola e catturando un cospicuo numero di prigionieri. Un’altra prova di forza di notevole valore, sempre al seguito di Carlo V, avvenne durante la battaglia di Muhlberg, avvenuta il 24 aprile 1547, contro le armate protestanti, decisa proprio grazie all’intervento della cavalleria napoletana, che passò il fiume l’Elba guadandolo, aggirando così lo schieramento avversario e cogliendolo di sorpresa.

   Successivamente le armate napoletane, inquadrate in otto reggimenti nelle armate spagnole, presero parte alla Guerra dei Trent’Anni, nella guerra contro il Portogallo nel 1701 ed in quella di Successione Spagnola contro il Re Sole Luigi XIV. In tale periodo non va trascurata l’opera dottrinale del salentino Giovan Battista Martena, autore di un trattato sull’utilizzo dell’artiglieria sui teatri bellici. Anche sotto la dominazione austriaca gli eserciti napoletani dettero il loro apporto militare al fianco dei nuovi dominatori tuttavia, durante la Guerra di Successione Polacca, quando le armate franco – spagnole di Carlo III di Borbone, infante di Spagna e Duca di Parma, Piacenza e Guastalla, giunsero a Napoli, la stragrande maggioranza dei soldati napoletani si schierò al suo fianco, contribuendo in maniera determinante alla vittoria nella Battaglia di Bitonto, che sancì la ritrovata indipendenza del Regno sotto lo scettro del Borbone.

   Carlo di Borbone portò dalla Spagna circa la metà di uomini di quello che sarebbe divenuto in seguito il suo esercito, circa 35 mila cui se ne aggiunsero altri 20 mila dopo breve tempo. In particolar modo rinforzò l’arma di artiglieria, ancora piuttosto povera nel Regno di Napoli, limitata a sole 300 unità ripartite fra gli addetti alla fonderia di Napoli, ai Magazzini delle polveri di Castel dell’Ovo, al laboratorio munizioni sulla via per Chiatamone, alla Scuola ed ai bombardieri delle fortezze e dei presidi dislocati lungo le coste, a difesa da eventuali sbarchi pirateschi. Il nuovo esercito si articolava dunque in reggimenti spagnoli, affiancati da reparti svizzeri, irlandesi e corsi.

   L’opera del Borbone, fortemente influenzato dalla dottrina spagnola ma, in parte, anche da quella francese, fu diretta all’eliminazione di tutto ciò che potesse ricordare la dominazione asburgica. I regolamenti e l’organizzazione delle armate si richiamavano chiaramente a quelli spagnoli. Nel 1735 Carlo confermò le regole di arruolamento già in vigore all’epoca del vice regno spagnolo mentre, cinque anni più tardi istituì dodici reggimenti provinciali, articolati su due battaglioni, con i quali intendeva, in un certo qual modo, omogeneizzare le truppe locali con quelle straniere. Le uniformi dei due battaglioni, costituenti ogni reggimento, variavano in relazione al colore dei pantaloni. Il secondo battaglione, infatti, li portava dello stesso colore del panciotto.

   Lasciata Napoli per sedere sul trono di Spagna, il regno passò nelle mani del figlio Ferdinando IV, allora ancora troppo giovane. Il Tanucci, reggente del giovane sovrano, nel 1765 scioglieva i dodici reggimenti provinciali, sostituendoli con sei di nuova concezione mentre, dopo il 1780, il ministro Giovanni Acton riorganizzava e rimodernava l’esercito, eliminando l’influenza spagnola e definendo il colore delle uniformi, successivamente sancito nel regolamento dell’8 aprile 1791. Questo prevedeva una giacca blu per la fanteria, mentre quella della cavalleria era celeste o verde, con calzoni di pelle giallo chiaro.

Cosimo Enrico Marseglia

https://napolitania.myblog.it/2013/10/29/gli-eserciti-del-regno-di-napoli-1a-parte-5744067/

Read More
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: