Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

La rivolta Cilentana del 1828

Posted by on Ott 18, 2019

La rivolta Cilentana del 1828

Ormai il revisionismo sta dilagando e le “carezze” dei fratelli d’Italia non possono essere più negate o minimizzate, per cui si cerca in tutti i modi di mettere in risalto i crimini o presunti tali del governo napoletano. Ad ogni modo tale paragone non ha alcun senso, non potendosi paragonare un’invasione, senza dichirazione di guerra, di uno stato formalmente alleato, con operazioni di polizia interne, seppur eccezionali. Il paragone piuttosto fatelo con il sacco di Genova o con gli stati d’assedio del 1898. Ma abbiamo voluto chiarire questo episodio, riportandolo intgralmente dalla cronaca del Comandini, storico filosabaudo, che per ovvi motivi non aveva alcuna simpatia per il governo delle due Sicilie.
Leggendo il Comandini “scopriamo” che i liberali furono aiutati da volgari banditi (i fratelli Capozzoli e Ricci), che il paese fu distruttto (per poi essere ricostruito nel 1832, con il consenso di Ferdinando II), ma dopo che erano stati espulsi gli abitanti (notizia confemata anche dallo stesso Galotti nelle sue Memorie, ristampate da Galzerano nel 1998); a Pontelandolfo invece le cose andarono diversamente. Infine la “feroce repressione borbonica” si concluse con 8 condanne capitali, 7 secondo fonti borboniche.

La rivolta del 1828 descritta dal Comandini

28, giugno 1828, s. Mentre in Salerno la popolazione, sollevatasi, proclama la costituzione francese, uguale movimento rivoluzionario estendesi nel Cilento; a Palinuro una banda diretta dall’antico carbonaro Antonio Gallotti trae seco pochi soldati, distrugge il telegrafo a segnali. Ad essi unisconsi i fratelli Capozzoli dì Monte forte, viventi banditi dal 21, i fratelli Ricci, pure banditi e a Cammarota spiegano la bandiera tricolore; e nei seguenti cinque giorni portano il movimento a Licosati, S. Giovanni a Pire Bosco, Montano, Guccuro.

– 1. luglio, me. Da Napoli è mandato contro i sollevati del Cilento, con una colonna di truppe, il maresciallo di campo Francesco Saverio del Carretto, con pieni poteri.

11. v. Espulsine gli abitanti, il comandante Del Carretto col fuoco delle artiglierie e con mine fa demolire tutto l’abitato del comune di Bosco (Vallo) facendo spargere sale sulle rovine ed erigere una colonna d’infamia, per il moto rivoluzionario del 28 giugno.

– 28. lRegio decreto sopprimente il comune di Bosco, per avere parteggiato coi rivoltosi Capozzoli e conip. del Cilento. Il territorio di Bosco è unito al Comune di S. Giovanni a Piro; gli  abitanti  di Bosco, potranno  abitare dove vogliano ma mai andare a ricostruire le demolite abitazioni  in  Bosco (cir. di  Cameretta, , distretto di Vallo).

– 13,  agosto ma. A Salerno sono fucilati i preti patriotti Antonio canonico De Luca e suo nipote don Giovanni, imputati come agenti principali nel moto del Cilento.

– 20, me. Pei moti del Cilento del giugno sono condannati a morte: padre Carlo da Celle, guardiano del convento dei cappuccini di Maratea; Arcangelo Bagnini di Palermo, domiciliato in Napoli, impiegato del registro e bollo; Domenico Antonio De Luca, commerciante, nato a Licusali, domiciliato a Napoli; Angelo Lerro di Omignano, domiciliato a Licusati, proprietario; G. B. Mazzara di Licusali, contadino; Giuseppe Bufano dì Polla, domiciliato in Torre Orsaia; all’ergastolo: Carmine, Giovanni, Filippo e Paolo Vallante di Massiccila, contadini; Pasquale d’Urso e Filippo Passarelli di Forio, contadini; a 24 anni di ferri: Domenico Bertone, di Celle, proprietario; a 10 anni di reclusione: don Domenico De Luca, arciprete di Celle; Pietro Bianco, cancelliere dei comune di Montano.

– 27. me. Nella notte i fuggiaschi Domenico, Patrizio e Donato Capuzzoli. Francesco Giardella, Pasquale Rosso, Antonio Galotti e Domenico Antonio Caterina, sfuggendo alle forze regie, arrivano alla marina di Pesto e riescono ad essere raccolti da due barche, salpando per la Toscana.

Alfredo Comandini, L’Italia nei Cento anni del Secolo XIX 1801-1900, giorno per giorno, tomo II 1820-1849, Vallardi, Milano 1902-1907, pp. 88-92.

fonte http://www.nazionenapulitana.org/1828.html

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IL SACCO DELL’URBE E LA FEROCIA DEI LANZICHENECCHI

Posted by on Ott 18, 2019

IL SACCO DELL’URBE E LA FEROCIA DEI LANZICHENECCHI

ALL’ORIGINE del Sacco di Roma condotto a termine dai Lanzichenecchi, c’è il piano di conquista dell’Italia da parte di Carlo V contro la lega di Cognac sottoscritta da papa Clemente VII con Francia, Venezia, Milano e Genova. L’imperatore è sceso dal nord Italia con i suoi 8000 soldati sotto il comando di Filiberto d’Orange, ai quali si sono uniti 14 mila Lanzichenecchi e 500 cavalieri guidati dal capitano di ventura Georg von Frundsberg, che è stato sostituito da Carlo di Borbone quando queste truppe sono entrate nello Stato Pontificio. E al papa è arrivata una richiesta di 300 mila ducati per evitare che arrivinoa Roma; Clemente VII non ha tutti quei soldi e organizza una difesa di Roma sotto il comando di Renzo di Ceri, che ritiene la città «provista e fortificata a bastanza». Si sbaglia. Il pomeriggio del 5 maggio 1527 davanti alle mura si ammassano i soldati imperiali, e in prima fila i Lanzichenecchi; si potrebbe ancora trattare, ma l’artiglieria di Renzo spara per imtimidire gli assalitori. Resta ucciso Carlo di Borbone e allora più che mai l’orda diventa incontenibile; i Lanzichenecchi sono lì sotto, sparpagliati per la scalata delle mura. Clemente VII, venuto a conoscenza della situazione, si chiude nella basilica di San Pietro a pregare.

Poco prima della mezzanotte si ha la scalata dei Lanzichenecchi a fronte di Borgo e Trastevere, senza che sia messo in atto un ostacolo; all’alba del 6 maggio scendono tra i vicoli di Borgo e il papa fa appena in tempo a rifugiarsi a Castel Sant’Angelo, seguito da tredici cardinali e un migliaio di nobili romani. Anche i fanti di Renzo entrano nel castello, mentre i 147 alabardieri della Guardia Svizzera coprono la ritirata; finiranno massacrati.I cittadini si barricano in casa in preda al terrore e attendono che si abbatta su di loro, inesorabile, il “diritto di guerra” degli invasori, con licenza di saccheggio sulla città conquistata, ma anche violenza sui cittadini inermi, autentica carne da macello in un’orgia di sangue, fuoco, stupri, depredazioni e distruzione.

A cominciare dal massacro di circa ottomila romani inermi e dalla feroce violenza sulle donne; sotto gli occhi di genitori e mariti, mogli e madri subiscono stupri dai soldati di cui sono preda. Inutilmente le nobili signore cercano rifugio nei conventi, perché anche le monache finiscono vittime dei Lanzichenecchi.

Poi c’è la depredazione, che inizia dai palazzi, i cui padroni per evitare il saccheggio consegnano denaro in migliaia di ducati; così fanno il marchese di Mantova, l’ambasciatore portogheseei cardinali. Il palazzo Piccolomini viene assediato per quattro ore, perché il cardinale fa resistenza con la servitù armata; ma poi finisce saccheggiato e il porporato è trascinato prigioniero in Borgo. Fa resistenza anche il palazzo Lomellina, ma i Lanzichenecchi uccidono a colpi di fucile la padrona di casa, che tenta di fuggire calandosi nel cortile con una corda. Si salva il palazzo della Biblioteca Vaticana perché Filiberto di Orange vi ha stabilito il suo quartiere generale.

Tra gli atti di vandalismo si ricorda il furto delle reliquie nel Sancta Sanctorum del palazzo Lateranense, con il prepuzio di Gesù che finirà portato da un lanzichenecco a Calcata. Spariscomo anche la testa del Battista a San Silvestro e quella di Sant’Andrea a San Pietro. La profanazione del sepolcro di Giulio II comporta il furto dei gioielli che ricoprono la salma, mentre nella Sala delle Prospettive della Farnesina alla Lungara si registra lo sfregio con il graffito “Babilonia” inciso a caratteri gotici sul campanile, nell’angolo della parete del camino, e la frase “I Lanzichenecchi hanno fatto correre il papa”.

