Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Marlene Dietrich nel giardino di Allah di Alfredo Saccoccio

Posted by on Apr 15, 2019

Marlene Dietrich nel giardino di Allah di Alfredo Saccoccio

   Quando si lascia mano libera ai russi di esprimere in qualche modo il loro misticismo, chi li ferma più ? Richard Boleslawsky, nativo russo, si deve esser sentito proprio a suo agio, con un soggetto come “Il giardino di Allah”.

   Di fronte al tema della conversione, al peccato di un religioso e della successiva redenzione, egli non ha tentato  di prendere le scorciatoie per evitate le difficoltà. Anzi, ci si è buttato addirittura a capofitto. La trama narra di una sorta  di moderno Sant’Antonio, che cede alle tentazioni del diavolo, impersonato da Marlene Dietrich. La cosa non ci stupisce affatto, abituati a ben altre debolezze. Ma per Boleslawski la cosa sembra altamente drammatica. L’eroe è un frate trappista, internato in un convento dell’Africa. Egli butta la tonaca alle ortiche, lasciando esterrefatti  i suoi colleghi monaci, piglia il treno ed eccolo in un “cabaret” arabo,, con gli ovcchi torbidi, inchiodati sopra i magnifici fianchi di una ballerina, che,  quasi fiutando il dramma, si snoda e si contorce davanti a lui.  Si pensa, per un momento, che egli resisterà alle grazie molli e lascive della danzatrice. Ma in fatto di mollezza perversa e lasciva Marlene Dietric non si lascia battere da nessuno. Il nostro fraticello in giacchetta si innamorerà dunque di Marlene. Non c’è nemmeno bisogno, per questo, che egli veda le sue meravigliose gambe : sembra, infatti, che l’immaginazione febbrile del fraticello sia attratta proprio dal mistero delle lunghe vesti della donna. I due si sposano e la luna di miele si svolge nel deserto, in una curiosa tenda appoggiata sulla groppa dei cammelli. Abbiamo dimenticato di dire che il film è a colori. Boleslawsky non si è accontentato di farci vedere i grigi delle sabbie e l’azzurro del cielo. Egli ha voluto che tutti coloro che ancora oggi ammirano le cartoline illustrate restassero soddisfatti. Ed ecco tramonti  infocati, cieli mattutini di un azzurro che fa male agli occhi, sete bianche, velluti rossi e verdi. In questa orgia non c’è da meravigliarsi che il nostro frate sfratato si perda.

   Finché una bottiglia di liquore lo salva e lo rende alla sua vocazione. Si sa come i frati trappisti siano gente  industre. Vicino a Roma, essi fabbricano, per esempio, una cioccolata speciale : in Africa – vediamo nel film – essi frabbricano liquori. Il fraticello, per una di quelle strane combinazioni, che fanno pensare alla provvidenza, trova una di quelle bottiglie fabbricate dai trappisti. Basterà questa vista per fargli capire la gravità di ciò che ha fatto. E’ il momento più tragico della pellicola. Vediamo gli occhi di Charles Boyer, il fraticello, bagnati di lacrime e, nello stesso tempo, cosa finora mai vista, la sua fronte imperlata di sudore.

   Dopo, la pecorella smarrita tornerà all’ovile. La moglie lo accompagnerà in carrozzella e, al momento dell’addio, quando ormai è troppo tardi per convertire di nuovo al demonio il povero frate, lei sentirà le prime nausee della gravidanza.

   Che dire di questo film ?  La trama, abbiamo visto, è una povera cosa ; la regìa di Bolslawsky tutta di maniera. Ma si sa che quando Marlene Dietrich è protagonista, della povertà del soggetto o dei difetti della regìa  il pubblico non si accorge. Se Marlene Dietrich sia o no una grande attrice, milioni di spettatori ne discutono e non cercheremo noi di risolvere la questione. Ci sembra soltanto che il prestigio di certi attori vada al di là delle loro virtù interpretative. Essi valgono per quello che sono, figure complesse ed indecifrabili, che sembrano impersonare e rendere sincere le aspirazioni più confuse.

* * *

Marlene Dietrich in casa

    Chi si inoltrava nella strada di Two Park  incontrava una villa  in stile messicano, circondata di eucalipti e di larici ombrosi. Due grossi alani abbaiavano dietro la cancellata. Se si entrava nella “hall”, si scorgeva un grande camino  con alari di bronzo  che sostenevano  un ceppo di cemento , dipinto color legno e illuminato da una lòampada  rossa che voleva sembrare una fiamma. Molte poltrone ricoperte di tela  a fiorami,  molti tappeti di paglia e una scala rustica che portava  al primo piano. Ecco tutto quello che si poteva scoprire nella casa della diva.

   La vita di Marlene tracorreva tranquilla ed appartata , protetta dagli alani e da quattro poliziotti privati, guardie del corpo necessarie ad una donna  tanto ammirata. Dal tempo del rapimento del piccolo Lindbergh, le attrici americane gareggiavano  a chi aveva più poliziotti. Carole Lombard ne aveva solo tre ; Mae West  riuscì ad averne dieci. La famosa stella di Brooklyn dava anzi, ogni anno, un banchetto ai poliziotti privati di Hollywood.

   Marlene era meno affettuosa con i suoi angeli custodi. Certi giorni pareva non avvedersi di loro ; altre volte, invece, rivolgeva loro la parola e offriva sigarette.

   Il più anziano dei poliziotti privati di Marlene era Fred Still, che aveva l’apparenza di un avvocato. Fu lui a suggerire, dal tempo di baby Lindbergh, l’uso delle inferriate per proteggere le finestre  di tutti quei villini . Con le inferriate Fred ci si fece la casa. Nel 1936 uno dei tre alani dell’attrice fu trovato morto in giardino, avvelenato con zolle di zucchero. Fred Still vedeva spesso la signora, anche in camicia da notte.  Spesso egli era chiamato a fare un’ispezione in giardino, perché la Dietrich   credeva di aver visto ombre nel parco. Marlene scendeva, anche lei, in veste da camera e attendeva che lo Still potesse garantirle che nessuno era in agguato. Allora si fermava, per un momento, a chiacchierare. Offriva sigarette e ci scappava anche il bicchierino.

   La Dietrich era spesso malata. Un’infermiera le faceva le iniezioni, perché era anemica. Marlene amava molto i bambini , a cui spesso regalava giocattoli. Spesso era sola, perché il marito  lavorava in uno stabilimento di chimica.  

Marlene Dietrich a Venezia

   Quel che mise in subbuglio, nel 1937,  piazza San Marco e la Riva degli Schiavoni  fu la presenza, qua e là, di Marlene Dietrich, la grande Marlene.

