Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

La presa di Gaeta

Posted by on Gen 6, 2019

La presa di Gaeta

Lo spunto per questa succinta esposizione dell’assedio e della presa di Gaeta, avvenuta il 13 Febbraio 1861, parte da una lettera indirizzata al Gen. Cialdini che all’ epoca dirigeva le operazioni militari contro la piazzaforte.


Questa lettera parte da Procida il 5 Gennaio con destinazione Napoli e da qui “corretta” a Mola di Gaeta.


In arrivo a Mola viene apposto l’annullo “R. Posta Mil. e Sarda ( )”.


Purtroppo il numero della posta militare non è visibile, ma si ritiene sia il n. 1 poiché il Possolini Gobbi nel suo “lettere dei combattenti del risorgimento” assegna questo numero al comando delle operazioni.


Per poter meglio descrivere l’interessante documento postale tracciamo una breve panoramica dell’ultima battaglia di Francesco II dentro la fortezza di Gaeta desunta, oltre che dal citato volume del Pozzolini Gobbi, anche dal volume di Piero Pieri “storia militare del risorgimento”, nonché dal volume di S. Romito “Le Marine Militari italiane nel risorgimento”.


La fortezza di Gaeta era ritenuta imprendibile dato che nel 1806 resistette per 5 mesi al Massena, sotto il comando del principe d’Assia Philippstadt e nel 1815 il gen. Begani tenne testa agli austriaci coi resti dell’esercito di Murat.


I borbonici difendevano la fortezza con 12.500 uomini, con 690 tra cannoni, obici e mortai e avevano di contro il IV corpo d’armata, composto da 3 divisioni, e parte del V corpo, al comando del generale Cialdini.


Proteggevano la fortezza dal lato mare le navi della squadra navale francese che con la loro presenza ostacolavano le operazioni della squadra sarda; tanto è vero che, pare, artiglieri francesi si erano uniti con gli artiglieri della piazza di Gaeta per concorrere a mettere in posizione le batterie a mare e a far fuoco sulla squadra sarda.


L’assedio vero e proprio della piazza inizia il 5 novembre, mentre sono in corso trattative diplomatiche tra l’Italia e la Francia con l’evidente scopo di Napoleone III di intralciare l’azione militare italiana.


Il 29 novembre gli assediati tentano una sortita, ripetuta il 4 dicembre, di tentare di infrangere il cerchio che serra la fortezza, ma senza nessun esito fruttuoso.


Intanto i bombardamenti continuano sempre più intensi da parte dei sardi.


Il re e Cavour vogliono un successo immediato poiché il 25 ottobre, nello storico incontro di Teano, il re aveva defenestrato Garibaldi e tutto l’esercito meridionale e quindi premeva loro di dimostrare all’opinione pubblica che l’esercito regolare si era battuto con successo contro i borbonici contribuendo tangibilmente alla liberazione del mezzogiorno.


Ma i borbonici e Francesco II non sono dell’opinione di abbandonare la lotta. Il re vuole riscattare il suo atteggiamento tentennante e indeciso nei confronti dell’esercito garibaldino con una strenua difesa, e della stessa opinione sono i soldati che vogliono conservare l’onore delle armi e chiedono insistentemente la difesa a oltranza della piazza.


L’8 gennaio Napoleone ottiene una tregua d’armi di 10 giorni, ma è costretto a concedere in contropartita l’allontanamento da Gaeta della squadra navale francese.


“Apparvero subito” – narra il Romito – “provenienti da Napoli, la Costituzione e le cannoniere Ardita e Veloce seguite poi dalla Maria Adelaide, la Carlo Alberto e la Vittorio Emanuele, nonché la Monzambano e la Garibaldi”.


Il 22 gennaio la squadra italiana, che ormai tale era diventata, aprì il fuoco contro le batterie del fronte a mare della piazza.


Qui i pareri tra gli storici si fanno discordi sull’aiuto della squadra nelle operazioni. Il Pieri sostiene che l’azione della flotta risulta inefficace, mentre il Romito afferma che sebbene il tiro delle navi risulti impreciso, il contributo della flotta è sostanziale.


Il 25 gennaio scoppia il tifo nella guarnigione. I piemontesi scoprono ogni giorno nuove batterie, mentre il tifo aumenta d’intensità i danni alla piazza sono ormai rilevanti.


A questo momento drammatico si riallaccia la nostra lettera, che presumibilmente il gen. Cialdini ha già ricevuto e che dice testualmente: “Angelo Giordano fu Carmine, Antonio Spirito fu Ferdinando, forzati nel bagno di Procida, rispettosamente rassegnano all’E.V. qualmente avendo nella qualità di maestri muratori travagliato nella fortezza di Gaeta, e vedendo la tragedia che ne si sta facendo spinti quali figli della patria nel dovere di umanità ed attaccamento che devesi al re galantuomo, si rivolgono all’innata bontà e giustizia dell’E.V. acciò si compiacerà chiamarli della di lei autorità per indi fargli conoscere il mezzo e il modo di adoperarsi per il felice trionfo che eseguiranno mediante l’aiuto del potente braccio dell’E.V.


Tanto sperano dall’E.V. mentre non ponno affidare alla carta né ad altra autorità per quanto ha per scopo il punto umiliato foglio.


Bagno di Procida 4 gennaio 1861″.


E’ una lettera sibillina che non dice niente di primo acchito, anzi sembrerebbe una supplica.


Infatti non è facile capire quello a cui i due ergastolani alludono “avendo travagliato nella fortezza di Gaeta, e vedendo la tragedia che ne si sta facendo”, che asseriscono di agire “quali figli della patria…” e che vogliono “fargli conoscere il mezzo e il modo di adoperarsi per il felice trionfo che eseguiranno mediante l’aiuto del potente braccio dell’E.V.”.


Solo alla fine della lettera, per il timore di essere stati troppo evasivi i due maestri muratori si fanno più espliciti e dicono che “non ponno affidare alla carta né ad altra autorità per quanto ha per scopo il punto umiliato foglio”.


Un importante segreto, quindi, legato al fatto che hanno lavorato nella fortezza di Gaeta, che possono dire soltanto di persona al generale e che permetterà di porre fine alla “tragedia che se ne sta facendo”.


A questo punto ogni dubbio sulla missiva è sciolto. Ciò che vogliono dire Angelo Giordano fu Carmine e Antonio Spirito fu Ferdinando è che conoscono un modo, certamente segreto, di penetrare nella fortezza di Gaeta, così da sorprendere e rendere inoffensivi gli assediati.


Giocano d’azzardo i due maestri muratori oppure conoscono veramente quel segreto?


La storia ci conferma comunque che la piazza di Gaeta non fu presa con l’astuzia ma con la forza, e dopo altre abbondanti perdite umane.


Infatti fino al 13 febbraio continua l’incessante martellamento da parte delle batterie italiane, con danni notevoli alle case che fanno molte perdite tra i civili.


La sera del 13 febbraio si giunge alla fase conclusiva delle trattative per la resa senza che per un solo minuto si sia ordinato il “cessate il fuoco”!


Constatata la difficoltà della situazione, tra tifo, cannoneggiamenti e difficoltà di approvvigionamento, la sera del 13 viene firmata la resa della piazzaforte e il 14 febbraio Francesco II s’imbarca su una nave francese.


Da parte napoletana si lamentano 560 morti per azioni di guerra e 307 per tifo, 800 feriti, 743 dispersi. I piemontesi denunciano 50 morti e 350 feriti.


La caduta di Gaeta viene consegnata alla storia come prova del valore italiano. Chissà quale giudizio avrebbero dato allora l’opinione pubblica e ora gli storici se la presa di Gaeta fosse avvenuta nel modo indicato dai due forzati. 

Giuseppe Marchese

fonte https://www.eleaml.org/sud/den_spada/presa_di_gaeta.html

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Le tariffe nella pandetta di Monteroduni

Posted by on Gen 5, 2019

Le tariffe nella pandetta di Monteroduni

Dal 1890 all’ingresso del Castello, subito dopo il portale sormontato dallo stemma settecentesco dei Pignatelli di Monteroduni, si trova murata la grande tavola lapidea con la pandetta del 1752.

Contiene l’elenco dei pedaggi che si dovevano pagare per passare la Lorda, al confine con la terra di Macchia (d’Isernia).

Di questa pandetta si sono occupati in maniera puntuale mons. Antonio Mattei e Giuseppe Di Giacomo nelle loro monografie storiche su Monteroduni evidenziando quanti problemi e quante cause quella imposizione fiscale abbia provocato nel tempo.

Soprattutto fu motivo di liti con i feudatari di Macchia d’Isernia su chi dovesse incamerare i diritti di passo e chi dovesse provvedere alla manutenzione del ponte. Una lite che cominciò dall’epoca di Annibale Moles, il cui nome appare in coda al documento epigrafico. Questi, che intervenne nel giudizio per la riscossione dei diritti di passo sulla Lorda,  fu personaggio di grande notorietà nel periodo vicereale, non solo per il suo prestigioso incarico di Presidente della Regia Camera della Summaria, ma anche per la sua ricognizione cui seguì la spietata confisca dei beni della comunità valdese in Calabria nel 1562.

La questione è durata due secoli e si risolse solo con la fine del feudalesimo anche se un bonario accordo tra le parti (i Pignatelli per Monteroduni e i Rotondi per Macchia) fu raggiunto per stanchezza con una rinuncia alla lite da parte di donna Anna Grazia Rotondi nel convento di S. Antonio a Port’Alba in Napoli dove si era ritirata come monaca, nel 1757.

Una rinuncia che provocò altre liti che si protrassero fino alla fine del secolo.

Certo è che quando la pandetta di Monteroduni sancì la fine della lite tra i Rotondi e i Pignatelli ormai la storia stava per spazzare ogni pretesa dei feudatari sui transiti da un paese all’altro e di li a qualche anno la lastra lapidea sarebbe rimasta solo una testimonianza storica.

Una testimonianza che comunque fa riflettere sul modo di valutare gli oggetti che erano gravati di pedaggio. Ma, a parte il valore che veniva dato alle cose trasportate, è certamente singolare apprendere che a Monteroduni gli ebrei e le meretrici dovevano pafgare a prescindere da cosa portassero dietro.

Il solo fatto che essi si muovessero da un paese all’altro costituiva certezza che andassero ad esercitare un’attività per la quale il feudatario pretendeva il pagamento di un pedaggio. A Monteroduni  se per PER OGNI EBREO si dovevano pagare GRANA CINQUE,  PER OGNI MERETRICE si doveva pagare il doppio, cioè GRANA DIECI.

Insomma un ebreo veniva valutato come una SALMA GROSSA DI GRAN VALORE COME VELLUTO O SETA per la quale si pagavano GRANA CINQUE. E la salma era la metà del carico che un asino o un cavallo poteva portare.

La sola facilitazione che veniva concessa era quella che al ritorno non si dovesse pagare una seconda volta:
E SE COLLE STESSE MERCI, COSE E ROBE, ED ANIMALI, PER LE QUALI UNA VOLTA SI E’ PAGATO IL JUSSO TORNERANNO A PASSARE NON SIANO TENUTI A PAGARE.

Questo è il testo della pandetta della Lorda:
FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE E GERU¬SALEMME INFANTE DI SPAGNA DUCA DI PARMA PIACENZA E CASTRO &
C. GRAN PRINCIPE EREDITARIO DELLA TOSCANA. PANDETTA DELLI DIRITTI DEL PASSO DELLA LORDA INSERITA NELLA RELAZIONE FATTA A
27 SETTEMBRE 1762 DAL SIG. RAZIONALE D. GIOVANNI BRUNO DA AFFIGGERSI IN MARMO IN IDIOMA ITALIANO.
PER OGNI SALMA GROSSA DI GRAN VALORE COME VELLUTO O SETA
GRANA CINQUE = PER OGNI SALMA DI PANNI DI COLORE GRANA TRE. = PER
OGNI SALMA DI DROBRETTI E DI ALTRE OPERE O PANNI BIANCHI GRANA
TRE = PER OGNI LIBRA DI ZAFFRANO SE SI TRASPORTA COLLE BISACCE
NULLA SI ESIGGA, MA SE SI TRASPORTA CON SALMA UN TARI’ E SE
SARA’ MAGGIOR NUMERO DELLA SALMA SI PAGA PER RATA = PER OGNI
SALMA DI RAMA, OLIO, LANA, CACIO, CERA, MIELE, AROMI, FERRO,
ACCIARO, PIOMBO, STAGNO, PECE, PELLI DI ANIMALI, CONFETTI, ZUC
CARO, SALSUMI GRANA TRE = PER OGNI SALMA DI VETRI, VINO, CORDE O
FUNI, SPAGHI GRANA DUE = PER OGNI SALMA DI VASI DI CRETA GRANA
UNO = PER OGNI SALMA DI SALE NON SI PAGA = PER OGNI SALMA DI
NOCELLE, NOCI COLLE SCORZE E DI CASTAGNE GRANA UNO = PER OGNI
BOVE DOMATO GRANA TRE =
PER OGNI CAVALLO, GIUMENTA, MULO O MULA CHE SI TRASPORTA IN
CAPEZZA PER VENDERE GRANA TRE = PER OGNI CENTINAIO DI ANIMALI
BACCINI DUE TARI’ E GRANA DIECI = PER OGNI CENTINAIO DI PECORE,
CASTRATI, BESTIAMI CAPRE ED ALTRI ANIMALI MINUTI GRANA VENTI
CINQUE = PER OGNI SALMA DI SELLE, BARDE, COVERTE DI CAVALLI,
GUARNIMENTI, CEGNE, CARNE SALATA, PESCI E SCARPE GRANA UNO =
PER OGNI EBREO GRANA CINQUE = PER OGNI MOLA DI MOLINO GRANA
DUE = PER OGNI MERETRICE GRANA DIECI = PER OGNI SALMA DI OLIVE
GRANO UNO = PER OGNI MARTELLO E COCCHIARA DI FABBRICATORE
NULLA SI PAGA = PER OGNI ACCETTA, FAUCE E SEGA NULLA = PER OGNI
SALMA DI METALLO LAVORATO O NO, STAGNO FINO GRANA TRE = PER
OGNI SALMA DI TAVOLE RUSTICHE GRANO UNO = PER OGNI SFRATTATURA
DI COSE DI CASA NULLA = PER OGNI SALMA DI ALTRE COSE OLTRE LE
SUDDETTE GRANO UNO = E SE SARANNO DI NUMERO MAGGIORE O MINO¬
RE PER RATA ALLA DETTA RAGIONE = E SE COLLE STESSE MERCI, COSE E
ROBE, ED ANIMALI, PER LE QUALI UNA VOLTA SI E’ PAGATO IL JUSSO
TORNERANNO A PASSARE NON SIANO TENUTI A PAGARE = PARIMENTI E’
STATO PROVEDUTO CHE IL JUSSO DEL SUDDETTO PASSAGGIO NON SI
ESIGGA PER LE BISACCE NE PER COSE CHE SI PORTANO PER USO PRO¬PRIO O DI QUALCHE FAMIGLIA O PER ALTRE COSE PER LE QUALI PER
LEGGE, COSTUME, O PRIVILEGIO IL DETTO JUSSO IN DETTO PASSO NON
SIA STATO SOLITO ESIGERSI NE DEBBA SOTTO PENA STABILITA DALLA
LEGGE CONTRO GLI ESATTORI DI NUOVE GABELLE O IMPONENTI HOC
SUUM = PER OGNI SALMA DI FRUTTI E DI VERDUMI GRANA MEZZO.
DATO DALLA REGIA CAMERA 18 LUGLIO 1570.
ANNIBAL MOLES JOSEPH CECERO”

fonte http://www.francovalente.it/2009/11/28/per-passare-la-lorda-gli-ebrei-e-le-meretrici-pagavano-anche-se-non-portavano-nulla/

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Sud: Il piano di deportazione di casa Savoia è scritto nei documenti diplomatici conservati all’Archivio storico della Farnesina.

Posted by on Gen 5, 2019

Sud: Il piano di deportazione di casa Savoia è scritto nei documenti diplomatici conservati all’Archivio storico della Farnesina.

I lager non sono un’invenzione dei nazisti: già 150 anni fa i Savoia, hanno massacrato in Piemonte e Lombardia migliaia di soldati borbonici, rei di non essersi sottomessi al loro dominio. Vi dice qualcosa Fenestrelle? In seguito, i savoiardi pensarono di estendere il trattamento all’intero   Mezzogiorno recalcitrante. Comunque “i meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontano migliaia di chilometri dall’Italia. In Patagonia, per esempio”. Non si tratta dell’ultima provocazione leghista delle rozze sanguisughe razziste Bossi e Borghezio. E’ una cosa seria ammantata ancora oggi dall’eterno segreto di Stato. Provate a fare richiesta di atti e documenti in materia al Ministero degli Esteri. Intenzioni e progetto portano la firma di un Presidente del Consiglio italiano: Luigi Federico Menabrea (che era nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese). Imperversa il 1868: l’Italia “unita” con la violenza, il saccheggio, l’inganno e il denaro dei massoni inglesi – certo non i Mille di Garibaldi – muove i suoi primi passi e deve affrontare il brigantaggio al Sud. Nemmeno la pena di morte senza processo (con la famigerata legge Pica) sembra dissuadere i briganti, vale a dire i partigiani dell’epoca che sempre più numerosi si riuniscono in bande. Così il governo italiano, avendo già sterminato interi paesi, compresi i neonati (ad esempio: a Casalduni e Pontelandolfo) decide di cambiare strategia: deportare i briganti e loro sostenitori dall’altra parte del globo terrestre, in modo da recidere affetti e rapporto con il territorio. Un progetto perseguito per oltre un decennio e che fallì solo per la ritrosia dei Paesi stranieri a cedere aree per impiantare mattatoi per meridionali italiani.

