Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

UNA LUNGA STORIA DI ODIO…( E NON È ROMANZATA).

Posted by on Mag 10, 2019

UNA LUNGA STORIA DI ODIO…( E NON È ROMANZATA).

I lager non sono un’invenzione dei nazisti: già 150 anni fa i Savoia, hanno massacrato in Piemonte e Lombardia migliaia di soldati borbonici, rei di non essersi sottomessi al loro dominio. Vi dice qualcosa Fenestrelle? In seguito, i savoiardi pensarono di estendere il trattamento all’intero Mezzogiorno recalcitrante. Comunque “i meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontano migliaia di chilometri dall’Italia. In Patagonia, per esempio”. Non si tratta dell’ultima provocazione leghista delle rozze sanguisughe razziste Bossi e Borghezio. E’ una cosa seria ammantata ancora oggi dall’eterno segreto di Stato. Provate a fare richiesta di atti e documenti in materia al Ministero degli Esteri. Intenzioni e progetto portano la firma di un Presidente del Consiglio italiano: Luigi Federico Menabrea (che era nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese). Imperversa il 1868: l’Italia “unita” con la violenza, il saccheggio, l’inganno e il denaro dei massoni inglesi – certo non i Mille di Garibaldi – muove i suoi primi passi e deve affrontare il brigantaggio al Sud. Nemmeno la pena di morte senza processo (con la famigerata legge Pica) sembra dissuadere i briganti, vale a dire i partigiani dell’epoca che sempre più numerosi si riuniscono in bande. Così il governo italiano, avendo già sterminato interi paesi, compresi i neonati (ad esempio: a Casalduni e Pontelandolfo) decide di cambiare strategia: deportare i briganti e loro sostenitori dall’altra parte del globo terrestre, in modo da recidere affetti e rapporto con il territorio. Un progetto perseguito per oltre un decennio e che fallì solo per la ritrosia dei Paesi stranieri a cedere aree per impiantare mattatoi per meridionali italiani.
DEPORTAZIONE DI MASSA
– Il piano di deportazione è scritto nero su bianco: il progetto delle «Guantanamo» di casa Savoia si rintraccia nei documenti diplomatici conservati all’Archivio storico della Farnesina. Secondo alcune carte seppellite dall’oblio, il presidente Menabrea provò prima a sondare gli inglesi, chiedendo loro un’area nel Mar Rosso, senza riuscirci. Quindi, il 16 settembre del 1868, il capo del governo italiano contatta il Ministro Della Croce a Buenos Aires, perché domandi al governo argentino la disponibilità di una zona «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro, che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia». Anche questo secondo tentativo, però, annega in un buco nell’acqua, perché tre mesi più tardi, il 10 dicembre, Menabrea è già all’opera per trovare soluzioni alternative. Contatta il console generale a Tunisi, Luigi Pinna, e gli chiede di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana». Ma anche i tunisini oppongono un no. A questo punto Menabrea ritorna alla carica con gli inglesi. Prima chiede loro di poter costruire un «carcere per meridionali» sull’isola di Socotra (tra la Somalia e lo Yemen), quindi domanda loro di farsi perlomeno da tramite con l’Olanda, perché conceda un’autorizzazione identica per un’area del Borneo. Menabrea e il governo italiano sono assolutamente convinti della necessità di deportare lontano dalla terra madre i criminali del Sud. Il senatore Giovanni Visconti Venosta, più volte ministro degli Esteri, incontrando il ministro d’Inghilterra sir Bartle Frere, si spingerà a dirgli: «Presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte».
È l’idea di abbandonare la famiglia, il Paese natale, il deterrente che il governo considera la carta giusta per sconfiggere la lotta contadina. Tanto più che in quegli anni sta nascendo il mito di alcune figure come Carmine Crocco (detto Donatelli) brigante che riesce a riunire intorno a sé una banda composta di almeno 2500 uomini e che viene visto come un eroe dalla popolazione locale e lo stratega imprendibile Michele Caruso di Torremaggiore.Campi di concentramento – Le istanze del governo italiano, però, cadono nel vuoto. Il 3 gennaio 1872 il governo inglese fa sapere di non vedere di buon occhio la creazione di un enorme centro penitenziario per i meridionali italiani. Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda si defila: concentrare criminali italiani in un luogo circoscritto viene visto come un problema per la sicurezza interna. Gli ultimi tentativi risalgono al 1873. Il lombardo Carlo Cadorna, Ministro a Londra, prende contatto con il conte Granville, Ministro degli Esteri inglese, ancora per il Borneo. E ancora una volta, da Londra, arriva un rifiuto. Nel frattempo, le carceri dell’Italia Unita traboccavano di meridionali e i briganti continuavano a combattere. L’11 settembre 1872, il “Times” pubblicò una lettera giunta da Napoli che metteva in luce la recrudescenza del brigantaggio in Italia. Il “Times” ci aggiunse un articolo di fondo in cui non si risparmiavano sferzate ai Piemontesi per l’incapacità di «eradicare completamente una così grave piaga».
Oltre il patibolo – Convinto che la paura della deportazione in terre lontane avrebbe spaventato i meridionali più di qualunque tortura e perfino della morte, il Ministro degli Esteri, Visconti Venosta, decise di mettere alle strette gli inglesi. Il 19 dicembre 1872, a Roma, incontrò il ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frere e gli parlò chiaro. Il suo discorso è ancora agli atti, negli Archivi della Farnesina. Disse: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti. Bisogna dunque pensare – disse il Ministro della neonata Italia – ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo». Sir Bartle Frere prese tempo ma i piemontesi non si arresero. È del 3 gennaio 1873 un documento confidenziale in cui Cadorna ragguaglia Visconti Venosta sul colloquio avuto col conte Granville relativamente alla «cessione di una parte della Costa Nord Est dell’isola di Borneo». Il rappresentante del Governo italiano disse al Ministro degli Esteri inglese che i briganti «avvezzi a mettere la loro vita in pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel Mezzodì, ove è grande l’attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il pensiero di non vedere più mai il sole natale, la moglie, i figli, di passare, e finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da tutti, è pensiero che atterrisce». Granville però fu irremovibile: l’Inghilterra non avrebbe aiutato l’Italia a deportare i Meridionali.
Sepolti vivi – Ma quanti erano i detenuti del Sud che marcivano nelle galere italiane? Secondo la rivista «Due Sicilie» (diretta da Antonio Pagano), un’indicazione si trova in una lettera del savoiardo Menabrea, al Ministro della Marina, il nizzardo Augusto Riboty. Menabrea sostiene che sarebbe stato «utile e urgente» trovare «una località dove stabilire una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati» che popolavano gli stabilimenti carcerari. A proposito della Marina Militare, la Forza armata si prestò ad esplorare una serie di luoghi adatti alla deportazione dei meridionali. Il Borneo e le isole adiacenti, innanzitutto, ma anche – secondo documenti pubblicati da «Due Sicilie» – «l’est dell’Australia». L’anarchico Giovanni Passannante che la sera del 17 novembre 1878 attenta con un temperino alla vita di Umberto I di Savoia, rimedia decenni di segregazione e torture fino a quando muore nel 1910 all’interno del manicomio di Montelupo Fiorentino. Il suo cranio ed il cervello sono stati esposti fino a qualche anno fa in un museo criminologico, ma ora riposano a Salvia di Lucania. I libri di storia tricolore dopo un secolo e mezzo ancora nascondono la verità. Chissà perché? Altro che “Unità d’Italia”: è in atto ancora la morte civile. Infatti, solo negli ultimi dieci anni, ben 700 mila giovani laureati sono stati costretti ad abbandonare il Sud. E anche se non vige più la pena di morte, va in scena la morte per pena.

Blog. Ninconanco per STOPEURO

segnalato da celestino filomena

Read More

I VINCITORI DEL PREMIO TERRA LABORIS 2019

Posted by on Mag 6, 2019

I VINCITORI DEL PREMIO TERRA LABORIS 2019

Il Premio Terra Laboris 2019, giunto alla quarta edizione, è stato vinto dal Maestro Pasticciere Dario Saltarelli e dal Prof. Antonio De Cristofaro per la sezione tecnico-scientifico “Luigi Giura”

Dario Saltarelli per la sua ricerca costante delle essenze migliori e nascoste dei prodotti della nostra terra, quella che una volta era la Terra di Lavoro del Regno delle Due Sicilie, ha creato dei lievitati utilizzati nella pasticceria secca e in quella fresca di altissimo livello per qualità e originalità.
Dario pluripremiato in tutta Europa è diventato anche ambasciatore nel mondo della Reggia di Caserta

Il Prof. Antonio De Cristofaro docente dell’Università degli Studi del Molise per il lungo, brillante lavoro di studio che ha portato all’identificazione dei segnali chimici utilizzati da insetti di interesse agronomico.
Per l’applicazione pratica degli stessi e per la presenza continua e costante sul campo, al fianco di coloro che hanno sete di conoscenza per “non affondare inutilmente l’aratro nel seno di una terra ignota”.

Come già comunicato i premi verranno consegnati sabato 25 maggio alla Chiesa Rupestre Santa Maria in Grotta di Rongolise di Sessa

Read More

La casta degli storici che non insegna nulla

Posted by on Apr 29, 2019

La casta degli storici che non insegna nulla


Gli accademici snobbano tutti i libri contro la versione “ufficiale” da loro accreditata.
E così i revisionisti impazzano: il caso dell’anti-risorgimento
di Marcello Veneziani

Egregi storici di professione che liquidate con disprezzo i testi e le persone che a nord e a sud criticano il Risorgimento e ne descrivono massacri e malefatte, dovreste tentare un’autocritica onesta e serena. So che è difficile chiedere a molti di voi l’umiltà di rimettere in discussione le vostre pompose certezze e il vostro sussiego da baroni universitari, ma tentate uno sforzo. Se oggi escono libri e libercoli a volte assai spericolati, poco documentati e rozzi nelle accuse, nostalgici del passato preunitario, lo dobbiamo anche a voi. Se nei libri di testo e di ricerca, se nei corsi di scuola e d’università, se nei convegni e negli interventi su riviste e giornali, voi aveste scritto, studiato e documentato i punti oscuri del Risorgimento, oggi non ci troveremmo a questo punto. E invece quasi nessuno storico di professione e d’accademia, nessun istituto storico di vaglia ha mai sentito il dovere e la curiosità di indagare su quelle «dicerie» che ora sbrigate con sufficienza.
Ho letto e ascoltato con quanto fastidio – e cito gli esempi migliori – Giuseppe Galasso, Galli della Loggia, Lucio Villari parlano della fiorente pubblicistica sul brigantaggio, i borboni, i massacri piemontesi e i lager dei Savoia. Ne parlano con sufficienza e scherno, quasi fossero accessi di follia o di rozza propaganda. Poi non si spiegano perché tanta gente affolla e plaude i convegni sull’antirisorgimento, a nord o a sud, e disprezza il Risorgimento, se un libro come Terroni di Pino Aprile sale in cima alle classifiche, se nessuno sa dare una spiegazione e una risposta adeguate alle accuse rivolte ai padri della patria. Curioso è il caso di Galasso che prima accusa i suddetti antirisorgimentali di scrivere sciocchezze e poi dice che erano cose risapute; ma allora sono vere o no, perché non affrontarle per ricostruirle correttamente o per confutarle? Ed è un po’ ridicolo criticare le imprecisioni altrui, ridurle ad amenità, e poi non batter ciglio se il suo articolo, professor Galasso, viene titolato sul Corriere della Sera «Nel sud preunitario», mentre il brigantaggio di cui qui si tratta si riferisce all’Italia postunitaria. Par condicio delle amenità.
Ma il problema riguarda tutto un ceto di storici boriosi, che detengono il monopolio accademico e scolastico della memoria. Perché avete rimosso, non vi siete mai cimentati col tema, non volete sottoporvi alla fatica di rimettere in discussione quel che avete acquisito e sostenuto una volta per sempre? Detestate i confronti e perfino la ricerca che dovrebbe essere il vostro pane e il vostro sale. Il risultato è che per molta gente questi temi sono scoperte inedite.
Per la stessa ragione, non è possibile trovare sui libri di storia, nei testi scolastici e universitari o nei vostri interventi sui giornali, le pagine infami che seguono alla rivoluzione napoletana del 1799 con intere città messe a ferro e fuoco, migliaia di morti ad opera dei giacobini rivoluzionari. Celebrate i collaborazionisti delle truppe francesi ma omettete i loro massacri, le città rase al suolo. Non è ideologica anche la vostra omertà? O ancor peggio, poi non vi spiegate, voi storici titolati del Novecento, perché libri come quelli di Giampaolo Pansa esplodano in libreria con centinaia di migliaia di lettori: ma perché voi, temendo l’interdizione dalla casta, non avete avuto il coraggio di riaprire le pagine sanguinose della guerra partigiana, il triangolo rosso e gli eccidi comunisti. Così fu pure per le foibe. Poi con disprezzo accademico sbrigate questi libri come pamphlet giornalistici, roba volgare e imprecisa. Ma quei morti ci sono stati sì o no, e chi li uccise, e perché? Quelle ferite pesano ancora nella memoria della gente sì o no? Che coesione nazionale avremo, caro Galli della Loggia, nascondendo vagoni di scheletri negli armadi?
Sul Risorgimento non avete il coraggio di rispondere a quelle domande e così contribuite in modo determinante a rendere le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia come uno stanco rituale, estraneo agli italiani, dominato dai tromboni e dalle stucchevoli oleografie. Salvo poi scrivere stupefatti e indignati che il Paese non partecipa, è assente, è refrattario. Ma non vi accorgete che lo diventa se continuate con il vostro manierismo e le vostre omissioni?
Come forse sapete, sono tutt’altro che un detrattore del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, anzi sono un fautore di lunga data dell’identità italiana, quando eravamo davvero in pochi a difenderla. Sono convinto che il processo unitario fosse necessario, che molti patrioti fossero ardenti e meritevoli d’onore, e che l’idea stessa di unire l’Italia fosse il sacrosanto coronamento di un’identità, di una storia, vorrei dire di una geografia, di una cultura e di una lingua antiche. Ma per rendere autentica quell’unità non possiamo negare le sue pagine oscure e pure infami, non possiamo negare le sofferenze che ne seguirono e lo sprofondare del sud nei baratri della miseria, della malavita e dell’emigrazione. Quella malavita organizzata che dette una mano ai garibaldini come poi agli sbarchi americani. Sono convinto che l’Unità d’Italia non portò solo guai ma modernizzò il Paese, lo alfabetizzò e lo fece sviluppare; e considero meritevoli di rispetto i cent’anni e passa che seguirono all’Unità d’Italia, la nascita dello Stato italiano e di una dignitosa borghesia di Stato, la graduale integrazione dei meridionali nello Stato, il loro grande contributo alla scuola e all’università, alle prefetture e alle forze dell’ordine, alla magistratura e all’alta dirigenza dello Stato, all’impiego pubblico e militare. Non possiamo buttare a mare più di un secolo di storia per qualche decennio finale di parassitismo.
Ma bisogna avere il crudo realismo di narrare anche l’altra faccia della storia; per amor di verità, per rispetto di quei morti e per riportare dentro l’Italia gli eredi di coloro che subirono l’Unità. Perché resta ancora da costruire un’Italia condivisa e non da dividere un’Italia già costruita.
Sul Risorgimento non avete il coraggio di rispondere a quelle domande e così contribuite in modo determinante a rendere le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia come uno stanco rituale, estraneo agli italiani, dominato dai tromboni e dalle stucchevoli oleografie. Salvo poi scrivere stupefatti e indignati che il Paese non partecipa, è assente, è refrattario. Ma non vi accorgete che lo diventa se continuate con il vostro manierismo e le vostre omissioni?
Come forse sapete, sono tutt’altro che un detrattore del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, anzi sono un fautore di lunga data dell’identità italiana, quando eravamo davvero in pochi a difenderla. Sono convinto che il processo unitario fosse necessario, che molti patrioti fossero ardenti e meritevoli d’onore, e che l’idea stessa di unire l’Italia fosse il sacrosanto coronamento di un’identità, di una storia, vorrei dire di una geografia, di una cultura e di una lingua antiche. Ma per rendere autentica quell’unità non possiamo negare le sue pagine oscure e pure infami, non possiamo negare le sofferenze che ne seguirono e lo sprofondare del sud nei baratri della miseria, della malavita e dell’emigrazione. Quella malavita organizzata che dette una mano ai garibaldini come poi agli sbarchi americani. Sono convinto che l’Unità d’Italia non portò solo guai ma modernizzò il Paese, lo alfabetizzò e lo fece sviluppare; e considero meritevoli di rispetto i cent’anni e passa che seguirono all’Unità d’Italia, la nascita dello Stato italiano e di una dignitosa borghesia di Stato, la graduale integrazione dei meridionali nello Stato, il loro grande contributo alla scuola e all’università, alle prefetture e alle forze dell’ordine, alla magistratura e all’alta dirigenza dello Stato, all’impiego pubblico e militare. Non possiamo buttare a mare più di un secolo di storia per qualche decennio finale di parassitismo.
Ma bisogna avere il crudo realismo di narrare anche l’altra faccia della storia; per amor di verità, per rispetto di quei morti e per riportare dentro l’Italia gli eredi di coloro che subirono l’Unità. Perché resta ancora da costruire un’Italia condivisa e non da dividere un’Italia già costruita.

Read More

Da “Storia di un Regno maltrattato” tratto da “IL GIORNALE INDIPENDENTE DEL MEZZOGIORNO”

Posted by on Apr 29, 2019

Da “Storia di un Regno maltrattato” tratto da “IL GIORNALE INDIPENDENTE DEL MEZZOGIORNO”

Le follie del generale borbonico Lanza, così Garibaldi conquistò Palerm…o.

Il 15 maggio soldati borbonici e volontari garibaldini si scontarono per la prima volta a Calatafimi.
Se Garibaldi avesse avuto la sfortuna di incontrare un generale appena appena un pò piú accorto, probabilmente sarebbe stato subito ricacciato in mare e la sua avventura avrebbe conosciuto con immediatezza la parola fine.
Invece ebbe la fortuna di imbattersi nel generale Lanza, un generale indeciso a tutto.

Mentre Garibaldi si inoltrava nell’isola, il comando borbonico di Palermo non fu in grado di reagire con prontezza, temendo inoltre di una rivolta in città.

L’11 maggio, saputo dello sbarco, il principe di Castelcicala aveva avvisato il governo di Napoli, chiedendo rinforzi da far sbarcare a Marsala. Nell’attesa del loro arrivo aveva mandato incontro agli sbarcati il generale Landi che si trovava nei pressi di Alcamo, mentre un’altra colonna armata era pronta a Trapani.

Landi giunse ad Alcamo la mattina del 12 maggio, dove sostò per 24 ore. I rinforzi richiesti a Napoli invece di sbarcare a Marsala come dovuto, sbarcarono il 14 a Palermo andando ad ingrossare la già numerosa guarnigione della città, rimanendo inattivi ed inutili.
II giorno prima comunque, Castelcicala visto che i rinforzi non giungevano aveva dato ordine a Landi, di agire.
Francesco Landi era figlio di militari e allievo dell’accademia militare, nel 1806 si iscrisse alla carboneria partecipando ai moti del 1821. Espulso dall’esercito fu riammesso nel 1832.

Allo sbarco del nizzardo, fu inviato proprio lui ad affrontarlo. Invece che a cavallo alla testa delle truppe, era costretto dagli acciacchi ad utilizzare una carrozza per gli spostamenti, questo per dare l’idea dell’antitesi di un militare.
Terrorizzato dal pensiero di affrontare il nemico, arrivò allo scontro con forze superiori e ne impiegò a malapena un terzo.

Morì con l’accusa infamante di traditore. Una figura trattata male da entrambe le parti, dai vincitori che lo volevano inetto e dai borbonici che ne vedevano un traditore per spiegarsi meglio le sconfitte subite con un esercito forte e preparato.
Landi, estremamente prudente, decise di attendere il nemico a Calatafimi, in posizione molto vantaggiosa. Attorno a sé aveva il vuoto: il telegrafo con i fili tagliati; le campagne piene di briganti che non attaccavano le truppe, ma rubavano e numerosi cecchini pronti a sparare a lupara.
Nella mattinata del 15 maggio, i Mille diventati nel frattempo circa 1500 presero la strada per Palermo.

Divisi in due battaglioni ebbero come capi uno il genovese Nino Bixio, l’altro il palermitano Giacinto Carini.
Garibaldi giunse a Calatafimi verso alle 9 antimeridiane e informato da contadini della presenza dell’esercito, fece schierare i suoi uomini a semicerchio sul monte Pietralunga, che dominava la strada per Calatafimi, appena fuori di esso, coperti dalle siepi di fichi d’India. I napoletani pensarono di avere di fronte solo un piccolo gruppo di insorti, dato che molti non indossavano neppure la mitica camicia rossa, ma abiti civili.

Mentre Landi era rimasto a Calatafimi con una riserva di 1600 uomini, il palermitano tenente colonnello Francesco Sforza, si lanciò all’attacco.
Egli disponeva di truppe bene addestrate ed armate di moderne carabine rigate.
I garibaldini risposero con un tiro preciso correndo giù dal colle in formazione obliqua, disperdendosi solo quando entrò in azione l’artiglieria. Questa manovra ben coordinata produsse nei napoletani una grossa impressione:

Essi pensavano di avere di fronte i soliti ribelli privi di ogni capacità militare, invece avevano di fronte elementi con un certo grado di addestramento. La parte più pericolosa per i garibaldini era lo spazio che dovevano percorrere nella vallata piana sottostante, dove erano totalmente scoperti e al tiro d’artiglieria e di fucileria del nemico piazzato in alto sul colle di fronte.

Arrivati anche i bergamaschi di Cairoli, fu sferrato il primo assalto che fu respinto. Una ventina di garibaldini rimasero sul terreno. Un secondo assalto ebbe lo stesso esito. Poi giunsero dei rinforzi guidati da un Bixio scatenato. Con il suo cavallo correva dappertutto, preso di mira da numerose carabine napoletane, ma miracolosamente illeso.

I gradoni del colle offrivano angoli morti che furono sfruttati dai garibaldini per coprirsi e per colpire i napoletani appostati sul ciglio superiore, i quali venivano centrati quasi tutti in testa. Così, malgrado il fuoco terrificante delle carabine napoletane, le camice rosse avanzarono, conquistando alla baionetta il primo gradone. I regi si riordinarono sul secondo gradone.

