Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Annali Civili del Regno delle Due Sicilie: testimoni di civiltà e progresso!

Posted by on Apr 17, 2019

Annali Civili del Regno delle Due Sicilie: testimoni di civiltà e progresso!

Il significato di questa fonte per la ricostruzione storiografica delle vicende del Regno di Ferdinando II (ma anche di quelle precedenti) è immediatamente comprensibile: vi sono, come è noto, illustrati tutti i progressi e le acquisizioni nei campi della scienze sociali, naturali e umane , dalla ricerca, dall’industria, dall’”ingegno” degli abitanti del Regno.

Gli Annali Civili del Regno delle Due Sicilie, collocati tra i periodici storici PS I-XII, come patrimonio della Biblioteca dell‟Archivio di Stato di Lecce, costituiscono uno dei più interessanti e pregiati strumenti di indagine bibliografica di questo Istituto. La struttura dell‟opera è impostata secondo una rigida suddivisione in fascicoli („quaderni‟) e volumi ( tomi). Il primo volume di cui la Biblioteca possiede esemplare è il VII, ed il fascicolo è il XIV dell‟anno 1835, ingressato con numero di inventario 1009, anche se l‟effettivo anno di inizio della pubblicazione è il 1833. L‟ultimo fascicolo, il CXXXV del volume CXVIII, relativo a gennaio- febbraio dell‟anno 1860, conclude il disegno dell‟opera, che si completa con un dettagliato Indice generale di CXXII quaderni pubblicati dal 1833 al 1857 .
Le condizioni di vendita e la periodicità dell‟opera sono indicate sulla copertina posteriore di ciascun fascicolo : « ogni due mesi si pubblicherà un fascicolo degli Annali di dodici o più fogli, nella forma dell’in 4°, con ottima carta e nitidi tipi a doppia colonna di stampa, ove il bisogno lo chieggia saranno aggiunte eleganti tavole litografiche o incise in rame. Il costo è di sei ducati » .
Il significato di questa fonte per la ricostruzione storiografica delle vicende del Regno di Ferdinando II (ma anche di quelle precedenti) è immediatamente comprensibile: vi sono, come è noto, illustrati tutti i progressi e le acquisizioni nei campi della scienze sociali, naturali e umane , dalla ricerca, dall’industria, dall’”ingegno” degli abitanti del Regno, e che fossero considerati degni, è detto consapevolmente nelle presentazioni al primo fascicolo.

Leggendo le pagine introduttive e di presentazione all’opera è il riferimento continuo che vi si fa a quel “principio di cittadinanza”, cioè il sentimento condiviso dai cittadini di esser parte di un preciso e responsabile soggetto storico, dotato di personalità e di compiti: il Regno. Un “nome dello stato” che fosse catalizzatore delle istanze dei singoli, nella consapevolezza del dovere generale di farsi carico dei propri destini: questo punto centrale per la comprensione del significato storico, in uno sguardo prospettico sul passato, del Regno delle Due Sicilie.

Emanuele Taddei, chierico regolare delle Scuole Pie, negli anni borbonici assumerà la direzione degli Annali Civili del Regno delle Due Sicilie” promossi da Nicola Santangelo, influente ministro degli Affari Interni del Regno, per il quale la “ignavia era giunta al segno che spesso noi siamo istruiti delle nostre cose da autori stranieri”.
I contributi testimoniano la vita amministrativa, sociale, culturale ed economica degli anni di regno borbonico. Vi scrissero, tra quelli, Melchiorre Delfico, Leopoldo Pilla, Gabriele Costa, Arcangelo Scacchi, Emanuele Taddei, Cesare Malpica, Giuseppe Nicolini, Bernardo Quaranta, Teodoro Monticelli. Nicola Santangelo. Raffaele Liberatore redasse descrizioni di alcune opere d’arte conservate nel R. Museo Borbonico e collaborò, con una copiosa serie di articoli su vari argomenti (economia del Regno, divulgazione scientifica, arte), agli Annali Civili del Regno delle Due Sicilie, diretti dal Taddei, dopo la sua morte, avvenuta a Napoli nel 1839, successe nel suo ruolo.

La sospensione del periodico, sopraggiunta con gli avvenimenti del 1848, riprende nel 1852 che presenta in apertura del fascicolo, il « Rapporto presentato al Re… da Salvatore Murena, Direttore del Ministero dell‟Interno », per celebrare i fasti di questo regno e delle sua attività anche quella informativa e divulgativa svolta dal periodico “ opera …che faceva testimonianza allo universale del felice progresso delle scienze e delle arti della pace, fiorenti sotto il paterno Scettro del miglior dei Monarchi.. fu condannata al silenzio entro i vortici della infausta epoca del 1848… si voleva col tacere degli Annali Civili sperdere fin la memoria del posto elevato che le popolazioni delle Due Sicilie occupavan nel mondo scientifico ed industriale..”. A quanti considerarono i borboni « ritardatori nella via degl’immegliamenti artistici ed industriali…», essi affidarono in « pubbliche pagine le memorie, i fatti divulgati coi’ tipi, vuoi ad utilità vuoi a diletto dell’universale, che ne dessero le scienze e le lettere, le arti e le industrie, i lontani commerci e e le faticose peregrinazioni. Così nacquero nel trentesimo terzo anno di questo secolo gli Annali Civili del Regno delle Due Sicilie, e non mancarono se non quando, nello svolgimento di tutta Europa… ma ritornata la calma in queste belle contrade, comandò che quegli Annali interrotti.. ricomparissero con maggior lustro… 3 settembre 1852.) .

(Fonte: www.archiviodistatolecce.beniculturali.it/)

fonte https://luciadimauro.altervista.org/annali-civili-del-regno-delle-due-sicilie-nellarchivio-di-stato-leccese/?fbclid=IwAR2Kce795nIHVH_oIEaByYEnJQmtPDUX1NjXkEIhXINtTB7xYLN8-5u062g

Lucia Di Mauro

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LA CALUNNIA E’ COME UN VENTICELLO

Posted by on Apr 17, 2019

LA CALUNNIA E’ COME UN VENTICELLO

Quando gli studiosi di… regime si scagliano in modo selvaggio contro i Borbone, non posso che prendere la penna e cercare di difendere il mio Sud, le mie tradizioni e la mia Storia, quella che mi è stata insegnata, fin dalla tenera età, quando nonno Antonino, vicino al focone, mi parlava dei briganti, che si riunivano sul monte Polveracchio, dei Borbone, che amavano le nostre zone e che cercavano di rendere la vita nel loro regno il più vivibile possibile.

Ricordo tutto questo con un senso di nostalgia e di tristezza, prima perché non c’è più il caro nonno, secondo perché sono passati tanti anni, terzo perché non si dice sempre la verità su avvenimenti che, finalmente, ai giorni nostri validissimi studiosi dell’”altra storia” stanno portando alla luce.

Aveva ragione il mio avo, quando sosteneva che, per utilità personale, molti non dicono realmente le cose come stanno. Dopo la parentesi predatoria napoleonica, con i Borbone si iniziò a schiudere non solo un periodo di pace, ma anche di prosperità.

Si potenziò la rete stradale, infatti dalle 1505 miglia (1828) si passò alle 4587 (1855) ; si incrementò la marina a vapore, che, dopo quella inglese, era la seconda nel Mediterraneo; si creò la prima ferrovia d’Europa; si diede la possibilità di sviluppare le fabbriche del Meridione (1) : quella dei damaschi a Catanzaro; di S. Leucio; delle officine di Mogiana, che venivano collegate allo Ionio con una ferrovia, che tranne il tracciato, non è più visibile.

Non sono da dimenticare le fabbriche di armi di Serra S. Bruno, le filande di Bagnara e tanti altri opifici sparsi in tutto il Sud e tutti funzionanti.

Chi perpretò lo scempio e la completa distruzione di tutto questo?

chi costrinse a chiudere i vari stabilimenti?

chi stroncò l’interessante esperimento produttivo di S. Leucio?

chi eliminò gli alti forni di Mogiana?

chi eliminò i binari della prima ferrovia industriale calabrese?

chi rubò i 500 milioni di ducati (più di quattromila miliardi di oggi) dalle casse BorbonIche per portarli (allegramente) verso il Piemonte per pagare i debiti di guerra dei Savoiardi?

Non si può nascondere che il Sud, il nostro Sud, fu trattato solamente come terra di conquista, cioè una colonia da sfruttare. I Savoia, con l’avallo di deputati meridionale approfittatori e corrotti, imposero tasse assurde; fusero, solamente per il loro utile, i due debiti pubblici, quello del Sud (500 milioni di lire su 9 milioni di abitanti) e quello del Regno sabaudo (1 miliardo di lire su quattro milioni di abitanti) .

Di tutto quello scritto sopra, il fatto più grave (dovrebbero tenerlo presente gli storici di regime) fu che per appropriarsi di tutto i Savoiardi diedero licenza di uccidere a Garibaldi e Bixio i partigiani di allora, dopo averli immelmati col nome di briganti.

E’da tenere presente che il brigantaggio era ignoto sotto i Borbone (2) .

Non soddisfatti di aver dissanguato il Sud, i Savoiardi, unitamente agli inglesi Gladstone e Palmerston, ai “gentiluomini liberali lecca lecca” impiantarono una campagna diffamatoria, altrimenti non potevano giustificare l’aggressione, perché fu pura aggressione, checché ne dicono gli storici di regime.

Ora la verità storica sta venendo fuori, perché non si ha più l’obbligo di incensare i Savoia e finalmente si può gridare tutto lo sdegno contro chi continua a parlar male del Sud, dopo averlo assassinato, bruciato e saccheggiato dal 1860 in poi.

E si continuano a chiamare oppressori i Borbone, i quali, nel loro Regno, ospitarono, nel 1852, inviata da Napoleone 3°, una commissione per studiare da vicino le leggi che già vietavano la tortura giudiziaria, la censura sulla corrispondenza privata e la prigione per debiti (3) .

I Borbone non oppressero nessuno, anche se, vergognosamente, si continua ad insegnarlo nelle scuole.

O paziente lettore giudica tu: -Sotto gli ultimi re BorbonIci, fu eseguita una sola condanna a morte (4) ; la casa regnante perseguì (da sempre è stato dovere di ogni potere legittimo) tutti quelli che, confessi, cercavano di sovvertire le istituzioni dello Stato in modo non istituzionale.

I “sovversivi”, invece, dagli Inglesi venivano ferocemente perseguitati sia in Irlanda che in India, dove venivano squartati legati alle bocche dei cannoni. Cosa dire, poi, delle stragi che Cialdini e Pinelli, “liberali” piemontesi, commisero in Lucania, in nome della “libertà” e con tutto questo vengono sempre giustificati e considerati eroi.

I Borbone si comportarono sempre da veri gentiluomini ed usarono sempre clemenza contro i cospiratori, infatti, il tanto bistrattato Francesco 2°, durante l’assedio di Gaeta, non solo dimostrò tutto il suo eroismo, ma poté orgogliosamente vantarsi, anche se circondato da cospiratori, di non aver fatto scorrere “una goccia di sangue”, aggiungendo: -“Questi sono i miei torti. Preferisco i miei infortuni ai trionfi degli avversari” (5) . Possono dire la stessa cosa i Savoia? Chi legge il libro di Alianello, “La conquista del Sud”, può scoprire tante cose che i libri di regime non dicono. Quando in un processo tenuto a Napoli, dove fu consentito al ministro britannico Tempe di sedere fra i giudici, fu condannato a morte L. Settembrini, Ferdinando 2° trasformò la condanna in ergastolo, poi ridotta a 6 anni, durante i quali non il condannato, ma il “professore” non solo tradusse Luciano, ma poté ricevere, nella sua cella, il direttore delle carceri con tutta la famiglia per mangiare insieme i pasticcini che gli “oppressori” Borbonici gli consentivano di ricevere quasi quotidianamente dalla trattoria di Monsù Arena.

I Savoia crearono, invece, “campi di concentramento” per poter eliminare, in fretta, i prigionieri dell’esercito Borbonico (6) . Ma ai Savoia era permesso questo ed altro, perché erano…. . reali venuti dal Nord, per appropriarsi del Sud.

Sui Borbone calunnie, solamente calunnie, sempre calunnie…. . ; la calunnia è come un venticello…. .

Quello, però, che non posso perdonare ai calunniatori di regime è quando disprezzano e diffamano “l’esercito di Franceschiello”, dove hanno combattuto i nostri Avi, che veramente credevano in quello che facevano e morirono per difendere la religione, la famiglia ed il re, contro i massoni venuti dal Nord. Francesco 2° è stato una vittima, perché tradito dai suoi generali, che si erano venduti al conquistatore savoiardo, ma non un vigliacco.

A questo proposito, togliendosi il cappello, sono da ricordare: il capitano Bozzelli ed i suoi uomini (200) , che si fecero massacrare sul Volturno, piuttosto che ripiegare (7) ; gli sfortunati difensori di Gaeta, che diedero prova di grande eroismo; gli eroici difensori di Civitella del Tronto e quelli della rocca di Messina.

E’da considerare vile la decisione del sanguinario Cialdini nel rifiutare la tregua per concordare l’armistizio ed anche dopo la firma continuò a far sparare sulla città, dove la regina Maria Sofia, rischiando la vita, portava soccorso alle vittime “di quell’infame sterminio, determinato dall’odio verso chi era colpevole solo di essersi difeso” (8) .

Gli storici di regime condannano i soldati del Sud, perché combatterono per i Borbone, ma quando lo fecero per i Savoia erano dei bravi combattenti.

Ipocriti!!! Ho sempre scritto che i Borbone avevano le loro colpe, non erano migliori, ma nemmeno peggiori degli altri monarchi, furono governanti del loro tempo, di un tempo in cui le monarchie erano quasi tutte assolute, ma la loro era più paternalistica che opportunistica e la libertà sarebbe venuta e certamente non quella voluta dai Savoiardi.

Cosa dire di Carlo Alberto e degli altri re che lo seguirono che ingannarono la maggior parte degli Italiani del Sud, promettendo libertà, ma di che cosa? forse di non opporsi ai Savoia.

Quella libertà promessa si trasformò in repressioni piemontesi dei partigiani del Sud. Le vittime della resistenza ai Savoiardi, come scrive lo Smith, fu superiore a quelle di tutte le guerre del risorgimento mCon l’unità d’Italia, scrisse il De Villefranche (9) , nei primi mesi del 1861, nonostante il falso e manipolato plebiscito del Pallavicini (10) , i paesi insorti furono 1. 428, i fucilati 9. 860, i feriti 10. 604, le case incendiate 918, i comuni completamente rasi al suolo sei, 40donne e 60 bambini uccisi e 13. 629 cittadini arrestati per reati di opinione (11) .esse insieme (12) , E poi gli storici di regime, con una bella faccia tosta, parlano di repressione Borbonica!

Nel suo programma di Gaeta, Francesco 2° ecco cosa disse all’inizio della dominazione dei Piemontesi nel Mezzogiorno: -“Vedete la situazione che presenta il Paese. Le finanze non guari sì fiorenti, sono completamente ruinate. Le prigioni son piene di sospetti, in luogo della libertà lo stato di assedio…. . e un generale straniero decreta le fucilazioni istantanee per tutti quelli dei miei sudditi che non si inchinano alla bandiera di Sardegna!…. . In luogo delle libere istituzioni che vi avevo date e che desideravo sviluppare, avete avuto la dittatura più sfrenata, e la legge marziale sostituisce ora la Costituzione!…. . (13)

Sotto il governo savoiardo ci furono le infamanti cannonate di Bava-Beccaris ed iniziò la grande emigrazione, cosa mai avvenuto sotto il governo dei Borbone, il cui Regno era più florido di quello dei Savoia, che succhiarono ricchezze dal Sud, accumulatesi con due secoli di buona amministrazione ed esportarono come moneta di cambio fame, miseria e fucilazioni “liberali” (14) .

Tutte queste belle cose stanno venendo fuori per l’opera di studiosi dei Borbone e stanno evidenziando che la profonda decadenza del Sud è stata voluta dai governi dell’unità. Concludo il mio articolo, riportando alcuni passi di studiosi che hanno sostenuto l’unità d’Italia e non certamente il governo Borbonico.

Giustino Fortunato a Pasquale Villari (2-IX-1899) : -“L’unità d’Italia (…. . ) è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari alle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali (…. . ) “

Gaetano Salvemini (1900) : -“Sull’unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata (…. . ) è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone (…. . ) “.

Giustino Fortunato a Benedetto Croce: -“Non disdico il mio “unitarismo”. Ho modificato soltanto il mio giudizio sugli industriali del Nord. Sono dei porci più porci dei maggiori porci nostri. E la mia visione pessimistica è completa”.

Giuseppe Garibaldi ad Adelaide Cairoli (1868) : -“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili: Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”.

Antonio Gramsci (da “Ordine Nuovo” 1920) : -“Lo stato italiano (leggasi sabaudo) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”.

Giacinto de’Sivo (da “Storia delle Due Sicilie”) : -“La Patria nostra era il sorriso del Signore. /La Provvidenza/la faceva abbondante e prospera, /lieta e tranquilla, gaia e bella, /aveva leggi sapienti, morigerati costumi/e pienezza di vita, /aveva esercito, flotta, /strade, industrie, opifici, /templi e regge meravigliose, /aveva un sovrano nato napoletano/e dal cuore napoletano. /L’invidia, l’ateismo e l’ambizione/congiurarono insieme per abbatterla e spogliarla”.

Caro lettore, mi rivolgo a te, consigliandoti di leggere, se hai tempo, la Storia in modo obiettivo, per poter scorgere al di là delle deformazioni, la Verità, riscoprendo, così, la nostra storia, quella che ci fa onore e ci fa essere orgogliosi di essere meridionali.

