Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Canova e l’Antico, appunti a fine mostra

Posted by on Lug 5, 2019

Canova e l’Antico, appunti a fine mostra

Nessuna proroga. Il 30 giugno la mostra Canova e l’Antico, al Museo Archeologico di Napoli, ha chiuso. Si era aperta il 28 marzo scorso con grande battage pubblicitario e gli interventi d’importanti esponenti politici e istituzionali. È stata una mostra copiosa e costosa, arricchita dalle opere canoviane dell’Ermitage di Pietroburgo. Perché Canova fu ammirato e amato anche dalla Russia zarista e dalla sua zarina Caterina. In verità, lui fu ammirato e richiesto da tutti i potenti dell’epoca sua. Ora, a mostra conclusa, ci si presentano vari interrogativi e alcune certezze. Antonio Canova fu senza dubbio un importante esponente del Neoclassicismo. Quell’arte che, etimologicamente, significa un nuovo (neo) classicismo, cioè ritorno a quell’arte antica che è stata considerata dai critici di prima classe. In proposito possiamo osservare che, quando un forte potere “centralistico”, quello di un impero o di uno stato, tende ad affermarsi, promuove, generalmente, l’imitazione di quell’arte detta classica, che fu una delle espressioni dell’antica egemonica Atene e della Roma imperiale. Un’imitazione che fu adottata poi, appunto dalla Russia zarista e comunista come dal nazismo e dal fascismo. Perché il classicismo, con il suo rifarsi all’antichità (più romana che greca), con la sua vetustà, dona ai vari regimi un’allure di razionalità, d’imponenza e di sicurezza che ne rafforza la legittimità. Questa mostra all’Archeologico Napoletano prevede forse che vi sarà un ritorno al classicismo quale espressione di un Potere centralistico? Un ritorno impossibile, sebbene sempre più chiaramente si vada delineando l’affermazione di un centralismo globale, con la complicità della debolezza confusionaria dei poteri intermedi, tipo l’Europa. Perché il Neoclassicismo fu, come si sa, di matrice greco-romana e aveva dei principi, un’arkè, che coinvolgeva quei popoli, europei e americani, che da quella cultura erano stati formati. Possiamo anche notare che il Neoclassicismo si poté affermare dappertutto, non rappresentando specifiche realtà. Si può anzi dire che l’estetica neoclassica, programmaticamente, non tende a rappresentare la bellezza delle cose reali, né a cercarla nelle cose reali ma tende a inventare una bellezza astratta, da realizzare servendosi di queste.

Gli anni in cui visse Antonio Canova (1757/1822) furono quelli della Révolution, poi di Napoleone e infine del ritorno degli Stati nazionali. E fu un’epoca che poneva nella polvere quelli che aveva prima messi sull’altare e viceversa. Canova visse e si adeguò molto flessibilmente a questi mutamenti politici. Esempio ne è la statua di Ferdinando IV re di Napoli (III di Sicilia e poi, dal 1815, Primo Re delle Due Sicilie), che Canova, mentre la stava realizzando, tralasciò, a causa dell’affermazione dei Napoleonidi, e che completò soltanto dopo che questi furono eliminati. Cosicché finalmente la scultura di Re Ferdinando potette essere sistemata sulla scalinata del Museo Archeologico Borbonico, dove ancora si trova. Forse questa sua duttilità aiutò Canova a fare carriera. E certo è straordinario come un modesto ragazzotto di Possagno, partito da questo piccolo paese del trevigiano, sia stato in grado di conquistare i personaggi più importanti dell’epoca sua. Rappresentò in pieno l’estetica classicista, tanto da potersi definire alunno degli antichi e maestro dei suoi contemporanei. Molti lo imitarono. Perché il Neoclassicismo incontrava il gusto della società dell’epoca. Quella particolare limitata società, s’intende, fatta di nobili in decadenza e rampanti parvenus. Canova operava secondo un metodo che via via rese sempre più preciso. Dal modellino di creta fatto di sua mano, gli aiutanti ne ricavavano, ingrandito, il modello in gesso e da questo la scultura in marmo, rifinita, poi, dal Maestro. Una tecnica lenta, che si avvaleva di precise misurazioni numeriche, una concezione dell’arte come tecné, come tecnica. Poi, lentamente, l’ammirazione per lo stile canoviano si mutò in insofferenza e si criticò la freddezza, l’astrazione della sua arte, mentre si affermava, in una società diversamente e più ampiamente formata, la libertà della visione, l’espressione vitale del sentimento e dell’inconscio. Allora Canova fu considerato falso e retorico. Ma sincero fu in lui l’amore per l’antico, che conobbe soprattutto a Roma, a Napoli, a Paestum e nei Campi Flegrei.

E può sembrare acconcio il giudizio che di lui diede Stendhal. “Quel grande che a vent’anni non conosceva ancora l’ortografia ha creato cento statue, trenta delle quali sono capolavori”. Cioè più dei due terzi dei suoi lavori non sono nulla di eccezionale ma i restanti, meno di un terzo, sono da ammirare. Nella recente mostra napoletana il curatore, Giuseppe Pavanelli, con molta accortezza aveva posto le opere provenienti dal museo di Possagno, che, in verità, sono le meno suggestive, nell’atrio dell’Archeologico, dove erano a paragone con quelle copie romane di uomini importanti che risentono di una monotona accentuata schematizzazione. A bassa voce, possiamo anche osservare che alcune di queste opere canoviane rasentavano la goffaggine. “No good, no good!” esclamava una visitatrice della mostra al loro cospetto e, preferendo le opere antiche, si indirizzava verso le meravigliose antiche sculture contenute nell’attigua Sala del Toro Farnese. Le quali hanno una vitalità derivante dall’attenzione, il rispetto e l’esaltazione della natura e della realtà umana. Così le copie dipinte dal Canova, tempere su carta, delle danzatrici vesuviane, in mostra sulla parete di fronte all’originale, dimostravano la diversità e la modestia della loro concezione. Le danzatrici antiche danzano liberamente nel vasto e libero spazio indefinito della parete colorata. Quelle canoviane si mettono in posa orizzontalmente come su un palcoscenico. Ma certo destavano la dovuta ammirazione per la raggiunta bellezza alcune sculture di Canova, in genere provenienti dall’Ermitage, collocate nella Sala della Meridiana. Come la “danzatrice con le mani sui fianchi”, “Eros e Psiche”, e le famosissime “Tre Grazie”. Eppure qualcuno ha trovato da ridire sulla figura di Eros, che non avrebbe l’altezza fisica e alcun attributo tradizionalmente maschile che ne giustifichi la presenza. E criticate sono state finanche le “Tre Grazie”, non per la bellezza indiscutibile della loro composizione ma per – come dire?- il loro contenuto, lontano da quello dell’originale greco. Le Tre Grazie, infatti, sono un soggetto molto spesso trattato nell’antichità, che le ritrasse quali ragazze eleganti nella loro castigata e attraente bellezza, che hanno tra loro legami formalmente estetici. Mentre le Grazie canoviane sono accostate l’una all’altra in un abbraccio e sono state viste da alcuni come lesbiche impudiche. Forse questo perché, senza battage pubblicitario, la visione di un’opera d’arte diventa più sincera. Ma sarà la più vera?

Adriana Dragoni

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Il Barocco di Jan Fabre di Adriana Dragoni

Posted by on Lug 3, 2019

Il Barocco di Jan Fabre di Adriana Dragoni

L’artista fiammingo in mostra a Capodimonte, partendo da un “corallo” per parlare e raccontare di sé e di noi, e della nostra vita di esseri umani

Il Barocco di Jan Fabre L’artista fiammingo in mostra a Capodimonte, partendo da un “corallo” per parlare e raccontare di sé e di noi, e della nostra vita di esseri umani Adriana Dragoni pubblicato domenica 30 giugno 2019 Che cos’è? Un cuore? La domanda è di una visitatrice che sta guardando, nella reggia-museo di Capodimonte, un’opera di Jan Fabre. Verrebbe voglia di risponderle di no. Ma non si può negare che quell’oggetto in mostra abbia una forma che molto si avvicina a quella di un cuore. Eppure non è un cuore. Questo oggetto di rosso corallo si ispira alla realtà ma diventa altro, rifugge dall’imitazione e diventa arte, pulsa di vita propria e si trasforma in simbolo, di un intrico di pensieri, sensazioni, sentimenti profondi, viscerali, carnali, veraci, indistinti. Jan Fabre, artista fiammingo di fama mondiale, in questa mostra ricchissima, che, fino al 15 luglio, sarà a Capodimonte, ci parla a lungo e racconta di sé e di noi, della nostra vita di esseri umani. Rappresenta cuori, teschi, crocifissi, spade, pugnali, la guerra, la cattiveria, la bellezza della forza, l’ironia dell’intelligenza. In un insieme di colori luminosi: il bianco tinto di rosso nei disegni tracciati col sangue, il luccicore dell’oro nelle opere eseguite dall’artista dal ’70 in poi, il brillio del corallium ruber del Mediterraneo nelle dieci recentissime opere fatte apposta per Napoli. Questo corallo rosso viene lavorato, in antichi laboratori, nella cittadina vesuviana di Torre del Greco. Sembra abbia un valore esoterico, è considerato un portafortuna e ha una precisa origine nella mitologia. Perseo, figlio di Giove e della bellissima Danae (di lei c’è un ritratto, opera di Tiziano, proprio a Capodimonte), uccide la terribile Medusa, ne prende il capo sanguinante e lo offre a Poseidone, mentre nelle acque del mare scorrono gocce di sangue: il rosso corallo.

A Capodimonte, Fabre già era venuto con una mostra di opere luccicanti del verde cangiante di tantissimi piccoli gusci di scarabei: una grande spada, simbolo di coraggio e di potenza, e un grande quadro che, con il logo delle ferrovie del Congo Belga, sintetizzava la conquista gloriosa e terribile di quella terra e dei suoi abitanti. La mostra era stata curata da Laura Trisorio e dal direttore di Capodimonte, Sylvain Bellenger, che la aveva inserita nella serie “Incontri sensibili”. E vi aveva aggiunto, evidenziandone le analogie, quattro teche che ricordavano l’uso, soprattutto seicentesco, delle Wunderkammer, stanze o scatole di oggetti naturali o artificiali interessanti per loro strane peculiarità. Il Seicento è un secolo di investigazioni sulla natura e di alchimia, di scienze e di religione, di sangue e di guerre. È il Barocco. Fabre ha una sensibilità analoga, tanto da poter essere considerato, forse, un artista barocco contemporaneo. Che suggerisce, con le sue opere, la contemporaneità della storia e quindi, affermando che il passato non passa mai, l’inesistenza di un meccanico tempo progressivo. Anche Stefano Causa, curatore della mostra odierna insieme a Blandine Gwizdala, accosta diverse altre opere a quelle di Fabre, rivelandone le analogie e rafforzandone il significato.

