Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

PULCINELLA CANTA UNA SERENATA

Posted by on Lug 13, 2019

PULCINELLA CANTA UNA SERENATA

“Carugnona!
Gioia de st’alma mia, jésce cca ffora!
ca màmmeta nun c’è, jésce a mmalora!
. Carugnona!
Si craie tu truove nfosa sta chiazza
so’ llacreme d’ammore e no sputazza …
. Carugnona!
.
. – disegno di Corrado Cagli 1974 –
.
In attesa del Riconoscimento UNESCO
. della Maschera di Pulcinella come
BENE IMMATERIALE DELL’UMANITÀ

segnalato da Ngelo Tortora

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C’è qualcuno dietro la promozione dell’ideologia gender?

Posted by on Lug 9, 2019

C’è qualcuno dietro la promozione dell’ideologia gender?

Oggi assistiamo tutti con stupore – che rischia però di cedere il posto all’assuefazione e alla rassegnazione – ad un fenomeno che dovrebbe rammentare angosciosi precedenti storici: l’imposizione forzata di un’ideologia.

L’ideologia di cui parliamo, ovviamente, è quella del “genere” (gender), inteso come percezione psico-culturale della sessualità distinta dal sesso biologico: l’essere uomo/donna sarebbe cioè slegato dal sesso biologico e determinato unicamente da condizionamenti culturali. 
L’ideologia gender si prefigge lo stesso obiettivo delle campagne per l’introduzione del matrimonio gay: scardinare gli assetti sociali basati sulla famiglia e sulla complementarietà di sessi che ne è premessa.

Se parliamo di “imposizione forzata” di quest’ideologia è perché – come dovrebbe balzare agli occhi di tutti – si tratta di campagne calate dall’alto, senza nessun radicamento sociale, propagandate con insistenza ossessiva dai media e imposte innanzitutto da sentenze di tribunali, le quali vogliono creare il “fatto compiuto” e, quindi, la rassegnata assuefazione delle persone.

In Italia, per approvare a spron battuto la legge Cirinnà che introduce il simil-matrimonio omosessuale, il governo Renzi non ha avuto remore a ricorrere al voto di fiducia, cosa mai avvenuta su temi sociali (e addirittura senza che si fosse concluso il dibattito in commissione).

Senza considerare, inoltre, la violenta espulsione dal dibattito pubblico delle opinioni contrarie, tacciate in maniera liquidatoria di “omofobia” (il dissenso retrocesso a malattia mentale) e accompagnate dal tentativo di sanzionarle penalmente, introducendo un reato d’opinione.

In questo articolo, però, piuttosto che rimarcare – come abbiamo già fatto altrove – l’assurdità e la pericolosità distruttiva di questa ideologia, vogliamo puntare i riflettori su un altro aspetto: come ha fatto a imporsi se non ha radicamento sociale? Chi la sostiene? E a quale scopo?
L’azione delle multinazionali USA 

Non dovrebbe essere difficile rilevare la violenta pressione su questi temi delle maggiori multinazionali USA.

Questi poteri economico/finanziari di dimensioni enormi condizionano pesantemente la volontà democratica dei popoli: con l’azione dei media (che controllano); investendo centinaia di milioni di dollari in campagne politiche e in azioni lobbistiche sulle istituzioni nazionali e internazionali (agenzie delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea); minacciando e ricattando chi esprime pareri difformi (Guido Barilla, Domenico Dolce, Phil Robertson, ecc.); boicottando Stati che promuovono leggi non gradite (di recente il North Carolina); premendo addirittura perché siano discriminati i Paesi in via di sviluppo nella concessione di aiuti (!).

Lo scopo immediato che si prefiggono, come anticipato inizialmente, è molto semplice: la disarticolazione della famiglia tradizionale. Si tratta di una strada indiretta e parzialmente mascherata: non è mai bello dire apertamente che si è “contro” qualcuno o qualcosa; meglio sostenere che si è “a favore dei diritti” di qualcun altro… (i gay, la cui protezione dalle “discriminazioni” è una foglia di fico).

Ma qual è lo scopo ultimo che intendono raggiungere disarticolando la famiglia?
Ebbene: promuovere il controllo delle nascite e indebolire l’autonomia sociale delle persone, per salvaguardare l’assetto socio-economico globale che garantisce la preminenza di chi detiene il potere.

Ci stiamo abbandonando alla tentazione del “complottismo”, sulla falsariga delle “scie chimiche”?
Ci facciamo prendere la mano da forme stantie di antiamericanismo e anticapitalismo?