E vengono rubati i tappeti fiamminghi di Raffaello. Poi ci sono le torture agli artisti come il Peruzzi, costrettoa dipingere una tela del Borbone morto; Giovanni da Udine è torturato e derubato; il Parmigianino è costretto a dipingere delle tele per i Lanzichenecchi. Il sacco dura tutto il mese di maggio, ma lo stato d’assedio finisce solo il 15 dicembre, quando Roma viene riconsegnata da Carlo V alle truppe pontificie, anche se il papa è fuggito da Roma già una settimana prima con il sopraggiungere della peste, rifugiandosi a Viterbo;e da lì tornerà solo il6 ottobre del 1528.

CLAUDIO RENDINA

fonte https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/05/05/il-sacco-dellurbe-la-ferocia-dei-lanzichenecchi.html

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Paesi del Parco del Cilento e Vallo di Diano: Sacco

Posted by on Ott 16, 2019

Paesi del Parco del Cilento e Vallo di Diano: Sacco

Nel castello di Sacco, uno dei più grandi dell’Italia meridionale, Antonello Sanseverino principe di Salerno e di Diano, condusse la sua bellissima sposa Costanza, figlia di Federico da Montefeltro di Urbino e qui ordì la famosa Sacco contro il re di Napoli Ferdinando d’Aragona, conclusasi, per sua fortuna, nel 1487 con un provvidenziale accordo fra le parti.

Se hai voglia di arrampicarti su per strade curve e ricurve fino ad arrivare nel cuore del Cilento, puoi avere la gradita sorpresa di giungere ad un piccolo paese alle pendici del monne Motola; Sacco, dove la natura e ancora incontaminata e dove ancora resistono abitudini e modi di una civiltà contadina oramai trascorsa.

A valle dell’abitalo dopo una breve e comoda passeggiata si ammira nei pressi del fiume Sammaro dove costeggiandone la riva si giunge alle sorgenti situate in una splendida grotta e tra canyon suggestivi che ne disegnano il percorso (il paesaggio fluviale tra ontani, tife, ninfee e fitti canneti, conserva ancora intatta la flora e la fauna tipica e non e difficile incontrare la lontra). 

Ed e per questo che nella bella stagione e facile incontrare per questi sentieri visitatori di varia nazionalità che, armati di bastone e di scarpe da trecking e … di tanta buona volontà, si inerpicano tra sentieri scoscesi e fitte boscaglie alla ricerca della natura salvata grazie all’oblio del tempo e del progresso. 

Nel centro abitato, la piccola ed accogliente piazza principale del paese e sovrastata da una monumentale facciata in pietra della chiesa madre, risalente alla seconda meta del XVII sec.

All’interno, in una struttura a tre navate, e possibile ammirare opere pittoriche e sculture lignee di ottima fattura ed un altare marmoreo dell’inizio ‘800. 11 centro abitato e un insieme suggestivo di vie che danno tutte sul corso principale che tra rampe, a volte aspre, si articolano in croci e crocicchi, tra archi e sottopassi.

Antichi portali in pietra ne testimoniano  lo splendore di un passato oramai remoto. Il tempo sembra essersi fermato ed e facile rifugiare il pensiero tra queste mura e  tra questa gente semplice ed accogliente. 

Per le viuzze qualche asino “tirato” da un  anziano vecchietto, ancora aiuta nelle fatiche dei campi. Solo le “sfide perpetue”,  al bar di “Peppe” a di “Pietro”, a briscola,  a tressette e (soprattutto) a scopone, rincorrono e scandiscono il tempo, 

L’emigrazione ha molto provato questo  piccolo nucleo tanto che oggi conta appena 730 abitanti, con molti anziani, pochissimi bambini e pochi giovani.  Comunità attive e ben integrate di sacchesi  sono presenti in molte città d’ltalia, nei paesi europei, nell’America del sud (Brasile, Argentina, Venezuela …) e negli Stati Uniti.

Soprattutto a New York vi e una numerosa comunità organizzata in un club “Gioventù di Sacco”, molto attiva, prospera ed integrata.  Molto forte e radicato e il senso di appartenenza di queste comunità con il nucleo originario e dalla prossima estate, l’Associazione Culturale LAUS, ha pensato bene di programmare e realizzare un progetto e la prima “festa dell’accoglienza”.

Nel periodo estivo, inoltre, si organizzano la festa di Sant’Antonio (dopo la meta di giugno), la festa di San Sebastiano (la prima domenica dopo il 20 settembre) e soprattutto la suggestiva festa patronale della Madonna degli Angeli (2 agosto) che rappresenta l’occasione del ritorno e del1’incontro per i tantissimi sacchesi sparsi nel mondo. 

Nonostante l’esigua popolazione, “resiste” un buon artigianato locale soprattutto per quanto riguarda la lavorazione del ferro battuto.  Non si può fare a meno, dopo aver preso un ottimo caffé, di fare una visita ad un vero artista del legno, il centenario Francesco Coccaro, che annovera tra i suoi lavori bellissime sculture lignee c bassorilievi ispirati ad episodi biblici ed alla Divina Commedia…

Sono presenti nella Chiesa Madre molte sue opere (edicole, ed un altare in legno). Tra i prodotti tipici, e sicuramente genuini, vi sono degli ottimi salami, una carne di mucca podolica di assoluta qualità (prodotta dai pochi allevatori rimasti) e … dulcis in fundo una bottiglia di vino.

L’olivo merita una menzione a parte, perchè da sempre rappresenta il simbolo di questa terra che, otre a disegnarne e colorarne i contorni, e stato un vero mezzo di sussistenza e di benessere.

Ancora oggi, nonostante 1’abbandono quasi totale dell’agricoltura, si produce una buona quantità di olio extravergine, di qualita superiore grazie alla varietà di piante autoctone, ad una coltivazione assolutamente biologica e ad un’ottimale microclima.

A questo punto la nostra visita virtuale sembra essere conclusa, non ci resta che prendere l’auto che abbiamo lasciato all’inizio del paese e dirigerci all’uscita: ma da che parte andiamo? 

Visto che siamo venuti dalla piana del Scle dirigiamoci verso il Val     lo di Diano. Saliamo su, per una strada che costeggia la montagna e percorre dall’alto tutto 1’abitato.  Non si può fare a meno di ammirare ancora una volta dall’alto questo paesaggio. Sotto di noi i tetti delle case addossati gli uni agli altri, dominati dal campanile e dalla maestosa chiesa con la copertura croce latina. 

Ci soffermiamo un attimo sulla valle del Sammaro illuminata dai riflessi argentei del sole al tramonto: lo sguardo si perde all’orizzonte, fino ad incontrare l’azzurro mare di Paestum ed uno scorcio della costiera amalfitana.

Continuiamo il tragitto ed arriviamo alla “Sella del Corticato” (1000 m. alt. circa), la neve copre i bordi della strada, ma per fortuna la strada e libera e si può continuare in tranquillità.

Ma ecco… si riesce ora a scorgere una parte del Vallo di Diano, e li appollaiato su una collina si distingue Teggiano; non ci resta che prendere la discesa e fra pochi chilometri siamo sull’autostrada.  

SACCO  PAESE IN FESTA: LA MADONNA DEGLI ANGELI

Come per incanto, in agosto, i paesi dell’alto Cilento si ravvivano per il rientro dei molti emigrati.  Le viuzze melanconiche e tristi d’inverno adesso si vivacizzano grazie alle grida ed ai giochi festosi dei bambini che increduli girano e giocano in liberta in lungo ed in largo per le vie del paese. In questo periodo si susseguono le principali feste patronali del luogo: la Madonna degli Angeli a Sacco (il 2 agosto). San Barbato a Valle dell’Angelo, San Salvatore a Villa Littorio, San Rocco a Roscigno, Santa Filomena a Piaggine…


La festa della Madonna degli Angeli a Sacco, rappresenta il momento di incontro di tutte le comunità di cittadini sacchesi residenti fuori dal territorio del nostro comune. Infatti, ogni anno vi e sempre il ritorno più o meno numeroso di cittadini di origine sacchese provenienti da varie parli d’Italia, d’Europa e delle Americhe.


La festa, come un rito che si rinnova ogni anno, circonda il paese di una magica atmosfera e tutto sembra essere come “prima”, senza che il tempo sia trascorso. Le marcette intonate dalla banda musicale per i vicoli a “graticola” del paese e, con fatica, lungo le aspre salite.


Le luminarie che abbelliscono il corso principale.  Il concerto bandistico sul palco allestito nel  la piccola, ma suggestiva piazza principale del paese, sovrastata dalla monumentale facciata in pietra della chiesa madre.


Tutto questo fa rincorrere a “ritroso” il tempo, e quello che e uguale dappertutto, per noi assume un significato particolare dal sapore antico. 


