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1862, la pulizia etnica piemontese

Posted by on Ago 25, 2019

1862, la pulizia etnica piemontese

( dal PeriodicoDueSicilie 05/1999)

“Fu questo il primo anno in cui il vessillo borbonico dello Stato indipendente delle Due Sicilie non sventolava piú nelle nostre terre, che, avviluppate in un plumbeo sudario di morte, cercavano di liberarsi dai nuovi barbari invasori: i predoni e assassini piemontesi. Gli avvenimenti, di cui siamo certi, elencati cronologicamente, volutamente scarni di ogni commento, fanno inequivocabilmente comprendere cosa deve essere stato per le nostre popolazioni vivere in quegli anni.
Non dimentichiamolo. Non dimentichiamolo mai.
Alla fine dell’anno 1861, la statistica, fatta dagli occupanti piemontesi, indicò che nel solo secondo semestre vi erano stati 733 fucilati, 1.093 uccisi in combattimento e 4.096 fra arrestati e costituiti. Le cifre fornite, tuttavia, furono molto al disotto del vero, in quanto non comprendevano quelle delle zone della Capitanata, di Caserta, del Molise e di Benevento, dove comandava il notissimo assassino Pinelli.
Al Senato di Torino, il ministro della guerra Della Rovere, dichiarò che 80.000 uomini dell’ex armata napoletana, imprigionati in varie località della penisola, avevano rifiutato di servire sotto le bandiere piemontesi. Vi erano state migliaia di profughi, centinaia i paesi saccheggiati, decine quelli distrutti. Dovunque erano diffuse la paura, l’odio e la sete di vendetta. L’economia agricola impoverita, quasi tutte le fabbriche erano state chiuse e il commercio si era inaridito in intere provincie. La fame e la miseria erano diventate un fatto comune tra la maggior parte della popolazione, che trovò nell’emigrazione l‘unica possibilità di sopravvivenza alla pulizia etnica fatta dai piemontesi.”

Antonio Pagano

GENNAIO

Il 1°, in Sicilia, insorse Castellammare del Golfo al grido di «fuori i Savoia. Abbasso i pagnottisti. Viva la Repubblica». Furono uccisi il comandante collaborazionista della guardia nazionale, Francesco Borruso, con la figlia e due ufficiali. Case di traditori unitari vennero arse. Strappati i vessilli sabaudi, spogliati ed espulsi i carabinieri. Le guardie e i soldati accorsi da Calatafimi e da Alcamo furono battuti e messi in fuga dai rivoltosi.
Il 3 gennaio arrivarono nel porto di Castellammare la corvetta «Ardita» e due piroscafi che furono accolti a cannonate, ma con lo sbarco dei bersaglieri del generale Quintini i rivoltosi furono costretti alla fuga. I piemontesi subito incominciarono a fucilare centinaia di insorti catturati, tra cui alcuni preti. A Palermo comparirono sui muri manifesti borbonici e sulla reggia fu messa una bandiera gigliata.

In quei giorni il generale borbonico Tristany, accompagnato da una decina di ufficiali Spagnoli e Napolitani, ebbe un nuovo abboccamento con il comandante partigiano Chiavone, al quale ripeté la richiesta di subordinare le sue forze alla sua azione di comando affidatogli dal Re Francesco II.

A Marsala, durante la caccia ai patrioti siciliani, le truppe piemontesi circondarono la città e arrestarono oltre tremila persone, per lo piú parenti dei ricercati, comprese donne e bambini, che furono ammassate per settimane nelle catacombe sotterranee vicine alla città, in condizioni disumane, dove furono lasciate prive di luce e di aria, senza possibilità di sfamarsi.
Al ponte di Sessa un plotone di lancieri cadde in un agguato dei partigiani napolitani e sedici soldati furono uccisi. A Napoli si ebbero tumulti per l’applicazione della legge che aveva imposta la nuova tassa detta il decimo di guerra.
Proprio in gennaio furono abolite le tariffe protezionistiche per effetto delle pressioni della borghesia agraria del Piemonte e della Lombardia. Queste disposizioni dettero il colpo di grazia alle industrie dell’ex Reame provocando il definitivo fallimento degli opifici tessili di Sora, di Napoli, di Otranto, di Taranto, di Gallipoli e del famosissimo complesso di S. Leucio. Vennero smantellate, tra le altre attività minori, le cartiere di Sulmona e le ferriere di Mongiana, i cui macchinari furono trasferiti in Lombardia. Furono costrette a chiudere anche le fabbriche per la produzione del lino e della canapa di Catania. La disoccupazione diventò un fenomeno di massa e incominciarono le prime emigrazioni verso l’estero, l’inizio di una vera e propria diaspora. Con gli emigranti incominciarono a scomparire dalle già devastate Terre Napoletane e Siciliane soprattutto le forze umane piú intraprendenti.
A questo grave disastro si aggiunse l’affidamento degli appalti (e le ruberie) per i lavori pubblici da effettuare nel Napoletano ed in Sicilia ad imprese lombardo-piemontesi che furono pagate con il drenaggio fiscale operato dai piemontesi nelle Due Sicilie. La solida moneta aurea ed argentea borbonica venne sostituita dalla carta moneta piemontese, provocando la piú grande devastazione economica mai subita da un popolo.
Il 22 gennaio sul Fortore, nel Foggiano, una banda di 140 patrioti a cavallo attaccò una compagnia di fanti piemontesi che furono decimati. A Napoli militari piemontesi isolati caddero vittime di attentati. A Mugnano, la banda partigiana di Angelo Bianco, caduta in un agguato, fu completamente assassinata dai bersaglieri e dalle vigliacche guardie nazionali.

FEBBRAIO

Il 1°, nei boschi di Lagopesole, due compagnie di bersaglieri e fanti assaltarono i patrioti di Ninco-Nanco e Coppa, uccidendone 11 e catturando una donna. Proprio in quel giorno il turpe traditore Liborio Romano, quale deputato, propose nel parlamento piemontese di vendere tutti i beni demaniali e degli istituti di beneficenza delle Due Sicilie a prezzo minore del valore reale, a rate fino a 26 anni, pagabile con titoli di Stato al 5%.
Il giorno dopo la banda di Giuseppe Caruso sgominò un reparto del 46° fanteria nel bosco di Montemilone.
A Reggio Calabria, il 5 febbraio, vennero imprigionati tutti quelli “sospettati” di essere filoborbonici. Sul confine pontificio, lo stesso giorno, alcuni gruppi patrioti comandati dal Tristany furono sconfitti dalle truppe piemontesi nei pressi di Pastena. Pilone, invece, a Scafati sfuggí ad un agguato tesogli dalle collaborazioniste guardie nazionali di Castellammare.

A Vallo di Bovino furono catturati e fucilati dai patrioti due ufficiali piemontesi. Il generale La Marmora, in visita a Pompei, sfuggí ad un attentato da parte della banda di Pilone. A Napoli venne minacciata da Pilone la stessa duchessa di Genova, cognata di Vittorio Emanuele, a cui Pilone intimò con una lettera di non uscire da Napoli, pena la cattura.
I terrorizzati piemontesi, in quei giorni, persero completamente il controllo della situazione, emanando dei bandi e ordinanze feroci, soprattutto nel Gargano e in Lucera, dove furono eseguite pene di morte per la violazione dei piú piccoli divieti. Il col. Fantoni in terra di Lucera, dopo aver vietato l’accesso alla foresta del Gargano, fece affiggere un editto che disponeva che: «Ogni proprietario, affittuario o ogni agente sarà obbligato immediatamente dopo la pubblicazione di questo editto a ritirare le loro greggi, le dette persone saranno altresí obbligate ad abbattere tutte le stalle erette in quei luoghi … Quelli che disobbediranno a questi ordini, i quali andranno in vigore due giorni dopo la pubblicazione, saranno, senza avere riguardo per tempo, luogo o persona, considerati come briganti e come tali fucilati».
L’8 febbraio evasero dalle carceri di Teramo 55 patrioti, che si rifugiarono sui monti sotto il comando di Persichini. Inseguiti da un reparto del 41° fanteria, cinque furono uccisi e tredici catturati, ma anche questi furono fucilati dopo qualche giorno. Durante una riunione in una masseria di S. Chirico in Episcopio, la banda di Cioffi, tradita da un tal Lupariello, fu circondata ed assalita da ingenti forze piemontesi, ma l’inattesa e violentissima reazione dei patrioti causò uno sbandamento degli assedianti. Pur subendo due morti e molti feriti, Cioffi riuscí a sganciarsi con tutti i suoi uomini. I cadaveri dei due patrioti morti in combattimento furono esposti dai piemontesi nella piazza della Maddalena a Sarno.
Qualche giorno dopo il Lupariello fu catturato dai partigiani e, sottoposto ad un giudizio, fu giustiziato; poi la sua testa fu apposta su una pertica vicino a una sorgente frequentata dalla popolazione.
Il 12 febbraio il colonnello della guardia nazionale di Cosenza, Pietro Fumel, emanò un bando da Cirò veramente raccapricciante : «Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio, prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che, in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati … Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati … È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti.» Costui, un sanguinario assassino, praticò metodicamente il terrore e la tortura contro inermi cittadini e le loro proprietà per distruggere ogni possibile aiuto ai patrioti.
Questi orrendi misfatti ebbero un’eco perfino alla camera dei Lords di Londra, dove nel maggio del 1863, il parlamentare Bail Cochrane, a proposito del proclama del Fumel, affermò : «Un proclama piú infame non aveva mai disonorato i peggiori dí del regno del terrore in Francia», per cui gli ufficiali che avevano emanato quegli ordini furono allontanati dai propri reparti.
Il famoso comandante Crocco, aveva diviso la sua banda di circa 600 uomini in sei gruppi, e l’aveva disseminata nei boschi di Monticchio, Boceto, San Cataldo e Lagopesole. I suoi gruppi patrioti con rapide scorrerie misero a sacco le masserie dei traditori nella zona di Altamura. Poi, il 24 febbraio, Crocco assaltò la guardia nazionale di Corato e batté i cavalleggeri del generale Franzini in uno scontro presso Accadia, dove però perse dodici uomini.

MARZO

Il 1°, Crocco riuní nel bosco di Policoro, presso la foce del Basento, i suoi patrioti a quelli di Summa, Coppa, Giuseppe Caruso e Cavalcante, in previsione del piano elaborato dal Comitato Borbonico in Roma (Clary e Statella) di attaccare Avezzano con duemila uomini comandati da Tristany. L’operazione aveva il fine tattico di allontanare le truppe piemontesi dal confine pontificio per lunghi tratti, onde permettere ad altre forze borboniche di invadere gli Abruzzi con la contemporanea sollevazione di tutti i patrioti del Reame. Era previsto anche uno sbarco, sul litorale ionico, di elementi legittimisti spagnoli e austriaci. Una spia infiltrata, Raffaele Santarelli, fece conoscere in tempo il piano ai piemontesi, che presero contromisure sia navali, con la flotta di Taranto, sia per via terrestre con un concentramento di bersaglieri e cavalleggeri.
Il 3 e il 4 marzo Crocco si scontrò al ponte S. Giuliano, sul Bradano, con il 36° fanteria e lo mise in fuga, ma subendo alcune perdite. Nei giorni successivi, l’8 marzo, a S. Pietro di Monte Corvino, si ebbe un altro scontro di patrioti contro piemontesi, che subirono numerose perdite. Il giorno dopo Crocco sconfisse alcuni reparti di guardie nazionali alla masseria Perillo, nei pressi di Spinazzola, uccidendone dieci, compreso il comandante, maggiore Pasquale Chicoli, un traditore che aveva formato il governo provvisorio di Altamura ancora prima dell’arrivo dei garibaldini.
Il 10 marzo Pilone occupò Terzigno, dove, dopo aver requisito armi e munizioni, fucilò i ritratti di Garibaldi e Vittorio Emanuele. Il governatore piemontese dispose che tutto il 7° reggimento di fanteria venisse destinato a catturare Pilone.
A Baiano, il 12 marzo, venne fucilato un contadino di 16 anni, Antonio Colucci, che, stando su un albero in una masseria di Nola, aveva segnalato ai patrioti l’arrivo di piemontesi. Il ragazzo era stato catturato e processato da un tribunale di guerra che lo condannò alla pena capitale.
Nel frattempo continuarono numerosi gli attacchi dei partigiani napoletani, vere e proprie azioni di guerra, contro le truppe piemontesi. Tra gli episodi piú importanti sono da ricordare quello del 17 marzo, quando la banda di Michele Caruso sterminò alla masseria Petrella (Lucera) un intero distaccamento di 21 fanti dell’8° fanteria, comandato dal capitano Richard. Il 31 marzo ad Ascoli di Capitanata i patrioti sconfissero, procurando centinaia di morti, i bersaglieri e i cavalleggeri del colonnello Del Monte. Lo stesso giorno, a Poggio Orsini, presso Gravina, i piemontesi misero in fuga un centinaio di patrioti, ma a Stornarella furono massacrati 17 lancieri del «Lucca», che ebbe anche 4 dispersi. La provincia di Bari, la terra d’Otranto ed il Tarantino erano tuttavia controllate dalle forze partigiane. In questi avvenimenti vi furono molti garibaldini ed anche regolari piemontesi che disertarono e si unirono ai briganti. Tra questi disertori è da ricordare come esempio quello dell’operaio biellese Carlo Antonio Gastaldi, decorato con medaglia d’argento al valor militare nella battaglia di Palestro del 1859. Inviato nelle Puglie a combattere i «briganti», fu talmente schifato delle nefandezze piemontesi, che divenne addirittura luogotenente del Sergente Romano, insieme ad un altro piemontese, Antonio Pascone.
Alla fine di marzo, nel parlamento di Torino fu istituita un Commissione con il compito di studiare le condizioni delle provincie meridionali. Tale Commissione, presieduta dai massoni Giuseppe Montanelli e Luigi Miceli, suggeriva, tra l’altro, di iniziare numerosi e svariati lavori pubblici, istituire nuove scuole comunali per «illuminare» la gioventú, l’incameramento totale dei beni religiosi, la divisione e vendita dei beni demaniali e comunali. Per la risoluzione del «brigantaggio» la commissione proponeva anche l’invio di Garibaldi a Napoli e l’aumento delle guardie nazionali.

