Alta Terra di Lavoro

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EPISODI DI BRIGANTAGGIO POSTUNITARIO NEL TENIMENTO DI ROCCAMANDOLFI

Posted by on Dic 16, 2018

EPISODI DI BRIGANTAGGIO POSTUNITARIO NEL TENIMENTO DI ROCCAMANDOLFI

L‘inizio ufficiale della rivolta armata contadina nel Comune di Roccamandolfi, per quanto è conservato nei documenti consultati e in alcune pubblicazioni d’epoca e non, risale all’ottobre del 1860. Nel corso di quel mese infatti, in concomitanza della storica Battaglia di Pettoranello d’Isernia, combattutta il 17 ottobre, i contadini di Roccamandolfi, inquadrati in una formazione di ribelli, parteciparono attivamente allo scontro armato. Una parte di essa infatti, occupando una collina a ridosso dell’abitato di Cantalupo, sostenne un nutrito scambio di fucileria e diversi assalti di un reparto di Camice Rosse Garibaldine. L’altra parte invece, catturò oltre venti volontari appartenenti ad una Compagnia della Legione del Matese, i quali avevano cercato dopo la disfatta, una via di scampo attraverso il tenimento di Roccamandolfi, nell’inutile tentativo di attraversare il matese da quel lato. Per ripristinare l’ordine pubblico seriamente compromesso ed anche per domare l’euforica “baldanza di quei facinorosi”, da Isernia venne inviato un reparto misto di fanteria piemontese e di volontari garibaldini. Gli abitanti di Roccamandolfi, almeno la parte più reazionaria e la frangia più intransigente borbonica, non si fece trovare impreparata. Riferiva l’avvocato Vincenzo Berlingieri, testimone adolescente di quei tragici avvenimenti e anche autore di una colta pubblicazione, che “… i reazionari ne furono avvisati per tempo e si trincerarono nel diruto castello, dove vinti si dispersero per la campagna, più ostinati di prima …”. La proclamazione di una amnistia generale con la quale si concedeva il perdono giudiziario a tutti i rivoltosi nascosti sulla montagna del Matese, cercò di ristabilire l’ordine e la quiete pubblica e salvaguardare la vita e le sostanze degli altri cittadini che aveva aderito ala nuovo Stato Unitario. Ma il fuoco della rivolta covava sotto le ceneri di una nuova violenta reazione e la sicurezza pubblica, così faticosamente raggiunta, sembrava esplodere e compromessa da un momento all’altro. Il rientro dei ribelli nascosti sulle montagne, l’arrivo dei primi soldati sbandati borbonici portatori di proclami reazionari borbonici, il ritorno in Roccamndolfi dei soldati capitolati delle fortezze conquistate dai piemontesi, la mancata concessione dell’indulto, i primi arresti, le continue vessazioni a cui erano sottoposti gli ex soldati borbonici, provocarono una dura reazione e d un giusto risentimento a quanto promesso e non mantenuto. Principali autori che spinsero e fomentarono alla rivolta armata contadina in Roccamandolfi furono infatti alcuni ex soldati sbandati borbonici, rientrati nel loro paese natale e che costituirono il primo nucleo reazionario in grado di scuotere l’Autorità e amministrativa ancora in fase di consolidamento. Questo inquietante ed iniziale periodo che la storia e gli storiografi inquadrarono poi come l’insorgere del fenomeno del Brigantaggio postunitario nelle Province Meridionali del Regno d’Italia.

La costituzione delle prime bande reazionarie nel territorio diRoccamandolfi risale al giugno del 1861, quando il giorno 3 alcuni ribelli,nascosti nella contrada boscosa “Guado della Melfa”, sul Matese,uccisero a colpi d’arma da fuoco il Guardiaboschi comunale. Identica sortetoccò, alcuni giorni dopo, ad un suo fratello. L’unica colpa per entrambi, fuquella di avere aderito al Governo sabauda. Il 16 giugno, tre naturali delluogo, proclamatisi “Generali”, Samuele Cimino, DomenicangeloCecchino e un certo Ricciardone, unitamente ad una numerosa comitivadi reazionari e manutengoli, proveniente dal versante beneventano delMassiccio, invase il paese di Roccamandolfi. I ribelli effettuarono diversegrassazioni violenti con l’incendio di carte e documenti contenutenell’archivio comunale. Aggredirono poi le abitazioni delle famiglie D’Andrea,Baccaro e Ricci, rubando armi e munizioni e depredandole dioggetti e viveri. Rivolsero poi la loro azione nella casa dell’Arciprete DonFelice Innamorato, nella quale rubarono sessanta ducati, due fucili, una pistolae varie munizioni. Cercarono ancora di penetrare in altre due abitazioni, mafurono respinti per la pronta ed eroica resistenza opposta dai proprietari. Sulfare dell’alba, si ritirarono sulle alture che circondano il paese,trasportando tutto il materiale derubato. Il 13 agosto 1861 piombarononuovamente su Roccamandolfi, di ritorno dalla scorreria su Cantalupo. I ribelli”… per vendetta e vecchi rancori …”, produssero incendi indiverse abitazioni, depredarono le armi della Guardia Nazionale, fuggita aiprimi spari, e sul Colle Santo, fucilarono otto individui, tra cui alcuni pretie un vecchio agrimensore. Rivolsero quindi la loro azione delittuosaincendiando la Cancelleria Comunale e quanto era rimasto dell’archivio. Dopotali tristissimi avvenimenti la banda di ribelli portò la sua azionedevastatrice sopra gli altri paesi che circondano il Matese dal latosettentrionale. Di ritorno da una di queste scorrerie brigantesche, i dueCapobanda Cicchine e Cimino, affrontatisi per una questione di gioco o forse disupremazia nel comando, si sfidarono a duello. Ebbe la peggio il Cimino, feritomortalmente da un colpo di pistola. Dopo alcuni giorni, sorte non diversa toccòal Cecchino. Per curarsi una ferita all’avambraccio destro prodotta nel corso delduello, il Capobanda Cecchino si era nascosto in una grotta coperta di rami efrasca sita nella Contrada Macchitelle tra Roccamandolfi e Castelpetroso. Lasua presenza non passò inosservata da parte di un contadino che lavorava neidintorni. Questi avvertì immediatamente la milizia civica di Roccamandolfi. Ilmattino del 5 settembre 1861, come racconta l’Avvocato Berlingieri “…venti guardie circondarono con circospezione e silenzio la caverna, vipenetrarono e agguantarono per i capelli il generale. Lo trascinarono fuori esenza produrgli un graffio, fu condotto in paese …”. Appena divulgata lanotizia della sua cattura, da Bojano fu mandata una compagnia di fanteria dilinea, incaricata di eseguire la condanna a morte del Cecchino nella Piazza ColleSanto. Riferisce ancora il Berlingieri: “… Cecchino ligato fu sistuatodi spalle al plotone destinato a far fuoco … e sei palle colpirono l’occipidedel malfattore … la testa era ridotta quasi in frantumi … il cervello restòattaccato al luogo medesimo dove era caduto … Si volle far scempio delcadavere, che venne custodito da quattro soldati. Verso sera, chiuso in unacassa, venne sotterrato fuori le mura del caposanto …” Con la scomparsadei due capi, i rivoltosi persero lo smalto insurrezionale e i gregari dellabanda cercarono di rientrare nelle loro abitazioni o di allontanarsi dai luoghipresi in esame, trasferendosi in Capitanata, al seguito dei pastori inTransumanza. Lungo questo itinerario, venne sorpreso dalla truppa Ricciardone,mentre nell’inverso del 1862, tradito da un delatore, fu ucciso il brigante Innamorato.

Giuliano R. Palumbo

fonte 

http://www.brigantaggio.net/brigantaggio/storia/altre/Roccamandolfi.htm

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EMANUELE NOTARBARTOLO: “…un delitto eccellente rimasto impunito”

Posted by on Dic 15, 2018

EMANUELE NOTARBARTOLO: “…un delitto eccellente rimasto impunito”

Quello di Emanuele Notarbartolo è il primo grande delitto nella storia della mafia siciliana e, forse, delle mafie italiane. Un omicidio dalla portata talmente ampia da riuscire a scuotere l’opinione pubblica per diversi anni, addirittura fino all’inizio del Novecento. Peccato che il finale sia stato praticamente lo stesso rispetto ad altri reati che la mafia già aveva compiuto, cioè che gli autori del crimine siano rimasti impuniti.

Chi è Notarbartolo

Il suo nome era Emanuele Notarbartolo ma per via delle sue aristocratiche e raffinate origini, divenne presto marchese di San Giovanni. Discendente dei Duchi di Villarosa e appartenente alla dinastia dei Principi di Sciara, Emanuele nacque a Palermo il 23 febbraio del 1834. Già bambino divenne presto orfano di entrambi i genitori. Dalla tenera infanzia fino ai ventitré anni, Emanuele era rimasto in Sicilia. Desideroso di vivere nuove appassionanti esperienze, nel 1857, lasciò Palermo per trasferirsi a Parigi. Continuando a girovagare per l’Europa, giunse prima a Bruxelles e poi a Londra. Lasciando l’Inghilterra, rientrò in Italia stabilendosi a Firenze. Fu proprio in questo periodo, che conobbe alcuni dei più autorevoli e illustri rappresentanti della futura classe politica italiana e siciliana. Uno di questi era il futuro senatore del Regno D’Italia, Francesco Lanza di Scalea. Maturando le proprie idee politiche, Emanuele si apprestò a far parte del movimento politico della Destra Storica. Animato da un verace patriottismo, si schierò al fianco dei Mille nei panni di giovane garibaldino. Lasciato l’esercito, ritorno in Sicilia e si unì in matrimonio con Marianna Merlo. Correva l’annata del 1865 quando poco più che trentenne, si apprestò a ufficializzare il suo esordio in politica. Restando in perfetta convergenza con gli obiettivi dei moderati di destra, Emanuele prese parte alla giunta presieduta dal sindaco Antonio Starrabba di Rudinì. Quest’ultimo, decise di nominarlo assessore alla polizia urbana del Comune di Palermo. Un paio di anni dopo, nel 1869, fondò e diresse un nuovo quotidiano giornalistico che prese il nome di “Corriere Siciliano”. Quella moderna esperienza fu alquanto breve per Emanuele. Infatti, a seguito di un importante incarico, Emanuele lasciò subito la testata. Nello specifico, era stato invitato a entrare nel consiglio di amministrazione dell’ospedale cittadino. Cosciente dell’inadeguata e grave condizione dell’ospedale, il marchese accettò immediatamente quell’invito. Dal 1870 fino al 1873, fu designato per dirigere il medesimo Ospedale. In soli tre anni, l’Ospedale Civico era ritornato del tutto efficiente e funzionale. Le molteplici inadempienze che gravavano sul sistema sanitario, furono poco a poco annientate dall’efficace e integerrimo intervento del marchese. La sua gestione ridiede respiro alle casse sanitarie rendendo pulite e accoglienti tutte le strutture dell’ospedale. In aggiunta, fu anche raddoppiata la quantità dei posti letto. Quella sua magnifica condotta amministrativa gli valse la fama di uomo affidabile e onesto. Lasciata la dirigenza dell’Ospedale Civico, Emanuele ritornò al Comune nella rappresentativa veste di primo cittadino. Eletto il 28 settembre del 1873, rimase in carica fino al 30 settembre del 1876. Svolgendo fino in fondo il proprio dovere, il marchese rivalutò con incisività l’intero patrimonio urbanistico di Palermo. Nel corso di tutto il suo mandato, contribuì ad attuare una serie di opere nel solo e unico interesse dei suoi cittadini. Opere significative come il completamento del mercato degli Aragonesi, la copertura del teatro Politeama, l’ammodernamento della rete viaria, i vari interventi per migliorare le condotte idriche, il collegamento della stazione centrale con il porto, i lavori di costruzione del cimitero dei Rotoli e la posa della prima pietra per avviare la realizzazione del Teatro Massimo. Come se non bastasse, s’impegnò fortemente nel fronteggiare la diffusa e grave corruzione nelle dogane. Nella sua agenda comunale non c’era posto per le consolidate clientele della cattiva politica locale. Sotto la sua vigile e rigorosa guida, il sistema di assegnazione degli appalti fu sottoposto a un vero e proprio processo di normalità amministrativa. Anziché riservarli ai soliti loschi personaggi, Emanuele decise di assegnarli soltanto a ditte in odor di legalità. Questa perseveranza nel diffidare da ogni forma d’ingiustizia, a più di qualcuno non piaceva. Ovvero, quella deplorevole zona  grigia che si aggirava tra gli insalubri e avidi ambienti della malavita locale. In conseguenza di ciò, la coscienziosa attività di Emanuele, fu ostacolata da un delegittimante progetto d’isolamento. Dal 1876 fino al 1890, ricoprì l’impegnativo ruolo di direttore generale del Banco di Sicilia. Appena insediato, la situazione del Banco era alquanto tragica.

L’istituto di credito era quasi ad un passo dal fallimento. Dopo l’avvento dell’Unità d’Italia, il Banco di Sicilia era stato oppresso da una miriade di operazioni speculative che avevano prosciugato gran parte delle risorse finanziarie di cui beneficiava l’istituto. I provvedimenti messi in atto dal marchese si dimostrarono tutt’altro che inefficaci. Investendo tutte le proprie astute competenze economiche, Emanuele riuscì a scongiurare la preannunciata possibilità di un definitivo decadimento dell’economia siciliana. Nel giro di pochi anni, l’istituto era stato risanato con una radicale riorganizzazione del sistema bancario. Impedendo l’affiorare di nuove speculazioni, Emanuele ideò una serie d’innovativi e adeguati provvedimenti come l’istituzione dei concorsi fra le società operaie di Mutuo Soccorso, gli aiuti rivolti alla cassa dei piccoli prestiti per la categoria della classe operaia, la creazione della cassa di assicurazione contro gli infortuni degli operai sul lavoro, la modifica dello statuto del Banco. Modificando le norme previste dall’ordinamento dello statuto, egli smantellò una consolidata e immorale tendenza finanziaria. Purtroppo, quelle innovative e costruttive scelte, furono boicottate da un consiglio di amministrazione che non aveva di certo a cuore il futuro della Sicilia. La maggioranza di quel consiglio era prevalentemente formata da politici. Tra questi era presente anche l’onorevole Raffaele Palizzolo. Raffaele Palizzolo era un deputato del Regno d’Italia abbastanza noto per le sue poco raccomandabili frequentazioni.

Conosciuto anche con il soprannome di “U Cignu” il cigno, Palizzolo era divenuto uno dei principali referenti politici di Cosa Nostra. Nel maggio del 1882, Emanuele fu sequestrato da un gruppo di uomini. Lo liberarono dopo il pagamento di un consistente riscatto. Dietro quel sequestro si nascondeva un chiaro avvertimento intimidatorio. Un segnale che con molta probabilità, era stato attuato dal Palizzolo e dai suoi complici. Nonostante tutto, Emanuele non abbassò la testa. Senza alcun timore, nel 1889, redisse un dettagliato fascicolo di denuncia. Fiducioso che fosse fatta giustizia, lo inviò all’allora ministro dell’agricoltura Luigi Miceli. All’interno di tale fascicolo, era presente il nome dell’onorevole Palazzolo e di altre maestranze della politica siciliana. Onorevoli senza onore che si erano impropriamente arricchiti con i soldi di migliaia e migliaia di risparmiatori. In particolare, Emanuele rivelò dei rapporti che sussistevano tra Palizzolo e il capomafia di Caccamo.