Qui respinsero un assalto portato nel centro da una cinquantina di armati guidati personalmente da Garibaldi. AI tentativo di aggiramento dei napoletani, Garibaldi gli si scagliò sopra con un gruppo di camice rosse e li respinse sul terzo ed ultimo gradone.

Da attaccanti si ritrovarono assediati. Alle tre del pomeriggio Garibaldi lanciò l’assalto definitivo e Landi invece di mandare sul campo di battaglia i 1600 uomini freschi che si sarebbero mangiati gli stanchi ribelli in un boccone, fece suonare la ritirata.

I garibaldini avevano superato la prima prova grazie ad un grande coraggio ed una grande motivazione, malgrado il loro armamento scadente e una posizione strategica svantaggiosa specie nella seconda fase della battaglia.

Decisiva fu la differenza di qualità dei capi, cosa che sarà sempre più evidente man mano che l’impresa andò avanti: Garibaldi aveva un carisma ed una determinazione ignota a Landi e dei collaboratori all’altezza della situazione.

Le perdite dei garibaldini furono di 25 morti, circa 200 fra feriti gravi e leggeri; quelle napoletane furono di 35 morti, 110 feriti. La battaglia di Calatafimi, di per sé di poco conto, fu decisiva invece dal punto di vista del morale infiammando i siciliani più diffidenti o conservatori.

La Sicilia era presidiata da un consistente numero di soldati bene addestrati ed armati, ma se questi stessi soldati in combattimento, da una posizione addirittura vantaggiosa erano riusciti a perdere per imperizia dei loro capi, si capirà bene che la conclusione dell’impresa non potesse che essere favorevole ai rivoltosi.
In questa battaglia nacque il mito dell’imbattibilità di Giuseppe Garibaldi.

Da “Storia di un Regno maltrattato”

IL GIORNALE INDIPENDENTE DEL MEZZOGIORNO

Read More

La Vecchia Ramiera Borbonica riapre a San Potito Ultra con Carlo Faiello

Posted by on Apr 29, 2019

La Vecchia Ramiera Borbonica riapre a San Potito Ultra con Carlo Faiello

Mercoledì 1 Maggio l’antica Ramiera, in occasione del concerto di Carlo Faiello, risorgerà dalle ceneri di un passato glorioso. Dopo i lavori di recupero della struttura l’opificio ottocentesco ritornerà agli splendori di un tempo.

La storia della Ramiera affonda le radici in un passato lontano e per capire la sua storia bisogna passare in rassegna ben due secoli di storia, fino a giungere al 1830. L’opificio nacque intorno a quella data.

La struttura nel diciannovesimo secolo era uno dei principali centri di lavorazione del metallo del Regno delle Due Sicilie tanto da essere una delle sei ‘ferriere di Stato’ che rifornivano di ferro l’esercito Borbonico.

Carlo Faiello & Orchestra Santa Chiara:

Vittorio Cataldi_Fisarmonica / Fulvio Gombos_Contrabbasso

Francesco Paolo Manna e Gianluca Mercurio_Percussioni /

Pasquale Nocerino Violino.

Con la partecipazione di Fiorenza Calogero

riferimenti geografici

Read More

La vera storia dell’impresa dei Mille 4/ Da Talamone con vento in poppa alla volta di Marsala

Posted by on Apr 27, 2019

Dopo le prime tre puntate di questo libro scritto da Giuseppe ‘Pippo’ Scianò, leader storico degli Indipendentisti siciliani si comincino ad avvertire i primi musi storti. Della serie: “Ma come si permettono questi a mettere in dubbio la storia raccontata dagli storici?”. Li vogliamo tranquillizzare: gli ‘storici’, sul Risorgimento nel Sud Italia – e segnatamente sull’impresa dei Mille – hanno raccontato un sacco di bugie. Man mano che il racconto di questo libro andrà avanti ci sarà da divertirsi…   

di Giuseppe Scianò

Una originale parata militare… – Non mancherà, al centro della piazza di Talamone, una bella parata militare (o quasi), alla quale tutti i Garibaldini partecipano. Molti sono in camicia rossa. Non tutti. Nel corso della manifestazione ha luogo la lettura dell’ordine del giorno «Italia e Vittorio Emanuele» del quale abbiamo parlato.

Il momento più solenne è quello del sermone di Garibaldi, ricco di retorica patriottarda, sulla cui sincerità gli abitanti di Talamone cominciano a nutrire qualche dubbio. Finita la cerimonia, i Garibaldini si scatenano fra le vie del paese.

A questo punto non possiamo che constatare come se ne sia andato allegramente a quel paese il piano accuratamente preparato a monte, di far credere all’opinione pubblica internazionale che i comandanti della guarnigione di Talamone abbiano fornito le armi a Garibaldi soltanto perché ingannati dal Duce dei Mille travestito da ufficiale piemontese. Per il seguito più immediato della vicenda, ci affidiamo ancora una volta ad un pezzo di Giancarlo Fusco:

«Scende la sera. Traluce, dalle finestre, il giallore dei lumi a petrolio e dei candelotti a sego. Una tromba, da chissà dove, modula le note malinconiche della ritirata. Il Generale è già tornato a bordo. Ma il trombettiere, stasera, spreca il suo fiato. Le stradette di Talamone, i cortili, gli orti dietro le case, la piazza centrale e gli spalti affacciati al mare sono in piena battaglia. I futuri eroi di Calatafimi e di Ponte dell’Ammiraglio ribolliscono, su e giù, come fagioli in pentola. Si pestano fra monarchici e mazziniani, fra repubblicani unitari e con federalisti, fra monarchici intransigenti e monarchici provvisori. Già che ci sono, se le danno anche per motivi campanilistici; bergamaschi con bresciani, pavesi con milanesi, veronesi con padovani, i romagnoli un po’ con tutti. Ma tutti, a tratti, fanno fronte comune contro gli uomini di Talamone. Ai quali non va assolutamente giù che le ragazze e le sposine debbano difendersi con le unghie e con la fuga, già mezze discinte, dagli assalti e dagli aggiramenti delle assatanate ‘’camice rosse’’.
‘Annate al paese vostro, a fa’ le porcate, pelandroni!’.

