Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Breve storia della nascita degli Ascari

Posted by on Dic 6, 2019

Breve storia della nascita degli Ascari

Gli ascari erano soldati indigeni inquadrati come componenti regolari nelle forze armate del Regio Esercito. Questo corpo militare ritrova le sue origini in una banda di mercenari, conosciuti come i bashi-buzuk (teste matte), creata in Eritrea dall’albanese Sangiak Hassan, un avventuriero che si era messo a disposizione dei benestanti del luogo.

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Lettere ai giornali di Antonio Nicoletta

Posted by on Dic 4, 2019

Lettere ai giornali di Antonio Nicoletta

Al sud assenza di spirito di iniziativa

“IL Giornale” del 18/8/96

Ad un lettore di Rapallo, autore della lettera: “Al sud assenza di spirito di iniziativa”, per il periodo che tratta, vorrei precisare quanto segue: nelle banche del Sud erano depositati 443 milioni di lire oro contro i 27 del Piemonte, gli 85 della Toscana, 155 della Romagna, Marche ed Umbria, 35 degli stati romani etc.

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La laurea facile? Comincia con i garibaldini come ‘premio’ per la conquista del Regno delle Due Sicilie

Posted by on Ott 11, 2019

La laurea facile? Comincia con i garibaldini come ‘premio’ per la conquista del Regno delle Due Sicilie

I ‘diplomifici’ da Garibaldi ai nostri giorni. Non ci dobbiamo meravigliare se oggi la laurea regalata ai potenti e ai figli dei potenti è una pratica molto diffusa. ‘Scavando’ tra i documenti dell’impresa del ‘mille’, Ignazio Coppola ha scoperto che tante giovani ‘camicie rosse’, a Napoli, diventarono ingegneri e matematici per meriti sul campo… Lauree facili in cambio della partecipazione alla colonizzazione del Sud

Lauree facili, lauree regalate e lauree comprate Scandali all’ordine del giorno del cerchio magico leghista che qualche anno fa hanno riempito ignominiosamente e boccaccescamente, con buona pace del popolo padano, le cronache di tutte le testate giornalistiche e televisive nazionali e non solo. Questo delle lauree e dei titoli di studio “facilitati” è indubbiamente una prerogativa di molti politici del Nord e riguarda anche quelli non solamente di pura “razza” padana. Altro che “barbari sognanti”, come amano definirsi certi leghisti, sarebbe più giusto appunto che costoro, alla costante ricerca di lauree da comprare, si fregiassero del “titolo”, questo sì, di “barbari ignoranti”.

Tutto questo, infatti, è la risultante di una sottocultura e scarsa preparazione che evidentemente caratterizza molti politici settentrionali. Mediocrità culturale che, non garantendo loro la sicurezza e la consapevolezza della acquisizione di un titolo di studio “regolamentare”, li spinge a cercare scorciatoie e pratiche poco ortodosse per ottenerlo.

Emblematico, in tal senso, il caso dell’ex ministro alla “pubblica (d)’istruzione” Mariastella Gelmini che, nel 2001, conseguì a Reggio Calabria, perché nella sua Brescia, a causa della propria scarsa preparazione era, per sua stessa ammissione, per lei impossibile ottenere, l’abilitazione alla professione di avvocato. Per poi passare all’ex senatore leghista Claudio Regis, che si fregiava di una laurea in ingegneria che non aveva mai conseguito. Millanteria che gli aveva permesso, con apposito decreto dell’allora governo Berlusconi, di accedere indebitamente alla prestigiosa carica di vice commissario dell’ENEA. Scoperto e denunziato si era poi dovuto dimettere.

E per giungere infine alle boccaccesche vicende per cui tempo addietro, con i soldi dei contribuenti, i dirigenti del partito di Salvini, permeati da alto senso morale ed etico, oltre che comprare lingotti e diamanti, facevano incetta di lauree e diplomi a destra e a manca. Così la laurea, comprata a Tirana del “Trota”, al secolo Renzo Bossi e quelle di Rosi Mauro e del suo gigolò e “guardia del corpo” (nel senso più letterale della parola), Pietro Moscagiuro.