Beh, innanzitutto non è neanche esatto parlare di “complotti”, visto che queste multinazionali sono schierate apertamente… 
(Peraltro, se Obama chiama Renzi per congratularsi il giorno stesso dell’approvazione della legge Cirinnà, significa forse che al di là dell’Atlantico non sono così disinteressati a queste vicende… Il Presidente del Consiglio potrà essersi vantato di aver eseguito prontamente le indicazioni ricevute)

(…)

Ma vediamo su quali dati di fatto si poggia l’asserto che lo scopo immediato dell’ideologia gender è la disarticolazione della famiglia, e che lo scopo ultimo è quello di promuovere la denatalità e indebolire le autonomie sociali.

La strategia contro la natalità

Negli ambienti delle élites economico-finanziarie USA, a partire dalla fine degli anni Sessanta, si diffusero le teorie neomalthusiane sui pericoli derivanti dall’incremento demografico della popolazione mondiale (la “bomba demografica”). La famiglia Rockfeller fu tra i principali sostenitori della costituzione del celebre Club di Roma, che nel 1972 pubblicò il Rapporto sui limiti dello Sviluppo che formulava una serie di previsioni catastrofiste sullo sviluppo economico (esaurimento di gran parte delle riserve di petrolio entro il 2000, ecc.): questo rapporto ebbe un’influenza incredibile nel dibattito culturale e politico degli anni Settanta, anche se le sue previsioni si rivelarono ben presto esagerate o infondate (peraltro, sarebbe interessante andarsi a rileggere la stroncatura che ne diedero le forze di sinistra, accusandolo – col linguaggio di quegli anni – di voler ostacolare il progresso e l’emancipazione delle classi lavoratrici per conservare gli assetti di potere borghesi).
 
Le teorie neomalthusiane ebbero grande influenza soprattutto sull’amministrazione USA, che decise di attivarsi con energia in questa direzione: contenimento della natalità, anche e soprattutto all’estero. Non per sensibilità rispetto ai destini del pianeta, ma perché lo riteneva necessario per la sicurezza nazionale (come emerge dal “Rapporto Kissinger”, ormai desegretato e disponibile su internet). 
 
Anche oggi, tutte le politiche promosse dalle agenzie ONU e definite di “salute riproduttiva” hanno una forte impronta di questo tipo e sono attivamente sostenute da ong  finanziate dai Governi e dalle multinazionali USA (sono emerse anche iniziative finanziate dai Governi USA sotto copertura, perché violavano la sovranità di Stati esteri).
 
È importante sottolineare, sia pure per inciso, che la bomba demografica non è scoppiata. La popolazione mondiale è cresciuta, ma non ai ritmi temuti. La povertà e il sottosviluppo sono diminuiti. Il ritmo di crescita si è invertito, come avrebbe dovuto sapere ogni demografo avveduto (la crescita è caratterizzata dai cicli di “transizione demografica” – equilibrio, crescita, nuovo equilibrio – descritti da una curva “logistica”).

Attualmente nei Paesi occidentali siamo anzi entrati in pieno “inverno demografico”, che soffoca lo sviluppo (indebolimento e distorsione degli investimenti, latenza del capitale umano, ecc.) e crea dissesti sociali (popolazione invecchiata, cui non è più possibile pagare pensioni dignitose né garantire la necessaria assistenza sanitaria. La “soluzione” è quella dell’eutanasia diffusa… e anche questa non è una “deduzione”, ma una prospettiva apertamente dichiarata: Jacques Attali, ecc.).
La “crisi finanziaria” del 2008, la più lunga della storia, è stata provocata – oltre che dalle concessioni troppo disinvolte di mutui immobiliari – dalla necessità di garantire rendimenti sufficienti ai fondi pensioni USA: da lì la crescita artificiosa delle obbligazioni-spazzatura collegate al mercato immobiliare, l’esplosione della bolla. Si tratta di una crisi non più ciclica, ma strutturale, perché la composizione demografica delle popolazioni occidentali non consente riprese stabili.
Il problema non è solo dell’Occidente: in Cina hanno abolito la politica del figlio unico. 
In alcuni Paesi africani e asiatici la crescita è ancora alta; ma l’esperienza insegna (…) che la prima ricetta utile a tale scopo è lo sviluppo, non le politiche neomalthusiane.
E invece siamo ancora qui a sentir parlare di “decrescita felice”… Perché? 
Perché il vero obiettivo di certe multinazionali USA resta la difesa degli attuali assetti geopolitici, non la salvaguardia del pianeta (tralasciando il fatto che quando un obiettivo politico diventa ideologico, si innesca – anche nelle classi dirigenti – un processo di autoconvincimento difficile da controllare…).
 
Ad ogni modo, per tornare alla questione da cui siamo partiti: che cosa c’entra tutto questo con l’ideologia gender?
 
