Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Nicola Grossi ad Arce si scontra con Garibaldi

Posted by on Giu 23, 2019

Nicola Grossi ad Arce si scontra con Garibaldi

Arce (Frosinone) 27 maggio 1849
Nicola Grossi (mio trisavolo) si scontra con Garibaldi

Nel maggio del 1849, Garibaldi, proveniente dalla Repubblica romana, alla testa di quattromila uomini, portò un attacco al Regno delle Due Sicilie.

Sul confine, in prossimità della dogana di Collenoci, trovò schierati, capeggiati da Nicola Grossi, cento arcesi della Guardia Urbana, i quali, dopo una breve scaramuccia, vista la preponderanza delle forze nemiche, preferirono battere in ritirata.

Nicola Grossi riparò ad Atina, da dove inviò all’Intendente di Caserta un dettagliato rapporto sull’accaduto, che ho rinvenuto nell’Archivio di Stato di quella città e pubblicato, insieme con altri documenti sulla vicenda, nel secondo volume della mia monografia su Arce, da cui è tratta la foto del Grossi.

La sera dello stesso giorno Garibaldi lasciò Arce perché richiamato da Mazzini a Roma.

L’iscrizione che vedete nella foto, da me dettata, è stata posta a dimora dall’ing. Marco Marrocco, che ha trasformato la casa di Nicola Grossi in un accogliente B&B denominato “Palazzo Tronconi”.

Nello stesso Palazzo, come ricorda un’altra lapide, il 22 novembre 1798 fu ospitato Ferdinando IV di Borbone.

I borbonici sanno ora dove poter venire “in pellegrinaggio”, come fece il Comandante Giovanni Salemi.

Ferdinando Corradini

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Schegge di storia 3/ I meridionali per i piemontesi dopo l’unità d’Italia? Da da fucilare o rinchiudere a Fenestrelle

Posted by on Giu 20, 2019

Schegge di storia 3/ I meridionali per i piemontesi dopo l’unità d’Italia? Da da fucilare o rinchiudere a Fenestrelle

Al fine di contribuire alla diffusione di certi fatti e circostanze documentate, continuiamo la pubblicazione di alcuni stralci di accadimenti e testimonianze che certamente non possono andare soggette a dubbi, perplessità o interpretazioni di sorta. Stralci che appunto abbiamo voluto chiamare “Schegge di Storia”

di Giovanni Maduli
componente della Confederazione Siculo-Napolitana e vice presidente del Parlamento delle Due Sicilie-Parlamento del Sud®, Associazione culturale

“Il sedicente “democratico” Regno d’Italia iniziò una politica di spoliazione delle risorse nelle zone conquistate, opprimendo le culture locali e soffocando nel sangue le rivolte popolari che nel Meridione assunsero alle dimensioni di guerra civile… secondo il ministro della guerra di Torino, 10.000 napoletani sono stati fucilati o sono caduti nelle file del brigantaggio; più di 80.000 gemono nelle segrete dei liberatori; 17.000 sono emigrati a Roma, 30.000 nel resto d’Europa, la quasi totalità dei soldati hanno rifiutato d’arruolarsi… ecco 250.000 voci che protestano dalla prigione, dall’esilio, dalla tomba…

Cosa rispondono gli organi del Piemontesismo a queste cifre? Essi non rispondono affatto”.

Oscar De Poli, giornalista, in un articolo pubblicato sul giornale “De Naples a Palerme” 1863 – 1864

“… Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in grande quantità, si stipano ne’ bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi testè in quella città ho dovuto assistere ad uno di que’ spettacoli che lacerano l’anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle: un ottomila di questi antichi soldati Napoletani vennero concentrati nel campo di S. Maurizio”.

Da un articolo di Civiltà Cattolica
(Vedasi anche al seguente link, dal sito ufficiale della Regione Siciliana: http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_150ANNI/PIR_150ANNISITO/PIR_Schede/PIR_Vinti/PIR_PrigionieriBorbonici )

“Perfino Lord Lennox, al parlamento inglese dichiarò: ‘Non c’è storia più iniqua di quella dei Piemontesi nell’occupazione dell’Italia meridionale… si era promesso prosperità e pace con l’unità, invece ebbero le prigioni ripiene, la nazionalità schiacciata… carcerazioni; 130 mila baionette piemontesi formano la suprema legge di salute pubblica; le arbitrarie deportazioni; ossia i domicili coatti’”.

Tommaso Romano, “Sicilia 1860 – 1870 Una storia da riscrivere”, ISSPE Edizioni, pag. 189.

fonte https://www.inuovivespri.it/2019/04/27/schegge-di-storia-2-i-meridionali-per-i-piemontesi-dopo-lunita-ditalia-da-da-fucilare-o-rinchiudere-a-fenestrelle/

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Nel potentino 114 anni fa moriva Carmine Crocco, il generale dei briganti più conosciuto. Ecco la sua storia

Posted by on Giu 19, 2019

Nel potentino 114 anni fa moriva Carmine Crocco, il generale dei briganti più conosciuto. Ecco la sua storia

Il 18 Giugno del 1905, alle ore 8:20 del mattino, nell’insalubre carcere di Portoferraio sull’isola d’Elba, il direttore comunicò che:

Crocco Carmine, pastore, celibe, possidente di qualche cosa, cattolico e residente a Rionero in Basilicata, era morto di astenia senile”.

114 anni fa moriva uno dei più famosi Briganti che l’Italia Meridionale abbia mai conosciuto.

Stiamo parlando di Carmine Crocco detto Donatelli (nome che risaliva a suo nonno Donato).

Nato a Rionero, il 5 Giugno del 1830, era il capo indiscusso delle bande brigantesche del Vulture, sebbene agissero sotto il suo controllo anche alcune dell’Irpinia e della Capitanata.

Un ribelle di umili origini, che da bracciante divenne comandante di un esercito di oltre duemila uomini.

La consistenza della sua armata fece della Basilicata uno dei principali epicentri del brigantaggio post-unitario nel Mezzogiorno continentale.

Il suo ricordo racchiude la memoria di una ribellione vittoriosa, di una guerra contadina che insanguinò il Meridione.

Non si può conoscere la storia completa dell’Italia senza conoscere anche le gesta del Brigante per eccellenza.

A Carmine Crocco sono dedicati decine di libri, una targa sulla sua casa a Rionero ed un intero museo.

La sua vita è stata, inoltre, oggetto di una fiction Rai del 2012: “Il Generale dei Briganti”.

A oltre un secolo dalle sue gesta, incentrate tra il 1861 e il 1864, viene da molti ricordato come l’eroe popolare, giunto in soccorso dei più deboli, perché potessero liberarsi dai soprusi.

All’epoca della sua morte (avvenuta per cause naturali dovute all’età avanzata e agli acciacchi della salute), non possedeva denaro o ricchezze materiali, solo sei paia di calze di cotone, una maglia di cotone e una di lana e due berretti da notte.

Povero era nato e povero morì, nonostante fosse stato il “Generale dei Briganti” e avesse avuto l’opportunità di sedere a tavola con notabili e potenti, gli stessi che, mentre lui moriva, erano diventati la classe dirigente del Sud italiano.

fonte https://www.potenzanews.net/nel-potentino-114-anni-moriva-carmine-crocco-generale-dei-briganti-piu-conosciuto-la-sua-storia/?feed_id=34869&_unique_id=5d086fdb3397e&fbclid=IwAR1urb0HA0iWmdDGBo6cPtKiZlXuDaX5IzWNMe9j73PdM1UXb8Nsvr4iZN4

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Schegge di Storia 2/ La Sicilia subito dopo l’unità d’Italia: ecco come piemontesi ammazzavano i siciliani

Posted by on Giu 19, 2019

Schegge di Storia 2/ La Sicilia subito dopo l’unità d’Italia: ecco come piemontesi ammazzavano i siciliani

“A Licata vennero chiusi in carceri le madri, le sorelle, i parenti dei contumaci alla leva, sottoposti a tortura fino a spruzzare il sangue delle carni; uccisi i giovinetti a colpi di frusta e di baionetta; fatta morire una donna gravida! Della stessa barbarie e degli stessi delitti si macchiarono i militari di Trapani, di Girgenti, di Sciacca, di Favara, di Bagheria, di Calatafimi, di Marsala e di altri Comuni…”

di Giovanni Maduli
vice presidente del Parlamento delle Due Sicilie-Parlamento del Sud®,  Associazione culturale

Purtroppo non a tutti sono note le drammatiche e tragiche vicende che Siciliani e Meridionali tutti dovettero subire a seguito della cosiddetta Unità d’Italia. Molti – ma per fortuna sempre meno – si lasciano ancora cullare dalle favolette risorgimentali che per oltre centocinquanta anni ci sono state propinate, raccontandoci di “libertà”, di “progresso”, di “unità dei popoli italici”. Tutte fandonie volte a coprire la miserrima realtà dei fatti: una squallida e volgare annessione voluta da borghesia, sette segrete e potenze straniere con vari e diversi fini fra i quali,

principalmente, l’eliminazione di un Regno che, con l’avvicinarsi dell’apertura del Canale di Suez, era di ostacolo allo strapotere commerciale di quelle potenze; l’appropriazione dell’oro contenuto nei forzieri del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli; l’ascesa al potere delle classi borghesi finanziarie e bancarie; l’eliminazione del potere temporale della Chiesa.

Tuttavia, ormai da anni e grazie al contributo di numerosi storici o semplici appassionati di Storia, la Verità sta tornando alla luce. Come noto, infatti, la Verità può essere nascosta, negata, sottaciuta, manipolata, smentita, cambiata, ridicolizzata, sottovalutata e quant’altro e per molto tempo; ma non può essere uccisa. Essa prima o poi ritorna in auge, nuda e pura, come nuda e pura la volle giustamente il Botticelli nel suo celebre dipinto “La calunnia”.

E la Verità in vero non necessita di “giustificazioni”, di “orpelli”, di “coperture”. Certamente possono esservi varie e diverse interpretazioni di Essa; interpretazioni dovute, ad esempio, a diverse valutazioni su determinati fatti o circostanze; ovvero dovute a documentazioni e testimonianze ritenute autentiche fino ad un certo momento, o altro ancora.

Ma determinati “fatti documentati” e determinate “circostanze documentate” non possono rientrare in quelle “interpretazioni” di cui sopra: esse costituiscono l’ossatura, l’impalcatura e le fondamenta di una Verità ormai innegabile e irreversibilmente tornata a nuova vita.

Al fine di contribuire modestamente alla diffusione di certi fatti e circostanze documentate, iniziamo oggi la pubblicazione di alcuni stralci di testimonianze e accadimenti che certamente non possono andare soggette a dubbi, a perplessità o a interpretazioni di sorta. Stralci che appunto abbiamo voluto chiamare “Schegge di Storia”.

– Da un discorso del deputato Vito D’Ondes Reggio alla Camera sappiamo che:

”Devo esprimere a voi fatti miserandi e sui quali il ministero non accetta inchiesta. Eppure non si tratta di partiti politici; ma dei diritti, della giustizia e dell’umanità orrendamente violati! I siciliani non hanno mai avuto leva militare, e repugnano ad essere arruolati… il Governo ha fatto una legge eccezionale, che è eseguita con ferocia…il comandante piemontese Frigerio, il 15 di agosto del 1863, intima al Comune di Licata, 22 mila abitanti, di far presentare entro poche ore i renitenti alla leva privando l’intera città di acqua, vieta ai cittadini di uscire di casa pena la fucilazione istantanea e di altre più severe misure.
A Licata vennero chiusi in carceri le madri, le sorelle, i parenti dei contumaci alla leva, sottoposti a tortura fino a spruzzare il sangue delle carni; uccisi i giovinetti a colpi di frusta e di baionetta; fatta morire una donna gravida!
Della stessa barbarie e degli stessi delitti si macchiarono i militari di Trapani, di Girgenti, di Sciacca, di Favara, di Bagheria, di Calatafimi, di Marsala e di altri Comuni…
Un altro comandante piemontese dispone l’arresto di tutti coloro dai cui volti si sospetti d’essere coscritti di leva, e anche l’arresto dei genitori e dei maestri d’arte dei contumaci: questo avveniva a Palermo. Il prefetto, interpellato, rispose che nulla sapeva e nulla poteva (1).
A Petralia una capanna fu circondata dalla truppa, non per prendere un coscritto ma per chiedere informazioni; gli abitanti erano tre, padre, figlio e figlia, furono bruciati

accadimenti che certamente non possono andare soggette a dubbi, a perplessità o a interpretazioni di sorta. Stralci che appunto abbiamo voluto chiamare “Schegge di Storia”.

– Da un discorso del deputato Vito D’Ondes Reggio alla Camera sappiamo che:

”Devo esprimere a voi fatti miserandi e sui quali il ministero non accetta inchiesta. Eppure non si tratta di partiti politici; ma dei diritti, della giustizia e dell’umanità orrendamente violati! I siciliani non hanno mai avuto leva militare, e repugnano ad essere arruolati… il Governo ha fatto una legge eccezionale, che è eseguita con ferocia…il comandante piemontese Frigerio, il 15 di agosto del 1863, intima al Comune di Licata, 22 mila abitanti, di far presentare entro poche ore i renitenti alla leva privando l’intera città di acqua, vieta ai cittadini di uscire di casa pena la fucilazione istantanea e di altre più severe misure.
A Licata vennero chiusi in carceri le madri, le sorelle, i parenti dei contumaci alla leva, sottoposti a tortura fino a spruzzare il sangue delle carni; uccisi i giovinetti a colpi di frusta e di baionetta; fatta morire una donna gravida!
Della stessa barbarie e degli stessi delitti si macchiarono i militari di Trapani, di Girgenti, di Sciacca, di Favara, di Bagheria, di Calatafimi, di Marsala e di altri Comuni…
Un altro comandante piemontese dispone l’arresto di tutti coloro dai cui volti si sospetti d’essere coscritti di leva, e anche l’arresto dei genitori e dei maestri d’arte dei contumaci: questo avveniva a Palermo. Il prefetto, interpellato, rispose che nulla sapeva e nulla poteva (1).
A Petralia una capanna fu circondata dalla truppa, non per prendere un coscritto ma per chiedere informazioni; gli abitanti erano tre, padre, figlio e figlia, furono bruciati vivi per non aver voluto aprire (2).

1) Carlo Alianello, La conquista del Sud, Rusconi Editore, pag. 200)

(2) Carlo Alianello, Ibidem, pag. 301)

– Da un discorso in Parlamento del 10 dicembre 1861 di Francesco Crispi, veniamo a conoscenza di quanto segue:

“La causa principale di questo malessere è il governo attuale. Dell’insipienza e della poca moralità dei giudici e dei delegati di pubblica sicurezza il governo è responsabile. Vi ho parlato di individui arrestati arbitrariamente, di individui che soffrono pene non decretate dal Codice, di individui uccisi a capriccio, e tutto questo significa nessun rispetto alle leggi. Pertanto le popolazioni non possono avere fiducia né negli uomini che amministrano la Sicilia, né negli uomini che governano l’Italia…”.

– T. Romano – Sicilia 1860 – 1870; una storia da riscrivere, ed. ISSPE, pag. 63.

– Ancora, da quanto riportato dal prof. Tommaso Romano nel suo ottimo Sicilia, 1860 – 1870, Una storia da riscrivere, apprendiamo che:

“Naturalmente nel paese fu tenuto lo stato d’assedio e le stesse misure furono applicate a Sciacca, Caltanissetta, Girgenti, Favara, Trapani, Calatafimi, Bagheria dove si registrarono molti arresti anche di donne e bambini, solo perché parenti di renitenti.
A Gangi, altro grosso paese della provincia palermitana, alla fine di ottobre, il maggiore Volpi dovendo arrestare il renitente Giuseppe Antonio Gilibrasi e non avendolo

trovato, arrestò la moglie incinta la quale dovette lasciare a casa i figli ancora piccoli da soli chiusi a chiave.
La povera donna, successivamente abortì.
L’8 novembre al termine delle ‘indagini’ sul fatto di Gangi, il Prefetto scrisse al Sottoprefetto di Cefalù che l’arresto “non può dirsi né arbitrario né illegale”.

– Tommaso Romano, Sicilia, 1860 – 1870, Una storia da riscrivere, ISSPE edizioni,
pag. 98.

fonte https://www.inuovivespri.it/2019/04/23/schegge-di-storia-la-sicilia-subito-dopo-lunita-ditalia-ecco-come-i-piemontesi-ammazzavano-i-siciliani/

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Le tornate segrete di Torino- ….sui briganti di Napoli

Posted by on Giu 17, 2019

Le tornate segrete di Torino- ….sui briganti di Napoli

RICERCA EFFETTUATA SU “GOOGLE LIBRI” DAL LIBRO “MEMORIE PER LA STORIA DEI NOSTRI TEMPI ” TERZA SERIE -7° ed 8° QUADERNO
Da pag.176 A 180

LE TORNATE SEGRETE DI TORINO – SUI BRIGANTI DI NAPOLI
(Pubblicato il 6 maggio 1863).

…OMISSIS…

iL 4 e 5 di maggio i profani vennero espulsi dalla Camera dei deputati. Gli uscieri gridavano: Procul, procul, e barravano le porte, e tappavano le fessure degli usci, e sopravegliavano gli approcci, mentre gli onorevoli, stretti a consiglio, faceano un po’ di bucato in famiglia, parlando sotto voce, e raccontando le comuni miserie. In quelle due segretissime tornate il dep. Massari lesse la relazione della Commissione, che fu spedita dalla Camera sul cominciare dell’anno per attingere sui lunghi notizie precise dei briganti e del brigantaggio. E pare che notizie n’abbia attinte assai, giacchè la semplice lettura della relazione doveva durare otto ore. E pare eziandio che le notizie fossero pessime, se no ce le avrebbero dette anche a noi. Buone o cattive, la legge ci proibisce di parlare delle tornate segrete della Camera, e noi ce ne laviamo le mani.

Però, pensandoci bene, non ci dovrebbe essere oggidì neppur più un capello di briganti nel regno di Napoli, e il deputato Massari trova ancora materia da discorrerne per otto ore? Imperocchè noi ragioniamo e calcoliamo così. I briganti sono i nemici del regno d’Italía, non è vero? Verissimo. I nemici del regno d’Italia in Napoli sono quelli che votarono pel no nel famoso plebiscito. Non è vero? Vero anche questo. Dunque tanti doveano essere i briganti nel regno di Napoli, quanti furono i no del plebiscito. La conseguenza è giusta? Giustissima. Di fatto il brigantaggio nasceva in Napoli, compiuto appena il plebiscito. Nove giorni dopo la famosa votazione il governatore rivoluzionario di Teramo, De Virgilii, il 2 novembre 1860 pubblicava: `Tutti i comuni della provincia, dove si sono manifestati, o si manifesteranno movimenti reazionari, sono dichiarati in istato d’assedio…… I reazionari, presi colle armi alla mano saran fucilati.
Ora, le cifre del plebiscito furono queste: 1,313,376 sì, e 10,312 no. Dunque i briganti non potevano essere che 10,312. I quali, da bel principio, si presero a fucilare bravamente. Il Pinelli, da Ascoli, a dì 3 febbraio 1861, diceva ai soldati : “Siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali la pietà è delitto”. E Cialdini scriveva per telegrafo al governatore di Molise: “Faccia pubblicare, che fucilo tutti i paesani armati che piglio. Oggi ho già cominciato. E si fucilò nel 1860, si fucilò nel 1861, si fucilò nel 1862, si fucilò nei primi mesi del 1863. Di guisa che il 18 di aprile, a detta del deputato Ricciardi, il totale dei briganti fucilati era di settemila cento cinquant’uno (Atti Uff. N° 1193, pag. 4643).
Abbiamo adunque le seguenti cifre:
Cifra totale dei briganti,  10,312
Fucilati all’aprile del 1863,  7,151,
Restano briganti,  3,161

Or quanti altri briganti sono in pigione? Lo stesso deputato Ricciardi, nella tornata del 18 di aprile 1863, ci dava la statistica di tre sole prigioni (Atti uff., N° 1192, pag. 4642). E risultava che v’erano:
Nel carcere di S. Maria, prigionieri:  1,191
In Campobasso, prigionieri: 1,013
In Avellino, prigionieri:  1,836
Insieme prigionieri:  4,040
Dunque restavano vivi 3,171 briganti, ne abbiamo rinchiusi dentro tre sole prigioni del Napoletano 4,040, epperò voi ben capite che a quest’ora briganti non ce ne possono essere più, salvo che si volesse pretendere una cosa impossibile, che cioè fucilati o imprigionati tutti coloro che nel plebiscito dissero no, si mettesse mano a fucilare o imprigionare quegli altri che dissero sì.
Come dunque la Camera il 4 e il 5 di maggio potè spendere ancora due tornate segrete sui briganti e sul brigantaggio?

DEL NOME DI BRIGANTI
NELLA PRIMAVERA DEL 1860 – (Pubblicato l’8 maggio 1863).
La Camera dei deputati ha speso tre lunghe tornate di sei ore ciascuna per udire la relazione sul brigantaggio; e durante queste diciott’ore il presidio raddoppiato della guardia nazionale vegliava per impedire che gli estranei si avvicinassero alla sala. Delle precedenti tornate segrete venne sempre a subodorarsi alcunché, ma delle ultime finora non si seppe nulla, e quest’alto mistero dà luogo a più gravi sospetti a quell’infallibile criterio, che si tace ciò che fa contro di noi. Soltanto i giornali annunziano quest’oggi, e crediamo di poterlo ripetere nell’Armonia, che nell’ultima tornata segreta i deputati discussero se convenisse pubblicare la relazione sul brigantaggio letta dal Massari in nome della Commissione. E gli onorevoli concordemente decisero di no, perchè non si potevano far sapere al popolo sovrano certe cose, che l’avrebbero alquanto spaventato, e che dall’Italia poi sarebbero passate a notizia dell’Europa e di tutto il mondo civile. Tuttavia, siccome la Commissione d’inchiesta sul brigantaggio avea proposto alcuni articoli di legge quale rimedio alla formidabile malattia, così dicono che alcune parti della relazione verranno pubblicate come schiarimento di questi medesimi articoli.
Lasciando adunque a’deputati seppellire segretamente i loro morti, noi pure ci occuperemo di briganti e di brigantaggio, studiando l’origine di questo nome nella primavera del 1.860, ossia cercando chi dopo la pace di Villafranca fosse il primo in Italia a parlare di briganti, e quali uomini si accusassero di brigantaggio. E in questo studio ci aiuterà il signor Nicomede Bianchi, che nella Rivista Contemporanea del mese di aprile, fascicolo CXIII, parlando del conte Camillo di Cavour, e pubblicando sul suo eroe documenti editi ed inediti, ci mise sotto gli occhi le curiose primizie dell’accusa di brigantaggio.
Questa parola incomincia a proferirsi in Italia nel maggio di tre anni fa, dopo la spedizione di Garibaldi in Sicilia, e i primi a scriverla sono il rappresentante di Francesco II, re di Napoli, presso la Corte di Pietroburgo, e il commendatore Carafa, ministro sopra gli affari esteri del re delle Due Sicilie. L’ambasciatore napoletano in Russia, il signor Regina, scriveva da Pietroburgo il 14 di maggio 1860 un dispaccio, dove era detto: ” L’indignazione che ha provato l’Imperatore e il principe di Gorciakoff, allorchè gli diedi conoscenza del telegramma di V. E., con cui m’informa dello sbarco a Marsala dei BRIGANTI partiti da Genova, è stata proporzionata alle enormità commesse tanto dal gabinetto sardo, che dagli uffiziali inglesi che hanno favorito lo sbarco. La postilla dell’imperatore sul dispaccio in parola che rimandò al ministro degli affari esteri è : “c’est infame, et de la part des Anglais aussi”.
E questo dispaccio era una risposta ad un altro che il ministro Carafa avea spedito per le vie telegrafiche agli agenti diplomatici della Corte di Napoli all’estero, per dar avviso dello sbarco de’ Garibaldini a Marsala. Il ministro Carafa si esprimeva così:

“Malgrado avvisi dati da Torino, e promesse di quel Governo d’impedire SPEDIZIONE Di BRIGANTI organizzati ed armati pubblicamente, essi sono partiti sotto gli occhi della squadra sarda; sbarcati ieri a Marsala. Dica a cotesto ministero tale atto di selvaggia pirateria promosso da Stato amico” .
CARAFA

Vedete un po’ che orrore! Chiamar briganti coloro che difendevano la libertà, l’indipendenza, la patria comune! E l’orrore è tanto maggiore, perché l’accusa di brigantaggio non rovesciavisi solamente sui Garibaldini, ma sul conte di Cavour, sul Governo sardo e su tutti coloro che aveano aiutato la spedizione di Sicilia. Intorno a ciò troviamo nell’articolo del signor Nicomede Bianchi preziose rivelazioni, e ne faremo tesoro per dimostrare quanta estensione avessero l’accusa di brigantaggio e il nome di briganti scritto dai ministri napoletani nel maggio del 1860.
Il Bianchi prova trionfalmente che Garibaldi conquistò In Sicilia coll’efficace cooperazione del Governo di Torino. E per dimostrare questa tesi, che, quanto a noi non avea bisogno di veruna dimostrazione, il signor Nicomede Bianchi esce ne’ più minuti particolari, e racconta così:
“Francesco Crispi, che fu uno de’ preparatori più animosi e operosi di quella rivoluzione siciliana del 1860, poco tempo prima che essa scoppiasse, evasi clandestinamente introdotto nella sua terra materna, e l’avea percorsa per conoscere lo stato reale delle cose e portarvi una fraterna parola dincuoramento e di speranza. Ora trovo scritto con abbastanza d’autenticità : che Luigi Farini, dittatore allora dell’Emilia, gli era stato largo dei migliori mezzi per condurre a termine tanta difficile impresa, per la quale non bastava il coraggio pernonale. Trovo parimente autenticato dalle migliori testimonianze, che il conte di Cavour, come venne informato del lavoro in corso della Società nazionale onde portare aiuto alla rivoluzione siciliana per mezzo di una spedizione marittima di volontari, si mostrò tutt’altro che avverso alla medesima.
Sono pertanto scritti di sua mano i seguenti avvisi, inviati a chi dirigeva quei prepentivi:
“Villamarina annunzia che si combatte in Palermo, e che l’insurrezione si estende. Carafa invece telegrafa a Canofari tutto essere tranquillo in Sicilia. Molta agitazione in Napoli ; le serva…
“Ho notizia da Napoli del 29, da Messina del 26. Il dispaccio dice: – Qu’on rencontre résistance énergique et qu’il faut gagner le terrain pas à pas. –
“Addì 6 aprile 1860, la notizia della rivoluzione di Palermo giunge a Genova per le vie telegrafiche. In quella città l’attendevano Nino Bixio, Crispi, Rosolino Pilo, i quali fino dal mese di febbraio avevano la promessa del generale Garibaldi, ;che nel caso di un serio sollevamento in Sicilia egli si porterebbe a prenderne la direzione. Abbisognavano uomini, armi, navi e denari, italiani di ogni classe, volenti Italia e Vittorio Emanuele, accorsero da ogni parte all’animoso appello del generale Garibaldi. Il quale giudiziosamente vedendo la convenevolezza di raggruppare sotto la sola sua direzione gli apparecchi per le progettate spedizioni, stando egli a Quarto nella villa Spinola, fece chiedere a Giuseppe La Farina se voleva assentire a ciò. L’intendersi fu pronto, e per tal modo vennero posti a disposizione del generale Garibaldi gli efficacissimi mezzi di che disponeva la Società nazionale, fra i quali certamente non doveva calcolarsi per ultimo la segreta cooperazione del Governo di Torino. Garibaldi ben comprese l’utilità grande di siffatto concorso, laonde al La Farina, insistente per accompagnarlo in Sicilia, persuase di rimanere a servire d’intermediario tra lui ed il conte di Cavour.
La direzione dell’ordinamento e degli apparecchi della prima spedizione vennero affidati a Nino Bixio. Con quella indomabile energia di volontà di mente ed operosità instancabile, che a lui sono proprie, egli giunge a superare moltissime difficoltà. Ma all’imbarco delle armi non potè provvedere da solo; gli venne in aiuto la mano del Governo. L’avvocato Fasella che allora era uno degl’ispettori della questura di Genova, aiutò con due suoi agenti il trasporto dei fucili sul mare. Se in tanto e sì manifesto tramestio d’uomini e di cose nel porto di Genova, di barche cariche d’armi e di munizioni dirette verso la Foce e a Quarto, le autorità governative locali non videro nè seppero nulla, benchè fosse appariscente il vigilare severo allo sbocco della Polcevera e al lido di Cornigliano, torna ridicolo il pensarlo e dirlo, non fu per paura o per impotenza ad agire ,contrariamente, ma sì perchè Giuseppe La Farina erasi portato a Genova, munito d’alcune parole scritte dal conte di Cavour all’Intendente di quella città. Compiuta felicemente la prima spedizione, divenne urgente il bisogno d’aver armi in pronto per fornire le altre spedizioni che si stavano apparecchiando. Per ordine espresso del governo di Torino dall’arsenale di Modena vennero estratti fucili e consegnati a Genova a coloro che ne difettavano. Armi o munizioni da guerra ebbero dal conte di Cavour le due spedizioni capitanate da medici e da Ceosenz. Non potendo il Governo di Torino riconsegnare al generale Garibaldi i fucili allogati negli arsenali dello Stato per sequestro anteriore senza incorrere in qualche responsabilità troppo grave, comperò quelle medesime armi e consegnò il denaro ai signori Finzi e Bezzana, che così poteronoo provvederne altre per condurre innanzi l’impresa siciliana. Se la flotta parti da Genova con l’incarico apparente di tagliare la via allo sbarco dei volontarii sulle costiere siciliane, il conte Persano teneva un biglietto di mano del conte di Cavour, nel quale stava scritto: “Signor Conte, vegga di navigare fra Garibaldi e gl’incrocicciatori napoletani ; spero che mi avrà capito” .
Da questa preziosa relazione, che noi confermiamo di tutto punto come verissima, risulta, che nel maggio del 1860 il sig. Carafa e il signor Regina, ministri dei re di Napoli, osavano chiamare briganti, chi mai? Il conte di Cavour, il generale Garibaldi, e Francesco Crispi, e Nino Bixio, e Giuseppe la Farina, e l’avvocato Fasella, e simili. Ma “Vedi giudizio uman, come spess’erra!” Nel maggio del 1863, ossia tre anni dopo, Nino Bixio è reduce in Torino da un viaggio parlamentare fatto in Napoli per esaminare il brigantaggio, e Crispi e La Farina ed altri studiano rimedi contro i briganti, e briganti sono coloro che stanno con Francesco II, ed egli stesso vien chiamato il re dei briganti, e l’autore dei brigantaggio. Come mutano le cose e i giudizi in soli due anni!.
Quanto a noi, ognuno capisce che diciamo e dobbiamo dire essere briganti coloro che vogliono rovesciare nell’Italia meridionale il presente Governo, non gli altri che atterrarono l’antico. Ci auguriamo però che la storia, raccolti i fatti ed esaminate le relazioni d’una parte e dall’altra, possa ripetere questo nostro giudizio.

fonte https://www.pontelandolfonews.com/storia/il-brigantaggio/le-tornate-segrete-di-torino-sui-briganti-di-napoli/

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Schegge di storia 1/ Dopo il 1860: così i piemontesi torturavano i calabresi

Posted by on Giu 17, 2019

Schegge di storia 1/ Dopo il 1860: così i piemontesi torturavano i calabresi

Questa rubrica – curata da Giovanni Maduli – ci racconta, attraverso scritti e testimonianze, la storia di un popolo – il popolo del Sud Italia – che si ribellava all’occupazione da parte dei piemontesi dopo la ‘presunta’ unificazione italiana. Sono testimonianza incredibili di un genocidio che ancora oggi viene tenuto nascosto. Oggi parliamo di come venivano trattati i ‘prigionieri’ a Rossano, in Calabria 

Dal diario dell’ex garibaldino G. Ferrari:

“In quel paese (Rossano) vi erano carceri grandissime nelle quali rinchiudevano i manutengoli ed i conniventi dei briganti. Due o tre volte al mese giungevano colonne di persone state arrestate dalle pattuglie volanti nei paesi o nei casolari; eranvi anche donne scapigliate coi pargoli al petto, preti, frati, ragazzi vecchi, i quali tutti prima di passare nelle carceri, venivano ricoverati provvisoriamente nei locali vuoti del Quartiere su poca

paglia, piantonati da sentinelle, per essere poi interrogati al mattino successivo dal pretore, dal maresciallo e dal mio Capitano”.

“Queste colonne di venti o trenta persone ciascuna, la maggior parte pezzenti e macilenti, facevano compassione a chi aveva un po’ di cuore; li vedevo sofferenti per la fame, per la sete, per la stanchezza di un viaggio a piedi di 40 e 50 chilometri, venivano sferzati dai Carabinieri e dai soldati di scorta, se stentavano camminare per i dolori ai piedi, od anche se si fermavano per i bisogni che taluni si dimettevano il pensiero di fermarsi, e si insudiciavano per evitare bastonate, tutti questi incriminati, alcuni dei quali innocenti, e le donne specialmente, venivano slegati per conceder loro riposo, ma per compenso si torturavano coi ferri, detti pollici, che i carabinieri ed i Sergenti in specie stringevano fino a far uscire il sangue dalle unghie. Poteva io assistere a tali supplizi senza sentire pietà! Tosto allontanati i carnefici, io allentava loro i ferri colle mie chiavi, e quei disgraziati riconoscenti, piangevano, baciando i lembi della mia tunica, persino gli stivali. Prima dell’alba, li rimetteva al supplizio come erano stati lasciati. Scene poi da vera inquisizione succedevano dopo, allorquando venivano interrogati i rei nelle loro celle, io fungeva da segretario e da teste, il Capitano ed il Maresciallo dei carabinieri da giudici; questi volevano sapere il rifugio, il nascondiglio ed i nomi dei briganti che essi favorivano, ed alle loro risposte negative erano bastonate sulla testa che ricevevano da far grondar sangue”.

Eugenio De Simone, Atterrite queste popolazioni, Magenes Edizioni, pag. 23, 24.

Giovanni Maduli

fonte https://www.inuovivespri.it/2019/04/05/schegge-di-storia-dopo-il-1860-cosi-i-piemontesi-torturavano-i-calabresi/

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