Tutti costoro possono però rivendicare, a buon diritto, e di conseguenza trovare una parziale giustificazione che questa prerogativa di comprare ed ottenere facili lauree e diplomi compiacenti era una caratteristica dei loro antenati “padani” e garibaldini che 156 fa conquistarono, invasero e depredarono il Regno delle Due Sicilie.

A ben vedere, infatti, questa delle lauree facili ha una radice ben lontana agli albori dell’Unità d’Italia e nel contesto della stessa spedizione dei Mille ad alcuni dei quali, per meriti di guerra, come vedremo, vennero regalati, a suo tempo, da cattedratici compiacenti con disponibilità e irrisoria facilità, qualificati titoli accademici.

E’ singolare e significativo a proposito quanto avvenne, ad esempio, a Giuseppe Rebuschini, un garibaldino originario di Dongo, studente in ingegneria che, come tanti lombardi costituiva la colonia “padana” più numerosa al seguito di Garibaldi alla conquista del Sud. Al culmine dell’impresa dei Mille, dopo la battaglia di Capua, il giovane Rebuschini, che allora aveva 21 anni, il 6 ottobre del 1860 così testualmente scriveva ai propri genitori:

”Carissimi, sono a darvi una notizia che se non vi farà stare di sasso, sono certo però che vi farà aprire tanto di bocca dalla meraviglia. Per dirla in breve, sapete cosa è successo? Da un’ora sono nientemeno che dottore in matematica. Ecco che voi vorreste quasi dubitare, ma fortunatamente è proprio così. Sì, o signor Gerolamo, sì, signora Maddalena, il vostro quartogenito, battezzato nella chiesa parrocchiale di Dongo coi bellissimi nomi di Giuseppe Gaspare Ferdinando presentemente aiutante maggiore e diciamolo pure aspirante al gradi di capitano, oggi, giorno 6 ottobre 1860, nella Regia Università di Napoli riceve il diploma di Ingegnare-Architetto. Ma come, direte voi, senza attestati, né certificato alcuno? Il come non lo so neppure io.

“Io so solamente che ieri, colpito da luminosa idea di diventare dottore – prosegue il giovane Rebuschini – in men che non si dica, mi recai all’Università e mi presentai al Rettore. Signor Rettore, dissi io, io ero laureando in matematica. La prima spedizione in Sicilia venne a togliermi dai severi calcoli per gettarmi framezzo alle armi. Ora desidererei assicurarmi quella interrotta carriera e però vorrei prendere la laurea. Fosse la camicia rossa, fosse lo squadrone, fatto sta che il signor Rettore mi fece un bellissimo sorriso e senz’altro domandare di documenti, mi stabilì l’esame a questa mattina alle otto. All’ora stabilita, io fui lì, feci un simulacro di esame ed appena terminata questa lettera, andrò a prendere il diploma previo beninteso lo sborso di ducati 15 quale tassa di laurea. Così non mi restano che gli esami di pratica per essere un ingegnare in perfetta regola. Vedete bene che, senza contare un centinaio d franchi, sono perlomeno un paio d’anni risparmiati”.

La lettera del giovane Rebuschini è la lampante testimonianza di come con il “fascino” della camicia rossa si potesse ottenere facilmente a buon prezzo un dottorato d’ingegneria. Del resto, da quanto ci è dato di sapere in quei frangenti della spedizione garibaldina, il Rebuschini non fu il solo ad esser beneficato e gratificato con molta generosità e facilità del titolo accademico. Analoga benevola sorte toccò per meriti di guerra e di riconoscimento, come atto dovuto alle camice rosse, agli increduli studenti Giuseppe Peroni originario di Soresina (Cremona) e al pavese Arturo Termanini anch’essi nominati ingegneri con analoghe e “spicce” procedure dal Rettore dell’Università di Napoli.

Alla luce da quanto documentalmente provato possiamo parzialmente consolarci per il fatto che il malcostume delle lauree facili e regalate non è un fenomeno esclusivo dei nostri giorni, di cui hanno beneficiato a suo tempo Claudio Regis, Renzo Bossi, Francesco Belsito, Rosi Mauro, il suo amico Piero Moscagiuro e tanti altri, ma ha le sue profonde origini e le sue ben salde radici al tempo delle camice rosse, dell’impresa dei Mille e agli albori dell’Unità d’Italia.

Purtroppo dopo 156 anni nulla è cambiato

fonte https://www.inuovivespri.it/2017/07/01/la-laurea-facile-comincia-con-i-garibaldini-come-premio-per-la-conquista-del-regno-delle-due-sicilie/

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I problemi del Sud e la questione identitaria di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Set 24, 2019

I problemi del Sud e la questione identitaria              di Fiorentino Bevilacqua

Il Sud della Penisola ha dei problemi noti a tutti, Meridionali, Padani e non solo.

Sulla soluzione di questi problemi, appuratene le origini storiche, e tutto quello che da esse è seguito fino ad oggi, qui da noi ci sono, mi sembra di capire, due diverse linee di pensiero.

La prima linea di pensiero. Secondo gran parte del mondo revisionista (revisionismo che porta, ma non necessariamente, ad essere Borbonici, Neoborbonici, Duosiciliani etc.  – ma si tratta di termini ancora non ben definiti –), non ci può essere riscatto dalla situazione attuale, se non attraverso il recupero dell’Identità di Popolo (anche questa molto “variegata” e da definire meglio).

Sembra impossibile, agli assertori di questa tesi, il vero riscatto, senza il recupero della propria identità di Popolo.

L’altra linea. La soluzione ci può essere, invece, anche non recuperando l’identità di Popolo o attraverso un suo recupero annacquato, sembrano suggerire le soluzioni più “laiche”, politiche o aspiranti tali.

La demarcazione tra queste due linee è diventata ancora più evidente da quando è nato il Movimento di Pino Aprile (M24A) e, prima ancora, da quando il Movimento 5 Stelle ha intercettato parte del malcontento degli abitanti del Sud.

Resta fermo il fatto che, non identificando le vere cause dei problemi (sia storiche che attuali), non ci possa essere vera soluzione (“Chi sbaglia storia, sbaglia politica”, scriveva Giovanni Cantoni).

Talvolta, gli identitari sostenitori della prima linea di azione, tacciano di impazienza (o, addirittura, di tradimento) i sostenitori della seconda, quella “laica”, quella del “pur di risolvere i problemi più impellenti e per evitare che, a quelli che già ci sono, se ne aggiungano altri, partiamo anche se, in quanto a identità, c’è ancora molto da fare, masse da educare, increduli da convincere, dubbiosi da confortare”.

L’impazienza, leggiamo, è lo “stato d’animo di chi è insofferente per cosa che lo irriti o molesti o di chi è ansioso per il desiderio o l’attesa di cosa che tarda”1.

Chi ha qualcosa che lo disturba, lo irrita e che non è più capace di sopportare, tollerare, facendo finta di niente, qualcosa che, comunque, non gli causa “danno”, è già definibile impaziente.

Chi, invece, è in una situazione che gli causa nocumento, è ovviamente irritato, quindi è già definibile impaziente, ma a questa impazienza se ne aggiunge un’altra, legittima, logica: quella di veder eliminata quanto prima la causa dello stato di sofferenza. Costui, è impaziente due volte e la seconda impazienza è più motivata, se vogliamo, più intensa e meno … contestabile della prima.

Ovviamente, anche chi non sta “male”, può avere ansia di cambiare (per stare ancora meglio, in questo caso) e, dunque, è definibile impaziente.

Ma in un meridionale che ha scoperto le cause storiche e recenti del suo stato, sono presenti entrambi i tipi di impazienza, che si continuano, se vogliamo, l’uno nell’altro: egli non può non essere irritato e insofferente per lo stato attuale di cui ha scoperto le cause e, poi, come è giusto che sia, desidera cambiare questo stato tanto da diventare ansioso che ciò avvenga.

Il desiderio di cambiamento, però, può essere vago o intenso, a seconda delle condizioni reali di chi lo prova.

Un signore (duosiciliano, neoborbonico, meridionalista che sa la storia etc) alle soglie della pensione, o già a riposo dal lavoro, o ancora al lavoro in modo sicuro, stabile, garantito, può anche sentirsi irritato, insofferente senza provare l’ansia che cambi ciò in cui, comunque, egli ha una buona “nicchia”2; colui che, invece, non avendo una posizione attuale e/o futura stabile, per sé o per i suoi figli, è irritato sì, ma anche necessariamente e obbligatoriamente ansioso (a meno che il naufragare in questo mar non gli sia dolce) di vedere realizzato il cambiamento da cui si aspetta il miglioramento sostanziale di cui ha bisogno.

Questo secondo tipo di impazienza, è riscontrabile anche fra coloro che non sanno, ma soffrono per una situazione pesante, negativa, di cui, però, ignorano le cause storiche e attuali.

Ai primi (impazienti perché irritati, ma con buona nicchia), si può chiedere di pazientare, di calmare la forse poca ansia di cambiamento che hanno; ai secondi no.

Questa differenza, credo fondamentale, dovrebbe indurre un Identitario (qualunque cosa di preciso ciò significhi) ad essere … paziente nei confronti degli “impazienti da ansia di cambiamento”, quelli, cioè, che sono disposti a mettere temporaneamente in secondo piano la ricerca e la diffusione dell’identità storica, sociale, culturale pur di vedere risolti i problemi da cui sono afflitti.

In questa ottica, anche in questa ottica, le iniziative di tipo laico, poco identitarie, sono accettabilissime.

L’alternativa? Il voto di chi ha bisogno alla lega nordista, la preghiera con il Rosario in mano etc.

È come in una ricostruzione post bellica: bisogna fare, agire, costruire e ricostruire e c’è poco tempo per le sottigliezze ideologiche. È vero: c’è pur sempre chi cerca di incanalare questa attività in un filone anziché in un altro…ma è un rischio che bisogna correre in una situazione come quella attuale in cui la ormai ristretta, risicata coperta, viene tirata ancor di più sulle gambe del più forte.

Due post di questa mattina riassumono bene, a titolo di esempio, il momento attuale.

Il primo riporta l’encomiabile impegno di Domenico Iannantuoni per la chiusura del museo Lombroso; il secondo, quello di Saverio De Bonis, tratta del ventilato proposito governativo di togliere le agevolazioni sul gasolio agricolo, del conseguente aggravio dei costi dell’agricoltura e del necessario impegno affinché ciò non avvenga.

Ecco: nella vita di un meridionale di oggi (per cosciente o meno che sia della vera storia) sono necessarie entrambe le cose.

Questo, secondo me, giustifica la nascita e l’appoggio anche a movimenti che vogliono agire sul piano più prettamente politico.

In caso contrario potremmo apparire, quanto meno, come quei medici del proverbio, quelli che erano intenti a discutere al capezzale dell’ammalato che, intanto, si aggravava.

Certo, sarebbe auspicabile che il recupero dell’identità e l’azione politica si fondessero in un unico soggetto. Ma i Movimenti Identitari o Revisionisti di oggi sono decine e decine, ognuno convinto della propria linea e geloso della propria autonomia.

Non si vede, in essi e per ora, un unico moto unificatore (al posto dei due, tre noti) che è il primo passo per un’azione politica, comune e di sperabile successo.

Dunque?

Chissà che un movimento laico, poco identitario, non possa rappresentare anche una spinta all’unificazione delle forze non laiche.

Una sorta di sasso che, lanciato in uno stagno, finisce per generare onde anche in quello vicino.

Fiorentino Bevilacqua

24/09/2019

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  1. http://www.treccani.it/vocabolario/impazienza/
https://it.wikipedia.org/wiki/Nicchia_ecologica
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Schegge di storia Agricoltura in Sicilia: ha fatto più il Tanucci che i Savoia, l’Italia repubblicana e la UE messe insieme!

Posted by on Set 23, 2019

Schegge di storia Agricoltura in Sicilia: ha fatto più il Tanucci che i Savoia, l’Italia repubblicana e la UE messe insieme!

Questo articolo di storia ci riporta al presente: a come il Governo Renzi, il Governo Gentiloni e il Governo di grillini e leghisti hanno affossato l’agricoltura siciliana insieme con la disastrosa Unione Europea. Al di là della disinformazione – storica e attuale – questo articolo dimostra che Bernardo Tanucci è stato, nel Sud Italia, il migliore amministratore pubblico dai Borbone ai nostri giorni! Nelle prime dieci puntate di questa rubrica abbiamo appurato, seppure in maniera estremamente concisa e certamente insufficiente, alcune innegabili verità relative alle violenze, alle torture, agli stupri, alle illegalità attraverso le quali furono aggredite e annesse la Sicilia ed il Sud. Verità che, come abbiamo scritto in precedenza, non possono andare soggette ad “interpretazioni” di sorta. Verità che testimoniano inequivocabilmente cosa veramente fu quello che ancora, con un falso e subdolo eufemismo, viene indicato come “risorgimento”. Nelle successive sei abbiamo visto “chi” volle, quando e perché, mettere fine ad un Regno che, contrariamente a quanto ci si è voluto far credere, con le sue equilibrate politiche sociali ed economiche caratterizzate da uno spiccato senso di solidarietà, rappresentava certamente un ostacolo all’affermarsi di quella borghesia di stampo capitalistico che, attraverso quelle atroci violenze, si impadronì del potere politico ed economico mortificando mortalmente le naturali e legittime aspirazioni del suo popolo. Dalla diciassettesima puntata stiamo infine verificando “cosa” sia stato in realtà quel Regno tanto vituperato dai mass media del tempo e fino a poco tempo addietro. E, come già annunciato, lo faremo anche attraverso il contributo di insigni studiosi e storici che certamente non possono essere accusati di essere simpatizzanti o sostenitori dei Borbone. In questa puntata vedremo, per sommi capi, quali furono gli interventi di Carlo III in favore dell’agricoltura, del commercio e della diminuzione dei carichi tributari e i suoi interventi contro lo strapotere dei Baroni isolani nei confronti del popolo. Verificheremo quindi il parere di uno dei massimi storici a livello mondiale, Denis Mack Smith che, nel suo celebre ‘Storia della Sicilia medievale e moderna’, giunto alla diciassettesima edizione, pur non disdegnando durissime critiche ad alcuni aspetti dell’operato dei sovrani del tempo, ci fornisce alcuni spunti di non poco conto attraverso i quali è possibile meglio comprendere quale fosse la difficile realtà di quel periodo storico. Ancora, alcuni degli atti più significativi di quella monarchia, come ad esempio il ripristino degli usi civici indebitamente sottratti ai Siciliani dal ceto agiato e la restituzione ai contadini delle terre indebitamente loro sottratte dalla nobiltà. Verificheremo infine altri aspetti della costituita Giunta di Sicilia, secondo il parere del compianto Prof. Francesco Renda. (Carlo di Borbone) Regnò sul trono di Napoli e Sicilia dal 1735 al 1759 e fu capostipite della dinastia Borbone di Napoli e Sicilia. Egli inaugurò un lungo periodo di rinascita politica ed economica in tutto il regno. Varò, fra l’altro, una lunga serie di provvedimenti, che contribuirono a sollevare alquanto le condizioni sociali e politiche della popolazione dell’Isola ed a migliorare il tenore di vita. Essi furono senz’altro espressione di un animo naturalmente buono e di uno spirito animato da verace desiderio di bene. Favorì, in particolare, l’agricoltura e il commercio, rese più sopportabile il fisco, assegnò ai siciliani le cariche pubbliche, riaprì il Palazzo Reale di Palermo ed introdusse in Sicilia alcune costumanze