Beh, basta leggersi le proposte per ridurre la natalità formulate nel marzo 1969 da Frederick Jaffe, vice-presidente della potentissima IPPF, in un memorandum per Bernard Berelson (presidente del Population Council) e per l’Organizzazione Mondiale della Sanità: “ristrutturare la famiglia” (rinviando o evitando il matrimonio, alterando l’immagine della famiglia ideale); avocare allo Stato l’istruzione obbligatoria dei bambini [anche in tema di sessualità]; incrementare la percentuale dell’omosessualità; adottare forme di penalizzazione fiscale e sociale per le famiglie; ecc. (in «Family Planning Perspective» 1970, 2, 4, 25-31. Una sintesi qui: http://www.amen.ie/downloads/26009.pdf, in particolare alle pagg. 15 e 16). 
La famiglia era dunque considerata il primo obiettivo strategico da colpire per contenere la natalità (ovviamente venivano proposti altri strumenti, tra cui… la “depressione economica cronica”! Negli anni successivi si è aggiunto all’arsenale anche l’ecologismo radicale: l’ “impronta ecologica” dei nuovi nati, ecc.)
 
Come mai la famiglia fu posta nel mirino?
 
Perché i sociologi hanno evidenziato che le donne procreano più facilmente all’interno di un rapporto matrimoniale, quando hanno la sicurezza di poter condividere stabilmente con un uomo il compito genitoriale. E questo accade anche in Paesi “evoluti”, in cui le forme di convivenza alternative sono diffuse – e spesso addirittura prevalenti – da decenni.
Le teorie gender, la promozione del “matrimonio omosessuale” (istituto che fino agli anni Novanta i gay hanno orgogliosamente sbeffeggiato), alterando la naturale complementarietà dei sessi – uomo/donna -, hanno esattamente questo scopo: “alterare la famiglia ideale”, suggerire che “quello che conta è l’amore” (perché non importa il sesso di chi si ama o il progetto di vita che ci pone) e quindi che il matrimonio è un inutile “pezzo di carta” (utile tutt’al più per spuntare qualche beneficio legale), che i figli non ne sono il cuore, ecc.

Il movimento gay ha deciso molto tempo dopo (la successione temporale è incontestabile) di far propria una battaglia di altri, vedendovi l’occasione di ottenere dallo Stato non solo la tutela dei propri diritti, ma anche un pubblico riconoscimento “etico” della propria condizione. E va detto anche che in questo cambio di strategia i movimenti gay (ILGA in primis) sono stati “incoraggiati” dai generosi finanziamenti delle “solite” fondazioni e multinazionali, che avevano bisogno di attivisti per la propria battaglia.
 
Tutte le multinazionali sono unite nel “complotto”? Ovviamente no.

Ci sono i gruppi economici più consapevoli e attivi in quest’azione, tramite le fondazioni ad essi collegate: Rockfeller, Gamble, Vanderbilt, Ted Turner, Bill e Melinda Gates, Packard, Hewlett, Open Society Institute di Soros, Google, ecc.
Poi ci sono quelli che preferiscono agire sottotraccia; quelli che aderiscono solo per seguire la scia; quelli che lo fanno per timore di essere vittime di campagne denigratorie o azioni di boicottaggio (come è già successo)…
  
La strategia per l’indebolimento delle autonomie sociali

Il secondo obiettivo – più sottile e meno confessabile – che si pongono le principali multinazionali USA con la destrutturazione della famiglia (anche mediante l’ideologia gender) è quello di isolare gli individui e indebolirne l’autonomia. Il sistema economico basato sull’incentivazione esponenziale dei consumi e l’induzione dei bisogni ha bisogno di persone che siano “consumatori” e “mano d’opera” prima che persone e cittadini.

Una famiglia fornisce un sostegno psicologico profondo, importante anche per resistere agli acquisti e agli stili di vita compulsivi: la moglie/marito che ti ricorda di contenere le tue “fissazioni”, i figli che ti richiamano al senso di responsabilità, ecc.

Una famiglia fornisce sostegno economico: ti puoi permettere di resistere ai ricatti del “capo”, se hai alle spalle una rete di sostegno.

Una famiglia ti educa alla comunità e ti predispone a forme di solidarietà sociale salde e non effimere.
Questo non significa che chi non cresce in una famiglia solida sia destinato necessariamente ad essere più fragile e manipolabile. Gli individui hanno grandi capacità di adattamento. La famiglia, però, offre un indubitabile – e documentato – sostegno alla persona. E, nella proiezione statistica generale, un tessuto sociale basato su famiglie forti è un tessuto sociale più solido. Questo sanno i sociologi, questo temono i “poteri forti”, politici ed economici.
 