Deportazione di massa

 – Il piano di deportazione è scritto nero su bianco: il progetto delle «Guantanamo» di casa Savoia si rintraccia nei documenti diplomatici conservati all’Archivio storico della Farnesina. Secondo alcune carte seppellite dall’oblio, il presidente Menabrea provò prima a sondare gli inglesi, chiedendo loro un’area nel Mar Rosso, senza riuscirci. Quindi, il 16 settembre del 1868, il capo del governo italiano contatta il Ministro Della Croce a Buenos Aires, perché domandi al governo argentino la disponibilità di una zona «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro, che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia». Anche questo secondo tentativo, però, annega in un buco nell’acqua, perché tre mesi più tardi, il 10 dicembre, Menabrea è già all’opera per trovare soluzioni alternative. Contatta il console generale a Tunisi, Luigi Pinna, e gli chiede di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana». Ma anche i tunisini oppongono un no. A questo punto Menabrea ritorna alla carica con gli inglesi. Prima chiede loro di poter costruire un «carcere per meridionali» sull’isola di Socotra (tra la Somalia e lo Yemen), quindi domanda loro di farsi perlomeno da tramite con l’Olanda, perché conceda un’autorizzazione identica per un’area del Borneo. Menabrea e il governo italiano sono assolutamente convinti della necessità di deportare lontano dalla terra madre i criminali del Sud. Il senatore Giovanni Visconti Venosta, più volte ministro degli Esteri, incontrando il ministro d’Inghilterra sir Bartle Frere, si spingerà a dirgli: «Presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte».

È l’idea di abbandonare la famiglia, il Paese natale, il deterrente che il governo considera la carta giusta per sconfiggere la lotta contadina. Tanto più che in quegli anni sta nascendo il mito di alcune figure come Carmine Crocco (detto Donatelli) brigante che riesce a riunire intorno a sé una banda composta di almeno 2500 uomini e che viene visto come un eroe dalla popolazione locale e lo stratega imprendibile Michele Caruso di Torremaggiore.Campi di concentramento – Le istanze del governo italiano, però, cadono nel vuoto. Il 3 gennaio 1872 il governo inglese fa sapere di non vedere di buon occhio la creazione di un enorme centro penitenziario per i meridionali italiani. Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda si defila: concentrare criminali italiani in un luogo circoscritto viene visto come un problema per la sicurezza interna. Gli ultimi tentativi risalgono al 1873. Il lombardo Carlo Cadorna, Ministro a Londra, prende contatto con il conte Granville, Ministro degli Esteri inglese, ancora per il Borneo. E ancora una volta, da Londra, arriva un rifiuto. Nel frattempo, le carceri dell’Italia Unita traboccavano di meridionali e i briganti continuavano a combattere. L’11 settembre 1872, il “Times” pubblicò una lettera giunta da Napoli che metteva in luce la recrudescenza del brigantaggio in Italia. Il “Times” ci aggiunse un articolo di fondo in cui non si risparmiavano sferzate ai Piemontesi per l’incapacità di «eradicare completamente una così grave piaga».

Oltre il patibolo – Convinto che la paura della deportazione in terre lontane avrebbe spaventato i meridionali più di qualunque tortura e perfino della morte, il Ministro degli Esteri, Visconti Venosta, decise di mettere alle strette gli inglesi. Il 19 dicembre 1872, a Roma, incontrò il ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frere e gli parlò chiaro. Il suo discorso è ancora agli atti, negli Archivi della Farnesina. Disse: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti. Bisogna dunque pensare – disse il Ministro della neonata Italia – ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo». Sir Bartle Frere prese tempo ma i piemontesi non si arresero. È del 3 gennaio 1873 un documento confidenziale in cui Cadorna ragguaglia Visconti Venosta sul colloquio avuto col conte Granville relativamente alla «cessione di una parte della Costa Nord Est dell’isola di Borneo». Il rappresentante del Governo italiano disse al Ministro degli Esteri inglese che i briganti «avvezzi a mettere la loro vita in pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel Mezzodì, ove è grande l’attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il pensiero di non vedere più mai il sole natale, la moglie, i figli, di passare, e finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da tutti, è pensiero che atterrisce». Granville però fu irremovibile: l’Inghilterra non avrebbe aiutato l’Italia a deportare i Meridionali.

Sepolti vivi – Ma quanti erano i detenuti del Sud che marcivano nelle galere italiane? Secondo la rivista «Due Sicilie» (diretta da Antonio Pagano), un’indicazione si trova in una lettera del savoiardo Menabrea, al Ministro della Marina, il nizzardo Augusto Riboty. Menabrea sostiene che sarebbe stato «utile e urgente» trovare «una località dove stabilire una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati» che popolavano gli stabilimenti carcerari. A proposito della Marina Militare, la Forza armata si prestò ad esplorare una serie di luoghi adatti alla deportazione dei meridionali. Il Borneo e le isole adiacenti, innanzitutto, ma anche – secondo documenti pubblicati da «Due Sicilie» – «l’est dell’Australia». L’anarchico Giovanni Passannante che la sera del 17 novembre 1878 attenta con un temperino alla vita di Umberto I di Savoia, rimedia decenni di segregazione e torture fino a quando muore nel 1910 all’interno del manicomio di Montelupo Fiorentino. Il suo cranio ed il cervello sono stati esposti fino a qualche anno fa in un museo criminologico, ma ora riposano a Salvia di Lucania. I libri di storia tricolore dopo un secolo e mezzo ancora  nascondono la verità. Chissà perché? Altro che “Unità d’Italia”: è in atto ancora la morte civile. Infatti, solo negli ultimi dieci anni, ben 700 mila giovani laureati sono stati costretti ad abbandonare il Sud. E anche se non vige più la pena di morte, va in scena la morte per pena.

fonte http://www.stopeuro.news/sud-il-piano-di-deportazione-di-casa-savoia-e-scritto-nei-documenti-diplomatici-conservati-allarchivio-storico-della-farnesina/?fbclid=IwAR1nvotLqHz1ieI9vbE9ilektSR4yM304gIzmi8JKxTiT3Wt_dhb82-CD_Q

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Pino Aprile, la musica del Regno ha creato il Jazz

Posted by on Gen 5, 2019

Pino Aprile, la musica del Regno ha creato il Jazz

La musica nasce dal dolore e talvolta tocca pure il cuore di chi lo provoca.
Pensate agli schiavi neri dei campi di cotone in Louisiana: dal loro patire sorsero gli spirituals; e da quelli, quasi tutto il resto. Sul quale, però, c’è qualcosa che ci riguarda. «Gli Stati Uniti dopo aver acquistato la Louisiana dalla Francia (nel 1803; nel 1812 divenne il diciottesimo Stato dell’Unione; N.d.A.) offrirono la terra gratis ai coloni. E molti si mossero dall’Italia. Ancora oggi, la più antica salsamenteria siciliana d’America è a New Orleans» racconta Renzo Arbore, che sulla città e la sua musica ha girato un sorprendente film-documento di un’ora e mezzo, per la regia di Riccardo Di Blasi. Fra il 1850 e il 1870, a New Orleans c’erano più cittadini nati in Italia, che in qualsiasi altra città degli Stati Uniti: con l’abolizione della schiavitù in America e l’estrema miseria a cui, dopo l’Unità d’Italia, fu ridotto il nostro Sud, arrivarono tanti meridionali, specie siciliani; presero il posto dei neri, nei campi di cotone: il rango di schiavo volontario era divenuto preferibile a quello di libero cittadino meridionale d’Italia. Quei contadini introdussero ed estesero coltivazioni specializzate, come le fragole, generarono ricchezza. Non fu l’unico campo in cui si fecero valere.
«C’era una nave che faceva la spola fra Sicilia e New Orleans» narra Arbore «e quale che fosse, di volta in volta, il suo nome, la chiamavano Nave-Palermo: dall’isola portava agrumi ed emigranti; dall’America, cotone. Su quel bastimento salirono pure tanti musicisti; molti di Salaparuta.»
Erano bandisti, avevano da raccontare, con la propria, la fuga e la disperazione di un popolo che non si era mai mosso dalla sua isola, e fu ridotto in condizioni tali, dopo il 1860, che un siciliano su tre se ne andò. A New Orleans incontrarono altri musicanti, nati lì da genitori italiani. La città era feroce con i nostri connazionali: «Gli individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistano al mondo. Peggiori dei negri, più indesiderabili dei polacchi» secondo il sindaco. La più seria crisi diplomatica di sempre, fra Stati Uniti e Italia, durata anni, con il ritiro del nostro ambasciatore, si ebbe allora, per il linciaggio di undici connazionali, avvenuto in carcere, a opera di migliaia di “onesti” e impuniti cittadini, delusi per l’assoluzione degl’italiani accusati dell’uccisione dello sceriffo (amico e forse qualcosa più, di mafiosi siciliani tesi alla conquista del controllo delle operazioni di carico e scarico nel porto).
