Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Appunti sul Risorgimento /3

Posted by on Giu 14, 2019

Appunti sul Risorgimento /3

Marina Valensise su il Foglio di oggi, 21 novembre, intervista Alberto Mario Banti, docente di Contemporanea a Pisa, uno degli storici accademici di oggi più aperti nei confronti di una revisione critica dei cliché risorgimentali.

Se lodevole è l’intento dello studioso – che si dichiara “un po’ di sinistra” – di “lavora[re] su un’idea fantasma come la nazione, ‘scomparsa al discorso pubblico dei Paesi d’Europa nel 1945, quando nessuno voleva più passare per nazista o fascista, e consumata in Italia da 50 anni di egemonia cattocomunista’”, e convince la sua tesi di continuità di lettura del Risorgimento fra liberalismo e fascismo e azionismo, aggiungerei –, così il legame fra la costruzione ideologica della Padania leghista e dell’Italia dei risorgimentali, il punto debole del discorso pare proprio la tesi di fondo del pensiero di Banti.

Sostenere che “la nazione per il Risorgimento non è né un’astrazione culturale, ma un legame biopolitico, cementato dal concetto di stirpe. È un dispositivo che implica il sacrificio come forma di martirio, facendo dell’eroismo bellico il fulcro della memoria storica” significa ignorare completamente due cose: che nel liberalismo, che pure vuole l’unità e la libertà, questo concetto “biopolitico” non si ritrova, mentre il concetto di nazione che muove l’importante vena di pensiero e di azione risorgimentale ascrivibile a Giuseppe Mazzini, ancorché non giunga agli estremi del culto del Blut und Boden, è una perfetta astrazione culturale, sia perché inesistente in re, cioè la nazione italiana è altra cosa, sia perché non tiene neppure in sede teorica. D’accordo che la nazione sia in entrambi i casi il pretesto – benché a tutto Napoleone la parola d’ordine, lo slogan, il Leitmotiv allo stesso scopo fosse stato diametralmente opposto, ovvero l’umanità fatta d’individui, cosmopoliticamente intesa – per costruire uno Stato con determinate caratteristiche – ma anche per dare spazio a una monarchia periferica di recente costituzione. Così come è pacifico che il concetto subisca, di conseguenza, non poche torsioni. Tuttavia non vedo proprio come si possa estendere al Risorgimento una visione di essa, che persino il fascismo, dai pochi scrupoli di correttezza politica, eviterà di sostenere e che lo differenzierà enormemente dall’alleato nazionalsocialista. Il movimento risorgimentale annovererà in effetti fra i suoi protagonisti personaggi di spicco guidati dal modello britannico e da quello francese, dove la stirpe non ha spazio alcuno.

Secondo fosse vero il contrario, come sostiene Banti, come si concilia il mito dell’Eroe dei due mondi, della spada al servizio della libertà, con un’assolutizzazione dell’italianità di tal genere? Forse, paradossalmente, l’unico pensiero risorgimentale in cui si ritrovano fugaci tracce di operazioni intellettuali simili è il Primato degl’italiani di Gioberti, cioè di un cattolico liberale e nazionalista.

No, credo che l’esimio e apprezzato studioso colpisca alquanto fuori bersaglio. In particolare, le leggi razziali del 1938 paiono più uno strappo, il frutto di un momento fugace di prevalenza di forze modernistico-darwiniane all’interno di un regime nazionalistico sì, ma “romano”, che non una conseguenza della concezione continuista del Risorgimento fatta propria da Mussolini.

Va altresì detto, per concludere, che negare rilievo alla componente nazionale-razziale del Risorgimento non equivale all’obbligo di coltivare forme presunte antitetiche di patriottismo, come quel sedicente “patriottismo costituzionale”, del quale Banti si dichiara ammiratore e propugnatore. Non è questa una diversa forma della medesima astrazione culturale che condanna? Certo, è vero che la nazione è una realtà che vive nel tempo, quindi esposta ai venti della storia e suscettibile di modifica, ma è pur sempre la vita, ossia un divenire, di un soggetto ben distinto, cui i singoli sono legati non dal renaniano “plebiscito di tutti i giorni” – che pure, in qualche misura, è doveroso –, bensì da un legame collettivo che scaturisce proprio da quello cui il nome “nazione” rimanda, cioè da una “nascita”, un rapporto, che se non è necessariamente, di sangue, lo è di certo in termini di matrice culturale, di lingua e di locuzione – come sa qualunque traduttore, ed è la sua “croce”, un tedesco o un inglese e un italiano non solo parlano lingue diverse, ma pensano anche l’espressione verbale in maniera diversa –, di modi di azione e di reazione tipici, e di valori collettivi peculiari, condivisi e collaudati in esperienze secolari. Dove non vi è questo nesso formato da un sottofondo “fisico” “lavorato” dalla storia, non c’è nazione ma solo gens.

Le costituzioni passano, i territori si modificano – si spera pacificamente –, il sangue si mescola e si arricchisce: ma i popoli che vivono nella storia restano… Forse, allora, è meglio parlare di “patriottismo” culturale… e farlo senza escludere che il patrimonio ereditato sia un macigno inscalfibile…

fonte http://www.identitanazionale.it/riso_3009.php

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Quando il Sud Italia era più industrializzato del nord Europa. La verità che non ci hanno detto

Posted by on Giu 12, 2019

Quando il Sud Italia era più industrializzato del nord Europa. La verità che non ci hanno detto

Fra le regioni più industrializzate d’ Italia, prima del 1860, c’erano la Campania, la Calabria e la Puglia: per i livelli di industrializzazione le Due Sicilie si collocavano ai primi posti in Europa. In Calabria erano famose le acciaierie di Mongiana, con due altiforni per la ghisa, due forni Wilkinson per il ferro e sei raffinerie, occupava 2.500 operai. L’industria decentrata della seta occupava oltre 3.000 persone.

La piu’ grande fabbrica metalmeccanica del Regno era quella di Pietrarsa, (fra Napoli e Portici), con oltre 1200 addetti: un record per l’Italia di allora. Dietro Pietrarsa c’era l’Ansaldo di Genova, con 400 operai. Lo stabilimento napoletano produceva macchine a vapore, locomotive, motori navali, precedendo di 44 anni la Breda e la Fiat.

A Castellammare di Stabia, dalla fine del XVIII secolo, operavano i cantieri navali più importanti e tecnologicamente avanzati d’Italia. L In questo cantiere fu allestita la prima nave a vapore, il Real Ferdinando, 4 anni prima della prima nave a vapore inglese. Da Castellammare di uscirono la prima nave a elica d’ Italia e la prima nave in ferro. La tecnologia era entrata anche in agricoltura, dove per la produzione dell’olio in Puglia erano usati impianti meccanici che accrebbero fortemente la produzione.

L’ Abruzzo era importante per le cartiere (forti anche quelle del Basso Lazio e della Penisola Amalfitana), la fabbricazione delle lame e le industrie tessili. La Sicilia esportava zolfo, preziosissimo allora, specie nella provincia di Caltanissetta, all’ epoca una delle città più ricche e industrializzate d’ Italia. In Sicilia c’erano porti commerciali da cui partivano navi per tutto il mondo, Stati Uniti ed Americhe specialmente. Importante, infine era l’ industria chimica della Sicilia che produceva tutti i componenti e i materiali sintetici conosciuti allora, acidi, vernici, vetro.

Puglia e Basilicata erano importanti per i lanifici e le industrie tessili, molte delle quali gia’ motorizzate. La tecnologia era entrata anche in agricoltura, dove per la produzione dell’olio in Puglia erano usati impianti meccanici che accrebbero fortemente la produzione. Le macchine agricole pugliesi erano considerate fra le migliori d’Europa. La Borsa più importante del regno era, infine, quella di Bari.