Esemplare, in questo senso, l’analisi del filosofo neomarxista Diego Fusaro: “Quella gender è a tutti gli effetti ideologia di legittimazione di un ‘capitalismo assoluto-totalitario’ che mira alla distruzione dell’identità umana, di modo che possa imporsi, tramite una ‘mutazione antropologica’ (Pasolini), la nuova figura del consumatore senza sesso e senza identità, integralmente plasmato dai flussi desiderativi governati ad arte dal mercato”.

In questa prospettiva, l’ideologia gender è un tassello del mosaico politically correct, che vuole sopprimere le differenze e, con esse, l’idea di qualità.

fonte http://itresentieri.it/ce-qualcuno-dietro-la-ppromozione-dellideologia-gender-abbiamo-selezionato-alcune-riflessioni-interessanti/

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Eretico e apostata. Il cardinale Brandmüller scomunica il sinodo dell’Amazzonia

Posted by on Giu 28, 2019

Eretico e apostata. Il cardinale Brandmüller scomunica il sinodo dell’Amazzonia

Da quando è stato reso pubblico il 17 giugno, il documento base – o ”Instrumentum laboris” – del sinodo dell’Amazzonia ha avuto molte reazioni critiche, per l’anomalia del suo impianto e delle sue proposte, rispetto a tutti i sinodi che l’hanno preceduto.

Ma da oggi c’è di più. Ad accusare il documento addirittura di eresie e di apostasia è un cardinale, il tedesco Walter Brandmüller, 90 anni, insigne storico della Chiesa, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche dal 1998 al 2009 e coautore, nel 2016, dei celebri “dubia” sull’interpretazione e applicazione di “Amoris laetitia” ai quali papa Francesco ha sempre rifiutato di rispondere.

Ecco qui di seguito il suo “J’accuse”, reso pubblico oggi, 27 giugno, in tutto il mondo in più lingue.

Su Kath.net il testo originale in tedesco:

> Eine Kritik des “Instrumentum Laboris” für die Amazonas-Synode

*

Una critica dell’”Instrumentum laboris” per il sinodo dell’Amazzonia

di Walter Brandmüller

Introduzione

Può davvero causare stupore che, all’opposto delle precedenti assemblee, questa volta il sinodo dei vescovi si occupi esclusivamente di una regione della terra la cui popolazione è solo la metà di quella di Città del Messico, vale a dire 4 milioni. Ciò è anche causa di sospetti riguardo alle vere intenzioni che si vorrebbero attuare in modo surrettizio. Ma bisogna soprattutto chiedersi quali siano i concetti di religione, di cristianesimo e di Chiesa che sono alla base dell’”Instrumentum laboris” recentemente pubblicato. Tutto ciò sarà esaminato con l’appoggio di singoli elementi del testo.

Perché un sinodo in questa regione?

Per cominciare, occorre chiedersi perché un sinodo dei vescovi dovrebbe trattare argomenti, che – come è il caso dei tre quarti dell’”Instrumentum laboris” – hanno solo marginalmente qualcosa a che fare con i Vangeli e la Chiesa. Ovviamente, da parte di questo sinodo dei vescovi viene compiuta anche un’aggressiva intrusione negli affari puramente mondani dello Stato e della società del Brasile. C’è da chiedersi: che cosa hanno a che fare l’ecologia, l’economia e la politica con il mandato e la missione della Chiesa?

E soprattutto: quale competenza professionale autorizza un sinodo ecclesiale dei vescovi a emettere dichiarazioni in questi campi?

Se il sinodo dei vescovi davvero lo facesse, ciò costituirebbe uno sconfinamento e una presunzione clericale, che le autorità statali avrebbero motivo di respingere.

Sulle religioni naturali e l’inculturazione

C’è un altro elemento da tenere presente, che si trova in tutto l’”Instrumentum laboris”: vale a dire la valutazione molto positiva delle religioni naturali, includendo pratiche di guarigione indigene e simili, come anche pratiche e forme di culto mitico-religiose. Nel contesto del richiamo all’armonia con la natura, si parla addirittura del dialogo con gli spiriti (n. 75).

Non è solo l’ideale del “buon selvaggio” tratteggiato da Rousseau e dall’Illuminismo che qui viene messo a confronto con il decadente uomo europeo. Questa linea di pensiero si spinge oltre, fino al XX secolo, quando culmina in un’idolatria panteistica della natura. Hermann Claudius (1913) creò l’inno del movimento operaio socialista “Quando camminiamo fianco a fianco…”, in una strofa del quale si legge: ”Verde delle betulle e verde dei semi, che la vecchia Madre Terra semina a piene mani, con un gesto di supplica affinché l’uomo diventi suo… “. Va notato che questo testo è stato successivamente copiato nel libro dei canti della Gioventù hitleriana, probabilmente perché corrispondeva al mito del “sangue e suolo” nazionalsocialista. Questa prossimità ideologica è da rimarcare. Questo rigetto anti-razionale della cultura “occidentale” che sottolinea l’importanza della ragione è tipico dell’”Instrumentum laboris, che parla rispettivamente di “Madre Terra” nel n. 44 e del “grido della terra e dei poveri” nel n.101.