E quei nostri musicanti, quasi tutti siciliani, considerati come i neri, come i neri suonavano e i neri sfidavano, nella mitica Congo Square. E fu così che, improvvisando, improvvisando, inventarono il jazz. «Avevano nomi… pensa, c’era pure un Riina» mi dice Arbore «e Leon Rappolo, Salvatore Sbarbaro, Frank Signorelli, Tony Massaro, Louis Prima (quello di Bonasera, segnorina, bonasera…), Peter Rugolo. Si facevano chiamare, magari, e bada che non vado in ordine cronologico, Eddie Lang o Tony Scott, al secolo Antonio Sciacca, o Jack “Papa” Laine, ovvero George Vitale. Il primo al mondo a usare la chitarra per il jazz fu Salvatore Massaro, di origine molisana; con lui capitò, chissà come, uno di Bergamo, Joe Venuti: fu il primo violinista jazz. Ho avuto il piacere di suonare con lui. Erano tanti, una settantina e anche più, in band diverse. Ma il più famoso fu Nick La Rocca, trombettista e cornettista geniale, dal difficile carattere, leader della Original Dixieland Jass (solo in seguito divenne Jazz, per impedire, pare, con ass, “culo”, sconci giochi di parole) Band. Il primo disco jazz della storia è suo: facciata A Livery Stable Blues, facciata B Dixieland Jass Band; è suo Tiger Rag, un classico. Gli Stati Uniti hanno sottaciuto l’apporto italiano alla nascita del jazz, per far risaltare di più il proprio. E qualcuno si stupisce, quando sente dire che il jazz italiano è ancora oggi il primo o il secondo del mondo. Per forza, sono stati loro a inventarlo, con i neri di Congo Square, a New Orleans!»
Renzo ha ricostruito l’epopea di quei nostri musicisti emigrati e ripercorso i luoghi della loro impresa, da studioso del tema (e praticante con la sua Orchestra Italiana) e da pellegrino identitario; in Italia non li conosce quasi nessuno, ma nel cimitero di New Orleans le tombe dei terroni che fecero il jazz sono onorate. «Lo stesso Louis Armstrong, nella sua biografia, scrive che uno dei modelli a cui si ispirò, per diventare il Grande Satchmo, fu Nick La Rocca» ricorda Arbore. Di quei disperati che (specie dopo il 1870) fuggivano da un Sud reso invivibile dalla violenza con cui fu trattato, l’Italia sembra non voglia sapere nemmeno i successi. Immaginate cosa farebbero i francesi (e ce n’erano che suonavano a Congo Square), se il jazz avesse avuto padri marsigliesi o bretoni.
Ma pure questo, nel generale moto di recupero della propria storia, viene riscoperto e rivalutato. A Salaparuta, da dove mossero molti di quei musicisti, ogni anno, organizzano una festa-concerto. «Il figlio di Nick La Rocca, 70 anni, trombettista, è degno di cotanto padre» assicura Arbore «e io vado a suonare con lui.» Renzo ama proporsi come uno scanzonato adolescente a vita, ma lo avete capito tutti che non è così, vero? La storia del suo paese e del Sud la conosce bene, ne cerca le eccellenze.
E si è fatto ambasciatore della musica che nacque da quei meridionali costretti a emigrare: dal primo jazz dei neri di Sicilia, alle melodie dei napoletani sradicati («Ma i due italiani più amati degli Stati Uniti erano pugliesi: Rodolfo Valentino, di Castellaneta, Taranto, e Fiorello La Guardia, di Foggia, primo sindaco italiano di New York, figlio del direttore della banda dell’Aeronautica, originario di Cerignola. Fu lui a finanziare la costruzione dell’ospedale di San Giovanni Rotondo, voluto da padre Pio. Con i soldi dei fedeli americani, dissero. Ma, allora, del frate con le stimmate, non sapevamo niente noi, a Foggia, figurati a New York. Poi venne fuori che l’ospedale avrebbe dovuto servire ai militari della nato e degli Stati Uniti, in caso di guerra con l’Unione Sovietica: il più importante aeroporto militare intercontinentale, Amendola, è a soli 10 chilometri da San Giovanni Rotondo.»).
C’è un dettaglio che sembra fatto apposta per collegare l’esperienza canora partenopea di quegli anni a quella, distantissima, dei siciliani di New Orleans. «Il jazz» spiega Renzo «nasce per evoluzione degli spirituals, dei gospel, ma la sua fonte primaria furono i calls, i richiami “di lavoro” cantati nei campi di cotone. Come quelli degli acquaioli, a Napoli, per dire, dei venditori d’acqua (’a fronn’e limone) e non solo. Le elaborazioni di quei richiami potevano portare, e lo fecero, a risultati impensabili. Il personalissimo stile di Sergio Bruni, per esempio, derivava da quelli.» In particolare, a partorire il genere e la tecnica era «la vierola,» spiega Citarella «che è la modulazione di chiusura dei richiami degli ambulanti. A fare i pignoli, trattasi della “espressione declinante del vibrato”».
Capito, sì? Gli acquaioli a Napoli e i neri in Louisiana.
Fra i valori persi dal nostro Paese con la diaspora dei meridionali, metteteci pure questo. Anche se la musica nasce con un passaporto, ma diventa apolide, di tutti. «Un pugliese, di nome Eugenio, emigrò a Nizza. Faceva un lavoro poverissimo: raccattava e legava fascine al mercato dei fiori. Ma era un grande suonatore di mandolino; e nel 1886 fondò un’orchestra di mandolini. Ancora oggi, a Nizza, c’è la più grande scuola per mandolinisti: ce ne sono circa 150.000, nel solo quadrilatero Nizza-Arles-Marsiglia-Bordeaux» narra Citarella, in partenza per un concerto, proprio lì.