Tutto sembra come allora: le bancarelle degli “andritari” o quelle dei giocattoli; i fuochi d’artificio che, dopo il concerto, chiudono i festeggiamenti; la processione per i vicoli principali del paese.


Tutto questo da tempo immemorabile: infatti la venerazione della Madonna degli Angeli a Sacco si perde nel tempo.  Un  Angioli era gia elencato nelle visite pastorali del ‘500, ma una tradizione popolare vuole che le fosse intitolata una cappella se di francescani, di cui, peraltro, non si e avuto mai una conferma documentale.


Ma il culto verso la Vergine degli Angeli di Sacco scavalca prepotente i confini locali durante la devastante peste del 1656. allora la popolazione di Sacco fu decimata e dei circa 900 abitanti ne sopravvissero solo 250, Ma accadde qualcosa di straordinario: le morti iniziate nella meta di giugno del 1656, improvvisamente cessarono il 2 agosto,  giorno dedicato alla Vergine.


Contemporanea  della Madonna il bubbone della peste. Sparsa la notizia, dai paesi viciniori ed anche da più lontano molti si recavano presso 1’altare di Santa Maria degli Angioli per ungersi con l’olio della “lampa” ritenuto miracoloso. 


Un certo Bottiglieri, un ricco possidente di Salerno, ottenuto la grazia per se e per la sua famiglia fa dono alla cappella della Madonna di una masseria di 545 pecore.


Si racconta anche di un pellegrino che veniva a chiedere la grazia per la guarigione dei suoi mali dalla lontana Basilicata e, non polendo raggiungere la cappella per unger l’acqua da una fontana.


Dopo un sonno pro  fondo L’uomo si sveglio guarito e raggiunse il paese intonando le lodi alla santissima Vergine degli Angeli.    


Ancora la tradizione ricorda che agli inizi dell’800, quando i francesi invasero il Regno di Napoli, un distaccamento di soldati giunse anche a Sacco e, alcuni di loro, spavaldi entrarono in chiesa con le cavalcature. 

I cavalli non toccarono le invitanti “gregne”  poste sotto 1’altare della Vergine, portate dai  fedeli quale ringraziamento per le abbondanti  messi. Questi cavalli, anzi, si imbizzarrirono  ed uscirono fuori dalla chiesa.  Un fatto curioso rappresentano poi le due statue della Vergine presenti in chiesa.


Una nell’edicola dell’altare, ed un’altra in un’edicola di legno. Questo perchè secondo la tradizione orale, ogni qualvolta si cercava di portare in processione la prima sta  tua della Madonna, questa diventava sempre più pesante cd appena fuori dalla chiesa il cielo improvvisamente si inscuriva e, tra tuoni e fulmini, si originava “una tremenda tempesta”. 


Anche l’espressione delle due statue e di  versa: austera la prima, dolce e rassicurante la seconda. 


Il culto della nostra Madonna degli Angeli  e sempre molto sentito da tutti i sacchesi.  Infatti la nostra numerosa comunità di New York ha fatto eseguire una copia della statua della Vergine che viene festeggiata la  prima domenica di Agosto.  Ecco, si apre l’imponente portone principale della Chiesa Madre.


La statua viene portata a mano fino al centro della piazza. Molti le si stringono intorno. altri spingono e strattonano nella speranza di poterla portare in spalla o solo di toccarla o baciarla.


Qualcuno si commuove ed accenna qual  che lacrima al ricordo forse di un passato lontano.


Tutti si volgono verso di essa quando la  Allora la processione prende a scorrere lenta per le viuzze del paese, con le donne che portano le “cente”, tra le preghiere o il chiacchiericcio di chi si incontra dopo tanto tempo. 


Anche quest’anno la Madonna ha compiuto il prodigio di riunire tanti sacchesi sotto il suo manto e noi gliene siamo grati: sempre. 

Franco La Tempa

LE ORIGINI

Le origini dell’attuale abitato di Sacco sono remote, affonda­no le radici sul borgo abbandonato di Sacco Vecchio.

Francesco Sacco nel Dizionario Geografico-istorico-fisico del regno di Napoli del 1796 scrive al tomo 3° pag. 229 “Questa terra (l’attuale abitato di Sacco) si vuole essere stata edificata circa l’ottavo secolo dagli abitanti della distrutta terra di Castel Vecchio (l’abitato di Sacco Vecchio), ove era un castello fatto da’ Duchi di Benevento. ed in cui fu relegata Saccia moglie di uno de’ Duchi di Benevento.

 Distrutto quello castello, gli abitanti di Castel Vecchio edificarono la presente terra, e la vollero chiamare Saccia in memoria di Saccia rilegata nel Castello della Terra di Castel Vecchio “.

Sacco, secondo questa notizia, è stato fondato nel 700 (8° secolo) dagli abitanti di Sacco Vecchio, che pare avesse un nome diverso all’epoca.

L’attuale abitato di Sacco rappresenta la continuità sia storica che culturale dell’antico borgo.

La notizia dell’abate Francesco Sacco può essere presa sul serio, in considerazione del fatto che chi scrive è stato molto attendibile per quanto riguarda le notizie riferite sulla Certosa di Padula. Si vuole dire che era persona affidabile. E se andiamo ad esaminare alcuni elementi si può dare sostegno a questo riferimento bibliografico almeno in relazione all’epoca della fondazione e cercando di essere più critici sul nome Saccia e su tutta la vicenda che la riguarda, ma di questo parleremo quando ci interesseremo del borgo antico.

Gli elementi da considerare sono la pianta del paese e il campanile; si ricorda a questo punto che i cocci a Sacco Vecchio si arrestano improvvisamente nel Basso Medioevo, a conforto che il centro fu abbandonato o distrutto nel 700 d. C..

– IL CAMPANILE

Il        campanile della chiesa di Sacco è dell’8°, 9° secolo. In origine era sprovvisto dello stadio cilindrico e conico. Costru­zione che per stile e altezza è da attribuire al periodo riferito. Gli stadi poligonali, di sapore longobardo’, costituiscono l’ossatura di tutta la struttura. Simile ai torrioni rivieraschi del periodo svevo ma più snello, con un gradiente di rientro che vede gli ultimi stadi proporzionatamente ridotti in grandezza, in modo da offrire all’insieme l’aspetto di un pinnacolo armonico e nello stesso tempo dinamico, quasi come se tutta la struttura fosse dotata di movimento. Non c’è dubbio gli stadi cilindrico e conico, anche se arrivati dopo 9 secoli, hanno completato architettonicamente la costruzione, trasformandola definitivamente in campanile, proiettandolo col suo aspetto sobrio verso l’alto in un atteggiamento sacrale, meditativo.

Infatti più che un campanile era una torre dalla quale si dominava tutta la vallata. Questa costruzione imponente sorgeva al lato della vecchia chiesa, demolita nel 18° secolo per far posto alla chiesa àttuale, in questa circostanza furono aggiunti i due ultimi stadi (cilindrico e conico) anche per la contingenza che la nuova chiesa era più alta del campanile­torrione.

Alcune croci votive scolpite su due pietre angolari ci aiutano a datare il periodo della costruzione: la più antica di esse è per forma e stile del 9° 10° secolo circa e acquista in tal modo un valore notevole nella datazione.

3- L’Abitato

L’assetto che si va a descrivere è quello che il borgo ha avuto dalla sua fondazione fino al 1880 con poche modifiche, se non quelle dell’accrescimento intra moenia. Al nucleo originario del paese si accedeva attraverso quattro porte: la porta di S. Lucia, la porta di via Lavinaio, la porta di via Saracina, la porta di largo S. Antuono. Di queste è ancora presente la porta del Lavinaio, ottimamente conservata. La porta della Saracina sorgeva sul tufo ove ancora sono visibili la muratura e le pietre che in essa iniziavano a formare l’arco (alcune di esse sono state divelte dall’opera recente di demolizione da parte del proprietario), con la frana del 1908 si ebbe la distruzione dell’impianto architettonico della porta di via Saracina; questo ingresso sorgeva nelle vicinanze del vecchio castello.

La porta del Lavinaio era inserita nella struttura imponente di quello che la tradizione vuole essere stato il convento, probabilmente soppresso nel 1652. Le altre due porte sorgevano nei pressi di due cappelle, di S. Lucia e di S. Antonio al Chiaio (trasferita poi in località S. Giovanni dall’oblata di S. Antonio Rosata Anzanelli)2.

Questo assetto del paese è stato conservato fino al 1880, epoca in cui fu realizzata la strada, che congiungeva Sacco in località Epitaffio con la strada provinciale Sala Consilina-Vallo della Lucania.