APRILE

Il giorno 4, la legione ungherese, già “usata” da Garibaldi nella sua spedizione, riuscí ad infliggere alcune perdite a Crocco tra Ascoli e Cerignola.
Il 6 aprile 200 patrioti assalirono Luco de’ Marsi dove si era asserragliato un reparto del 44° fanteria, che si difese efficacemente.
Poi il 7 aprile Crocco sconfisse due drappelli del 6° fanteria a Muro, Aquilonia e Calitri, uccidendo una ventina di piemontesi e facendo numerosi prigionieri.
A Torre Fiorentina, presso Lucera, l’8 aprile, i lancieri di Montebello uccisero trenta patrioti. Il giorno dopo circondarono i rimanenti patrioti di Coppa e Minelli, che furono quasi completamente distrutti: 40 morti, 21 fucilati dopo la cattura ed altri 42 uccisi mentre «tentavano la fuga». In Sicilia, ad Apaforte, Stincone, S. Cataldo e Boccadifalco, la popolazione insorse dando alle fiamme le cataste di zolfo. Furono distrutte tutte le piantagioni e gli animali per protesta contro le vessazioni dei piemontesi.
Le truppe francesi di stanza nello Stato Pontificio sequestrarono il 10 aprile le armi e munizioni borboniche a Paliano, a Ceprano, a Falvaterra. Le armi avrebbero dovuto servire per il piano d’invasione capeggiato dal Tristany.
Con una delibera del 13 aprile la piazza nota come «Largo di Castello», dov’è situato il Maschio Angioino, fu fatta chiamare Piazza Municipio dal sindaco massone Giuseppe Colonna.
In quei giorni la banda di Pagliaccello, di Cerignola, fu dispersa dai cavalleggeri «Lucca», che fucilarono 21 patrioti.
Duro colpo anche alla banda di Crocco che il 25 aprile 1862, alla masseria Stragliacozza, subí un improvviso attacco dai piemontesi che riuscirono a metterla in fuga, uccidendone 25 uomini.
Alla fine del mese, il 28 aprile, Vittorio Emanuele si recò a Napoli a bordo della nave «Maria Adelaide» e fece un donativo alla statua di S. Gennaro per ingraziarsi i Napoletani.
Ma S. Gennaro non abboccò e non fece il «miracolo».

MAGGIO

Crocco, nonostante le dure sconfitte, continuò eroicamente le sue azioni di guerra e il 7 maggio sterminò a Zungoli un distaccamento del 37° fanteria. Tuttavia il giorno dopo, tra Canosa e Minervino, i patrioti di Summa persero 15 uomini per un fortunoso attacco dei cavalleggeri. Nell’occasione fu ferito Ninco-Nanco. Nel prosieguo dell’azione alcune guardie nazionali catturarono una donna, la quale portava in campagna un pezzo di pane al figlio che essi ritenevano un patriota. La legarono, la fecero inginocchiare e la fucilarono.
Il 7 maggio esplose anche lo scandalo riguardante la concessione degli appalti per la costruzione delle ferrovie meridionali al massone Adami. Il direttore del giornale «Espero» di Torino che aveva avuto il coraggio di denunciare alla pubblica opinione le speculazioni commesse da Bertani e dall’Adami, fu condannato per diffamazione e per ingiurie a due mesi di carcere e a 300 lire di multa. Naturalmente lo scandalo, che cointeressava anche una trentina di deputati piemontesi, fu insabbiato alla maniera savoiarda.
Chiavone invase e saccheggiò Fontechiari il 10 maggio.
Intanto, allo scopo di impossessarsi dell’industria napoletana del gas per ricompensare gli inglesi dell’aiuto ricevuto, i governanti piemontesi avevano subdolamente fatte fare numerose critiche per la qualità del servizio, indicendo una gara per una nuova concessione. Alla gara si presentarono numerosi concorrenti, ed il 12 maggio 1862 venne firmato il nuovo contratto di appalto dell’illuminazione a gas con la ditta Parent, Shaken and Co. La nuova Società venne costituita il 18 ottobre dello stesso anno con il nome di «Compagnia Napoletana d’Illuminazione e Scaldamento col Gaz», che verso la fine dell’anno seguente inaugurò un nuovo opificio nella zona dell’Arenaccia lungo il fiume Sebeto.
Il 18 maggio le collaborazioniste guardie nazionali di Ariano, incontrati presso Sprinia i patrioti di Parisi, si rifiutarono di battersi e si diedero alla fuga, ma ne furono catturate 14. A Catania vi fu un’insurrezione lo stesso 18 maggio, ma fu rapidamente repressa dalle truppe piemontesi che massacrarono 49 civili. Il giorno dopo Chiavone conquistò Fontechiari e Pescosolido, riunendosi con i patrioti di Tamburini e Pastore. Con tutte queste forze tentano di assalire anche Castel di Sangro, ma vennero respinti e costretti a rifugiarsi nel territorio pontificio.
A Roma, intanto, erano avvenute le nozze tra Maria Annunziata, una delle prime figlie di Ferdinando II, e l’arciduca Carlo Lodovico, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe. Da questo matrimonio nacque l’erede al trono dell’Austria-Ungheria, Francesco Ferdinando, che fu sempre uno strenuo nemico dell’Italia dei Savoia. L’uccisione di Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914 fu la causa determinante dello scoppio della I guerra mondiale.
Il 29 maggio a Mola di Gaeta fu catturato, e poi fucilato dai piemontesi, il conte rumeno Edwin Kalchreuth, il famoso capo patriota «conte Edwino», ex ufficiale della cavalleria borbonica che aveva agito unitamente a Chiavone nella Terra del Lavoro e negli Abruzzi.

GIUGNO

In giugno i patrioti non diedero tregua ai piemontesi. Il giorno 2, il 44° fanteria fu attaccato al confine tra Abruzzi e Terra del Lavoro, perdendovi cinque uomini. Il 7 giugno Chiavone invase Pescosolido, dove fece rifornimenti per il suo raggruppamento. Ad Acqua Partuta, nel beneventano, il 14 giugno, i patrioti uccisero 11 guardie nazionali e 4 carabinieri che li avevano assaliti. Numerosi patrioti di Guardiagrele attaccarono Gamberale, ma furono respinti da reparti del 42° fanteria.
Il giorno 15, la legione ungherese, in un drammatico ed imprevisto scontro, distrusse nel bosco di Montemilone una banda partigiana di 27 uomini. Presso Ginestra la banda Tortora in uno scontro con gli stessi ungheresi perse 13 uomini. Poi, il giorno dopo, alla masseria La Croce la 4ª compagnia del 33° bersaglieri fu assalita da Crocco e da Coppa, subendo molte perdite. A S. Marco in Lamis fu catturato il capo patriota Angelo Maria del Sambro e quattro suoi compagni, tra cui il dottor Nicola Perifano, già chirurgo del 3° Dragoni napoletano, piú volte decorato. Furono tutti immediatamente fucilati.
Numerosi furono gli scontri contro i piemontesi, particolarmente tra il 61° ed il 62°, e i patrioti che presidiavano i boschi di Monticchio, di Lagopesole e di S. Cataldo. Il 17 giugno Chiavone, dopo essersi riunito con i patrioti abruzzesi di Luca Pastore e di Nunzio Tamburini sull’altopiano delle Cinque Miglia, invase Pietransieri e attaccò Castel di Sangro, dove però fu respinto. Rientrato nel territorio pontificio, tuttavia, il Tristany il 28 giugno lo fece arrestare e processare da un consiglio di guerra, che lo condannò a morte per rapina e omicidio. La fucilazione di Chiavone volle essere anche un esempio per far attenere i patrioti alle direttive impartite dal Comitato Borbonico.
Tutta la penisola sorrentina intanto veniva continuamente rastrellata da numerosi reparti piemontesi, ma senza alcun esito. A Torre del Greco il 7° fanteria, rinforzato da colonne mobili della guardia nazionale, riuscí a circondare sulle alture della cittadina il gruppo di combattimento di Pilone. Dopo un furioso combattimento, il grosso dei patrioti di Pilone, riuscí a sganciarsi, ma con numerose perdite e molti prigionieri, che il giorno dopo furono fucilati dai piemontesi. Dopo qualche giorno Pilone attaccò temerariamente in località Passanti una colonna di truppe piemontesi, liberando anche alcuni prigionieri che stavano per essere fucilati.
Garibaldi, nel frattempo, che era comparso nuovamente in Sicilia il 20 maggio per fomentare una rivolta diretta alla conquista di Roma, si recò il 29 giugno a Palermo, dov’erano in visita i principi Umberto e Amedeo. Il giorno dopo, al Teatro «Garibaldi», pronunciò uno sconclusionato discorso, affermando che se fosse stato necessario avrebbe fatto un altro Vespro Siciliano. All’indomani si recò alla Ficuzza per arruolare volontari da impiegare per la conquista di Roma e di Venezia.
La Capitanata, il Gargano e la Terra di Bari erano in concreto nelle mani dei patrioti. Lo stillicidio delle continue perdite subite in luglio dai piemontesi indusse il governo piemontese a sostituire il comandante della zona, generale Seismit-Doda, con il generale massone Gustavo Mazé de la Roche. Costui, per tagliare i rifornimenti ai gruppi patrioti, fece incendiare i pagliai, murare le porte e finestre delle masserie e arrestare tutte le persone che circolavano fuori degli abitati. La reazione dei patrioti fu immediata con la rapida invasione di grossi paesi, come Torremaggiore, con la razzia di molte mandrie, con l’incendio di masserie dei traditori collaborazionisti e con ripetuti attacchi, nei pressi di S. Severo, ai cantieri della ferrovia Pescara-Foggia allora in costruzione.
Il 30 giugno 1862 il generale Tristany, per dare un esempio, fece fucilare due capi patrioti, Antonio Teti e Giuseppe de Siati, che, quali armati per la lotta di liberazione delle Due Sicilie, avevano commesso illegittimamente alcuni furti durante azioni di guerriglia. Il Tristany aveva voluto, con quest’episodio, dare carattere esclusivamente militare alle azioni guerrigliere dirette soprattutto contro le pattuglie piemontesi in perlustrazione nelle campagne. Lo stesso giorno la banda dei patrioti comandata dai fratelli Ribera partí da Malta e sbarcò a Pantelleria, allo scopo di liberare l’isola dai piemontesi e per ripristinare il governo borbonico. Con l’aiuto di tutta la popolazione, i patrioti compirono numerose azioni contro i traditori collaborazionisti e le guardie nazionali che prevaricavano sulla gente.

LUGLIO
Il 1° luglio, da Roma, il Re Francesco II elevò formale protesta diplomatica presso le cancellerie europee che avevano riconosciuto i Savoia re d’Italia.
Nei primi giorni di luglio, il famoso comandante patriota Giuseppe Tardio, uno studente di Piaggine Soprano, che aveva organizzato il suo gruppo di combattimento nell’ottobre del 1861 nella zona di Agropoli, dopo aver eliminate le guardie nazionali che incontrava, invase con i suoi uomini prima Futani e poi Abatemarco, Laurito, Foria, Licusati, Centola e Camerota. Nella sua avanzata gli si aggregarono molte centinaia di patrioti, che in seguito dovettero tuttavia disperdersi per i continui attacchi di migliaia di truppe piemontesi.
Il 6 luglio Garibaldi, in occasione di una rivista alla guardia nazionale a Palermo, pronunziò davanti alle autorità un violento discorso contro Napoleone III che riteneva responsabile del brigantaggio.
Altro scontro dei patrioti di Crocco avvenne il 14 luglio a Lacedonia con i bersaglieri, che persero cinque uomini. Si ebbero nel mese ancora numerosi scontri tra piemontesi e patrioti, che attaccavano all’improvviso ed improvvisamente sparivano. Il 16 luglio un reparto del 17° bersaglieri, in un durissimo e prolungato combattimento, uccise il comandante partigiano Malacarne (fratello del famoso Sacchettiello) ed altri sei patrioti. Il 19 luglio molti patrioti abruzzesi attaccarono presso Fossacesia il magazzino degli imprenditori ferroviari Martinez, uccidendo alcuni tecnici, e invasero l’abitato che fu saccheggiato. Ad Amalfi però la superiorità partigiana si manifestò in tutta la sua evidenza quando il 22 luglio i partigiani occuparono la città, tenendola addirittura per due giorni. Lo stesso giorno, tuttavia, la legione ungherese uccise 12 patrioti a Tortora. Alla fine di luglio, sui monti del Matese, nelle zone di Piedimonte d’Alife e di Cerreto Sannita, i gruppi di combattimento patriottici di Cosimo Giordano, Padre Santo e De Lellis contrastarono ferocemente e vittoriosamente i rastrellamenti effettuati dai reparti del 39° e 40° fanteria.
Il 26 luglio, dopo un lungo silenzio, i patrioti del sergente Romano invasero Alberobello, dove, eliminate le guardie nazionali, si rifornirono di tutte le loro armi e munizioni.

AGOSTO
Agli inizi di agosto i gruppi patrioti del Pizzolungo e dello Scenna, in numero di 200, invasero nel Vastese le cittadine di Villalfonsina, Carpineto, Guilmi, Roio, Monteferrante, Colle di Mezzo, Pennadomo e Roccascalegna, dove saccheggiarono le case dei collaborazionisti dei piemontesi e li trucidarono.
In Pantelleria la banda Ribera non riuscí in un tentativo di giustiziare il sindaco, connivente dei piemontesi, ma inflisse numerose perdite ai reparti piemontesi che li inseguivano. L’imprendibilità e le quasi sempre vittoriose azioni dei patrioti di Ribera indussero i piemontesi ad inviare nell’isola altri 500 soldati sotto il comando del feroce colonnello Eberhard, già sperimentato in azioni di controguerriglia nel continente.
La continua opera di reclutamento e di propaganda di Garibaldi, finalizzata a conquistare anche Roma, indusse Vittorio Emanuele ad emanare il 3 agosto un proclama con cui, senza mai nominare il nizzardo, condannava la sua iniziativa.
Il 4 agosto il gruppo patriota di Abriola invase e saccheggiò le case di alcuni traditori di Campomaggiore. Fra il 3 ed il 5 agosto, disgustati per l’ingrata opera di repressione, gli ussari e la fanteria ungherese stanziati a Lavello, Melfi e Venosa si misero in movimento per concentrarsi a Nocera, ma, bloccati e disarmati dai piemontesi, furono imbarcati a Salerno il 13 agosto per ordine di La Marmora, che li fece trasportare in piemonte. 150 ungheresi tuttavia riuscirono a fuggire con lo scopo di raggiungere Garibaldi.
Sulle montagne tra Castro e Falvaterra, i patrioti, approfittando del marasma causato da Garibaldi, si erano lanciati in una cruenta offensiva e invasero i comuni di Campomaggiore, nel potentino, e Flumeri, nell’avellinese. La cittadina di Sturno fu occupata e tenuta fino al 7. Intensi combattimenti vi furono per tutto il mese nell’Alta Irpinia: a Bisaccia, Guardia Lombardi, Monteleone, Pescopagano, Avigliano, S. Sossio, Ariano, Genzano, Frigenti. Ogni piemontese scovato era immediatamente fucilato.
Il 6 agosto Garibaldi si scontrò a S. Stefano di Bivona con le truppe piemontesi e si ebbero alcuni morti da ambo le parti. A Fantina, in Sicilia, sette volontari per Garibaldi della colonna Tasselli, dei quali cinque disertori piemontesi, vennero catturati da un reparto del 47° fanteria, comandato dal maggiore De Villata, e fucilati sul posto. Trentadue ufficiali della brigata «piemonte», che avevano dato le dimissioni nei pressi di Catania, furono arrestati e privati del grado dal Consiglio di disciplina di Torino, per «mancanza contro l’onore». A Torino, fu varata una legge che disponeva una «spesa straordinaria» di lire 23.494.500 per l’acquisto e la fabbricazione di 676.000 fucili da destinarsi alle guardie nazionali.
Verso la metà del mese, dal carcere di Granatello di Portici, vi fu un’evasione in massa di detenuti politici, che andarono ad ingrossare le bande partigiane.
Nel frattempo, mentre il 13 agosto in Capitanata i patrioti avevano occupato Zapponeta ed otto comuni del Vastese, Garibaldi scorrazzava per la Sicilia, entrando in Catania il 18 agosto. La Marmora proclamò il 20 lo stato d’assedio in tutta la Sicilia e dichiarò ribelle Garibaldi, che si accingeva a risalire la penisola con il suo Corpo di Volontari.
Il 22 agosto al massone Bastogi fu concesso l’appalto per la costruzione delle ferrovie nel sud dell’Italia, per cui fu costituita la società delle Strade Ferrate Meridionali. Nel consiglio d’amministrazione della società facevano parte ben 14 deputati piemontesi, che erano stati anche ricompensati con 675.000 lire per il loro «interessamento». Vice presidente della società fu nominato Bettino Ricasoli. Lo Stato accordò un sussidio a Bastogi di 20 milioni di lire e lo sfruttamento per 90 anni dei 1.365 chilometri di ferrovia da costruire. Tra i finanziatori vi erano la Cassa del Commercio di Torino, i fratelli massoni Isaac e Emile Pereire di Parigi, e la società di Credito mobiliare spagnolo (di cui Nino Bixio era consigliere di amministrazione). Tra i vari possessori delle azioni della società figuravano molti massoni, tra cui il fratello di Cavour, il marchese Gustavo, Nigra, Tecchio, Bomprini, Denina, Beltrami.
Dopo lo sbarco di Garibaldi, il 24 a Pietra Falcone, sulla spiaggia tra Melito e Capo d’Armi, lo stato d’assedio fu esteso il 25 agosto a tutto il Mezzogiorno. Approfittando dello stato d’assedio i piemontesi saccheggiarono moltissime chiese, rubando ogni oggetto prezioso. Fu soppressa la libertà di stampa e di riunione. Anche la posta fu censurata. Fu instaurata una feroce dittatura militare. I principali comandanti patrioti di Terra d’Otranto, allora, si riunirono nel bosco di Pianella, a nord di Taranto, per concordare l’unità del comando e la condotta delle operazioni, con lo stabilire le zone di competenza. Il sergente Romano ebbe a disposizione oltre 300 uomini a cavallo, suddivisi agli ordini dei luogotenenti Cosimo Mazzeo (Pizzichicchio), Giuseppe Nicola La Veneziana, F.S. L’Abbate, Antonio Lo Caso (il capraro), Riccardo Colasuonno (Ciucciariello), Francesco Monaco (ex sottufficiale borbonico) e Giuseppe Valente (Nenna-Nenna, ex ufficiale garibaldino).
In quei giorni, tutta la Terra d’Otranto rimase sotto il totale controllo dei patrioti.
Sull’Aspromonte il 29 agosto, a seguito di un brusco voltafaccia del governo savoiardo (che fino allora l’aveva nascostamente appoggiato), vi fu uno scontro tra le truppe piemontesi e gli avventurieri di Garibaldi, che fu intenzionalmente ferito e fatto prigioniero. I piemontesi subito dopo gli scontri fucilarono a Fantina, senza alcun processo, sette disertori piemontesi che erano con Garibaldi, che a seguito della cattura fu rinchiuso per qualche tempo nel forte di Verignano. Pochissimi popolani l’avevano seguito nell’avventura, la maggior parte erano piemontesi disertori. Il Tribunale Militare degli invasori piemontesi emise in seguito 109 condanne a morte, 19 ergastoli e 93 condanne ai lavori forzati. Il Savoia, per questi fatti, concesse anche 76 medaglie al valore.
Il 31 agosto un reparto del 18° bersaglieri uccise tredici patrioti ad Apice, in provincia di Benevento. I patrioti di Tristany ebbero uno scontro a fuoco con gli zuavi pontifici nei pressi di Falvaterra e a Castronuovo.
SETTEMBRE
Numerosi patrioti a cavallo attaccarono agli inizi di settembre reparti piemontesi di stanza nell’Irpinia a Flumeri, a S. Sossio ed a Monteleone, alla masseria Franza (Ariano) e nei boschi di S. Angelo dei Lombardi. Il 6 settembre i patrioti riuscirono a disarmare la guardia nazionale di Colliano, nelle terre di Campagna (Salerno). Notevole, il 7 settembre, lo scontro alla masseria Canestrelle, nel Nolano, di bersaglieri e cavalleggeri che attaccarono un gruppo di duecento patrioti, che furono costretti a disperdersi, perdendo tuttavia 15 uomini. Dopo qualche giorno, l’11 settembre, i patrioti di Crocco e di Sacchetiello si vendicarono alla masseria Monterosso di Rocchetta S. Antonio (Foggia) attaccando un drappello di venti bersaglieri del 30° battaglione che furono tutti uccisi. A Carbonara i patrioti di Sacchetiello massacrarono 25 bersaglieri del 20° battaglione, comandati dal sottotenente Pizzi. Aliano e Serravalle furono liberate dai patrioti che minacciarono di invadere anche Matera.
In Pantelleria, nel frattempo, i piemontesi, che avevano instaurato in tutta l’isola una feroce legge marziale, riuscirono a convincere con la minaccia di ritorsioni quasi quattrocento isolani a collaborare con le truppe savoiarde. Formate tre colonne, il colonnello Eberhard, governatore militare dell’isola, fece avanzare il 18 settembre le truppe a raggiera per setacciare tutta l’isola. I patrioti erano nascosti in una profonda caverna posta quasi sulla sommità della Montagna Grande a 848 metri si altezza, in una posizione imprendibile, ma traditi da un pecoraio furono circondati e dopo una sparatoria, in cui morirono alcuni piemontesi, furono costretti ad arrendersi a causa del fumo di zolfo acceso davanti alla caverna che aveva reso l’aria irrespirabile. I patrioti ammanettati, laceri e smunti, furono fatti sfilare nelle strade di Pantelleria al suono di un tamburo e col tricolore spiegato, tra ali di gente commossa fino alle lagrime. Tutte le spese dell’operazione, lire 637, furono a carico del comune. Furono incarcerati a Trapani, ma alcuni, tra cui due fratelli Ribera, riuscirono a evadere dalle carceri della Colombaia. Dei rimanenti 14, processati il 14 giugno 1867, 10 furono condannati a morte per impiccagione e gli altri ai lavori forzati.
A Roma, in quei giorni, Francesco II si trasferí con tutta la sua corte nel Palazzo Farnese, che era di proprietà dei Borbone, dopo averlo fatto ristrutturare, poiché erano secoli che non era stato abitato.

OTTOBRE
Il 1° ottobre a Palermo furono accoltellati simultaneamente, in luoghi diversi, tredici persone. Uno degli accoltellatori, inseguito e arrestato, confessò che gli era stato ordinato da un «guardapiazza» (quello che oggi viene chiamato mafioso) di colpire alla cieca e che erano stati pagati con danaro proveniente dal principe Raimondo Trigona di Sant’Elia, senatore del regno, delegato da Vittorio Emanuele II. Da successivi controlli fatti dal piemontese sostituto procuratore del re Guido Giacosa, evidentemente all’oscuro delle criminali intenzioni del governo piemontese, venne accertato che i moltissimi omicidi, avvenuti anche prima e molti altri dopo, avevano il solo scopo di «sconvolgere l’ordine» per poter permettere e giustificare la feroce repressione cosí da eliminare impunemente la resistenza siciliana antipiemontese. L’indagine, che portò a riconoscere la responsabilità di quei sanguinosi crimini al reggente della questura palermitana, il bergamasco (ma messinese di nascita) Giovanni Bolis, antico affiliato carbonaro con La Farina, fu, comunque, subito chiusa.
In quel mese di ottobre vi furono moltissime, alcune violente, manifestazioni di quasi tutte le popolazioni delle Puglie e della Basilicata. I contadini si rifiutarono di eseguire i lavori nei campi per protestare contro gli abusi e le violenze dei soldati piemontesi. Alcuni contadini furono fucilati “per dare l’esempio”.
Un gruppo di patrioti di Romano, comandato da Valente, riunitisi nella masseria S. Teresa, decisero di attaccare la guardia nazionale e i carabinieri di Cellino e S. Pietro Vernotico, che li braccavano. Tre militari furono uccisi «perché portavano il pizzo all’italiana» e nove, furono sfregiati con l’asportazione di un lembo dell’orecchio, per essere cosí «pecore segnate». I gruppi di Tardio invasero i paesi di S. Marco La Bruna, Sacco e S. Rufo, dove sgominarono le guardie nazionali e ne saccheggiarono le case.
Il 24 ottobre Tristany si scontrò sul confine pontificio con le truppe francesi e subí la perdita di due ufficiali.
Nel mese di ottobre, essendosi fatta insostenibile la sistemazione dei prigionieri di guerra e dei detenuti politici, con la deportazione degli abitanti d’interi paesi, con le “galere” piene fino all’inverosimile, il governo piemontese diede incarico al suo ambasciatore a Lisbona di sondare la disponibilità del governo portoghese a cedere un’isola disabitata dell’Oceano Atlantico, al fine di relegarvi l’ingombrante massa di molte migliaia di persone da eliminare definitivamente. Il tentativo diplomatico, tuttavia, non ebbe successo, ma la notizia riportata il 31 ottobre dalla stampa francese suscitò una gran ripugnanza nell’opinione pubblica.

NOVEMBRE
Il maggiore piemontese Aichelburg con fanti e bersaglieri attaccò il 2 novembre a Tremoleto i patrioti di Petrazzi, uccidendo 9 guerriglieri. Tutto il Sud fu diviso in zone e sottozone con posti fissi di polizia e fu raddoppiato il numero dei carabinieri. I guerriglieri di Romano subirono una pesante sconfitta il 4 novembre presso la masseria Monaci. Per quest’avvenimento Romano divise le sue bande in piccoli gruppi piú manovrabili, seguendo la tattica di Crocco. A S. Croce di Magliano duecento patrioti di Michele Caruso attaccarono il 5 novembre la 13ª compagnia del 36° fanteria, massacrando il comandante ex garibaldino dei «mille», capitano Rota, e ventitré piemontesi. Il giorno dopo, inseguiti da un battaglione del 55° fanteria, gli stessi patrioti tesero loro un agguato e uccisero un sergente e tre soldati, senza subire perdite. A Torre di Montebello una compagnia di bersaglieri del 26° e cavalleggeri del «Lucca» in un furibondo combattimento distrusse l’8 novembre l’intera banda di Pizzolungo. Quelli che erano stati fatti prigionieri furono immediatamente fucilati.
Il 16 novembre, nonostante l’opposizione di La Marmora, fu revocato da Rattazzi lo stato d’assedio nelle provincie meridionali, ma in realtà rimasero ancora in vigore la soppressione ed il divieto di introdurre nel Mezzogiorno tutta la stampa non governativa e la sospensione delle libertà d’associazione e di riunione. Addirittura furono intensificati gli arresti di semplici cittadini solo per il fatto di essere «sospetti» patrioti borbonici. In Capitanata, per ordine del generale Mazé de la Roche e del prefetto De Ferrari, furono compilate liste d’assenti dal domicilio e dei sospetti, furono istituiti fogli di via senza dei quali nessuno poteva uscire dagli abitati, imposero l’abbandono delle masserie e il divieto di portare generi alimentari nelle campagne. Cosí nell’avellinese furono perquisite e saccheggiate le case degli assenti, ai contadini fu ordinato di trasferirsi nei paesi con le masserizie, il bestiame ed il raccolto. Divenne sistematico l’arresto dei parenti dei patrioti fino al terzo grado. Le popolazioni, che già vivevano nel terrore e nei soprusi dei piemontesi, vissero in quei lunghi mesi in modo veramente tragico, anche perché ogni attività lavorativa fu in pratica soppressa e la vita economica e sociale ne fu paralizzata.
Il 17 novembre, per reazione, vi furono in vari paesi molti attentati a esponenti liberali da parte dei patrioti. A Grottaglie i patrioti di «Pizzichicchio» s’impadronirono addirittura della cittadina, dove liberarono i detenuti dalle carceri e eliminarono tutti i possidenti liberali, che erano stati particolarmente oppressivi con i loro braccianti, devastandone e saccheggiandone le abitazioni. Furono abbattuti gli stemmi sabaudi e ripristinati le insegne borboniche tra le grida di esultanza di tutta la popolazione e financo del sindaco, che però giorni dopo fu arrestato dai piemontesi.
Il generale Franzini fece uccidere il 20 novembre alla masseria Lamia nove patrioti delle bande di Petrozzi e Schiavone, catturati di sorpresa. L’indomani a Rapolla, nei pressi di Ponte Aguzzo, uno squadrone cavalleggeri «Saluzzo» attaccò un centinaio di patrioti di Crocco che perdette nove uomini. Altri venti, tra feriti e catturati, furono subito fucilati. I patrioti di Romano, in quel giorno, invasero le cittadine di Carovigno ed Erchie, disperdendone la guardia nazionale e saccheggiando le abitazioni dei liberali conniventi dei piemontesi.
Il giorno 27 furono sorpresi a Casacalenda in una chiesa due patrioti che, dopo essere stati incarcerati a Larino, furono fucilati «per tentata fuga» due giorni dopo.
Alla fine di novembre, morto il generale borbonico Statella, che da Roma ne coordinava le azioni, nonostante gli appoggi forniti dal generale Bosco, il gruppo di combattimento del colonnello Tristany si dissolse. Gli ufficiali stranieri se ne tornarono ai loro paesi e i gregari si riversarono in altri gruppi patrioti.

DICEMBRE

Il primo dicembre un reparto del 10° fanteria, per effetto di una delazione, riuscí a sorprendere alla masseria Monaci, nei pressi d’Alberobello, alcuni gruppi patrioti di Romano, di cui fucilò 14 uomini, compreso il capo partigiano La Veneziana.
Il giorno 11 dicembre i patrioti a cavallo di Michele Caruso assaltarono vittoriosamente a Torremaggiore la 13ª compagnia del 55° fanteria, che tornava da Castelnuovo Daunia, dove aveva compiuto operazioni di leva. La compagnia ebbe molte perdite.
A Ururi i piemontesi con uno stratagemma arrestarono il sindaco, tutti i consiglieri ed il prete come «sospetti» e li fecero incarcerare a Larino. A S. Croce di Magliano, su segnalazione del sindaco massone De Matteis, furono inviate truppe piemontesi a circondare le masserie Verticchio, De Matteis e Mirano, dove furono sorpresi e fucilati quattro patrioti. Nella stessa zona il comandante della guardia nazionale di S. Martino, il massone conte Bevilacqua, con cento uomini e una compagnia di fanti piemontesi riuscirono a catturare in un bosco circa 47 patrioti, che furono tutti fucilati a Larino.
Il 14 dicembre, a Napoli, nel carcere di S. Maria Apparente vi furono violenti tumulti per le condizioni inumane in cui erano tenuti i prigionieri. Vivevano in fetore insopportabile. Erano stretti insieme assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce. Un carcerato venne ucciso da una sentinella solo perché aveva profferito ingiurie contro i Savoia. Spesso le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusate ed erano loro sequestrati tutti i beni. Spesso la ragione per cui erano imprigionate era solo per rubare loro il danaro che possedevano. Molti detenuti non erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivano processati e condannati senza alcuna spiegazione logica.
Questo era il governo dei Savoia, «vera negazione di Dio».
A Torino, per acquietare l’opinione pubblica, fu nominata il 15 dicembre una Commissione d’inchiesta sul «brigantaggio», dopo che vi erano state numerose denunce contro le barbarie commesse dalle truppe piemontesi contro patrioti che difendevano la libertà delle loro terre. Un deputato, Giuseppe Ferrari, federalista convinto, aveva detto «…potete chiamarli briganti, ma i padri di questi briganti hanno per due volte rimesso i Borbone sul trono di Napoli… Ma in che consiste il brigantaggio? nel fatto che 1.500 uomini tengono testa a un regno e ad un esercito. Ma sono semidei, dunque, sono eroi! …Io mi ricordo che vi dissi che avendo visitato le province meridionali avevo veduto una città di cinquemila abitanti distrutta, e da chi ? dai briganti ? NO!» La città era Pontelandolfo, rasa al suolo con orrende stragi, insieme a Casalduni, il 14 e 15 agosto 1861 per opera dei bersaglieri di Cialdini.
Il 17 dicembre i bersaglieri del 29° battaglione riuscirono a sgominare i patrioti dell’avvocato Giacomo Giorgi presso Palata, nel Molise, dove uccisero 5 uomini, catturando anche una partigiana.
La banda partigiana di Carbone fu accerchiata il 20 dicembre da fanteria, cavalleria e guardie nazionali nella masseria Boreano, nei pressi di Melfi. Furono tutti uccisi appena catturati.
Il 21 dicembre cavalleggeri piemontesi sorpresero nella cascina Barcana, nei pressi di Venosa, una ventina di patrioti che fecero morire atrocemente tra le fiamme.
Il 23 dicembre, migliaia di cittadini di Napoli inviarono una petizione al Re Francesco II con la quale, nell’indicare le barbarie degli invasori piemontesi, riaffermavano la fedeltà alla monarchia dei Borbone e la speranza di un prossimo ritorno sul trono delle Due Sicilie.
Il giorno 29 lo squadrone cavalleggeri «Saluzzo», stanziato a Gioia del Colle, salvò un drappello di guardie nazionali di Acquaviva che erano stati circondate dai patrioti. In Capitanata, reparti dell’8°, del 36° e del 49° fanteria, comandati dal colonnello Favero, attaccati il 31 dicembre da un consistente numero di patrioti vennero sterminati con perdite superiori ai 150 morti.
L’anno si chiuse con una relazione alla Camera di Torino sulla situazione nell’ex Regno delle Due Sicilie con i dati ufficiali di 15.665 fucilati, 1.740 imprigionati, 960 uccisi in combattimento. Gli scontri a fuoco di una certa consistenza nell’anno furono 574. I Duosiciliani emigrati all’estero furono circa 6.800 persone. Le forze piemontesi di occupazione risultarono costituite da 18 reggimenti di fanteria, 51 «quarti» battaglioni di altri reggimenti, 22 battaglioni bersaglieri, 8 reggimenti di cavalleria, 4 reggimenti di artiglieria. Nei territori delle Due Sicilie si contavano circa 400 bande di patrioti legittimisti, comandate per la maggior parte da ex militari borbonici.
Il piemonte, che era lo Stato piú indebitato d’Europa, si salvò dalla bancarotta disponendo alla fine dell’anno l’unificazione del «suo» debito pubblico con gli abitanti dei territori conquistati. Furono venduti, con prezzi irrisori, ai traditori liberali tutti i beni privati dei Borbone e gli stabilimenti pubblici civili e militari delle Due Sicilie. Tutte le spese per la «liberazione» e dei lavori pubblici (affidati alle speculazioni delle imprese lombardo-piemontesi) furono addebitate proprio alle regioni «liberate». Anche l’arretrato sistema tributario piemontese fu applicato nel Napoletano ed in Sicilia, che fino allora avevano avuto un sistema fiscale mite, razionale, semplice e soprattutto efficace nell’imposizione e nella riscossione, indubbiamente tra i migliori in Europa. Al Sud fu applicato un aumento di oltre il 32 per cento delle imposte, mentre gli fu attribuito meno del 24 per cento della ricchezza «italiana».

fonte http://www.adsic.it/2001/12/01/1862-la-pulizia-etnica-piemontese/#more-20

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DELFINO che tiene in bocca una mezza luna, elenco di CASTELLI e TORRI nell’Arme della provincia di terra d’Otranto 1618 – Il regno di Napoli diviso in dodici provincie di Enrico Bacco

Posted by on Ago 25, 2019

DELFINO che tiene in bocca una mezza luna, elenco di CASTELLI e TORRI nell’Arme della provincia di terra d’Otranto 1618 – Il regno di Napoli diviso in dodici provincie di Enrico Bacco

Ecco la meravigliosa descrizione del simbolo dell’attuale provincia di Lecce : il DELFINO che tiene in bocca una mezza luna, e l’elenco dei CASTELLI e delle TORRI costiere ne : Arme della provincia di terra d’Otranto, opera del 1618 di Enrico Bacco : “Il regno di Napoli diviso in dodici provincie”. All’interno del testo scopro che anticamente “il Delfino con Nettuno erano proprie insegne del paese de’ Salentini“.

Il volume descrive le dodici province del Regno di Napoli con i nomi di città, casali, castelli, famiglie nobili e con la nota del numero di “fuochi”, ovvero i nuclei familiari soggetti a tassazione. Dopo la descrizione della prima Provincia del Regno, la Terra di Lavoro, “Regina di ogni altra Provincia” corrispondente quasi all’intera Campania attuale, si passa poi alla descrizione di tutte le altre Province cui fa seguito l’indice dei Re, Governatori e Vicerè del Regno.

A pagina 128 troviamo il capitolo con “l’Arme della provincia di terra d’Otranto”, in cui si descrive l’Arme, una accurato elenco dei CASTELLI e delle TORRI costiere del Salento, ma anche la narrazione del DELFINO simbolo dell’attuale provincia di Lecce che, come sappiamo, tiene in bocca una mezza luna.

Ho riprodotto in 3d questa illustrazione con una delle mie stampanti 3d, una Creality cr10

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MIGLIAIA DI SOLDATI BORBONICI DEPORTATI NEI LAGER DEL NORD

Posted by on Ago 24, 2019

MIGLIAIA DI SOLDATI BORBONICI DEPORTATI NEI LAGER DEL NORD

IL TALLONE DI FERRODEI SAVOIA – Dopo la conquista del Sud, 5212 condanne a morte. Prigionieri e ribelli puniti con decreti e una legge del 1863

Cinquemiladuecentododicicondanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo, 1 milione di morti.Queste le cifre della repressione consumata all’indomani dell’Unitàd’Italia dai Savoia. La prima pulizia etnica della modernità occidentaleoperata sulle popolazioni meridionali dettata dalla Legge Pica, promulgatadal governo Minghetti del 15 agosto 1863 “… per la repressione del brigantaggio nel Meridione”[1]. Questa legge istituiva, sotto l’egida savoiarda, tribunali di guerra per ilSud ed i soldati ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donnee bambini, divennero cosa ordinaria e non straordinaria. Un genocidio la cuiportata è mitigata solo dalla fuga e dall’emigrazione forzata, nell’inesorabilecomandamento di destino: “O briganti, o emigranti”. Lemkin, che ha definito il primo concetto di genocidio, sosteneva: “… genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione…essointende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggerei fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali. Obiettivi di un pianosiffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali,della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e dellavita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale,della libertà, della salute, della dignità e persino delle vitedegli individui…non a causa delle loro qualità individuali, main quanto membri del gruppo nazionale”. Deportazioni, l’incubo della reclusione, persecuzione della Chiesa cattolica,profanazioni dei templi, fucilazioni di massa, stupri, perfino bambine (figliedi “briganti”) costretti ai ferri carcerari. Una pagina non ancora scritta è quella relativa alle carceri in cuifurono rinchiusi i soldati “vinti”. Il governo piemontese dovetteaffrontare il problema dei prigionieri, 1700 ufficiali dell’esercito borbonico(su un giornale satirico dell’epoca era rappresentata la caricatura dell’esercitoborbonico: il soldato con la testa di leone, l’ufficiale con la testa d’asino,il generale senza testa) e 24.000 soldati, senza contare quelli che ancoraresistevano nelle fortezze di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto. Ma il problema fu risolto con la boria del vincitore, non con la pietas chesarebbe stata più utile, forse necessaria. Un primo tentativo di risolvereil problema ci fu con il decreto del 20 dicembre 1860, anche se le prime deportazionidei soldati duosiciliani incominciarono già verso ottobre del 1860,in quanto la resistenza duosiciliana era iniziata con episodi isolati e noncoordinati nell’agosto del 1860, dopo lo sbarco dei garibaldini e dalla stampafu presentata come espressione di criminalità comune. Il decreto chiamavaalle armi gli uomini che sarebbero stati di leva negli anni dal 1857 al 1860nell’esercito delle Due Sicilie, ma si rivelò un fallimento. Si presentaronosolo 20.000 uomini sui previsti 72.000; gli altri si diedero alla macchiae furono chiamati “briganti”. (nel ’43, dopo l’8 settembre, accaddequasi la stessa cosa, ma dato che vinsero (gli anglo-americani) la lotta lachiamarono di “resistenza” , e gli uomini “partigiani”.Ndr.) A migliaia questi uomini furono concentrati dei depositi di Napoli o nellecarceri, poi trasferiti con il decreto del 20 gennaio 1861, che istituì “Depositi d’uffiziali d’ogni arma dello scioltoesercito delle Due Sicilie”. La Marmora ordinò ai procuratori di “nonporre in libertà nessuno dei detenuti senza l’assenso dell’esercito”. Per la maggior parte furono stipati nelle navi peggio degli animali (anchese molti percorsero a piedi l’intero tragitto) e fatti sbarcare a Genova,da dove, attraversando laceri ed affamati la via Assarotti, venivano smistatiin vari campi di concentramento istituiti a Fenestrelle, S. Maurizio Canavese,Alessandria, nel forte di S. Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte diPriamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre localitàdel Nord. Presso il Forte di Priamar fu relegato l’aiutante maggiore Giuseppe Santomartino,che difendeva la fortezza di Civitella del Tronto. Alla caduta del baluardoabruzzese, Santomartino fu processato dai (vincitori) Piemontesi e condannatoa morte. In seguito alle pressioni dei francesi la condanna fu commutata in24 anni di carcere da scontare nel forte presso Savona. Poco dopo il suo arrivo,una notte, fu trovato morto, lasciando moglie e cinque figli. Si disse cheaveva tentato di fuggire. Un esempio di morte sospetta su cui non fu mai apertaun’inchiesta per accertare le vere cause del decesso. In quei luoghi, veri e propri lager, ma istituiti per un trattamento di “correzioneed idoneità al servizio”, i prigionieri, appena coperti da cencidi tela, potevano mangiare una sozza brodaglia con un po’ di pane nero raffermo,subendo dei trattamenti veramente bestiali, ogni tipo di nefandezze fisichee morali. Per oltre dieci anni, tutti quelli che venivano catturati, oltre40.000, furono fatti deliberatamente morire a migliaia per fame, stenti, maltrattamentie malattie. Quelli deportati a Fenestrelle [2], fortezza situata a quasi duemila metridi altezza, sulle montagne piemontesi, sulla sinistra del Chisone, ufficiali,sottufficiali e soldati (tutti quei militari borbonici che non vollero finireil servizio militare obbligatorio nell’esercito sabaudo, tutti quelli chesi dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giuraronoaperta resistenza ai piemontesi) subirono il trattamento più feroce. Fenestrelle (nella foto di apertura) più che un forte, era un insiemedi forti, protetti da altissimi bastioni ed uniti da una scala, scavata nellaroccia, di 4000 gradini. Era una ciclopica cortina bastionata cui la naturaleasperità dei luoghi ed il rigore del clima conferivano un aspetto sinistro.Faceva tanto spavento come la relegazione in Siberia. I detenuti tentaronoanche di organizzare una rivolta il 22 agosto del 1861 per impadronirsi dellafortezza, ma fu scoperta in tempo ed il tentativo ebbe come risultato l’inasprimentodelle pene con i più costretti con palle al piede da 16 chili, ceppie catene. Erano stretti insieme assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolanie uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce. Un carceratovenne ucciso da una sentinella solo perché aveva proferito ingiuriecontro i Savoia. Vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare conil freddo i segregati. Laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiatia ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggisolari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei. Spesso le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusatied erano loro sequestrati tutti i beni. Spesso la ragione per cui erano staticatturati era proprio solo per rubare loro il danaro che possedevano. Moltinon erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivanoprocessati e condannati senza alcuna spiegazione logica. Pochissimi riuscirono a sopravvivere: la vita in quelle condizioni, ancheper le gelide temperature che dovevano sopportare senza alcun riparo, nonsuperava i tre mesi. E proprio a Fenestrelle furono vilmente imprigionatila maggior parte di quei valorosi soldati che, in esecuzione degli accordiintervenuti dopo la resa di Gaeta, dovevano invece essere lasciati liberialla fine delle ostilità. Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero subire un trattamento infameche incominciò subito dopo essere stati disarmati, venendo derubatidi tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi. La liberazione avveniva solo con la morte ed i corpi (non erano ancora inuso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva collocata in unagrande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all’ingresso del Forte.Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinchénon restassero tracce dei misfatti compiuti. Ancora oggi, entrando a Fenestrelle,su un muro è ancora visibile l’iscrizione: “Ognuno vale nonin quanto è ma in quanto produce”. (ricorda molto la scritta dei lager nazisti ” Non era più gradevole il campo impiantato nelle “lande diSan Martino” presso Torino per la “rieducazione” dei militarisbandati, rieducazione che procedeva con metodi di inaudita crudeltà.Così, in questi luoghi terribili, i fratelli “liberati”,maceri, cenciosi, affamati, affaticati, venivano rieducati e tormentati daifratelli “liberatori”. Altre migliaia di “liberati” venivano confinati nelle isole, a Gorgonia,Capraia, Giglio, all’Elba, Ponza, in Sardegna, nella Maremma malarica. Tuttele atrocità che si susseguirono per anni sono documentate negli AttiParlamentari, nelle relazioni delle Commissioni d’Inchiesta sul Brigantaggio,nei vari carteggi parlamentari dell’epoca e negli Archivi di Stato dei capoluoghidove si svolsero i fatti. Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni, sosteneva in Parlamento: “Mache dico di un governo che strappa dal seno delle famiglie tanti vecchi generali,tanti onorati ufficiali solo per il sospetto che nutrissero amore per il loroRe sventurato, e rilegagli a vivere nelle fortezze di Alessandria ed in altreinospitali terre del Piemonte…Sono essi trattati peggio che i galeotti.Perché il governo piemontese abbia a spiegar loro tanto lusso di crudeltà?Perché abbia a torturare con la fame e con l’inerzia e la prigioneuomini nati in Italia come noi?”. Ma della mozione presentata non fu autorizzata la pubblicazione negli AttiParlamentari, vietandosene la discussione in aula [3]. Il generale EnricoDella Rocca, che condusse l’assedio di Gaeta, nella sua autobiografia riportauna lettera alla moglie, in cui dice: “Partiranno,soldati ed ufficiali, per Napoli e Torino…”, precisando,a proposito della resa di Capua, “…le truppefurono avviate a piedi a Napoli per essere trasportate in uno dei porti diS.M. il Re di Sardegna. Erano11.500 uomini” [4]. Alfredo Comandini, deputato mazziniano dell’età giolittiana, che compilò “L’Italia nei Cento Anni (1801-1900) del secolo XIX giorno per giornoillustrata”, riporta un’incisione del 1861, ripresa da “MondoIllustrato” di quell’anno, raffigurante dei soldati borbonici detenutinel campo di concentramento di S. Maurizio, una località sita a 25chilometri da Torino. Egli annota che, nel settembre del 1861, quando il campofu visitato dai ministri Bastogi e Ricasoli, erano detenuti 3.000 soldatidelle Due Sicilie e nel mese successivo erano arrivati a 12.447 uomini. Il 18 ottobre 1861 alcuni prigionieri militari e civili capitolati a Gaetae prigionieri a Ponza scrissero a Biagio Cognetti, direttore di “StampaMeridionale”, per denunciare lo stato di detenzione in cui versavano,in palese violazione della Capitolazione, che prevedeva il ritorno alle famigliedei prigionieri dopo 15 giorni dalla caduta di Messina e Civitella del Trontoed erano già trascorsi 8 mesi. Il 19 novembre 1861 il generale ManfredoFanti inviava un dispaccio al Conte di Cavour chiedendo di noleggiare all’esterodei vapori per trasportare a Genova 40.000 prigionieri di guerra. Cavour cosìscriveva al luogotenente Farini due giorni dopo: “Hopregato La Marmora di visitare lui stesso i prigionieri napoletani che sonoa Milano”, ammettendo, in tal modo, l’esistenza di un altrocampo di prigionia situato nel capoluogo lombardo per ospitare soldati napoletani. Questa la risposta del La Marmora: “…nonti devo lasciar ignorare che i prigionieri napoletani dimostrano un pessimospirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli cheacconsentono a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di verminia…equel che è più dimostrano avversione a prendere da noi servizio.Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andare a casaperché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltàa Francesco Secondo, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati,e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavano a servire, cheerano un branco di car…che avessimo trovato modo di metterli alla ragione”. Le atrocità commesse dai Piemontesi si volsero anche contro i magistrati,i dipendenti pubblici e le classi colte, che resistettero passivamente conl’astensione ai suffragi elettorali e la diffusione ad ogni livello dellastampa legittimista clandestina contro l’occupazione savoiarda. Particolarmenteeloquente è anche un brano tratto da Civiltà Cattolica: “Per vincere la resistenza dei prigionieridi guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorsoad un espediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appenacoperti da cenci di tela, rifiniti di fame perché tenuti a mezza razionecon cattivo pane ed acqua ed una sozza broda, furono fatti scortare nellegelide casematte di Fenestrelle e d’altri luoghi posti nei più aspriluoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce,come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negrischiavi, a spasimare di fame e di stento per le ghiacciaie”. Ancora possiamo leggere dal diario del soldato borbonico Giuseppe Conforti,nato a Catanzaro il 14.3.1836 (abbreviato per amor di sintesi): “Nellamia uscita fu principio la guerra del 1860, dopo questa campagna che per avertradimenti si sono perduto tutto e noi altri povere soldati manggiando erbadovettimo fuggire, aggiunti alla provincia della Basilicata sortí unprete nemico di Dio e del mondo con una porzione di quei giudei e ci volevacondicendo che meritavamo di essere uccisi per la federtà che avevamoportato allo notro patrone. Ci hanno portato innanzi a un carnefice Piemontesacondicendo perché aveva tardato tanto ad abbandonare quell’assassinodi Borbone. Io li sono risposto che non poteva giammai abbandonarlo perchéaveva giurato fedeltà a lui e lui mi à ditto che dovevo tornareindietro asservire sotto la Bandiera d’ Italia. Il terzo giorno sono scappato,giunto a Girifarchio dove teneva mio fratello sacerdote vedendomi reduttoa quello misero stato e dicendo mal del mio Re io li risposi che il mio Reno aveva colpa del nostri patimenti che sono stato le nostri soperiori traditori;siamo fatto questioni e lo sono lasciato”. “Allo mio paese sono stato arrestato e dopo 7 mesi di scurre priggionemi anno fatto partire per il Piemonte. Il 15 gennaio del 1862 ci anno portatoaffare il giuramento, in quello stesso anno sono stato 3 volte all’ospidalee in pregiona a pane e accua. Principio del 1863 fuggito da sotto le armidi vittorio, il 24 sono giunto in Roma, il giorno 30 sono andato alludienzadel mio desiderato e amato dal Re’, Francesco 2 e li ò raccontato tuttii miei ragioni”[5].