   Apparve seguita da un codazzo di gente, che aumentò man mano di numero fino a quando  esso la nascose alla vista. Marlene venne così scortata verso il caffè Florian, accompagnata da una giovanetta, forse sua figlia, quasi più grande e più bella di lei. La seguiva un signore dall’occhio “frappant” di una belva, un aspetto esotico veemente, quasi coloniale, con il volto infiammato da due baffi di paglia. Non era il marito, ma era Sternberg, il famoso e geniale regista. Insieme a lei c’erano  altri tre personaggi perfettamente neutri.

Si sedettero tutti ad un tavolo del caffè.

   Marlene, le braccia nude e magre, rannicchiandosi sulla sedia , faceva un po’ la gobba di contentezza come nei film.

   Portava sul capo un cappellaccio verde tirolese.Era proprio lei, tale e quale la si vede sullo schermo.. Senza belletto, senza bistro, senza ciglia aggiunte, senza piume, e niente che luccichi, più tranquilla di quando recita, anzi saggia come una mamma  che ha sua figlia al fianco.

   I camerieri  facevano un po’ di largo intorno a questi personaggi, perché avessero almeno tanto d’aria  da respirare in pace.

   L’uomo interessante, dai capelli un po’ lunghi, dalle basette e baffetti di artista , che sembravano gialli e, invece, non lo erano, si batteva con un futile bastoncino  da ufficiale la spalla  e sembrava leggermente irritato di questo assedio che la folla, immobile, aveva messo intorno a loro.

   Tuttavia Marlene, divertita, rideva senza scoppiare,, guardando in giro il bastione, la muraglia, di giovanotti veneziani e di popolani che stavano lì di fazione, a braccia conserte,, senza batter ciglio : soddisfatti, ammirando.

   Marlene portava quasi alle labbra la sigaretta con quelle sue belle mani dalle dita grassocce e affusolate, ma era continuamente distratta e non fumava.  Molte eleganti signore, sedute in crocchi ai tavoli vicini, facevano finta di non accorgersi di nulla.

   L’abIto della Dietrich era dei più semplici, anzi dei più poveri che si potessero immaginare. Marlene non portava ricchezze addosso, non portava ornamenti né alle mani né al collo. Si era vestita così forse per non attirare l’attenzione e non eccitare la curiosità. Avrebbe voluto passare inosservata,, ma tutto era inutile.

   Pareva che facessero per giuoco a chi resisteva di più : il pubblico ammutolito ,da una parte, e la grande attrice dall’altra, così conservando le distanze per una buona ventina di minuti.

   Dopo essersi misurati come degli avversari, che, per la prima volta, si incontravano, finalmente Marlene si alzò con lentezza, quasi timidamente, e con lei la figlia, Sternberg e gli altri tre del loro tavolo… Allora, udendo dietro di sè degli applausi, e dei battimani entusiastici, nell’atto di voltarsi e di sorridere,,, la stella del cinematografo mostrò i suoi veri occhi, di un colore verde e oro,,,, subitamente straordinario, e avvolse di uno sguardo incantato  questo mondo così nuovo per lei,, questa piazza mitologica e questa folla italiana così gentile, discreta e adorabile.

   Fu uno sguardo da grande artista.

   Due occhi simili non li aveva mai mostrati sullo schermo Marlene Dietrich, nata Maria Maddalena von Losch, figlia di un luogotenente dei granatieri prussiani, ucciso all’inizio della prima Guerra mondiale, quando la fanciulla, con sua madre, discendente di una antica famiglia, si trasferì in una povera abitazione, nei dibntorni di Berlino. Maria Maddalena era ambiziosa di divenire concertista di violino  studiando fino all’età di diciassette anni. Una ferita al polso le rese impossibile continuare la sua carriera. Decise allora di lavorare in teatro.

   Benché la fortuna della famiglia fosse da tempo svanita, la madre si fece promettere dalla figlia che non avrebbe usato sul teatro il nome di famiglia. Fu allora che Maria Maddalena von Losch divenne Marlene Dietrich.

   Dopo essersi iscritta alla scuola d’arte drammatica di Max Reinhardt, fu costretta a lasciarla dopo un mese per mancanza di mezzi. Le fu data suibito una parte meschina ne “La bisbetica domata”. Il suo nome vero poteva ritornare intatto in famiglia.

   Spesso,, quando non vi era più cibo, l’orgogliosa mogle dell’ufficiale prussiano non mangiava, per conservare il cibo alla figlia. Quando sua madre alfine si ammalò, Marlene, disperata, andò da un dottore militare, amico del padre. Questi le disse apertamente che la prima causa del male della madre era la penuria di nutrimento.

   Marlene pensò ad un raro violino, dono di suo padre nei giorni di abbondanza, come alla sola possibilità di salvezza   rimastale. Quella sera lo portò ad impegnare.

   Ottenuto il danaro,, ella disse alla mamma che aveva ottenuto un contratto per un mese allo “studio” e che l’avevano pagata anticipatamente. E preparò in cucina subito qualcosa da mangiare.

   Come non commuoversi alla storia di questo violino, rivelata dalla rivista “This Week” ?

Alfredo Saccoccio

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Greta Garbo interprete di Maria Walewska di Alfredo Saccoccio

Posted by on Apr 8, 2019

Greta Garbo interprete di Maria Walewska di Alfredo Saccoccio

      E’arrivata l’imperatrice, col figlio! “. Questa era la notizia  che, il mattino  del 2 settembre 1814, gli abitanti di Portoferraio, nell’isola d’Elba, si comunicavano con fare misterioso  e che rapidamente si sparse per tutta l’isola  e di là, varcato il mare, per tutte le Corti europee.

   Ma non era una notizia  esatta.  Da una nave ancoratasi, la sera prima, nella piccola rada di San Giovanni, erano sbarcati, al calar della notte, una giovane signora ed un bambino, accompagnati da un’altra giovane dama  e da un signore in uniforme. Non si trattava, però, dell’imperatrice Maria Luisa, ma di Maria Walewska, l’amante di Napoleone e del figlio ch’ella  ne aveva avuto, il piccolo Alessandro Walewski, che l’Imperatore aveva creato conte dell’Impero e che sarà, più tardi, ministro degli esteri di Napoleone III.

   Si sa  come Napoleone avesse conosciuta a Varsavia, nel 1807, in un ballo dato in suo onore da Talleyrand, la giovane e bella Maria  Laczynska, terza moglie dell’allora più che settantenne Anastasio Colonna Walewski, discendente dai Colonna di Roma, un ramo dei quali si era trapiantato in Polonia. Fra le belle dame che partecipavano a quel ballo e che cercavano in ogni modo di piacere all’Imperatore, Maria non era certo la più appariscente : di piccola statura, bionda, pallida, con gli occhi azzurri, vestita semplicemente, timida ed impacciata (viveva, quasi sempre, in campagna, a Walewice). Nessuno avrebbe pensato  che proprio lei avrebbe attratto l’attenzione di Napoleone, allora al sommo della gloria e sul quale i Polacchi riponevano tante speranze per la liberazione della loro patria. Eppure fu proprio lei la prescelta, quella che doveva aver fatto sull’Imperatore  una ben profonda impressione, se questi, all’indomani mattina, appena risvegliato, le scriveva : “Non ho visto che voi, non ho ammirato che voi, non desidero che voi. Una risposta molto sollecita per calmare l’mpaziente ardore di N. ”.