Così aggiunge diversi quadri del Seicento fiammingo, che rappresentano quei peccati capitali che costituiscono anche gli umani piaceri della vita. Contrasti dell’animo umano, che Fabre non manca di evidenziare nelle sue opere. E ancora a Capodimonte continua l’accostamento diretto tra Fabre e il Seicento, con la contemporanea mostra “Caravaggio e Napoli”, fino al 15 settembre. Ancora una volta, Bellenger accoglie a Napoli un grande artista evidenziandone i legami con la città. Se Fabre le si avvicina con l’uso del corallo napoletano, la mostra su Picasso svelava come la cultura popolare napoletana abbia influito su di lui. Caravaggio, Picasso, Fabre. Tutte e tre forti personalità rivoluzionarie, lontane dal classicismo accademico. Che è espresso, invece, in contemporanea, sempre nella reggia di Capodimonte, fino al 30 settembre, in “Un restauro in mostra”, che svela il meccanismo della costruzione delle sculture di Antonio Canova: dal bozzetto in terracotta al gesso precisamente misurato con i calcoli numerici occorrenti alla equipe dei marmorari che realizzavano le opere del Maestro. Due mondi diversi, due modi diversi di concepire la tecnica, l’arte e l’umanità.

Adriana Dragoni

fonte http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=62796&IDCategoria=52

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Frame Ars Artes/Paola Pozzi rilancia la sua galleria: uno spazio da vivere in infinite direzioni

Posted by on Giu 29, 2019

Frame Ars Artes/Paola Pozzi rilancia la sua galleria: uno spazio da vivere in infinite direzioni

Un’atmosfera allegramente conviviale, mercoledì scorso, all’apertura del nuovo “Frame” a Napoli, che da piccola galleria d’arte si è trasformata, spostandosi nell’edificio di fronte, in un vasto locale plurisala, che avrà anche plurifunzioni.
Tanta gente, amici di vecchia data della coppia Antonio Mussari e Paola Pozzi, tra cui quelli del vicinato. Dove, in un luogo di mezza collina, al corso Vittorio Emanuele, nei pressi del numero 525, esiste, chissà perché, un folto gruppo di gente pazza per arte e dintorni.
Al Frame diverse le attività in fieri: ancora mostre d’arte, di una fila di artisti importanti, con installazioni digitali particolari dell’artista Pascal, ma anche laboratorio di teatro, cinema, letture…
Non per nulla “ frame” è parola inglese che significa cornice, telaio. Darà supporto a tante iniziative. Ne vedremo delle belle, mosse da quell’attivo motore che è  Paola. La quale mi dice:  Non voglio la solita galleria con i quadri appesi alle pareti, che stanno lì a farsi guardare da visitatori che vengono il giorno dell’inaugurazione e poi scompaiono. Voglio un locale vivo, nel quale chi ha buone idee e capacità di realizzarle è il benvenuto.
Il locale è stato organizzato e arredato da lei, valente architetto anche di interni: diversi sono gli edifici e le abitazioni che ha creato, a Napoli, in costiera e altrove. Qui, al Frame, appare il suo gusto, che unisce alla praticità un’eleganza non superficiale, espressione della spiritualità del vivere.
Per ora, qui c’è una mostra di belle fotografie degli anni Settanta di Antonio Mussari. “Fermo immagine” si intitola. Ed emblema significativo ne è soprattutto la fotografia della risacca, del momento in cui l’onda del mare che va verso le riva è fotografata mentre si ritira e va indietro: è il ritratto di un istante, quello cercato, individuato e ripreso, forse dopo diversi appostamenti.
Ho guardato queste fotografie prima di conoscerne l’autore. Ho pensato a uno spirito solitario, raffinato, in un certo senso elitario, gentile senza affettazione. Ci sono le fotografie dei suoi viaggi. I cavalli della Camargue bianchi e bellissimi (foto). Uno di loro, solitario, è sullo sfondo ma è quello che attira l’attenzione.
E’ una questione di teleobiettivo- mi spiega poi Antonio. C’è una Francia, di cui si intuisce il ritratto in una fotografia dall’elegante verticalità, una Venezia senza gondole stereotipate ma con il mare e una barca. Un mare che diventa vivissimo in una fotografia astrattizzante.
Ho usato il doppio scatto– mi spiega ancora l’autore Ci sono anche degli straordinari alberi dal fogliame rosso. E ancora Antonio mi dice: Ho usato una semplice pellicola Agfa Crome e una semplice Nikon, che va a prendere e mi mostra maneggiandola con affetto.
Poi mi fa vedere  anche una fotografia che non è al Frame. Rappresenta l’Italsider di Bagnoli ancora funzionante: c’è un’enorme aerea nube di fumo che lui è stato capace di trasformare in materia concreta, rilevata com’è dal contorno più scuro.
Questa dell’Italsider è tra le fotografie di una rivista che negli anni Settanta andava per la maggiore, “Nuova fotografia”, in cui un lungo articolo è dedicato a lui, Antonio. Che vi appare come un osservatore e uno sperimentatore. Non per niente ha una laurea in fisica Che non ha molto sfruttata, preso dalla passione per la fotografia che, a quel tempo, lo ha reso celebre. Non si sofferma su un incidente che lo ha bloccato. Comunque ora– confessa- non mi piacerebbe usare la fotografia digitale, è troppo facilitata.
Le fotografie  in mostra al Frame (fino al primo luglio) sono come dipinti, opere d’arte che indagano sul mondo dei colori e degli affetti, della luce e delle penombre, rielaborazioni affascinanti che narrano questa o quella storia, che captano quell’irripetibile momento, che è un momento di vita.