Un ulteriore passoavanti nella studio di questa fase poco “chiara” del post unificazioneè stato fatto recentemente, quando un ricercatore trovò deidocumenti presso l’Archivio Storico del Ministero degli Esteri attestantiche, nel 1869, il governo italiano voleva acquistare un’isola dall’Argentinaper relegarvi i soldati napoletani prigionieri, quindi dovevano essere ancoratanti [6]. Questi uomini del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile,certamente con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patrialontana. Molti di loro erano poco più che ragazzi [7]. Era la politica della criminalizzazione del dissenso, il rifiuto di ammetterel’esistenza di valori diversi dai propri, il rifiuto di negare ai “liberati”di credere ancora nei valori in cui avevano creduto. I combattenti delle DueSicilie, i soldati dell’ex esercito borbonico ed i tanti civili detenuti nei”lager dei Savoia”, uomini in gran parte anonimi per la pallidamemoria che ne è giunta fino a noi, vissero un eroismo fatto di gesticoncreti, ed in molti casi ordinari, a cui non è estraneo chiunquesia capace di adempiere fedelmente il proprio compito fino in fondo, sapendoopporsi ai tentativi sovvertitori, con la libertà interiore di chinon si lascia asservire dallo “spirito del tempo”. STEFANIA MAFFEO NOTE [1] Legge Pica: ” Art.1: Fino al 31 dicembre nelle province infestate dal brigantaggio,e che tali saranno dichiarate con decreto reale, i componenti comitiva, obanda armata composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubblichestrade o le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici,saranno giudicati dai tribunali militari; Art.2: I colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano oppongonoresistenza alla forza pubblica, saranno puniti con la fucilazione; Art.3: Sarà accordata a coloro che si sono già costituiti, osi costituiranno volontariamente nel termine di un mese dalla pubblicazionedella presente legge, la diminuzione da uno a tre gradi di pena; Art.4: Il Governo avrà inoltre facoltà di assegnare, per untempo non maggiore di un anno, un domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi,alle persone sospette, secondo la designazione del Codice Penale, nonchéai manutengoli e camorristi; Art.5: In aumento dell’articolo 95 del bilancio approvato per 1863 èaperto al Ministero dell’Interno il credito di un milione di lire per sopperirealle spese di repressione del brigantaggio. (Fonte: Atti parlamentari. Cameradei Deputati) [2] Il luogo non era nuovo a situazioni del genere perché giàNapoleone se ne era servito per detenervi i prigionieri politici ed un illustrenapoletano, Don Vincenzo Baccher, il padre degli eroici fratelli realistifucilati dalla Repubblica Partenopea il 13 giugno del 1799, che vi aveva passato9 anni, dal 1806 al 1815, tornando a Napoli alla venerabile età di82 anni. [3] Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento – legittimisti e brigantitra i Borbone ed i Savoia, Guida Editore, Napoli, 2000. [4] Questa informazione e tutte le seguenti sono state reperite nei saggi”I campi di concentramento”, di Francesco Maurizio Di Giovine, nellarivista L’Alfiere, Napoli, novembre 1993, pag. 11 e “A propositodel campo di concentramento di Fenestrelle”, dello stesso autore,pubblicato su L’Alfiere, dicembre 2002, pag. 8. [5] Fulvio Izzo, I Lager dei Savoia, Controcorrente, Napoli 1999. [6] S. Grilli, Cayenna all’italiana, Il Giornale, 22 marzo 1997. [7] Sul sito www.duesicilie.org/Caduti.html è possibile ritrovare i nomi, con data di nascita e provenienza dialcuni martiri di Fenestrelle, nel periodo compreso tra il 1860 ed il 1865.Erano poco più che ragazzi: il più giovane aveva 22 anni, ilpiù vecchio 32.

fonte https://cronologia.leonardo.it/storia/a1863b.htm

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Cavour razzista: il primo a chiamare i meridionali “maccheroni-terroni”

Posted by on Ago 22, 2019

Cavour razzista: il primo a chiamare i meridionali “maccheroni-terroni”

Il personaggio al quale, ancora oggi, tante città del Sud dedicano via, piazze e scuole – lo ‘statista’ Cavour – considerava i meridionali come esseri da ‘spolpare’. Per Cavour i meridionali erano “maccheroni”. E ancora oggi, nel Settentrione d’Italia, maccherone è sinonimo di terrone, per indicare appunto il cittadino del Sud, in senso dispregiativo e razzistico. E i siciliani? per il piemontese erano “arance” da mangiare…

La Francia mette in moto una infelice e tardiva iniziativa diplomatica

Ma chi comanda il gioco è sempre l’Inghilterra. Non c’è spazio per altri.

Cosa avviene in campo internazionale nel giugno del 1860?
Grandi e convulse trattative e riunioni che sostanzialmente non cambiano nulla, perché la Gran Bretagna tiene tutto sotto controllo. Al Gabinetto di Londra non si può certamente contrapporre con successo neppure l’Imperatore dei Francesi, Napoleone III. Quest’ultimo non si è ancora reso conto pienamente del fatto che il Regno Sabaudo si va allargando a dismisura sotto protezione inglese. L’Imperatore si affida comunque ad una sua iniziativa diplomatica, che ne dimostrerà soltanto l’impreparazione. E forse anche l’imperdonabile ingenuità.

Il Quai D’Orsay, quindi, attraverso i buoni uffici dell’ambasciatore inglese a Parigi, Lord Cowley, manderà a dire al Palmerston che sarebbe opportuna una iniziativa comune anglo-francese per bloccare l’espansionismo piemontese e l’aggressione in corso nei confronti del Regno delle Due Sicilie.

Il Governo Britannico, ovviamente, non si limita a considerare assurda la proposta. Ma si infastidisce e si insospettisce ancora di più. Non gradisce l’attenzione dimostrata da Napoleone III verso i fatti Duosiciliani. La considera un’interferenza inopportuna e pericolosa con fini espansionistici.
La parentela fra i Savoia ed i Bonaparte, la simpatia ed i legami culturali fra il Piemonte e la Francia, il fondamentale intervento francese nella seconda guerra d’indipendenza italiana dell’anno precedente, la irrequietezza delle mosche cocchiere Piemontesi (fedeli ed obbedienti, senza dubbio, al progetto inglese, ma non prive di passioni personali, di rivalità interne, di voglia di protagonismo) e la paura che emergano nuovi fatti, prevedibili o imprevedibili, rendono più diffidente e più ostile la politica di Lord Palmerston nei confronti, appunto, della Francia.

Questa, in realtà, è la potenza europea che – con o senza Napoleone – ha insidiato e può ancora insidiare la leadership della Gran Bretagna in Europa e nel Mediterraneo. E probabilmente anche nel Medio e nel lontano Oriente. L’Unità d’Italia del resto, è programmata anche in funzione antifrancese.
Piaccia o no agli Italiani. Piaccia o no ai Francesi. A Torino, inoltre, non mancano le voci di probabili cessioni di Genova e/o della Sardegna alla Francia… in cambio del trasferimento dei territori del Regno delle Due Sicilie alla corona sabauda.(1) Una scorciatoia, cioè, che placherebbe le ambizioni di Napoleone III e di Vittorio Emanuele II.

Un motivo in più – seppure piuttosto campato in aria – per indurre l’Inghilterra a concludere al più presto l’occupazione del Regno delle Due Sicilie, avvalendosi intanto (e apparentemente) quasi totalmente dell’Armata Garibaldina. Alla quale ovviamente sarà fornito ogni supporto necessario. Niente di più…

Considerata la delicatezza del momento, il Governo Britannico non trascura comunque di avviare una propria originale iniziativa diplomatica: intimidire l’Imperatore Austriaco Francesco Giuseppe facendogli sapere che la Gran Bretagna si sarebbe opposta direttamente ad ogni eventuale intervento dell’Austria in favore del Regno delle Due Sicilie. Meglio essere espliciti.

Ed in effetti Francesco Giuseppe ha di che temere, considerato che la Mediterranean Fleet in qualsiasi momento gli può bombardare ad esempio molti porti sull’Adriatico. Mentre i servizi segreti britannici potrebbero scatenare un’altra rivoluzione interna all’Impero Asburgico avvalendosi delle infiltrazioni e della influenza sulle nazionalità, sulle etnie e sui popoli inglobati nell’Impero stesso, ma che non sempre sono Sudditi fedeli del giovane Re.

Peraltro il Governo Britannico, come abbiamo già detto, ha un feeling particolare con il nazionalismo magiaro, manovrabile in ogni momento contro Vienna e ha già imbastito tante e tali trame, ha già assoldato e corrotto tanti funzionari ed alti ufficiali del Regno delle Due Sicilie, ha tali infiltrazioni in ambienti mafiosi e camorristici ed ha, ammettiamolo, tanto carisma da poter fare a meno anche di quel pasticcione di Garibaldi.

Tuttavia, anche per la finezza politica con la quale sa gestire il proprio immenso potere, il Governo di Londra bene intuisce che la copertura della spedizione garibaldina (sia pure sotto la tutela britannica) renderebbe più accettabili dall’opinione pubblica internazionale e dagli altri Stati, europei e no (2) le violenze, le sopraffazioni e le stragi che caratterizzeranno via via la conquista di tutto il territorio e dei popoli del Regno delle Due Sicilie.

Per concludere: il Governo Palmerston ha un progetto ben definito e le idee ed i mezzi per attuarlo. Non intende perdere altro tempo.

Cavour: «Siamo ben decisi a mangiare le arance che sono sulla nostra tavola».

Un monito però è quasi esplicitamente rivolto di fatto pure al Cavour e a Vittorio Emanuele II: facciano le mosche cocchiere. Non vadano oltre. Il piano inglese non deve subire varianti, né sconti. In quest’ottica vanno letti i messaggi che l’ambasciatore piemontese a Londra, Vittorio Emanuele D’Azeglio (il giovane D’Azeglio, come ama definirlo con simpatia la Regina Vittoria) e l’ambasciatore inglese a Torino, l’indaffaratissimo Lord James Hudson, inviano al Cavour per informarlo dell’avviso che il Governo Palmerston ha fatto recapitare all’Imperatore Austriaco Francesco Giuseppe.

D’altra parte ci voleva ben poco a capire che se l’Austria si fosse mossa molto meglio e giocando d’anticipo, il Regno Sabaudo sarebbe stato cancellato dall’Europa ancor prima di quello Borbonico… Il tutto avviene mentre gira a vuoto la missione diplomatica della delegazione guidata dall’ambasciatore Duosiciliano presso la Santa Sede, De Martino.

Il Cavour, al quale non difettano certo astuzia ed intelligenza, comprende il messaggio londinese. È, del resto, già passata l’euforia derivante dalla facilità con la quale è andato a buon fine lo sbarco in Sicilia. Lo statista piemontese sa, a sua volta, che un Governo plurimiracolato dalla Gran Bretagna, come quello di Torino, non può permettersi di condizionare le scelte di Lord Palmerston. Quest’ultimo, infatti, in quanto premier, guida e governa la Gran Bretagna. Ha un ruolo istituzionale che gli consente di non tenere eccessivamente conto dei ripensamenti della regina Vittoria, successivi allo sbarco dei Mille in Sicilia sotto protezione inglese.

La regina Vittoria non vorrebbe più quel tipo di fine per il Regno delle Due Sicilie, né quel modello di annessione, al Regno di Vittorio Emanuele
II. Ma neppure lei può fermare ormai la grande manovra.

Al Cavour non resterà altro che dare al proprio operato diplomatico un’interpretazione funzionale al progetto inglese. Quella, cioè, di fare intendere di aver giocato – soltanto giocato – a fare perdere tempo prezioso a Francesco II, distraendolo dalla difesa del Regno del Sud. Si tratta, in verità, di una giustificazione peregrina sufficiente, però, a rassicurare gli Inglesi e a dare ai patiti di storia risorgimentalista un’occasione in più per esaltare la genialità del Padre della Patria, che peraltro amava più parlare in francese che in italiano.