Una volta occupate le Due Sicilie, il governo di Torino iniziò lo smantellamento cinico e sistematico del tessuto industriale di quelle che erano divenute le “province meridionali”. Pietrarsa (dove nel 1862 i bersaglieri compirono un sanguinoso eccidio di operai per difendere le pretese del padrone privato cui fu affidata la fabbrica) fu condannata a un inarrestabile declino. Nei cantieri di Castellammare furono licenziati in tronco 400 operai. Le acciaierie di Mongiana furono rapidamente chiuse, mentre la Ferdinandea di Stilo (con ben 5000 ettari di boschi circostanti) fu venduta per pochi soldi a un colonnello garibaldino, giunto in Calabria al seguito dei “liberatori”. (Fonte: Regno delle Due Sicilie – La verità che non ci hanno detto).

fonte https://www.saper-link-news.com/quando-il-sud-italia-era-piu-industrializzato-del-nord-europa-la-verita-che-non-ci-hanno-detto/

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Appunti sul Risorgimento /2

Posted by on Giu 12, 2019

Appunti sul Risorgimento /2

Lo storico de La Civiltà Cattolica (quad. 3848), padre Sale, rivisita le ragioni che spiegano la drastica opposizione al Risorgimento del beato Papa Pio IX.

Secondo il giovane studioso della Compagnia, tre sarebbero in sostanza tali ragioni: a) il mantenimento di uno “scudo” per la Cattedra di San Pietro; b) i giuramenti, non meglio specificati, che lo obbligavano a non cedere mai ad alcuno i propri domini territoriali; e c) il desiderio di scongiurare la “ruina delle anime” dei propri sudditi esponendoli a un regime nuovo che […] ne insidierebbe la fede e ne corromperebbe i costumi”. Tutte ragioni valide, secondo padre Sale, ma l’accanimento nel perseguirle sarebbe dovuto solo alla limitata ottica ecclesiale ottocentesca di Papa Mastai, di un secolo cioè di cui egli era pienamente figlio.

La ricostruzione in sé pare buona. Solo che i commenti e le spiegazioni che lo studioso adduce non convincono del tutto.

In primis, e come impressione di fondo, ridurre lo scontro fra Chiesa e Risorgimento a una persona e alla sua personalità pare quanto meno inadeguato e fuorviante. La politica della Santa sede verso i governi e i movimenti politici del secolo XIX era sì influenzata dalla personalità del suo massimo attore, cioè il pontefice del tempo, ma le sue linee iniziano e continuano oltre il pontificato di Pio IX e vanno calate cronologicamente, geograficamente e dottrinalmente in un contesto meno personalizzato e più ampio. La denuncia della Rivoluzione politica e sociale, e della Rivoluzione italiana in particolare, risaliva a Pio VI, e nell’Ottocento le condanne delle dottrine liberali e delle sette gnostiche e comuniste erano già fioccate numerose. Ricordo fra l’altro che il pontificato di Pio IX coincide con la travolgente diffusione del cattolicesimo nell’America settentrionale e con un enorme sviluppo delle missioni ad gentes oltremare. Lo Stato pontificio era in questa prospettiva uno spazio di retrovia del tutto indispensabile, dove poter ospitare e formare generazioni di apostoli. Infine, le ragioni dottrinali della resistenza al liberalismo e al socialismo e a ogni altra dottrina della modernità declinata in chiave “eversiva” di lì a poco sarebbero state magistralmente e nitidamente riassunte in quel Sillabo, che sarebbe rimasto per decenni come pietra d’inciampo per ogni dialogo con le ideologie moderne.

Dunque, la questione va al di là di Pio IX e, per la verità, anche di Camillo di Cavour, dal momento che costui, benché geniale, non era un demiurgo, ma l’espressione di un ambiente e di una mentalità.

Scendendo un po’ più in dettaglio, padre Sale coglie bene – riporta a riguardo un brano di evidenza solare di Papa Mastai Ferretti – che il problema del potere temporale era legato all’altro, nevralgico, della libertas Ecclesiae. E concordo con lui quando sostiene che Cavour era mosso solo dagl’interessi politici del suo re e dal suo discreto credo liberale (aggiungo io). Però, non si capisce – proprio letteralmente, dalle parole di padre Sale – che cosa avrebbe dovuto fare il Papa, dal momento che la sua politica […] non teneva presente” che le condizioni storiche da un secolo […] erano notevolmente cambiate”, e che molti Stati coevi erano giurisdizionalisti e secolarizzati.

Riguardo al secondo punto, lo storico gesuita cita correttamente e fedelmente la frase del Papa in una lettera a Vittorio Emanuele II, in cui afferma che “Mi veggo obbligato a dichiarare […] di non poter cedere le Legazioni senza violare solenni giuramenti verso i quali mi sono obbligato al momenti dell’elezione nel 1846″. Così pure il passo in cui Pio IX sostiene che “la dignità e i diritti di questa Santa Sede non sono i diritti di una dinastia, ma bensì [sic] diritti di tutti i cattolici”. E, infine, dà risalto – benché aleggi una lata accusa di ondivago legittimismo – al monito che il Papa formulerà ai sovrani cattolici in trono, di non indebolire i diritti dei sovrani italiani esposti al rischio della deposizione per ragioni politiche e ideologiche arbitrarie, perché tali diritti simul stabunt, simul cadent. Qui lo studioso della Compagnia perde l’occasione forse più ghiotta per sviluppare un’argomentazione forte a sostegno delle ragioni della Santa Sede. Infatti, è proprio il secondo argomento che viene di solito trascurato, ma che i polemisti cattolici di quegli anni — per esempio, padre Sale avrebbe forse potuto trovare nella biblioteca dell’ordine ignaziano traccia dei molti volumi di monsignor Mario Felice Peraldi (1789-1863) sull’inviolabilità dei diritti legati agli Stati del Papa — hanno ben presente. E cioè che le sovranità confluite sotto l’autorità del Pontefice romano e i beni materiali del Patrimonio di San Pietro non sono stati prodotti o acquistati dalla Santa Sede, bensì ereditati da soggetti pubblici e privati che se ne sono spogliati per metterli al servizio di una finalità, che coincide con la missione della Chiesa, cioè il culto, l’evangelizzazione e la carità. E il trade di allora, il do ut des, l’impegno che prendeva chi ereditava, era di svolgere meglio con i beni ricevuti quei compiti, obbligandovisi sia de iure, sia moralmente. Era una questione di parola data, di pacta servanda.

E la conquista sabauda imponeva, quindi, a Roma di rinunciare alla parola data. La Chiesa non poteva però prestarsi più o meno volontariamente a tale negazione che, per di più, avrebbe ridotto quel più ampio respiro delle tre funzioni evocate. So che è un problema poco illuminato, ma l’esistenza di uno Stato della Santa Sede anche ai nostri giorni testimonia che quello dello Stato sovrano – benché minuscolo – è ancora la forma con cui il Vicario di Cristo crede, al di là delle mille guarentigie degli Stati secolarizzati moderni, che si difenda la libertas Ecclesiae. Ovviamente, per quanto concerne i beni materiali espropriati, l’indennizzo del 1929 ha potuto sanare solo in parte l’ingiustizia perpetrata dai risorgimentali.

L’ultima tesi, quella della “ruina delle anime”: “Questo rovescio di principii — scrive Pio IX — , questa studiata perdita del senso morale e del retto giudizio è quello che affligge il mio cuore più assai della perdita dello Stato della Chiesa” (1861). È una confessione che può far sorridere persone come noi che vivono dalla nascita immerse in un contesto machiavelliano, di politica amorale, drammaticamente peggiore di quello denunciato dal Papa. Però, non basta dire, come fa padre Sale, che si trattò di un allarme ingiustificato solo perché le statistiche rivelano che la fede, l’organizzazione e l’anima religiosa degl’italiani rimasero immutati anche dopo il 1861-1870. Se così fu, si trattò del persistere di una antica e profonda piantagione che non poteva essere sradicata tout court. Ma se si estende lo sguardo al di là dell’immediato, ci si accorge come la preoccupazione che affliggeva il cuore del beato pontefice era ben fondata: oggi si viene riscoprendo la profeticità del Sillabo perché si vedono le dottrine allora condannate in re, allo stato puro, e se ne vedono i frutti tragici e infecondi. In specifico, pronosticare che un habitat aperto, ma reso ostile dal prevalere delle forze materiali più potenti, ovvero quelle anticattoliche, quelle che in nome di valori in sé buoni perseguono in ultima istanza davvero la “ruina delle anime” – proviamo a pensare a qualche sabato sera in una qualunque discoteca del Paese oppure pensiamo alla ricaduta sociale di leggi come il divorzio e come la disciplina abortista o alla diffusione degli anticoncenzionali abortivi e non, tutte realtà “figlie” e “nipoti” di quella temperie spirituale che il santo pontefice vedeva far capolino all’orizzonte – è solo saggezza applicata e un insegnamento di cui far tesoro.

Dunque, giudicare la bontà o la invalidità di un atteggiamento storico – ma anche un gesto di uomo di fede del pastore supremo della religione che lo accomuna a padre Sale, al suo ordine e a chi scrive – solo sul breve periodo pare quanto meno improprio e riduttivo. E addurre esempi di Stati costituzionali a forte presenza cattolica, per svalutare la preoccupazione di Pio IX, non basta. Andiamo a vedere che cosa è rimasto di cattolico in Paesi come il Belgio e la Francia! Se i marchigiani e gli umbri e poi i laziali fossero rimasti sudditi del Papa, sarebbero stati ipso facto preservati dalle patologie della modernità? Sicuramente no: troppo forte ne era e ne è la pressione. Certo lo Stato “orientato” di suo non basta. Però, una delle funzioni dell’autorità politica è proprio di contribuire a realizzare il bene comune materiale e spirituale dei cittadini. E probabilmente un contesto pubblico un po’ meno permissivo avrebbe attenuato l’impatto della modernità novecentesca, che porterà con sé eventi tragici e sanguinosi, su di loro… E, per favore, non mi si tiri fuori, come ormai d’obbligo, l’”arma impropria” della discriminazione legale degli ebrei, uno di quei punti in cui l’accettazione della modernità — nel suo aspetto migliore e fisiologico, quello che la Chiesa ha sempre praticato e praticherà — avrebbe dovuto agire fin dai tempi di Papa Pio IX… Ma che lo storico può e deve comprendere fosse ancora in essere in un contesto dominato ancora dalla “teologia della sostituzione” e in cui, nel cuore della cristianità, la difesa dell’identità religiosa cristiana contro il giudaismo era una preoccupazione di primo piano.

Oscar Sanguinetti

fonte http://www.identitanazionale.it/riso_3008.php

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Il Duca di Maddaloni all’On.Giuseppe Massari-aprile 1861

Posted by on Giu 11, 2019

Il Duca di Maddaloni all’On.Giuseppe Massari-aprile 1861

AL CAVALIERE GIUSEPPE MASSARI
Deputato al primo Parlamento Italiana
A te, mio caro Massari, intitolo questo scritterello; perchè ti conosco indipendente, buono, tollerante. Io penso altrimenti che non faccia tu per le cose dell’Italia meridionale, e pur tuttavia mi rivolgo a te perocchè, sono certo, tu perdonerai alle mie parole, siccome perdono io alle tue, l’une e l’altre movendo da anime sinceramente libere e d’ogni velleità di plauso sdegnose.

Sta sano frattanto e credi
Torino, 6 aprile 1861
Al tuo amico
IL DUCA DI MADDALONI
Ho sempre portato opinione che, non altrimenti una falsa postura faccia ridicoli- gli uomini, il non sapersi o non volersi dire la verità, nella sua più verace essenza, intorno a que’mali che a’tempi nostri intravengano, fosse precipua cagione del non potervi applicar quel remedio che loro sarebbe a salute. Ed in fatti, quanto bene e securo provvederebbe alla guarigione di alcuno infermo quel medico che vi si affaccendasse, lui a studio ingannando e sè stesso? Quel medico il quale o pretermettesse l’analisi dei mali curati già da esso malato, o non sapesse la struttura del corpo studiarne? Le infermità non si accarezzano nè le accarezzeremo noi per certo, o della verace loro essenza taceremo: chè se il nascondere l’animo proprio la è brutta opera in uomini privati, in uomini deputati a posta per dichiararlo è mostruosa. Però io non oratore, io che per la irascibilità dell’indole, per una cotale emormosi delle fibre veggomi impedito di perorare, e sin poco adatto al disputare confessomi, qual che ella siasi, ho divisato scriverla l’opinione mia. Nè è già che speri poter trarre al mio povero avviso i tanti e preclarissimi ingegni onde si onora il parlamento mostro, ma perchè la coscienza quietasse, nè il mio nome avesse a goder di trionfi non suoi, o di non suoi torti a patire. Pur tuttavia, perchè nella espressione di essa e nello indicare il modo che solo parmi efficace alla pacificazione delle provincie meridionali dell’Italia nostra potrei venir sospetto di non grande amore per l’unificazione dello stato o di soverchio municipalismo appuntato (e dico soverchio per sincerità d’animo, perciocchè di uomini affatto digiuni di esso, io credo, non ve ne abbia punto), stimo opportuno significare tutta quanta l’opinione che io porto intorno alla novissíma rivoltura, e perché io che quantunque libero sempre e sempre pensoso del bene dell’Italianità, non posso glorificarmi dello aver tratto ferro per codesto rivolgimento o detto parola che il sospingesse, ne abbia poscia volentieri la necessaria sua conseguenza accettato.

L’unificazione d’Italia fu sempre la più naturale delle aspirnzíoni degli Italiani, i quali, purchè ella seguisse, non badavano mai nè al come n’è a chi la farebbe, fosse egli straniero come Arrigo di Lucemburgo o Carlo VIII di Francia od altro, fosse egli tiranno immanissimo siccome un Ladislao re di Napoli, un Cesare Borgia, un Bernabò Visconti. Ma tra perchè le opere umane vogliono, non altrimenti che i frutti della terra, la stagione loro per maturare, e perché i nostri padri andarono di gran lunga errati nel credere uomini piccioli poter fare cose grandi, ed uomini malvagi buone opere, la unificazione d’Italia rimase sempre, qual sogno fra gl’Italiani, e fu tenuta non molto più verificabile della Città del Sole del Campanella, dell’Isola di Utopia di Tommaso Moro, o della Oceania di lord Harrington, non altrimenti che, per le molte ed aspre diffalte, i partigiani suoi avuti in conto di ercadi fra ì politici: .

Ma, grazie alle stesse disfatte dei popoli italiani, grazie alla virtiù di una gran Casa (grande nella fede di cavaliero e nel valor delle pugne) e grazie non meno agli altri principi d’Italia, che, mentre i popoli gli volevano se non giusti, almeno italiani, incocciavano nello esser tedeschi;la unità d’Italia per tanti secoli indarno sospirata divenne subitamente non solo un fatto, ma la necessità vitale della esistenza sua. Io so bene come ci abbia di taluni i quali pretendono non della esistenza sua, ma necessità del momento sia essa: ma arrabattarsi a dirlo che giova? Quando in un paese tutte le campane suonano a stormo, che rintocchi, una a rilento, egli è a sperare ne sturbi l’armonia, o che sia intesa anch’essa un tantino? Bisogna aspettare quieti il tempestar di quei suoni per sapere quale di meglio si venga. Nè io dubito che, come Italia ricuperato avrà la capitale sua, e tutte le membra del bel corpo, quando il potere regio sarà pacificato col potere sacerdotale, quando la nobilissima delle nazioni europee sarà entrata nel suo letto geografico e politico, le nostre città s’informeranno ad una grande, ad una novella esistenza, che le antiche metropoli non patiranno carizia di popolazioni, n’è di ricchezze, nè di splendore. Conciossiachè le città grandi non siano tali perché fondate a ciò essere, o perchè sorgessero più anticamente delle altre. Esse, come tutte, vennero fuora quali prime e quali poi, e al par delle altre nacquero piccole,e se in processo di tempo diventavano grandi e forti, non fu pel fatto di principi o d’istituti, ma per peculiare condizione della loro postura. Adunque alloraché Roma sarà novellamente a capo della Italia nostra, ed in essa si assembrerà l’italiano parlamento, e vi converrà il Principe per prendervi la corona, e Vi siederà non meno il successore del Beato Pietro che dalla Italia impera su dugento milioni di coscienze, Milano sarà nell’alta Italia ciò che a tempi del romano imperio fu pure, la maggiore delle città subalpine, il centro del commercio con le Gallie e la Magna; Firenze, Bologna l’Atene, l’Alessandria delle nostre cantrade ; Genova, Venezia, Messina torneranno non meno prospere che in antico, saranno le nostre Tiro, Corinto, Sidone; Palermo la più diretta scala per Oriente; Torino sempre con devoto animo visitata dall’italo peregrino, essa la Nazaret di codesta novella Galilea; Napoli ciò che a tempo del Romano imperio era pure, il ritrovo di quanti italiani vorranno di più placido cielo godere e di terra incantevole e di ameni abitatori, il luogo di diporto e di riposo degli illustri tutti e dei grandi che per lo migliore della pubblica cosa dovranno alla città eterna recarsi.

Oltre a ció non antiveggo meno che, sendo le nazioni grandi e più che altre le marittime (e potenza marittima sarebbe di santa ragione l’Italia nostra, padrona,di tre mari) necessitate a procacciare sfogo alla loro industria nvon solo, ma a quell’ambizione di pigliare e di proteggere che mai non si scompagna dai forti, Italia non dismetterà le antiche sue mire, in quella per appunto che possiede a re principi di casa Savoia, i quali per il genio avventuriere della stirpe non sanno, al dir del Botta, “tenersi quieti a far niente”, principi generosissimi che quando erano conti annestavano borghi e castella a’loro feudi, quando duchi ducee, e quando re divennero regni. Però Italia, volendo spandar le ali, non può che sulla Morea, sul Peloponneso, per le coste d’Africa; nè questo suo natural movimento potrebbe meglio spiegare che, dal golfo partenopense, antica stanza delle dassi romane, ed in Italia piu centrale riposo si a quelle navi che vi riparano dai mari del Norte come a,quelle che vengonvi dal Sud.
Vedete bene come io, oltre alla sicurezza della indipendenza italiana, la quale verrebbe indubitatamente tutelata dalla unificazione, comprendessi a capello i vantaggi tutti di codesto ordinarnento, come io precorressi alle mire, ai desiderii dei più caldi nostri unitarii. Io non temo per Napoli, ma spero; ed il municipalismo mio, anziché farmi abborrire dalle presenti rivolture, mi sforza verso di esse.

Ma per conseguire tutti quanti questi beni, avrà a durare stagione: dappoichè le frutta dell’albero della libertà se belle e saporose, sono pur lente a crescere e più a maturare; né meno di esse sono tarde, quelle che colgonsi dalla formazione degl’imperi, opera lunga sempre e difficile, e che, pur troppo, meglio con la spada, di condottiero che con le dicerie della libertà si consegue. Né minore spazio, a parer mio, dovrà correre per riaver Roma senza offendere la cattolicità. E però, come ci avremo noi a governare frattanto, come avremo a pacificare le provincie meridionali, le quali, sia per natural talento degli abitatori suoi, sia per opera di fazioni, tanto osteggiano l’unificazione della penisola? Molti provvedimenti vennero dettati dagli onorevoli colleghi miei, molte cause furono parlottate (per cosi dire) intorno al malore che quelle provincie consuma, ma a parer mio nè queste cause sono le vere, né però i rimedii proposti efficaci.

Un chiaro e dotto, e, più che dotto, virtuoso pubblicista della patria mia, in un certo suo discorso sulla Situazione politica d’Italia opinava la rivoluzione nelle provincie meridionali essere stata estrinseca. Ma io non so accomodarmi assolutamente a codesta sentenza, dappoichè tengo i popoli del Napoletano essere stati l’avanguardia della rivoluzione italiana, la quale se in alcuna guerra o battaglia cade mortificata dalle armi nemiche, quando il rimanente esercito riporta vittoria, non si ha a dire non combattesse, e frodarla della gloria che la università dei soldati vendicavasi. Il fato di Leonida preparò la vittoria di Temistocle. Oltre a che i popoli del napoletano aiutarono grandemente la rivoluzione italiana col non mai acquetarsi alla tirannide, col protestar alto fra quei danni i quali essopativa; appunto perchè non aveva voluto venire a composizione con i Borboni, le libertà accettandone, ponendo giù l’ira e il pensiero, della italianità. Quando i principi della media Italia fuggivansi, riparavano sotto alle bandiere austriache, essi non avevano ancora riconceduto i liberali statuti ai loro popoli, o non dichiarato che combatterebbero contro lo straniero: ma a Napoli i Borboni, quando stranati dal regno, avevano riconceduto le libertà, si erano anco offerti a gir di brigata coi principi di Casa Savoia contro agli Austriaci acquartierati nella Venezia ed ai Merodiani che scorrazzavano per le Marche. Ma i Napoletani schifarono libertà ed italianità borboniche ed insorsero e vennero incontro al Capitano che aveva già ribellata Sicilia alla,dinastia di Carlo III.

Un movimento non puó estrinsecamente operarsi senza l’aita o almeno il consenso di chi il subisce, non altrimenti che non puoi mettere spada in vagina che ricusi schiudersi o vacilli. Ma dopo la discesa del Garibaldi declinava la rivoluzione. Essa non era, ma pigliava faccia di patita, anzi di sconvolgimento, e ciò, non per malo animo dei cittadini nostri, ma per la imperizia di chi erane preposto al reggimento, ma perchè alla tirannide dei borboni succedeva (dobbiamo pur addimandarla pel nome suo?) la tirannide dei fuorusciti; veniva in odio per gli errori del governo centrale, che credette l’agnella potesse papparsi il toro senza a mezzo il pasto crepare.
Il governo piemontese, a parer mio, doveva temporaneamente sicilianizzarsi, doveva stabilirsi in quelle nostre contrade e soprapesare alle parti dissidenti con tutto il pondo delle forze sue. Questai metamorfosi (se metamorfosi può dirsi l’ingrandirsi, non il tasformarsi affatto di un corpo) era necessaria, era vitale cosi alla meridionale come alla settentrionale Italia; nè già cessa di essere, anzi più e più stringe la necessità sua per il malo andazzo delle cose. Chi occupa alcuna terra deve porsi in essa per guardarla, se vuol gli rimanga. Codesto è dogma di storia, è stato osservato dai politici di ogni tempo, di ogni nazione. Ciò consigliava il Machiavelli a’principi che a’giorni suoi occupavano microscopici stati: e quanto nol consiglierebbe oggi in tanta mutazione d’Italia? Oltre a che io non mi terrà dal dir cosa cui prima forse non avrei voluto, ma che oggi mi è pure necessità di coscienza ricordare, cosa che parrebbe oltraggiosa alla gente del paese mio; e che per verità da’uomini di altra terra non vorrei udire, sendo la patria,non altrimenti che l’amanza, la quale se infedele, o malvagia noi vogliamo gridare e querelare; ma non tolleriamo ci sia detto. Io adunque ricorderò una sentenza del Guicciardini, che molto spiacquemi quando lessi, benchè, e forse appunto perchè, ne riconoscessi la giustezza, e la quale oggi mi occorre come tormento alla memoria, ed il povero mio spirito martella. Quel sommo uomo di Stato, quel politico invecchiato non solo negli studii ma nella pratica delle cose umane, parlando del reame di Napoli, diceva esso non tenersi mai in pace nè in fede che quando non abbia alcun pretendente cui darsi. Terribile verità,, ma verissima!
E questa presentirono tutti i principi che tennero il trono di Napoli per ragione di sangue, o che per pontificia investitura vi si insediarono. Arrigo VI imperatore, succedendo ai Normanni per diritto della moglie Costanza, tuttochè avesse morti o abbacinati od evirati gli eredi di Tancredi conte di Lecce ed i pretendenti tutti uscivansi del sangue di Hauteville, lasciò d’inprovviso il forte Stato del primo Federico, che dalle foci del Vesèro alle faldi delle Alpi Retiche si espandeva, ed impiantò nella Sicilia il governo suo. Federico II imperatore, battuti i principi tutti della Magna e tutte le ribellanti città di Lombardia e di Romagna, ma credette poter altrimenti conservar la Apulia, la Sicilia, che facendo l’Italia e la Magna provincie di quelle anzi che quelle provincia di queste. Carlo di Angioia francese,e però uscito dalla gente più amica alla propria terra, quando, assunto al trono di Napoli, benchè vi sedesse per sentenza della Romana Curia, atto del quale credevano afforttificarsi anche i principi più lontani, i re delle Spagne, d’Inghilterra, i quali tenevano per essa investitura santificato il poter loro, benchè avesse fatto della stirpe di Hohenstaffen quel governo stesso che della stirpe di Ruggero,aveva fatto, Arrigo VI imperatore, tuttochè possedesse la più bella, la più ricca parte di Francia e la più Civile a quei giorni, civile quanto Italia e più (secondo che afferma taluno) la Provenza, l’Angioia, il,Forcalcario, il Venassino, ed in Italia le contee di Nizía e di Tenda, credette non poter fermare l’autorità sua nella Italia meridionale, nè poter tenere in soggezione i ghibellini di Toscana e di Lombardia che facendo stanza a Napoli esso non solo, ma con lui i principali baroni di Provenza. Alfonso di Aragona lasciò quattro regni per serbarsi re di Napoli, e se il trono di esso preferi trasmettere a Ferdinando bastardo, piuttosto che a re Giovanni suo fratello, ció fu per consiglio di quel sapientissimo e fortissimo Diomede Carafa , il quale facevagli notare come più Facilmente andasse perduta l’opera sua passando melle mani di re Giovanni, spagauolo troppo e troppo fiero della avita signoria, che passando in quelle del bastardo, cui il padre non meno che il popolo tutto del napoletano aveva già avuto agio, di conosceere, nè certo tacevansi di qual natura avara e crudele si fosse. Carlo VIII per contrario credette aver tutto fatto nel prendere Napoli, nell’esservi stato chiamato, benedetto, plaudito, ed andò via, e peró, tuttochè, vincitore al Taro, non appena valicato aveva le Alpi, Ferrandino tornò nel regno, dai Napoletani con grandi feste incontrato; non men che con grande valore difeso, con un valore che credevasi spento per sempre negli eredi dei Campani e dei Sanniti.

Né è a dire come i Napoletani odiassero il governo vicereale. La casa da Habsburg, che possedeva le Spagne, la Frisia, la Belgica, la Olanda, il Portogallo, il Tirolo, il Milanese, la Sardegna, le Indie, che aveva tributarii, sì tributarii, tutti gli altri principi d’Italia, e perfino il Papa, che teneva Francia in angustia, stringendola il ramo di Spagna dai Pirenei e l’imperiale dal Reno; con grande spesa e maggior pena teneva Napoli (la quale non aveva allora pretendenti altri che i poveri e perseguitati duchi di Lorena, allora ciambellani del Cristianissimo) e però lo sublimava con titoli, ed adulava ,e palleggiava con un governo affatto autonomico, lasciandogli le sue leggi, i suoi parlamenti, le consuetudini e fin gli ambasciatori di parecchi potentati permettendovi risedere. I monarchi della Spagna cedettero alla Sicilia persino il dritto di pace e di guerra, abbandonarono i loro proregi al sindacato del parlamento. Non pertanto il governo vicereale vi era esecrato. Io non voglio qui sciorinare le rivolture e le ribellioni tutte che travagliarono in quej due secoli le Sicilie; ma solo ricorderò come quel frà Tommaso Campanella chiamasse sin il barbaro Turco per liberar dai civili Spagnuoli le sue contrade. Nè certo è a credere il Campanella, filosofo cristiano ed amatore ardente d’Italia, volesse impiantarvi i musulrnani, ma poneva mano a quest’arma sperando di quella conflagrazione avesse a nascer alcuna mutazione salutevole. Però non vo’ dire se bene o male si apponesse, ma sol ne inferisco quanto violento fosse l’odio contro al governo vicereale da far bramare a politici italiani la discesa di quei barbareschi, che erano il terrore di tutta cristianità. I governi non possono durare che quando consentiti, massime in questa terra meridionale, dove così vivace è l’ingegno e cosi mutabile il volere. I principi della casa di Aragona erano grandi re, valorosi, belli, cavallereschi, amici dei letterati, della civiltà, dei piaceri, larghi di lor pecunia ai popoli e di titoli e privilegi ai signori; ma essi avevano perduto la confidenza dei sudditi, erano mancatori di fede, e però, non ostante il valor proprio ed il valore dei baroni della parte loro, furono due volte stranati dal regno. Il conte di Lemos soleva dire a quei personaggi cui mandava a regger le sorti delle Sicilie
Con los nobles eres lodo
Sin los nobles eres nada.

In chi passasse, oggi la prepotenza dei magnati non è mestieri parlare, e però io dico ai ministri della Corona Sabauda di amicarsi i popoli delle Sicilie, perocchè senza quelli l’Italia ned essi saranno. Io so che tutto è venuto a bene sin ora quello che tentato abbia questo grande uomo di stato del tempo nostro, il conte di Cavour; ma vorrei ch’egli ricordasse pure una bellissima sentenza del nostro Gioviano Pontano, che anch’esso, era uomo di stato: “in utraque fortuna fortunae ipsius memor esto”.
Perchè dunque (non dico per sempre dappoichè sia fermo doversi andare a Roma), ma per poca ora dì tempo il conte di Cavour non trasporta a Napoli la sedìa del Governo? Ciò, mi fu detto, gli venisse con molta istanza consigliato da sapientissimi politici d’Inghilterra. Che può egli temere dalle provincie antiche? Un momentaneo dispiacere, un borbottare, un nonnulla.
Dalle provincie nuove? Tutto. La Lombardia è più che altra provincia d’Italia usa a sapersi digiuna di sua autonomia, nè per la ricchezza e civiltà sua ne disgrada, ed è poi tenuta in fede dal trattato di Villafranca, in pace dai troppo vicini Austrîaci. Toscana è più unitaria del Piemonte e dei politici suoi. Essa, madre, per dir così, dell’odierno fatto unitario, non distruggerebbe certo la figliuola sua. Oltr’a che, l’unità a nessuna regione si affà meglio che a lei per quella sua essenza che tanto bellamente un suo illustre addimandava piccinità. Le provincie che furono già della Chiesa, oltre all’essere state fin dallo scorcio del decimosesto ed anche del decimoquinto secolo provincie, sono troppo liete del vedersi franche dal governo clericale, nè saprebbero querelare che provvisoriamente il governo sedesse nella vicina Napoli, piuttostoché nella lontana Torino. Il Piemonte è stato fatto dai principi di casa Savoja, esso è ligio alla loro stirpe non altrimenti che il colono al padrone, nei tempi che le socialistiche idee non serpeggiavano fra gli uomini. Per contrario Napoli è esso che ha fatto i suoi principi, e però cerca dì continuo o crede poter di leggieri disfarli. Che dunque s’indugia? Perchè mettere in tanto pericolo tanta opera di gloria? Perché tremare anche di dirlo, ed a chi il dica far zitto?
Ma in Napoli, mi dicono alcuni, vi ha la parte borbonica: voi vorreste esporre a troppi pericoli il governo nostro. -A questa proposizione io risponderò con reciso niego. Non vi ha borbonici a Napoli; vi ha autonomisti, e questi bisogna convertire. A Napoli è popolare Garibaldi, perciocchè per esso il regno si sollevò a cacciare i Borboni e solo esso non sentivasi soggetto ad altra provincia d’Italia. I Napoletani corsero francamente al plebiscito tra per vedere compiuta la grand’opera della unificazione d’Italia, e perché non si pensavano il governo del Piemonte così poco conoscere Napoli da non intendere che fin quando non avesse potuto fermarsi a Roma dovrebbe a Napoli sedere per distruggere la vecchia macchina di corruzione impiantatavi dai Borboni e caldeggiarvi con tutte le sue forze la costruzione della macchina novella di giustizia e di moralità. Non vi ha Borbonici a Napoli, conciossiachè quelli che borbonici noi chiamavamo erano quei pochi licenziati a mal fare, ed essi sono quasi tutti fuora. I Napoletani che sono in casa, come ch’e’,pensino, sono si onorata gente da non poter volere rinnovellate le scene sanguinose del 99. Imperciocchè, dato pure che i Borboni tornandovi non volessero punto venirvi con idee di vendetta e di stragi (tuttochè, per dir vero, senza rancore, nel caso loro, non saprei tornarvi neppure io che nè di sangue regio sono; nè d’indole borbonica), dato che Francesco II rediente a Napoli ,venisse a ripetervi quella scena del Corneille, che moveva alle lagrime anche il poco tenero cuore del Principe di Gondé, che il figliuolo di Ferdinando II, non altrimenti che l’eroe del francese tragedo, voltosi al popolo napoletano, dicesse il famoso Cinna, soyons amis, e l’abbracciasse: ma quale sarà così mogio da non addarsi che con i Borboni non potrebbero non tornare i loro cagnotti ed accoltellatori, quelli che sono stati sbanditi per essi, e la reazione, la quale il Principe non vorrebbe, di per sé stessa iscoppierebbe, farebbesi non solo da quei molti che mal durano il presente sgoverno, ma forse delle stesse genti che al sorgere del novello, stato plaudirono si affortificherebbe, e le quali, per infermità dell’umana natura, persuasi del crudele animo dei signori, diviserebbero ingraziarsi con essi, la causa loro così disservendo, vi ha dunque degli autonomisti, ma non già dei borbonici, e quelli vedreste in un subito aggrupparsi tutti attorno il governo piemontese laddove colà si installasse. Il vascello della italiana unità non pò salvarsi dal naufragio che afferrando alle rive di Napoli.
Gravi errori, pessime opere vennero commesse fra noi, dai politici improvvisati dalla rivoltura; ma, ancoraché il governo pel quale quelle provincie si tribolano; migliore addivenisse che quello sognato da Platone, esso non saprà mai contentare quei popoli quando lontano, parrà sempre giogo straniero, ed il nome del passato regime tornerà di continuo a far fradicie le orecchie dei novelli signori non altrimenii che il nome e le virtú del morto marito sono di arma alla vedova per travagliare il secondo consorte. Ci ha dunque dei municipali a Napoli, e questi bisogna convertire, e non convertire con il foco del Santo Uffizio; ma con quello della carità. I popoli si vincono meglio con il carezzarli che con il batterli, e la polvere e il piombo piemontese hanno il colore stesso e l’odore della polvere e del piombo borbonici; nè con men tristo animo si entra una prigione perchè un vessillo tricolore vi sventoli al sommo.
I Popoli meridionali, usi per lunga tirannide a riguardare come nemico il governo, bisogna persuadansi i rettori, non per proprio bene ma per conservare la vitalità loro gli contengano. Che i consiglieri della Luogotenenza Napoletana affannino a scovrire orditi e congiure ed arrovellino del non poter pacificare,quelle contrade,
ché torna? Delle congiure bisogna bruciar la semenza, perché cessino, e ciò si fa tenendo un diritto cammino di governo, il quale non credo possa seguitarsi dal presente ministero che per verità tutto mi sembra fuor che ministero, nè tale può essere una brigata di egregi tolti in prestanza da questa o da quella parte, e capitanati da un gran diplomatico. Ma la diplomazia si usa bene per gli esterni rapporti dello stato: volerla fare anche per l’amministrazione interna, credo sia un gioco rovinoso.
Io ricordo, parecchi anni addietro, questi popoli del Piemonte non avere le libere istituzioni in quel grande amore che le hanno oggi. Gli è l’esperimento di esse, che fecele carissime. Fate dunque la mostra di un reggimento liberale, proficuo in quella povera parte d’Italia usa a vederlo sempre fallire. Certo a nessuno verrà in
mente doversi avere in non cale la causa di tanta e si nobilissima provincia. Conciossiachè una contrada popolata da nove qnilioni di abitatori, e questi prestanti della persona, dell’ingegno, dell’animo, adatti ad ogni bella disciplina, capaci di ogni grande pensiero, anzi nati a posta per i grandi pensieri, per le idee madri, rigenerafriai,e che non sa acquetarsi a bassi concepimenti o servizio,un paese ricco di ogni bene della natura, suscettivo di ogni progredimento, non è a dispregiarsi, non che da ordinarii principi o stati, da qualunque maggiore potenza del mondo. Chè dunque ristiamo innanzi ai pericoli grandi che ne minacciano, ai mali che abondano già da ogni banda, e simili ai dottori, ai neoplatonici della scuola alessandrina, ì quali nientre Costantiito Dragosate perdeva sulle mura di Costantinopoli con la corona la vita, ed il suo popolo.

RICERCA EFFETTUATA SU “GOOGLE LIBRI” DAL LIBRO “COSE DI NAPOLI” Discorso del Duca di Maddaloni Deputato al Primo Parlamento Italiano -torino-1861
Da pag.5 A 14  (a cura del Prof. Renato Rinaldi)

https://www.pontelandolfonews.com/storia/il-brigantaggio/il-duca-di-maddaloni-allon-giuseppe-massari-aprile-1861/

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Appunti sul Risorgimento /1

Posted by on Giu 10, 2019

Appunti sul Risorgimento /1

Padre Sale della Civiltà Cattolica (quad. 3848) ricorda che sessanta vescovi — uno di essi, mons. Felice Romano (1793-1872), di Ischia (Napoli), è quello che vedete effigiato — delle regioni meridionali furono cacciati dalle rispettive diocesi nel 1860 perché legittimisti filo-borbonici. Strano, no? In genere i vescovi si situano al di sopra delle parti, accettano i buon grado i cambia­menti, convinti della provvidenzialità di tutto quanto accade nella storia dell’uomo e, sempre disponibili a contentarsi del bene comune possibile in ciascun singolo frangente storico. Eppure allora no. C’è solo un altro caso di legittimismo, però in senso opposto: il rifiuto della Repubblica e l’adesione al movimento nacional dei vescovi spagnoli nel 1937-1939: ma allora il problema era la violenza comunista perpetrata dietro lo schermo delle istituzioni di facciata legittime.

Evidentemente davanti alle modalità con cui si era instaurato il nuovo dominio nelle terre del Mezzogiorno, scattarono meccanismi psicologici o valutazioni analoghe. Obiettivamente il governo piemontese non può essere confrontato con gli orrori del bolscevismo staliniano. Ciononostante, se si tiene anche conto che i sessanta non furono i soli — il vescovo di Spoleto, il ligure mons. Giovanni Battista Arnaldi (1806-1867) — nel 1863 finirà in galera per aver difeso il potere temporale del Pontefice — qualcosa di “forte”, di inusitato, di così grave, almeno tanto grave da far abbandonare a presuli cattolici il loro consueto aplomb, dovette allora succedere.

Padre Sale sottolinea lo shock da fine di “regime di cristianità” che accolse l’entrata in vigore delle “leggi Siccardi” in tutte le province conquistate dai Savoia. Giusto. Shock psicologico, ma soprattutto orrore e sdegno nel vedere chiudere i conventi, confiscare le chiese, disperdere i religiosi fra mille soprusi e violenze, mandare alla malora patrimoni inestimabili di cultura oppure buttare sul mercato arredi, libri, dipinti, statue, beni delle abbazie, terreni, edifici. Dilapidare cioè un capitale che la Chiesa aveva accumulato nei secoli grazie al contributo del popolo fedele e al genio e alla munificenza dei suoi dirigenti: cardinali, vescovi, prelati, capitoli, abati, collegi, priori, arcipreti…

Di solito non si riflette su questo aspetto: quello che la Chiesa possedeva non era suo. Non l’aveva prodotto lei, perché la sua missione non è di coltivare e di produrre ma di celebrare il culto e di evangelizzare. Lo aveva ricevuto nei secoli da uomini e donne che avevano liberamente e piamente ritenuto di mettere parte dei loro beni lasciati sulla terra alla loro dipartita al servizio dei poveri attraverso il curato o il vescovo. Già: i beni ecclesiastici servivano per il culto e per sostenere i meno abbienti, per far studiare i più svantaggiati, per curare chi, come tutti allora, non aveva la mutua, per mandare in missione un religioso, per creare un orfanotrofio o un oratorio. E non pensiamo solo ai beni di diritto privato. Al pontefice come sovrano temporale si affidavano in feudo terre, città, principati. L’ostinazione di Pio IX a non voler cedere il potere temporale fu dovuta sì alla necessità di un presidio politico della Cattedra di Pietro, ma anche e soprattutto al dovere di tutelare diritti su cose e persone che non erano originariamente della Santa Sede ma a lei si erano affidati e non potevano essere alienati né si poteva venissero espropriati senza il consenso del datore, ovvero non potevano esserlo in assoluto essendo costui o costei defunto magari trecento anni prima!

A fianco di questa esperienza diretta si può credere che i vescovi del Mezzogiorno vedessero o sapessero che cos’era l’insorgenza popolare della Lucania e delle Calabrie, cioè con quanta crudeltà venisse condotta la guerriglia contadina e quanto violenta fosse la risposta a essa, come conducevano cioè le operazioni di controguerriglia i soldati “piemontesi”, fucilando senza pietà veri e presunti briganti, violentandone le donne, mutilandone i corpi, abbandonandone i cadaveri o facendosi fotografare a fianco dei loro corpi messi in posa, in piedi o seduti, con gli occhi tenuti aperti apposta, oppure con le loro teste ai piedi, come se i poveri cafoni in armi fossero bestie selvagge uccise durante una “caccia grossa”.

Ma tutto questo non basta. Quello che i vescovi non digerivano allora era la soppressione manu militari di un regno, del loro regno, l’esilio coatto di una dinastia cattolica con la quale avevano avuto frizioni e scontri, ma tutt’altro che indegna. Non è possibile non capire che cosa significasse per uomini di quel tempo e in quel ruolo vedere applicare al regno borbonico criteri che neppure uno Stato coloniale avrebbe applicato contro un popolo asservito. Francesco II viene sconfitto, e come sono andate le cose si sa: corruzione, oro inglese a fiumi, promesse di fulgide carriere militari e diplomatiche nel regno unificato, tradimenti di massa, diserzione dei propri doveri istituzionali e morali. Ma un nemico sconfitto a metà secolo XIX — non siamo ancora ai tempi di Varsavia oppure di Dresda e di Amburgo o di Hiroshima e Nagasaki, né di Carlo d’Austria — distruggendone e deportandone l’esercito, appropriandosi delle sue navi, confiscando il suo tesoro e i suoi averi privati. Solo i giacobini e Napoleone avevano avuto il coraggio di giocare con i regni e i sovrani come a un tavolo di Monòpoli.

Pensando o facendo credere d’incarnare il principio di nazionalità, di fare la volontà dei — potenzialmente — ventisei milioni d’italiani di allora, i sabaudi e i garibaldini pensavano — e agivano di conseguenza — di potersi permettere, maramaldescamente, qualunque “disinvoltura”. Certo la caduta di Napoli non si può paragonare alla caduta di Saigon, né il Lager di Fenestrelle ai campi di lavoro dove per decenni hanno faticato fino alla morte i fame o di malattia migliaia di dirigenti e quadri politici e militari del governo vietnamita libero, almeno quelli non fucilati nei giorni della vittoria del Nord. Comunque, il modo con il quale l’antico regno normanno — e non solo esso — è stato “liberato” viola ogni regola di rapporti fra Stati. E l’uomo di Chiesa non deve mai rendersi prono alla minima violazione dei diritti fondamentali degli uomini e delle entità collettive.

Oggi una resistenza come quella dei vescovi napoletani è semplicemente impensabile, perché i nemici del Sud non hanno più bisogno né di tagliare teste — le teste i meridionali se le tagliano virtualmente da soli omologandosi al politicamente corretto –, né di svuotare i conventi perché questi si svuotano da soli e quelli che restano spesso hanno solo l’apparenza di cenobi.

Oscar Sanguinetti

http://www.identitanazionale.it/riso_3007.php

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L’insurrezione lucana nel 1860. Dai Borboni ai Piemontesi. La fine di un regno

Posted by on Giu 10, 2019

L’insurrezione lucana nel 1860. Dai Borboni ai Piemontesi. La fine di un regno

I brani di autori riportati, che ci danno un quadra molto significativo della situazione della nostra regione, sono di grande aiuto per cercare di far luce sul male endemico del brigantaggio, che e affiorato tante volte lungo il corso della storia, ma che e esploso in tutta la sua virulenza dopo il conseguimento dell’unita d’Italia.


La Basilicata e stata sempre terra di feudi e non di città; la mancanza di città come centri propulsori di vita economica e culturale, e stata senza dubbio la causa principale che ha costretto il nostro mezzogiorno ad essere annoverato tra le zone più arretrate; vi sono stati solo centri amministrativi e burocratici, unica eccezione Napoli.


Questa situazione caratteristica del mezzogiorno era accentuata maggiormente nella nostra Basilicata, che non ha mai avuto un centro dinamico, che possedesse la forza di imporre il suo prestigio e cosi elevarsi al di sopra del particolarismo delle sue “Terre”, per poter eliminare le conseguenze deleterie del frazionamento. Ancora oggi poli di attrazione per la nostra zona sono sempre Napoli e Bari. Il mare lambisce per breve tratto le sponde della Basilicata, ma non ha mai arrecato i benefici che i paesi costieri ne ricavano; non solo mancano gli incentivi, le novità, le aperture, ma addirittura il mare diventa elemento estraneo di chiusura, per la paura dei pericoli della Pirateria. Incontrastato e pertanto il predominio della montagna, che se assicura per il momento protezione contro le varie invasioni, accentua per sempre di più l’isolamento e la chiusura. Le comunità locali, arroccate sui cucuzzoli della montagna, scendono a valle solo per la coltivazione dei campi, con un’unica e misera prospettiva: il poter ricavare da quel lavoro il minimo per la sopravvivenza. Tutte queste situazioni non possono garantire alla Basilicata una sua omogeneità, per cui ogni raggruppamento vive la sua storia, racchiusa e circoscritta dal proprio orizzonte.


La posizione geografica, la secolare mancanza di comunicazioni con le altre regioni d’Italia hanno purtroppo sempre caratterizzato l’emarginazione dei nostri paesi, ma non hanno fiaccato del tutto lo spirito indomito degli uomini più avveduti che hanno sempre tentato di rompere l’isolamento e cercato di aprirsi alle novità che si annunziavano   nelle   altre   regioni d’Italia.


La Basilicata esce dal suo isolamento (simboleggiato dalla strada rotabile che giunge a toccare Potenza solo nel 1818). Si ricollega alle grandi linee della storia meridionale, partecipa con i suoi uomini migliori a tutte le principali vicende politico sociali che accompagnano la vita del regno, da il suo contributo alla formazione dell’unita nazionale (Cestaro).


Nel 1799, nel 1821, nel 1848 bagliori di luce hanno cercato di squarciare le tenebre: Mario Pagano, Michele Granata, Emilio Maffei, Rocco Brienza… sono soltanto alcuni dei numerosi patrioti che hanno, pagando spesso anche con la vita, guidato i primi tentativi di emancipazione.


Nel 1857 si annunzia una sommossa di proporzioni più vaste, ma l’eroico gesto di Carlo Pisacane non consegue risultati incoraggianti, forse anche perchè al comitato lucano di Montemurro, in corrispondenza segreta con Mazzini a Londra e con i comitati di Napoli, non giunge in tempo la notizia dello sbarco e l’impresa fallisce miseramente sul nascere. In proposito scrive Ciasca: “La responsabilità degli avvenimenti che contrassegnarono la spedizione di Pisacane a Sapri nel 1857, cosi come si svolsero, non è da imputare all’Albini o al Centro insurrezionale in Basilicata”.


Questo episodio spegne la vita del Pisacane e dei suoi eroici compagni, ma non l’ardore indomito di Giacinto Albini, che, per garanzia di sicurezza, nel frattempo trasferisce il comitato a Corleto Perticara e per due anni diventa l’infaticabile organizzatore del movimento insurrezionale della Provincia.


I 124 paesi e due villaggi, Ginestra e Banzi, che la compongono sono riuniti in dieci gruppi: Rotonda, Castelsaraceno, Senise, Tramutola, Miglionico, Tricarico, Genzano, Avigliano, Potenza, Corleto. Come capi di ogni gruppo vengono scelti distintissimi patrioti. Del comitato di Avigliano fanno parte: Avigliano, Ruoti, Balvano, Baragiano, Muro, Bella. Castelgrande, Sanfele, Pescopagano, Rapone. Ruvo, Atella. Rionero, Barile, Rapolla, Ginestra, Ripacandida, Melfi. L’attività del comitato di Corleto è intensa, in casa Senise si cura il collegamento con tutti i paesi; tutti i componenti della famiglia collaborano sotto la spinta dinamica di Carmine Senise.


Lo sbarco del generale Cosenz in Sicilia, anziché nelle nostre regioni, continue indecisioni di Napoli fanno fremere il comitato di Corleto che scrive: “Un vostro sforzo, non straordinario nel provvedere a tutte le su notate esigenze, e la rivoluzione sarà compiuta, non perchè un urto non di gran numero basta a rovesciare l’attuale governo…”e ancora “Tutto si faccia subito, e diciamolo una volta, che se ‘I Regno incodardirà assonnandosi, la colpa non sarà delle Provincie, non della Basilicata cosi ben disposta, ma di Napoli, a cui finalmente non si chiede un impossibile, ma un poco di energia, e qualche giusto e possibile provvedimento”.


Il costante tentennamento del Comitato di Napoli, screzi personali tra i componenti del comitato stesso mettono di nuovo in allarme i patrioti di Corleto, che, impazienti, scrivono lettere di fuoco; in particolare in data 1 agosto: “Questo prolungamento di cose, a dire il vero, comincia ad ingenerare seccaggine ed impazienza: sebbene siamo persuasissimi della vostra indomata energia a toglierci quanto prima da questo stato di sedentarietà, che all’ultimo ci farebbe divenire podagrosi”.


La Basilicata, per la prerogativa dei suoi monti e per la ricchezza delle sue boscaglie, sembra la più indicata alla guerra per bande ed e soprattutto la più bollente, la più decisa a rompere gli indugi. Nicola Mancusi, sacerdote e responsabile del comitato di Avigliano, fin dall’ottobre del 1859 comprende l’importanza di scegliere Rionero come centro della sua missione, per l’entusiasmo della classe media e per l’imponenza   sul paesi dei dintorni.


A Rionero infatti nel giugno del 1860 viene istallato il comitato che, a sua volta, provvede a costituire quello di Atella, Barile, Rapolla e Melfi; solo in Ripacandida non è possibile riuscirvi. Dal comitato di Avigliano dal segretario Nicola Summa vengono inviate circolari stilate con una scrittura invisibile, usando una composizione chimica a base di olio vetriuolo; viene pertanto garantito l’appoggio incondizionato di tutta la zona del Vulture alla ormai imminente insurrezione lucana.


Garibaldi e da lungo tempo inattivo in Sicilia, implicanze internazionali, interessi nascosti, contrasti e vedute diverse ritardano il compimento dell’opera. Il comitato insurrezionale lucano questa volta ha forse una parte determinante: non può più attendere e fissa l’inizio dell’insurrezione per il 18 agosto.


A Rionero la sera del giorno prima, il 17 agosto, il sindaco Giuseppe Mlchele Giannattasio, con il quadro di Garibaldi in mano, scende in piazza al grido di “Viva Garibaldi”; gli animi si accendono e a tarda sera il suddetto sindaco Giannattasio, Emanuele Brienza, Canlo Musio, Nicola Mennella, Achille D’Andrea, Achille Pierro, Francesco Pennella e Costantino Vitelli, alla testa di un drappello di 54 volontari prendono la strada di Potenza. Invitano da Avigliano quelli del melfese a concentrarsi verso la zona del monte Carmine nella cappella del Santuario della Madonna del Carmelo «il prete don Andrea De Carlo celebra la S. Messa e benedice la bandiera tricolore».


Poco dopo giunge il gruppo del melfese con alla testa Decio Lordi, quindi tutti in un’unica colonna al comando di Nicola Mancusi si avviano verso Potenza. La scintilla dell’insurrezione lucana si accende con la sua carica di entusiasmo e pone prepotentemente le premesse per l’ultimo balzo verso l’unita d’Italia. Tutti i gruppi dei volontari dei vari comitati raggiungono Potenza che insorge e affida alla storia la data del 18 agosto come contributo lucano per l’unita. Il giorno dopo 19 agosto nasce il governo prodittatoriale della Provincia con Mignogna e Albini.


“La Basilicata, questa terra di antiche memorie è insorta. L’incendio è scoppiato nel cuore delle provincie messe al di qua del faro. L’antica Lucania è già provincia del regno d’Italia. Ecco la prima pagina di questa nuova storia” (dal corriere lucano del 23 agosto 1860).


Di riflesso, o casualità, nella notte tra il 19 e 20 agosto Garibaldi sbarca sulla spiaggia di Melito e la mattina del 20 si incammina verso Reggio. Due generali cercano di contrastare la sua marcia, Caldarelli e Ghio, ma avendo di fronte Garibaldi e alle spalle gli insorti lucani, presto depongono le armi, il Caldarelli il 25 agosto, il Ghio il 30 agosto, e cosi 23 mila regii si arrendono e si sbandano.


Il 2 settembre Garibaldi tocca Rotonda, primo paese della Basilicata. Intanto, sotto la guida di Floriano Del Zio, tutti i comuni della zona del Vulture si affrettano a costituire giunte insurrezionali, composte da alcuni individui, noti “per fede patriottica ed energia”.


Una delegazione lucana il 4 settembre ha l’onore di incontrarsi col dittatore al “Fortino” di Lagonegro, dove Albini, in riconoscimento del notevole contributo dato, viene nominato governatore della Basilicata. Mignogna consegna 6.000 ducati, dono prezioso dei lucani per la difficile contingenza in cui si trovava il dittatore.


Questo episodio ricollega simbolicamente due eventi storici: “in quelle valli echeggiarono Ire anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane”. Garibaldi   ordina   che   “le   prodi schiere   lucane   lo   seguano   nel compimento dei patri destini” e viene formata la brigata dei cacciatori lucani, che il 19 settembre in Napoli sfila, scrive il Riviello” “con marziale disinvoltura, lungo via Toledo, fra gli applausi fragorosi di quel popolo cosi caldo di entusiasmo”.


Ai lucani tocca l’ambito onore di andare innanzi agli altri, perchè “ben si riconosce che essi sono stati i primi a iniziare la rivoluzione nelle  provincie  meridionali”. “Si – dirà Garibaldi – so il vostro patriottismo. Dite ai vostri lucani che li preferirò sempre. Credete a me che ho combattuto con uomini disciplinati e con borghesi, e se questi hanno avuto valore sono stati i più terribili. lo vi stimo come il primo corpo disciplinato e vi terrò avanti a tutti”.


Il clero lucano è in prima linea, è presente in tutte le giunte insurrezionali e nei comitati. Mancusi, Mennella, D’Andrea e numerosi altri sacerdoti, alla guida del popolo lucano danno un valido contributo alla realizzazione del sogno dell’unita d’Italia, perchè credono negli ideali e valori di fratellanza, anche se saranno di breve durata.


Anche questa volta però il popolo lucano ben presto vede deluse le sue speranze di inserimento nella nazione, continuando a subire l’emarginazione di sempre, più amara questa volta, perchè, dopo aver dato un valido contributo di sacrifici e di sangue, si vede costretto, dopo pochi mesi dall’unità, accettata ufficialmente col plebiscito, ma non nella realtà della vita, a inficiarla e a metterla in profonda crisi con la violenza e altro spargimento di sangue fraterno, per tentare di distruggere con tutta la rabbia della disperazione quello che con tanta passione aveva faticosamente costruito.
Dirà dopo molti anni don Giuseppe De Luca: «lo sono dell’Italia meno italiana che esiste, dell’ultima Italia che si stende verso l’Africa e la Grecia, stata gran tempo sinora albergo di varii signori, e mai casa nostra soltanto, sicché sembriamo, noi, senza volto o almeno nessuno ce ne riconosce uno».

di Carlo Palestina

https://www.eleaml.org/sud/den_spada/palestina02insurrezione.html

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