Pino Aprile

estratto dal libro di Pino Aprile “Giù al Sud”

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PISACANE ED I 300-UN INGANNO STORICO LETTERARIO ( ERAN 300 GIOVANI E FORTI..MA GALEOTTI ) -III PARTE

Posted by on Gen 2, 2019

PISACANE ED I 300-UN INGANNO STORICO LETTERARIO ( ERAN 300 GIOVANI E FORTI..MA GALEOTTI ) -III PARTE


Abbiamo lasciato nell’ultima parte i nostri eroi ( CARLO P…ISACANE ed i suoi più fidati compagni GIOVAN BATTISTA FALCONE e GIOVANNI NICOTERA) nella piazza di Ponza a tentare di sollevare gli isolani. Vano tentativo ! NICOTERA , che poi diventerà Ministro dell’Interno dello Stato Unitario, per far scoccare la scintilla che non partiva bene pensò di bruciare gli archivi comunali, dopo essersi preso la cassa comunale, e assaltare il Dazio e la Pretura. Il messaggio era: caro popolo ora sei libero. L’amministrazione governativa non esiste più. Prenditi le terre demaniali dei Borbone e seguici nella rivoluzione.
Mancavano ai nostri eroi due semplici concetti. Il primo che il popolo già possedeva, lavorava e viveva con le terre demaniali. Infatti ,nel Regno Borbonico, le terre della corona erano date in uso ,gratuitamente, ai contadini ,cosiddetto USO CIVICO. Essi sfruttavano i terreni dello Stato in ENFITEUSI PERENNE. In definitiva erano già ” padroni” dei terreni che servivano al loro sostentamento senza divenirne mai proprietari . Un sistema che poi è stato utilizzato in futuro dai regimi socialisti di oltre cortina. Il secondo motivo del loro fallimento a Ponza consisteva nel fatto che quell’invasione ” piratesca” ,seppur con intenzioni diverse , ricordava agli isolani le scorribande moresche che in passato avevano portato lutti e rovine. Da qui il rifiuto verso questi nuovi pirati in cravattino e bombetta.
Il resto lo fece FALCONE., anticlericale viscerale. Prima bruciò l’archivio della biblioteca dei monaci CIRCESTENSI , poi si mise in piazza ad inveire contro preti e chiesa, calpestando il sentimento religioso di quella gente che proprio qualche giorno prima aveva festeggiato il Patrono S.SILVERIO. Due “autogol” ,diremmo oggi, che indussero i ponzesi a chiudersi in casa sospettosi ed impauriti. Resisi conto del fallimento della loro impresa, delusi e nervosi, compirono l’ultimo atto di imbecillità. Non trovando adepti alla loro causa aprirono le porte delle CARCERI della PARATA liberando 1800 delinquenti comuni , ladri e assassini. Possiamo solo immaginare cosa passarono i ponzesi. 1800 galeotti , per anni privati di ogni cosa, liberi di scorazzare nel piccolo paese e nelle campagne. Rapine, saccheggi, violenze riempirono quelle ore. ERANO PARTITI PER LIBERARE IL POPOLO E LIBERARONO I DELINQUENTI .Epilogo meschino di una impresa rivoluzionaria , falsamente decantata dalla retorica risorgimentale attraverso un ipocrita come il MERCANTINI che ben si guarda dal riportare questi dolorosi fatti ,ma scrive solo ..”…ALL’ISOLA DI PONZA SI E’ FERMATA E’ STATA UN POCO E POI SI E’ RITORNATA…”.Niente,nulla ,nemmeno una parola su cosa era realmente successo. E per glorificare ancor più quei malfattori li assolve e santifica con un’altra strofetta ..” LI DISSER LADRI USCITI DALLE TANE ( ma no) MA NON PORTARON VIA NEANCHE UN PANE..” I ponzesi furono costretti a difendersi da questa orda infame,altro che non portarono via neanche un pane! Guidati da un prete,DON GIUSEPPE VITIELLO ,popolo e gendarmi innalzarono barricate per resistere alle violenze ed alle aggressioni .Negli scontri che seguirono perse la vita un giovane tenente borbonico ,tal GIUSEPPE BALSAMO ,nel tentativo di difendere la gente inerme. Solo da pochi anni è stata posta una lapide, a Ponza, in memoria di questo VERO EROE .Dei 1800 delinquenti solo 323 seguirono il PISACANE verso Sapri, pensando di ritornare alle loro case, gli altri preferirono restare sull’isola. Dei 323 nessuno aveva aderito al richiamo perchè aveva una coscienza politica,ma solo perchè avevano la coscienza sporca. Questa era l’unica occasione per tentare di farla franca .Nessuno di loro poteva prevedere che sarebbero passati alla storia grazie al Mercantini, il quale li avrebbe purificati con la sua ode ..”..ERAN TRECENTO ERAN GIOVANI E FORTI…” tacendo la loro origine di GALEOTTI ed il loro scopo : FUGGIRE DALLA GALERA .Lo stesso 27 giugno la nave CAGLIARI lascia Ponza, carica di questa gentaglia ,per SAPRI. (fine III parte)

Pasquale Santagata

capitoli precedenti

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“PER LE SCUOLE ITALIANE IL REGNO DI SICILIA NON È MAI ESISTITO”

Posted by on Dic 27, 2018

“PER LE SCUOLE ITALIANE IL REGNO DI SICILIA NON È MAI ESISTITO”

di Massimo Costa

Dove nasce il complesso di inferiorità dei Siciliani.
Risposta: in gran parte sui banchi di scuola (oltre che guardando la TV italiana), che nega ab origine ogni forma identitaria propria della Sicilia.
Questo il libro di testo della Mondadori per la classe di seconda liceo di mia figlia.
Parlando della Sicilia medievale….
Intanto c’è tutta la solita marmellata sull’incontro di popoli, culture, etc. da cui non si capisce nulla se non che sembra che questi popoli stranieri si sono incontrati qua, mentre dall’altra parte i Siciliani, altro popolo (assente dalla storia che conta), stavano a guardare passivamente, mentre quelli andavano d’amore e d’accordo, etc. Sembra scritto da Orlando, vabbè.
Ma la cosa scandalosa è un’altra. Leggiamo:
«Nel 1061, infatti, i Normanni, popolo bellicoso e proveniente dal Nord Europa, giunsero in Sicilia, SACCHEGGIANDOLA E DEPREDANDOLA DI OGNI BENE.» E questo è tutto, gente.
I Normanni (forse scambiati con i Vandali di qualche secolo prima) vengono, saccheggiano, una specie di orda di Unni, va…. Prima dell’Italia solo dolore e morte, specie se si tratta di civiltà occidentale e cavalieri cristiani.
Con un’eccezione, naturalmente: i Saraceni, la cui conquista dell’Isola «diede l’avvio a un periodo di splendore per l’isola…Grazie infatti a un governo politicamente illuminato, che consentì per esempio la pacifica coesistenza tra i popoli garantendo la libertà religiosa…Soprattutto Palermo, capitale del califfato (sic!) arabo…». E io che credevo che i califfi stessero a Baghdad ed al Cairo. Ho scoperto che Palermo era la sede del califfato, mah…
Nella mappa degli “stati nazionali” che si formano: Francia, l’Italia di Berengario II, la Germania del Sacro Romano Impero e, naturalmente, l’Inghilterra dei Normanni (lì si forma uno stato nazionale, da noi fu una “conquista”, non aggiungo altro).
Poi, in una scheda, parlando dei Normanni, si riesce nel capolavoro retorico di parlare di Ruggero I e Ruggero II, SENZA MAI PRONUNCIARE LA “PAROLACCIA” “REGNO DI SICILIA”. RUGGERO II era re, sì, ma non si sa di che cosa, della Normandia, di un suo dominio personale, chissà.
E infine, ciliegina sulla torta, parlando di ciò che successe ai Siciliani “dopo” questa brutale conquista….
«Nei secoli successivi, la Sicilia venne ancora conquistata da Francesi e Spagnoli fino a essere annessa al Regno d’Italia nel 1860.»
Evidentemente il Vespro per loro fu un episodio della “conquista spagnola”. 8 secoli di stato, parlamento, esercito, leggi, moneta proprie, liquidate come un paio di dominazioni (di cui una, la francese, in verità durata solo 16 anni). Poi la “liberazione”, ops, l’annessione (qui gli è scappata giusta), al Regno d’Italia, l’origine di TUTTI O QUASI I NOSTRI MALI.
Poi ci lamentiamo di mancanza di senso civico, rassegna zione, apatia, subalternità a “quello che viene di fuori”, insuccesso delle formazioni politiche “regionali”…. Con questo lavaggio di cervello dalla culla sfido chiunque a provare ad alzare la testa.
Se la cosa ti fa incavolare condividi questo post.

Errori del libro: 1. con tutto il rispetto per i Saraceni di Sicilia, contro i quali non ho come alcuni alcun pregiudizio specifico, pur di esaltare tutto ciò che è musulmano si confonde il loro periodo con quello successivo del Regno di Sicilia. Sotto il Regno di Sicilia, in un certo senso almeno, ci fu tolleranza dei popoli e delle religioni. E sotto il regno di Sicilia ci fu il massimo splendore. Tutto sommato la seconda parte del periodo islamico (l’emirato di Sicilia) fu un periodo positivo, con la costruzione di un primo stato di Sicilia, e una certa floridezza, ma niente di che in confronto al dopo. La prima parte fu di veri saccheggi e stermini di cristiani, una violenza inaudita. I cristiani sopravvissuti erano dimmi, cioè “umiliati”, costretti a pagare la gezia, una tassa speciale, a non poter andare a cavallo, a non costruire nuove chiese, a lasciare il passo a tutti i musulmani che incontrassero per via, a non poter avere dipendenti o servi musulmani, esclusi dalla vita politica del paese, etc. Altro che tolleranza.

2. errore. L’emirato di Sicilia non fu mai un califfato.

3. errore La valutazione dell’invasione normanna è semplicemente ridicola. I Normanni furono liberatori non barbari invasori. Certo, le guerre non erano passeggiate ed erano violente. Ma fu una conquista rapida e accolta da tutti i cristiani dell’Isola come una vera liberazione. Poi, dopo, la civiltà che ne derivò, segnò uno dei momenti di maggiore splendore per la Sicilia, altro che saccheggi. A meno di non dire che le cattedrali di Palermo e Monreale le hanno fatte…. gli arabi.

4. A parte l’elite dei cavalieri normanni, quello che i Normanni costruirono in Sicilia fu un regno nazionale, ESATTAMENTE COME FECERO IN CONTEMPORANEA IN INGHILTERRA. Dove non a caso c’era il Parlamento come in Sicilia. La Sicilia è un regno nazionale, e viene negato da questo libro, che paradossalmente invece riconosce questo carattere all’identico fenomeno inglese. La parola Regno di Sicilia è accuratamente evitata, E questo è semplicemente un falso storico.

5. Ancora peggio il dopo. Saltata la grande epoca della dinastia Hohenstaufen, sotto cui non c’era proprio alcuna dominazione,. Saltata la monarchia indipendente dopo il Vespro (1282-1412). Si vende come “dominazione” spagnola l’unione personale tra le corone di Spagna e Sicilia di ‘400, ‘500 e ‘600. Persino dopo (‘700) siccome i Borbone di Napoli sono di origine spagnola, anche quella sarebbe “dominazione spagnola”. Un fake spaventoso. La Spagna non ha mai conquistato la Sicilia. E la Sicilia non è mai stata una colonia o un possedimento spagnolo: sempre una monarchia costituzionale, che aveva in comune con la Spagna solo il Re (per vicende dinastiche), il quale inviava un viceré che rispettava in tutto e per tutto leggi e parlamento siciliano. Poi la “dominazione francese” è vera, ma durò solo 16 anni, travolta dal Vespro. Insomma, dire che “dopo i Normanni”, la Sicilia era una pallina da ping pong tra francesi e spagnoli è un insulto alla cultura.

6. Ci si domanderà a questo punto di che cosa fosse mai stato re il buon Ruggero II. A quanto pare era, come scritto in non pochi testi italiani di storia, “re di Napoli”, o forse “delle Due Sicilie”, così completiamo la frittata.

E però è il disegno complessivo ad essere inquietante. La negazione di identità al popolo siciliano (solo spettatore di questi dominatori che vanno e vengono e fanno i fatti loro, nessuno dice che quei popoli non erano dominatori ma i nostri nonni). La negazione di identità allo Stato di Sicilia e alle sue istituzioni, per poter dire che solo il Nord d’Italia ha una sua storia. E che la nostra comincia con “l’annessione all’Italia” del 1860. Se ci pensi è la stessa ragione per la quale tutti i centri storici siciliani hanno visto cambiare la loro toponomastica con i Savoia, Garibaldi, etc. Come se prima ci fossero stati secoli di “nulla”, sbrigativamente e falsamente liquidati come “dominazioni”. Qua l’unica vera dominazione, è quella italiana.

fonte

7https://360econews.wordpress.com/2018/09/19/per-le-scuole-italiane-il-regno-di-sicilia-non-e-mai-esistito/?fbclid=IwAR1T-6QhnzHdx6JE8CvYzmCSKAO3XVliRqOUKxdvrG4izBG_YEO5RTT9t3A

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