Dopo la passione giovanile per Giuseppina, si può dire che l’amore, per Napoleone, non fosse che un capriccio, presto appagato e presto finito. L’amore, com’egli si esprimeva brutalmente, non era che “un affare da canapè”. Donne ne aveva conosciute parecchie, certo; comunque, non era abituato ad incontrare resistenze. Proprio in quei giorni, anzi, era stato informato della nascita di un figlio, da Eléonore Denuelle de la Plaigne, dama di corte e lettrice di sua sorella Carolina, e la notizia gli aveva fatto piacere, perché  lo riaffermava in certe speranze dinastiche ed in certi suoi progetti che sino ad allora erano rimasti un po’ vaghi e indecisi.

   Ma, forse per la prima volta, il suo biglietto alla contessa Walewska rimase senza risposta. Una nuova missiva non ebbe miglior successo.

   Maria era spaventata dell’impressione che aveva fatto su Napoleone, per il quale, ora, provava ammirazione ed orrore. Ma il capriccio dell’Imperatore per lei cominciava già ad essere noto. Ecco lo stesso principe Poniatowski, il nipote dell’ultimo re di Polonia, venire da lei a pregarla di cedere “ per il bene della Polonia”. Un messaggio le fu fatto pervenire addirittura dai membri del governo, in cui, ricordato l’esempio di Ester, sacrificatasi ad Assuero per salvare la patria, la si invitava abbastabza chiaramente a fare lei pure lo stesso sacrificio, anche se penoso.

   Circuita, adulata, fatta centro di tutto un armeggio di intrighi, esaltata, spinta, ella sentiva la sua volontà vacillare.   La vinse un nuovo biglietto dell’Imperatore, in cui vi era anche un accenno alla Polonia e la promessa che “tutti i suoi desideri sarebbero stati esauditi”. La sua resistenza era durata quattro giorni, “ce qui fut consideré comme un acte inoui”.

   E andò al palazzo reale, di notte; ma sembra che nemmeno allora si concedesse a Napoleone. Vi furono molte lacrime, certo, quella notte, a palazzo reale, molte preghiere. Forse anche furono fatte molte promesse. All’alba, il fido Duroc la riaccompagnò a casa. Tanta resistenza aveva commosso l’Imperatore, che uscì da quel convegno innamorato come un collegiale, tanto  da scriverle subito dopo, mandandole un mazzo di bellissimi fiori, legato da un serto di brillanti : “Maria, mia dolce Maria, il mio primo pensiero è per te, il mio primo desiderio è di rivederti. Tornerai, non è vero? Me lo hai promesso. Altrimenti volerà l’aquila da te. Ti vedrò a pranzo, l’amico (Duroc) me lo dice. Degnati dunque di accettare questo mazzo di fiori; che esso diventi un legame misterioso destinato a stabilire fra di noi un rapporto segreto in mezzo alla folla che ci circonda. Esposti agli sguardi della moltitudine, potremo così intenderci lo stesso. Quando mi premerò la mano sul cuore saprai che esso è tutto pieno di te, e tu per rispondere premerai i tuoi fiori. Amami, mia graziosa Maria, e che la tua mano non abbandoni mai i tuoi fiori”.

   Maria trattenne il biglietto, ma respinse fiori e brillanti. Era l’ultimo suo sforzo : subito dopo abbandonò il marito, che sembra non apprezzasse molto l’onore del “cocuage impérial”, e seguì il suo amante , ormai per sempre. Da Varsavia lo raggiunse al castello di Finckenstein,, dove rimasero insieme per più settimane, quindi a Parigi. Dopo Wagram, è a Vienna, dove potè annunziare a Napoleone la sua prossima maternità, quel figlio la cui nascita deciderà l’Imperatore a divorziare da  Giuseppina.

      “Voi ridete di vedermi così innamorato”, diceva Napoleone al fratello Luciano in quel burrascoso incontro che ebbero a Milano. “Sì, lo sono infatti. E’ una donna incantevole, un angelo. Ma il mio amore è subordinato alla mia politica; la quale  vuole che mi sposi con una principessa, benché io preferirei molto incoronare la mia  amante”. Né il matrimonio con Maria Luisa separerà i due amanti. Più circospetta, certo, con maggiore segretezza, ella salirà ancora più volte l’ “escalier noir” delle Tuileries.

   Campagna di Russia, Mosca, Lipsia. L’Aquila è vinta e deve lasciare la Francia. Nella notte dal 4 al 5 aprile 1814 Maria si recò a Fontaineblreau, di nascosto, e giunse  sino alla porta del sovrano vinto e già quasi da tutti abbandonato.  Vi trovò il cameriere Constant, solo, che vegliava ancora e che entrò ad annunziare la visita, ma l’Imperatore era come “immerso in un marasma di insensibilità” e non rispose. Maria attese: tremante di freddo, immobile, piangente, attese sino all’alba.  Poi dovette ritirarsi, partire, in preda alla disperazione. Quiando  Napoleone apprese la cosa, ne fu addolorato : “Poveretta !  si sarà sentita umiliata. Constant, ne sono veramente spiacente. Se la rivedete, diteglielo”. Poi, colpendosi la fronte con la mano :” Mais j’ai tant de choses là!”.

   Si ritrovarono all’isola d’Elba, dove Maria, con il figlioletto, la sorella e il fratello, rimase qualche giorno, all’Eremo, sopra Marciana, quasi sulla cima del monte Capanne, da dove si poteva vedere lontano la Corsica e dove Napoleone aveva fatto piantare alcune tende.  Ne ripartì di notte, in piena burrasca. Si ritrovarono ancora a Parigi, durante i Cento Giorni, e, dopo Waterloo, si rividero alla Malmaison, per l’ultimo saluto. Maria era accompagnata dal figlio Alessandro, che sempre conservò il ricordo di “quel volto triste che si chinava su di lui a baciarlo”.

    Poi Maria si ritirò in Belgio, dove, già da alcuni anni vedova, si sposò nel 1816 con un cugino di Napoleone, il generale Filippo d’Ornano, conte dell’Impero. Nel giugno 1817 diede alla luce un figlio, Rodolfo Augusto d’Ornano, e, dopo pochi mesi, il 15 dicembre, morì. Nel cimitero del Père-Lachaise, a Parigi, dove fu sepolta, una lapide la ricorda soltanto come contessa d’Ornano.

                                     Greta Garbo in casa

   Allo Studio di Culver City  tutti  quanti, dal portiere al vicepresidente della casa, fimngevano di ignorare dove Greta abitasse ed anche i suoi pochissimi amici non tradivano il segreto. Durante i periodi doi lavoro, nelle quattro o cinque settimane che occorrevano per girare un film, la Garbo dimorava entro il recinto dello studio, in un “bungalow” appartato.