Adriana Dragoni

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L’arte del fuoco

Posted by on Mag 23, 2019

L’arte del fuoco

Cai Guo Qiang a Napoli. Dopo i fuochi d’artificio a Pompei la mostra al Museo Archeologico, pensando anche ai trucchi della creazione per scuotere la vita

Booaaaam! un boato fortissimo, enorme, orrendo, lo scoppio di una fiammata improvvisa, la folla accalcata dietro le transenne tutta insieme si ritrae, spaventata, con un coro sommesso: ooohh! 

Se l’arte deve dare emozione, questa volta ci è riuscita davvero: c’è un fremito di paura, mentre una nube scura scura, ora, occupa tutto intorno e il cielo. Grandioso! Poi, tra lo scoppiettio dei fuochi d’artificio, un sottile fumo bianco si leva dai vasi antichi ammucchiati lì davanti, ora cocci, che il fuoco, protagonista, ha reso neri e, dietro di loro, emergono lentamente le statue dello Pseudo Seneca, della Venere Callipigia, di Atlante e poi, su tutti, grande, potente, l’Ercole Farnese, non più di marmo bianco e che sembra di bronzo e poi si trasforma. Strisciate di liquido colore scorrono sulla sua pelle, è rinato, non è solo una statua, ha vissuto. Il lenzuolo bianco, steso là in fondo, è macchiato da tante tinte diverse colate dall’alto.

Questo è accaduto nell’anfiteatro di Pompei per la performance Nel Vulcano, una tappa del “Viaggio di un uomo nella storia dell’arte occidentale”, progetto dell’artista cinese Cai Guo Qiang. Curatore della performance è stato Jerome Neutres, che della città antica ha detto «sembra vivesse con l’arte». E si pensa, allora, alla vicina Casa di Afrodite, dove, in un giardino, un uccellino beve l’acqua dalla fontana e la dea, bellissima creazione magnogreca, è una donna che anticipa di secoli la Venere di Giorgione ma anche la Maya desnuda di Goya, ed è protettrice dell’antica Pompei come lo è oggi la Madonna cristiana. Pompei rivive ancora, eterna. Come la sua arte. Questo ci dice anche Cai Guo Qiang con la sua performance.

La cui organizzazione, complessa e dispendiosa, è stata opera della Fondazione Morra e ha impegnato tantissime persone, dai fuochisti ai vigili del fuoco, agli assicuratori e ai trasportatori di grandi oggetti e di persone, giornalisti e non, italiani, stranieri, soprattutto francesi e, naturalmente, cinesi. «Siamo molto soddisfatti del nostro lavoro. Non tutti sarebbero stati in grado di realizzare tutto questo. Straordinaria la scelta del luogo. E Cai Guo Qiang è un artista eccezionale. Credo che la nostra collaborazione con lui continuerà. Faremo grandi cose insieme», ci ha detto il Presidente della Fondazione, Giuseppe Morra.

Poi ci siamo spostati al Museo Archeologico di Napoli. Nell’atrio, ora, ci accolgono le statue severe degli imperatori romani e dei funzionari imperiali che, a volte, stranamente, hanno le teste troppo più piccole del normale. Hanno sostituito, dicono, altre teste, che ritraevano visi di persone non più importanti oppure morte. Siamo qui, all’Archeologico, a cercare le reliquie dell’avvenimento pompeiano, visibili al pubblico fino al 20 maggio. Domandiamo dove si trovino. Sono itineranti, ci informa una giovane addetta all’accoglienza che ama parlar forbito, mentre ci dice che queste reliquie stanno miracolosamente andando motu proprio a spasso per le sale del museo. In realtà, sono state collocate in varie sale. Ma le troviamo soprattutto nella sala del Toro Farnese. Il famoso gruppo scultoreo rappresenta il supplizio di Dirce che, legata a un toro inferocito, da questi sarà trascinata e ne morrà. È in fondo alla lunga sala e nei pressi dell’entrata, invece, vi sono le statue della Venere Callipigia, dello Pseudo Seneca e di Atlante, coperte di fuliggine, ingrigite, come immiserite dal fuoco pompeiano. Raccolgono uno sguardo un po’ distratto, tra il commiserevole e l’interrogativo, dei visitatori non informati. 

Lì accanto, ancora bellissimo, c’è l’Ercole Farnese, rinato dalle fiamme. Il lenzuolo, lunghissimo (32 metri), un tempo bianco, poi variegato da tanti colori dall’esplosione pompeiana, ora è tenuto in alto per fingere un affresco sul soffitto. Lungo le pareti vi sono anche dei quadri di Cai Guo Qiang disegnati con le dita, come sporcate dalle ceneri, alcuni colorati, con il rosso del fuoco che prevale. Intorno, integre, vi sono le antiche sculture dell’Archeologico. I visitatori sembra amino l’insolito e si fermano soprattutto a osservare l’Artemide Efesia, quella dea che ha tante protuberanze pendenti sul petto, mammelle o scroti ed è bellissima comunque, e si mostrano anche interessati all’impudica attrazione sensuale tra Pan e Dafni e a quella tra Ganimede e l’Aquila, e un po’ meno alla sconvolgente bellezza della costruzione intrecciata e unitaria di Eros con il Delfino. 

Su una parete, si vede il filmato della performance pompeiana. Una signora lo sta filmando. È un architetto. Insegna alla scuola media statale. Mi dice: «Porterò il filmato in classe. Spero così di interessare i miei alunni. Ci tento in ogni modo. Purtroppo i ragazzini d’oggi sono refrattari a ogni stimolo. Li trovo apatici». Non lo sono soltanto loro. Perciò l’arte cerca qualcosa in grado di scuotere, è in escalation, siamo arrivati al fuoco. Che cosa inventerà ancora?

Adriana Dragoni

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La mostra a Capodimonte/Napoli e Caravaggio: due anime eretiche che rifiutano di relegare la visione del mondo in uno spazio-scatola

Posted by on Apr 29, 2019

La mostra a Capodimonte/Napoli e Caravaggio: due anime eretiche che rifiutano di relegare la visione del mondo in uno spazio-scatola

Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, dipinge opere meravigliose e inquietanti. Anche nella sua biografia c’è inquietudine, oscurità e mistero. Nato a Milano nel 1571, vissuto poi a Caravaggio, paese d’origine della sua famiglia, compare a Roma, nel 1595, quale esperto pittore, già molto stimato da notabili e alti prelati della Roma papalina, che gli commissionano opere importanti.
Eppure, ed è molto strano, non si conosce nessuna sua opera dipinta prima del suo soggiorno romano. I critici hanno studiato a fondo le sue pitture romane e vi hanno evidenziato influenze, per quanto ipotetiche, di vari pittori lombardi esaltando, così, l’importanza della pittura lombarda. Viceversa, sono stati molto poco studiati i rapporti tra le sue pitture realizzate a Napoli e l’ambiente sociale e artistico di questa città. Anzi, ci è affrettati ad affermare soltanto l’influsso di Caravaggio sui pittori napoletani, che quindi sono stati definiti tout court caravaggeschi.
Ma ecco, a Capodimonte, fino al 14 luglio, la mostra Caravaggio Napoli, che già nel titolo “paritario” si presenta come stimolo ad approfondire questo argomento, iniziando un nuovo discorso. E che, seduttiva e spettacolare nell’allestimento, curato dallo stesso direttore della Reggia-Museo e del Real Bosco di Capodimonte Sylvain Bellenger e dalla professoressa Cristina Terzaghi, può diventare una pietra miliare nella conoscenza di Michelangelo Merisi, della pittura seicentesca napoletana e, in fondo, pure di tutta la storia dell’arte.
Caravaggio arriva a Napoli nel 1606. E’ in fuga da Roma, dove è stato condannato a morte perché, in una rissa, ha ucciso un uomo. Napoli è il suo rifugio. Vi resterà per quasi un anno. Vi ritornerà nel 1609 e se ne allontanerà l’anno dopo per sfuggire a un misterioso killer; ma nella fuga, invece, troverà la morte.
Napoli, all’epoca, è una splendida capitale spagnola e la città di gran lunga la più popolosa d’Italia. In quegli anni è in piena attività anche edilizia e sta sostituendo il palazzo reale aragonese con un altro più grande e più bello, che dovrebbe accogliere Filippo III d’Asburgo, il Re, che però non vi giungerà mai. (lo stesso palazzo, ristrutturato e modificato, ora si trova nella piazza del Plebiscito, chiamata, un tempo, Largo di Palazzo)
A Napoli, all’epoca, c’è un’ampia e vivace cerchia di letterati e di artisti, tra i quali Caravaggio è accolto. E possiamo immaginarlo dialogare con loro in un proficuo scambio di idee. Si ritrovano nella Taverna del Cerriglio. Tra gli avventori, c’è gente di nobile famiglia, come il grande Giovan Battista Basile, che la dice “casa de li spasse, dove trionfa Bacco, dove si scarfa Venere e s’allonga la vita ‘e chiù ‘e cient’anne”.
Ma la taverna è frequentata anche da povera gente: è un ambiente napoletano, in cui ricchi e poveri si mischiano, perché il denaro e il ceto sociale non sono, per i napoletani di un tempo, il discrimine che li divide. Ricchi e poveri appaiono insieme, mischiati tra loro, anche nella prima opera che il pittore lombardo dipinge a Napoli: Le sette opere di misericordia.

E’ un’opera cruciale, che testimonia un cambiamento profondo nella concezione del mondo del sensibile artista lombardo. Nel dipinto c’è la rappresentazione della realtà e dell’anima di un vicolo napoletano. Le persone rappresentate, anche la Madonna, hanno la fisionomia della gente di questo popolo.
E qui Caravaggio è libero dall’impedimento della costruzione prospettica del canonico spazio-scatola di derivazione toscana. Alla quale, pur obbedendole, si era già dimostrato insofferente quando, ad esempio, nella “Sepoltura di Cristo” (Pinacoteca Vaticana), dipingeva uno spazio in diagonale, mettendo uno spigolo del sepolcro in primo piano. Qui, invece, gli spigoli delle costruzioni fanno da incerto sfondo, mentre spingono in avanti la folla portata in primo piano. E’ lei che crea la realtà dello spazio, che qui è formato dai movimenti e dai gesti di ciascuno. Non c’è bisogno di contestare lo spazio canonico criticandolo. Basta crearne un altro. Napoli e Caravaggio: due anime eretiche che, libere dal modo di pensare canonico, sono restie a immettere la loro visione del mondo nei ristretti limiti di uno spazio-scatola.
Già Antonello da Messina (1430/1479), allievo del napoletano Colantuono (1420/1460),  aveva oscurato lo spazio nei ritratti e nella “Annunciata” di Palazzo Abatellis  e realizzato, poi, nel “San Girolamo nello studio”, una sorta di spazio in movimento, come chiaramente testimonia, tra l’altro, il disegno delle mattonelle del pavimento. E, nei polittici di Cicino da Caiazzo e del Maestro di Sanseverino (a Capodimointe), la Madonna e i Santi hanno forme cinquecentesche ma vivono in un anomalo spazio d’oro, senza linee prospettiche (per la qualcosa i dotti li considerano arretrati).
Poi  Francesco Curia (1538/1616), maestro anche di Teodoro d’Errico (1544/1610), dipinge autonomamente e racconta, nell’Annunciazione” (a Capodimonte),  una sorta di sconvolgimento spaziale creato dall’annunzio dell’angelo. Le “Sette opere di misericordia” purtroppo non sono nell’attuale mostra, la quale, tuttavia, è ugualmente affascinante, come testimonia la straordinaria affluenza del pubblico, rapito dalla sua  scenografia favolosa, che lo introduce in quella pittura seicentesca che scandaglia con una sensibilità “viscerale”, tutta napoletana, la sofferente anima umana.
Ma questa mostra è anche molto importante per gli studiosi. Perché, subito dopo l’arrivo a Napoli, Caravaggio, come riferisce Francesca Santucci, incomincia a “rinvigorire gli scuri”. Il che non avviene per una superficiale ragione estetica. In questo modo, infatti, lui elimina del tutto lo spazio tradizionale. E dipinge il buio. Quel buio della sua anima tormentata dal peccato e dal rimorso, quel buio da cui con forza fa risaltare i corpi illuminandoli. E sono i corpi dei Cristi ma anche quelli dei carnefici, perché la luce è vita e la vita è fatta così, di luce e ombra.
Caravaggio ora cerca soprattutto la verità e considera nei personaggi rappresentati il loro essere fatto di carne e di sangue, di energia luminosa e di buio. Sicché tende a liberare gli uomini dagli abiti, che li rinchiuderebbero in un ruolo, e ama i loro nudi robusti che a Napoli sono quelli reali dei marinai e degli scaricatori di porto.
Nella mostra vi sono anche i dipinti dei napoletani. Tra questi, almeno  Battistello Caracciolo (1578/1635) e Carlo Sellitto (1581/1614) sono troppo veri e grandi artisti per essere considerati soltanto dei semplici seguaci di Caravaggio. Tra l’altro, come rivela la professoressa Terzaghi, esiste un documento di pagamento, girato da Caravaggio a Battistello, che testimonia che “il rapporto tra i due sommi pittori non può essere solamente immaginato in termini di fascinazione stilistica ma ha anche un’origine biografica e strettamente professionale”.
Possiamo anche notare che, mentre in Caravaggio c’è la tendenza a fare risaltare i corpi dal buio, in Battistello c’è una tendenza diversa, che si realizzerà più compiutamente in Bernardo Cavallino (nato nel 1616 morirà per la peste del 1656, che falcidiò anche tanti artisti  napoletani). Cavallino immagina i corpi affondati nel buio, e,  accarezzandoli delicatamente, con una luce amorevole, li scopre e gli dà vita.
A questo punto  possiamo anche citare Picasso: “I buoni pittori copiano, i grandi rubano” e aggiungere: i sommi pittori s’influenzano l’un l’altro. Perché, se è chiara la consentaneità dei napoletani con il pittore lombardo, si  dovrebbe maggiormente approfondire se e come e in quale misura dall’ambiente antropologico e artistico napoletano questi sia stato influenzato, superando la preconcetta tesi della sua pretesa immunità da influenze siffatte. Forse questo potrebbe essere per gli studiosi l’impegno che questa mostra suggerisce.
©riproduzione riservata
In foto, alcuni momenti della mostra ripresi da Francesco Squeglia: all’inaugurazione, con il direttore Bellenger, anche il presidente della Regione De Luca

LA MOSTRACaravaggio Napoli al Museo di Capodimontefino al 14 luglio 2019, sala Causa (piano terra), aperta tutti i giorni dalle 8.30 alle 19.30 (compreso il mercoledì, tradizionale giorno di chiusura del Museo). La biglietteria chiude alle 18.30. Il biglietto della mostra dà diritto a un ingresso ridotto al Pio Monte della Misericordia e viceversa. Disponibili navette gratuite tra Capodimonte e Pio Monte della Misericordia messe a disposizione dal Comune di Napoli e dal Museo.

Prenotazioni e acquisti online
www.coopculture.it
Per saperne di più
http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/

Adriana Dragoni

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Caravaggio-Napoli: due sentimenti appassionati, ribelli al modo di pensare canonico di Adriana Dragoni

Posted by on Apr 22, 2019

Caravaggio-Napoli: due sentimenti appassionati, ribelli al modo di pensare canonico di Adriana Dragoni

È noto al pubblico come quello dei quadri scuri. Perché Caravaggio è un pittore che dipinge il buio. Il buio del dubbio, del peccato, del rimorso e anche quello delle strade che lui percorre di notte, per cercare la vita tra la gente, della gente, dei loro corpi.

L’attraggono soprattutto i corpi, violati, dei ragazzini di strada, quelli degli uomini nerboruti, quelli delle popolane e delle prostitute. E sono questi i personaggi che ricoprono il ruolo degli angeli, dei santi e delle madonne nei dipinti che gli vengono commissionati.

Addirittura, nel suo quadro “Morte della Vergine”, ora al Louvre, si dice sia dipinta una prostituta affogata nel Tevere. Così, in questo modo, Michelangelo Merisi (1571/1610), detto Caravaggio dal suo paese natio, afferma che ognuno, per quanto misero e peccatore, è sacro. D’altronde, per tanti suoi contemporanei, non era forse un delinquente, un fuorilegge, un impostore, e non era stato riconosciuto come tale, e perciò condannato dalla giustizia, autorizzata dal legale governo imperiale romano, anche lo stesso Gesù?

Anche il Merisi fu un fuorilegge, un delinquente. Si trovava a Roma già da qualche anno ed era diventato un pittore molto apprezzato, che aveva successo e molti notabili committenti. Ma, gran frequentatore di bettole, iroso e attaccabrighe, in una rissa aveva, di coltello, ucciso un uomo. Era diventato un assassino. Condannato a morte, era scappato dalla Roma papalina.

È settembre del 1606. Caravaggio si rifugia a Napoli, la bella capitale spagnola, “città nobilissima” la dicono le carte. E’ agitato, shockato dall’omicidio commesso e dalla condanna a morte sul suo capo. Napoli lo accoglie, lo sostiene, lo fa lavorare. Lui ha di nuovo speranza nel futuro e infine partirà, nel luglio 1607, per Malta, sperando di ottenere successo. Ma anche lì si farà dei nemici. E torna, è il 1609, di nuovo a rifugiarsi a Napoli. Vi rimarrà fino al 1610, l’anno della sua morte. Trovata su una spiaggia di Porto Ercole. Dopo una fuga affannosa, fatta per sfuggire a un misterioso killer. Era il 31 luglio. Non aveva ancora compiuto trentasette anni.

Ora, fino al 14 luglio, possiamo ammirare, nella Reggia-Museo di Capodimonte, la mostra “Caravaggio – Napoli”, che ha sei opere sue, dipinte a Napoli, e altre ventidue degli artisti che qui lo hanno incontrato. Una mostra di grande impatto. Le opere non sono collocate, come accade di solito, nelle normali sale di un museo. Una  scenografia geniale, teatrale, ci fa immaginare il pittore percorrere, di notte, vicoli oscuri che svoltano in altri vicoli.

E possiamo guardare, da finestre costruite ad hoc, la gente che lui e i suoi amici pittori rendono viva. Sono quadri che danno forti emozioni. La luce che li illumina si avvale della più moderna tecnologia e accentua quella dipinta. La famosa “Flagellazione” di Caravaggio, che abbiamo vista posizionata e illuminata con molta perizia nella stessa Reggia-Museo di Capodimonte, in una sala tutta per lei, qui ora, acquistando una luminosità straordinaria, appare ancora più bella.

C’era bisogno di un’altra mostra su Caravaggio? Si domanda, nel presentarla in un saggio, il direttore del Museo e del Real Bosco di Capodimonte Sylvain Bellenger, che, insieme a Cristina Terzaghi, ne è stato il curatore. Lui ha più volte detto che una mostra vale se ha un valore scientifico, se aggiunge qualcosa di nuovo alla conoscenza, se dà uno sguardo diverso sulle opere, il loro autore e il suo contesto storico, magari anche messo in relazione con quello attuale. La mostra oggi a Capodimonte costituisce senz’altro una svolta nella considerazione del pittore e dell’ambiente cittadino e pittorico napoletano dell’epoca.

Non tutti sanno che,dopo il successo che ebbe in vita, Caravaggio fu dapprima contestato dai critici classicisti, poi fu rapidamente, completamente dimenticato.

Fin quando, nel 1911, un ragazzo che si chiama Roberto Longhi non ne fa la sua tesi di laurea e poi, innamorato del personaggio, gli dedica, da uomo maturo, una lunga serie di articoli e per di più, nel 1951, una mostra personale. Il Longhi è un critico influente. La critica longhiana esalta l’identità caravaggesca.  

Come conseguenza dell’azione promozionale di Longhi, Caravaggio è popolarmente visto soprattutto come il pittore della povera gente, quello che ha avuto il coraggio di mettere in primo piano dei piedi sporchi, e la sua pittura come una sorta di rivendicazione sindacale e di affermazione dell’Italia patriottica che ha salvato Napoli dalla povertà vissuta durante la tirannia spagnola (e poi borbonica).

Altri disprezzano quel periodo dei quadri scuri napoletani come oscurantista, e la Napoli capitale spagnola, con 350.000 abitanti la più popolosa di Europa dopo Parigi, come una povera cittadina provinciale. Poi i film, i romanzi e gli stessi scritti critici dipingono Caravaggio come il pittore maledetto: per il pubblico un’attrazione fatale. 

È da Roberto Longhi in poi che viene definita “la maniera” caravaggesca e si afferma che questa ha influenzato la storia dell’arte seicentesca, particolarmente quella napoletana. Si tende a cancellare l’individualità dei pittori napoletani, tanto che questi si chiameranno caravaggeschi e, per alcuni critici, sarebbero dei semplici copisti di Caravaggio. Per la critica dotta, l’influenza caravaggesca dura fino ad esondare, giungendo ai primi anni del Settecento, nella pittura chiarissima, immaginifica e spesso festosa e gaudente, del napoletanissimo Luca Giordano (1634/1705).  La mostra odierna ridimensiona questa influenza riconoscendo, anche nei pittori che a Napoli conoscono Caravaggio, una propria personalità.

Già il titolo “paritario” “Caravaggio-Napoli” suggerisce che l’apporto è reciproco. Certo c’è una consentaneità tra Caravaggio e Napoli, che questa mostra napoletana mette in evidenza. Una consentaneità che nasce anche dall’assorbire, vivendola, lo spirito di questa città dalla personalità forte e antica, che suggerisce sentimenti, situazioni, facce espressive segnate dall’esperienza. La prima opera che Caravaggio dipinge al suo arrivo a Napoli è “Sette opere di misericordia”, un’opera rivoluzionaria, che rivoluziona anche la pittura dello stesso Caravaggio. 

ome riporta in un bell’articolo sull’Alfiere (maggio 2006) Edoardo Vitale, “il fatidico 7 maggio 1607, al cadere dei veli davanti alla grande icona delle “Sette opere di misericordia”, Napoli non vive solo un folgorante momento di emozione artistica ma soprattutto l’esperienza sconvolgente di uno sguardo sulla propria anima”.

Nel quadro vi è un vicolo di Napoli e vi sono le facce dei napoletani. Anche la Madonna è una di loro, è una bella popolana che ha un bambino in braccio, e c’è un distinto signore che, come i signori napoletani d’un tempo, non ha albagia e si mischia con la folla. Ricchi e poveri insieme in una società omogenea, unita da una forte fede in Dio, nei santi, nella Madonna e nell’umanità.  

Caravaggio e Napoli entrambi hanno spiriti ribelli. Eretici. 

Come tale, Caravaggio è stato da alcuni critici considerato, probabilmente sbagliando, un protestante. Ma non sembra facciano parte del mondo protestante la sua fede nei santi e nella salvezza raggiunta con le opere di misericordia. Caravaggio e Napoli sono soprattutto ribelli al modo di pensare canonico, razionale, obbediente a regole fisse. E, qui a Napoli, ora Caravaggio è libero anche dai limiti posti dalla sua formazione artistica all’immaginazione.La sua pittura esce, svicolando, dallo spazio canonico, rigida scatola fissa a tre dimensioni, per il quale già ha affermato la propria insofferenza dipingendo, nella “Sepoltura di Cristo” (ora nella Pinacoteca Vaticana), il sepolcro in obliquo, mettendone in primo piano uno spigolo.

Ora, ispirata da Napoli stessa, già nelle in questa sua prima opera napoletana, ha la possibilità di immaginare uno spazio libero da regole, formato dagli stessi movimenti della gente di questa città vitale e popolosa.  Non c’è bisogno di contestare lo spazio canonico criticandolo. Basta crearne un altro.

Già Antonello da Messina (1430/1479), allievo del napoletanissimo Colantuono, aveva usato il fondo nero per la sua Annunciata di Palazzo Abatellis e a Napoli si era continuato ad usare il fondo d’oro ancora nel Cinquecento  con Cicino da Caiazzo e l’anonimo, fortissimo, Maestro di Sanseverino, che perciò vengono considerati arretrati. Mentre Francesco Curia (1538/1610) esprime, a modo suo, un libero spazio ricco di movimento e dolci sentimenti, ammaestrando a questo anche il fiammingo Teodoro d’Errico (1544/ 1618).

Caravaggio e Napoli hanno sentimenti appassionati, una sensibilità accesa. Non c’è bisogno, per spiegare l’animo umano, di ricorrere allo studio accademico, alla sociologia, alla psicologia o alle analisi freudiane. Caravaggio e i suoi amici in questa mostra entrano nei cunicoli della sensibilità umana e in vicoli oscuri, vitalizzati da bagliori improvvisi, che ci fanno comprendere di colpo la verità della vita. 

P.S. Malauguratamente l’opera “Sette opere di misericordia” è ancora al Pio Monte

Adriana Dragoni

fonte http://agenziaradicale.com/index.php/cultura-e-spettacoli/mostre/5804-caravaggio-napoli-due-sentimenti-appassionati-ribelli-al-modo-di-pensare-canonico

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