‘Ma indove v’ha raccattato Garibaldi? In galera?’.
‘Altro che l’Italia volete fa’! Ve volete fa’ le donne nostre!’ .
‘Con la manfrina della patria, annate in giro a rovina’ le zite!’.
Un inferno. Inutili le trombe. Inutili il correre a destra e a sinistra degli ufficiali. Vane le minacce di arresti, di espulsione dal corpo e di ferri. Finché, avvertito, scende a terra Garibaldi. I suoi occhi chiari sembrano di ghiaccio. Brandisce la spada sguainata, rivolge agli ufficiali, pallidi e avviliti, rimproveri pesanti, quasi feroci:
‘Chi vi ha cucito i grandi sulle maniche, rammolliti! Avete le sciabole al fianco e non sapete tirarle fuori! Cominciamo bene! Credete che non sappia ordinare una decimazione?’ .
Poi, al centro della piazza principale, a gambe larghe, con la spada puntata al cielo già stellato, grida con tutto il suo fiato:
‘ A bordo!’ ». (11)

Avviene così – ci spiega il Fusco – che la gazzarra nel giro di pochi minuti si spenga. E che i valorosi Garibaldini si «ricompongano» nell’aspetto e nelle uniformi, e che, a poco a poco, risalgano sulle barche che li riporteranno a bordo dei due piroscafi. Un altro pezzo della «tragicommedia» è stato bene o male recitato (più male che bene, per essere sinceri).

Non è il caso di aggiungere altro. I fatti si commentano da sé.

Zambianchi sconfitto da contadini e gendarmi dello Stato Pontificio – Durante la sosta a Talamone, una sessantina di volontari vengono inviati verso i confini dello Stato Pontificio. Sono guidati da Callimaco Zambianchi, un ufficiale anziano che già negli anni 1848-1849 si era fatto onore a Roma. Non a caso lo stesso Abba lo definisce «…uno sterminatore di monaci, sanguinario».(12)

Il Macaulay Trevelyan precisa che lo Zambianchi «era un uomo di proporzioni e forza fisica immensa, probabilmente un sincero patriota ma uno spavaldo e un ribaldo e, se non un codardo, per le meno un arruffone incompetente, […] oltre che sterminatore di preti a Roma nel 1849».
Comunque la spedizione contro il Papa non avrà la solita fortuna. I Garibaldini vengono accolti, intanto, con diffidenza o con ostilità da parte della popolazione. Arrivano poi i Gendarmi Pontifici. Alle loro prime schioppettate, Zambianchi ed i suoi uomini se la danno a gambe disperdendosi per le campagne.
Non erano queste le aspettative. Gli «eroi» avevano sperato di andare ben oltre, tanto che Garibaldi aveva aggregato alla piccola spedizione ben tre medici.

Pessima, quindi, la figura con gli Inglesi, i quali avranno apprezzato il taglio politico dato alla spedizione, ma non lo squallido esito. Anzi gli Inglesi si sarebbero ulteriormente convinti del fatto che, se non si fossero preoccupati di controllare e di seguire nei minimi particolari le azioni rivoluzionarie e militari degli eroi del Risorgimento Italiano, questi ultimi avrebbero continuato a fare dei grandi pasticci. E soltanto pasticci.

Caricando le armi – La mattina del 9 maggio Garibaldi ed i suoi uomini, tutti ormai a bordo del Piemonte e del Lombardo, la trascorrono quasi interamente a caricare armi e viveri. Ed anche acqua, molta acqua. È un via vai di barche stracariche che fanno la spola fra la banchina e i due piroscafi. I barcaroli non sono, però, volontari né simpatizzanti. Hanno i loro ritmi ed una paga modesta. Lo intuisce Bixio che grida loro:
«Venti franchi ogni barile, se me li portate prima delle undici!».
«I barcaioli fanno forza di braccia e le barche volano», scrive in proposito Giuseppe Cesare Abba.
Insomma il denaro, specialmente in valuta straniera, comincia a fare i suoi miracoli.
Ed i Garibaldini ne sono ben provvisti…

Le navi garibaldine si fermano a poche miglia dal porto di Marsala… – Da Talamone alla Sicilia la navigazione dei Garibaldini non ha problemi. Vento in poppa in tutti i sensi. Anche se i Garibaldini fossero intercettati dai Duosiciliani, che peraltro dispongono di una buona Marina Militare, non succederebbe niente di grave. Le due navi, pur se rubate, hanno, infatti, le… carte in regola.

Come ci ricorda, infatti, lo storico Cesare Cantù,(13) Garibaldi navigava
«regolarmente munito di patente per Malta».(14) Non è un salvacondotto di poco conto quel documento, perché Malta era un territorio inglese. E gli Inglesi, si sa, sono permalosi e pretestuosi nei confronti del Regno delle Due Sicilie, quanto (se non di più) il lupo di esopiana memoria nei confronti dell’agnello. Poca importanza ha il fatto che il Lombardo ed il Piemonte abbiano dichiarato una destinazione diversa o che portino a bordo gente armata ed in procinto di sbarcare in Sicilia.