La morte

Emanuele Notarbartolo muore il 1 febbraio del 1993. L’uomo, dalla stazione di Sciara, salì sul treno che avrebbe dovuto condurlo a Palermo. Notarbartolo, dopo il sequestro di cui era stato vittima, aveva cominciato a preoccuparsi della sia sicurezza e si era munito di armi da poter utilizzare in caso di emergenza. Mai si sarebbe aspettato di incontrare problemi sui vagoni di un treno. A Termini Imerese salirono due uomini. Non appena il treni raggiunse una galleria, i due ne approfittarono per mettere a segno il delitto, utilizzando come armi un pugnale ed un coltello. I due uomini lo trafissero con 27 pugnalate…  Dopo esserci accertati della morte della vittima, i due assassini cercarono di fare razzia dei documenti e degli oggetti di Notarbartolo. Lanciarono il cadavere dal treno con la speranza che finisse in un torrente e che, poi, raggiungesse il mare. Il corpo, però, rimase vicino ai binari e, dunque, non fu difficile ritrovarlo. La mafia aveva compiuto la sua prima vile e brutale vendetta.

Il processo

Il processo cominciò a Milano addirittura sul finire del secolo, sebbene l’omicidio fosse stato compiuto nel 1893. Era stato scoperto che nel periodo precedente l’omicidio il Banco di Sicilia era finito nell’occhio del ciclone a causa di una condotta scorretta e per diverse violazioni delle norme bancarie. Quando il processo prese il via, nel novembre del 1899, gli unici imputati erano due ferrovieri. La Polizia era convinta del fatto che i due si fossero fatti corrompere e che avessero offerto le necessarie coperture per consentire agli assassini di ammazzare Emanuele Notarbartolo.

La deposizione di Leopoldo Notarbartolo

Cinque giorni dopo l’inizio del processo fu sentito come testimone Leopoldo Notarbartolo, il figlio dell’ex sindaco. Fu lui a muovere un’accusa gravissima destinata a cambiare le sorti del processo. Disse, infatti, che il mandante dell’omicidio era don Raffaele Palizzolo, deputato ed imprenditore ritenuto molto vicino alla mafia. Leopoldo ripercorse le varie tappe degli incontri tra suo padre e Palizzolo. Lasciò intendere che ci fosse un’ampia responsabilità dell’uomo anche per il sequestro del 1882. Palizzolo era stato membro del Cda del Banco di Sicilia e contrastava apertamente con le idee di Notarbartolo il quale non era disposto a scendere a compromessi e voleva evitare che la Banca venisse utilizzata per elargire favori a chiunque ne avesse bisogno, anche e soprattutto a persone poco raccomandabili. Notarbartolo fu, però, messo con le spalle al muro e costretto a dimettersi.

Gli arresti di Palizzolo e Fontana

Palizzolo, dopo le accuse di Leopoldo Notarbartolo, si vide crollare il mondo addosso. Essendo deputato poteva contare sull’immunità parlamentare ma la Camera votò a favore in merito alla richiesta di autorizzazione a procedere. Don Raffaele Palizzolo finì in carcere e, dopo poco, lo stesso destino toccò all’uomo accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio: Giuseppe Fontana. Quest’ultimo fu incastrato dalle dichiarazioni del vicecapostazione di Termini Imerese ma in un primo momento preferì darsi alla fuga. Il questore Sangiorgi lo convinse a consegnarsi. Agli inizi del Novecento i due responsabili del delitto di Emanuele Notarbartolo erano in carcere. Nel 1902 il processo riprese e fu spostato a Bologna. Per Fontana e Palizzolo arrivò una condanna a trent’anni di carcere.

La sentenza della Cassazione e il nuovo processo

La decisione della Corte d’Assise di Bologna fu annullata dalla Cassazione a causa di un vizio di forma. Nel 1903, dieci anni dopo la morte di Emanuele Notarbartolo, il processo ripartì da Firenze. L’attenzione dell’opinione pubblica sull’intera vicenda era nettamente calata. L’esistenza di un’organizzazione criminale chiamata mafia fu minimizzata ancora una volta. Le difese, stavolta, ebbero la meglio dell’accusa e nel 1904 Palizzolo e Fontana furono scarcerati per insufficienza di prove. Insieme a Fontana l’altro autore del delitto era stato un certo Matteo Filippello ma l’uomo fu trovato morto, probabilmente suicida, prima di essere ascoltato in tribunale.

Nessun colpevole

Dal punto di vista giudiziario, dunque, la vicenda legata all’assassinio di Emanuele Notarbartolo si concluse in modo deludente. Palizzolo perse il suo potere politico a livello nazionale ma non a livello locale. A Leopoldo Notarbartolo non rimase che onorare la memoria del padre raccontando la sua vita. Il libro verrà pubblicato due anni dopo il decesso di Leopoldo, avvenuto nel 1947.

Agli inizi del Novecento,con l’avvicinarsi della Prima Guerra Mondiale, la mafia era stata tutt’altroche sconfitta e gli eventi politici di quegli anni non fecero altre chedistogliere l’attenzione su un’organizzazione criminale che continuava a prosperare nel silenzio.

fonte 

http://siciliastoriaemito.altervista.org/emanuele-notarbartolo-un-delitto-eccellente-rimasto-impunito/

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I Borbone erano stranieri? Loro parlavano napoletano, i Savoia e Cavour francese

Posted by on Dic 14, 2018

I Borbone erano stranieri? Loro parlavano napoletano, i Savoia e Cavour francese

di Francesco Pipitone

Il 17 marzo 1861 avvenne ufficialmente l’unificazione dell’Italia e, puntualmente, ogni 17 marzo ricorrono varie questioni. Tra l’origine della questione meridionale, l’epopea garibaldina e il revisionismo del Risorgimento torna sempre un argomento che per molti è pacifico, senza tuttavia esserlo affatto: i Borbone sarebbero stati occupatori stranieri.

Tra i meriti di Garibaldi, Vittorio Emanuele II e il conte di Cavour ci sarebbe quello di aver cacciato l’oppressore straniero, spagnolo, dai territori dell’ex Regno delle Due Sicilie. Eppure bisogna sottolineare come i sovrani borbonici fossero tutti nati a Napoli o Palermo e parlassero napoletano, ad eccezione di Carlo, il capostipite del ramo Borbone Due Sicilie, che però prese lezioni di napoletano per meglio comprendere il suo popolo. Le lingue ufficiali del Regno delle Due Sicilie erano l’italiano e il latino.

Il Regno di Sardegna aveva come lingue ufficiali il francese e l’italiano, con la prima che prevaleva nettamente sulla seconda. I Savoia parlavano piemontese e francese e dalla relazione di Jessy Mario White sulla prima riunione del Parlamento italiano emergono le enormi difficoltà dello stesso Cavour a esprimersi in italiano. Cavour viene infatti descritto come balbettante, una balbuzie che in realtà deve essere spiegata con il disagio nell’esprimersi in una lingua scarsamente conosciuta come l’italiano.

Significativa fu la scelta di Vittorio Emanuele II che tenne il proprio numerale invece di diventare Vittorio Emanuele I d’Italia. Si potrebbe leggere in tale decisione la volontà di sottolineare la continuità con il passato, perciò l’annessione degli altri stati della penisola sarebbe una mera conquista di Casa Savoia, un’estensione del proprio dominio.

Giuseppe Garibaldi nacque a Nizza nel 1807, in un periodo in cui la città era francese. All’anagrafe fu registrato come Joseph Marie Garibaldi e si pentì presto di aver dato il Mezzogiorno ai Savoia. La sua famiglia era di origine genovese ed egli stesso si mostrò, da giovane, ostile ai francesi. Garibaldi, quindi, durante la propria vita ha scelto di essere italiano, forse perché realmente credeva negli ideali patriottici. Si dimostrò subito ostile al governo di Cavour, già nella prima riunione del Parlamento, quella cui abbiamo accennato sopra.