   Quiando Greta Garbo iniziò “Margherita Gautier”, vi venne trasportata ancora febbricitante. Appena ella fu in grado di reggersi in piedi,  il film venne subito incominciato dalle ultime scene, per approfittare delle condizioni fisiche dell’attrice, che ben si prestavano per farla comparire sullo schermo consunta dal male.Greta in realtà non aveva sofferto che qualche giorno di influenza.

   In quel periodo  alcuni giornalisti studiavano il modo di penetrare nel 2bungalow”, ma la cameriera, l’infermiera e l’autista della diva si mostrarono incorruttibili.  Solo il regista ed il capo di produzione avevano la possibilità di entrare nel “bungalow”, oltre ad un medico. Nulla da fare. Del resto, che cosa avrebbero potuto apprendere ? Nel “bungalow” Greta Garbo non abitava che nei periodi di lavoro, durante i quali ella pensava soltanto a studiare il suo ruolo, oppure a riposarsi,  mentre ai cronisti premeva di sapere come  Greta vivesse quando non faceva l’attrice.

   Il caso aiutò Allen Alien, che, un giorno, notò che l’autista della diva si accingeva ad uscire, dopo aver caricato sulla macchina un baule di vimini. Dove poteva recarsi ? Allen pensò di seguirlo. L’inseguimento durò circa mezz’ora , a grande velocità. Finalmente l’auto della Garbo imboccò una stradicciuola in salita e varcò il cancello di legno di una modesta casetta in stile coloniale, che sorgeva a metà collina, in mezzo ad un giardino.  Sotto  di loro splendeva l’Oceano e si distinguevano i bagnanti sulla spiaggia di Santa Monica. Cento passi più su  c’era un’altra villetta : era chiusa e da affittare. Tre giorni dopo, Allen Alie  ne prendeva possesso. E prima che Greta Garbo terminasse di girare “Margherita Gautier”, egli era diventato un buon amico del suo giardiniere, per il quale era un borghese di mezza età, strapazzato dagli affari, al quale i medici avevano consigliato un lungo soggiorno in California e al quale nopn importava affatto di sapere chi realmente fosse la sua vicina di casa, dal nome così difficile, che non è quello famoso di Garbo, né quello di Gustafson, ma quello della cameriera svedese dell’attrice che figurava affittuaria della villetta.

    Le serate erano lunghe sulle colline di Santa Monica e i giardinieri in genere non si intendevano solo di fiori e di piante, ma anche di buone bottiglie di Whisky. Sulla padrona non c’era da lamentarsi, ma c’era sempre qualche cosa da dire sul conto di chi li pagava. Per esempio, se fosse meno lunatica, si saprebbe con certezza quali sarebbero i fiori da piantare. L’anno prima le violacciocche la mandavano in estasi, cogliendone delle bracciate, mentre ora  non le può sopportare. Stramba ! Certi giorni veniva fuori in giardino, con le sopracciglia incrociate e le labbra strette, non spiccicando parola, non guardando nulla, sospirando, sgridando tutti. Poi Greta  tornava in casa, si rinchiudeva in camera, non mangiava e leggeva. Leggeva troppo. Aveva la casa piena di libri. Erano quelli, o la mancanza di un uomo.

    Come tutti i semplici che vivono vicino alla natura, anche il giardiniere annetteva una grande importanza a certi fatti, parafrasando il divino Ippocratre : “nubat illa et morbum effuget”.  Ma per sanare l’umore bizzoso, Greta Garbo avrebbe soltanto bisogno di una briciola d’amore ? La leggenda creata intorno a lei  le attribuiva  soltanto un marito e un grande amore per un altro uomo. Senza tradirsi, Allen non potè insistere  sull’argomento con il giardiniere, ma egli gli chiarì il suo punto di vista : i capricci, le fiammate passeggere, non  sono questi che assestano la vita di una donna, ma la compagnia costante di un uomo solo. Insomma egli era un partigiano del matrimonio, ma forse non lo sarebbe più se avesse coscienza della doppia esistenza che  è costretta a condurre la sua padrona, prigioniera  di una gloria  e di un’illusione, che per una donna deve essere tragica. Chi delle due amerebbe il suo uomo, l’attrice che lo schermo  rende tanto bella e affascinante, l’illusione, oppure la realtà, la donna che ella è veramente, dal fisico sgraziato?

   La villetta che Greta abitava ormai da qualche anno era un’abitazione d’affitto. Neanche i mobili  le appartenevano. Una discreta “living room”, uno studiolo  con un divano e molti libri, una camera da letto che sembrava una stanza d’albergo, una sala da pranzo.  Nessuna fotografia sui mobili. Greta doveva  odiare certo la sua immagine. Era immensamente ricca, ma nulla lì lo rivelava.  Greta non amava i gioielli, non le vesti e le ppellicce preziose. In casa indossava sempre una sottana di lana scozzese, un golf, scarpe gialle, con il tacco basso, da passeggio. Il suo guardaroba di lusso, quello di scena , era tutto negli armadi del “bungalow”, allo studio di Culver City. Si sapeva che lei aveva orrore delle feste e dei ricevimenti mondani.

   Quando Greta non lavorava, passava le sue giornate a leggere. Era piuttodsto pigra, non praticava nessuno sport, tranne lunghe passeggiate solitarie per le colline, o qualche corsa sul panfilo ancorato giù al porto. Rarissimamente accoglieva qualche amico, sempre nel pomeriggio. Uno era un vecchio medico svedese che aveva una barbetta bianca e che era il più assiduo.  Una volta venivano spesso lassù anche due signori francesi, marito e moglie, poi tornati in Europa. Nello studiolo c’erano le loro fotografie : Jacques Feyder e  la consorte.

   Il giardiniere rivelò ad Allen che lui andava sempre a letto presto e la sua padrona faceva altrettanto.

    Greta non fumava. Era ghiotta? Piuttosto, ma di poche cose : molto latte, pane nero e burro, aringhe affumicate, “roll moops”, uova di pesce, prosciutto e birra. Mai vino, sempre birra. In casa non c’era altro. Maledetta birra. Al giardiniere non piaceva.  A noi piace, invece, immaginare la divina interprete dei più romantici amori mentre fa colazione con aringhe affumicate, cetrioli salati e un bel bicchiere di birra chiaretta, come una sana massaia svedese che non ha grilli per il capo.      

Alfredo Saccoccio        

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Giotto e i moderni di Alfredo Saccoccio

Posted by on Mar 25, 2019

Giotto e i moderni di Alfredo Saccoccio

   Nel sesto anniversario della morte di Giotto si tenne, agli Uffizi di Firenze, una Mostra Giottesca,  inaugurata  con un discorso di Ojetti. Din tutte queste cose, ne scrissero i giornali. Noi ci soffermeremo sull’idea che di Giotto si è maturata nelle cultura moderna.