In sostanza, il 25 giugno 1860, così il Cavour scrive a Costantino Nigra:

«Villamarina (ambasciatore piemontese a Napoli, n.d.a.) mi comunica che il Re di Napoli è disposto a seguire i consigli dell’imperatore (Napoleone III). Noi lo asseconderemo per ciò che riguarda il Continente, puisque les macaronis ne sont pas encore cuits, mais quant aux oranges qui sont déjà sur no- tre table, nous sommes bien décidés à les manager».(3)

Sono doverose alcune brevissime, ma specifiche, considerazioni, che prescindono dalla funzione, significativa, della lettera. Il Cavour inizia a scrivere in italiano, ma poi completa in francese. È quest’ultima, infatti, la lingua madre non solo del Cavour (figlioccio di Paolina Bonaparte), ma anche di Garibaldi e di Vittorio Emanuele, che continueranno ad usarla persino dopo l’Unità d’Italia.

Un’altra considerazione è quella relativa alla terminologia. Si parla cioè di mangiare il Regno delle Due Sicilie. I Siciliani vengono considerati arance ed i Meridionali-continentali maccheroni. Ancora oggi, nel Settentrione d’Italia, maccherone è sinonimo di terrone, per indicare appunto il cittadino del Sud, in senso dispregiativo e razzistico. Non si tratta quindi, per il Cavour, di un semplice lapsus freudiano. Freud c’entra ben poco. La verità è che a Torino si ha poco rispetto tanto per la Nazione Siciliana, che per la Nazione Napoletana.

Dalla lettera a Costantino Nigra si comprende pure che il Cavour si è rassegnato ad accettare la conquista del Sud, così come la vogliono gli Inglesi e con i ritmi di questi ultimi. Saprà, da par suo, regolarsi in conseguenza. Sia pure a malincuore.

Firenze, 23 marzo 1860: Emerico Amari aveva lanciato un allarme… Ed una profezia… Ma non fu ascoltato!

Emerico Amari: «La Sicilia perde quel po’ di vita propria che Napoli le aveva lasciato…».

Come ci sintetizza mirabilmente Massimo Ganci il progetto-proposta francese era quello di separare la Sicilia dal Regno di Napoli, dandole un Capo di Stato che fosse un principe napoleonico. La Sicilia, divenuta Stato indipendente, avrebbe però stipulato un’alleanza di ferro con lo Stato Sabaudo (ufficialmente denominato, come sappiamo, Regno di Sardegna).
Nel Regno di Napoli la monarchia regnante avrebbe dovuto promulgare ed applicare una Costituzione Liberale.(4)

Il Regno Sabaudo in tal caso si sarebbe denominato: «Regno dell’Alta Italia». Su questa proposta ovviamente concorda – ritenendola sincera – la diplomazia di Francesco II con la sola variante di proporre l’unione personale della Corona Siciliana con quella di Napoli e con l’impegno di affidare il Governo separato della Sicilia ad un Viceré. Si propone cioè il ritorno alla situazione precedente alla riforma del 1816. Così facendo non si garantirebbe però l’alleanza di ferro con il Re di Sardegna (Vittorio Emanuele II).

Inutile sottolineare che all’Inghilterra questa proposta non può fare piacere, perché renderebbe vano il suo impegno per una pax britannica nel Mediterraneo, nella quale l’Italia da espressione geografica dovrà diventare una sola, univoca, figura giuridica, istituzionale e politica filo-britannica. Senza il pericolo che uno Stato del Sud (ad esempio la Sicilia o il Regno di Napoli o entrambi, cioè Regno delle Due Sicilie) possano assumere iniziative diverse da quelle assunte dal Regno del Nord coinvolgendo potenze diverse dalla Gran Bretagna (e, possibilmente, ostili a questa).

Sappiamo altresì che (già prima dello sbarco garibaldino) in Sicilia esisteva un piccolo movimento politico molto pubblicizzato ed artatamente sopravvalutato, che invocava l’annessione al Regno Sabaudo. Lo abbiamo già detto e abbiamo altresì adombrato il convincimento che questo fosse organizzato e finanziato dal Governo di Londra. Lo confermiamo anche per favorire la migliore comprensione dei fatti.
Ne troviamo, peraltro, ampia traccia, nella lettera che Emerico Amari (nonostante la delicata condizione, protrattasi per lungo tempo, di rifugiato politico e di ospite presso il Regno Sabaudo) aveva indirizzato al marchese di Roccaforte, il 23 marzo 1860 da Firenze, dove aveva ricevuto un prestigioso incarico di insegnamento, analogamente a quanto era avvenuto per altri esuli Siciliani che, però, generalmente si guardavano bene dal criticare gli indirizzi politici assunti di volta in volta dal Governo Sabaudo. Non già per convincimento, ma perché temevano di perdere i prestigiosi privilegi.

Dopo aver fatto qualche cauto riferimento alla esigenza di coinvolgere la Francia nella questione siciliana, probabilmente perché aveva ben compreso in quale direzione marciasse l’Inghilterra, l’Amari così scrisse:

«Solo vi prego a rammentarvi due cose: che la corrente va impetuosa alle annessioni e, senza volermi fare giudice dei fatti e delle opinioni altrui, quanto alla Sicilia credo che l’annessione avrebbe due gravi inconvenienti:

1) per la natura e la topografia un vero danno;

2) impraticabilità per non dirla impossibilità finché Napoli non ha annesso.

Il Piemonte, colla Toscana e la Romagna sulle braccia(,) ha bastante lana da scardassare, né un uomo né uno scudo ci darebbe, onde Sicilia dovrà sobbarcarsi ai tremendi mali di una guerra, di cui tu sai perigli, senza sperarne altro premio della vittoria che la perdita di quel poco di vita propria che Napoli le ha lasciato».(5)

Nonostante la prudenza ed i giri di parole, l’Amari ci diede (ed ancora oggi i fatti gli danno ragione) la testimonianza dell’esistenza di quel movimento annessionista che scavalcava le stesse mosche cocchiere Piemontesi. Ed è importante anche il giudizio negativo sulla eventuale annessione della Sicilia. L’Amari era stato infatti profetico, quando aveva adombrato l’ipotesi che l’unico premio sarebbe stato la perdita di quel poco di vita propria, che la Sicilia ancora aveva con i Borbone. Ed aggiungeva:

«…una fusione alla piemontese, idest francese (cioè centralista ed unitaria, n.d.r.) non sarebbe né giusta né utile alla Italia né alla Sicilia, che la Sicilia è per istituto, per posizione, per senno, federalista».(6)

(1) Così scrive in proposito Massimo Ganci: «Londra, inoltre, preoccupata dell’eventuale cessione della Sardegna o di Genova alla Francia, da parte del Piemonte, in cambio dell’annes- sione dell’Italia Meridionale, aveva tutto l’interesse di inserire un cuneo tra Parigi e Torino». Vedi Storia della nazione siciliana, II ed., Ediprint s.r.l., Siracusa 1986, pag. 72.

(2) Si pensi che persino gli Stati Uniti d’America si erano fatti coinvolgere, in modo poco appariscente ma concreto, nell’impresa dei Mille (ed, ancora prima, in alcune azioni di «monitoraggio» contro il Regno delle Due Sicilie) nell’errato convincimento che gli Inglesi appoggiassero una causa giusta. In particolare furono indotti a credere che fosse in corso una lotta contro l’assolutismo regio e contro l’oppressione dell’Impero Asburgico nei confronti delle popolazioni italiane. Va anche ricordato che gli Inglesi si erano adoperati affinché il Governo di Torino concedesse una base navale alla flotta U.S.A. che doveva assicurare protezione ai bastimenti commerciali americani che diversamente sarebbero divenuti facile preda dei pirati barbareschi. Quella «base» finì (nel 1860) con il dare apporti logistici e «bastimenti» alle tante «spedizioni» di soldati Piemontesi e dei mercenari al loro servizio che andavano alla «conquista» del Regno delle Due Sicilie. Una vera e propria interferenza, in favore del Regno Sabaudo, per agevolare la conquista di uno Stato (quello delle Due Sicilie), al quale né gli Americani, né gli Inglesi, né i Piemontesi avevano dichiarato guerra.

(3) M. Ganci, op. cit., pag. 74.

(4) M. Ganci, op. cit., pag. 72.

fonte https://www.inuovivespri.it/2019/08/21/la-vera-storia-dellimpresa-dei-mille-34-cavour-razzista-il-primo-a-chiamare-i-meridionali-maccheroni-terroni/?fbclid=IwAR2e5Pv_I4ZdGnYr0hS7BILo3rwRzEGtf5qeFcP98D_CQifkOiPGrpeR-Bo





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Il cantiere navale di Castellammare di Stabia

Posted by on Ago 22, 2019

Il cantiere navale di Castellammare di Stabia

Nascita, attività e declino del più antico cantiere d’Italia

Fin dalla fine del 1500 nella zona di Castellammare di Stabia erano presenti numerosi cantieri navali artigianali, già dotati di forme organizzative del lavoro ed in grado di realizzare imbarcazioni più complesse delle semplici barche da pescatori, quest’ultime costruite un po’ dappertutto lungo le coste italiane. Lo sviluppo di tale concentrazione manifatturiera fu favorita dall’abbondanza di materia prima nei vicini boschi demaniali, e consolidò la competenza dei maestri d’ascia stabiesi, che si tramandavano il mestiere da padre in figlio.


Nel 1780 il ministro di Ferdinando IV, Giovanni Edoardo Acton, a conclusione dell’indagine per individuare il sito dove far nascere il grande e moderno cantiere in grado di dotare la Regia Flotta di nuove navi, identificò in Castellammare la località dai requisiti ottimali. I boschi di proprietà demaniale di Quisisana, alle pendici del Monte Faito, garantivano legname, le acque minerali permettevano un trattamento del legno altrove impossibile, i collegamenti con Napoli avvenivano su una strada larga e comoda, la consolidata competenza dei maestri d’ascia stabiesi assicurava disponibilità di maestranze qualificate. La realizzazione del Real Cantiere di Castellammare fu approvatada Ferdinando IV di Borbone, e completata nel 1783 previa l’abolizione del convento dei Carmelitani che sorgeva sul luogo.

Divenne in breve il maggiore stabilimento navale d’Italia per grandezza, con 1.800 operai. Accanto alle maestranze qualificate costituita dagli stabiesi, furono utilizzati  per i lavori più pesanti dei galeotti. La materia prima era era conservata in enormi magazzini; le abbondanti acque minerali erano convogliate in grandi vasche e servivano a tenere a mollo il legname per accelerarne il processo di stagionatura. Aveva uno scalo stabile per la costruzione di vascelli e due provvisori adibiti alla costruzione di corvette [1]. Nel 1843 fu impiantata una macchina a 10 argani per tirare a secco le navi da manutenere o riparare.

Così descrive il cantiere un osservatore del tempo [Achille Gigante, “Viaggi artistici per le Due Sicilie“, Napoli, 1845]: “Esso fu qui stabilito da Re Ferdinando IV, fin da’ primi anni del suo regno, occupandovi un vasto spazio di terreno, nonché l’abolito monasterio de’ Padri Carmelitani. Di buone fabbriche il sussidiò quel principe e di utensili e  macchine necessarie quali a quei tempi poteansi desiderare. Oggidì è il primo arsenale del regno, e tale che fa invidia a quelli di parecchie regioni d’Europa. Sonovi in esso vari magazzini di deposito, e conserve d’acqua per mettere a mollo il legname, e sale per i lavori, e ferriere, e macchine ed argani, secondo che dagli ultimi progressi della scienza sono addimantati, e mercè dei quali abbiamo noialtri veduto con poco di forza e di gente tirare a secco un vascello nel più breve spazio di tempo“ [era il Capri di 1700 tonnellate, il cui alaggio impegnò agli argani, in turni successivi, 2400 uomini: la grandiosità dell’impresa fu immortalata in un acquerello].

Il cantiere iniziò l’attività produttiva con la corvetta Stabia, varata il 13 maggio 1786, seguita, il 16 agosto, dalla Partenope, e procedette a ritmo serrato con molte altre costruzioni.

Le invasioni napoleoniche determinarono un periodo di limitata attività. Sotto Gioacchino Murat, furono costruiti i vascelli Capri (1810) e Gioacchino (1811), le fregate poi rinominate Amalia e Cristina ed impostato il Vesuvio, da 3.530 tonnellate e 84 cannoni. Il vascello fu fatto completare da Ferdinando IV, che dal 1816 aveva assunto il titolo di Ferdinando I delle Due Sicilie, e fu per lungo tempo la nave ammiraglia della flotta napoletana.