Guai a fermare quei due vapori. Si sarebbe anticipato quello che sarebbe realmente accaduto, di lì a poco, alla spedizione Corte della quale parleremo più avanti. Gli Inglesi avrebbero gridato alla violazione del diritto internazionale da parte del perfido Re delle Due Sicilie!

È appena il caso di ricordare quindi che il compito di scorta dell’Ammiraglio Persano è assolutamente privo di rischi. La flotta militare sabauda, ovviamente, si discosterà soltanto quando il Lombardo e il Piemonte saranno entrati nelle acque territoriali Duo-siciliane. Per recarsi, però, anch’essa nelle acque del porto di Palermo per dare manforte alle manovre di conquista della Sicilia.

Dubbio di Garibaldi: sbarcare col buio o no? – Dopo una navigazione più che tranquilla, i due piroscafi arrivano a poche miglia dalla Sicilia, di fronte alla costa marsalese. Per la verità lo sbarco a Marsala potrebbe avvenire anche nello stesso giorno: 10 maggio 1860… Ma ormai si avvicina la sera e Garibaldi ritiene che non sia prudente sbarcare al buio che, a suo giudizio, potrebbe, sì, anche giovare perché gli consentirebbe di non essere avvistato dai nemici, se non troppo tardi. Però il Nizzardo sa bene che il buio ha un inconveniente. Quello, cioè, di non far vedere bene, di non far riconoscere le persone e le bandiere, di non far vedere dove si mettono i piedi o… le navi.

Prudenza doverosa da parte di un buon vecchio marinaio, soprattutto se si considera che il Lombardo, in pieno giorno, l’indomani, sarebbe rimasto incagliato in un basso fondale. Cosa sarebbe successo se quell’incidente fosse capitato di notte?

Istruzioni… per lo sbarco – Il Fusco – con il suo linguaggio semplice e scorrevole – ci racconta che in vista di Marsala e nell’imminenza dello sbarco, Garibaldi dà incarico a Nino Bixio, per il Lombardo, e al Colonnello Sirtori per il Piemonte, di dare attuazione a quanto disposto con il «Foglio d’ordini operativo», compilato già da qualche giorno a Talamone, e più specificatamente al paragrafo che diceva che nell’imminenza dello sbarco, ai volontari bisognava parlare chiaramente dell’estrema diffidenza e della focosa suscettibilità… «che caratterizzano il temperamento de’ siculi, sovra tutto per ciò che riguarda le loro donne: spose, promesse tali, sorelle, cognate, cugine, e perfino di più lontana e indiretta parentela. A scanso di complicanze gravissime, cruente e perfino ferali, i volontari una volta a terra, dovranno astenersi da intraprendenze inopportune,

uai a fermare quei due vapori. Si sarebbe anticipato quello che sarebbe realmente accaduto, di lì a poco, alla spedizione Corte della quale parleremo più avanti. Gli Inglesi avrebbero gridato alla violazione del diritto internazionale da parte del perfido Re delle Due Sicilie!

È appena il caso di ricordare quindi che il compito di scorta dell’Ammiraglio Persano è assolutamente privo di rischi. La flotta militare sabauda, ovviamente, si discosterà soltanto quando il Lombardo e il Piemonte saranno entrati nelle acque territoriali Duo-siciliane. Per recarsi, però, anch’essa nelle acque del porto di Palermo per dare manforte alle manovre di conquista della Sicilia.

Dubbio di Garibaldi: sbarcare col buio o no? – Dopo una navigazione più che tranquilla, i due piroscafi arrivano a poche miglia dalla Sicilia, di fronte alla costa marsalese. Per la verità lo sbarco a Marsala potrebbe avvenire anche nello stesso giorno: 10 maggio 1860… Ma ormai si avvicina la sera e Garibaldi ritiene che non sia prudente sbarcare al buio che, a suo giudizio, potrebbe, sì, anche giovare perché gli consentirebbe di non essere avvistato dai nemici, se non troppo tardi. Però il Nizzardo sa bene che il buio ha un inconveniente. Quello, cioè, di non far vedere bene, di non far riconoscere le persone e le bandiere, di non far vedere dove si mettono i piedi o… le navi.

Prudenza doverosa da parte di un buon vecchio marinaio, soprattutto se si considera che il Lombardo, in pieno giorno, l’indomani, sarebbe rimasto incagliato in un basso fondale. Cosa sarebbe successo se quell’incidente fosse capitato di notte?

Istruzioni… per lo sbarco – Il Fusco – con il suo linguaggio semplice e scorrevole – ci racconta che in vista di Marsala e nell’imminenza dello sbarco, Garibaldi dà incarico a Nino Bixio, per il Lombardo, e al Colonnello Sirtori per il Piemonte, di dare attuazione a quanto disposto con il «Foglio d’ordini operativo», compilato già da qualche giorno a Talamone, e più specificatamente al paragrafo che diceva che nell’imminenza dello sbarco, ai volontari bisognava parlare chiaramente dell’estrema diffidenza e della focosa suscettibilità… «che caratterizzano il temperamento de’ siculi, sovra tutto per ciò che riguarda le loro donne: spose, promesse tali, sorelle, cognate, cugine, e perfino di più lontana e indiretta parentela. A scanso di complicanze gravissime, cruente e perfino ferali, i volontari una volta a terra, dovranno astenersi da intraprendenze inopportune,