   Come per altri maestri antichi,, anche per Giotto il processo degli studi tende a mostrare l’ampia attendibilità di notizie ed informazioni, tramandateci da biografi, cronisti ed annalisti. Tale convalidarsi, sul terreno informativo, di un patrimonio di dati tradizionali, non contraddice ad un’altra constatazione.

   Ed è questa : come i capolavori dell’arte greca, del VI e V secolo, che erano ancora, in gran parte, da disseppellire; oo come la poesia di Shakespeare, ed altre creazioni supreme, la pittura di Giotto, nel suoi significati essenziali,, è, largamente, una scoperta dei moderni.

                                            * * *

   I contemporanei di Giotto furono pieni di ammirazione per la sua arte. I maggiori committenti: pontefici ,sovrani e fondatori di signorìe, si disputarono la sua attività.  La leggenda popolare e la novellistica, vivacemente colorirono alcuni tratti biografici, anche se, dell’uomo, trasmisero un’immagine corsiva e un po’ grossolana.

   Gli scrittori del Rinascimento non lesinarono encomi. E dsono encomi talvolta tutt’altro che generici. Ad esempio,, questo passo del Varchi : “Sebbene i poeti e i pittori imitano, non però imitano le medesime cose, e nei medesimi modi. Imitano quelli con le paroile, e questi coi colori;  il perché pare che sia tanta differenza, fra la poesia        e la pittura, quant’é fra l’anima e il corpo. Ma come i poeti descrivono ancora il di fuori, così i pittori mostrano quanto più possono il dentro, cioè gli affetti. E il primo che ciò anticamente facesse, secondo racconta Plinio, fu Aristide tebano ; e modernamente, Giotto”.

   Ora non c’è dubbio che il Varchi, sotto la clausole dell’imitazione naturale,. rivendica l’idealità della pittura e la capacità della pittura a desctrivere l’anima, il  dentro. Ma sarebbe un’illazione arbitraria, a pretendere che tali concetti egli rferisca  all’arte di Giotto, scorgendo, nell’azione drammatica e nella rappresentazione degli affetti,, l’origine di quella che fu la grande conquista giottesca : la costruzione spaziale, o ciò che è stato appunto chiamato la “prospettiva  psicologica” di Giotto.

   Si tratta di in embrione critico, di cui a noi è possibile misurare il contenuto potenziale e gli sviluppi. Il Varchi lo ravvolge nelle vaste pieghe della sua eloquenza ; lo nobilita del favoloso pagagone con il tebano. Ed è lo stesso che, poi, all’incirca, si ritrova nei discorsi del Vasari : piani e particolareggiati ; la forse anche, guardando bene,, più rozzi.

   Per Leonardo da Vinci, l’idea dell’imitazione naturale si scolge e determina, con valore di “metodo” per la reintegrazione dell’arte. I pittori dopo i romani, dice Leonardo, non fanno che ripetere l’uno dall’altro e così mandano l’<rte in rovina. Viene Giotto e non si accontenta di imitare il suo maestro Cimabue.  Ma nei monti solitari ove nacque si dà a disegnare, su per i sassi, gli atti delle capre : ricomincia, per proprio conto, a studiare il vero.  A questo modo, non che i pittori della sua età, ma vince quelli di molti secoli passati. Dopodiche , conclude Leonardo,, l’arte riprecipita, perché tutti si rimettono ad imitare le fatte pitture.

   Per Leonardo, per il Varchi, per il Vasari, come per i predecessori, Giotto è, dunque, artista grandissimo, che ritrova la moderna pittura e la risolleva ad antica dignità. E tutto ciò con l’imitazione del vero. Che cosa poi egli abbia voluto dire con quella sua pittura, quali siano stati i caratteristici effetti che gli premevano e con quali artifizi li abbia conseguiti, il Varchi, il Vasari, e non parliamo di Leonardo, certamente lo sanno, ma lo tengono per sè.

   Intendiamoci bene. Sarebbe grottesco figurarsi che i contemporanei di Giotto, il Boccaccio e il Ghiberti,,, poi il Vasari e tutti gli altri,, nell’arte giottesca nobn vedesseroo che quello che dicono a parole. Erano epoche quanto mai sature di senso estetico.. Pittori quali allora fiorirono ebbero senza dubbio  un pubblico adeguato. O sarebbe come credere che la pittura di Zeusi e di Apelle avesse significato  per i Greci soltanto ciò che i critici dicevano con l’aneddoto dei passeri tratti in inganno dal grappolo d’uva.

   Non sfuggiva affatto, agli antichi, l’essenziale delle opere d’arte. Ciò che ne costituisce la tipica fisionomia :  quel complesso di forme e di ritmi che ne determina e perpetua la ragione vitale. La ragione è che, come per altre cose, gli antichi preferivano non accostarsi eccessivamente a cotesti essenziale estetici. Li portavano, a così dire, non in mano, ma, riguardosamente, sopra un vassoio. Ne rispettavano il mistero. Li avvolgevano di circonlocuzioni.

   Un critico sottile, Clive Bell, osservò che quando un antico come il Vasari parla di “imitazione della natura” e di “nobiltà di sentimento”, a proposito di Giotto, suppergiù intende le medesime cose di quando un moderno come Roger Fry parla di “piani! e di “rapporti”. Perfettamente vero. E Giotto rimane quello che è. E’ l’atteggiamento dei critici, dal Vasari a Roger Fry, quello che muta, conformandosi a diverse disposizioni.

   Ed è tale mutamento che, a noi appunto, interessa di analizzare : a chiarirne l’idea di Giotto ed i possibili riflessi nel gusto e nell’arte dei moderni.

                                                          * * *

  E’ ovvio che il generale incremento delle ricerche storiche, nell’Ottocento, rinverdisse anche l’immagine di Giotto. E dovrebbe altresì considerarsi quanto a ciò ebbero parte la nuova passione ed i nuovi studi francescani.

   Tramontati il gusto manierista e l’intellettualismo settecentesco, nell’interesse romantico per la civiltà medioevale e rinascimentale, Giotto viene subito  citato a diritta e a rovescia: da quelli (Coleridge, Goethe, eccetera) che spesso non sapremmo quanto direttamente conoscessero l’opera e se, molte volte, non la scambiavano e mescolavano con le opere dei seguaci.

   Per quanto concerne la critica nostrana, già essa aveva rifatto il punto, con le placide e luminose osservazioni del Lanzi. Anche qui non vorrebbero spingersi le deduzioni più  audacemente di quanto facemmo per il Vasari e per il Varchi. Ma nella sua accentuazione della ingegnosità delle azioni,, in Giotto, e del fattore compositivo, il Lanzi sembra sottintendere più  di quanto dica : implicita sembra la valutazione dell’azione drammatica, come elemento della composizione giottesca e della costruzione spaziale.

   Il Rumohr ed Hegel, nella pittura di Giotto, scorgono la prima rivelazione di un nuovo equilibrio e di una nuova simpatia, che,, con il Rinascimento, si stabilisce fra l’uomo e il mondo. Non toglie, che, tanto il Rumohr come Hegel, si facciano ad osservare che, in confronto alle austere creazioni  religiose dell’Evo Medio, e proprio “per la sua tendenza all’immediato presente e all’umanizzare”, Giotto finisca “col circoscriversi in una sfera meno elevata”.

   Simili errori di giudizio non commisero affatto puristi e misticheggianti italiani,,, quali il Minardi e il Selvatico. Anzi, il Minardi pone ad assoluto fondamento della grandezza di Giotto la forza nel sentire e nel rappresentare le passini umane; mentre il Selvatico compensa certe lievi deviazioni pietiste, collocandosi fra i primi che, sul disegno  e il chiaroscuro di Giotto, detterop pagine cui, anche oggi, è da aggiungere poco.

   Un tocco, se non del tutto nuovo, assai felice, è nelle pagine poco frequentate dello Schnaase, che contrappone all’idioma astrattivo e straniero della pittura bizantineggiante, il nativo linguaggio plastico in cui Giotto investe le proprie emozioni, creando figure di uomini vivi, con le quali lo spettatore entra direttamente in rapporto e nelle quali l’artista realizza i propri sentimenti etnici. Ed è, pressappoco,, la medesima nota di John Ruskin, che cerca di più imprimere il rapporto etnico, definendo Giotto un puro etrusco-greco del tredicesimo secolo.

   E venendo ad imnterpretazioni più vicine, quanto meglio calcate sulle forme pittoriche create da Giotto, abbiamo detto che la tradizione biografica ci trasmise, di Giotto, un’immagine massiccia, popolaresca, ma forse anche diminuitiva. L’immagine di un gagliardo operaio, positivo, spiritoso e, da certe sue famose repliche ed epigrammi, si direbbe anche un po’ cinico.

   Quasi sembra di scorgere la deformazione o la sublimazione di questa rude figura di Giotto, descritta da cronisti e da novellieri, in una maniera di interpretare la sua arte come un trionfo della fisicità : con corpi di quintale, dalle membra tarchiate, ravvolte in pesanti mantelli, che più ne esagerano il volume e l’ingombro. Che, al tempoi stesso, pare una caricatura della famosa teoria dei “valori tattili”, appunto inaugurata dal Berenson  sulla pittura giottesca.

    Certo che il Berenson  non ha la minima responsabilità  di siffatte applicazioni della sua teoria.  E fu anzi tra i primi che ponessero, con intiera  proprietà di linguaggio critico,  a fondamento dell’innovazione giottesca, il profondo senso dell’azione e degli affetti,  ricollegandolo , naturalmente,  con una capacità  a tradurre osservazioni psicologiche e perfino  idee morali, in realtà concrete e corpose.

   Vale a dire che, con Giotto,  non si parte da una fisica percezione della realtà, che egli avrebbe ricostruita nella massima  enfasi dei volumi  e delle forme, e come negli aspetti di un mondo gigantesco e tumefatto. Intenzioni simili  potranno valere per qualche pittore postimpressionista e cubista, che, inasprendo ed esasperando le struttire di un paesaggio,,, o i colori e la modellatura di un gruppo di oggetti o di frutta, giunge anche a suggerire il senso di talune concordanze ed allusioni cosmiche.

   Il procedimento di Giotto non è di confusa evasione dall’immefdiata realtà verso il cosmo.  E’, sostanzialmente,  un procedimento contrario  : dalla pienezza di certi significati umani, alle forme visibili più atte  a riceverli e a manifestarli.  E’ naturale che, in Giotto, tali forme assuimano un risultato prepotente, una fisicità ad alto potenziale: il suo è un mondo titanico, non miniaturesco.  E l’istinto plastico è in lui così infallibile e ridondante, da farsi valere in qualunque più fuggevole colpo del suo pennello.

   All’origine della pittura di Giotto, è , dunque, un genio speculativo che verso le forme  discende dall’intima causa delle cose e dall’idea e dalla passione di certi eventi eroici. Nonostante una sua tesi non convincente circa, anzi contro, gli affreschi giottesci di Assisi, fu il Rintele, che,,, meglio di ogni altro,, espresse tale concetto dell’arte di Giotto, rintracciandone e confermandone, attraverso  finissime analisi, nel senso e nella chiarezza dell’azione drammatica, le determinanti ragioni compositive e spaziali.

  Eccoci,,, così, ben lontani dalla capretta fra i sassi, e dalla grezza imitazione della natura. Nelle stesse parole del Rintelen : “Poiché Giotto mette in rilievo la reciproca posizione dei corpi, ed armonizza vicinanza e lontananza, intensamente,, secondo il loro valore espressivo, la superficie pittorica si trasforma in uno spazio determinato, tanto più chiaro quanto più nettamente sono precisati i rapporti dei corpi nel senso della azione. Tale genesi dello spazio non può  mai disconoscersi in Giotto. La si sente negli affreschi di Padova, come nelle creazioni più sviluppate dell’età tarda ; e dà loro un carattere decisamente  ideale”.

                                                          * * *

   Da un’arte così eccelsa, nella quale gli impulsi  più profondi si esprimono con massima trasparenza e massima coerenza architettonica  (un’arte intellettuale, se altra mai, e tuttavia piena di naturalezza ed anche di affabilità) , l’arte dell’Ottocento e quella contemporanea che cosa avrebbero potuto ricavare ?

   Tutto avrebbero avuto bisogno di ricavarne e forse, per questo, non ne trassero niente. Del resto, quando “nazareni”, puristi e preraffaelliti cominciarono a riiaccostarsi ai cosiddetti “primitivi”, non fu Giotto, stilisticamente troppo austero, che su di essi  esercitò la suggestione maggiore.., ma, piuttosto, maestri di un carattere più illustrativo e di una religiosità più eloquente, che meglio sui confaceva al loro romantico misticismo.

   Senza poi dire che la loro nozione di Giotto fu spesso vaga e indiretta. Si sfogliano due grossui volumi di ricordi del Burne-Jones, fra i preraffaelliti più colti, che aveva viiaggiato in Italia. E non si trovano che due o tre riferimenti a Giotto,, insignificanti.  Il Minardi scrisse di Giotto, fervorosamente, e mostra di aver osservato gli affreschi di Assisi. Ma chi oserebbe parlare di influssi giotteschi sulla povera pittura del Minardi?

   Ingres disegno e ridisegnò il Giotto di Firenze e di Padova. Se dobbiamo giudicare dall’opera di Ingre, assai più del disegno di Giotto, pare avergli giovato quello di alcuini tardi quattrocentisti : un metodo strettamente naturalista.

   E si capisce che il buon Fattori guardasseGiotto e sapesse parlarne con cognizione . E’ suo merito di essersi riaccostato a Giotto, come all’Angelico, non letteriaramente, né con quello schematismo e volontarismo che irrigidiscono e raffreddano tanta “primitività2 della fine del secolo e  det

l trentennio del Novecento : da Puvis de Chavannes, al Denis e giù, e sempre più giù, fino al nostro Ceracchini.

   Ma con discrezione dovrà essere inteso anche il giottismo di Cézanne, benché sia certo che quello spicchio di rupi dietro al “San Francesco che riceve le Stimmate”, nella pala del Louvre, a Cézanne fece miglior frutto che non più vaste esperienze giottesche ad altri pittori.

   Cézanne, o almeno il Cézanne dell’ultimo ventennioi, che intensificava le ricerche struttive : Cézanne fu una sorta di Giotto analitico; un Giotto ricostruito, in qualche frammento,  attraverso un paziente processo  di cristallizzazione, giustapponendo  lamella di colore  a lamella di colore, sfaccettatura a sfaccettatura, con una geologia  critica che oresuppone i brillanti  giacimenti  del cromatismo impressionista, come, dietro alle compatte superfici del colore di Giotto, sono le tessere variegate dei mosaicisti bizantineggianti.

   Solo che, in Giotto, la nuova fusione avviene in maniera totale, senza tracce di residui, mentre, in Cézanne,  la ricostruzione di spazi  e volumi reca  tutti i segni  di quanto fu travagliata. Nell’artista più audace  ed austero che, nell’ Ottocento , fu portato  ad una qualità di visione, la quale, talvolta, ricorda Giotto, bisogna infine prescindere                                                                                                                                                                                          completamente dall’istinto drammatico e dal senso dell’azione. che, in Giotto, determinano la composizione e le relazioni spaziali.

   Cézanne non poteva intendere che un Giotto ridotto in frammenti e privato del racconto dell’azione. Un Giotto soltanto statico e volumetrico, riportato  ad una solenne e stupefatta fisicità, mentre in Giotto tutte le forme sono legate e agitate da vivissimi significati morali.

   Ed è inutile ricercare altre applicazioni, troppo approssimative, che di Giotto, e nell’imitazione di Cézanne, furono fatte dalla polemica cubista. Com’è inutile, anche perché troppo facile, elencare le ragioni  per le quali Giotto  può essere invocato  da chi (ma in altri aspetti che quelli  del defunto cubismo) auspica, come tutti auspichiamo, il ritrovamento di una pittura architettonica senza cerebralismi, tradizionale  senza pedanterie, nobilmente popolare.

   Il primo difetto di simili aspirazioni, è che il punto di partenza , più che altro,  è critico e tecnico. Sta nelle soffitte dei pittori, e nei saloni delle Biennali e Quadriennali, un po’ in disparte dalla vita.

   Mentre i pittori, e gli artisti in genere, si astringevano  ai loro miseri tecnicismi e perciò, spesso e volentieri, riuscivano in maggior difetto tecnico, dalle modeste ed oscure fatiche  degli studiosi si concretava un concetto che, dell’incomparabile arte giottesca, ritrova la ragione (fino ai più sottili ed inavvertibili procedimenti tecnici e formali ) nei moventi ideali.

   Non sarebbe stato, per avventura,. tra i minori effetti del sesto centenario della morte di Giotto di divulgare e ribadire tale concetto, contro tante frigidezze, dilettantismi ed improvvisazioni, e far sentire, nell’esempio di Giotto, che un’arte grande, a chiunque voglia riallacciarsi, nasce soltanto da grande sentire, da affetti potenti.

Alfredo Saccoccio

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Cartesio, Vita di un filosofo

Posted by on Mar 19, 2019

Cartesio, Vita di un filosofo

    René Desxcartes nacque a La Haye, in Turenna, il 31 marzo 1596.  Il padre Joachim era un ricco gentiluomo , consigliere al Parlamento di Rennes. La madre, Jeanne Brochard, morì  di una malattia di petto, l’anno successivo alla sua nascita. Egli trascorse un’infanzia  priva di tenerezza  e malaticcia, ma tranquilla e libera negli agi. Ad otto anni entrava nel collegio gesuitico di La Flèche, fondato da Enrico IV, ove i Gesuiti vegliavano con amore alla formazione di quello spirito  da cui, sia pure indirettamente, tanto male  doveva venire al loro ordine. Vi restò fino al 1614. Due anni dopo, prese i suoi gradi in diritto all’Università di Poitiers.

   Disgustato del diritto, mal soddisfatto dell’educazione impartitagli al collegio, pensò alla carriera militare: istinto belligero  che non era,come scrisse più tardi,  che “l’effetto di un calore di fegato che si spense in seguito”. E si recò in Olanda , alleata della Francia, e nella primavera del 1618 si arruolò nelle armate del principe di Nassau.

   Si era allora in una lunga pausa delle guerre con la Spagna e gli uffici di stato maggiore erano centri di studi di matematica e d’ingegneria, carissimi a Descartes.

   Un giorno, il 10 novembre 1618, in una via di Breda, quartiere generale del principe di Nassau,, il giovane ufficiale vide un gruppo di gente che leggeva un cartello affisso al muro. Ignorando il fiammingo, Descartes prega un vicino di tradurglielo. Era un problema di matematica che il proponente sfidava a risolvere.  Descartes si vanta di risolverlo all’istante. Il vicino interprete si stupisce della sua audacia : era il fisico e medico Isaac Beeckman. I due si legano di amicizia . Presentendo il genio del giovane, Beeckman lo eccita a darsi, tutto, alla ricerca fisico-matematica proponendogli problemi, uno dietro l’altro. A lui sono dovuti i primi scritti di Descartes, che glieli dedicò. Fu lui che trasse le prime scintille da quel cervello incomparabile, ma un po’ incline alla pigrizia.

   Alla fine di aprile 1619 Descartes, stanco della pace che durava in Olanda, lascia quel Paese e va in Germania per offrire la sua spada all’imperatore Ferdinando o all’elettore di Baviera, Massimiliano. Sorpreso dall’inverno neii dintorni di Ul, si chiuse, per vari mesi, in una “padella”, cioè camera riscaldata, per riordinarvi i suoi pensieri. Quella “padella” fu l’incubatrice della filisofia moderna… Egli ne scoprì il principio nella notte del 10 novembre 1619: “ X novembris 1619 cum plenus forem Enthusiasmo et mirabilis scientiae fundamenta reperirem”. Nella notte seguente René ebbe tre sogni, che egli interpretò come mandatigli dall’alto e che lo incoraggiarono a proseguire per la via intrapresa. In segno di riconoscenza, fece il voto di andare in pellegrinaggio a Loreto,. Il Razionalismo moderno nasceva così in un’atmosfera di tensione entusiastica, tra sogni e visioni.