spagnole come, ad esempio, le corride, che si svolsero nell’Isola per tutto il ‘700 e parte dell’ 800. … Si adoperò altresì a favore dell’approvvigionamento del grano, soprattutto durante la carestia del 1747-’48 (vicerè Eustachio di Laviefuille), avendo all’uopo istituito una “Giunta frumentaria”. Michele Crociata, Sicilia nella storia, primo tomo; Dario Flaccovio Editore, pag. 135 e 136. Re Carlo, che amava definirsi “Signore delle Due Sicilie”, circondato da abili ministri, sotto il controllo del Tanucci (Bernardo Tanucci), iniziando e svolgendo con geniale intuizione la sua opera e la sua funzione regale, rinsaldò la catena, riallacciandosi alle grandi tradizioni degli Angioini e degli Aragonesi, rinforzando e cementando l’ossatura dell’antico Regno. Re Carlo, ispirato e consigliato dai suoi colti ministri: Acton, Tanucci e Medici, poté attuare nel Regno notevoli riforme amministrative e finanziarie, che ne sgretolarono la facciata medioevale e feudale. Egli, seguito dal figlio Ferdinando, con legge del 20 ottobre 1775 disponeva che i feudatari venissero sottoposti all’Amministrazione della Giustizia e dello Stato “senza più arbitrarsi imporre grandezze, di commettere oppressioni o angarie ai loro vassalli ed altri sudditi del Re”. Claudio Di Salvatore, Regnum Siciliae – Radici storiche e culturali…, Aletti editore, pag. 89, 90. Denis Mach Smith, come abbiamo accennato in premessa, non risparmia durissime critiche all’operato dei sovrani del tempo, in particolare laddove, fra l’altro, scrive: “Ferdinando e Francesco II, che divenne re nel 1859, furono sovrani incapaci a competere con il Piemonte per fare delle Due Sicilie la monarchia guida della penisola, proprio come non riuscirono a sviluppare una forma di governo che potesse mitigare le assurdità dell’assolutismo ereditario”. Oppure ancora, laddove denuncia la ferrea giustizia borbonica anche se, ammette, che “…fu talvolta rimpianta dopo il 1860”. E tuttavia qualche pagina prima ci informa che: “Nel 1838 il Re Ferdinando fece un giro della Sicilia e si persuase che l’irrequietudine popolare nasceva principalmente dalla mancata applicazione delle leggi esistenti. Gli si disse dei tributi feudali e delle corvèes che venivano ancora illegalmente richieste e degli innumerevoli procedimenti giudiziari deliberatamente usati come mezzo per frustrare o dilazionare i suoi progetti di riforma agraria. …Perfino il censimento della terra deciso venticinque anni prima era ancora incompleto in nove villaggi su dieci. Una delle prime reazioni di Ferdinando fu di riaprire la università di Messina per accelerare la formazione di amministratori e di una classe istruita: essa sarebbe stata in larga misura finanziata dallo Stato… Inoltre, altri posti di lavoro dovevano essere messi a concorso, perché potessero accedervi individui di talento, nella speranza di eliminare la corruzione politica e il nepotismo che erano alla radice dell’inefficienza burocratica. Egli decise … di ridurre l’imposta che più gravava sui poveri, quella sul macinato, e di compensare il deficit aumentando l’imposta fondiaria e imponendo un tributo ai proprietari delle miniere. Utile fu anche la fondazione di banche a Messina e Palermo… Agli intendenti venne anche ingiunto di aprire al transito tutte quelle strade di cui i proprietari si fossero illegalmente impossessati e di impedire qualsiasi loro interferenza nei diritti di accesso all’acqua e alle foreste. Nel 1841, poi, una legge di grande interesse prescrisse che i proprietari dovessero indennizzare i villaggi cedendo loro almeno un quinto di tutti i territori ex feudali in cui un tempo si godevano i diritti comuni. Secondo il programma, il terreno assegnato ad ogni villaggio sarebbe stato… distribuito ai poveri, e questo non attraverso una