1. Bibliografia.

2. ALIANELLO, “La conquista del Sud”-“In quel tempo, delle due uniche zone industriali d’Italia, il Piemonte e il Napoletano, il Regno di Napoli era incontestabilmente il più florido”.

3. Per saperne di più consultare: ANONINMO, “I Napoletani al cospetto delle nazioni civili “;BIANCO DI S. J., “Il brigantaggio alla frontiera pontificia”;PEDIO, “Reazione alla politica piemontese ed origine del brigantaggio in Basilicata”;AA.VV., “La storia proibita-Quando i Piemontesi invasero il Sud” ;FULVIO IZZO, “I lager dei Savoia-Storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per meridionali”;SALVATORE SCARPINO”Indietro Savoia!-Briganti nel Sud”;LORENZO DEL BOCCA, “Maledetti Savoia”;ANGELA PELLICCIARI, “Risorgimento da riscrivere”;MARIA ROSA CUTRUFELLI, “L’unità d’Italia-Guerra contadina e nascita del sottosviluppo del Sud”;LUCIO BARONE, “Noi meridionali”;GIUSEPPE CAMPOLIETI, “Il re bomba”;ANTONIO CIANO, “I Savoia e il massacro del Sud”;TEODORO SALZILLO, “1860-61 l’assedio di Gaeta”;EDOARDO SPAGNUOLO, “La rivolta di Montefalcione-Storia di un’insurrezione popolare durante l’occupazione piemontese”;ULDERICO NISTICÒ, “Prontuario oscurantista”;ALFONSO D’AMBROSIO, “Vito Nicola Nunziante-Generale Borbonico”;ANGELO MANNA, “Briganti furono loro-Quegli assassini dei fratelli d’Italia”, ANTONIO PADOVANO, “Il sogno e la ragione.

4. ALIANELLO, op.cit.

5. ALIANELLO, op. cit.

6. ALIANELLO, op.cit.

7. F.IZZO, “I lager dei Savoia”.

8. ALIANELLO, op. cit.

9. ALIANELLO, op. cit.

10. DE VILLEFRANCHE, ” Pio IV”- ALIANELLO, op. cit.

11. FERNERARI, “La monarchia di Napoli”.

12. ALIANELLO, op. cit.

13. ALIANELLO, op. cit.

14. ALIANELLO, op. cit.

15. ALIANELLO, op. cit.

Sono state consultate, inoltre, le seguenti riviste:

· Rassegna storica salernitana

· Studi meridionali

· Calabria letteraria

· Il Picentino

· Due Sicilie

· La Nazione Napoletana

· L’Alfiere

· La Regione Calabria-l’emigrazione

· Bollettino Storico di Salerno Principato Citra

· Rassegna storica Lucana

WWWbattipagliaonline.com

Raffaele Rago

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L’OSPEDALE DEGLI INCURABILI, PATRIMONIO UNESCO

Posted by on Apr 16, 2019

L’OSPEDALE DEGLI INCURABILI, PATRIMONIO UNESCO

Quando la bellezza aiutava a curare il corpo e lo spirito

Prima di perdere la sua indipendenza e il titolo di capitale, Napoli eccelleva in molti ambiti; quello della medicina non era certo il minore.
È a circa 50 chilometri dalla città partenopea, a Salerno, che nel X secolo i medici cominciarono ad acquistare una fama internazionale. Punto di convergenza delle quattro tradizioni più prestigiose dell’epoca, giudaica, araba, greca e latina, Salerno vide nascere la prima scuola di medicina d’Europa, una istituzione in cui le donne occupavano un posto di primo piano: elaboravano rimedi e terapie, facevano operazioni chirurgiche complesse. Nel giardino di Minerva, in cui venivano coltivate le erbe medicinali, risuonano ancora i loro nomi: Trotula, Speranzella Calenda, Costanza Calenda, Rebecca Guarna, Abella…
Quanto ai medici napoletani, già imbevuti di tutte queste correnti medico-filosofiche, non si fermarono e nel XII secolo avviarono una tradizione secolare destinata a diventare il fiore all’occhiello del regno a partire dal XVI sec.
Nel XVII sec. Napoli disponeva di 150 istituzioni ospedaliere, tutte fondate e gestite da ordini religiosi o da confraternite. Queste ultime facevano riferimento agli artisti e artigiani più famosi per decorare con dipinti le pitture, sculture e maioliche ogni minimo spazio dei loro edifici. I chiostri erano abbelliti da piante e alberi profumati e decorativi, oltre alle piante medicinali che servivano ai farmaci preparati sul posto. Tutte queste meraviglie artistiche e naturali non servivano soltanto ad onorare Dio o la Vergine, ma a rallegrare l’animo del personale medico e a mitigare la sofferenza dei pazienti, poiché, secondo la filosofia napoletana, la bellezza è terapeutica. Anche i muri del lazzaretto dell’Ospedale della Pace, situato in pieno centro città, erano ricoperti di magnifici affreschi (è ancora in buono stato di conservazione ed è possibile visitarlo su appuntamento – vedi ‘Napoli insolita e segreta, ed. Jonglez, 2014/17).
Autentici templi della carità, questi ospedali accoglievano non solo i malati ma anche i diseredati: si aiutavano i meritevoli a risollevarsi in caso di fallimento non fraudolento, si pagava il riscatto di prigionieri di guerra, si assistevano i condannati a morte o si tentava di ottenere per loro la grazia se erano innocenti, si pagavano i funerali dei più poveri…Gli orfani, i bambini abbandonati o bisognosi erano assistiti fin dalla nascita e ricevevano una buona educazione. Insomma, queste istituzioni si occupavano dell’essere umano dalla nascita alla morte.
Ancora oggi, l’arciconfraternita dei Pellegrini, ormai priva del suo omonimo ospedale dagli anni ‘70, provvede ai bisogni di 300 famiglie indigenti, e assicura cure gratuite ai poveri in un dispensario poliambulatoriale.

L’Ospedale “Santa Maria del Popolo degli Incurabili” via Maria Longo 50 (ancora funzionante), era considerato il non plus ultra della medicina dell’epoca. Inaugurato nel 1518, dopo 2 soli anni di lavori, fu costruito su una collina rocciosa, Caponapoli, luogo famoso per la salubrità dell’aria.
Vera e propria cittadella, “Gli Incurabili” divennero uno dei complessi ospedalieri più importanti e moderni d’Europa. Fin dalla sua apertura, poteva accogliere 1.600 pazienti, aveva quattro chiese monumentali, un laboratorio-officina, parecchie farmacie, e anche un servizio di interpretariato per i numerosi stranieri che venivano a farsi curare, e perfino un proprio macello . Fu poi fondata una scuola di medicina sperimentale provvista di un anfiteatro per le lezioni di anatomia e la pratica della chirurgia su cadaveri.

A questa struttura già imponente, si aggiunsero alcune case di riposo, quella di Torre del Greco, situata ai piedi del Vesuvio, riservata ai pazienti affetti da patologie polmonari, e quella per i malati bisognosi di una cura termale, costruita alle porte della città, ad Agnano, luogo noto fin dall’Antichità per la qualità delle sue terme.

Le donne
Fondato da una donna, Maria Lorenza Longo, l’ospedale degli Incurabili, come numerose altre opere di assistenza e di carità che caratterizzavano all’epoca Napoli, aveva come prima vocazione la salute delle donne, qualunque fosse la loro condizione sociale, la loro moralità, l’età, la nazionalità.
Una volta ristabilite, se lo desideravano, potevano rimanere nell’istituzione, che le prendeva interamente a suo carico. Le donne incinte venivano ricoverate, con il loro eventuale accompagnatore, in un servizio specializzato chiamato ‘la casa delle partorienti’. Qui si preparavano le madri e i padri alla nascita del bambino; e questo compito era svolto da ostetriche formate nella scuola dello stesso ospedale, un primato assoluto in Europa. Gli orfani (anche solo di padre) o i bambini di madri nubili erano assistiti fino all’età adulta e beneficiavano di una formazione.

Nel XVIII secolo, quando fu ampliata la Farmacia, splendente per la bellezza delle sue decorazioni, con le sue boiseries, sculture, dorature e ceramiche policrome, si volle rendere omaggio alle donne e alla medicina con due sculture in bronzo dorato che raffigurano due uteri, uno vergine e l’altro contenente un bambino, una decisione tanto più sorprendente se si pensa che a decidere erano degli ecclesiastici.

Nell’ospedale degli Incurabili, come in tutti i 150 ospedali napoletani, le donne, anche in buona salute, non erano mai abbandonate: vedove senza risorse o rimaste senza marito, donne maltrattate o nubili, prostitute o figlie di prostitute, tutte erano accolte ed aiutate. Le giovinette ricevevano una buona educazione, e se desideravano maritarsi, veniva loro donata una dote.