Di conseguenza, il territorio – vale a dire le foreste della regione amazzonica – viene addirittura dichiarato essere un “locus theologicus”, una fonte speciale della divina rivelazione. In esso vi sarebbero i luoghi di un’epifania in cui si manifestano le riserve di vita e di saggezza del pianeta, e che parlano di Dio (n. 19). Inoltre, la conseguente regressione dal Logos al Mythos viene innalzata a criterio di ciò che l’”Instrumentum laboris” chiama l’inculturazione della Chiesa. Il risultato è una religione naturale con una maschera cristiana.

La nozione di inculturazione è qui virtualmente snaturata, dal momento che in realtà significa l’opposto di ciò che la commissione teologica internazionale aveva presentato nel 1988 e di quanto aveva precedentemente insegnato il decreto “Ad gentes” del Concilio Vaticano II sull’attività missionaria della Chiesa.

Sull’abolizione del celibato e l’introduzione di un sacerdozio femminile

È impossibile nascondere che questo “sinodo” è particolarmente adatto per attuare due progetti tra i più cari che finora non sono mai stati attuati: vale a dire l’abolizione del celibato e l’introduzione di un sacerdozio femminile, a cominciare dalle donne diacono. In ogni caso si tratta di “tener conto del ruolo centrale che le donne svolgono oggi nella Chiesa amazzonica” (n. 129 a3). E allo stesso modo, si tratta di “aprire nuovi spazi per ricreare ministeri adeguati a questo momento storico. È il momento di ascoltare la voce dell’Amazzonia… “ (n. 43).

Ma qui si omette il fatto che, da ultimo, anche Giovanni Paolo II ha affermato con la massima autorità magisteriale che non è nel potere della Chiesa amministrare il sacramento dell’ordine alle donne. In effetti, in duemila anni, la Chiesa non ha mai amministrato il sacramento dell’ordine a una donna. La richiesta che si colloca in diretta opposizione a questo fatto mostra che la parola “Chiesa” viene ora utilizzata esclusivamente come termine sociologico da parte degli autori dell’”Instrumentum laboris”, negando implicitamente il carattere sacramentale-gerarchico della Chiesa.

Sulla negazione del carattere sacramentale-gerarchico della Chiesa

In modo simile – sebbene con espressioni piuttosto di passaggio – il n. 127 contiene un attacco diretto alla costituzione gerarchico-sacramentale della Chiesa, quando vi si chiede se non sarebbe opportuno “riconsiderare l’idea che l’esercizio della giurisdizione (potere di governo) deve essere collegato in tutti gli ambiti (sacramentale, giudiziario, amministrativo) e in modo permanente al sacramento dell’ordine”. È da una visione così errata che deriva poi nel n. 129 la richiesta di creare nuovi uffici che corrispondano ai bisogni dei popoli amazzonici.

Tuttavia è il campo della liturgia, del culto, quello in cui l’ideologia di un’inculturazione falsamente intesa trova la sua espressione in modo particolarmente spettacolare. Qui, alcune forme delle religioni naturali sono assunte positivamente. L’”Instrumentum laboris” (n. 126 e) non si trattiene dal chiedere che i “popoli poveri e semplici” possano esprimere “la loro (!) fede attraverso immagini, simboli, tradizioni, riti e altri sacramenti (!!)”.

Questo sicuramente non corrisponde ai precetti della costituzione ” Sacrosanctum Concilium”, né a quelli del decreto “Ad gentes” sull’attività missionaria della Chiesa, e mostra una comprensione puramente orizzontale della liturgia.

Conclusione

“Summa summarum”: l’”Instrumentum laboris” carica il sinodo dei vescovi e in definitiva il papa di una grave violazione del “depositum fidei”, che significa come conseguenza l’autodistruzione della Chiesa o il cambiamento del “Corpus Christi mysticum” in una ONG secolare con un compito ecologico-sociale-psicologico.

Dopo queste osservazioni, naturalmente, si aprono delle domande: si può qui rinvenire, specialmente riguardo alla struttura sacramentale-gerarchica della Chiesa, una rottura decisiva con la Tradizione apostolica in quanto costitutiva per la Chiesa, o piuttosto gli autori hanno una nozione dello sviluppo della dottrina che viene sostenuta teologicamente al fine di giustificare le rotture sopra menzionate?