Principalmente lungo questo asse stradale dal Pizzo del paese e lungo via S. Lucia e via S. Antonio si è espanso l’abitato negli ultimi 100 anni (escludendo l’espansione lungo la strada variante), senza seguire la classica struttura a graticola, che dava funzionalità ad un mondo che si serviva degli animali per la sopravvivenza. Nella parte recente del paese si nota la grossola­nità dell’urbanistica attuale: la funzione è l’accesso alla strada rotabile, e non la congiunzione pedonale tra più rioni vicini, lo stesso discorso vale per la ultima espansione lungo le strade provinciali. Per questo mancano le vie a graticola, basta osservare che il corso dal Pizzo del paese, via S. Antonio e via S. Lucia, che rappresentano l’espansione recente lungo assi stradali, sono congiunti da vie trasversali unicamente in due punti molto distanti tra loro.

Il borgo medioevale era arroccato in una sorta di costruzione globale quadrangolare. Tutto il complesso è da vedere come la classica Città-Castello, le cui strade e vicoli altro non sono che i cortili di una unica immensa e ampia fortificazione.

La parte che guarda a mezzogiorno è costituita da una ininterrotta linea di costruzioni che termina a Castroiano, dove presumibilmente era allocata la guarnigione dei 40 soldati citata nei registri angioini nel 1268. Seguiva la porta di S. Lucia, da questo punto fino a S. Antuono era presente un muro di cinta, ne è traccia nella tradizione. Un’altra fila ininterrotta di costruzioni si dipartiva dalla porta di S. Antuono fino al castello passando per l’Olmo.

sorgeva nella zona Il Castello del rione Olmo tra la via Saracina e la Crocevia. La tradizione vuole che una torre, sicuramente di stile angioino, è stata presente fino al 18° secolo nel punto in cui sorge la parte terminale della casa dell’arciprete Salomone.

Alcune strutture architettoniche del vecchio Castello sono presenti nei pressi di due abitazioni di via Verdi insieme alle prigioni allocate probabilmente nei locali scuri dell’attuale palazzo Dente. Con la costruzione del palazzo ducale dei duchi Villani nel 1700 si cominciò a smobilitare il vecchio Castello, posseduto nel 1268 dal feudatario Nicola da Sacco.

Il centro abitato era composto dai rioni dei quali ancora sì conserva il nome: l’Olmo, Sottosanti, Lavinaio, Piazzetta del Noceto, Castroiano, Pizzo del paese (ovvero fine del paese), l’Annunziata, il Chiaio, S. Antuono, Preta di canale, la Piazza. Molti spazi erano liberi da costruzioni, queste sono nate nel corso dei secoli seconda la tecnica dell’acrescimento intra moenia.

Il paese era attraversato da un rivolo che si caricava di acqua solo in occasione di piogge abbondanti, esso partiva dal Chiaio e scendendo per l’Annunziata e l’arco di don Paolino Monaco passava per il Lavinaio per terminare nel vallone di Castauriello.

Soltanto le abitazioni gentilizie, che sorgono lungo questo rivolo hanno la cisterna dell’acqua, segno che in profondità il corso d’acqua superficiale si accompagna ad una falda freatica, collegata direttamente al detrito di falda pedemontano.

6- Abitanti

Grazie ad una estrapolazione su una cedola onciaria e ad altre notizie riprese da vari autori si è riuscito a dare un quadro abbastanza attendibile sull’andamento demografico della popo­lazione a partire dal 1268 fino al 1991.

Alla luce dell’attuale situazione demografica si può capire come la flessibilità abitativa è stata nel corso dei secoli molto dinamica.

Sicuramente ogni diminuzione o incremento è legato a un preciso fattore sociale ed ambientale, lo studio del quale sarebbe interessante; si auspica di riuscire a diffondere in chi legge l’interesse per una ricerca.
     Anno    1268     1440   abitanti      17
     Anno    1320     1379     “           18
     Anno    1445      633     “           19
     Anno    1532      685     “           20
     Anno    1545     1300     “           21
     Anno    1561     1065     “           22
     Anno    1595     1002     “           23
     Anno    1648      935     “           24
     Anno    1669      290     “           25
     Anno    1708      667     “           26

     Anno    1785     2000   abitanti      27
     Anno    1816     1563     “           28
     Anno    1861     2120     “           29
     Anno    1881     2386     “           30
     Anno    1891     2126     “           31
     Anno    1901     2197     “           32
     Anno    1921     2191     “           33
     Anno    1931     1972     “           34
     Anno    1951     1792     “           35
     Anno    1961     1688     “           36
     Anno    1971     1235     “           37
     Anno    1981     1120     “           38
     Anno    1991      995     “           39

Del periodo angioino si nota un aumento demografico significativo, che in considerazione dell’epoca è da ritenersi eccessivo rispetto al numero di vani che il borgo offriva; ma è verosimile che erano abitati anche i casali di Casalvetere e Casalicchio. Notare il decremento causato dalla peste del 1656 confrontando i dati relativi al 1648 e quelli relativi al 1669. Interessante anche il dato riferito al 1785, che vuole nel paese 2000 abitanti con una crescita di 1300 unità dal precedente censimento del 1708; è il periodo in cui si è appena ultimata la costruzione della chiesala cui realizzazione ha richiamato nella borgata numerose maestranze e mano d’opera.

Significativa la flessione che si sta registrando dall’unificazio­ne italiana fino ad oggi a causa dell’emigrazione o meglio a causa della grande fortuna che sta conoscendo l’urbanesimo per lo spopolamento progressivo che impone alle zone interne. Queste ultime hanno conosciuto periodi di splendore fino al XIX secolo a causa dell’insicurezza delle coste e a causa della povertà che regnava nelle città in epoca preindustriale.

Non è un caso che la storia dei borghi cilentani è stata quella di università autonome e autosufficienti, che non avevano bisogno di centri cittadini. Fino al 1960 in tutto il Cilento nessuna borgata poteva definirsi città, questa ha iniziato a nascere, se pur timidamente, negli ultimi decenni come aggre­gazione di uomini e non come concentrazione di servizi o di rappresentanze.

Certamente il fenomeno è alla base della dispersione politica e della incomunicabilità culturale del “dotto” cilentano, che ha agito e agisce da solitario in patria e che ha dato e dà il massimo in ambienti lontani dal proprio campanile.

La città quale luogo di incontro, di confronto, di studio, di aggregazioni culturali, di iniziative politiche, sarebbe stato per gente accomunata da un unico dialetto e mentalità uno stimolo potente per la crescita di tutta la regione Cilentana.

8 –  LA GRANDE PESTE DEL 1656

A Napoli nel popoloso rione del Lavinaio si verificarono le prime morti all’inizio di maggio 1656; queste furono giudicate strane perché fuori del comune sia per età, sia per numero, sia per modalità.

Il rione Lavinaio a Napoli era la parte più bassa della città e sorgeva nei pressi del porto.

La peste arrivò a Napoli dalle navi provenienti dalla Sardegna. Prima che si pensasse a mettere in piedi un minimo di organizzazione assistenziale, si precipitò nel caos più assolu­to. La situazione divenne incontenibile, ma pur tuttavia la epidemia fu fronteggiata anche se a prezzo di 250.000 morti in una città che ne contava circa 450.000.

Nella periferia contadina del regno fu una vera strage con una mortalità che raggiunse il 50%—60% della popolazione. Per avere un quadro della devastazione che la peste feroce del 1656 provocò nel regno di Napoli basta confrontare il numero degli abitanti relativi all’anno 1648 con quello dell’anno 1669; i dati di questi due anni sono pressoché sovrapponibili per ogni borgata Cilentana e delle altre regioni limitrofe.

Alcuni centri scomparvero, la maggioranza subì perdite umane così elevate che solo dopo 100 anni furono recuperate.

La peste a Sacco arrivò verso la fine di giugno del 1656. Non c’è documento che attesti l’inizio della epidemia, se non un richiamo di fine giugno, che interessa la parrocchia di Ognissan­ti di Laurino; grazie a questo documento si accetta come data di inizio del contagio nell’alta valle del Calore il primo luglio del 1656 51.

Le misure di salvaguardia emanate per regio decreto com­prendevano la quarantena dei forestieri nel lazzaretto, che a Sacco sorgeva (e sorge ancora, anche se radicalmente distrutto dalla ricostruzione del terremoto) in contrada S. Giovanni, la bruciatura degli indumenti.

Se il forestiero non ammalava, dopo 40 giorni si ammetteva nel paese.

A Sacco queste norme di squisita validità igienico­epidemiologica non furono osservate. Del resto è menzione che in un solo comune furono eseguite al puntiglio grazie alla meticolosità di un funzionario zelante quale si rilevò Gian Gola del Mercato di Perdifumo. A Perdifumo per la perspicacia del funzionario delegato dal locale feudatario si ebbero solo 78 morti, pari al 9% della popolazione.

Nella maggioranza dei borghi cilentani la mortalità fu del 60% e in pochi addirittura del 100%.