compravendita, ma mediante un’estrazione a sorte. Tutti i lotti dovevano essere al riparo da qualsiasi azione di eventuali creditori per vent’anni… I latifondisti e i gabelloti, perciò, agirono in modo da neutralizzare il tentativo di riforme di Ferdinando (II n.d.a.). Radunando intorno a sé i loro dipendenti e i loro bravi… essi cercarono di convincere il popolo che non erano loro, ma gli odiati Borbone a impedire ogni progresso e a mantenere povera la Sicilia. Denis Mack Smith, Storia della Sicilia medievale e moderna, Laterza Edizioni, pag. 542, 543, 544, 545, 548, 576. Gli era che le regioni meridionali a partire dal 1734 avevano un Re tutto per loro, dopo cinque secoli di divisione e di dipendenza dallo straniero, ma la loro unione in “Regno libero” era ancora di là da venire. Fatte le Sicilie, erano da fare i Siciliani senza distinzione di stato di qua e al di là del Faro. Il problema era simile a quello che si sarebbe posto centoventicinque anni dopo per il Regno d’Italia, non più su scala meridionale, ma nazionale. Re Carlo e i suoi ministri Santostefano, Montealegre e Tanucci, dopo essere stati in Sicilia, credettero di avviare una prima soluzione del problema, partendo dalla realtà di fatto e istituendo una Giunta consultiva per la Sicilia, composta da due giureconsulti siciliani, due giureconsulti napoletani e presieduta da un barone parlamentare siciliano, avente il grado e la funzione di Consigliere di Stato. Dando dunque per acquisito che il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia avrebbero conservato vita autonoma, e che quello di Napoli, a preferenza del Regno siciliano, si sarebbe direttamente identificato con le strutture istituzionali della monarchia meridionale (significava in tal senso la abolizione del Consiglio collaterale, e la riforma degli organi fondamentali del Viceregno partenopeo), si intese garantire ai siciliani che i loro affari, pur se trattati a Napoli, capitale della monarchia, sarebbero sempre passati al vaglio preventivo di un organismo in cui i Siciliani avevano statutariamente la maggioranza. La Giunta provinciale di Sicilia, che gli isolani chiamavano “Giunta Suprema”, era concepita sul modello del Consiglio d’Italia, un istituto peculiare del governo spagnolo, cui fin dai tempi di Filippo II erano devoluti gli affari dei domini italiani. Naturalmente, non mancarono le differenze. Nel Consiglio d’Italia, la preminenza era spagnola. Composta di 7 membri, 3 erano italiani, rappresentanti ciascuno la Sicilia, Napoli e Milano; 3 erano spagnoli; ed in più c’era il presidente anch’esso spagnolo. Nella Giunta di Sicilia, composta originariamente di 7 membri, poi ridotti a 5, essendo venuti meno i rappresentanti dei Ducati di Parma e Piacenza, il presidente non solo era siciliano, ma la sua nomina, in accoglimento di una precisa richiesta della siciliana Deputazione del Regno, venne riservata ad una rosa di nomi proposta dalla stessa Deputazione. In tal modo, si volle appianare ogni possibile motivo di scontento, e perciò al baronaggio fu riconosciuta, oltre al diritto di gestire gli affari del Regno di Sicilia, che non erano pochi né di poco momento, anche la facoltà di intervenire, sia pure a titolo consultivo, negli atti propri dell’amministrazione centrale, comunque riguardanti la Sicilia, e negli affari generali dello Stato.

– Francesco Renda, già Professore Emerito di Storia Moderna presso l’Università di Palermo, Storia della Sicilia, Società Editrice Storia di Napoli e della Sicilia, Vol. VI, pag. 191, 192. Foto tratta da Cose di Napoli

fonte https://www.inuovivespri.it/2019/08/31/schegge-di-storia-21-agricoltura-in-sicilia-ha-fatto-piu-il-tanucci-che-i-savoia-litalia-repubblicana-e-la-ue-messe-insieme/    

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