I malati

La vocazione di questo complesso era anche quella di accogliere pazienti affetti da malattie croniche che altri ospedali rifiutavano, da cui il nome di ‘Incurabili’, nome che non era tuttavia sinonimo di ‘inguaribili’. Di contro, i malati affetti da malattie mortali e molto contagiose come la lebbra, per esempio, erano mandati nei lazzaretti. Non venivano nemmeno accettai pazienti che lamentavano mali minori.

Un’altra specificità di questo ospedale era il servizio di psichiatria; esso divideva i malati in tre categorie : i maniaci, i malinconici e i ‘taciturni’, per poter fornire loro cure personalizzate. La musica e piccoli lavori (distribuzione dei pasti, trasporto dell’acqua, ecc.) facevano parte delle terapie applicate dagli psichiatri ante litteram napoletani. Inoltre, una volta l’anno, in occasione del Carnevale, i malati di mente non violenti erano autorizzati ad uscire sotto sorveglianza, e potevano anche andare a ballare nelle sale del palazzo reale aperto a tutti durante queste festività.
La grande varietà di patologie trattate, valse a questo immenso complesso d’avanguardia la qualifica di ‘Museo di tutta la Medicina’.

Complesso dell’ospedale degli Incurabili: ingresso della Farmacia e chiesa di Santa Maria del Popolo.

I malati erano sottoposti ad una visita di accettazione, per poter poi essere mandati nel reparto idoneo, cosa che costituiva il primo esempio di ‘triangolo ospedaliero’, organizzazione degna di una struttura moderna.
Il tasso di mortalità dei pazienti era basso, molto inferiore a quello registrato all’Hotel Dieu di Parigi, per esempio. Questo primato era dovuto al fatto che si inviavano in altri ospedali i pazienti che avevano bisogno di un intervento chirurgico, cosa che limitava la propagazione di microbi.

Il funzionamento

Possiamo agevolmente immaginare che una siffatta struttura impiegasse moltissimo personale che non solo era remunerato, ma beneficiava anche di vitto, alloggio e servizio di lavanderia. A queste spese di per sé esorbitanti, si aggiungeva l’enorme costo dell’assistenza ai poveri. Si trovò quindi un sistema di auto-finanziamento istituendo il Banco di Santa Maria del Popolo. I “Banchi”, equivalenti ai monti di pietà, erano istituzioni finanziarie, emanazione di corporazioni laiche operanti nel settore della carità pubblica, dell’assistenza e del credito a favore delle classi povere. Molto legate alla storia di Napoli, esistevano già da qualche centinaia di anni al momento della fondazione degli Incurabili.

Oltre al personale stipendiato, diverse associazioni caritatevoli davano il loro contributo, ciascuna in un giorno prestabilito: il lunedì, i padri operai restavano al capezzale dei moribondi o si occupavano dei morti. Il martedì le dame di famiglie nobili distribuivano i pasti…

Il corpo medico e la Scuola Medica Napoletana

I medici, ciascuno con la propria specializzazione, non erano sottoposti a nessuna forma di gerarchia, poiché ciascuno poteva decidere liberamente quale terapia applicare; non consultava nessun collega se non lo desiderava. I praticanti (così come il personale curante) erano presenti 24 ore su 24, poiché erano formati e alloggiavano presso il complesso ospedaliero. Esso ospitava infatti una prestigiosa scuola di medicina, che selezionava con rigore candidati provenienti da tutte le province del regno, attenendosi alla regola del numero chiuso. Gli studenti, alloggiati sul posto come nei campus universitari moderni, beneficiavano di corsi teorici, di anatomia applicata e di pratica con i malati, un metodo di formazione che rese famosa la Scuola napoletana di medicina.

In questo ospedale si praticarono le prime anestesie, il parto cesareo e furono applicati i primi cateteri, senza contare l’invenzione di molti strumenti chirurgici molto originali fabbricati da artigiani locali.
Questi oggetti sono oggi esposti nel museo dell’ospedale (museo delle Arti Sanitarie e di Storia della Medicina e della chirurgia), che si può visitare su appuntamento.

Questa scuola smise di esistere dopo l’invasione dell’esercito piemontese che portò all’annessione del Regno delle Due Sicilie. Un altro colpo mortale fu assestato agli Incurabili da un incendio durante il quale andarono in fumo preziosi volumi contenenti un tassello inestimabile della storia della medicina occidentale.

I medici degli Incurabili hanno fondato un’associazione, ‘Il Faro di Ippocrate’ che ha come obiettivo la valorizzazione di questo prezioso patrimonio. Tutti i sabato, si dedicano a turno al compito di far da guida ai visitatori (per appuntamento : http://www.ilfarodippocrate.it)

Maria Franchini

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La vera storia dell’impresa dei Mille (II) La farsa di Quarto e i Repubblicani sul libro paga dei britannici

Posted by on Apr 15, 2019

La vera storia dell’impresa dei Mille (II) La farsa di Quarto e i Repubblicani sul libro paga dei britannici

Seconda puntata del libro di Giuseppe Scianò “… e nel maggio del 1860 la Sicilia diventò colonia” (Pitti edizioni Palermo). La prefazione nella quale si dà atto a Pino Aprile di avere aperto uno squarcio nella disinformazione italiana sulla storia del Sud nel Risorgimento. Quindi il primo capitolo con la sceneggiata della finta ‘cattura’ dei piroscafi ‘Lombardo’ e ‘Piemonte. Il viaggio verso la Sicilia scortati dai piemontesi e, soprattutto, dagli inglesi

di Giuseppe Scianò

PREFAZIONE

Pino Aprile, noto giornalista e scrittore pugliese (nato nel 1950), già vicedirettore di Oggi e direttore di Gente, che aveva lavorato con Sergio Zavoli nell’inchiesta a puntate «Viaggio nel Sud» e a Tv7, settimanale del Tg1, nel 2010 ha pubblicato il libro Terroni, incentrato sulla conquista del Sud-Italia, o, per meglio dire, dei territori del Regno delle Due Sicilie, da parte del Regno Sabaudo di Vittorio Emanuele II, il quale, a sua volta, agiva sotto la protezione e per mandato del Governo Britannico.

Il libro ebbe un successo immediato ed eclatante e non costituì soltanto un «caso letterario», ma divenne un evento storico, culturale e politico, i cui effetti sono ancora in piena evoluzione. Vi si comprende, infatti, come e perché il Sud divenne una colonia interna del neonato Regno d’Italia.
Anche se altri avevano affrontato lo «scottante» argomento, fra cui l’indimenticabile Carlo Alianello (e tanti altri Meridionalisti e Sicilianisti, molti dei quali viventi e con i quali ci scusiamo per non poterli citare tutti), considerato il capostipite del revisionismo «moderno» del Risorgimento, Pino Aprile ha avuto il grande merito di «prendere di petto» le tante, scottanti, «verità», che erano state occultate e spesso sostituite dalle favolette e dalle leggende della cultura ufficiale italiana.

TRA MASSACRI E GENOCIDI – Sono stati portati alla luce massacri, genocidi, persecuzioni, saccheggi, deportazioni ed, in una parola, le gravissime violazioni dei diritti dell’Uomo, soprattutto per l’uso spregiudicato di truppe mercenarie provenienti sia dall’Europa (da ricordare la «feroce» Legione Ungherese…) che dall’India e dall’Africa, che attuarono espoliazioni e rapine di ogni tipo. Delitti, questi, che si sarebbero protratti anche nel periodo successivo al fatale 1860…

Sono tornati così alla luce quei fenomeni di alienazione culturale e di lavaggio collettivo dei cervelli, di cui tanto aveva parlato Frantz Fanon per i Paesi del cosiddetto «Terzo Mondo» negli anni Cinquanta del secolo scorso.

Finalmente viene messo sotto accusa il Regno d’Italia per i crimini commessi nel 1860! Ed anche successivamente…

I GRANDI MERITI DI PINO APRILE – Con il «libro» di ricerca, di «documentazione» e di denunzia di Pino Aprile, sostanzialmente la verità è diventata ancora una volta «rivoluzionaria». Ed i popoli del «soppresso» Regno delle Due Sicilie hanno cominciato a capire che è, per loro, un diritto ed un dovere quello di uscire finalmente e decisamente dalla condizione di letargo (anzi: narcosi), nella quale sono stati regalati dal 1860 ai nostri giorni.

I nostri Popoli sono cioè diventati sempre più determinati nel fare i primi passi verso lo sviluppo, il progresso e verso quella civiltà che era un loro «bagaglio» e una loro ricchezza, un loro obiettivo prioritario. Soprattutto hanno compreso che devono lottare per ritornare in quei Consessi Internazionali e sovranazionali, dai quali ancora oggi sono esclusi proprio per l’antistorica condizione coloniale.

Per completare la «cronaca» di questo tormentato periodo della storia della Sicilia possiamo anticipare che con il «Plebiscito», falso e bugiardo, del 21 ottobre 1860, si confermò ciò che si sarebbe dovuto con ogni mezzo negare. E cioè che la Sicilia, già nel mese di maggio del 1860 era diventata una colonia di sfruttamento interna al Regno Sabaudo (in qualsiasi modo denominato)…

In questa sede ricostruiremo le principali vicende che avevano determinato e caratterizzato la «conquista» della Sicilia e la sua riduzione in colonia interna del Regno d’Italia. Il tutto al servizio del recupero della verità.