Questo sembra essere davvero il caso. Stiamo assistendo a una nuova forma del Modernismo classico dell’inizio del XX secolo. All’epoca, si è cominciato con un approccio decisamente evolutivo e poi si è sostenuta l’idea che, nel corso del continuo sviluppo dell’uomo a gradi più alti, devono essere trovati di conseguenza anche livelli più elevati di coscienza e di cultura, per cui può risultare che quello che era falso ieri può essere vero oggi. Questa dinamica evolutiva è applicata anche alla religione, cioè alla coscienza religiosa con le sue manifestazioni nella dottrina, nel culto e naturalmente anche nella morale.

Ma qui, allora, si presuppone una comprensione dello sviluppo del dogma che è nettamente opposta alla genuina comprensione cattolica. Quest’ultima comprende lo sviluppo del dogma e della Chiesa non come un cambiamento, ma, piuttosto, come uno sviluppo organico di un soggetto che rimane fedele alla propria identità.

Questo è ciò che i Concili Vaticani I e II ci insegnano nelle loro costituzioni “Dei Filius”, “Lumen Gentium” e “Dei Verbum”.

Dunque si deve dire oggi con forza che l’”Instrumentum laboris” contraddice l’insegnamento vincolante della Chiesa in punti decisivi e quindi deve essere qualificato come eretico. Dato poi che anche il fatto della divina rivelazione viene qui messo in discussione, o frainteso, si deve anche parlare, in aggiunta, di apostasia.

Ciò è ancor più giustificato alla luce del fatto che l’”Instrumentum laboris” usa una nozione puramente immanentista della religione e considera la religione come il risultato e la forma di espressione dell’esperienza spirituale personale dell’uomo. L’uso di parole e nozioni cristiane non può nascondere che esse sono semplicemente usate come parole vuote, a prescindere dal loro significato originale.

L’”Instrumentum laboris” per il sinodo dell’Amazzonia costituisce un attacco ai fondamenti della fede, in un modo che non è stato finora ritenuto possibile. E quindi deve essere rigettato col massimo della fermezza.

Sandro Magister

fonte http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/06/27/eretico-e-apostata-il-cardinale-brandmuller-scomunica-il-sinodo-dell’amazzonia/?refresh_ce

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Il politically correct riesce dove il marxismo ha fallito

Posted by on Giu 26, 2019

Il politically correct riesce dove il marxismo ha fallito

Da ideologia, il politically correctfa ricorso all’inquisizione diffusa per tacitare i dissenzienti, se non basta ricorre alle manifestazioni di piazza e ai tribunali. Quel che non è riuscito al marxismo sovietico – modificare il pensiero, perché se modifichi le parole modifichi i concetti – è riuscito al politically correct, l’ideologia più totalizzante e pervasiva che il mondo abbia mai conosciuto. 

Negli infelici anni in cui, per sopravvivere, avevo accettato di insegnare nella scuola secondaria, ebbi modo di constatare a che punto fossero i c.d. «giovani» e quale futuro li (ci) attendeva. Qualche esempio (il resto l’ho riversato nel mio libro L’ombra sinistra della scuola, Piemme). Una studentessa difettava parecchio nel profitto, stimai che era per il troppo tempo passato a coltivare il modo di vita dark-punk. Vi lascio immaginare com’era conciata. Pensai di parlarne con i genitori al primo ricevimento-famiglie. Venne la madre e mi morsi la lingua: era conciata peggio di lei. Non so che fine abbia fatto, la figlia.

Un’altra mi presentò la «giustificazione» da lei stessa firmata (aveva diciott’anni): indisposizione. Osservai che l’avevo vista, da lontano, il giorno prima caracollare allegramente sul suo motorino. Mi rispose, stupita, che quelli erano fatti suoi; praticamente non mi dovevo permettere di sindacare quel che lei faceva quando non era a scuola. Neanche di lei so che fine abbia fatto.

Terzo e ultimo esempio. Una volta, di fronte all’ennesimo «impreparato» collettivo, sbottai che se il tempo sprecato nelle futilità (chiacchiere, videogiochi, tivù eccetera) l’avessero dedicato allo studio, che la memoria ce l’avevano, e totale, per le formazioni di calcio o di musica pop, insomma, il tipico sfogo dell’insegnante matusa. Una viperetta saltò su: «Ma noi siamo ragazzi!», abbaiò. Già: la gioventù non serve a costruirsi un avvenire, ma a dissiparsi. Non so che fine abbia fatto anche lei, ma posso immaginare la fine che hanno fatto tutte e tre: in corteo per i «diritti», perché il niente che hai trovato quando la scuola ti ha sputato fuori qualcun altro dovrà riempirlo, e con la forza. La «società», lo Stato.