“Ieri alle 10 della mattina fu varato nel Cantiere di Castellammare il nuovo Real Vascello di linea il Vesuvio. L’operazione eseguita alla presenza delle LL.AA.RR.. il Duca di Calabria ed il Principe di Salerno non potea riuscire più felice. In men di mezz’ora tutti i lavori preparatorii vennero terminati, ed il Vascello fu varato in tre minuti incirca fra gli applausi de’ circostanti, ed al suono festevole della banda della real Marina.” [2]

Cominciò quindi l’era della navigazione a vapore, e la prima nave a vapore costruita da uno Stato italiano fu il Ferdinando I, realizzato nel cantiere di Stanislao Filosa al Ponte di Vigliena, presso Napoli, varato il 24 giugno 1818.

Con Francesco I furono costruite, in questo periodo, la fregata Isabella (50 cannoni) nel 1827, il brigantino da 18 cannoni Principe Carlo e la nave reale Francesco I nel 1828.

Con l’ascesa al trono di Ferdinando II, ci fu un ampliamento e rimodernamento del cantiere e si portò avanti lo sviluppo su larga scala del vapore. Furono realizzati i rimorchi a vapore Eolo, Furia ed Etna (1838), i cavafondi a vapore Finanza, Tantalo ed Erebo, gli avvisi Argonauta e Delfino (vapore, 26 maggio 1843), la fregata Regina (convertita a vapore, 27 settembre 1840), le piro-fregate da 10 cannoni (a ruota)  Ercole (24 ottobre 1843), Archimede (3 ottobre 1844), Carlo III (1845), Sannita (7 agosto 1846) ed Ettore Fieramosca (14 novembre 1850), la prima nave a possedere una macchina da 300 cavalli costruita a Pietrarsa. Il 5 giugno 1850 fu varato il vascello Monarca da 70 cannoni, la più grande nave da guerra costruita in Italia, convertita, dieci anni dopo, ad  elica. Seguirono altre unità, tra cui gli avvisi Maria Teresa (18 luglio 1854) e Sirena (9 novembre 1859) rispettivamente da 4 e 6 cannoni; i cavafanghi Vulcano e Finanza detto il Nuovo nel 1855, e la fregata Torquato Tasso (10 cannoni, 28 maggio 1856). Le motrici provenivano non solo dalla Reale fabbrica di Pietrarsa, ma anche da stabilimenti privati come la Zino.

Con Francesco II, il 18 gennaio 1860 fu varata la Borbone, fregata ad elica di 3680 tonnellate, che chiuse l’era dei pesanti vascelli di legno a poppa tonda, potenti ma non molto veloci. La Borbone era lunga m 68 e larga m 15. L’apparato motore, realizzato negli stabilimenti di Pietrarsa erogava 457 cavalli per la motrice alternativa a grifo oscillante. Aveva due ponti a batteria coperti, tre alberi a vele quadre. La fregata era armata con 8 cannoni rigati da 160, per la prima volta usati nella Marina napoletana, 12 cannoni lisci da 72, 26 pezzi da 68 e 4 cannoni da 8 in bronzo, su affusto. Il suo equipaggio era composto da 24 ufficiali e 635 sottufficiali e comuni. La gemella Farnese non fu completata a causa dell’invasione piemontese del 1860.

Con i Borbone fu realizzato dal Cantiere di Castellammare, dal 1840 al 1860, naviglio per un totale di oltre 43.000 tonnellate.

Il cantiere di Castellammare di Stabia, al momento della conquista piemontese, stava attrezzandosi per la lavorazione di scafi in ferro. Dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie, il cantiere riuscì per alcuni anni a mantenere una posizione di primaria importanza nelle costruzioni navali italiane. Passiamo in rassegna alcune delle realizzazioni più significative.

Il Cantiere oggi

Castellammare fu, come abbiamo visto, il cantiere dell’Amerigo Vespucci (che ancora oggi desta stupore e meraviglia, quando si presenta nei porti di tutto il mondo durante le crociere dei cadetti di Marina), del battiscafo Trieste (1953) e di centinaia di altre belle navi.

Privato fin dal 1970 del settore progettazione e della selezione degli acquisti esterni, lo stabilimento di Castellammare è oggi di proprietà della FINCANTIERI – Cantieri navali Italiani S.p.A. Si estende su circa 236.000 mq. dei quali 78.000 mq. coperti, non ha bacino galleggiante, ma uno scalo di 234 m, largo 32 m. Dispone di quattro gru, ognuna con capacità di sollevamento di 200 tonnellate. Vi lavorano 450 operai circa.

Il Cantiere oggi

Castellammare fu, come abbiamo visto, il cantiere dell’Amerigo Vespucci (che ancora oggi desta stupore e meraviglia, quando si presenta nei porti di tutto il mondo durante le crociere dei cadetti di Marina), del battiscafo Trieste (1953) e di centinaia di altre belle navi.

Privato fin dal 1970 del settore progettazione e della selezione degli acquisti esterni, lo stabilimento di Castellammare è oggi di proprietà della FINCANTIERI – Cantieri navali Italiani S.p.A. Si estende su circa 236.000 mq. dei quali 78.000 mq. coperti, non ha bacino galleggiante, ma uno scalo di 234 m, largo 32 m. Dispone di quattro gru, ognuna con capacità di sollevamento di 200 tonnellate. Vi lavorano 450 operai circa.

Costruisce navi cisterna e rinfusiere, nonché cruise ferries (Bithia e Janas), car-carriers.

Alfonso Grasso

fonte http://www.ilportaledelsud.org/castellammare.htm

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I cattolici e la Massoneria

Posted by on Ago 21, 2019

I cattolici e la Massoneria

La nascita, la storia e le mitologie artefatte di una setta anticattolica (vera e propria religione gnostica), i suoi rapporti con la Chiesa. Confermata la condanna dell’ideologia naturalistica e del relativismo religioso propugnati dalla Massoneria, incompatibili con la fede cattolica, nonché il divieto della «doppia appartenenza».
[Da «Studi Cattolici», n. 396, febbraio 1994, pp. 100-103]
Lo scandalo della P2 sollevò, a suo tempo, il coperchio di un pentolone che l’italiano medio conosceva fino a quel momento solo per sentito dire. E per molti fu una sorpresa lo scoprire che si poteva essere tranquillamente iscritti alla Massoneria ed essere, nel contempo, di destra, di sinistra o di centro. Insomma, signori che il giorno prima si erano insultati nei talk-show e nelle tribune politiche televisive, la sera frequentavano fraternamente lo stesso club, agghindati con squadre, compassi e grembiulini di cuoio. Da quel momento di Massoneria si è parlato sempre più spesso (e non di rado a sproposito), fino al punto che la si trova ormai quasi tutti i giorni, per un verso o per un altro, sui giornali. L’italiano medio suddetto da tutto questo cumulo di informazioni accavallantisi, tra scissioni, scomuniche reciproche, interviste a Licio Gelli e a Gran Maestri vari, trasse — vedendo anche l‘altisonanza di alcuni nomi implicati — una conclusione: la Massoneria è un potente mezzo per far carriera. Infatti all’indomani dell’affaire P2 si registrò un vero e proprio boom di richieste di iscrizioni. Adesso la cosa si è un po’ affievolita, specialmente dopo le recenti inchieste che hanno mostrato massoni che erano anche fior di mafiosi. Né c’è da stupirsi, visto che non si può chiedere a ogni associazione di sostituirsi alla polizia per indagare preventivamente suite attività private (e quelle illecite lo sono per definizione) degli iscritti.
Ma la Costituzione non vieta le società segrete?, si chiederà qualcuno. Sì, ma non obbliga nemmeno alcuna associazione a rendere costantemente pubblici gli elenchi dei propri iscritti o a pubblicizzare sempre e comunque le proprie attività.
Un’associazione culturale, per esempio, ha tutto l’interesse a mettersi in vetrina per attirare pubblico. Non così però, che so, un Club dei Fumatori della Pipa che abbia come unico scopo quello di offrire ai suoi soci un posto tranquillo dove far nuvole in santa pace senza essere assillati dai salutisti. La Massoneria infatti tiene molto alla distinzione tra «società segreta» e «associazione riservata».
Nasce a Londra nel 1717
Ma c’è un’altra cosa che colpisce l’italiano medio, una cosa di cui sente sempre parlare ma che forse non gli è molto chiara: il rapporto tra Massoneria e Chiesa cattolica. I quotidiani titolano generalmente, come si dice nel gergo degli addetti ai lavori, «a effetto», e vi si leggono termini come «dialogo», «caute aperture», «doppia appartenenza». Che vuol dire tutto ciò? Esiste una situazione di conflitto che richiede «caute aperture» o «disponibilità al dialogo»? Perché, se così stanno le cose, la Chiesa ce l’ha con la Massoneria? O è la Massoneria che ce l’ha con la Chiesa? Si può essere cattolici e massoni così come si può essere cattolici e tifosi del Milan?
Per rispondere a tutte queste domande bisogna andare un po’ con ordine. E partire dal 24 giugno 1717, data di nascita della Massoneria moderna. Quel giorno le quattro principali Logge londinesi si riunirono per dar vita alla Gran Loggia d’Inghilterra, «madre» di tutte le cosiddette obbedienze massoniche. Il giorno scelto non era casuale. Corrisponde al solstizio d’estate ed è la festa di san Giovanni Battista. Neanche l’anno era casuale, visto che il «17» è un numero di grande importanza per la tradizione esoterica. Ci ritorneremo. Secondo Giordano Gamberini, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1961 al 1970, la Massoneria nacque «per rispondere a quelle esigenze di universalità che il mondo occidentale si era visto mortificare con lo spegnimento dell’idea imperiale e con la frantumazione della religione cristiana. Ossia per offrire un’etica universale in luogo di quella perdutasi poiché era stata fondata su una fede universale di cui era venuta a mancare l’unità».
In effetti l’antica Cristianità medioevale era ormai un ricordo. Era una civiltà strutturata sul diritto romano-giustinianeo e costruita attorno al diritto canonico, quale si era venuto evidenziando nei concili, su uno sfondo di diritto naturale. Una realtà «verticale» in cui Papa e Imperatore erano solo vicari dell’unico vero capo, re e sacerdote: Cristo. L’apice di questa «unità nella diversità» venne raggiunto nei secoli XII e XIII, dopodiché i Comuni (che erano vere e proprie città-Stato) e le monarchir nazionali cominciarono a rivendicare quella sovranità particolare di cui prima non godevano, essendo solo espressioni diverse e locali di una unità più vasta e onnicomprensiva. Il colpo finale all’edificio cristiano venne inferto dal luteranesimo, e ancor più dal calvinismo (fenomeno più «europeo»).

La guerra dei Trent’Anni sancì il definitivo tramonto di quel sogno unitario che, in fondo, aveva retto per secoli e continuato, sacralizzandola, l’idea universale romana. Non potendosi più fondare l’unità sul fatto religioso, Ugo Grozio indicò il «diritto naturale» come collante universale. Solo che tale diritto non era più quello inteso dalla Scolastica, cioè un ordine cosmico voluto da Dio: non era più il diritto delle persone (termine che in senso cristiano implica non solo l’essere ma anche il dover essere), bensì quello degli individui. Nasceva il giusnaturalismo in cui la ragione (facoltà naturale dell’uomo) non era più la ratio di Dio, ma quell’entità astratta e assoluta che gli illuministi non tardarono poi a divinizzare creandovi attorno tutta una mitologia: da quella del «progresso» — inteso come antitesi alla tradizione; è buono tutto ciò che è nuovo — a quella del «buon selvaggio», l’uomo «vero» che non a caso sempre gli illuministi («coloro che illuminano») cercarono — vanamente — fuori dell’Europa e che le ideologie successive tentarono di costruire a tavolino. La Massoneria — uno dei motori, se non il principale, della Rivoluzione francese — fu, in questa ricerca di un ordine nuovo fondato sulla Ragione, in pole position.
Nel 1723 il pastore presbiteriano James Anderson stilò le Costituzioni massoniche (tutt’ora in vigore). Nel 1738, appena quindici anni dopo, partiva, la prima condanna pontificia: la lettera apostolica In eminenti di Clemente XII. Fu solo l’inizio, perché a tutt’oggi la Massoneria è la realtà che ha collezionato più censure da parte della Chiesa: ben 586. Da parte cattolica, della Massoneria si condanna il naturalismo (come abbiamo visto, cosa ben diversa dal concetto cristiano di «natura») e il relativismo religioso che sfuma ogni credenza in un vago deismo. Cioè al massone basta credere in un Grande Architetto dell’Universo del tutto indifferente alle sorti dell’uomo, lasciato affidato alle cure di alcuni «iniziati». Insomma, tutto questo fa della Massoneria un’altra religione — fondamentalmente gnostica — e aderirvi sarebbe per il cattolico come aderire all’Islam pretendendo di poter restare cattolico. Questo è il motivo per cui la Chiesa non può ammettere la «doppia appartenenza».

Rino Camilleri

fonte http://www.cristianicattolici.net/cattolici-e-massoneria.html

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