Con questo nostro lavoro, che sottoponiamo all’attenzione ed al giudizio dei lettori, non possiamo ovviamente parlare di tutto, ma abbiamo cercato di spiegare – in ordine logico e cronologico e con la speranza di non trascurare alcuno dei fatti principali – quanto avvenne in Sicilia e nella parte continentale del Regno delle Due Sicilie, appunto dal mese di maggio del 1860 e per il quinquennio successivo.

Ribadiamo che consideriamo il diritto alla verità come diritto fondamentale (fino ad oggi, di fatto, negato) dei Popoli del soppresso Regno delle Due Sicilie.

CAPITOLO PRIMO/  5 maggio 1860: da Quarto i Mille prendono il mare. La prima tappa sarà Talamone

Una sera nel porto di Genova…

La sera del 5 maggio 1860 dal porto di Genova fu allontanata la polizia portuale e furono allontanati anche curiosi e «perditempo». C’era nell’aria qualcosa di grosso che tutti ben conoscevano, ma della quale era assolutamente vietato fare cenno. Due piroscafi, il Lombardo ed il Piemonte, si dondolavano tranquillamente nella rada.
Avevano da poco cambiato proprietario. Il loro acquisto era stato trattato ed operato riservatamente da emissari del Governo Piemontese con il sig. Fauchet, amministratore della Società Armatrice Rubattino. Quei due piroscafi servivano, infatti, per trasportare in Sicilia Garibaldi ed un mi- gliaio di uomini. Si trattava del primo nucleo di quell’Armata che avrebbe conquistato la Sicilia.
Agli occhi del corpo diplomatico, dell’opinione pubblica e di non po- chi cronisti e dei futuri storici, il Lombardo ed il Piemonte, tuttavia, dovevano apparire catturati, nel corso di una imprevista ed audace azione piratesca, dai Garibaldini. Il finto colpo di mano verrà affidato a Nino Bixio (1) collaborato dal Capitano Castiglia (uno dei pochissimi Siciliani che partecipavano alla Spedizione garibaldina).
I due eroi, con un manipolo di volontari, penetrarono, quindi, nel porto, avanzando nell’oscurità. Successivamente, utilizzando una tartana, provvidenzialmente trovata ormeggiata nella banchina antistante a quel tratto di mare, si avvicinarono ai bastimenti.
A bordo del Piemonte e del Lombardo, in quel momento, si trovavano, al completo, i rispettivi equipaggi, che, però, guarda caso, stavano dormendo fin troppo sodo…
Il tutto con assoluta fedeltà al copione. Ovviamente.

LA ‘CATTURA’ DEI PIROSCAFI PIEMONTE E LOMBARDO – I volontari si arrampicarono sui due vapori (non casualmente privi di sentinelle) e, armati di revolver, finsero di svegliare dal loro sonno i marinai, compresi gli uomini che avrebbero dovuto fare la guardia. Quindi costrinsero «i fuochisti ad accendere le caldaie, i marinai a salpare l’ancora, i macchinisti a prepararsi al loro mestiere», «tutti a sgomberare, a pulire il bastimento, ad allestirlo in fretta per la partenza. E così avrebbero fatto – conclude un nostro testimone – col massimo ordine e silenzio e non senza molti sorrisi d’ironia per quella farsa con cui l’epopea esordiva».(2)
Aggiungiamo che Bixio, subito dopo, avrebbe fatto un discorsetto ai marinai, i quali, peraltro, avevano provveduto per tempo a salutare le ri- spettive famiglie, lasciando un gruzzoletto di soldi, maggiore di quello che di solito lasciavano per le frequenti lunghe assenze che la vita di marittimo comportava.
Quando si dice le coincidenze!

LA RECITA – In sostanza, il braccio destro avrebbe detto agli stessi marinai che potevano scegliere fra tornare a casa o arruolarsi con Garibaldi per conquistare (anzi: per liberare) il Regno delle Due Sicilie e per fare l’Unità d’Italia. I marinai, entusiasti, avrebbero detto di scegliere, seduta stante, la seconda opzione. Non a caso si erano portati anche la biancheria di ricambio.
Quarto, nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860, si parte!…
Le operazioni di messa in moto dei due piroscafi sarebbero state lente, complicate, confuse. E avrebbero richiesto diverse ore. Garibaldi, nella vicinissima borgata di Quarto, attende nervoso e preoccupato. Comincia già a sospettare che Bixio abbia fatto fiasco, nonostante tutto fosse stato preparato, per filo e per segno. Nei minimi dettagli, insomma.
Tuttavia, c’è da dire che anche la presenza a Quarto di Garibaldi, alloggiato a Villa Spinola, e la concentrazione di quegli oltre Mille volontari, con non pochi accompagnatori, erano ufficialmente un segreto. Così come era un segreto il fatto che gli alberghi di Genova e dintorni erano zeppi di clienti e che non tutti vi avevano trovato alloggio. Molti bivaccavano nei dintorni. Erano quei segreti all’italiana che avrebbero tanto affascinato i lettori dei giornali Inglesi in tutto il mondo. E avrebbero in seguito dato modo all’agiografia risorgimentale di avvalorare la tesi della spontaneità dell’iniziativa.
Finalmente, al largo dello «scoglio di Quarto», comparvero, sbuffando, i due piroscafi che si fermarono, però, prudentemente a debita distanza dalla riva. Non vi saranno problemi, perché, fortunatamente, sono già belle e pronte tante barche di ogni tipo per portare i Mille a bordo dei due colossi del mare. A questo punto entra in scena Garibaldi.
Ecco cosa scrive in proposito l’Abba:
«… Dinanzi, sullo stradale che ha il mare lì sotto, v’era gran gente e un bisbiglio e un caldo che infocava il sangue. La folla oscillava: “Eccolo! No, non ancora!”. E invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che scendeva verso il mare, o spariva per la via che mena a Genova. Verso le dieci la folla fece largo più agitata, tacquero tutti, era Lui!».(3)

I MILLE SCORTATI DA CAVOUR E DAGLI INGLESI – “Le numerose barche, poterono, così, avere l’ordine di procedere al traghettamento dei volontari sui piroscafi. Anche questa operazione durerà diverse ore. Ma non c’è fretta. Nessuno insegue i Garibaldini o minaccia di interromperne le manovre maldestre. Una sola condizione: la consegna del silenzio. Nessuno deve sapere niente… (quantomeno ufficialmente).
La prima sosta è prevista a Talamone, in Toscana. Ed in tale direzione i due piroscafi procedono tranquillamente. Appena si sono allontanati abbastanza dalle acque di Quarto, il Piemonte ed il Lombardo vengono seguiti con discrezione da alcune navi da guerra Piemontesi, agli ordini dell’Ammi- raglio Persano. Ufficialmente le navi da guerra Piemontesi dovrebbero inseguire e catturare quei pirati, che hanno avuto l’ardire di rubare le due navi.
Ma i veri ordini in merito li ha dati riservatamente e per iscritto il Capo del Governo, Camillo Benso conte di Cavour, allo stesso Persano e sono fin troppo chiari, anche per il politichese dell’epoca:
«Vegga di navigare – gli scrive – tra Garibaldi e gli incrociatori napolitani. Spero m’abbia capito».
In sostanza, la flotta piemontese non dovrà assolutamente raggiungere né bloccare la spedizione garibaldina. La dovrà soltanto proteggere da eventuali attacchi della Marina da Guerra Duosiciliana. L’Ammiraglio Persano non è certamente un’aquila, ma sa comprendere fin troppo bene ciò che Inglesi e Governo Piemontese gli ordinano di fare, di volta in volta.
Prescindendo dall’affidabilità del Cavour e del Persano, gli Inglesi, a loro volta, avevano adottato già qualche precauzione. A debita distanza della flotta piemontese, infatti, vi erano alcune navi da guerra britanniche che avevano preso sotto protezione i nostri eroi e le navi Piemontesi.
E li scorteranno fino alle acque territoriali siciliane. Qui avrebbero trovato altre navi britanniche.

L’ACCORDO TRA GARIBALDI E VITTORIO EMANUELE II – Insomma: le precauzioni del Governo di Londra non sono mai troppe. E saranno sempre utili, se non necessarie.
Il giorno 7 maggio 1860, l’Abba ci descrive, con i soliti intenti agiografici, il momento della lettura dell’ordine del giorno:
«La missione di questo corpo sarà, come fu, basata sull’abnegazione, la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senza altra speranza, senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompensa, allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della vita privata, allorché scomparve il pericolo; ma suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila ilari,

volenterosi e pronti a versare il loro sangue per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino or sono dodici mesi: “Italia e Vittorio Emanuele!”, e questo grido ovunque pronunziato da noi incuterà spavento ai nemici dell’Italia».(4)
Un particolare poco evidenziato: i Garibaldini sono a tutti gli effetti incorporati nell’Esercito Sabaudo, nel Corpo dei «Cacciatori delle Alpi».
Ed è questa una situazione a dir poco scandalosa.
Dai punti di vista morale, politico, giuridico e costituzionale resta il fatto che il proclama, che tanto fa commuovere l’Abba, altro non era che un’altra dimostrazione di come, fin dall’inizio, si fosse progettato di imporre alla Sicilia l’annessione al Regno di Vittorio Emanuele II. A prescindere dalla volontà dei Siciliani ed a prescindere dal plebiscito che, falso e spudorato, si sarebbe svolto soltanto il 21 ottobre di quell’anno.
Alcuni repubblicani intransigenti, indignati (pochissimi, per la verità), avrebbero successivamente tagliato la corda e se ne sarebbero andati. Altri, ben sistemati nella macchina unitaria, sarebbero rimasti.
Per Garibaldi il problema non esisteva. Fra l’altro il Nizzardo era legato, oltre che dalle tante affinità culturali e morali, anche da sincero affetto a Vittorio Emanuele II. Con questi aveva addirittura un filo diretto di costante intesa e di reciproca complicità. Senza però escludere qualche rivalità per il ruolo di prima donna del Risorgimento. Rivalità che però non riusciva a scalfire l’amicizia né i vincoli di consorteria… se non per brevi periodi.

ANCHE I REPUBBLICANI SUL LIBRO PAGA DEI BRITANNICI – Luigi Russo così scrive: «Il proclama fondeva in una sola unità i Mille ed i Volontari della campagna alpina dell’estate precedente; ma non tutti furono contenti delle parole del Generale. Il motto “Italia e Vittorio Emanuele!” garbò poco ai mazziniani, i quali avevano sperato che in Garibaldi, una volta in mare e con la camicia rossa, risorgesse la fede e l’istinto repubblicano.» […] (5)
E lo stesso Abba, giudicando quell’episodio a distanza di anni, così lo racconta con la sua consueta benigna equanimità:
«Molti non si sapevano liberare da certo scontento che aveva la- sciato loro il motto monarchico; ma la disciplina volontaria era forte. Difatti si staccarono poi dalla spedizione e se ne tornarono di là, alle loro case, soltanto sei o sette giovani cari. Seguivano il sardo Bruno Onnis che del motto “Italia e Vittorio Emanuele!” era rimasto quasi offeso. Repubblicano inflessibile, si era imbarcato a Genova sperando forse che Garibaldi, una volta in mare, si ricordasse d’essere anche egli repubblicano; ma deluso, ora se ne andava e se ne andavano con lui quei pochi, però senza che fosse fatto a loro nessun rinfaccio. Rinunciavano per la loro idea ad una delle più grandi soddisfazioni che cuor di allora potesse avere, e il sacrificio meritava rispetto».(6)
Quello che i memorialisti omettono, talvolta, di puntualizzare è che non pochi repubblicani, taluni diventati poi Padri della Patria, erano (pure loro!), nel libro paga del Governo Britannico già da tempo. Non si possono più dissociare, quindi, dal grande progetto unitario, proprio nel momento in cui questo sta per essere realizzato.
E sono costretti a fare buon viso a cattiva sorte…(Fine seconda puntata/continua)

Foto tratta da felicitapubblica.it

(1) Nino Bixio (nato a Genova nel 1821 e morto a Sumatra nel 1873) era di fatto il numero due della spedizione dei Mille, Luogotenente e uomo di fiducia di Garibaldi. Personaggio molto discusso. Diventò decisamente impopolare in Sicilia, soprattutto per la fucilazione, ordinata a Bronte il 10 agosto del 1860, di cinque cittadini (fra cui l’avvocato Nicolò Lombardo) sospettati di essere coinvolti nella sanguinosa sommossa di qualche giorno prima. Il tutto senza prove e per compiacersi gli Inglesi che avevano tanto aiutato l’impresa garibaldina. Sia durante la spedizione garibaldina del 1860, sia nella sua attività politica successiva, Bixio usò sempre toni sprezzanti verso i Siciliani

(2) Giuseppe Guerzoni, Vita di Bixio, pag. 158, Barbera, 1875. Testimonianza, questa, ripresa da Lorenzo Bianchi nel commento all’edizione del 1955 del testo Da Quarto al Volturno, di Giuseppe Cesare Abba, pagg. 28-29, Zanichelli.

(3) G. C. Abba, op. cit., pag. 18.

(4) Lo stesso proclama sarà letto, come vedremo, da Garibaldi in persona, dopo lo sbarco a Talamone, di fronte a tutto l’esercito garibaldino schierato. Peccato che in Sicilia troppi intellettuali e troppi scrittori continuino a parlare di un Garibaldi uomo sincero ed in perfetta buona fede, democratico, repubblicano e persino autonomista. Ingannato, però, da altri… La verità è che nel 1860 furono traditi ed ingannati soltanto i Siciliani.

(5) Luigi Russo, nelle note al libro Da Quarto al Volturno, di G. Cesare Abba, pag. 118, Sellerio, 2010.

(6) Ibidem.

Prima Puntata

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La vera storia dell’impresa dei Mille: tutto quello che i libri di storia continuano a nascondere

Posted by on Apr 14, 2019

La vera storia dell’impresa dei Mille: tutto quello che i libri di storia continuano a nascondere

Cominciamo oggi la pubblicazione a puntate di un saggio scritto da Giuseppe ‘Pippo Scianò, figura storica dell’Indipendentismo siciliano. Libro dal titolo emblematico: “e nel maggio del 1860 LA SICILIA DIVENTO’ COLONIA” (Pitti edizioni Palermo, 18,50 euro). Titolo che sintetizza in modo efficace la storia di un volgare imbroglio, contrabbandato come grande impresa epica. In realtà, come leggerete in questo volume – ricco di citazioni originali e di fatti nascosti dalla storiografia ufficiale – nell’impresa non di Garibaldi, ma degli inglesi che lo foraggiavano e gli impartivano ordini, non c’è proprio nulla di eroico.

Non vogliamo anticiparvi quello che leggerete, sicuramente con interesse, anche divertendovi, perché nell’operetta oscena dell’impresa dei Mille non mancarono gli aspetti tragicomici.

Due cose, però, le vogliamo dire.

La prima cosa è che quella che è passata alla storia come ‘L’impresa dei Mille’ fu, in verità, un’operazione di immane corruzione morale ed economica.

Senza la corruzione operata dagli inglesi e dai piemontesi e, soprattutto, senza il tradimento di generali, ammiragli e alti ufficiali del Regno delle Due Sicilie Garibaldi e i suoi ‘Mille’ non avrebbero nemmeno messo piede in Sicilia.

La seconda cosa – legata sempre alla corruzione – è il ruolo esercitato dalla criminalità organizzata del Sud. In questo volume Scianò parla solo della Sicilia e, per ciò che riguarda i criminali, della mafia siciliana, allora già attiva, anche se legata al feudo. 

Per i nostri lettori non si tratta di una novità. Nelle dieci puntare della ‘Controstoria dell’impresa del Mille’ pubblicata su questo blog (QUI TROVATE LE DIECI PUNTATE DELLA CONTROSTORIA DELL’IMPRESA DEI MILLE) abbiamo già raccontato del ruolo attivo svolto dalla mafia nelle ‘imprese’ garibaldine in Sicilia.

Nel saggio di Scianò l’argomento viene trattato in modo molto dettagliato. E questo è importante, perché è solo approfondendo la storia di quei giorni – quando comincia quella che lo scrittore Carlo Alianello definisce ‘La conquista del Sud’ – che si comincia a capire perché l’Italia di oggi è così brutta.

Del resto, lo stesso Indro Montanelli – che dell’impresa del Mille ha raccontato poco o nulla – ammette che il ‘mastice’ con il quale, nel Risorgimento, è stata fatta l’Italia era debole. Perché, aggiunge, il Risorgimento fu un fatto che riguardò pochi, lasciando fuori il popolo, che l’unità d’Italia la subì. 

La prima cosa è che quella che è passata alla storia come ‘L’impresa dei Mille’ fu, in verità, un’operazione di immane corruzione morale ed economica.

Senza la corruzione operata dagli inglesi e dai piemontesi e, soprattutto, senza il tradimento di generali, ammiragli e alti ufficiali del Regno delle Due Sicilie Garibaldi e i suoi ‘Mille’ non avrebbero nemmeno messo piede in Sicilia.

La seconda cosa – legata sempre alla corruzione – è il ruolo esercitato dalla criminalità organizzata del Sud. In questo volume Scianò parla solo della Sicilia e, per ciò che riguarda i criminali, della mafia siciliana, allora già attiva, anche se legata al feudo. 

Per i nostri lettori non si tratta di una novità. Nelle dieci puntare della ‘Controstoria dell’impresa del Mille’ pubblicata su questo blog (QUI TROVATE LE DIECI PUNTATE DELLA CONTROSTORIA DELL’IMPRESA DEI MILLE) abbiamo già raccontato del ruolo attivo svolto dalla mafia nelle ‘imprese’ garibaldine in Sicilia.

Nel saggio di Scianò l’argomento viene trattato in modo molto dettagliato. E questo è importante, perché è solo approfondendo la storia di quei giorni – quando comincia quella che lo scrittore Carlo Alianello definisce ‘La conquista del Sud’ – che si comincia a capire perché l’Italia di oggi è così brutta.

Del resto, lo stesso Indro Montanelli – che dell’impresa del Mille ha raccontato poco o nulla – ammette che il ‘mastice’ con il quale, nel Risorgimento, è stata fatta l’Italia era debole. Perché, aggiunge, il Risorgimento fu un fatto che riguardò pochi, lasciando fuori il popolo, che l’unità d’Italia la subì. 

Regno delle Due Sicilie, che ancora era uno Stato libero ed indipendente.

Paradossalmente avviene che la sola ipotesi di un eventuale Stato Siciliano

sovrano – proprio per la posizione strategica della Sicilia nel Mediterraneo -venga vista con diffidenza dal Governo di Londra. Ciò nonostante la tradizionale amicizia ed i trascorsi sostanzialmente filo-inglesi di gran parte di Indipendentisti Siciliani ancora presenti sulla scena politica.

La Sicilia, insomma, viene considerata dal Gabinetto di Londra come un fattore di instabilità e di pericolo proprio per la pax britannica. Vale a dire proprio per quel progetto più grande di nuovo ordine che la stessa Inghilterra, maggiore potenza del mondo in quel momento, vuole instaura- re nel Mediterraneo ed in Europa.

La conquista della Sicilia diventa, pertanto, il primo obiettivo da rag- giungere, senza darle alcuna via di scampo. Ovviamente facendola ingloba- re nello Stato sardo-piemontese saldamente in mano a Vittorio Emanuele
II. Il tutto con l’inganno, con la violenza e… soprattutto manu militari. Ed a prescindere dalla volontà e dalle aspirazioni del Popolo Siciliano.

Il premier inglese Lord Palmerston, leader dei Whigs, peraltro forte di un fresco successo elettorale è, infatti, da sempre sostenitore dell’utilità di quel grande Stato Italiano, da costruire, facendolo estendere, come abbiamo già detto, dalle Alpi al centro del Mediterraneo. E che diventi forte e credibile fagocitando due realtà statuali importantissime: lo Stato Pontificio ed il Regno delle Due Sicilie. Da aggiungere alle altre realtà geopolitiche del Centro e del Nord-Italia, già fagocitate e che ci permettiamo di definire minori (rispettosamente), soprattutto in rapporto all’incidenza sulla grande strategia imperialista della Gran Bretagna.

Il Governo Inglese ha un suo ben definito programma che vuole attuare al più presto. Teme, infatti, che quel facilista di Napoleone III, Imperatore dei Francesi, si accorga prima o poi del ginepraio nel quale si è cacciato. E teme altresì che l’Impero Austro-Ungarico e la Russia decidano a loro volta di raggiungere una intesa per attivare qualche contromossa.

Occorre, dunque, far presto e dare a tutta l’operazione una parvenza di legittimità rivoluzionaria interna al Regno delle Due Sicilie, per ingannare meglio l’opinione pubblica internazionale. Occorrerà ovviamente fornire alle varie diplomazie, che non volessero né vedere né capire, una buona giustificazione per continuare, appunto, a non vedere e a non capire.

La rappresentazione della tragi-commedia dell’Unità d’Italia, a queste condizioni, può andare in scena.

Gli attori in Italia non mancano ed i ragazzi del coro neppure, alcuni di rango altissimo. Il copione lo ha in tasca da tempo lo stesso Lord Palmerston. Non è affatto segreto, soprattutto a Londra. Ed è condiviso dalla maggior parte degli uomini politici britannici e dalla stessa Regina Vittoria.
Occorre, però, aggiornare i programmi ed organizzare e dare attuazione ad una nuova e definitiva rivoluzione anti-borbonica e filo-italiana in Sicilia. La miccia della millantata rivoluzione la dovranno accendere quei Mille volontari forti e puri, che da Genova andranno a dare soccorso ai ribelli Siciliani e che proseguiranno, subito dopo, verso il «Continente» per dare soccorso ai ribelli Napoletani…

Fatte queste premesse illustreremo gli altri contenuti del copione, seguendone, sin da questo momento e passo dopo passo, l’esecuzione, mettendo a confronto le testimonianze e le descrizioni dell’impresa, dai suoi molteplici punti di vista. La prima parte del copione prevede, come sappia mo, che la Spedizione dei volontari, con alla testa Garibaldi, parta dalla Liguria alla volta della Sicilia. Lo scopo dichiarato: dare sostegno alla immaginata ed immaginaria grandissima rivoluzione in pieno svolgimento in tutta la Sicilia. E della quale la stampa internazionale è stata informata. E continuerà ad essere informata e coinvolta, con grande abilità.

Ovviamente il tutto dovrà avvenire senza compromettere ufficialmente il Governo Piemontese (che pure vi collaborerà a tempo pieno ed attiva- mente). Si dovranno, prima di ogni altra cosa, procurare o, per meglio dire, catturare (fingendo di sottrarli furtivamente), i due grossi piroscafi ‘Lombardo’ e ‘Piemonte’, di proprietà della Società di Navigazione Rubattino di Genova, e portarli al punto di partenza della Spedizione che sarà la borgata marinara genovese di Quarto (a sinistra, foto tratta da trentoincina.it)

I Garibaldini dovranno fare una sosta a Talamone, dove, con un finto colpo di mano, preleveranno le armi. Queste sceneggiate, pur se di qualità scadente, saranno utili a convincere l’opinione pubblica internazionale della spontaneità dell’iniziativa di Garibaldi (che comunque sarà rifornito di ottime armi, successivamente, in Sicilia). Da Talamone, inoltre, staccandosi dal grosso, una piccola colonna di Garibaldini fingerà addirittura di operare un’aggressione allo Stato Pontificio. Ciò per continuare ad ingannare l’opinione pubblica internazionale sulle reali finalità della Spedizione dei Mille.

Ed infine le navi degli eroi potranno puntare le loro prue alla volta della Sicilia, dove tutto è già predisposto per la sorpresa. Non si andrà, tuttavia, a casaccio. La méta prescelta è proprio Marsala, la cittadina dove maggiore è la presenza di cittadini Inglesi, di ogni tipo. È notevole, in particolare, la presenza di grossi imprenditori, che hanno investito capitali ed energie nel prestigioso vino liquoroso denominato, appunto, ‘Marsala’. E che possono vantare, in città, ed in tutta la Sicilia, una certa leadership commerciale e finanziaria. Nel porto di Marsala è peraltro un via vai continuo di navi commerciali britanniche, intensificatosi in modo sospetto negli ultimi tempi.

Per non fare correre alcun rischio ai prodi Garibaldini, è stato previsto che alcune navi da guerra della flotta militare piemontese li seguano senza perderli mai di vista. Lo scopo dichiarato sarà quello di inseguire i pirati che avranno intanto rubato i due piroscafi. Ovviamente la scorta dovrà mantenersi a debita distanza in maniera tale da non raggiungerli, ma, nel contempo, di essere nella condizione di intervenire, in loro difesa, nel caso in cui qualche nave della marina militare del Regno delle Due Sicilie intercettasse e cercasse di fermare la Spedizione.

Tutto previsto, compreso il supporto dell’esercito mercenario Ungherese, che sbarcherà in Sicilia dopo qualche settimana. Si reciterà sul mare, insomma. Ed anche sulla terra. In Sicilia e nel Napoletano, intanto, la massoneria, la mafia (1) e le benemerite Fratellanze di tradizione carbonara, nonché ’ndrangheta e camorra, e tante autorità ed alti gradi dell’esercito e dell’Amministrazione Statale Borbonica, sono stati mobilitati dai servizi segreti di Sua Maestà britanni- ca per rendere tutto più facile all’Eroe dei Due Mondi.

Andiamo, però, con ordine, per non sciupare lo spettacolo… Non privo di sorprendenti aspetti comici. Ma che non ci farà affatto ridere, in quanto foriero di sventure. Anzi causa principale di uno dei più grandi traumi che il popolo Siciliano abbia mai vissuto.(2)

Il copione prevede che la caduta del Regno delle Due Sicilie e la successiva annessione al Regno Sabaudo siano presentati come fatti rivoluzionari, interni allo stesso Regno delle Due Sicilie. Una copertura sottile, ma da non sottovalutare. Per portare a buon fine la conquista, nella realtà gli Inglesi hanno previsto e predisposto l’ingaggio e l’utilizzazione di truppe mercenarie straniere. La più potente delle quali è la Legione Ungherese, della quale avremo modo di parlare più ampiamente.

I mercenari saranno numerosi e, ovviamente, posti al servizio di Garibaldi, con laute ricompense e con ampie possibilità di saccheggio. Figureranno, però, come volontari e come generosi benefattori improvvisamente folgorati, anch’essi, dall’ideale di fare l’Unità d’Italia con a capo, come Re, quel galantuomo di Vittorio Emanuele II di Savoia.

Insomma: tutti Italiani per l’occasione e tutti in aiuto… della Sicilia e della «sua» rivoluzione immaginaria. Con l’impegno – ovviamente – di liberare anche la Napolitania. La parte continentale, cioè, del Regno delle Due Sicilie, Napoli compresa.

(Fine prima puntata/ continua)

(1) Anticipiamo alcune osservazioni su una protagonista, la mafia, che ritroveremo spesso sul nostro cammino. Prima del 1848 ed anche prima del 1860, questa era pressoché inesistente e viveva ai margini estremi della società siciliana. La parola mafia (o meglio maffia, come si è detto e scritto fino alla metà del secolo XX), come termine che indicasse una vera organizzazione illegale, non esisteva ancora nei documenti ufficiali, né nel linguaggio letterario. Il suo ruolo e la sua potenza sarebbero cresciuti enormemente nell’ambito del progetto inglese di fare l’Unità d’Italia. I picciotti di mafia, le loro squadre (al servizio di nobili senza scrupoli, di agrari e di notabili, che avevano paura delle riforme che il Governo indipendentista del 1848 aveva fatto intravedere), fanno da supporto alla politica unitaria ed in particolare all’impresa garibaldina

del 1860. Questi reazionari temevano, altresì, le riforme che il Regno delle Due Sicilie avrebbe varato con il ritorno alla normalità. Da qui la scelta di accettare le offerte ed i compromessi che il  mondo degli unitari offriva. Già dal 1849 sembra che i picciotti delle squadre fossero regolar- mente stipendiati. Ma nel 1860 avviene il salto di qualità dei voltagabbana e del fenomeno mafioso: la mafia entrerà nelle strutture e nel sistema del nuovo Stato unitario, il quale ne avrà estremo bisogno per ridurre più facilmente la Sicilia a colonia di sfruttamento. Il ruolo della mafia, che appesta la vita pubblica e l’economia in Sicilia, è soprattutto quello di contrastare il nazionalismo
Siciliano, prima e dopo il 1860. La mafia sarà strumento della conquista della Sicilia e collaborerà con i partiti dominanti per perpetuare l’asservimento della Sicilia agli interessi del Centro-Nord Italia. Non agirà mai con il popolo Siciliano e per il popolo Siciliano, ma per se stessa.
Anche contro il popolo Siciliano ed i suoi interessi vitali, i suoi valori, il suo diritto alla libertà.

(2) Le conseguenze di quella conquista sono ancora oggi visibili nel degrado della vita pubblica, nella compressione dell’economia, nella deculturazione, nella complicata vita di ogni giorno, nella subordinazione, pressoché totale, agli interessi settentrionali, nelle carenze di ogni genere. E nella vocazione ascarica di non pochi fra i partiti politici dominanti ed i loro uomini in Sicilia.

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IL PRESIDENTE MESSICANO CHIEDE LE SCUSE DEL RE DI SPAGNA E DEL PAPA

Posted by on Apr 13, 2019

IL PRESIDENTE MESSICANO CHIEDE LE SCUSE DEL RE DI SPAGNA E DEL PAPA

In realtà è Obrador a nome del Messico che dovrebbe scusarsi per 80 anni di persecuzioni contro i cattolici (senza dimenticare che i cattolici spagnoli salvarono i popoli sottomessi dai sacrifici umani di Aztechi e Incas)

Il presidente del Messico, Andrés Lopez Obrador, festeggia a modo suo i 500 anni dell’arrivo di Hernan Cortés con i suoi conquistadores e dell’evangelizzazione del suo Paese. Ha scritto, infatti, al re di Spagna e al Papa di scusarsi per l’«invasione» e il «genocidio» (non ha usato questi termini esatti, ma il succo è quello) cominciati già con Cristoforo Colombo. Roba da matti. Dovrebbe, infatti, scusarsi lui, e a nome dell’intero Messico.
Ci volle la visita di Giovanni Paolo II nel 1979 per il disgelo: il Partito Rivoluzionario Istituzionale (sic!), al potere da sempre, vietava ancora ai preti l’uso della talare per strada e il Papa fu accolto, non dal capo dello Stato ma da funzionari minori, come «señor Wojtyla». E questo dopo ottant’anni di persecuzioni ai danni dei cattolici, culminati nella guerra «cristera» del 1926-29. Ancora qualche anno fa l’eletta Miss Mexico sfoggiava sorridente una maxigonna con stampate le foto dei cristeros impiccati ai pali del telegrafo. E ancora oggi la Chiesa è ‘costretta’ a beatificare i martiri di quella persecuzione, preti, suore, vecchi, donne e ragazzini come san José del Rio, giustiziato senza processo a 14 anni solo perché cattolico (vedi il film Cristiada del 2012, con Andy Garcia, Peter O’Toole ed Eva Longoria).
E veniamo a Cortés. Un altro film, Apocalypto di Mel Gibson (2006), mostra com’era il «paradiso» precolombiano. In una scena i guerrieri Maya allontanano col bastone una bambina malata e forse contagiosa. Lei profetizza loro che quando vedranno un uomo «correre col giaguaro» sarà il segno che il loro mondo sta per finire. Infatti, il film termina con lo sbarco degli spagnoli e la croce. Gibson non fece altro che ispirarsi a una vera profezia pronunciata da una malata, la sorella di Montezuma, imperatore degli Aztechi. Si chiamava Papantzin e nel 1509, ammalatasi gravemente, entrò in coma. Stavano seppellendola quando si risvegliò e raccontò che cosa aveva sognato: un essere biondo e barbuto vestito di nero sarebbe arrivato dal mare su «case con grandi ali» recanti croci nere. Avrebbe annunciato il vero Dio e fatto cessare i sacrifici umani.
Ora, gli Aztechi ricordavano anche un’altra profezia: nell’anno «1 canna» sarebbe tornato il dio Quetzalcoatl, il Serpente Piumato. Ebbene, proprio in quell’anno, il 1519, arrivò Cortés, che era vestito di nero perché quel giorno era Venerdì Santo. Montezuma e la corte lo accolsero come Quetzalcoatl, il dio che, secondo profezia, avrebbe abolito i sacrifici umani. Papantzin fu tra i primi a ricevere il Battesimo, col nome di Isabel.
Ancora adesso gli archeologi portano alla luce scheletri di bambini e bambine sacrificati sugli altari dagli Aztechi (e dagli Incas). Per inaugurare il tempio maggiore di Tenochtitlán, la capitale azteca, vennero sventrate 85.000 persone, e ci vollero settimane. Gli spagnoli si ritrovarono a camminare, inorriditi, su un tappeto di teschi umani. Ma l’orrore era cominciato subito, quando Montezuma offrì loro delle vivande condite con sangue umano. Una prelibatezza per gli aztechi, che ne avevano una tale abbondanza da usarlo anche per allungare la calce (ancora è l’archeologia a confermare).
I pochi conquistadores, infatti, furono salutati come liberatori dai popoli circostanti, costretti a far da vittime sacrificali agli Aztechi, che li razziavano nelle «guerre fiorite» (perché scatenate a ogni primavera). I disgraziati venivano portati in cima alla piramide, squartati e scuoiati, poi decapitati. Il sacerdote indossava la loro pelle, ne offriva il cuore agli dei e poi rotolava il corpo giù dalle scale. Arrivato in fondo, si scatenava la gazzarra per chi dovesse aggiudicarselo e farne banchetto con gli amici. «… e costruirono le loro chiese sui templi», scrive sdegnato il presidente messicano. Non ditegli che nel 1531 la Madonna in persona venne a benedire la Conquista, apparendo all’azteco battezzato Juan Diego. Sennò scrive pure a lei (e lei gli ricorderebbe la dinamite piazzata nel santuario di Guadalupe da un funzionario presidenziale nel 1921).

Nota di BastaBugie: se ancora non hai visto i due film di cui si parlava nel precedente articolo (Cristiada e Apocalypto), ti consigliamo di vederli al più presto, sono due capolavori assoluti, veramente imperdibili.
Per informazioni sui due film puoi cliccare sui seguenti link del sito FilmGarantiti:

APOCALYPTO (2007): UNA CIVILTA’ VIENE DISTRUTTA DALL’ESTERNO SOLO QUANDO SI E’ GIA’ CORROTTA AL SUO INTERNO
I motivi della caduta di una civiltà sono sempre gli stessi: ecco perché l’Occidente può fare la fine dei Maya
http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=17

CRISTIADA (2012): L’EPOPEA DEI CRISTEROS MESSICANI
Quando i cattolici sono costretti a impugnare le armi per difendere la Chiesa
http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=28

Titolo originale: Messico e balle. È Obrador che dovrebbe scusarsi

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 28/03/2019

Pubblicato su BastaBugie n. 607

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