“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male. Nonostante ciò non rifarei la via dell’Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi là cagionato solo squallore e suscitato solo odio”. Così Garibaldi in una lettera all’amica Adelaide Cairoli.

Giuseppe Garibaldi morì povero a Caprera, in esilio. Nel tentativo di prendere Roma fu inseguito, arrestato e ferito da armi italiane. Fu autore di poesie in italiano e francese.

È interessante infine leggere con attenzione quello che scriveva Francesco II in partenza per l’esilio: “Io sono napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi: la vostra lingua è la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni”.

Per napolitano si intende non abitante nella città di Napoli, bensì l’essere cittadino nella Nazione Napolitana che si estendeva dalla Sicilia a Civitella del Tronto, l’ultima città del Regno delle Due Sicilie ad arrendersi il 20 marzo 1861, tre giorni dopo la proclamazione del Regno d’Italia. Il termine duosiciliano appare invece un’invenzione dei nostri giorni. 

Francesco II,insomma, non riteneva se stesso straniero e di fatto non lo era, essendo l’ultimo rappresentante diuna dinastia che ha regnato per poco meno di 130 anni quasi ininterrottamente,che parlava la lingua del proprio popolo e con esso si identificava, del qualeaveva le stesse tradizioni. La campagna meridionale sabaudaallora tutto fece, tranne che cacciare un occupatore straniero.

fonte

 https://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/storia/242780-borbone-erano-stranieri-parlavano-napoletano-savoia-cavour-francese/?fbclid=IwAR1uDeT2Q6KacG_N0pLb0DikeFq5IAlUuVIGtAYKJVeuYV0_MMhEQE8Qxtc

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Generale Joaquín Murat. Mi chiamo Francisco Alcalá, e sono spagnolo! Sei pronto…

Posted by on Dic 13, 2018

Generale Joaquín Murat. Mi chiamo Francisco Alcalá, e sono spagnolo! Sei pronto…

La storia del Murat, specialmente la parte finale: sbarco, cattura, fucilazione e sepoltura, è stata falsificata, cambiata ed omessa dai giacobini di ieri e di oggi. Un passaggio molto importante, quasi nessun libro in Italia lo riporta, mentre in Spagna si studia nelle scuole. Famosa in questo Nazione è la frase che pronuncia l’Alcalà prima che il Murat fosse giustiziato. Questo storico passaggio risulta nell’importante relazione che l’Alcalà ha inviato alla Casa d’ Aragona in Spagna.

Dopo il processo e la condanna alla pena capitale, spetta a Don Francisco Alcalá, rappresentante del Duca dell’Infantando, ad accompagnare Murat e a portarlo davanti al plotone di esecuzione. È il 13 ottobre 1815. Nel farlo, ricordando le esecuzioni ordinate da Murat a Madrid 1808 (Il genocidio), Alcalà si presentò dicendo:

Generale Joaquín Murat, mi chiamo Francisco Alcalá, e sono spagnolo! Sei pronto a morire?

In questa semplice frase “sono Spagnolo” racchiude tutto il dramma e il dolore di questo popolo, e il compimento di una Giustizia Divina.

Storica incisione spagnola dell’epoca, in cui si contrappongono due esecuzioni, quella in basso del “dos de Mayo”, detta anche la Montagna del principe Pio a Madrid, e quella in alto, la fucilazione di Joachim Murat a Pizzo nel Regno delle Due Sicilie . Il titolo di questa acquaforte è “Quien à cuchillo mata, à cuchillo muere”.

( Traduzione: Chi con coltello uccide, con il coltello muore).

Notiamo l’immagine superiore dove c’è Murat. Prende tre quarti dell’incisione, come per evidenziare l’importanza dell’evento e dare un significato altamente spirituale, “il compimento di una Giustizia Divina”.

Poesia riportata sotto dell’incisione

A Madrid llenò de pena,

en el dia dos de Mayo,

el mismo a quien hoy condena

la ley a ser fusilado.

De su eniquidad halló

Ya Murat el yusto pagò;

asi al Cielo castigò

el furor di este tirano

Traduzione:

Un Madrid pieno di tristezza.

Il giorno del due di Maggio,

lo stesso che oggi condanna

la legge, ad esser fucilato.

Della sua iniquità trovò

li Murat il giusto pagò;

così il cielo castigò

il furore di questo tiranno.

El Bando de Murat

Come risultato della rivolta che si è verificata il 2 Maggio 1808 contro l’occupazione militare della penisola, per parte del Cabochard, il suo viceré in Spagna, il vile Murat mette in atto una campagna repressiva crudelissima, che giorni dopo sarà pubblicata attraverso una bando infame, che non è altro una dichiarazione di uno stato d’assedio.

José Blas Molina Soriano

Los Cantores del Dos de Mayo

I cantori del due di Maggio

Così erano definiti tutti gli scrittori e poeti che hanno narrato quei tragici avvenimenti. Molti erano gli autori, che hanno sviluppato una copiosa letteratura tra di essi vi erano personaggi illustri.

SONETO

A LA MUERTE DE JOAQUÍN MURAT

Ese que yace en la sangrienta arena

espantoso cadáver destrozado

fue siervo obscuro intrépido sold[ado]

caudillo de las águilas del Sena.

Por él la gran Madrid de horrores [llena]

su celo y su valor vio castigado

cuando ministro de un feroz malvado

los nudos de amistad trocó en cadena.

Rey se llamó en Parténope, su intento

fue del Apóstol trastornar la silla

y alcanzar de los Césares victoria.

Vedle añadir al mundo un escarmiento,

ved como el cielo su soberbia humilla

y confunde en oprobio su memoria.

Leandro Fernández de Moratín

Traduzione:

Sonetto

ALLA MORTE DI JOAQUÍN MURAT

Quello che giace nell’insanguinata arena

spaventoso cadaver lacerato

fu servo oscuro e intrepido sol[ado] (assoldato)

capo delle aquile della Senna.

Per lui la grande Madrid degli orrori [piena]

il suo zelo e suo valore vide castigato

quando ministro di un feroce malvagio

i nodi dell’amicizia cambiò in catena.

Re fu chiamato in Partenope, il suo tentativo

fu dall’apostolo sconvolgere la sedia

e raggiungere la vittoria di Cesare.

Vide aggiungere una lezione al mondo,

guarda come il ciel la sua superbia umilia

e confonde in obbrobrio la sua memoria.

Leandro Fernández de Moratín

EL DOS DE MAYO DE 1808

HIMNO

Día terrible lleno de gloria

lleno de sangre, lleno de horrores

nunca te ocultes a la memoria

de los que tengan patria y honor.

Este es el día que con voz tirana

Ya sois esclavos la ambición gritó;

y el noble pueblo, que lo oyó indignado,

Muertos sí, dijo, pero esclavos no.

El hueco bronce, asolador del mundo,

al vil decreto se escuchó tronar:

mas el puñal que a los tiranos turba

aun mas tremendo comenzó a brilla

Ay como viste tus alegres calles,

tus anchas plazas, infeliz Madrid,

en fuego y humo parecer volcanes

y hacerse campos de sangrienta lid

La lealtad, y la perfidia armada,

se vio aquel día con furor luchar;

volviendo el pueblo generosa guerra

por la que aleve le asaltó en su hogar

¿Y a quién afrentas proponéis, tiranos?

¿a quién al miedo imagináis rendir?

¿al fiel Daoíz, al leal Velarde,

que nunca saben sin honor vivir?

El mundo aplaude su respuesta hermosa:

tender el brazo al tronador metal,

morir hollando sus contrarios muertos,

y ser de gloria a su nación señal.