La lunga strada che dalla libertà-qui-e-ora («Vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso»: When the music’s over, 1967, The Doors; la fine che ha fatto il leader Jim Morrison è nota) ha portato all’odierno guai-a-chi-sbaglia-a-parlare è stata dettagliatamente analizzata e descritta nel libro di Eugenio Capozzi, Politicamente corretto. Storia di un’ideologia (Marsilio, pp. 200, €. 17). L’autore, storico accademico, è già stato intervistato da Aurelio Porfiri per la Bussola il 25 marzo u.s.

Infatti, da buona ideologia, il politically correctfa ricorso all’inquisizione diffusa per tacitare i dissenzienti, se non basta ricorre alle manifestazioni di piazza (con, talvolta, legnate) e, infine, ai tribunali, dove sempre più spesso ottiene vittoria. Per giunta, il braccio politico è sempre più pressato ad emanare leggi ad hoc. Che sono liberticide senza se e senza ma, e sarebbero state impensabili, come ben evidenziato da Capozzi, quando la parola d’ordine era «libertà». Il cerchio si chiude, e chi non vuole guai è costretto ad autocensurarsi e perfino a usare le parole della neolingua lanciata dalle università americane (ogni novità viene da lì) e imposta nel resto dell’impero occidentale.

Quel che non è riuscito al marxismo sovietico (modificare il pensiero, perché se modifichi le parole modifichi i concetti) è riuscito al P.C., l’ideologia più totalizzante e pervasiva che il mondo abbia mai conosciuto. Il suo obbiettivo non è tanto il potere, quando ogni essere umano. Di liberazione in liberazione siamo arrivati al libertinismo di massa, già preconizzato da Del Noce. Ma non è il capolinea. E quando qualcuno, defraudato della felicità promessa, dà di fuori da matto, ecco che il P.C. interviene.

Per esempio, convegni vengono tenuti per indurre i giornalisti a non usare termini come «raptus» o «gelosia» in casi in cui lui ammazza lei (non viceversa), ma «femminicidio», possibilmente tenendo la contabilità e invocando leggi draconiane apposite. Ma gli esempi del paradise now! tramutatosi in un inferno in terra sono tanti, basta guardare la cronaca (e mai nessuno che vada a vedere quanti erano, per esempio, gli stupri nel 1960). Il pesce puzza dalla testa, recitava un antico adagio. Infatti, Capozzi ricorda che la fortunata espressione «radical chic» fu coniata nel lontano 1970 dal giornalista americano Tom Wolfe, che descrisse in un suo articolo sul «New York Magazine» il party organizzato dal famoso compositore Leonard Bernstein (Oscar per le musiche del film West Side Story) il 14 gennaio di quell’anno nella sua casa newyorchese al fine di raccogliere fondi a favore delle Black Panthers, l’ala più radicale dei neri d’America. Storia vecchia, cominciata con Filippo Egalité e mai finita.

Rino Cammilleri

fonte http://lanuovabq.it/it/il-politically-correct-riesce-dove-il-marxismo-ha-fallito

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Ponte borbonico sul fiume Liri ad Isoletta d’Arce

Posted by on Giu 23, 2019

Ponte borbonico sul fiume Liri ad Isoletta d’Arce

Dal Sacchetti apprendiamo che, 75 anni fa, il 25 maggio 1944, i Tedeschi in ritirata fecero saltare con la dinamite il ponte sul fiume Liri fatto costruire da Ferdinando II di Borbone, insieme con la strada Civita-Farnese (Itri-Arce), negli anni cinquanta dell’Ottocento.

Nei quattro piloni centrali di tale ponte erano presenti dei fori a forma di giglio, che era l’emblema dei Borbone di Napoli. Questo fatto, probabilmente, lo rendeva unico al mondo.

Quando fu ricostruito, nessuno si ricordò dei gigli. Eppure gli stessi avevano la funzione di alleggerire la pressione dell’acqua sulla struttura in caso di piene del fiume.

Gli ingegneri borbonici progettavano i ponti in modo che sfidassero i secoli. Tedeschi permettendo.

Ringrazio, alla memoria, il dott. Modesto Monti, che vedete in basso, per aver messo a disposizione la foto, tratta dal secondo vol. della mia monografia su Arce, riprodotta dal maestro Romeo Fraioli Bianchi.


Per maggiori notizie, v. l’articolo di Costantino Jadecola in “Quaderni Coldragonesi 6”, scaricabile dal sito del Comune di Colfelice.

segnalato da Ferdinando Corradini

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La nostalgia dei Neoborbonici

Posted by on Giu 2, 2019

La nostalgia dei Neoborbonici

Io, questa cosa della nostalgia non la capisco.

Meglio: non capisco perché qualcuno, nell’intento di sminuire l’azione, il sentire, di un neoborbonico, lo definisca nostalgico. E’ come se uno chiamasse capra un stambecco alpino – Capra ibex L. – con l’intento di offenderlo per via dell’accostamento con la capra – Capra hircus L. – : lo stambecco se ne risentirebbe? Assolutamente no; piuttosto rifletterebbe, se potesse, sulle conoscenze di zoologia del tipo.

Ritornando a noi, capisco ancora di meno il fatto che un neoborbonico, così apostrofato, senta il bisogno, quasi convulso, di dimostrare che nostalgico non è.

Nostalgia è lo stato d’animo, l’emozione che prova chi è lontano dal paese di origine (il famoso mal du pays) o da una condizione passata, ovviamente migliore di quella che vive al presente: nessuno, infatti, rimpiangerebbe un passato in cui era malato, in carcere, prigioniero, schiavo, senza lavoro, povero etc

Siccome il termine deriva da nostos, ritorno, e algia, dolore (http://www.treccani.it/vocabolario/nostalgia/) e siccome è un sentire, doloroso, proprio di chi ritorna con il pensiero ad una condizione passata, che è positiva, mentre il presente non lo è, come fa, un neoborbonico, a vergognarsi se qualcuno, nella sua ignoranza, lo apostrofa con tale termine?

Che c’è da vergognarsi!?

Ammettiamo che lo scorso anno io sia stato in vacanza nelle “Isole del Paradiso” per oltre un mese e che questa fosse la cosa che più desiderassi al mondo.

Se quest’anno, fattimi i conti in tasca, mi rendo conto che posso ritornarci e per lo stesso periodo di tempo, io non provo nostalgia alcuna di quella vacanza semplicemente perché quest’anno la rivivrò, pari pari lo scorso anno. Non ho perso nulla: il presente sarà meraviglioso, nella sostanza, come il passato.

Ma se mi rendessi conto con non potrò più andarci in vacanza, allora non c’è da stupirsi se, nel ripensare a quelle vacanze, io provassi in cuor mio, nell’animo, un po’ di “sofferenza”: nostalgia, appunto.

Ritorno con il pensiero a quella esperienza per me gratificante del passato e, fatto il confronto con le vacanze che potrò fare quest’anno, con il presente, soffro (algia).

Perché, dunque, un Neoborbonico, che per definizione è un revisionista storico, quanto meno del periodo che parte dal 1734 e finisce nel 1860, non dovrebbe riandare con dolore a quel periodo storico avendo bene in mente le differenze fra esso e il presente?

Non capisco.

Io sono neoborbonico e nostalgico, e non me ne vergogno; anzi: essendo neoborbonico, mi vergognerei se non fossi nostalgico.

Forse, alcuni si schermiscono da quella “accusa” perché la nostalgia viene vista come qualcosa di paralizzante: una sorta di ammirazione estatica del passato che blocca l’agire presente.

A noi, del Sud (sic!), quello che ci blocca, nell’agire presente, è ben altro.

Mai questo, dunque.

Il passato, dice qualcuno, è un faro.

La sua narrazione completa, finora assente dai libri di storia e sui media, fa capire come veramente si era e, quindi, come si può essere se liberati da gioghi di ogni tipo, anche endogeni, anche di “sangiovannara” natura.

La conoscenza del passato, anzi, dà un orgoglio a chi finora non solo ne era privo, ma si sentiva colpevole per come era. Questo orgoglio è anche uno stimolo a riprovarci, a cercare di ritornare come si era: un Popolo orgoglioso di se stesso. La revisione fa scoprire che si può, che si ha tutto per riuscire, guardando al passato per prendere energia, stimoli e insegnamenti; non per tornare formalmente ad esso.

<<Non si può tornare davvero indietro nel tempo, ma certamente si può provare il desiderio, a volte molto forte, di riprovare quelle emozioni che ci hanno dato piacere e gioia. Se in superficie questo sembra stimolarci a ricreare o a ricercare le circostanze che hanno prodotto quelle emozioni positive, nel profondo la nostalgia ha un’altra funzione, meno evidente, che è quella di rompere l’inerzia psicologica e attuare i cambiamenti necessari. Per quando sembri paradossale, la nostalgia funziona come un rinforzo positivo per promuovere un cambiamento che la nostra psiche ritiene ormai maturo.>>

https://www.riza.it/psicologia/tu/7013/nostalgia-se-non-la-combatti-diventa-una-risorsa.html

Nostalgia, dunque, non è un epiteto offensivo, sminuente quando viene rivolto a un Neoborbonico; forse lo è per chi lo usa con questo fine.

Fiorentino Bevilacqua (un nostalgico)

02.06.19

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