A Sacco fu la fine. Il censimento del 1648 conta 935 abitanti, mentre quello ricognitivo del 1669 appena 290. Morirono più di 600 persone, pari al 60% della popolazione. La vecchia chiesa non poteva contenere i morti, questi furono sepolti “fora la chiesa”; ancora oggi la via Cimitero e il Crocifisso di via Sottosanti ricordano la pietà dei sepolcri degli appestati, assieme al ritrovamento di ossa umane nel contiguo luogo denominato Gelso (Cieuzo).

Fu una desolazione.

Scomparvero intere famiglie.

Si visse nella attesa della morte.

 Ma la peste a Sacco fu l’inizio di uno splendore che mai prima di allora si era visto.

Il 2 agosto 1656 accadde qualcosa di straordinario: la mortalità nel paese cessa improvvisamente.

Non vi furono più i 20 morti giornalieri.

Si gridò al miracolo nel giorno in cui ricorreva la festività della Madonna degli Angeli. La tradizione vuole che sulla mano dell’immagine di Nostra Signora degli Angeli comparisse il lividore del bubbone maligno e che questo evento segnasse la fine dell’epidemia 52.

L’abate Pacichelli, rettore del convento del Carmine di Piaggine, scrisse negli anni successivi alla peste questa testimo­nianza sul “ Picciol castello del Sacco, armato del titolo di contea, si é renduto venerabile pei prodigi dispensati dall’imagine di Nostra Signora nella fiera peste di Napoli; concorrendovi migliaia di fedeli da varie parti del Regno, i quali con l’olio della Sua lampada si liberano o preservaron da’ danni del morbo epidemico “.

Giovan Battista Ferraro da S. Rufo l’8 settembre 1656 nella lettera al vescovo Tommaso Carafa scrive “…Il Signor Giovan Battista Bottiglieri da Salerno, mio parente, et anco Sérvitore de V.S. Ill. ma, riconosce la conservazione della sua salute e casa dal corrente contaggio, l’intercessione della Gloriosa Vergine madre di Dio del Sacco, detta degli Angioli  La gratia della salute sua e di sua casa la ricevé dopo l’untione dell’oglio di essa gloriosa Vergine, che mandò a posta a pigliare….”

La tradizione vuole che ogni anno nel 2 di agosto, in particolare, e anche in altri periodi dell’anno accorrevano folle di pellegrini a rendere omaggio alla Vergine degli Angeli.

Questo pellegrinaggio fu interrotto sotto l’arcipretura curata di don Dionisio Salomone sul finire del secolo scorso. I pellegrini venivano a sciogliere i voti davanti all’immagine della Madonna degli Angeli per aver ottenuto la guarigione.

    Il dottor Giovan Battista Bottiglieri donò 545 pecore alla cappella della Madonna degli Angeli, queste erano tenute al pascolo in Brienza e di lì furono condotte a Sacco attraverso i pascoli di S. Rufo per interressamento del Signor G. B. Ferraro da S. Rufo ADV 53.

Non solo questo, perché la Cappella ricevette in dono animali vaccini, monete, monili e vasellame. Nell’ottobre del 1656 si aveva il problema della custodia di tanti averi e regalie. Significativa è la lettera del parroco don Camillo Monaco al vescovo Tomaso Carafa dell’8 ottobre 1656 “Si é fatto l’inventario delli contanti quali sono in mio potere de oro et argento ducati settecento ottanta in circa et tricento sittanta roba de rama … et anco sono inventariate tutte l’altre cose de oro, cioé cannacche, anelle et scoccaglie et altre cosette de argento et coralli, quali minutamente stando notati a libro. Resta da fare l’in ventario dell’altri mobili de lino et sete, quali io non vi ho voluto ponere mano ancora…-Io supplico V.S.I. afarnegratia de non farmici intricare ali negotii della detta Madre Santissima, non perché non averia lo zelo de farlo, ma perché (.) siamo venuti a termine che non possiamo agiutare la ragiuni della chiesa né tanti heredità lasciati sì alla detta Cappella come d’altri legati pii, che il S. Duca lui se ne impatronisce e dopo gi minaccia (…) lui mifaria levar la vita, gi lo aviso con segillo confessionis (…)”54.

Da questa lettera trapela l’ansia di don Camillo Monaco, che si vede custode di beni mai prima posseduti, ma più grave è la tracotanza dei feudatari, che proprio in quel periodo comincia­rono a sferrare contro la chiesa una accanita guerra per impossessarsi dei beni ecclesiali; la lotta veniva capeggiata da Carlo Calà il potente duca di Diano, presidente del Real Camera del Regno, e seguito dal altri baroni tra cui il duca di Sacco Francesco Villani55.

Fino al 1670 è descritto il movimento di compra-vendita dei capi di bestiame donati alla cappella della Madonna degli Angeli 56segno delle rendite che la stessa possedeva per effetto delle donazioni.

La grande stalla, che sorge in contrada Acera, la Cappella diruta della stessa contrada insieme alle vasche antiche della fontana dell’Acera sono i reperti architettonico-archeologico di quello che fu realizzato per la custodia del bestiame. E’ tramandato dai nostri antenati che un sacerdote ogni domenica si recava nella cappella dell’Acera per celebrare la S. Messa.

La chiesa parrocchiale di Sacco si trovò in breve tempo ad amministrare una ricchezza immensa. Una affluenza senza precedenti di pellegrini invadeva le vie del paese accorrendo da ogni luogo per onorare la Regina degli Angeli. I nostri anziani ancora raccontano episodi risalenti a quel periodo, come quello che vuole la dipartita da un paese di Basilicata di un pellegrino, che veniva ad impetrare la guarigione per i suoi tanti mali; questi sfinito dal viaggio si accasciò esausto nei pressi di una fontana, desolato perché non poteva raggiungere per lo sfinimento mortale la Cappella della Madonna degli Angioli in Sacco.

Bevve dell’acqua della fonte, affinché questa fosse la sostitu­zione dell’unzione con l’olio della lampada, chiedendo perdono alla Vergine per l’impossibilità fisica di sciogliere il voto davanti alla Sua immagine.

Dopo un sonno profondo l’uomo si svegliò guarito. Aveva bevuto l’acqua alla fonte dell’Acera, di lì raggiunse il paese per cantare le lodi della Madonna.

La chiesa parrocchiale, in cui era presente la Cappella della Madonna degli Angeli non poteva contenere le folle dei pellegrini. Era indispensabile pensare a soluzioni adeguate. E’ quello che il clero sacchese fece nel 1756 dando inizio alla costruzione dell’attuale chiesa parrocchiale.

La ricostruzione venne concepita dopo 100 anni dalla peste e deve intendersi come un solenne atto di ringraziamento.

La chiesa di Sacco fu realizzata con i soldi delle cappelle votive, in particolare di quella della Madonna degli Angeli, e con il lavoro spontaneo e gratuito di tutto il popolo. Il Duca Scipione Villani non contribuì alla realizzazione della chiesa se non per la costruzione della Cappella del Vangelo e della tomba di famiglia.

La costruzione della chiesa fu un evento popolare saggiamen­te guidato e finanziato da un clero intelligente. Le lapidi, che troneggiano sulla facciata della chiesa ricordano quello che accadde. La lapide di sinistra recita la seguente espressione, tradotta liberamente per meglio dare al lettore il senso autentico dalla volontà, che accomunava popolo e clero: Il popolo sacchese ricostrui nell’anno 1756 questo sacro tempio, dedicato a Dio Ottimo e Massimo e alla memoria del Beatissimo Silvestro, ricostruito sulla vecchia chiesa umida e poco accogliente, perché appena conteneva la frequenza dei fedeli e perché una volta ristrutturata concedesse più respiro al culto.

Mentre la lapide di destra, tradotta sempre liberamente per una migliore comprensione, dice: Tempio, opera recente, ristruttu­rato nell’anno 1760 grazie alle rendite della vecchia chiesa e delle Cappelle e per mezzo del lavoro del popoìo sacchese.

Le diverse date delle lapidi sono da riferirsi all’anno in cui si iniziò la ricostruzione e all’anno in cui presumibilmente se ne prevedeva la ultimazione.

Il popolo fu protagonista assoluto con il clero. Del resto l’unico modo per mettere al sicuro il patrimonio che la chiesa amministrava era quello di investirlo. Se la Cappella della Madonna degli Angeli possedeva molti beni già nell’ottobre del 1656, che davano non poche preoccupazioni a don Camillo Monaco, immaginarsi cosa erano diventate le offerte votive dopo un secolo di ininterrotti pellegrinaggi.

 La peste che tanto dolore aveva portato si era tramutata in una occasione di grande rinascita. Si rinvigorì il culto della Vergine, il popolo ritrovò incoraggiamento e guida nella fede. L’opera di ricostruzione fu senza tregua, ogni cittadino contribuì col proprio lavoro e chi non poteva prestare opera donava parte delle proprie sostanze.