Istruzioni… per lo sbarco – Il Fusco – con il suo linguaggio semplice e scorrevole – ci racconta che in vista di Marsala e nell’imminenza dello sbarco, Garibaldi dà incarico a Nino Bixio, per il Lombardo, e al Colonnello Sirtori per il Piemonte, di dare attuazione a quanto disposto con il «Foglio d’ordini operativo», compilato già da qualche giorno a Talamone, e più specificatamente al paragrafo che diceva che nell’imminenza dello sbarco, ai volontari bisognava parlare chiaramente dell’estrema diffidenza e della focosa suscettibilità… «che caratterizzano il temperamento de’ siculi, sovra tutto per ciò che riguarda le loro donne: spose, promesse tali, sorelle, cognate, cugine, e perfino di più lontana e indiretta parentela. A scanso di complicanze gravissime, cruente e perfino ferali, i volontari una volta a terra, dovranno astenersi da intraprendenze inopportune, corteggiamenti e galanterie disdicevoli all’uso locale. Provvederanno alla Suddetta bisogna, salvo imprevisti, il signor Colonnello Sirtori, sul Piemonte, e il signor Luogotenente Bixio, sul Lombardo».(15)

Dopo aver divagato su altri particolari dell’episodio, così continua:
«Invece, sul Lombardo, Bixio, ch’è tutto l’opposto di Sirtori, c’inzuppa il pane. La tira in lungo. Dritto, a gambe larghe, al centro della ‘ radunanza’ , la visiera del cheppì calata di traverso, fino a nascondere mezza faccia, ha l’aria di sfottere. E si diverte a inventare le spaventose torture, le indicibili crudeltà e le raccapriccianti efferatezze, con le quali, a suo dire, i gelosissimi mariti Siciliani (e specialmente, purtroppo, quelli della zona dov’è previsto lo sbarco) sono soliti vendicare le corna. Non solo quelle già messe, ma anche quelle intenzionali. Amanti squartati, scorticati, bruciati e sepolti vivi.

Corteggiatori affogati nel pozzo nero, inchiappettati da tutti i maschi del parentado e poi tritati come carne da polpette. Rivali mangiati allegramente, in famiglia, sotto forma di spezzatino, oppure bolliti, a fuoco lento, in enormi pignatte che i calderai dell’isola fabbricano appositamente… I volontari di primo pelo, o addirittura imberbi, ascoltano quelle atrocità sgranando gli occhi e non riescono a nascondere la fifa. Mentre i più maturi e scafati sogghignano (ma è più che altro una smorfia) ed ammiccano. Insomma, giovanotti, i Siciliani hanno molto dei beduini! sentenzia Bixio, che sospira, sì, un’Italia libera e unita, dalle Alpi al Lilibeo, ma che non riesce a digerire gli Italiani da Roma in giù. Tant’è vero che, proprio come fra i bedù, il taglio delle balle è la vendetta preferita dei becchi siculi!».(16)

Perché abbiamo parlato di questo aneddoto, per la verità molto marginale rispetto ai grandi fatti che avvenivano in quel giorno? Per fare conoscere meglio chi realmente fossero i futuri liberatori della Sicilia. Evidenziando come fossero, già nel 1860, forti i pregiudizi e i malintesi fra le popolazioni del Centro-Nord Italia ed il Popolo Siciliano, Bixio fra lo scherzoso ed il serioso dà voce ed alimenta i motivi di divaricazione psicologica e di incompatibilità.

E così, scherzando scherzando, allunga ai Siciliani pure le accuse di cannibalismo e di pratiche sodomitiche. Non ci sembra molto bello per un padre della Patria, che avrebbe potuto approfittare dell’esperienza siciliana per imparare qualcosa di buono.

Per quanto riguarda l’epiteto beduino dobbiamo arguire che questo doveva essere molto diffuso per offendere i Siciliani. Lo incontreremo infatti pure nel linguaggio del Bandi, il giovane ufficiale addetto al servizio personale di Garibaldi che pure è più colto di Bixio. Per la verità il Bandi usa anche, come epiteto, la parola arabo, mancando così contemporaneamente di rispetto alla nazionalità Siciliana ed alla nazionalità Araba. Quest’ultima è infatti tirata in ballo come termine di paragone assoluta- mente negativo.

C’è tuttavia una considerazione da fare. Come si vede, pur trovandoci nell’imminenza dello sbarco, di tutto si parla, tranne che delle tattiche da adottare per quella che, in teoria, è una vera e propria operazione bellica.
A bordo delle due navi garibaldine si dà infatti per scontato che lo sbarco avverrà nelle migliori condizioni di tranquillità e di sicurezza. Si dà per scontato, insomma, che non si dovrà combattere per conquistare metro per metro la costa siciliana. Così come sarebbe stato logico, se non si fosse trattato essenzialmente di seguire un copione.
(Fine della quarta puntata del volume di Giuseppe Scianò “… e nel mese di maggio del 1860 la Sicilia diventò ‘Colonia’ – Pitti edizioni Palermo/ Continua) 

(11) G. Fusco, op. cit., pagg. 18 e 19.

(12) G. C. Abba, op. cit., p. 25.

(13) Cesare Cantù nacque a Brivio (in provincia di Como) l’8 dicembre 1804. Cattolico ed antiaustriaco, fu, per la sua attività sovversiva, arrestato per un breve periodo dalla polizia del Lombardo-Veneto. Amico del Manzoni, scrisse alcuni commenti storico letterari ai Promessi Sposi. Le sue opere maggiori sono, tuttavia: La storia universale (1838-

1846), in 35 volumi, Storia degli Italiani, Gli eretici d’Italiani, Il Conciliatore e i Carbonari, Ragionamento sulla storia lombarda del secolo XVII, ed altri testi a carattere storiografico. Critico verso il liberi- smo laico, fu deputato al Parlamento italiano, prima a Torino e poi, dopo il trasferimento della Capitale d’Italia, a Firenze, per 6 anni, nel periodo che va dal 1861 al 1867.

(14) Malta, com’è noto, era dal 1800 un possedimento inglese.

(15) G. Fusco, op. cit., pagg. 25 e 26.

fonte

Read More
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: