Alta Terra di Lavoro

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Cartesio, Vita di un filosofo

Posted by on Mar 19, 2019

Cartesio, Vita di un filosofo

    René Desxcartes nacque a La Haye, in Turenna, il 31 marzo 1596.  Il padre Joachim era un ricco gentiluomo , consigliere al Parlamento di Rennes. La madre, Jeanne Brochard, morì  di una malattia di petto, l’anno successivo alla sua nascita. Egli trascorse un’infanzia  priva di tenerezza  e malaticcia, ma tranquilla e libera negli agi. Ad otto anni entrava nel collegio gesuitico di La Flèche, fondato da Enrico IV, ove i Gesuiti vegliavano con amore alla formazione di quello spirito  da cui, sia pure indirettamente, tanto male  doveva venire al loro ordine. Vi restò fino al 1614. Due anni dopo, prese i suoi gradi in diritto all’Università di Poitiers.

   Disgustato del diritto, mal soddisfatto dell’educazione impartitagli al collegio, pensò alla carriera militare: istinto belligero  che non era,come scrisse più tardi,  che “l’effetto di un calore di fegato che si spense in seguito”. E si recò in Olanda , alleata della Francia, e nella primavera del 1618 si arruolò nelle armate del principe di Nassau.

   Si era allora in una lunga pausa delle guerre con la Spagna e gli uffici di stato maggiore erano centri di studi di matematica e d’ingegneria, carissimi a Descartes.

   Un giorno, il 10 novembre 1618, in una via di Breda, quartiere generale del principe di Nassau,, il giovane ufficiale vide un gruppo di gente che leggeva un cartello affisso al muro. Ignorando il fiammingo, Descartes prega un vicino di tradurglielo. Era un problema di matematica che il proponente sfidava a risolvere.  Descartes si vanta di risolverlo all’istante. Il vicino interprete si stupisce della sua audacia : era il fisico e medico Isaac Beeckman. I due si legano di amicizia . Presentendo il genio del giovane, Beeckman lo eccita a darsi, tutto, alla ricerca fisico-matematica proponendogli problemi, uno dietro l’altro. A lui sono dovuti i primi scritti di Descartes, che glieli dedicò. Fu lui che trasse le prime scintille da quel cervello incomparabile, ma un po’ incline alla pigrizia.

   Alla fine di aprile 1619 Descartes, stanco della pace che durava in Olanda, lascia quel Paese e va in Germania per offrire la sua spada all’imperatore Ferdinando o all’elettore di Baviera, Massimiliano. Sorpreso dall’inverno neii dintorni di Ul, si chiuse, per vari mesi, in una “padella”, cioè camera riscaldata, per riordinarvi i suoi pensieri. Quella “padella” fu l’incubatrice della filisofia moderna… Egli ne scoprì il principio nella notte del 10 novembre 1619: “ X novembris 1619 cum plenus forem Enthusiasmo et mirabilis scientiae fundamenta reperirem”. Nella notte seguente René ebbe tre sogni, che egli interpretò come mandatigli dall’alto e che lo incoraggiarono a proseguire per la via intrapresa. In segno di riconoscenza, fece il voto di andare in pellegrinaggio a Loreto,. Il Razionalismo moderno nasceva così in un’atmosfera di tensione entusiastica, tra sogni e visioni.

   L’inverno non era  ancora finito che Descartes riprese a viaggiare. Cominciava la Guerra dei Trent’anni ed  egkli, forse, prese parte alla battaglia della Montagna Bianca. l’11 novembre 1620 concepiva un’invenzione meravigliosa. Così, per tre volte, alla stessa data, 10 novembre 1618 (incontro con Beeckman), 10 novembre 1619 (scoperta dei fondamenti di una scienza ammirabile)))), 11 novembre 1620 (concezione di un’invenzione meravigliosa), un avvenimento importante si produceva  

nella vita spirituale del giovane Descartes… Ciò ha fatto pensare più di uno alla triplice iniziazione dell’Ordine segreto dei Rosa-Croce, che Descartes confessa di aver ricercato  e con cui certamente ebbe rapporti in Olanda e in Germania.

   In seguto abbandonò il mestiere delle armi. E’ l’epoca dei viaggi nel nord dell’Europa e in Italia. Egli assiste al matrimonio del Doge con l’Adriatico, a Venezia. E’ a Roma per il giubileo del 1625. Compie il promesso pellegrinaggio di Loreto. Gira per il mondo studiando, più che i libri, la natura e gli uomini. Rientra in Francia… Vi rimane otto anni, frequentando i salotti letterari ed esponendovi  le sue idee, finché,, a seguito di calde insistenze del cardinale de Berulle,, il fondatore dell’Oratorio, che, ammirandolo,, lo esorta a darsi alla filosofia, prende la risoluzione di stabilirsi in Olanda, ove regna la tolleranza e dove potrà vivere, incognito, nel trambusto della folla. Ci visse vent’anni, in varie località. Nell’inverno dal 1634 al 1635 si unì liberamente con una certa Elena da cui ebbe una bambina, Francina, che morì tra le braccia del padre, il 7 settembre 1640, con suo immemnso dolore.

   La sua vita in Olanda è quella di un signore che vive del suo, libero, senza ambizioni, tutto dedito alla vita dello spirito, leggendo poco, ma pensando e sperimentando molto, già celebre caposcuola prima di aver ancora nulla pubblicato. E’ di là che lancia al mondo i suoi capolavori: il “Discorso del Metodo” (1637), le “Meditazioni”(1642), i “Princìpi di filosofia” (1644). Per quanto concerne il primo lavoro, per commemorare il suo terzo centenario, le poste della Repubblica Francese  emisero un francobollo che recava il titolo sbagliato dell’opera capitale del filosofo René manteneva, per mezzo del reverendo Mersenne, dimorante a Parigi, un carteggio immenso con i dotti del tempo, che continuamente  gli proponevano dei problemi filosofici, matematici e scientifici da risolvere. Volentieri carteggiava anche con le donne, a cui attribuiva uno spirito più libero e più plastico che agli uomini. Di queste la più famosa è l’intelligentissima principessa palatina Elisabetta, per compiacere alla quale compose i suoi scritti di morale, di cui principale il trattato “Le passioni dell’anima” (1649).

   Solitario per elezione , altero e disdegnoso per temperamento, era in società  il più affabile  degli uomini. Evitava, per prudenza  e per orrore,  delle polemiche, di occupardi di teologia. Ma quando lo chiamavano a cimento,  sapeva essere duro e sarcastico polemista,  come mostrano le sue  “Risposte “ alle “Obezion”, alla sua “Meditazioni”  e le sue risposte al fanatico teologo protestanteVoetius, suo persecutore. REné professava riverenza  alla fede dei padri, ma doveva avere  più di un pensiero di dietro la testa, ché, in realtà,  Dio nella sua filosofia  non ci sta che  come sinonimo  dell’ordine naturale  e per dare il primo  impulso alla materia.  La sua filosofia  era affatto fuori  dell’orbita del Cristianesimo e Descartes  non poteva non averne coscienza, benché  si professasse  seguace della religione del suo re  e della sua nutrice. Il suo motto era “larvatus prodeo” (mi avanzo  con una maschera sulla faccia).  Descartes saèeva  quel ch’era  costato a Giordano Bruno,,,,,,,,,,,,,,,, a Vanini, a Galileo, di aver voluto  fare a meno della maschera.. A chi gli rimproverava la sua prudenza, bisogna ricordare che era quello il tempo in cui roghi e prigioni  attendevano i novatori  e i protestanti gareggiavano in ferocia persecutoria con i cattolici.     

   Senza cercarla, la fama gli era venuta, immensa. Il mondo  riconosceva in lui il grande rinnovatore della filosofia. Tra polemiche e apologie, questa aveva fatto la sua strada, lui anco vivente. Se gli ortodossi olandesi, capitanati dal rettore dell’Università di Utrechht, Voetius, avevano tentato di farlo  condannare per ateismo,  non gli erano mancate grandi protezioni regali. Una di queste gli fu fatale. La regina Cristina  di Svezia lo invità a venire in Svezia a farle lezione di filosofia. Descartes non poté esimersi di accettare e si recò “nel paese degli orsi, del ghiaccio e delle rocce”, a Stoccolma.  Tutte le mattine, alle cinque, si recava a corte a far lezione alla sovrana. Ma il filosofo che aveva avuto, per tutta  la vita, l’abitudine  di alzarsi tardissimo e di lavorare a letto, non poté resistere al mutamento di abiudini  e al freddo. Quattro mesi dopo il suo arrivo, cadde malato e dopo pochi giorni morì, l’11 febbraio 1650. Aveva cinquantaquattro anni. Uno degli scopi della sua filosofia era di prolungare fino a cent’anni la vita degli uomini.

   L’ultima opera uscita dalla sua penna fu un libretto in versi per una festa da ballo alla corte della sovrana Cristina.

                                                   Ragioni di Cartesio

     Hegel paragonava la filosofia all’uccello di Minerva che spicca il volo al crepuscolo, quando il lavoro della giornata volge alla fine. Ciò è vero, ma di certa filosofia soltanto, di quella che raccoglie, sistema, classifica e porta a chiara coscienza i risultati  di un lungo processo di pensiero, e con la consapevolezza che gli dà, per ciò stesso  lo chiude e conchiude. Di tal fatta era per l’appunto la filosofia di Hegel.

    Ma vi sono pensatori di cui la filosofia può meglio essere paragonata all’uccello di Giove, che, dall’alto dei monti,saluta con il suo grido il primo sbiancare de cielo : sono i pensatori che aprono e inaugurano un nuovo ciclo di pensiero e di civiltà. Grandi i primi; più grandi i secondi. Di questi, forse il più grande di tutti, è Descartes, che – lo dicono i manuali di storia  della filosofia -è il padre della filosofia moderna. Giustissimo, ma bisogna dare alla frase tutto il valore di cui è pregna : padre non della sola filosofia moderna, in quanto distinta e separata dalla vita moderna,,, ma della filosofia moderna in quanto essa è la matrice da cui nasce la vita moderna.. Padre della filosofia moderna e per essa del mondo moderno.. Più precisamente ancora : padre di ciò che fa la modernità del mondo moderno, perché, in questo, vi sono forze che non risalgono a lui come a padre e che pure a lui debbono in certo senso la vita, se sorsero in reazione e in opposizione a ciò che il mondo moderno ha di specificamente moderno. Sì che questo mondo nasce con Descartes, direttamente per quano ha di “moderno”, indirettamente per quanto  ha di “antimoderno” e che, in certo senso, è moderno anch’esso  poiché resiste e contrasta alla modernità del mondo moderno. Sotto questo punto di vista, Descartes non è soltanto un filosofo, sia pur sommo : è una forza storica ancora in pieno sviluppo.   “ Considerate non importa quale fra le più capitali produzioni dei tempi moderni, sia nella scienza sia nelle filosofia, voi troverete che il fondo dell’idea, se non la forma stessa, fu presente al suo spirito”. Queste parole di Thomas Huxley su Descartes enunciano l’esatta verità.

   La filosofia. E’ Descartes il primo a porre alla base stessa della filosofia il problema di trovare qualcosa di cui non si possa assolutamente dubitare. Prima di lui, altri avevano formulato quel problema, ma come un problema fra altri problemi,come un problems fra i tanti : è Descartes il primo che in esso vede il problema assolutamente èrimo della filosofia. Egli lo risolve con il “cogito”: di tutto l’uomo può dubitare, meno che del suo dubbio stesso. Nel suo dubbio, nel suo pensiero,nel suo stato doi coscienza egli tocca un essere che fa tutt’uno con il sapere che l’uomo hs; un essere che non è al di là e oltre la coscienza che l’uiomo hs, ma è questa coscienza stessa. Era nato l’iealismo. Visto nella natura sua profonda, come affermazione che di “certo” non vi è che l’”immediato” e che d’immediato non c’è che lo stato d’animo, l’atto di coscienza. L’’idealismo è figlio di Descartes e non ha assolutamente altro padre che lui. Su questo punto Descarte scava tra il pensiero umano dei tempi anteriori a lui e quello dei tempi a lui posteriori un abisso di cui non si può immaginare il più profondo. Certo, Descartes si sforzerà, dall’interno del io,. di arrivare a Dio e al mondo.Partendo dall’immediato, si sforzerà di giungere al mediato.   La sua soluzione sarà respinta come insufficiente dal pensiero successivo. Ma oggi ancora , a quasi quattro secoli dalla pubblicazione del “Discours de la méthode”, il problema che egli ha imposto al pensiero si formula negli stessi termini in cui egli lo formulò. Se rinascesse dalla sua tomba e prendesse  tra le mani i nostri libri e le nostre riviste di filosofia e assistesse alle nostre dispute, pochi minuti gli basterebbero per orizzontarsi.. Egli si sentirebbe a casa sua.

   Né meno a casa sua si sentirebbe se frequentasse i nostri laboratorii di fisica  e di chimica,, se assistesse ai congressi di scienziati, se sfogliasse le riviste e gli atti delle società scientifiche. Delle sue teorie fisiche particolari poche sono sopravvissute. Ma il quadro, la cornice, in cui le teorie scientifiche moderne nascono e si svolgono, è, ancora oggi,  quello stesso che egli sovranamente dettò ed impose. Che spiegazione scientifica sia solo quella che riduce le cose e i fenomeni a movimento nello spazio; che spiegare scientificamente un fenomeno  sia ridurlo a moto nello spazio, causalmente connesso con altri movimenti; che a ciò si riduca, in fondo, ogni teori scientifica ; che la scienza non abbia da impicciarsi  con qualità, quiddità, essenze, cause finali e simili entità oscure, ciò Descartes vide e affermò con assoluta nettezza e precisione e con chiarissima coscienza delle conseguenze a cui  questa posizione portava : eliminazione di ogni scienza che non possa ridursi a scienza della quantità:  negazione di ogni finalismo nella natura ; riduzione della biologia ad un capitolo della fisica e della chimica ; riduzione  delòl’organismo a macchina, ecc..  Non vi è sapere che matematico, quantitativo, e non v’è altra realtà “in rerum natura” che quella corrispondente a tal sapere : cioè moto di particelle nello spazio e combinazioni infinite di esse,ogni altra entità non essendo che erroire dei sensi e fantasma dell’immaginazione. La scienza moderna non ha potuto svilupparsi che dentro questo circolo.

   Ma non solo della filosofia e della scienza moderna è padre Descartes. Egli è il padre dell’attitudine moderna verso il momdo e la vita. Sole vere, per lui,  sono le idee “chiare e distinte”, poiché solo ad esseinerisce l’ “evidenza”, che è garanzia del vero e solo le idee “matematiche” sono chiare e distinte, cioè evidenti. Un solo sapere è degno di questo nome: quello matematico. Ogni altro deve cedere ad esso. La Ragione, intesa nel senso della facoltà delle idee chiare e distinte,la Ragione matematica è la sola potenza che fornisca all’uomo il sapere, che lo fa re del mondo. Il Razionalismo moderno, la pretesa di riordinare e ricostruire il mondo, il mondo delle cose e quellodelle idee, il mondo della natura e quello dell’uomo, secondo la Ragione matematica, nasce di lì.

   Perch – e questo è capitale – Descartes è il primo ad affermare che l’uomo è stato creato da Dio perché goda  la vita e instauri per mezzo delòla scienza fisico-matematica il dominio dell’uomo sul mondo. Svalutato ogni altro sapere che non sia quellofisico-matematico, quantitativo; ridotta la natura a geometria in azione; affermata la bontà della vita, Descartes non lascerà all’uomo, finch’è quaggiù in terra, altro fine che la riduzione della materia in suo potere, il padroneggiamento della materia del mondo a servizio della vita umana.  L’esaltazione della Tecnica, prolungamento della scienza, è figlia diretta, e consciamente voluta, di Descartes, che vede già in fantasia il trionfo del  Macchinismo e l’instaurazionr del Regno dell’Uomo sulla Natura soggiogata.

   Quando egli morì, ancora giovane (aveva appena cinquantaquattro anni), già il mondo tremava sotto la spinta formidabile che egli gli aveva dato. Tutte le forze del mondo moderno, esaltate fino al parossismo dalla coscienza lucidissima e dalla sistematicità inaudita che egli aveva loro conferite, si erano lanciate a rivoluzionare la Terra.Comesempre quando un genio sovrano sorge all’orizzonte e illumina nuove vie, costellazioni di genii sorgevano nel cielo del pensiero continuandone o contrastandone (e perciò stesso continuandone) l’opera. La Filosofia, la Scienza, la Tecnica vivevano tre secoli di inaudito splendore, di cui non avevano conosciuto il simile che nella Grecia antica. Ma sfidate, provocate, ridestate a nuova vita e coscienza dalla negazione stessa che ne aveva fatta il gigantesco rivoluzionario dello spirito, tutte le forze che egli aveva negate scendevano in combattimento a  cui egli le aveva obbligate. Descartes aveva innalzato sugli altari la Ragione matematica che spiega e rifà il mondo algebricamente e geometricamente. Insorgevano alla difesa  e al contrattacco le forze opposte e rivali del Sentimento, della Passione, della Fede, dell’Istinto, della Vita. Che cos’è il Romanticismo da due secoli in qua se non Naturismo, cioè rivolta  e rivendicazione furiosa delle potenze psichiche schiacciate dall’implacabile sovranità della Ragione matematica ? La storia dello spirito europeo, da trec secoli in qua, è tutta un duello fra la Ragione e ciò che della Vita non si lascia ridurre alla Ragione. E più la Ragione (per mezzo delle sue figlia, la Scienza, la Tecnica, l’Economia moderna) estende e fa pesare il suo dominio sul mondo, più larivolta della Vita discende in profondità, più profonde,, incoscienti, telluriche, sono le potenze vitali chiamate a scuotere quel giogo di ferro.  Oggi tutto il mondo trema  sotto la violenza dell’urto titanico. E non importa se ben pochi sanno che la prima scossa sismica ebbe il suo centro, quasi quattro secoli  fa nella camera riscaldata a stufa, nella “padella”, dove, nel cuore di un gelido inverno germanico (1619-20), si era chiuso, per mesi interi, un giovane ufficiale ad elaborare i pensieri che dovevano metter fuoco alla terra.

Alfredo Saccoccio                                   a

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Fra’ Diavolo, eroe della Patria di Alfredo Saccoccio

Posted by on Mar 4, 2019

Fra’ Diavolo, eroe della Patria di Alfredo Saccoccio

   Lo scorso 2 marzo, alle ore 17, presso la sala consiliare del Comune di Itri, si è tenuta la presentazione del libro “Storia della spedizione dell’eminentissimo cardinale D. Fabrizio Ruffo” d Domenico Petromasi, edito nel lontano 1801, per i tipi di Vincenzo Manfredi, e ristampato, in copia anastatica, a cura e con un saggio introduttivo dello storico roccaseccano Fernando Riccardi; saggio che narra l’impresa del Vicario Generale di Sua Maestà Ferdinando IV di Borbone, che riesce, senza uomini, all’inizio, e senza mezzi, al riacquisto del reame di Napoli, strappandolo ai Napoleonidi.

   Questo evento, organizzato dall’Associazione Identitaria  Alta Terra di Lavoro, guidata sagacemente dal dott. Claudio Saltarelli, e dall’Associazione Archeologica Ytri, retta magnificamente dalla dott/ssa Rosa Corretti, che  si è avvalso del patrocinio del Comune di Itri, è stato seguito da un folto e scelto pubblico che ha seguito con grande attenzione le accurate relazioni dello storico Alfredo Saccoccio, vicepresidente dell’Associazione Archeologica Ytri, e  del saggista Fernando Riccardi, presidente dell’Istituto di Ricerca delle Due Sicilie e membro della Società di Storia Patria di Napoli e Terra di Lavoro.

  Torna, dunque, tra gli scaffali il libro “Storia della spedizione dell’eminentissimo cardinale D. Fabrizio Ruffo”del Petromasi, che ricostruisce, passo dopo passo, la straordinaria vicenda storica del 1799, ancora oggi poco conosciuta, perché la vulgata storiografica imperante ha steso un velo di oblìo su quegli  avvenimenti.

   Pregevole il testo di Riccardi, frutto di un’attenta ed approfondita ricerca scandagliando negli archivi e nelle biblioteche di Napoli le “ormai consunte cronache sepolte sotto una densa coltre di polvere”. Esso attesta la raggiunta maturità di un autore, che, da anni, frequenta argomenti di storia patria e che ha superato i confini del provincialismo di maniera.

   Grande merito di Fernando Riccardi, ricercatore che ama remare spesso controcorrente , sempre però nel rispetto della realtà storica, che è poi quella che promana dai documenti d’archivio, dai quali non si può e non si dovrebbe prescindere, è quello di aver diradato le nebbie che avvolgevano, fitte ed impenetrabili, gli avvenimenti e i fatti d’armi accaduti nel 1799, ad opera del cardinale Ruffo, persona “di rari talenti dotato dalla natura, e di straordinario coraggio fornito dal cielo”, a detta di Domenico Petromasi, commissario di guerra e tenente colonnello dei Reali Eserciti di S. M. Siciliana, che aveva vissuto gli avvenimenti in prima persona.

   Il prelato calabrese si rese protagonista di un’impresa clamorosa, la  riconquista del regno, progetto ritenuto temerario, pieno di ostacoli, con poche possibilità di riuscita. Partendo da Punta del Pezzo, alla chetichella, con soli sette uomin (il cardinale Ruffo, l’abate Lorenzo Spanziani, il marchese Filippo Malaspina e quattro servitori),  senza artiglieria, senza denaro, ma con la forza della fede e dei valori tradizionali, l’esercito crocesegnato crebbe di numero, in maniera consistente, raggiungendo, in pochi giorni, il numero di ventimila uomini, tra cui anche russi, turchi, portoghesi, dalmati, albanesi ed inglesi. L’eterogenea truppa del cardinale Ruffo, che poi potette contare su quarantamila uomini, risalì la Penisola verso la capitale del reame, scontrandosi con i soldati del generale Filippo Wirtz, già colonnello nelle fila borboniche, che rimase ucciso nel combattimento al Ponte della Maddalena, guarnito da una formidabile artiglieria. Il porporato era riuscito, in soli cinque mesi, a restituire al sovrano Ferdinando IV, grazie all’ “Armata Cristiana e Reale”, il regno di Napoli, perso ad opera dei francesi e dei cosiddetti “patriotti” partenopei, rei di aver aiutato i nemici dei Borbone nell’installazione dell’effimero governo repubblicano a Napoli e nelle province.

   Uno zelante cooperatore di Fabruizio Ruffo nell’opera conquistatrice del reame fu Michele Pezza, alias “Fra’ Diavolo”. A Napoli il lealista borbonico combatté  contro il generale Francesco Bassetti, a Capodichino, sconfiggendolo e ferendolo. Nella capitale Michele partecipò a tutti i combattimenti occupando le fortificazioni di Castelnuovo e di Castel dell’Ovo, dove si trovavano 40.000 fucili.  Galvanizzati dal suo coraggio e dal suo selvaggio ardore, gli insorti, in seguito, ingrossarono le sue fila. L’itrano, a Napoli, dette grandi prove di valore reagendo contro l’idea di conquista  e di sopraffazione e contro le speciose ideologie, che, con l’Illuminismo, si erano propagate in tutta Europa e con cui imbonivano le masse. Il cittadino Carnot, in una impetuosa requisitoria al Direttorio nazionale francese,  gridò: “Noi siamo divenuti l’esecrazione di tutto il mondo. Tutto il mondo ci segna col nome di soverchiatori e di ladri”,  finendo così: “la maschera è caduta, l’illusione è scomparsa e l’Onnipotente si è scosso”. Lo strazio arrecato all’Italia dai conquistatori fu deplorato da Alfieri, Parini, Foscolo, Monti, Leopardi, i più nobili spiriti del tempo. 

   Il temuto e famoso capomassa, al quale furono troppo spesso  attribuiti orrori ed iniquità commessi da altri capimassa, è pienamente rivalutato, tra gli altri, da Victor- Marie Hugo, nella cui casa-museo, sotto il ritratto del padre, generale napoleonico, si definisce il Pezza “nazionalista” e “legittimista”, gettando uno squarcio di verità su questo personaggio mitico e leggendario, denso di suggestione e pregno di arcano sapore. “Fra’ Diavolo personificava – lo sostiene il grande scrittore e poeta transalpino –  quel tipo che si ritrova in tutti i Paesi in preda allo straniero, il bandito legittimo in lotta con la conquista. Egli era in Italia quello che sono stati, poi, l’Empecinado in Spagna, Canaris in Grecia e Abd-el- Kader in Africa”.Lo  storico Edouard Gachot scrisse che Michele Pezza era una figura “grande e drammatica”, che non avrebbe meritato la “caricatura  popolare, dietro la quale il vero profilo del modello sparve del tutto”, concludendo con il sostenere che “Fra Diavolo fu nel suo genere un eroe e un grande patriota”. Il de Kock definisce il Pezza “il più formidabile Capo degli insorti napoletani del novantanove”. Il Rabbe gli riconosce molteplici prove di “generosità e di grandezza d’animo, a riguardo dei viaggiatori caduti in suo potere,che gli ispiravano dell’interesse”. Egli ospitò e rispettò cavallerescamente alcune donne francesi, mogli di ufficiali, catturate dai suoi uomini e fatte accompagnare dal Pezza a Capua, dove era la piazza dei franxesi.

   “Fra’ Diavolo” fu un uomo infamato, screditato, fatto passare da ribaldo, da volgare grassatore, da sanguinario rapinatore. Troppo spesso la vera storia di  Michele Pezza viene travisata, dimenticata, offesa, per dar luogo a strane leggende di brigantaggio, sviluppatesi attraverso i tempi ad opera specialmente di romanzieri e di narratori dalla feconda immaginazione, facili alle fantasticherie di ogni genere.

  In realtà , egli  non   era altro che un grande guerrigliero  che lottava, con tutte le forze, per la propria terra, il Sud d’Italia, fedele ai principii della Monarchia teocratica, alla Santa Vergine, devoto all’altare. Un personaggio che ha lasciato un segno indelebile nella fantasia storica. Pochi personaggi hanno fatto breccia nell’immaginario collettivo come “Fra’ Diavolo”.La leggenda che accompagna le sue  imprese  è legata a quello strano soprannome  di battaglia, che suonò come un incubo alle orecchie dei fantaccini  francesi inviati fra le montagne  impervie del Meridione d’Italia, tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento. Michele fu un patriota, una sorta di eroe nazionale, cui viene riconosciuta una grandezza  e una legittimità della resistenza alla conquista  e alla sottomissione, venute con le baionette. La democrazia non si esporta con i cannoni e i fucili. Il leggendario ribelle, dal cuore generoso e nobile, sempre pronto (ne aveva fornito mille prove) ad osare tutto per il trono e per la Chiesa, era legato, in maniera inscindibile, alla cultura del proprio Paese, con un profondo amore per il focolare domestico, quello dei padri, reso sacro dalle tombe ancestrali. Egli accettva, con profondo rispetto, le decisioni delle “autorità secolari”, che conservavano il genio della stirpe. La religione gli imponeva l’obbligo di osservare regole morali.  Per il Pezza la patria non era una parola vuota di significato; la patria voleva dire tre cose: il suolo, gli abitanti e la religione, trasmessa di generazione in generazione.   

   La purezza e l’eroismo della lotta sostenuta dal colonnello Pezza, duca di  Cassano allo Ionio, in difesa della propria patria e del proprio re, e la morte, affrontata, a soli 35 anni, per non venir meno alla sua fede, costituiscono la dimostrazione più lampante della sua resistenza di soldato.

   Chi è “Fra’ Diavolo” ? E’ l’eroe che, da solo, organizza la difesa del suo paese e disperatamente combatte nel fortino di S. Andrea, fra Itri e Fondi, contro la strapotente armata francese, comandata da generali e da ufficiali superiori sfornati da accademie militari prestigiose; è il figlio che sul cadavere del padre, assassinato dai “liberatori” francesi, giura di mantenere la propria posizione senza deflettere; è il comandante che, incontratosi con il commodoro inglese Thomas Trowbridge, respinge l’offerta di forti somme di denaro e richiede, invece, cannoni e munizioni, provvedendo a mantenere i suoi 1700 uomini con fondi versati, a tale scopo, dai Comuni partecipanti alla lotta contro gli invasori francesi;  è il capo di una truppa di massa, che annovera, fra i suoi effettivi, quattro ufficiali cappellani (D. Angelo Castello, D. Tommaso Moretti, D. Onorato Costanzi e D. Francesco Cassetta) ed  un chirurgo (D. Saverio Bonelli) ; è l’uomo che paga, di tasca propria, l’enorme debito di 27.000 ducati, contratti in nome del re, per la difesa del regno, “preferendo – scrive egli – meglio patir lui e la sua famiglia che apparire impuntuale”.

   “Fra’ Diavolo”, infine, è l’eroe, come abbiamo già accennato, che, all’età di 35 anni, ricolmo di onori, colonnello dell’esercito borbonico, beneficiario di una rendita vitalizia di 3.500 ducati, all’offerta del Ministro do Polizia Christophe  Saliceti, che gli propone di aderire alla causa francese in cambio della vita, del grado, del titolo nobiliare, della rendita, oltre ad un’altra carica del nuovo Stato, rifiuta fieramente, preferendo il capestro piuttosto che passare tra le fila dei conquistatori, che trucidavano, depredavano, saccheggiavano.  Questi sarebbe l’infame, esecrato “Fra’ Diavolo”, chiamato a “mantenere l’interna tranquillità del regno” di Giuseppe Bonaparte?

   E’ ancora più eroico perché il “Leonida napoletano” non  rinuncia al suo impegno fino all’ultimo episodio della guerra, benché sappia che la sconfitta è inevitabile, benché veda i tradimenti, le diserzioni, benché comprenda qual è il corso della storia. In Piazza Mercato Michele “morì con segni di vero cristiano e con molta edificazione”, indossando l’uniforme di colonnello borbonico e con il brevetto di duca di Cassano allo Ionio al petto.

   In ultima analisi, possiamo dire che Michele Pezza fu uno dei più importanti e prestigiosi paladini dei Borbone, anima e fiamma della resistenza del suolo patrio e delle patrie istituzioni, artefice della riconquista del reame di Napoli, assieme  al cardinale Fabrizio Ruffo, l’uomo  della Santa Fede che battezzò un fortunatoo quanto spesso vilipeso vocabolo – sanfedista, appunto – catalizzando la fiducia di centinaia e centinaia di uomini duri e spietati.

   Michele Pezza, precursore della guerriglia particolare, ha provocato sentimenti di forte ambivalenza in tutti coloro che si sono avvicinati alla misteriosa figura: da una parte, erano attratti dal suo valore di combattente e dalla sua intrepidezza; dall’altra, erano da questa spaventati e, dunque, proiettavano in lui attributi di ferocia e di perfida malvagità.

Alfredo Saccoccio

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Morte di Alessandro Pusckin di Alfredo Saccoccio

Posted by on Feb 26, 2019

Morte di Alessandro Pusckin di Alfredo Saccoccio

   Natalia Njìicolajevna , la moglie di Alkessandro Pusckin, il più grande poeta russo, conosceva il francese, ricamava al tobolo e ballava con grazia, ma si può dire che non sapesse far altro. Il suo maggior titolo  di gloria era una bellezza singolare , che, fin da quando era stata introdotta, sedicenne, nel gran mondo, aveva oscurato quella di tutte le altre donne. Un contemporaneo scrive: “Ho visto, nel corso delòla mia vita, molte belle  donne,  più interessanti forse  di Madana Pusckin, ma non ho mai  incontrata una donna  che presentasse  una perfezione così perfetta  e classica dei  lineamenti  e del corpo.  Alta, con una  vita delziosamente sottile e un busto meraviglioso, sul quale la sua fine testa  si cullava come un giglio.Non ho mai più avuto occasione di vedere un profilo così bello e regolare, e che carnagione, che occhi, che denti e che orecchie! Sì, Natalia era una bellezza, ed è troppo naturale che in sua presenza impallidissero tutte le donne, anche le più deliziose”.

   Natalia, d’indole vana e frivola, mondana e leggera, sebbene fredda, di una civetteria spesso eccessiva, amava le feste e i balli di Corte ed aveva un gusto spiccato  per gli omaggi  degli adoratori. Di lei, tuttavia, Pisckin  diceva ch era “una buonissima ragazza” e all’epoca che la sua ritrosia gli dava le più fiere pene, l’aveva persino soprannominata “l’inespugnabile rocca di Kars”.

   Comunque, che di una donna simile se ne andassero dicendo di tutti i colori,, non è da meravigliarsi. Anche l’imperatore, Nicola I,  si era degnato di notarla, appena giovinettta, ai suoi balli, e ciò non aveva mancato di attirare, in seguito, le insinuazioni e le maldicenze del gran mondo. Ma fu quando sull’orizzonte della bella Natalia, contro lo sfondo delle sale del Palazzo d’Ani’kov,, apparve l’unico uomo che con lei potesse competere, fu allora che gli osservatori mondani raccolsero davvero l’onesto compenso di tanta assidu vigilanza.

   Il barone Giorgio d’Anthès, antico allievo di Saint–Cyr, poi paggio di Carlo X, “Chouan”, cacciato di Francia dalla rivoluzione di luglio, e trasferitosi in Russia per farvi una carriera,, era l’uomo più brillanta e, pur nella sua ignoranza, dotato di tutti gli attributi mondani. Pochi mesi dopo il suo arrivo, era già “cornetta”della Guardia e ben presto passò luogotenente. Danzava con un’incomparabile eleganza di movenze, era pronto all’arguzia e alla risposta e possedeva quello che si usa  chiamare il dono di piacere a prima vista. La sua profonda sapienza mondana gli fruttò presto protettori altolocati, dei quali uno almeno deve essere debitamente ricordato, per la parte che ha in questa storia

   Il barone Heckeren, ministro plenipotenziario dei Paesi Bassi a Pietroburgo, era certamente un cervello fine, ma un essere subdolo. Quanto alla sua intimità con il brillante ufficiale della Guardia, mentre alcuni pensavano che fosse dpvuta a segreti legami di sangue, e che il giovane fosse figlio naturale del vecchio, altri, e pare con maggior ragione, spergiuravano in favore di legami, più possibile più intimi e, per dir tutto, contro natura. Fatto sta che, in capo a poco, il vecchio adottò  il giovane per il quale sentiva un così esclusivo affetto.

   Chi, in questa delicata storia d’amore, faceva la parte del terzo incomodo, “le mari de madame”, era il grande poeta Pusckin. Non più il Pusckin della Pietroburgo del 1820, di Kiscinjov o di Odessa, galante e scapato giocatore e duellista, ma un Pisckin imborghesito e convinto ormai “ che non c’è felicità se non nelle vie comuni”, un Pusckin nominato gentiluomo di camera contro la sua volontà, legato all’imperatore da certi impeni pecuniari e in qualche modo d’onore con preoccupazioni finanziarie ed intime di ogni sorta.  Eppure era poco più in là che nel mezzo del cammino della sua vita. Ma, come a ventott’anni, in un suo poema, esclamava : “Ma è proprio vero  che presto avrò trent’anni?”, così a ventinove e sui deprecati trenta, era già un uomo oppresso da lunga esperienza, lanciato in vettura da viaggio sulle strade dell’immensa Russia: Già pensava  con nostalgia alla casa, a una sua casa (sentimenti che ci rimangono appunto consegnati in alcune sue poesie dell’epoca).  Che volete? aveva dietro di sè – à tout Seigneur tout honneur – un passato di quelli che si usa chiamare vivaci, una vita di quelle che chiamano da scapolo impenitente. Se non era perciò maturo per un affetto serio e durevole, lo era per un capriccio sensuale. Fu così che, incontrando in società la giovanissima Natalia, se ne innamorò perditamente. La chiese in sposa, ma,siccome la futura suocera non lo giudicò un partito abbastanza brillante, fu rifiutato, sebbene non in maniera decisiva.  

Disperato, e portando “in fondo all’anima l’immagine dell’essere celeste”, egli se ne partì allora per il Caucaso,  dove l’esercito russo combatteva. Qui, se anche volle cercare la morte,, non gli fu concesso di permanere a lungo sui campi di battaglia, sicché, dopo aver assistito alla disfatta del Serraschiere e aver raggiunto Erzeeeeeerum, gli toccò rotornare a Pietroburgo e poi a Mosca. La vergine Natalia, seguendo sempre i consigli della madre, lo accolse con freddezza calcolata e non si intenerì che quando fu ben certa che nessun altro partito si presentava…In breve, il consenso fu finalmente ottenuto e cominciarono allora per il poeta gli affanni petr trovar quattrini. Ma la partita era vinta e, fosse o non fosse Natalia la donna adatta per lui, nel 1831 si sposarono.

   Come rimpiangeva ora Pusckin la sciocchezza commessa, con che sincera foga tentava ogni tanto di fuggire! Ma l’errore era compiuto. Incominciò subito a lagnarsi con la moglie delle sue leggerezze, che,, per quanto innocenti in sè, potevano essere male interpretate e creargli gravi imbarazzi. Aveva sfidato a duello un tale che poi divenne suo grande amico,, perché gli pareva che fosse eccessiva la sua assiduità presso Natalia. A stento, la cosa  si era aggiustata. Perfino al paterno imperatore aveva, una volta,, detto il fatto suo. Incontrandolo, l’aveva ringraziato con molta effusione di alcuni buoni consigli largiti a Natalia. Poiché quello protestava : “Ma ti potevi aspettare altro da me? “. “Non soltanto lo potevo, Sire”, aveva replicato il poeta, “ma per esser franco, vi confesserò che sospettavo anche voi di far la corte a mia moglie”. Sospetti, però, alla resa dei conti,, infondati.

   Ma intanto Natalia, il giglio del Palazzo d’Anic0’kov,, la bellezza delle bellezze, e Giorgio, il rubacuori, l’irresistibile, il “sole della Guardia”, filavano il perfetto amore, o piuttosto il perfetto “flirt”, sotto gli occhi più o meno compiaciuti del barone Heckeren. Al “sole della Guardia la relazione con la dama più in vista della Corte, giovava anche per la carriera. In che consisteva propriamente questa relazione? I due ballavano spesso insieme, si intrattenevano a lungo, appena quel tanto che bastava perché il mondo desse per sicuri rapporti intimi fra di loro. Quanto al ministro plenipotenziario, si sobbarcava  alla parte su pper giu

ù di mezzano, non solo per l’amore sviscerato xhe portava al figliolo adottivo, ma forse anche con lo scopo di disonorare palesemente il poeta, nemico suo e di certi suoi amici dell’altissima società.A tale scopo, mentre da una parte dava una mano a Giorgio, dall’altra, andava insinuando di un debole dell’imperatore per Natalia. Insomma si ingegnava come poteva.   

                                                * * *

   “Les Grand’Croix, Commandeurs et Chevaliers du Sérénissime Ordre des Cocus, réunids en grand Chapitre, sous la présidence du Vénérable Grand Maitre de l’Ordre S. E. D. L. Naryychkine, ont nommé à l’unanimité Mr. Alexandre Pouchkine coadjuteur du Grand Maitre de l’Ordre des Cocus et historiograplhe de l’Ordre. Le Secrétaire perpétuel : Cte J. Borch”.

   Tale, parola per parola, il tenore del messaggio, che, in tre copie, il 4 novembre 1836,raggiungeva per posta il poeta al suo domicilio. Parecchie altre copie erano state inviate ai suoi amici in doppia busta, affinché, in ogni caso, non ci fossero da eccepire disguidi postali. Per intenderci subito, quel Naryysckin era un famoso e – per dirla alla maniera del poeta – “maestoso “cocu” dei tempi di Alessandro I, il quale si era degnato di corteggiane a fondo la moglie. In ogni modo, chiunque fosse l’autore dell’anonimo messaggio, era certo che veniva dall’alto. Il primo pensiero di Pisckin fu di spedire al Ministro delle Finanze una lettera intesa a rompere con la Corte ogni rapporto finanziario, proponendo una soluzione assurda, che non fu accettata. Quello era comunque il supremo tentativo per romperla, in pari tempo, con tutto quel mondo di falsità e di miserie, per riconquistare la libertà.

   Il secondo pensiero fu di indirizzare a Giorgio d’Anthès un regolare cartello di sfida. Ma il bollente ufficiale era di guardia al reggimento e la sfida fu ricevuta  dal vecchio Heckeren, il quale si agitò con tanto impegno che.. con l’aiuto di alcuni benintenzionati e ingenui amici del poeta, riuscì provvisoriamente ad accomodare le cose. Ecco la sua trovata : c’era errore, il brillante ufficiale non corteggiava Natalia, na era innamorato di una sorella di Natalia, Caterina, cognata dunque del poeta e che abitava con gli sposi.. L’ufficiale era tanto innamorato che sarebbe stato subito disposto a sposarla.Ora, per quanto strana fosse una tale ritrattazione, il poeta, consigliato da saggi amici, mostrò di prenderla per buona e ritirò la sfida. E il 10 gennaio si celebravano le nozze di Caterina con il d’Anthès-Heckere.. Caterina Nicolajevna! Questa piccola cenerentola amava da tempo, in segreto e senza speranza, il brillante ufficiale : fu, dunque, “come in un sogno fiabesco £ che accolse la domanda di matrimonio.

  Ad alcuni le nozze di d’Anthès apparvero il supremo sacrificio di un amante cui sta a cuore, sopra ogni cosa,, l’onore della sua donna ; ad altri, una notevole prova di vigliaccheria. La verità è probabilmente, invece, che il giovine incappò, lui stesso, nei lacciuoli del vecchio intrigante, che aveva tutto l’interesse,, come padre e come uomo pubblico, ad evitare il duello e le scoperte che ne sarebbero seguite.‘

                                             * * *

   Ma una soluzione tanto fittizia non poteva essere che una battuta d’aspetto. Il poeta, sentendo bene che la faccenda non era risolta, aveva, a buon conto, respinto, dopo la vertenza,, e proibito a Natalia ogni sorta di relazione con l’ufficiale e cognato, senonché  i due, come se nulla fosse, riannodarono, ben presto, i loro antichi (e innocenti) rapporti e con più furia l’ufficiale ricominciò ad ostentare un’intimità inesistente.La cosa culminò con un appuntamento organizzato da una mortale nemica di Ousckin nella sua casa; appuntamento che Natalia accettò e di cui il marito fu subito informato.

   La situazione era di nuovo insostenibile e tanto più imbarazzante in quanto, come ebbe poi a dire il poeta, sull’innocenza sostanziale di Natalia non  c’erano da avanzare dubbi. Ma la rabbia dell’offeso  sin rovesciò, di colpo, sulla testa del vecchio ministro  e macchinatore, al quale venne spedita, seduta stante, una lettera gravemente ingiuriosa, in cui si leggeva, fra l’altro : “Voi, il rappresentante di una testa coronata, voi siete stato paternamente il ruffiano del signor vostro figlio . Sembra che tutta la sua cndotta già sia stata ispirata da voi. Simile ad un’oscena vecchia, voi andavate seguendoi  mia moglie in tuttii gli angoli per parlarle dell’amore del vostro bastardo, o presunto tale; e quando, malato di vaiolo, egli non poteva uscire, le dicevate che moriva d’amore per lei e imploravate  : rendetemi mio figlio.  Non posso permettere che vostroo figlio, dopo l’abbietta condotta che ha tento, osi rivolgere la parola  a mia moglie, ancor meno che le racconti facezie da corpo di guardia e finga  una passione infelice  “mentre non è che un vile e un mascalzone”…”.

   L’unica risorsa possibile  non si fece attendere molto: una lettera del padrigno che conteneva una sfida  a nome del figlio.  I rappresentanti si abboccarono e furono fissate le condizioni dello scontro.

                                      * * *

   1) I due avversari saranno posti a venti passi di distanza, a cinque passi dalle due barriere  che saranno lontane dieci passi l’una dall’altra.

   2) Armati ciascuno di una pistola, quando sarà dato il  segnale , potranno, procedendo l’uno verso l’altro, senza tuttavia oltrepassare in nessun caso la barriera, fare uso delle loro armi.

   3)  Resta inoltre convenuto  che,  se  il primo colpo non produrrà nessun risultato, si ricomincerà come la prima volta,, riponendo cioè gli avversari alla stessa distanza, e così di seguito.

   4) i testimoni saranno gli intermediari obbligati di ogni spiegazione fra gli avversari sul terreno.

   5) I testimoni, sottofirmati, rivestiti di pieni poteri, garantiscono sull’onore  la rigorosa osservanza delle norme surricordate ciascuno per la sua parte.

   27 gennaio 1837,, ore  2 e mezzo del pomeriggio.

   Il duello era fissato per le quattro del pomeriggio. La mattina, il poeta si era alzato alle otto, aveva scritto, cantato, e dedicato lungo tempo ad un’accurata toletta.  Poi, in gran segreto, per tema che i soliti amici benintenzionati non mandassero a monte ogni cosa, anche questa volta, se ne andò con i secondi al luogo fissato. Strada facendo, incontrarono Natalia in carrozza, ma i due sposi non si videro.

   Alla “Giornaia Rec’ka “ (il Ruscello Nero) giunsero insieme con gli avversari. La neve giungeva  alle ginocchia e bisognò pestarla per ricavarne una specie di pista. Infine, segnati con due mantelli i limiti e messi a posto i duellanti, il direttore dello scontro agitò il cappello. L’ufficiale fu il primo a far fuoco, mentre il poeta, che stava per raggiungere il limite, mirava ancora. Il poeta cadde bocconi con il viso sul mantello e la pistola in avanti, sicché la canna si riempì di neve. “Sono ferito”, disse. L’ufficiale fece per accostarsi. “Non vi muovete; mi sento ancora abbastanza forte per tirare il mio colpo”, aggiunse Pusckin e, avuta un’altra pistola, appoggiandosi sul braccio sinistro, sparò da terra. L’ufficiale cadde anche lui e il poeta,  buttando in aria la pistola, gridò a se stesso : “Bravo !”, poi perdette conoscenza per un attimo. Riprendendosi, domandò : “L’ho ucciso?”.

   La palla aveva attraversato solo un braccio di d’Anthès ed era stata fermata da un bottone. Evidentemente l’ufficiale aveva atteso il colpo del poeta con le braccia incrociate sul petto, come d’uso. “E’ strano”, soggiunse allora Pusckin, “credevo che m’abrebbe fatto piacere ucciderlo, ma sento che non è così. Del resto, poco importa; quando saremo guariti tutti e due,, si dovrà ricominciare”.

* *  *

    Il poeta perdeva molto sangue. La sua ferita al ventre era mortale, ma mentr lo trasportavano a casa, in slitta, raccontava storielle al suo secondo. A casa, alla moglie che era svenuta all’annunzio e voleva poi vederlo, gridò con voce ferma : “Non entrare !”: non voleva impressionarla. Si cambiò da sè e si stese su un divano. Ai medici sopraggiunti disse di parlar chiaro e, avendo quelli ammessa la gravità del suo stato,  li ringraziò e prese la cosa con gran coraggio. Interrogato se volesse vedere gli amici più intimi : “Addio, miei amici! “, esclamò, guardando i suoi libri.

   Soffriva terribilmente della ferita, ma evitava di lagnarsi e di smaniare per non impressionare la moglie. Si sottopose docilmente a tutte le manipolazioni dei medici. Gli ricordarono i suoi doveri di cristiano. Acconsentì , ma volle che si chiamasse un prete qualunque. Si confessò e si comunicò. Nondimeno l’imperatore ebbe poi a dire: “C’ è costata molta fatica indurre Pusckin a morire cristianamente”. Il moribondo si preoccupò anche dello Zar : “Digli”, pregò un amico, poeta bene accetto a Corte, “che è un peccato ch’io muoia, sareii stato tutto suo. Aspetto una parola dello Zar per morire in pace”. La parola venne : il despota scrisse al poeta dell’ode alla Libertà, al poeta dell’esilio : “Se Dio non ci permette di rivederci, ricevi il mio perdono e il mio consiglio di morire da buon cristiano. Per tua moglie e i tuoi figli non ti prender pena,,, me ne assumo io la cura”.

                                            * * *

   L’atteggiamento di Pusckin nei confronti della moglie fu estremamente affettuoso. Disse : “Poverina, soffre innocente e soffrirà anche più per l’opinione del mondo”. Mezz’ora prima di morire, chiese una “maroscka e volle che fosse Natalia ad imboccarlo. Ella si inginocchiò al capezzale del morente e gli porse una cucchiaiata dopo l’altra, con la guancia appoggiata alla sua fronte. Allora il poeta le accarezzò i capelli: “Andiamo, andiamo, non è nulla, grazie a Dio, tutto va bene ! ” .  Dicono anche che se qualche volta Natalia entrava senza rumore nella camera e rimaneva vicina alla porta, in modo da non essere vista, per non agitarlo, egli “sentisse” tuttavia la sua presenza e si volgesse a lei.

   In tutto dimostrò il più grande sangue freddo. “Non devo gemere”, insisteva, “mia moglie sentirebbe e sarebbe ridicolo che una simile sciocchezza dovesse aver ragione di me; non voglio”.

   Costrinse tutti i presenti a famigliarizzarsi  con l’idea della morte, tanto era persuaso che l’ora fatale era sonata. Soffriva, più che della ferita, di una malinconia senza limiti, il che si deve attribuire all’infiammazione dell’addomr e forse anche di più a quella delle grandi arterie. “Ah, che noia ”, esclamava. “il mio cuore è oppresso”. Ma faceva tutton da sè e ancora l’ultima notte si applicò da se stesso, con mano sicura, le sanguisughe. Nondimeno si lagnava spesso : “Più presto, per carità”, diceva alla morte. Poco prima di spirare, afferrando la mano di un medico amico, mormorò : “Tirami su, più su, più su, via !” e spiegava, tornato in sè : “Sognavo di arrampirarmi con te lungo quei libri e quegli scaffali, molto in alto…”.  All’ultimo momento, mormorò : “Finita, la vita !”. Il medico non aveva inteso : “Che cosa è finito?”. “La vita è finoita”, concluse il  poeta con tono convinto. £Mi fa male respirare, mi sento oppresso”. Furono le sue ultime parole.

   Così Alessandro Pusckin, il patriarca della letteratura russa, morì a 38 anni non compiuti. Erano le 2,45 del 29 gennaio 1837. Natalia, sopravvissuta al marito molti anni, sposò, in seconde nozze, un generale. D’Anthès fu arrestato e processato, ma poui ebbe il perdono dello Zar, che gli impose di lasciare la Russia. Tornato in Alsazia, nel 1848 e nel 1849 fu deputato all’Assemblea Nazionale. Morì senatore del Secondo Impero.

Alfredo Saccoccio

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Il ballerino pazzo : grandezza e decadenza di Nijinskij di Alfredo Saccoccio

Posted by on Feb 19, 2019

Il ballerino pazzo : grandezza e decadenza di Nijinskij di Alfredo Saccoccio

   La signorina Romola de Pulsky, figlia della prima attrice d’Ungheria, era , a diciotto anni, bella ed imprudente: imprudente come molte ragazze di anteguerra, quando i cappelli avevano la piuma pendula, il tennis rappresentava un’audacia e il tango uno scandalo. Francis de Miomandre, Marcel Proust, Debussy e Marie Laurencin inventavano proprio allora il Mito della Fanciulla e ce la mostravano in fiore, in giardino, in amaca, o con capelli di lino, ma sempre imprudentissima.

   Romola ebbe l’imprudenza di innamorarsi: e di un uomo impossibile. Nel 1912 capitarono a Budapest il “Ballets” Djagilev, delizia dell’Europa intellettuale d’allora. Il re di Spagna, d’Annunzio, Cocteau, Paquin, i Potenti, i Poeti, sognavano solo coreografia e del resto, per venti anni, il nome dei “Ballets” rappresentò la gloria, lo snobismo e la fantasia.

    L’organizzatore teatrale Sergej Pavlovic  Djagilev aveva raccolto i migliori ballerini della Scuola Imperiale di Pietroburgo, fondata dal marsigliese Petipas nel 1847, scuola di severità ed eleganza inaudite, dove portentosi bambini venivano educati, con rigidità militare, alle piroette.  Diagilev diede a questi meravigliosi strumenti una cornice adatta al gusto del 1909, presentandoli a Parigi, che immediatamente li portò alle stelle.

Tutto il mondo fece eco a Parigi e Romola fece come tutto il mondo.

Andò a teatro ogni sera. Con lei, la città perdeva la testa per i russi amabili e distanti, socievoli, ma chiusi nel loro cerchio quasi magico, fra granduchi, vecchi maestri di ballo, quinte e musiche. Una luce artificiale e raggiante li isolava. I buoni ungheresi   guardavano attoniti Anna Pavlova, così impennacchiata d’oro che la sua testa piegava  all’indietro. Kessinskaia portava gli smeraldi dell’Imperatore; i nomi splendevano: “Après midi d’un Faune”, “Le Spectre de la Rose”, “Prince Igor”. Gli arcieri persiani crudelmente marciavano sui ritmi di Borodin e “Sheherazade” ebbe cornice cinese. E Vasha Nijinskij volava.

                                              * * *

   Vasha era nato a Kiev, il 28 febbraio 188°, da genitori polacchi, ballerini randagi, perfettissimi. Fu battezzato da cattolico, a Varsavia.- Ebbe un fratello, Stanislao, che morì pazzo; una sorella, la Nijinska, grande danzatrice, grande coreografa, e se ne conosce l’opera migliore, il “Sogno di una notte di Mezza Estate”, film di Reiinhardt. I genitori gli morirono presto. La sua vita di scolaro diligente ed eccezionale fu un po’ vuota, scialba, fino al giorno in cui incontrò Sergej Pavlovic Djagilev, che lo amò e che gli diede bei ruoli, belle vesti e l’intelligenza che animò i suoi balzi. Forse gli portò  via l’anima, come si usa nei patti con il Demonio, ma Vasha sembrava contento. Ballava, sorrideva e leggeva Tolstoi.

   Di lui Romola non sapeva nulla. Sergej Pavlovic Djagilev, gelosissimo, lo faceva seguire sempre dal cosacco Vassili,, costringendolo ad una solitudine che forse non gli pesava, occupato, com’era, in allenamenti e in trionfi. E Romola non capì che bisognava lasciarlo a questa vita opaca e trasognata: lo amava.

   Ella ottenne di conoscerlo e non poté parlargli perché Vasha parlava solo il russo e il polacco. Lui stesso, l’indomani, mostrò di non riconoscerla, mentre lei, fra il pubblico, lo guardava adorante e tenace. Tanto tenace da farle abbandonare casa, madre, patria, carriera. Romola segue il Balletto Russo a Vienna. Là seduce il vecchio maestro Cecchetti, si fa appoggiare da critici musicali e da personaggi politici, fingendo di ignorare Nijinskij per non insospettire Djagilev e finalmente ottiene di venir scritturata, come semplice comparsa, nel Balletto.

   Da Vienna a Parigi, da Parigi a Londra, la ragazza viaggiò con i russi, felice, quando, in un corridoio di treno o di teatro, Nijinskij le sorrideva distratto e gentile. Disperata per settimane di solitudine, quando Dijgilev custodiva  Vasha come un allegorico drago. Finalmente una “Tournée” in Sud America: le parve un sogno. Dijgilev restava in Europa e la sua assenza le dava una possibilità di fortuna.

    I giorni di navigazione passano. Romola inutilmente sfoggia, con civetteria, bellissimi abiti. Nijinskij si allena, tace, non la guarda. La nave, carica di danzatori  favolosi, di quinte dorate, si avvicina a Rio de Janeiro: Romola dispera., ma il barone Gunzburg, un bonaccione di quelli che, scherzando, vivono all’ombra dei prodigi, un amico che parla il russo come l’ungherese, improvvisamente le dice: “Romola, Nijinskij domanda se lo vuoi sposare”.

   Romola si crede vittima di un giuoco. Ne piange, finché Nijinskij stesso, con mimica alata, la convince e due giorni dopo si sposano nella chiesa cattolica più grave e spagnolesca, poiché lo sposo vuole un matrimonio solenne, che piaccia al suo cuore primitivo. I veli sono bianchi, i paramenti scarlatti,, le musiche gravi. Sembra, a Romola sposa,, di essere finalmente ammessa nel cerchio misterioso della danza. Davanti ad un prete straniero, in terra lontana, si unisce ad uno che non le ha mai parlato.

 * * *

Karsavina, la prima ballerina, è l’interprete fra i due, che lentamente, con l’aiuto di manuali russo-ungheresi, fanno conoscenza. Vasha racconta di averla amata dal loro primo incontro. Avranno una casa in Russia, un bambino che si chiamerà Vladislav.

   Quante cose devono dirsi ! Vasha parla di Djagilev  che lo dominò, di Tolstoi che ora lo domina e gli sembrano due angeli quasi ugualmente potenti, uno bianco ed uno nero, il Bene ed il Male, intenti a disputarsi la sua anima. Romola, stupita, scopre un marito insospettato, tenero, religioso. E’ tanto contenta che neppure si allarma quando lo vede perdersi in strani sogni di purezza difficile, inumana. Ha altro da pensare, deve godere il suo bene, deve preparare il corredo per Vladislav, che presto nascerà.

   Questi nasce a Vienna. Non  Vladislav, ma soltanto Kyra. Nijinskij adora la sua bambina. Sogna di farne una prima ballerina, la chiama “Son Amabilité”. Quando Djagilev, con un rancore di vecchia donna abbandonata, lo scaccia dal Balletto, Nijinskij sorride, indifferente e tranquillo. Il giugno è dolce, a Vienna. Nel giardino della clinica Vasha si allena davanti a Kyra, che placida ride in braccio alla mamma. Le campane suonano nel cielo chiaro, perché a Serajevo è stato ucciso un arciduca.

   Romola vuole andare a Budapest, per mostrare Kyra alla nonna. imprudente ! La guerra li trova là, russi, nemici, prigionieri. La suocera si rivela bisbetica, litigiosa, e tormenta la piccola famiglia danzante, obbligata a vivere nella sua casa, ma Romola è felice lo stesso. Kyra impara a parlare e Vasha, sempre più splendido, mangia spinaci, legge Tolstoi, pensa agli anacoreti e agli eremiti.

   Ma il re di Spagna, il Papa, gli Impresari ed i Granduchi, chiedono la libertà per Nijinskij. Offrono, in cambio, dieci prigionieri, fra cui un generale. Si tenta di farlo evadere. Djagilev stesso, ansioso, lotta da New York con tutta la potenza neutrale del Metropolitan, che ha ingaggiato il Balletto. E mentre Vasha si viene staccando dal mondo, ne viene ripreso: accolti come sovrani, i tre profughi raggiungono Vienna, Parigi, New York. Djagilev li aspetta allo sbarco.

   E’ difficile, ma vogliono tornare quelli di prima, anche se Nijinskij è sposato, padre di famiglia, misteriosamente ascetico; anche se il pittore Bakst è prigioniero, Strauss  è boicottato, Tamara Karsavina incinta e Strawinsky chiuso in Svizzera; anche se in Europa si combatte. Ecco “Le Spectre de la Rose”: onde di valzer, fanciulle velate di bianco, chiaro di luna, scenari Biedermeier: Nijinskij si innalza, ricade “comme un roi qui descend”, dice Claude, e con un solo balzo attraversa la scena.

                                                              ***

   Romola ritrova l’atmosfera gloriosamente pazzesca che sempre aveva accompagnato Nijinskij. E’ di nuovo il cerchio magico, il Balletto da cui la donna si sente esclusa. Ella ne dà la colpa a Djagilev, lo provoca chiedendogli del denaro arretrato, lo offende, e quello, che la detesta, rompe il contratto. Vasha, quieto, sorride, porta Kyra a passeggio, per la vasta America sconosciuta. Sorride sempre. Tornano ed in Spagna studiano i “fandangos”, le ispirazioni di Argentina e l’Escorial. Due amici filosofi, eccessivamente sporchi ed inquietanti, si installano nella loro casa. Di chi parleranno, esaltati ed infelici? Di Tolstoi, si capisce. Romola dispera e, per salvarsi, immagina la sua imprudenza più grande : mette accanto a Vasha la bellissima ed innamorata “Duquesa” di  X., cugina del re di Spagna.

   Non serve. Dall’avventura, Vasha esce con un desiderio umiliato di purezza, con un’avversione verso la moglie, che ha permessa, aiutata la sua colpa. Ballerà ancora, ad intervalli, nell’America del Sud, in sale private. Più volentieri si chiuderà, con Romola e Kyra, in una casetta solitaria di Saint Moritz, tra la neve. Qui sapranno, finalmente, che la guerra è finita. Per l’ultima volta, in una sala dell’Hotel Suvretta, Vasha compare dinanzi a un pubblico ansioso. Lo accompagna Romola e la pianista Berta Asseo, che nulla sanno dei progetti di lui. Immobile, Vasha guarda i suoi spettatori, tenendoli, per ore, in attesa, mentre inutilmente Romola gli fa cenni disperati. Berta Asseo accenna le melodie che per anni furono le sue. Egli non vede, non sente, è perduto. Finalmente, incrocia sul pavimento una striscia di velluo bianco e una di velluto nero e annuncia di voler ballare la pace e la guerra. E balla come fino allora non aveva mai ballato.

   E’ pazzo ? Romola lo pensa, rabbrividendo, ogni tanto. Quando, con una spinta, fa cadere lei, che tiene Kyra al collo, dall’alto di una scala. Forse è solo uno scatto di cattivo umore. Le chiede  teneramente perdono. O quando lo incontra, per le vie del paese, vestito di bianco, copn una grande croce al collo, seguito da un gruppo di ragazzacci. Forse è solo la prova di un balletto nuovo: egli stesso lo spiega con eloquenza. Vasha gioca, ogni giorno, con stravaganze di cui è il primo a sorridere, alternando lucidità assoluta ad assolute nebbia, sempre parlando di pace, di Dio. Finché, un giorno, il domestico, esitante, racconta a Romola di aver servito, in Sils Maria, un uomo che poi impazzì. SI chiamava Federico Nietzsche e si comportava proprio come il signor padrone.

   Romola non vuol credere; si illude parlando di esaurimento, di crisi. Deve salvarlo. Con un’imprudenza, questa volta eroica, desidera, come una redenzione, un figlio. Non lo avrà: un grande medico svizzero, consultato, le dirà, invece, la certezza della fine di Vasha. Egli è pazzo. Forse la sua infanzia fu troppo dura, forse somiglia al fratello. Più ancora, la sua lotta, continua, fra il bene e il male, fra le complicate colpe di Djagilev e la terrificante purezza di Tolstoi, gli hanno bruciato il cuore, il cervello.

   Assorto in danze che non danzerà, in pitture che nessuno comprende, Vasha è chiuso nella casa di salute Kreutzlingen, sul lago di Costanza.

                                                  *  * *

     Messa in collegio Kyra, Romola restò sola. Chi la conobbe, in quel tempo, la dice bellissima, opaca, taciturna. Abitava nell’Albergo Suvretta, aveva meravigliose mani, perle meravigliose e il più malinconico e distratto sorriso del mondo. Sentiva di aver perso, si lasciava andare. Poiché il medico dell’albergo, il dottor M., piccolo, brutto, uomo ammogliato, e con due bambini, si era innamorato di lei, Romola non fu capace di resistere a questo amore ed ebbe figli dal dottore. La moglie di lui si stancò di soffrire in silenzio: il dottore tentò di suicidarsi. Romola restava  distante, quasi annoiata.

   Un ultimo tentativo di dare la ragione a Nijinskij Romola lo tentò nel 1927, quando i medici consigliarono di rimettere il pazzo in presenza di quello che era stato il suo mondo. Tutto il Balletto Russo si riunisce, a Parigi, nel teatro Sarah Bernhardt, come in uno di quei  finali che le dissonanze di Debussy splendidamente ritmavano. Eccoli, si son fatti fotografare, gli eroi del grande Balletto, che esercitò un’azione incalcolabile, per circa un decennio, sull’arte e sul gusto musicale, teatrale, pittorico di Parigi e d’Europa, e ci si chiede perché. Decoratori, ballerini e Dijgilev, che  fra due anni morirà, stanchissimo, in una pensioncina del Lido di Venezia, con il suo viso di demonio disperato.  E Tamara Karsavina, sfiorita, diritta sulle punte dei piedi, con una grazia frivola e commovente, di farfalla moribonda. E Serge Lifar, adolescente, nelle luccicanti vesti di Petruska. In mezzo a loro, sta Vasha. Gli altri lo fissano con un riso largo, indulgente e falso. Vogliono dargli, si capisce, l’illusione che tutto sia come prima e certo Djagilevf, tra il lampeggiare del magnesio, chiede, teneramente imperioso: “Vasha, ritorna con noi, il Balletto ha bisogno di te ”. Ma quello che fu il Principe, il Fauno, il Sogno,  che porta un colletto troppo largo, un abito da impiegatuccio, china la testa, con rassegnata malizia sorride. “Sergio, non posso più, perché sono pazzo”.

                                                               * * *

   Che pensava, intanto, esclusa, ancora una volta,  dal loro gruppo e dal Balletto,  l’imprudente , l’intrusa, la stanchissima Romola ?

   Passano gli anni, musiche e balletti nuovi corrono il mondo. Lifar imita Mary Wigman; la scuola di Isadora prima, quella di Dalcroze poi, hanno mutato il gusto delle folle. Scenarista, impresaria, scrittrice di memorie, Romola cerca guadagni divenuti difficili. Forse altri  uomini piccoli e brutti stanno accanto a lei, che fu compagna del più bello, del meno umano. Però la sua vita temeraria, sprecata, ci sembra ancora buona, purificata da un amore inutile, ma superiore ad ogni dignità, ad ogni delusione. Abbiamo letto, un giorno, fra gli annunci vari del “Times”, un appello umile e supplichevole di donna, che per mantenere al manicomio il marito pazzo chiedeva, come una mendicante, l’ elemosina. E questa donna era Romola Nijinskij.

Alfredo Saccoccio

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Vita eccessiva di Maria Malibran

Posted by on Feb 11, 2019

Vita eccessiva di Maria Malibran

   Manuel Garcia fu un tenore sivigliano e cantò nelle parti di Don Giovanni, Almaviva, Otello. Fu anche direttore di compagnie liriche e compositore. Le sue collere, violentissoime, erano famose : aveva una sorta di talento per la tirannia, che esercitò su quanti gli vissero vicino, specialmente sulla moglie, la signora Joaquina Sitchez, che dalla gelosia di Manuel fu costretta a lascisare il teatro, e sui suoi figlioli. E su una delle figlie, particolarmente : Maria de la  Felicitad.

   Questa era nata a Parigi, il 24 marzo 1808. Piccolissima i genitori la portarono a Napoli, dove, nel 1811, Isabella Colbran, fastosa, impennacchiata, e potentissima primadonna madrilena, offriva a Manuel una protezione di compatriota e di amica. Napoli allora era sotto il dominio fastoso di re Joachim Murat : in quel tempo Rossini era un azzimato compositore ventenne, i duchi gettavano fiori e gemme alle dive, gli usseri affollavano il San Carlo e le musiche, i capricci, gli intrighi la rallegravano.

   Nel 1813 al teatro dei Fiorentini di Napoli si rappresenta “Agnese”, opera di Paer, e Manuel è Ernesto, infelice innamorato di Agnese, “madame” Mainvielle-Fodor, che al momento di attaccare l’ultimo “duo” si sente male e sparisce dietro le quinte. Garcia, spazientito, mastica vocalizzi e arrota i denti ; l’orchestra, sperduta, saltella;  il pubblico si indigna, quando una vocina acidula e chiara si leva e “io ti perdono” canta, “io ti perdono…”.

   E’  Maria Felicita, che sta davanti al padre, aprendo le piccole braccia con un gesto da primadonna : ha cinque anni,, un abito di percalle blu stellato d’oro, un piccolo naso a punta,, gli occhi neri. Sgrana le sue note imitando esattamente “madame” Mainvielle-Fodor e, come lei, sorride, si inchina al pubblico estasiato, al padre che non sa se arrabbiarsi oppure no. Il giorno dopo che le chiedono che ricompensa voglia, domanda di cavalcae Gloria, la bella giumenta di Manuel : non glielo permettono ed essa, di nascosto, parte al galoppo, venendo gettata a terra e rompendosi una gamba.

                                        *  *   *

    La sua infanzia  fu dura, tiranneggiata e orgogliosa. Ha appena una piccola voce, le corde basse sono poco sviluppate, i toni acuti duri, l’intonazione incerta. Manuel Garcia, padre e maestro, si sfoga contro questo strumento manchevole e della voce di Marietta si impadronisce, deciso a farla perfetta. Terribili lezioni, con gridi e pianti che allarmano la gente per la strada ; terribili lezioni, per cui Marietta impara a cantare piangendo, a piangere cantando, ad eseguire bravure che le parevano impossibili, conquistandosi nota per nota, piccola acrobata atterrita. Ella lava i piatti, cuce, studia solfeggio, pianoforte, composizione musicale, lingue, disegno, equitazione e scherma. Sopgna applausi, trionfi, glorisa : non sa accontentarsi del suo mezzoo soprano, anche se lentamente diviene un mezzo soprano prodigioso. Poi riesce ad ottenere il registro completo, dal contralto al soprano, e, pochi giorni prima della sua morte, lotta ancora per un trillo, ansiosa di raggiungere una nuova, unica grazia.

   A Parigi nel 1824 non ci sono teatri aperti : la tediosa corte  di Luigi XVIII porta il lutto del suo sovrano, morto di recente, e la duchessa d’Angouleme austeramente sbadiglia e l’elegante società con lei. I Garcia vanno dunque a Londra, scritturati dal King’s Theatre, insieme con Rossini, vecchio amico, che ne “Il barbiere di Siviglia” sfruttò consigli e motivi di Manuel.

   Marietta ha sedici anni ed esordirà : con Velluti, il cantore che ha  una così bella voce bianca ed un così brutto carattere. Per intimidire la compagna, lascerà cadere su di lei tempeste di vocalizzi, bufere di fioriture, ma la fanciulla, impavida,  riprende ogni tratto, lo amplifica, lo moltiplica: la florida pancia di Vellui trema di indignazione e di gelosia, le sue mani torcono i polsi di Marietta, che, dispettosa e radiosa,, sorride, davanti agli applausi.

   Ma il suo esordio vero avviene soltanto un anno più tardi, nel giugno del 1825, sempre a Londra : e sarà, come è giusto, Rosina. Chi più spagnola di lei, più maligna e vezzosa ? Le brave dame inglesi, abituate alle contegnose eroine di Jane Austen, trasaliscono davanti a tante fiamme, mantiglie, rose rosse e fantasie : Manuel è Almaviva e Rossini si dichiara soddisfatto dei suoi interpreti, del loro successo.  Compare, a questo punto, Mr. Lynch, commerciante di vini a New York, e propone ai Garcia di trasportare questo successo nel Nuovo Mondo, come allora si diceva, e si evocavano i Sioux, i conquistatori, l’oro e le avventure. I Garcia si imbarcano, arrivano a New York, si installano al Park Theatre e mettono in scena un “Barbiere” assolutamente familiare. Marietta e Manuel conservano le loro parti; ma torna sul palcoscenico per raffigurare Berta. Uno dei figlioli sarà Figaro, un vecchio zio, Bartolo e la città, entusiasmata, non parlerà che di loro.

                                         * * *

   Un vecchio amabile, decrepito e galante si presenta a Manuel, si inchina a Marietta con la grazia arcaica e libertina, che, nel Settecento, si usava con le donne di teatro. Il suo nome fa trasalire padre e figlia, quasi quello di un fantasma : é Lorenzo da Ponte, il librettista di Mozart. Seguendo una tradizione casanoviana, Lorenzo da Ponte ha corso il mondo, devastando cuori. Ora, a sua volta devastato, vive a New York, dando lezioni di lingue. Ma l’atmosfera della famiglia Garcia rende a Lorenzo da Ponte una provvisoria gioventù e, rapito, respira l’odore dei belletti, delle sale stipate, degli intrigi amoroisi che intorno a Marietta fioriscono : è lui che le presenta un ardente ammiratore, bell’uomo cinquantenne, considerato fra i più facoltosi banchieri, il signor Eugenio Francesco Malibran, un emigrato francese.

   Dapprima, Manuel non se ne preoccupa. E’ troppo preso dalle prove del “Don Giovanni” e riserva le sue furie ai coristi, all’orchestra : alla prima rappresentazione si indigna al punto di dimenticare la sua parte e si serve della spada di Don Giovanni per minacciare gli indegni : l’azione è sospesa. Manuel, bestemmiando, ordina di ricominciare e questa volta le cose vanno meglio, fra gli scroscianti applausi degli energici americani. Intanto Marietta, vestita di raso da Zerlina, cautamente occhieggia il palco del suo innamorato banchiere.

   Occhieggia, fino al giorno in cui Manuel scopre ogni cosa e minaccia pugnalate, sfregi : Malibran chiede la mano di Maria Felicita e Manuel sai arrabbia e, rimproverandogli i cinquant’anni e la poca solidità finanziaria, lo mette alla porta, ma Marietta lo richiama. misteriosamente  innamorata e gli giura di sposarlo.

   Il collerico Manuel si rivela buon padre e le fa una dote di 50.000 franchi : ma la sera dell’ultima rappresentazioine  di Marietta, che per il matrimonio lascerà le scene, Manuel-Otello piomba su lei, Desdemona, con tale ferocia e con un coltellaccio in mano, che quella, tremante, fugge via, supplicando “Por Dios, no me mate !” e gli americani ammirano. Manuel non intende uccidere la figlia, ma abbandonarla, e con la famiglia lascia New York, dove gli sposi restano soli.

                                            * * *

   L’alone evanisce, la spagnola diciottenne si annoia nella casa squallida, nella città ancora provvisoria e quacchera. Si spegnerebbe , ma il signor Malibran è improvvisamente sull’orlo della rovina, pur continuando a mostrarsi un bell’uomo brillante, e Marietta, felice  di trovare pretesti alla sua ambizione, come alla sua generosità, riprende a cantare.

   Canta, nel 1827, a Filadelfia, ma senza successo. I candidi americani preferiscono spettacoli di ginnasti o di “clowns” e il secondo concerto annunciato non ha neppur luogo, per mancanza  di spettatori. Indignata, Marietta si getta alla religione. Vuol convertirsi e con eccesso oscilla fra varie sette e vari sacerdoti.  Poi, stanca del marito galante e frusto, annoiata della città, incollerita con il pubblico, decide di partire per l’Europa, accompagnata da un cognato, il signor Chastelan.. Nel novembre del 1827, i due viaggiatori si imbarcano su un veliero.. e, durante la traversata,, vedono scatenarsi tempeste spaventose . i passeggeri sono presi dal pànico. Il naufragio pare inevitabile, ma Marietta, insensibile al mal di mare ed alla paura, si alza in puiedi e, dominando i compagni boccheggianti, intona l’ “Alleluja” di Mozart: naturalmente, spenta l’ultima nota, la burrasca è finita e il veliero è salvo.

   A Parigi, si installa presso i parenti Chastelan, gente povera e meschina. Ma, per fortuna, un’antica scolara del padre, la contessa Merlin, è pronta a lanciarla. Spagnola lei stessa, la contessa si incanta di Marietta, che ha vent’anni, lunghi riccioli neri ed un’unica veste di mussola. In suo onore, organizza una serata musicale.

   Ha invitato Rossini, la signora Rossini, che è poi l’antica Isabella Colbran, il direttore del Théatre des Italiens ed i migliori critici musicali. Maroietta canta Rosina e trionfa. Incrocia le gambe, afferra una chitarra e, in spagnolo, intona un “bolero”, un “polo”, una “jacara”. Il suo pubblico, che l’aveva creduta soprano e la ritrova contralto, si entusiasma. Isabella Rossini ricorda la sua gioventù, il suo canto, la Spagna e piange dietro un ventaglio di pizzo nero.

   Maria Felicita è lanciata. Canterà davanti all’impetuosa duchessa di Berry, davanti alla contegnosa “madame “ Récamier. Esordirà all’Opéra, nel gennaio 1828, in una rappresentazione di addio al basso Galli, Chiederà di essere Rosina, essendo la parte che meglio le si addice. Ma la parte è già stata destinata ad Enrichetta Sontag, la grande cantante tedesca.

   Bambina, la Sontag aveva cantato per le strade, oppure sui tavoli delle osterie. Dopo aver studiato a Praga, rapidamente  aveva dominato  i teatri di Vienna, Monaco, Berlino. Era bionda, bella,  fragile, con una voce luminosa. Ma gelida  e la sua compostezza  di giovanetta aristocratica, la sua ricercata  semplicità, erano fatte per dare sui nervi alla fragorosa Marietta.  Poiché ella non può  essere Rosina, sceglie di essere Semiramide e, accanto a lei, Arsace, sarà la signora Pisaroni, “en travesti”. Questa, sfigurata dal vaiolo, canta sempre celandosi il viso con le mani, per non spaventare il pubblico, ma la sua voce è potentissima. Marietta rivaleggia con lei, disponendo di una grande potenza espressiva e grazia innata, e, quando attacca la famosa frase “trema il tempio”, si può credere che la sua voce si spezzi, per tanto clangore. Invece no, resiste, si eleva ancora. Marietta, felice,  si inchina agli applausi.

   Applausi che saranno ancora maggiori per Enrichetta, Rosina impeccabile e glaciale. Fremente di gelosia, Marietta saluta con un cenno del capo la rivale, dietro le quinte. Quella risponde, distratta, senza interrompere il suo colloquio con un violinista belga, che inutilmente l’adora e si chiama Charles de Bériot.

   Questi, giovane molto bello, pallidissimo, languido, per la Sontag è però  senza risultato, perché la cantante, a sua volta, è innamorata di un diplomatico piemontese, il conte Rossi. Esasperata, Marietta diviene temibile : tira di scherma, si informa se sia permesso sfidare a duello la Sontag; canta nelle stesse parti della tedesca, trasformandole; va in società e seduce Gautier, Balzac, Sainte-Beuve, soltanto perché non le riesce di sedurre Bériot. Di un solo uomo Marietta poteva innamorarsi, di quello che apparteneva alla nemica : di Bériot.

                                          * * *

   Ostinata nel pensiero di lui, si serba virtuosissima e chiede il divorzio  a  Malibran, che rifiuta. Marietta si dedica alla beneficenza, la più eccessiva. Un giorno, all’ospedale, le mostrano un bambino affetto da convulsioni, che, strillando, rifiuta di prendere un bagno caldo, solo rimedio al suo male. Marietta, fiduciosa e canora, intona le sue romanze predilette. Tutto il personale dell’ospedale accorre, si estasia, ma il bambino, privo di ogni senso musicale, seguita a contorcersi. Soltanto Marietta non si scoraggia : fulminea, si spoglia, fra la generale e commossa attenzione, prende in braccio il bambino e con lui entra nella vasca, nentre le suore raccolgono pudicamente le cornette.

   Durante l’estate, in campagna, Marietta gioca come una bambina. Poi, tornata in città, si separa dai Chastelan, e va a vivere con un’austera vedova. Canta “Otello” e con tale frenesia da essere colta, alla fine, da una crisi. E ritrova la Sontag, ma avvilita, malinconica:  il conte Rossi non può sposarla, perché il re di Sardegna gli vieta le nozze con una cantante. Ed Enrichetta aspetta un bambino da lui.

   Bériot, furibondo, è tornato a Bruxelles. Le due primedonne riprendono la lotta, a colpi di fiori avvelenati, pettegolezzi e strilli. Neppure Rossini riesce a riconciliarle, neppure il gran “duo” del “Tancredi”.

   Marietta recita la parte di Romeo, alla presenza del re Carlo X, che dorme, nel palco reale. sulla spalla della duchessa di Angouleme. Marietta, offesa, decide di partire per Londra, dove ritroverà la Sontag e Bériot.

   A Londra quest’ultimo comincia ad amarla, dimentico ormai di Enrichetta, che, a sua volta, ha dimenticato rivalità  e rancori, felice poiché il re di Prussia l’ha fatta nobile, per permetterle di sposare il conte Rossi.  Tutto va, dunque, per il meglio. Le cantanti fanno pace, si offrono fiori, non avvelenati questa volta. Poi Maria, con Bériot, lascia Londra. Vanno insieme in Belgio, a dar concerti. Invitati entrambi al castello di Chimay, si dichiarano a vicenda il loro amore, se lo dimostrano e, d’ora in poi, si ameranno sempre.

   Non senza malintesi e bisticci. Quando Bériot deve partire per la Russia, inutilmente chiede a Marietta di seguirlo. Teme lo scandalo, preterisce perdere l’amante, ma serbare la reputazioine. Si lasciano: Bériot riprende il suo aspetto martoriato, Marietta si rifugia a Bruxelles., in una casa prossima alla chiesa di Santa Gudula e si dà alla devozione. Ma un giorno riceve un’arpa d’oro, quella che le ci vuole per accompagnarsi durante la “romanza del Salice”.. Solo Bériot è capace di tanta finezza; Bériot, che ha rinunciato alla Russia. Marietta lo richiama e decidono di vivere insieme e, nel 1828, si installano a Parigi in una casa assolutamente degna di Marietta, con vetrate di chiesa, falsi bronzi, lampassi.

                                   * * *

   Ma ecco dal Messico arrivare la famiglia Garcia. I banditi li hanno spogliati dei loro risparmi. Ora, rimpatriati, si preparano a vivere con Marietta. Ella rifiuta, offrendo denaro, ma vuole la sua libertà. Aiuta il padre a tornare sulle scene, ma il povero Almaviva, cinquantacinquenne, non ha più voce e decide di ritirarsi. Alla rappresentazione di addio, Marietta rappresenta Desdemona : si commuove, abbraccia il padre così impetuosamente che il nero di lui si fonde al bianco di lei ed il pubblico, commosso, saluta un Otello bianconero !

   Poi Manuel apre una scuola di canto e Marietta con Bériot va a Londra, poi a Bruxelles. Il suo solo dolore, in quel tempo, è di non aver potuto prendere parte alle barricate del 1830.  

      Quella che fu una delle più perfette interpreti dei personaggi rossiniani morì  a Manchester, a soli ventotto anni, per le conseguenze di una caduta da cavallo.

Alfredo Saccoccio     

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Napoleone e Talleyrand nei documenti inediti di Vienna di Alfredo Saccoccio (II)

Posted by on Feb 4, 2019

Napoleone e Talleyrand nei documenti inediti di Vienna di Alfredo Saccoccio (II)

           Al soldo dell’Austria

    Dopo essersi così vendtuto all’Austria, la sera dello stesso giorno Talleyrand si reca tranquillamente alle Tuileries, dove si teneva circolo nella sala del trono. Vi giunse per primo. Napoleone parlò ai suoi due vicini e passò davanti a lui senza nemmeno guardarlo. “Disarmato”, osserva Thiers, “Per questa  calcolata sottomissione, l’Imperatore notò il calcolo, ma gradì l’umiliazione”. La domenica successiva ritornò e tutto si svolse allo stesso modo. Il caso venne in aiuto di Talleyrand. Trovandosi il suo vicino impacciato a rispondere ad una donda dell’Imperatore, Talleyrand rispose   prontamente in sua vece. Con questa infrazione all’etichetta era riuscito a rompere il ghiaccio. I rapporti con l’Imperatore erano ritornati normali.

   Il 30 gennaio il “Monitore” annunciava che il orincipe di Benevento era sostituito come ciambellano dal signor di Momtesquieu. Bel nome e autentico galantuomo. Talleyrand perdeva il posto e un assegno di quarantamila franchi. Napoleone ritenne la punizione adeguata alla colpa, adeguata ai torti che erano a sua conoscenza.  Egli era ben lungi dal sospettare che il suo ministro lo tradiva fin dal Congresso di Erfurt. Ma poiché tale punizione non era proporzionata alla violenza del linguaggio della famosa scena, Metternich ne dedusse, a fil di logica, che Napoleone aveva paura di Talleyrand. Perché non pensare il contrario ? Forse la generosità dell’Imperatore  fu motivata dall’orgoglio  ; forse volle mostrare a Talleyrand che non lo annientava appunto perché non lo temeva.

   Nel frattempo i rapporti fra Talleyrand e Metternich si facevano sempre più intimi. Per non dstare l’attenzione della Polizia, che, del resto, era      sempre nella mani di Fouché,  si incontravano nei saloni che solrevano frequentare, entrambi. Il 1° febbraio Metternich inviava al suo governo un dispaccio che dimostra fino a qual segno Talleyrand  fosse avido di vendetta e di danaro.

   “ X (è la lettera usata per designare Talleyrand) mi fa sapere che il generale Oudinot ha ricevuto l’ordine di puntare su Augusta e su Ingolstadt. Un corriere è stato mandato a Monaco ieri l’altro per portarvi questa notizia. Nulla ho potuto sapere, finora, circa gli ordini che ci potrebbero essere. 8Seguono alcune parole indecifrabili): Bisogna attribuire la massima importanza ai movimenti del corpo di Oudinot, dato il gran caso che l’Imperatore fa di questo corpo. Egli considera la comunicazione fattami questa mattina dal signor di Champagny come la prova indiscutibile che l’Imperarore è deciso alla guerra. X ritiene pure che si dovrebbero  prendere immediatamente come pretesto per la mobilitazione, i movimenti di Oudinot. Sopra tutto occorre non perdere tempo. Qualsiasi illusione sarebbe criminosa. Nessun dubbio che Napolene  vuole decidsamente la guerra”.

   Il 23 febbraio Metternich rileggeva questi testi a Talleyrand, che li approvava senza riserva, solo aggiungendo  che si doveva parlare con la Russia, in modo da provarle che era Napoleone a provocare la guerra. E Metternich   soggiunge :” X domanda che cosa succederebbe in Germania se si ritirasse il corpo di Oudinot”

   E il 27 feebbraio : “X riferisce che un confidente  dell’imperatoe Napoleone  gli ha detto che noi non siamo pronti in alcun punto e che manchiamo di tutto,, da per tutto”.

   Il rappoirto segreto di Metternich, del 1° febbraio, era  fin troppo chiaro e tale, comunque, da suggerire pronte decisioni. “L’Imperatore “m scrive lo Stadion a Metternich, il 10 feffraio, “mi ha ordinato di darvi carta bianca a proposito di X. Siete pertanto autorizzato a concedergli quanto possa ragionevolmente desiderare non appena siate convinto che egli vuole  e può renderci dei servizi veramente importantui”.

   Ancora più esplicito è un secondo dispaccio dello stesso giorno, il che prova  in quale stato di ansietà si doveva vivere a Vienna. “L’Imperatore”, conferma Stadion, “è deciso  ad entrare nell’ordine di idee di X e vi autorizza a non indietreggiare davanti a nessuna somma, purché si tratti di servigi reali, essenziali e  non di promesse vaghe. Però non vuole esporsi a richieste troppo onerose, a meno che non si abbia la certezza che esse impegneranno X a inizitive effettivamente utili e tali da far prevedere cospicui risuiltati. Abbiamo ritenuto opportuno di approfittare dell’incidente del dispaccio illeggibile, di cui avete informato la questione in persona, per trasmettervi, come a fondo perduto, una somma di centomila franchi, di cui potrete liberamente disporre per convincerlo che noi non abbiamo esitazioni di sorta sulla cosa ib sé, ma unicamente sul modo di trasmettere tali invii, nel timore di compromettere ogni cosa. Siamo in attesa di chiarimenti ulteriori. Prenderete questa occasione per fargli comprendere che le somme saranno proporzionate ai servigi resi e per indurlo a pronunciarsi con maggior precisione su quanto potrà e vorrà fare. Il signor de Mier (corriere) aggiungerà alcuni chiarimenti verbali a quanto vi scrivoi”.

   Il 12 marzo la Grande Armata sta per mettersi in movimento.. E’ la guerra che segnerà la grande battaglia di Wagram. Stadion è impaziente, ansioso di prevedere e di provvedere.. Che fa Metternich?  

   “Suppongo”, gli scrive il 12 marzo, “che fra pochi giorni  riceveremo da V. E. precisi ragguagli in seguito a quanto ho avuto l’onore di dirvi relativamente ad X sia per iscritto, sia verbalmente mediante il de Mier. Sarete stato informato senza dubbio del nostro proposito di far passare le somme di cui si tratta a un intermediario qualunque, sia esdso una casa di commercio, sia un individuo all’estero che goda la fiducia di X: Questa seconda maniera ci pare la più sicura, per evitare da una parte e dall’altra di essere compromessi. Attendo, signor Conte, il vostro parere al riguardo,  affinché, nel caso che X rifiuti simile mezzo, possa farvi pervenire  ancora delle somme  mediante il prossimo corriere.  Ecco il vero momento  in cui  i suoi servigi potranno divenire capitali, solo che ci metta effettivamente della buona volontà. Sarebbe  un punto fondamentale concertare in anticipo una via di comunicazione la più sicura e regolare possibile “dopo la rottura”. Bisognerebbe farla passare al largo, attraverso paesi che non siano, per il momento, teatro delle ostilità”.

                    I segreti militari

   Forte dell’approvazione imperiale, Metternich scrive, il 77 marzo : “Le mie relazioni con X sono attivissime. E’ in gran parte  attraverso di lui  che io vengo a conoscere di momento in momento quel che fci può interessare.. Supplico, pertanto, V:E.  di arrivare alla somma che ho domandato. Le circostanze sono trppo importanti perché non si debba giocare il tutto per il tutto. Sono riuscito a procurarmi dal Gabinetto dell’Imperatore due memoriali di un interesse immenso suylla posizione attuale. Un corriere non mi pare mezzo abbastanza sicuro per farli passare. E poiché la Russia non vi è trattata meglio dell’Austria, li ho fatti pervenire a Pietroburgo. Vi si trova tutta la politica di Napoleone, che può ridursi ad una semplice parola d’ordine : distruggere quanto non rientra nell’0rbita del fondatore della nuova dinastia”.

   E’ in quei giorni che Talleyrand  dispiega tutta la prodigiosa abilitàù diabolica di cui è capace. La cupidigia e la sete di vendetta sono tali che non esita nemmeno a svelare i più gelosi segreti militari. Il 17 marzo Metternich può annunciare a Stadion l’ultima dislocazione dell’esercito francese, copiata al Deposito della Guerra, delle dettagliate tabelle sulla composizione delle truppe ed altri preziosissimi particolari di natura strettamente militare.

   Il 20 e il 23 marzo Metternich trasmette al suo governo la sostanza dei dispacci di Caulaincourt e di Andréossy, ambasciatori a Pietroburgo e a Vienna. E nel medesimo  23 scrive, fra l’altro :”Sto studiando il modo migliore per conservare una corrispondenza attiva con Talleyrand durante la guerra. Francoforte ci pare il miglior punto di collegamento. Talleyrand ha già in mente la persona che potrà fargli da agente colà (probabilmente il banchiere Bethmann o il duca di Dalberg). Conviene Francoforte a Vostra Eccellenza ? V’è qualcuno, colà,, che potrebbe essere adoperato da noi?”.

   Il 31 marzo 1809 Stadion accettava Francoforte. Vi regnava il principe primate Carlo Teodoro di Dalberg, grande amico di Talleyrand e zio del duca di Dalberg, suo confidente.

   Dopo la pace di Vienna, Metternich, nominato ministro degli esteri, non tornò più a Parigi. Schwarzenberg, che ne prese il posto di ambasciatore,  non seppe mai nulla di quei tremendi segreti. A continuarli per vie sotterranee  e ad insaputa dello stesso ambasciatore, fu designato il consigliere di ambasciata, de Floret  Nesselrode assolveva le stesse mansioni per la Russia.

   I rapporti di Talleyrand  con Napoleone  si ripresero, poco a poco,,. Quando l’Imperatore fu ferito davanti a Ratisbona, Talleyrand gli scrisse poche parole, che sono un capolavoro di cinismo e di cortigianeria : “La Vostra gloria, Sire,, è il nostro orgoglio; ma la Vostra vita è la nostra esigenza”.

   Tornato Napoleone a Parigi nel novembre 1809, Talleyrand fu chiamato  spesso alle Tuileries . Gli furono resi gli ingressi segreti. Il 3 dicembre  il de  Floret potevascrivere : “Talleyrand  ritorna in auge. Ha preso parte al viaggio a Fontainebleau. Vede spesso l’Imperatore. Ha pranzato con lui”.

   Aveva scritto il Lacour-Gayet nella sua biografia  di Talleyrand : “Non abbiamo dati precisi sulla generosità con la quale la Corte di Vienna pagò i servigi che il principe di Benevento le aveva reso”. Oggi la causa è giudicata.

   La raccolta “Letres et Papiers de Nesselrode” pubblicata nel 1904, ci aveva già fatto sapere che Talleyrand  aveva fatto ricorso all’aiuto finanziario dello Zar come corrispettivo dei servigi segreti che gli aveva prestati. Gli chiese licenza di importazione di merci inglesi. Il 15 settembre 1810 gli chiese un milione e mezzo di franchi, ma gli furono rifiutati.

   L’Austria fu più generosa. I costumi del secolo decimottoavo consentivano, fino ad un certo punto, in tempo di pace,  pensioni o sussidi sorani a stranieri. Ma Talleyrand  anche quando cessò di essere ministr delle relazioni estere, rimasev grande dignitario dell’Impero. Non era dunque libero. D’altra parte, fu pagato dall’Austria durante la guerra del 1809. Per un crimine analogo,, Enrico IV fece decapitare il maresciallo de Biron e Richelieu trattò allo stesso modo il principe di Chalais, che aveva cospirato ai suoi danni.    

                      La maschera

   Si è fatto rimprovero a Napoleone di non aver seguito il loro esempio. Ma l’abbiamo già detto: Napoleone ignorò sempre il tradimento di Talleyrand. Lo ignorò a tal punto da consigliare e ricercare i suoi servigi fino alla fine.

   Nelle amare e penose conversazioni di Sant’Elena egli diceva, un giorno, a Gourgaud :” Sfido chiunque a prendermi in trappola. Bisognerebbe che gli uomini fossero tanto scellerati, quanto io li ritengo capaci di esserlo! “.

   Napoleone è costantemente ingannato da Talleyrand, che mantiene , al suo cospetto, la maschera del perfetto cortigiano. I due impersatori di Austria e di Russia, Nesselrode, Stadion, Metternich, più tardi de Floret, furono i soli a possedere il segreto. Talleyrand corrispondeva  per mezzo di corrieri stranieri e la polizia imperiale, che soirvegliava le dsue lettere affidate alla posta, non ne trovava che di insignificanti.

   Negli ultimi mesi del 1813 Napoleone  fu autorevolmente avvertito del riaccostamento fra Talleyrand  e i Borboni.  Fu una rivelazione. Nel gennaio 1814 egli lo prese direttamente a partito in una scena drammatica,, che parve e dovette essere una ripetizione, in grande stile anch’essa, della scena violentissima del 1809.

   Da allora, Napoleone  considerò Talleyrand “come il più temibile nemico della propria Casa”. Ma neppure allora  pensò di porlo nell’impossibilità di nuocere.

   Il 6 aprile Napoleone diceva ingenuamente a Cauulaincourt : “Talleyrand mi tradiva da sei mesi”. Dieci giorni dopo, ripeteva il medesimo calcolo. Sei mesi di tradimento! Erano, in realtà,, sei anni. “Avrei dovuto farlo arrestare”, soggiungeva, “ma io sono  stato sempre  nemico dei provvedimenti di rigore”.

   Sotto la sagoma della sua compassata rudezza, l’Imperatore  era così longamine  che, a Fontainebleau, giungeva ad ammettere che fosse stato naturale per Talleyrand  lo schierarsi contro dui lui. “Io debbo perdonare a Talleyrand”, diceva, “L’ho trattato così male! Egli si è vendicato”. E pochi istanti prima  del suo tentato suicidio, Napoleone ripeteva ancora : “Il suo è stato un gesto di legittima difesa”. Nel suo accecamento. sentenziava  in piena, buona fede : “ Personalmente, Talleyran non mi odia”. Se avesse conosciuto la verità,,, avrebbe potuto perdonare  ?

   A Sant’Elena Napoleone parlava spesso di Talleyrand. Ne deplorava la insaziabile venalità. Ne stigmatizzava i costumi privati. ma ne esaltava i servigiprestati.. “E’ il ministro più capace che io abbnia mai avuto”.

   Nessun dubbio. Ma non cè capacità che possa spiegare l’ostinato attaccamento di Napoleone a Talleyrand. Pure ignorando l’entità dei tradimenti, riparati solo dal suo genio militare, Napoleone tanto im mano per metterlo al bando. All’isola d’Elba amava ripetere : “Se avessimo fatto impiccare due uomini, Talleyrand e Fouché, sarei ancora sul trono”. Perché, allora, non se ne liberò? Non se ne liberò ( e questa è anche l’opinione del Lacour-Gayet e del Dard) perché Napoleone, nonostante le sue guerre, voleva la pace (non occorre aderire, per questo, alla tesi estrema del Lévy, per cui Napoleone fu sempre l’aggredito) e Talleyrand era la stessa incarnazioine della volontà di pace. Al pacifismo di Talleyrand tutti credevano in Europa, a quello di Napoleone, nessuno.

    E’ ormai acquisito che prima della rottura della pace di Amiens con l’Inghiltera, Talleyrand sostenne il partito della pace. Che poi nelle dichiarazioni ufficiali abbia rigettato la colpa della rottura sull’Inghilterra non prova nulla. Finché rimaneva ministro di Napoleone, non poteva fare altrimenti. Nel memoriale dell’ottobre 1805 all’Imperatore proponeva  di togliere  Venezia all’Austria, ma per farne una repubblica indipendente;  proponeva anche  di toglierle la Svezia e il Tirolo, in modo da separarla completamente dai dominii napoleonici, ma la voleva compensata  con i principati danubiani. Era già la teoria dell’inorientamento  dell’Austria. All’indomani di Austerlitz, consigliava nuovamente  di risparmiare l’Austria  e di allearsi con essa. Sostenne sempre  la necessità di intesa della Francia  almeno con una grande potenza. All’indomani di Friedland, scriveva a Napoleone, pur girando il consiglio in forme di devozione personale, che  il  maggior valore della vittoria doveva essere di aprire la strada alla pace.

         Demonio della diplomazia

      In una questione, gravissima in verità, i suoi istinti di moderazione pare che non l’abbiano guidato. Napoleone lo accusò di essere stato l’istigatore della detronizzazione dei Borbone di Spagna e l’accusa ha fondamento.. La sostituzione  dei Borbone di Francia, con una nuova dinastia, gli sembrò richiedere, per solidarietà, una sostituzione simile in Spagna.  Si trattava di ristabilire su nuove basi dinastiche  il “patto di famiglia”. Ancora una tradizione del Settecento, impiegata, però, questa volta,, a profitto dello spirito napoleonico e a danno della moderazione talleyrandiana. Più fedele  a se stesso era, invece, il Talleyrand in quel periodo medesimo quando a madama  di Rémusat diceva che Napoleone avrebbe dovuto fare dell’Italia un regno indipendente (dalla Francia non meno che dall’Austria) e rifare la Polonia. Qui lo spirito del secolo XVIII anticipava le realizzazioni  dei secoli XIX  e XX .

   Questa la vera foirza del Talleyrand : il suo genio. E questo spiega l’invincibile simpatia dei francesi per questo demonio della diplomazia, che, ancora oggi, tutto sommato, lascia così perplessi gli storici. In sede morale nessun dubbio è possibile : Talleyrand  si macchiò delle peggiori colpe. Ma in sede puramnte politica, fino a qual punto è accettabile la tesi che egli servì sempre la causa della Francia, anche quando tradiva il suo Imperatore? Come era possibile distinguere la Francia da Napoleone? Ed anche ammessa, anche accettata una simile distinzione. Come poteva Talleyrand prevedere il corso degli avvenimenti, le conseguenze  ultime della sua diabolica azione? E se i vincitori non fossero stati così generosi al Congresso di Vienna? E se invece dello Zar Alessandro e di Metternich, Talleyrand si fosse trovato di fronte Aleksandr  Michajlovic Gorcakov e Otto di Bismarck?

Alfredo Saccoccio

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