Ancora oggi grazie ai sacrifici dei nostri Antenati ognuno di noi sente come sua questa stupenda opera di architettura, verso la quale è sempre poco il tempo che le si dedica sia sottoforma di frequenza liturgica che di interessamento per soddisfare le riparazioni della struttura e i restauri delle tante opere d’arte.

“Storia di Sacco” del Dott. Donato Macchiarulo

fonte https://www.eleaml.org/sud/atlantide/at_sacco.html


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ACCADDE OGGI NELLE DUE SICILIE… (1815 – 1861 e oltre…) (a cura di don Luciano Rotolo, della Fondazione Francesco II delle Due Sicilie)

Posted by on Ott 16, 2019

ACCADDE OGGI NELLE DUE SICILIE… (1815 – 1861 e oltre…) (a cura di don Luciano Rotolo, della Fondazione Francesco II delle Due Sicilie)

16 OTTOBRE

1820
• Un Decreto governativo, accogliendo gli orientamenti espressi dal Parlamento, stabilisce la vendita dei beni demaniali. (i beni demaniali erano utilizzati dalla popolazione, con i famosi usi civici, che permettevano a tante famiglie di arrotondare con dignità il reddito familiare; il Parlamento, invece, era espressione dei ceti latifondisti e agrari, di fede liberale, che da sempre volevano acquisire le terre demaniali per allargare il loro potere e la loro ricchezza: cosa che poi avvenne dopo il 1860 grazie ai loro alleati piemontesi).

1826
• S.M. il Re Francesco I nomina il Principe di Cassaro, Ministro Plenipotenziario presso il governo austriaco; inoltre nomina il Principe di Partanna, Ambasciatore presso la Spagna.

1827
• Il Real Governo firma un importantissimo accordo commerciale con l’Impero Ottomano; in virtù di questo accordo le navi duosiciliane potranno liberamente passare nel Mar Nero, trasportando prodotti commerciali del Regno o di altri Stati da esportare, e potranno anche liberamente riattraversare il Mar Nero, trasportando nel Regno i prodotti caricati nella Russia. Si tratta di un grande successo diplomatico del nostro governo che darà impulso alla nostra economia.

1828
• Un Real Decreto stabilisce che le reclute, autorizzate a farsi sostituire nel servizio militare, devono presentare per il rimpiazzo individui che possiedono i necessari requisiti per servire il Regno nell’Esercito.

• Il Real Governo fa costruire nel circuito della città di Napoli un muro chiamato “finanziere” allo scopo di impedire i contrabbandi con le zone esterne alla Capitale.

1833
• Viene istituita a Napoli, presso la Società Industriale Partenopea, un laboratorio di incisione e una fonderia di caratteri da utilizzare per la tipografia; i punzoni e le matrici che verranno realizzati saranno quelli progettati dal palermitano Francesco Solazzo, rientrato in Patria dopo dodici anni di soggiorno a Parigi dove ha potuto specializzarsi in questa delicata materia.

1835
• Nelle acque di Torre del Greco naufragarono quindici persone; cinque individui purtroppo morirono mentre gli altri dieci vennero salvati da un brigantino britannico che stava navigando da Napoli verso Messina.

• S. M. il Re Ferdinando II ordina tassativamente che in tutte le facoltà universitarie del Regno, in occasione di ogni fine anno scolastico, si dovevano concedere degli attestati di laurea in forma completamente gratuita a quei giovani studenti di provata indigenza economica ma dotati di brillante intelligenza e di buon profitto.

1838
• Continua il viaggio del Re in Sicilia, iniziato il 22 settembre, accompagnato dalla Regina e da diversi Ministri del Real Governo; in questa giornata Ferdinando II lascia Caltanissetta per raggiungere Caltagirone; da lì passa a visitare Canicattì e, nel giorno seguente, arriva a Girgenti.

1841
• Continua il viaggio ufficiale in Sicilia, iniziato il giorno 27 settembre, dei Sovrani Ferdinando II e Maria Teresa; in questa giornata i Reali lasciano Trapani per raggiungere Palermo.

1848
• Il Generale Errigo Statella, inviato dal Re per debellare le bande di malviventi formatesi nelle Calabrie dopo le recenti azioni rivoluzionarie, pubblica un Manifesto indirizzato a tutti questi delinquenti che si sono dati alla macchia; nel sudddetto documento promette indulgenza e sconti di pena a quanti si presenteranno e si consegneranno alle pubbliche autorità; ai renitenti che invece non recederanno dal loro malavitoso comportamento, invece, assicura tutto il rigore possibile per assicurarli alla giustizia.

1850
• Una Bolla Pontificia divide la Diocesi di Capaccio, ordinando la creazione della nuova Diocesi di Diano.

1852
• Re Ferdinando II è partito da Napoli lo scorso 24 settembre per delle esercitazioni militari; in questa giornata e in quelle seguenti fino al giorno 18 ottobre, il Re con le sue truppe si reca a ispezionare il ponte dell’Angitola; dopo la visita ispettiva si reca a Serra e poi a Mongiana per visitare il famoso Stabilimento Siderurgico borbonico.

1853
• Il Real Governo istituisce nella città di Maddaloni un Consiglio Edilizio.

1859
• Il Generale Carlo Filangieri scrive a S. M. il Re Francesco II, comunicandogli che per gravi motivi di salute deve rinunciare al suo incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri del Real Governo.

1860
• L’Ammiraglio francese Le Barbier de Tinan lascia Napoli con i vascelli Bretagne e Saint Louis, con la fregata Descartes e con l’avviso Mouette. Sbarca quindi a Gaeta dove chiede udienza a S. M. il Re Francesco II; nel corso dell’incontro riferisce al Sovrano di aver ricevuto incarico dall’Imperatore Napoleone III di tenersi a disposizione del Re delle Due Sicilie in caso di fuga dal Regno.

• Il governo dittatoriale garibaldino abolisce le frontiere del Regno poiché, a suo dire, le Due Sicilie ora fanno parte integrante dell’italia; l’Ambasciatore britannico a Napoli, Elliott, rimane allibito da questa decisione presa senza consultare la popolazione del Regno e comunica a Londra, al Ministro Russell, tutta il suo disgusto dinanzi a tali decisioni autoritarie e arbitrarie.

• Il terrorista Garibaldi nomina il traditore ufficiale di marina Anguissola, Vice Ammiraglio; al contempo, però, non gli viene assegnato alcun comando o nave, lasciandolo praticamente inutilizzato e emarginato.

1861
• Il piemontese generale La Marmora viene nominato, dal governo di Torino, Prefetto di Napoli e Comandante del Comando Militare di tutte le truppe sabaude nei territori delle Due Sicilie (chiamati ora “meridionali” dagli invasori). Per questi incarichi gli viene assegnata l’enorme remunerazione di 120.000 lire annue.

• La relazione ufficiale del dimissionario Luogotenente delle Province Meridionali, Cialdini, riporta i seguenti dati, relativi a questi primi mesi di governo piemontese nelle Due Sicilie: 9810 fucilati, 10.604 fucilati, 918 case bruciate, 6 paesi rasi al suolo, 12 chiese saccheggiate, 40 donne e 60 ragazzi uccisi, 13.629 deportati, 1428 comuni insorti contro i sedicenti liberatori piemontesi.

• Il Ministro dell’Interno piemontese (dal 17 marzo 1861 autoproclamatosi “italiano”) invia una circolare a tutti i governatori delle Province Meridionali (cioè le Due Sicilie) con l’ordine di cercare in tutti i modi di trattenere in carcere quanti, sospetti di “brigantaggio” (cioè di lotta di liberazione) o di simpatie verso di esso, fossero stati assolti dalla magistratura.

• Tra il 16 e il 17 ottobre a Casalduni e a Campolattaro sono catturati e uccisi dalla soldataglia piemontese trentasette patrioti combattenti; altri sei patrioti vengono fucilati a Pontelandolfo il 18 ottobre.

segnalato da Carmela Napolano

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ACCADDE OGGI NELLE DUE SICILIE… (1815 – 1861 e oltre…) (a cura di don Luciano Rotolo, della Fondazione Francesco II delle Due Sicilie)

Posted by on Ott 15, 2019

ACCADDE OGGI NELLE DUE SICILIE… (1815 – 1861 e oltre…) (a cura di don Luciano Rotolo, della Fondazione Francesco II delle Due Sicilie)

15 OTTOBRE

1815
• Il Real Governo istituisce a Napoli un “Collegio Veterinario” per la formazione universitaria dei Medici Veterinari.

• Il Real Governo istituisce un nuovo Ospedale a Napoli, nell’ex monastero dei Frati Minori di S. Maria degli Angeli alle Croci.

1817
• Il Real Governo riorganizza il Real Ministero degli Affari Esteri.

• S.M. il Re Ferdinando I nomina il Comm. Ferdinando Girardi, Direttore del Real Ministero degli Affari Esteri.

1819
• Il Real Governo istituisce e organizza a Napoli l’Amministrazione del Demanio Pubblico.

• Il Real Governo istituisce a Palermo la Camera di Commercio.

1820
• A Napoli, nella chiesa di San Sebastiano, si riunisce il Parlamento; la maggioranza decide di non ratificare la capitolazione della città di Palermo, siglata lo scorso 5 ottobre dai rivoltosi siciliani con il Comandante Generale Florestano Pepe; questa decisione del Parlamento Napoletano viene a generare tensione in Sicilia.
• Dopo il voto del Parlamento Napoletano, il Tenente Generale Florestano Pepe, inviato dal Re per riportare l’ordine pubblico in Sicilia dopo le rivolte scoppiate come conseguenza di quelle carbonare di Nola, viene sostituito dal Tenente Generale Pietro Colletta.

1822
• Viene istituito il Ministero di Stato della Presidenza.

1826
• Una scossa di terremoto viene avvertita nella città di Messina.

• Un forte uragano si abbatte sulla città di Nicastro: purtroppi si registrano gravi danni.

1832
• Il Real Governo, perseguendo la politica di attenzione nei confronti della Sicilia, decide di abolire ogni azione penale per delitti e contravvenzioni nei confronti dei cittadini che vivono nei Domini al di là del Faro.

1833
• Un Real Decreto eleva a Comune con amministrazione indipendente il villaggio di Cetara nel Principato Citra.

1845
• Il Real Governo promulga una legge che disciplina l’azione penale contro gli stranieri, che dovessero essere autori o complici di determinati misfatti, sia nel caso di arresto che di estradizione.

1846
• Nel Real Osservatorio Astronomico di Napoli – Capodimonte viene avvistato il nuovo pianeta “Nettuno”, scoperto recentemente da Galle nell’osservatorio di Berlino.

1848
• Le recenti turbolenze rivoluzionarie hanno creato lo strascico e la conseguenza di diversi individui fuggiti e nascosti nei boschi delle Calabrie. Qui hanno anche creato delle bande brigantesche, che stanno determinando una situazione enormemente problematica per la popolazione che ora vive nella paura.
Per questi motivi il Real Governo decide di estirpare queste presenze malavitose.
S.M. il Re Ferdinando II nomina quindi il Maresciallo di Campo, Conte Errigo Statella, Comandante Supremo delle Forze Militari delle tre Calabrie, con l’ordine di eliminare la presenza di queste bande e di restituire serenità alla popolazione e alle attività economiche.

1849
• Papa Pio IX, esule nelle Due Sicilie a motivo della rivoluzione nei suoi Stati e ospite di Re Ferdinando II nella Reggia di Portici, in questa giornata si reca a Caserta per porgere a S. M. la Regina Maria Teresa i suoi auguri, in occasione della sua festa onomastica. Il Pontefice viene accolto alla stazione ferroviaria dai Reali e, accompagnato alla Reggia, si reca immediatamente nella Cappella Palatina per ricevere la Benedizione Eucaristica.
Successivamente Pio IX si reca nella Sala del Trono dove riceve il tradizionale “bacio del piede” da parte della Corte borbonica.
Il resto della giornata il Papa la trascorre sempre con i Reali, visitando prima la maestosa Reggia e poi passeggiando nei suoi meravigliosi giardini. In serata Pio IX riprende il treno per rientrare a Portici.

1850
• Il Real Governo inaugura un “ponte a battelli” sul fiume Pescara negli Abruzzi.

1853
• Sulla città di Napoli si abbatte un furioso uragano; fortunatamente non si registrano danni, né a persone e né a cose.

1855
• In questa giornata si festeggia nel Regno l’onomastico di S. M. la Regina Maria Teresa.
S. M. il Re Ferdinando II, per l’occasione, decide di aprire al pubblico i “Giochi della Favorita”; potranno accedervi tutti coloro che lo desiderano, indistintamente dal ceto sociale a cui appartengono.
Appresa la decisione, la popolazione interviene numerosissima, divertendosi insieme al Re e alla Real Famiglia.

1858
• In questa giornata si festeggia in tutto il Regno l’onomastico di S. M. la Regina Maria Teresa: in tutte le chiese si canta il Te Deum mentre nelle varie città si accendono delle luminarie e si moltiplicano, secondo i desideri da sempre espressi dalla Real Famiglia Borbone Due Sicilie, gli atti di carità e di aiuto nei confronti delle persone e delle situazioni bisognose di intervento. Approfittando di questa giornata di festa, il Real Governo inaugura nelle città di Lecce, Brindisi e Bari le stazioni del Real Telegrafo Elettrico, dedicandole alla Reale festeggiata.

• In occasione della festa onomastica di S. M. la Regina Maria Teresa, a Mola di Gaeta viene inaugurata la nuova chiesa con annesso convento dedicato a S. Teresa; dopo la solenne benedizione della chiesa e degli altari, la comunità religiosa dei Trinitari Scalzi prendeva possesso del convento. La cerimonia viene accompagnata da luminarie, fuochi di gioia, salve di mortaretti; contemporaneamente tutta la marineria di Mola di Gaeta e di Castellona, posizionata sulla sponda del Sarinola, accrescevano la gioia popolare con le imbarcazioni pavesate a festa.

1859
• L’Ambasciatore delle Due Sicilie a Vienna, Petrulla, scrive al Direttore del Ministero degli Affari Esteri, Carafa, comunicandogli che Austria e Russia si sono riavvicinate mentre le relazioni austro francesi sono sempre più gelide.

• In questa giornata si festeggia in tutto il Regno l’onomastico di S. M. la Regina Madre Maria Teresa. Per omaggiare la Sovrana, da poco vedova di Re Ferdinando II, sull’Aspromonte nelle Calabrie viene solennemente benedetta e inaugurata, alla presenza di tutte le autorità locali e della popolazione dei comuni viciniori, una nuova miniera di ferro. Viene deciso, quindi, di assegnare alla prima galleria della miniera, in onore di S. M. il Re Francesco II, il nome di “San Francesco”.

• Re Francesco II e la Regina Maria Sofia visitano a Napoli l’Esposizione delle Belle Arti, soffermandosi soprattutto ad ammirare le opere del Conte di Siracusa, zio del Sovrano (e anche suo futuro traditore).

1860
• Nei pressi di Capua, in direzione di S. Angelo, si registra un combattimento tra le nostre Reali Truppe e i bersaglieri piemontesi che il terrorista Garibaldi ha fatto intervenire; i piemontesi purtroppo catturano una sessantina di nostri militari.

• A Napoli attracca la nave Emperor che sbarca una legione di circa 650 britannici, venuti a combattere insieme ai terroristi garibaldini; il denaro per pagare le mercedi e le spese di mantenimento di questi uomini è prelevato, per ordine del terrorista Garibaldi, dal pubblico erario delle Due Sicilie che ogni giorno di più viene saccheggiato dagli invasori.

• Decreto n. 122 del Dittatore Garibaldi, nel quale dichiara che le Due Sicilie fanno parte integrante dell’italia una e indivisibile e che, per questo motivo, appena giungerà il re piemontese deporrà nelle sue mani la Dittatura (Non era stata ancora inscenata la pagliacciata del falso plebiscito e il terrorista francese già dichiara le Due Sicilie preda di guerra da consegnare al re sabaudo: per quale motivo, allora, fare il falso plebiscito se già era tutto deciso? E’ questa la libertà che i piemontesi volevano portare nelle Due Sicilie?).

• Decreto n. 123 del Governo Dittatoriale delle Due Sicilie: Garibaldi accetta le dimissioni da Ministro degli Affari Esteri presentata dal terrorista Francesco Crispi. Temporaneamente si dispone che il portafoglio degli Esteri sia assunto dal Pro Dittatore Pallavicino.

• Il governo dittatoriale di Garibaldi revoca la concessione, firmata a suo tempo da Re Francesco II, al banchiere francese Talabot per la costruzione delle ferrovie nel Regno; la suddetta concessione viene invece assegnata dallo stesso Garibaldi alla società toscana di Pietro A. Adami e Adriano Lemmi.
Questi personaggi sono vicini alla massoneria (Lemmi era uno dei finanziatori della spedizione del traditore terrorista Pisacane, mentre Adami era uno dei finanziatori dei “Mille”) e saranno coinvolti in loschi affari legati a speculazione e malaffare: si calcola che da queste concessioni ferroviarie abbiano “realizzato” una somma di circa 650 milioni di lire… Con parte di questo denaro frutto di malaffare, venne anche fondato a Napoli il giornale filopiemontese “Il popolo d’italia”.

1861
• A Lavello in Basilicata, i Lancieri piemontesi uccidono sommariamente una ventina di contadini per semplice sospetto di complicità con i patrioti combattenti (appellati “briganti” dagli invasori).

• Tra i boschi di S. Pietro a Trevico e quelli di Castiglione si danno appuntamento centinaia di ex militari duosiciliani per aggregarsi alle bande di patrioti combattenti di Antonio Boschi e di Ciriaco Cerrone. Queste formazioni decidono quindi di dirigersi verso Baronia per convergere nelle forze del Comandante Crocco e del suo Luogotenente Sacchetiello.

1863
• I patrioti combattenti del gruppo di Michele Caruso assaltano nei pressi di Volturara Appula la masseria del collaborazionista Bucci, uccidendogli per ritorsione tutti gli animali. Le truppe piemontesi e le collaborazioniste guardie nazionali, avvertite di quanto sta accadendo, si gettano all’inseguimento dei patrioti che, a un certo punto, decidono di affrontarli in battaglia; questa si conclude a favore dei patrioti, con il ferimento di un ufficiale piemontese e di quattro suoi soldati.

segnalato da Carmela Napolano

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LI BREANTI DE LO RE’

Posted by on Ott 14, 2019

LI BREANTI DE LO RE’

Giuseppe Tardio, avvocato cilentano, di origine contadina, primo di quattro fratelli, trascorse gli anni dell’infanzia e della giovinezza a Campora. Nel 1858, a soli 24 anni, si laureò con sacrifici, ma con il massimo dei voti, presso il Reale Liceo di Salerno.
Il filantropo cilentano deluso dal risvolto assunto dall’aggregazione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte, si portò in Roma dove prese contatto col Comitato Centrale Legittimista Borbonico. Nell’ottobre del 1861 salpò da Civitavecchia con ventisei Compagni alla volta di Agropoli, ove sbarcò nella notte tra il 21 ed il 22 successivo, e raccogliendo volontari in qualità di capitano delle truppe borboniche.

Si annidò sui monti del Cilento e in poco tempo, mise in sommovimento numerosi centri del Cilento appartenenti al Distretto di Vallo, tra cui Centola, Forìa, Camerota, Celle di Bulgheria, Novi Velia, Laurito, Vallo della Lucania. La “Comitiva”, composta di alcune migliaia di uomini agli inizi del mese di luglio del 1862, assaltò Futani e disarmò la Guardia Nazionale, poi invase Abatemarco, Laurito, Furia, Licusati e Centola. Nel luglio 1862 Tardio e i suoi uomini entrarono in Camerota, e si diressero al palazzo comunale. Qui abbatterono gli stemmi sabaudi, distrussero il busto di Vittorio Emanuele II, una litografia di Garibaldi e strapparono tutte le carte dai muri. Gli abitanti, ed in particolare le sorelle Anna Teresa e Filomena Castelluccio, di 24 e 22 anni, parteciparono all’evento, calpestando i frammenti del busto e successivamente apostrofando i pochi liberali del paese con un “avete finito di fottere”.
Grazie alle proprie capacità oratorie, derivate dagli studi effettuati, Tardio fu un agitatore molto efficace, e riuscì ad arruolare fino a un centinaio di uomini nelle proprie fila. Soprattutto diversi camporesi si unirono alla sua banda, tra cui si ricordano i nomi di Carlo Veltri, Andrea Perriello, Vincenzo De Nardo, Antonio Perriello; altri compaesani fungevano da fiancheggiatori, quali Giuseppe Galzerano (fu Aniello), ed i fratelli Francesco e Angelo Ciardo.
Il 3 luglio 1862 pubblicò a Futani il suo primo “Proclama ai popoli delle Due Sicilie”, in cui incitava le popolazioni cilentane alla rivolta, stigmatizzando le numerose fucilazioni che venivano effettuate a scopo repressivo da parte degli invasori.
« Cittadini, il fazioso dispotismo del subalpino regime nel conquistare il Regno vi sedusse con proclami fallaci. Amari frutti ne avete raccolti. Riducendo queste belle contrade a provincia, angariandovi di tributi, apportandovi miseria e desolazione. Inaugurando il diritto alla fucilazione a ragione di Stato (del re Galantuomo!). I più arditi è ormai un anno da che brandirono le armi. E l’ora di fare l’ultimo sforzo è suonata. Non tardate punto ad armarvi, e schieratevi sotto il vessillo del legittimo Sovrano Francesco II, unico simbolo e baluardo dei diritti dell’uomo e del cittadino; nonché della prosperità commerciale e ricchezze dei popoli. Esiterete voi ad affrontare impavidi gli armati Piemontesi, onde costringerli a valicare il Liri? »
La banda affrontata dalle truppe piemontesi alla “Fontana del Cerro”, località sopra San Biase, frazione del Comune di Ceraso’ subì un rovescio gravissimo. Il Tardio con i pochi superstiti si rifugiò sui monti di Pruno di Laurino, riorganizzando le fila dei suoi seguaci e rimettendosi in azione nell’ottobre dello stesso anno. Nella notte tra il 3 e 4 giugno 1863 si trovava a Campora, e in questa località scrisse il secondo “Proclama ai popoli delle due Sicilie:
« Cittadini, Voi che destinati foste dalla Provvidenza, a godere le delizie, che la natura, le scienze e le arti hanno profuso a dovizia in questa parte Meridionale d’Italia, seconda valle dell’Eden. Ma da quasi un triennio di duro, tirannico e fazioso dispotico regime subalpino, vi ha ridotto alla triste condizione dei barbari del settentrione del Medio evo, riducendo queste contrade alla triste condizione di Provincia, disprezzando i vostri sinceri e pietosi atti di religione, angariandovi di tributi …Insorgete a un grido e accorrete a schierarvi sotto il vessillo del vostro Augusto e Legittimo Sovrano Francesco II, quale unico simbolo e baluardo pel rispetto della Religione, della sicurezza personale, dell’inviolabilità della libertà, della proprietà, del domicilio e della pace e dell’onore delle famiglie, nonché della proprietà commerciale e ricchezze dei popoli … Unico sia il vostro grido: viva Francesco II, l’indipendenza e autonomia delle Due Sicilie! » La mattina del 4 giugno 1863, Tardio e i suoi uomini furono nuovamente intercettati da Carabinieri e Guardia Nazionale tra Stio e Magliano Vetere. Dopo una sanguinosa battaglia, Tardio e la sua banda furono costretti a ripiegare in direzione di Sacco e poi di Corleto Monforte, dove sciolsero il gruppo.
Per molti cilentani il brigantaggio fu considerato l’unica forma di protesta e di ribellione all’autoritarismo del governo postunitario.
Pertanto, la lotta alla macchia, ingaggiata dai cilentani, fu lotta di gente diseredata, esasperata di tasse e di balzelli, delusa di promesse; di gente che sognava le terre demaniali, i latifondi usati per pascolo e mal coltivati, terre che già i Francesi avevano in parte tentato di sottrarre al possesso dei contadini. I briganti si consideravano i gabbati di quella grande promessa di una assegnazione proprietaria definitiva di quei terreni demaniali di cui erano da secoli possessori, che avrebbe comportato un certo livellamento di ricchezza, assegnata invece dall’Italia unita alle sole classi della aristocrazia e dell’alta borghesia. Tardio sfuggì alla cattura fino al 1870, quando fu tradito da Nicola Mazzei, un compaesano che faceva il bersagliere a Roma, ed arrestato due volte (la prima riuscì a fuggire) insieme al commilitone Pietro Rubano, con lui dal dicembre 1861. Incarcerato prima a Roma e poi a Salerno, fu infine processato per brigantaggio dal Tribunale di Vallo della Lucania. Al processo si difese strenuamente dall’accusa di essere un delinquente, scrivendo tra l’altro: « Io non sono colpevole di reati comuni poiché il mio stato, il mio carattere e la mia educazione non potevano mai fare di me un volgare malfattore; io non mi mossi e non agii che con intendimenti e scopi meramente politici; talché non si potrebbe chiamarmi responsabile di qualsivoglia reato comune che altri avesse per avventura perpetrato a mia insaputa contro la espressiva mia volontà e contro il chiarissimo ed unico scopo per cui la banda era stata da me radunata » (Giuseppe Tardio).
Nonostante gli sforzi dell’avvocato Carmine Zottoli, del foro di Salerno e famoso difensore di “briganti”, Tardio fu condannato a morte, ma la pena fù poi commutata in lavori forzati a vita nel terribile carcere di Favignana, il carcere peggiore d’Italia riguardo alle condizioni di vita dei detenuti. Qui ebbe per compagno di prigionia il legittimista Cosimo Giordano, condannato per la distruzione di un reparto di bersaglieri piemontesi, fatto cui seguì la rappresaglia operata dal Regio Esercito nota come massacro di Pontelandolfo e Casalduni. Tardio rimase in carcere a Favignana fino alla morte, avvenuta a 58 anni per avvelenamento da parte di una donna per paura, pare, che facesse delle rivelazioni. Un’altro mistero da aggiungere alle storie di questa forzata unità.

fonte https://www.facebook.com/UNPopoloDistrutto/posts/449743811797666

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