Temblando vimos al francés impío,

que en cien batallas no turbó la faz,

de tanto jóven, que sin armas fiero,

entre las filas se le arroja audaz.

Víctimas buscan sus airadas manos

pero el error les arrancó el puñal;

y ¡ay! que si el día fue funesto y duro,

aun más la noche se enlutó fatal.

Noche terrible, al angustiado padre

buscando el hijo que en su hogar faltó,

noche cruel para la tierna esposa

que yermo el lecho de su amor se halló,

noche fatal, en que preguntan todos,

y a todos llanto por respuesta dan,

noche en que frena de la Parca el fallo,

y ¡ay! dicen todos, ¡quiénes morirán!

Sensibles hijas de la hermosa Iberia,

pues sois modelos de filial piedad,

los ojos, llenos de ternura y gracia,

volved en llanto a la infeliz ciudad:

Ved a la muerte nuestros caros hijos

entre verdugos el traidor llevar;

y el odio preste a vuestros ojos rayos,

si de dolor ya no podéis llorar.

Esos que veis, que maniatados llevan

al bello Prado, que el placer formó,

son los primeros corazones grandes

en que su fuego libertad prendió:

Vedlos cuan firmes a la muerte marchan,

y el noble ejemplo de morir nos dan;

sus cuerpos yacen en sangrienta pira,

sus almas libres al Empíreo van.

Por mil heridas sus abiertos pechos

oid cual gritan con horrenda voz:

«Venganza hermanos: y la madre España

nunca sea presa del francés feroz».

Entre las sombras de tan triste noche

este gemido se escuchó vagar,

gozad en paz ¡oh, del suplicio gloria!

Que aun brazos quedan que os sabrán vengar.

¡Noche terrible, llena de gloria,

llena de sangre, llena de horror,

nunca te ocultes a la memoria

de los que tengan patria y honor!

Juan Bautista de Arriaza y Superviela

Traduzione:

IL DUE DI MAGGIO DEL 1808

Inno

Giorno terribile piena di gloria

pieno di sangue, pieno di orrori

non nascondere mai dalla memoria

di coloro che hanno una patria e onore

Questo è il giorno che con la voce del tiranno.

Sei già schiavo, l’ambizione gridò

e il nobile popolo, che lo ascoltò indignato,

morto sì, disse, però schiavo no!

Il cavo di bronzo, devastatore del mondo,

Il vile decreto fu sentito tuonare:

la folla di più il pugnale quello per i tiranni,

ancora più tremendi cominciarono a brillare.

Oh come hai visto le tue strade felici,

le tue ampie piazze, infelice Madrid,

nel fuoco e nel fumo assomigliano ai vulcano

a fare campo a questa sanguinosa disputa.

Lealtà, a perfidia armata,

quel giorno fu visto con accesi scontri;

donando alla gente una guerra generosa

perchi con tradimento assaltò la sua casa

E chi stai insultando, tiranno?

A chi teme immagini di rendere?

Il fedele Daoíz, il fedele Velarde,

Chi non sa mai senza onore vivere?

Il mondo applaude la tua bellissima risposta:

tendere il braccio al tuonante metallo,

muori calpestando i tuoi nemici morti,

ed essere di gloria al segno della tua nazione.

Tremando abbiamo visto l’empio francese,

che in cento battaglie non turbò la faccia,

di tanti giovani, che senza armi feroci,

tra le file è audacemente lanciati.

Le vittime cercano con le loro mani arrabbiate

ma l’errore strappò loro il pugnale; e

oh! Che se il giorno era brutto e duro,

ancora più la notte piangeva fatalmente.

Una notte terribile, angosciato il padre

cercando il figlio che mancava nella sua casa,

notte crudele per la tenera moglie

che ha sprecato il letto del suo amore trovato,

notte fatale, in cui tutti chiedono,

e a tutti i pianti per la risposta che danno,

notte quando il fallimento della morte si ferma,

e oh! dicono tutti, chi morirà!

Figli sensibili della bella Iberia,

perché tu sei un modello di pietà filiale,

gli occhi, pieni di tenerezza e grazia,

ritorna in lacrime alla città infelice:

Guarda i nostri cari figli morte

tra i carnefici che il traditore deve portare;

e l’odio presta ai tuoi occhi i raggi,

Se dal dolor non puoi piangere

Quelli che vedi, quelli ammanettati portano

al bel prato, quale piacere si è formato,

sono i primi grandi cuori

in cui ha preso fuoco la sua libertà:

Guarda come sono decisi a morire,

e il nobile esempio di morire ci danno;

i loro corpi giacciono nella pira sanguinante,

vai le tue anime libere all’Empireo.

Per mille ferite i nel suo aperto petto

ascolta quelli che piangono con una voce orribile:

«Fratelli della vendetta: e la madre Spagna

mai essere preda del feroce francese ».

Tra le ombre di una notte così triste

questo gemito si udì vagare,

rallegrati nella pace, oh, della gloria del tormento!

Rimangono anche le braccia che sapranno vendicarti.

Notte terribile, piena di gloria,

pieno di sangue, pieno di orrore,

non nascondere mai dalla memoria

di quelli che hanno una patria e onore!

Juan Bautista de Arriaza y Superviela

Oda al Dos de Mayo (1866)

“Oigo, patria, tu aflicción,

y escucho el triste concierto

que forman, tocando a muerto,

la campana y el cañón…

Traduzione:

Ode al due maggio (1866)

“Ho sentito, la patria, la tua afflizione,

e sento il triste concerto

quella forma, toccando a morto,

la campana e il cannone….

Bernardo López García

Redatto da:

Luca Sartori José Blas Molina Soriano – Il gruppo La Fedessima

La Fedelissima – gruppo

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Cavour e Bixio….Alessandro

Posted by on Dic 12, 2018

Cavour e Bixio….Alessandro

Alessandro Bixio (fratello del più conosciuto Nino), era emigrato da giovane in Francia ed era diventato cittadino francese. Era un uomo d’affari legato ai banchieri ebrei Rothschild e Péreire. Ma, cosa faceva lì Alessandro Bixio? E perché il principe Napoleone gli fece una brutta faccia (il viso dell’arme)? Per darci una spiegazione alla prima domanda torniamo indietro al 1852 quando si determinò nel parlamento piemontese una maggioranza che faceva prevedere la caduta del ministero d’Azeglio. Cavour, che sapeva di dover succedere al d’Azeglio, decise di “sottrarsi al logorio politico e psicologico dell’attesa” con un viaggio all’estero. Ma la ragione del viaggio era un’altra. Sia a Londra che a Parigi incontrò tutti quei personaggi che ritroveremo nella storia dell’unità d’Italia. A Parigi Cavour non poté non respirare l’atmosfera di ritrovata fiducia originatasi nei ceti imprenditoriali e capitalistici, dopo il colpo di stato di Napoleone III. “I capitali sorgono da tutte le parti. La prosperità finanziaria è immensa” scriveva Cavour. Ed a Parigi, tra gli altri, incontrò Alessandro Bixio che fece da tramite tra Cavour e gli ambienti bancari ebraici. In quei colloqui nacquero tutte le iniziative industriali, in particolare ferroviarie, come la Vittorio Emanuele, bancarie e finanziarie che caratterizzeranno i successivi sette anni del ministero Cavour, fino alla guerra con l’Austria (R2). Circa il viso dell’arme fatto da Gerolamo Bonaparte ad Alessandro Bixio possiamo pensare che la sua presenza significava la sospensione della guerra, sospensione che il principe Gerolamo non condivideva: insomma gli interessi rappresentati dal Bixio vinsero su quelli militari e dinastici dei napoleonidi! Ecco alla conclusione dei progetti discussi a Parigi nel 1852 il controllore: la presenza di Alessandro Bixio. Gli effetti della sua presenza si videro subito.

strano provvedimento di francesco giuseppe

La situazione finanziaria dell’impero austriaco, prima e durante la guerra con il Piemonte, dava origine alle più serie preoccupazioni. Il riflusso dall’estero di titoli austriaci, in corso dai primi del 1859, aveva accentuato il drenaggio delle risorse valutarie della Nationalbank che aveva dovuto sospendere i pagamenti in contanti, mentre l’aggio sull’argento saliva in maggio al 40 per cento e il corso dei titoli di Stato austriaci crollava a Francoforte da 81 fiorini in gennaio a 38 in aprile. Tutta l’economia del paese veniva dunque investita da gravi tensioni inflazionistiche, mentre la capacità di importazione risultava drasticamente ridotta, ed il ministro delle finanze Bruck doveva mettere mano alle riserve metalliche della Nationalbank, con grave danno del credito al paese, per procurare all’esercito le forniture necessarie. Già per queste ragioni era chiaro che lo sforzo bellico non avrebbe potuto protrarsi più a lungo (R3). Quattro giorni dopo l’armistizio [!], il 15 luglio 1859, durante il primo consiglio dei ministri dopo la sconfitta militare, l’imperatore Francesco Giuseppe rendeva pubblico il famoso Manifesto di Laxenburg col quale si affrettava a promettere alla borghesia un sostanziale mutamento di rotta. “Le benedizioni della pace – affermava l’imperatore austriaco – sono doppiamente preziose perché mi procureranno l’agio necessario per consacrare tutta la mia attenzione e le mie cure, non più turbate da nulla, al felice adempimento del compito che mi sono prefisso”. Di lì a poco il Regolamento industriale austriaco abrogava il regime delle corporazioni, introduceva la libertà del lavoro, dava l’avvio alla prima rivoluzione industriale dell’Austria. Gli ebrei di Vienna ed i protestanti di Germania ringraziarono (MC). Quattro giorni dopo la battaglia di Solferino, la borsa austriaca ebbe un rialzo! (R3). In novembre l’imperatore Francesco Giuseppe approvò la proposta di abolire molte restrizioni residue imposte alle comunità ebraiche dell’impero. Istituì, prima della fine dell’anno il Comitato per il debito di Stato, con il compito di esaminare la struttura finanziaria dell’impero, poiché concordava con il ministro delle finanze Bruck sulla necessità di rassicurare gli investitori stranieri (PA). Considerazioni: Insomma, vendendo e ricomprando i titoli del debito pubblico austriaco, la grande finanza internazionale faceva la guerra e la pace! Per amore o per forza i grandi mercati si dovevano aprire ai grandi capitali. Che questo fosse il principale scopo nella guerra fatta da Napoleone (o fatta fare a Napoleone) all’Austria, è dimostrato dall’armistizio di Villafranca, senza giustificazioni militari da parte della Francia e dal manifesto di Laxenburg. Il resto è storia a contorno, appare come la storia della mancia rilasciata ai servitori.

cavour diplomatico

Dopo la battaglia di Solferino, la diplomazia internazionale si attivò per arrivare ad una sistemazione della situazione italiana, possibilmente senza la prosecuzione della guerra. Anche Cavour si attivò per volgere a suo favore gli avvenimenti e, per ottenere questo, ebbe contatti con tutti i gabinetti europei. In particolare, nel tentativo di combattere l’ostilità dell’opinione pubblica germanica, aveva anche inviato, dietro suggerimenti russi e francesi, una nota al presidente di turno della Dieta di Francoforte, il prussiano Usedom, mettendo in rilievo la solidarietà degli interessi piemontesi e germanici: ma il documento dovette essere ritirato per consiglio dello stesso destinatario, il quale avvertì che l’insistenza sul disegno di cacciare l’Austria di là dalle Alpi avrebbe invece rinsaldato la solidarietà dei minori Stati tedeschi col governo di Vienna. Usedom dava questo giudizio molto negativo sul documento cavouriano: “Eine taktlosere, unpolitischere Fassung dieses Aktenstückes konnte unter den obwaltenden Umständen nicht gedacht werden” “Questa nota, indelicata e impolitica, nelle presenti circostanze, appare improvvisata”. Sembra che Cavour abbia riferito, falsamente, di suggerimenti russi e francesi per “giustificare il suo passo errato” (R3).

altra ragione dell’armistizio di villafranca

Napoleone, tra le ragioni che lo indussero a firmare l’armistizio di Villafranca, tenne sicuramente presente anche un’altra ragione, quella finanziaria tra la Francia ed il Piemonte, giacché il trattato del dicembre 1858 aveva stabilito che il Piemonte avrebbe pagato le spese di guerra della Francia con il decimo delle entrate dei nuovi territori conquistati, ma la Francia aveva già speso ben 360 milioni di franchi e la sua alleata altri 80 milioni, somme che nessuna prevedibile tassa piemontese sul reddito sarebbe riuscita a raccogliere, ed è da domandarsi se mai Cavour fosse stato in buona fede quando aveva stipulato tale accordo (VE).

scenario dell’italia disegnato da napoleone e cavour

Dobbiamo ora riflettere sullo scenario che il Cavour e Napoleone III avevano disegnato a Plombières come conseguenza della guerra all’Austria che studiavano di provocare. “La valle del Po, la Romagna e le Legazioni costituirebbero il Regno dell’Alta Italia sul quale regnerebbe la casa di Savoia. Il papa conserverebbe Roma e il territorio circostante. Il resto degli Stati del papa con la Toscana formerebbe il Regno dell’Italia Centrale. La circoscrizione territoriale del Regno di Napoli non sarebbe toccata. I quattro Stati italiani formerebbero una confederazione sul modello dela Confederazione germanica, la cui presidenza sarebbe data al papa per consolarlo della perdita della parte migliore dei suoi Stati”. Quanto poi si realizzò non coincise in alcun modo col disegno. Le ragioni sono varie. Innanzi tutto non fu assolutamente prevista l’ingerenza dell’Inghilterra in questa vicenda. Napoleone III e Cavour si preoccupavano soltanto di tenerla buona e di fare i propri interessi. Non pensarono che l’Inghilterra potesse invece avere interesse alla nascita di una potenza mediterranea, proprio antagonista dell’Austria e della Francia, che a partire dal 1844 aveva incominciato la sua espansione nel Mediterraneo. Poi non fu prevista l’inazione della Russia e del suo disinteresse verso questo quadrante dello scacchiere mediterraneo. Infine non fu prevista la ingerenza del capitalismo internazionale, che non reputò sufficiente la conquista della sola valle del Po, per consentire al Piemonte il pagamento dei suoi debiti. Ma ritorniamo al Cavour ed alla sua azione politica.

cavour corruttore

Nel gennaio 1861 Cavour e Pio IX stavano trattando la cessione di Roma per via amichevole. Negoziatore ufficioso del governo di Torino presso la Santa Sede era il medico marchigiano Diomede Pantaleoni; dopo un ultimo colloquio con Cavour e col ministro dell’interno Minghetti, l’11 febbraio 1861, un certo padre Passaglia si recava a Roma con in tasca cento napoleoni d’oro. Ma per corrompere i prelati della Curia romana, Pantaleoni era autorizzato a spendere molto di più. “Le faccio facoltà – gli scriveva Cavour – di spendere quanto reputerà necessario per amicarsi gli agenti subalterni della Curia. Quando poi occorresse di ricorrere a mezzi identici ma sopra larga scala pei pesci grossi, me li indicherà, ed io vedrò di metterli in opera, valendomi però di altra via di quella dei negoziatori che saranno lei ed il padre… Dio voglia che i suoi sforzi siano coronati da esito prospero. Ella avrà associato il suo nome al più gran fatto dei tempi moderni” (MC).

corruzione della stampa

Frequente, e sostenuto da un largo ricorso ai fondi segreti, fu l’intervento del ministero di Cavour nelle cose della stampa, diretto sia a favorire all’interno giornali e giornalisti schierati dalla parte del governo, sia ad alimentare le simpatie della stampa liberale straniera per la causa del Piemonte. “La Staffetta è un pessimo giornale che fa torto al ministero: lo dissi a Dina – è Cavour che scrive – questa primavera. Non do un soldo se prima la Staffetta non cessa le sue stupide pubblicazioni. Ciò fatto rimetterò ora a Dina L. 3.000 e in gennaio L. 3.000. Se questi patti non sono accettati, gli ripeto, non do un soldo”. Cavour dava direttive all’intendente Conte per non far nascere un giornale mazziniano a Genova. Lo stesso intendente, Conte, informava Cavour che il solo giornale sardo, lo Statuto, favorevole al governo fosse quello sovvenzionato. Nell’Archivio Cavour, corrispondenti, si trovano numerose lettere di editori e giornalisti stranieri, di livello e moralità molto varia, che si offrono di sostenere il governo liberale piemontese. [Evidentemente la voce si era sparsa]. Qualche nome: Henri Avigdor (Presse), Félix Belly (Le Pays, Journal de l’Empire), François Buloz (Revue des deux mondes), De Poggenphol (Nord di Bruxelles), C. Navin (Siècle), Pallieri (L’Italie) (R3). Ma la stampa piemontese non veniva corrotta solo da Cavour. Anche la Rosina Vercellana, la contessa di Mirafiori, l’amante del re, conosceva quest’uso dei giornali piemontesi. Quando il sovrano si voleva liberare del Cavour, anche perché questi non vedeva di buon occhio la sua relazione con la Rosina, quest’ultima acquistò gli articoli dello Stendardo, pagandoli 12.000 franchi (R3).

onore – I

Garibaldi, nel più grande segreto, aveva ricevuto denaro ed armi dal governo italiano in vista di una invasione dei territori papali che si pensava avrebbero fornito un pretesto per intervenire all’esercito nazionale. Mazzini era intanto pronto alla guerra civile, soprattutto perché pensava giustamente che il re si sarebbe schierato contro Garibaldi al primo segno di disapprovazione della Francia. L’unica speranza seria era che i cittadini di Roma precipitassero le cose con una insurrezione che li facesse intervenire sul loro destino; pensò anche per un momento di recarsi a Roma di persona per renderlo possibile. Contemporaneamente Vittorio Emanuele stava proponendo, segretamente, a Napoleone un accordo in base al quale francesi ed italiani avrebbero occupato, insieme, la città di Roma impedendo così al partito mazziniano di deporre il papa e di proclamare la repubblica. Il re disse a diverse persone che, come “premio supplementare”, gli si doveva permettere di “massacrare” Garibaldi e 30 mila volontari appartenenti alla “feccia criminale” dei seguaci di Garibaldi e Mazzini. Questo infelice termine “massacrare”, insieme allo “sterminare” usato nel 1860 da Cavour contro i garibaldini, veniva stranamente proprio da coloro che definivano Mazzini un “assassino” (MZ).

onore – II

E che questo fosse lo scenario morale in cui si muovevano i protagonisti di quella che poi ci sarebbe stata raccontata come epopea risorgimentale, si può desumere da questo altro avvenimento. Nell’agosto 1870 le truppe francesi lasciarono Roma, perché c’era bisogno di loro sul fronte del Reno, ma Vittorio Emanuele II continuò a tacciare i suoi ministri di vigliaccheria perché erano ormai meno desiderosi di prima di vederlo combattere a favore del suo ex alleato. Egli, infatti, puntava su di una vittoria della Francia e sperava di trovarsi di nuovo dal lato del vincitore. In effetti, fu solo la notizia della disastrosa sconfitta di Napoleone a Sedan che lo indusse improvvisamente a prendere un atteggiamento più realistico. Era chiaro che l’alleanza con la Francia non rappresentava che un duplice inconveniente ed il re, degno rappresentante della sua dinastia, “passò rapidamente dalla parte opposta”, avendo cura di spiegare al Papa che egli era costretto ad annettere Roma contro la sua stessa volontà. Le lettere di Lanza indicano che, ancora una volta, i fondi segreti furono utilizzati per suscitare una insurrezione che offrisse il pretesto per intervenire “a restaurare la legge e l’ordine”; ma neppure questa volta i romani si sollevarono. Si dovette così trovare una altra scusa per l’invasione ed alcuni municipi di là dal confine pontificio furono sollecitati ad inviare a Firenze petizioni invocanti protezione contro l’anarchia. Un breve scontro, una breccia nelle mura, e la Città Sacra cadde in mano dell’ultimo di una lunga serie di avidi nemici (MS).

comportamento spregevole

Il 27 dicembre 1858 Giuseppe Massari descrive nel suo diario una vicenda che vede Cavour e Napoleone III comportarsi in modo spregevole. “Il conte – annotava il Massari – mi fa vedere una lettera che Berryer scriveva a Napoleone III molti anni or sono per chiedergli 10 mila franchi in prestito. Napoleone III vuole ora si stampi quella lettera per punire il Berryer dell’arringa con cui ha ora difeso il conte di Montalembert. Prometto al conte di Cavour di fare in modo che l’Opinione appaghi il desiderio dell’imperatore” (GM).

cavour statista rivoluzionario

Nel 1859 Cavour, nemico giurato della rivoluzione, aveva tentato senza molto successo di dare l’avvio a rivoluzioni mazziniane in Lombardia e nell’Italia centrale; e lo stesso aveva fatto, sempre senza successo, l’anno dopo in Sicilia, a Napoli e negli stati del papa. Alla fine del 1860 si spinse più in là e impegnò le risorse dello Stato nel sollecitare un’altra serie di rivoluzioni in tutta l’Europa orientale. Parlava del desiderio di rendere le “razze latine” dominatrici del Mediterraneo; voleva “un moto insurrezionale che dal litorale dalmata ed illirico si estendesse sino alle rive del Baltico”, col dichiarato proposito di sfruttare quei moti in un’altra guerra contro l’Austria; una guerra che, abbastanza significativamente, diceva necessaria “per motivi di ordine interno”, cioè per rinsaldare negli italiani il senso della patria. Con parole che sembravano prese da Mazzini, il primo ministro illustrava ora la sua intenzione di creare nazionalità autonome in tutti i Balcani, aiutando i greci a prendere Costantinopoli e dando vita a una Ungheria indipendente. Quel progetto così ambizioso finì in un altro fallimento, benché Cavour fosse favorito dal fatto di potersi servire dei suoi ambasciatori e dei suoi consoli nei paesi balcanici per contrabbandare in quelle zone armi e denaro. Fra l’altro salpò segretamente da Genova una flottiglia di navi con carichi di armi, compresi pezzi di artiglieria pesante, il tutto registrato nelle polizze di carico come caffè. La flottiglia fu seguita sin dal primo momento dalla flotta austriaca e poi confiscata dai turchi. Cavour inoltrò una protesta formale per questa confisca, affermando che il contrabbando di armi avrebbe incontrato sempre la sua ferma opposizione; ma dalle scritte apposte sulle casse confiscate appariva chiaramente che esse provenivano dal Regio Arsenale di Torino. Il personale dell’ambasciata di Costantinopoli tentò affannosamente di ricoprire quelle scritte di vernice; ma era troppo tardi. Un diplomatico piemontese commentò: “Giammai cospirazione fu fatta con tanta innocenza battesimale”. Ma Cavour fece presto a trovare il modo di sfruttare quel fallimento per compromettere un concorrente, e tentò di convincere gli inglesi che quelle armi dovevano essere state inviate da Garibaldi. Tentò anche di deviare i sospetti su Mazzini, e inventò una storia fantastica secondo la quale quest’ultimo stava mandando a Roma sicari travestiti da contadini per provocare il crollo del regime papale (MZ).

opinione in francia sul piemonte

Se la nostra critica ai personaggi di quegli avvenimenti è agevolata dalla distanza temporale, dobbiamo riportare anche le opinioni contemporanee, per stabilire se la nostra è critica storica originale oppure condivisa. “Quand on est conduit comme à Turin par des enfants qui crient fort pour montrer qu’ils sont des hommes…”. “Quando si è guidati, come a Torino – esclamava alla Camera dei Deputati francese, Adolphe Thiers, ministro degli esteri di Luigi Filippo, a proposito delle intenzioni bellicose del Piemonte – da bambini che gridano forte per dimostrare che sono uomini. Quando si pronuncia la parola guerra bisogna chiedersi: siamo in grado di farla?” (MC).

le ultime parole del benso di cavour morente

Alle nove di sera del 5 giugno 1861 il re visita Cavour morente. Cavour gli dice tra l’altro: “E i nostri poveri napoletani così intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli”. Cavour, nell’estremo delirio, pronunzia disordinatamente [o forse, meglio, gli attribuirono giornalisti interessati a propalare quella che doveva diventare una verità accertata] frasi come queste: “L’Italia del settentrione è fatta: non vi sono né lombardi, né piemontesi, né toscani, né romagnoli, noi siamo tutti italiani: ma vi sono ancora i napoletani. Oh, vi è molta corruzione nel loro paese. Non è colpa loro, povera gente: sono stati così mal governati! È quel briccone di Ferdinando! No, no, un governo così corruttore non può più essere restaurato: la Provvidenza non lo permetterà. Bisogna moralizzare il paese, educare l’infanzia e la gioventù, crear sale d’asilo, collegi militari, ma non si pensi di cambiare i napoletani con l’ingiuriarli. Essi mi domandano impieghi, croci, promozioni: bisogna che lavorino, che siano onesti, e io darò loro croci, promozioni, decorazioni: ma soprattutto non lasciargliene passar una: l’impiegato non deve nemmeno essere sospettato. Niente stato d’assedio, nessun mezzo da governo assoluto. Tutti son buoni di governare con lo stadio d’assedio. Io li governerò con la libertà. In venti anni saranno le province più ricche d’Italia. No, niente stato d’assedio” (FD).

VAI I PARTE

BIBLIOGRAFIA

AF – Angelo FILIPPUZZI – La pace di Milano Edizioni dell’Ateneo – Roma, 1955

AL – Alessandro LUZIO – Aspromonte e Mentana Documenti inediti – Felice Le Monnier – Firenze, 1935

AM – Aldo Alessandro MOLA – Storia della Massoneria italiana dall’Unità alla Repubblica – Bompiani – Milano, 1976

C4 – Giorgio CANDELORO – Storia dell’Italia moderna Volume IV Dalla rivoluzione nazionale all’unità Feltrinelli – Milano, 1964

DB – Domenico BERTI – Scritti vari L. Roux & C. Editori – Torino Roma, 1892

DM – Carmine DE MARCO – Unità d’Italia: la conquista, l’asservimento, la colonizzazione, lo sfruttamento ed il finto risarcimento. Grafico per grafico Non pubblicato – Napoli, 1979

FD – Francesco D’ASCOLI – La storia di Napoli giorno per giorno dal 7.9.1860 al 24.5.1915 – Luigi Regina – Napoli, 1972

FH – Franz HERRE – Napoleone III Mondadori – Milano, 1994

GM – Giuseppe MASSARI – Diario 1858-60 sull’azione politica di Cavour – Cappelli – Bologna, 1931

GS – I giorni della storia d’Italia dal risorgimento ad oggi De Agostini – Novara, 1997

MC – Mario COSTA CARDOL – Venga a Napoli, signor conte Mursia – Milano, 1986

MZ – Denis MACK SMITH – Mazzini RCS Rizzoli Libri – Milano, 1993

PA – Alan PALMER – Francesco Giuseppe Mondadori – Milano, 1997

RM – Roberto MARTUCCI – L’invenzione dell’Italia unita Sansoni – Milano, 1999

R1 – Rosario ROMEO – Cavour e il suo tempo (1810-1842) Laterza – Bari, 1977

R2 – Rosario ROMEO – Cavour e il suo tempo (1842 – 1854) Laterza – Bari, 1984

R3 – Rosario ROMEO – Cavour e il suo tempo (1854 – 1861) Laterza – Bari, 1984

SG – Salvator GOTTA – Ottocento Mondadori – Milano, 1949

SM – Francesco S. MERLINO – Questa è l’Italia – Parigi, 1890 Cooperativa del libro popolare – Milano, 1953 M&B Publishing 1996

UT – Dizionario enciclopedico UTET – Torino

VE – Denis MACK SMITH – Vittorio Emanuele II Laterza – Bari, 1972

VF – Vittorio FIORINI (a cura) – Gli scritti di CarloAlberto sul moto piemontese del 1821 Società editrice Dante Alighieri – Roma,1900 id

fonte

 http://www.brigantaggio.net/brigantaggio/Personaggi/Cavour02.htm

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Great Britain Paper Correspondence Despatch relating to the Southern of Italy

Posted by on Dic 11, 2018

Great Britain Paper Correspondence Despatch relating to the Southern of Italy

 Dedichiamo questa raccolta – in progress, nel senso che aggiungeremo nel tempo altre pagine – a chi continua a sostenere che gli interessi inglesi erano ben altri, lontani, nelle Indie, e che affermare il contrario è puro complottismo neoborbonico.

Queste carte, peraltro molte delle quali ufficiali in quanto presentate alle Camere (Presented to both Houses of Parliament by Command of Her Majesty), mostrano come gli Inglesi monitorassero costantemente la situazione della penisola italica.

Riportiamo alcune righe tratte dall’articolo scritto da un noto storico non certo sospettabile di simpatie borboniche. Del quale condividiamo totalmente l’analisi.

Chi ha studiato gli avvenimenti di quegli anni senza pregiudizio sa benissimo che l’appoggio a Garibaldi aveva come obiettivo quello di controbilanciare l’appoggio dato dai Francesi a Cavour nel centro-nord.

“Obiettivo fondamentale della Gran Bretagna era e rimase che l’espansione del regno di Sardegna non si risolvesse nella nascita di uno Stato vassallo della Francia: in quel caso sarebbe stato realizzato l’antico sogno di Napoleone I, la riduzione dell’Italia a strumento di Parigi.

Perciò nella primavera 1860 Londra dette via libera alla spedizione di Giuseppe Garibaldi in Sicilia.

Se fosse stato schiacciato, sarebbe stato un Pisacane in più; se avesse vinto, era l’acerrimo nemico di Napoleone III e di Pio IX, quindi si sarebbe messo di traverso all’egemonia clerico-francese sull’Italia e avrebbe costretto Vittorio Emanuele II a prendere le distanze da Parigi.

I fautori della nascita del regno d’Italia lavorarono per la patria, ma anche, lo volessero o no, per la Gran Bretagna, che infatti riconobbe il nuovo Stato da fine marzo 1861, quando l’ambasciatore di Torino, Vittorio Emanuele Tapparelli d’Azeglio, figlio di Roberto e di Costanza Alfieri di Sostegno, venne ricevuto dalla regina Vittoria quale plenipotenziario del Regno d’Italia proclamato il 17 marzo precedente.”

Alleanze interessate Amicizie senza passione

di Aldo Alessandro Mola 

“STORIA IN RETE”- Novembre-Dicembre 2011, n. 73-74 

Zenone diElea – 14 Aprile 2017 

tutti gli articoli di seguito al sito fonte

https://www.eleaml.org/ne/papers/papers-despatch-correspondence-great-britain-2017.html

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