   L’inverno non era  ancora finito che Descartes riprese a viaggiare. Cominciava la Guerra dei Trent’anni ed  egkli, forse, prese parte alla battaglia della Montagna Bianca. l’11 novembre 1620 concepiva un’invenzione meravigliosa. Così, per tre volte, alla stessa data, 10 novembre 1618 (incontro con Beeckman), 10 novembre 1619 (scoperta dei fondamenti di una scienza ammirabile)))), 11 novembre 1620 (concezione di un’invenzione meravigliosa), un avvenimento importante si produceva  

nella vita spirituale del giovane Descartes… Ciò ha fatto pensare più di uno alla triplice iniziazione dell’Ordine segreto dei Rosa-Croce, che Descartes confessa di aver ricercato  e con cui certamente ebbe rapporti in Olanda e in Germania.

   In seguto abbandonò il mestiere delle armi. E’ l’epoca dei viaggi nel nord dell’Europa e in Italia. Egli assiste al matrimonio del Doge con l’Adriatico, a Venezia. E’ a Roma per il giubileo del 1625. Compie il promesso pellegrinaggio di Loreto. Gira per il mondo studiando, più che i libri, la natura e gli uomini. Rientra in Francia… Vi rimane otto anni, frequentando i salotti letterari ed esponendovi  le sue idee, finché,, a seguito di calde insistenze del cardinale de Berulle,, il fondatore dell’Oratorio, che, ammirandolo,, lo esorta a darsi alla filosofia, prende la risoluzione di stabilirsi in Olanda, ove regna la tolleranza e dove potrà vivere, incognito, nel trambusto della folla. Ci visse vent’anni, in varie località. Nell’inverno dal 1634 al 1635 si unì liberamente con una certa Elena da cui ebbe una bambina, Francina, che morì tra le braccia del padre, il 7 settembre 1640, con suo immemnso dolore.

   La sua vita in Olanda è quella di un signore che vive del suo, libero, senza ambizioni, tutto dedito alla vita dello spirito, leggendo poco, ma pensando e sperimentando molto, già celebre caposcuola prima di aver ancora nulla pubblicato. E’ di là che lancia al mondo i suoi capolavori: il “Discorso del Metodo” (1637), le “Meditazioni”(1642), i “Princìpi di filosofia” (1644). Per quanto concerne il primo lavoro, per commemorare il suo terzo centenario, le poste della Repubblica Francese  emisero un francobollo che recava il titolo sbagliato dell’opera capitale del filosofo René manteneva, per mezzo del reverendo Mersenne, dimorante a Parigi, un carteggio immenso con i dotti del tempo, che continuamente  gli proponevano dei problemi filosofici, matematici e scientifici da risolvere. Volentieri carteggiava anche con le donne, a cui attribuiva uno spirito più libero e più plastico che agli uomini. Di queste la più famosa è l’intelligentissima principessa palatina Elisabetta, per compiacere alla quale compose i suoi scritti di morale, di cui principale il trattato “Le passioni dell’anima” (1649).

   Solitario per elezione , altero e disdegnoso per temperamento, era in società  il più affabile  degli uomini. Evitava, per prudenza  e per orrore,  delle polemiche, di occupardi di teologia. Ma quando lo chiamavano a cimento,  sapeva essere duro e sarcastico polemista,  come mostrano le sue  “Risposte “ alle “Obezion”, alla sua “Meditazioni”  e le sue risposte al fanatico teologo protestanteVoetius, suo persecutore. REné professava riverenza  alla fede dei padri, ma doveva avere  più di un pensiero di dietro la testa, ché, in realtà,  Dio nella sua filosofia  non ci sta che  come sinonimo  dell’ordine naturale  e per dare il primo  impulso alla materia.  La sua filosofia  era affatto fuori  dell’orbita del Cristianesimo e Descartes  non poteva non averne coscienza, benché  si professasse  seguace della religione del suo re  e della sua nutrice. Il suo motto era “larvatus prodeo” (mi avanzo  con una maschera sulla faccia).  Descartes saèeva  quel ch’era  costato a Giordano Bruno,,,,,,,,,,,,,,,, a Vanini, a Galileo, di aver voluto  fare a meno della maschera.. A chi gli rimproverava la sua prudenza, bisogna ricordare che era quello il tempo in cui roghi e prigioni  attendevano i novatori  e i protestanti gareggiavano in ferocia persecutoria con i cattolici.     

   Senza cercarla, la fama gli era venuta, immensa. Il mondo  riconosceva in lui il grande rinnovatore della filosofia. Tra polemiche e apologie, questa aveva fatto la sua strada, lui anco vivente. Se gli ortodossi olandesi, capitanati dal rettore dell’Università di Utrechht, Voetius, avevano tentato di farlo  condannare per ateismo,  non gli erano mancate grandi protezioni regali. Una di queste gli fu fatale. La regina Cristina  di Svezia lo invità a venire in Svezia a farle lezione di filosofia. Descartes non poté esimersi di accettare e si recò “nel paese degli orsi, del ghiaccio e delle rocce”, a Stoccolma.  Tutte le mattine, alle cinque, si recava a corte a far lezione alla sovrana. Ma il filosofo che aveva avuto, per tutta  la vita, l’abitudine  di alzarsi tardissimo e di lavorare a letto, non poté resistere al mutamento di abiudini  e al freddo. Quattro mesi dopo il suo arrivo, cadde malato e dopo pochi giorni morì, l’11 febbraio 1650. Aveva cinquantaquattro anni. Uno degli scopi della sua filosofia era di prolungare fino a cent’anni la vita degli uomini.

   L’ultima opera uscita dalla sua penna fu un libretto in versi per una festa da ballo alla corte della sovrana Cristina.

                                                   Ragioni di Cartesio

     Hegel paragonava la filosofia all’uccello di Minerva che spicca il volo al crepuscolo, quando il lavoro della giornata volge alla fine. Ciò è vero, ma di certa filosofia soltanto, di quella che raccoglie, sistema, classifica e porta a chiara coscienza i risultati  di un lungo processo di pensiero, e con la consapevolezza che gli dà, per ciò stesso  lo chiude e conchiude. Di tal fatta era per l’appunto la filosofia di Hegel.

    Ma vi sono pensatori di cui la filosofia può meglio essere paragonata all’uccello di Giove, che, dall’alto dei monti,saluta con il suo grido il primo sbiancare de cielo : sono i pensatori che aprono e inaugurano un nuovo ciclo di pensiero e di civiltà. Grandi i primi; più grandi i secondi. Di questi, forse il più grande di tutti, è Descartes, che – lo dicono i manuali di storia  della filosofia -è il padre della filosofia moderna. Giustissimo, ma bisogna dare alla frase tutto il valore di cui è pregna : padre non della sola filosofia moderna, in quanto distinta e separata dalla vita moderna,,, ma della filosofia moderna in quanto essa è la matrice da cui nasce la vita moderna.. Padre della filosofia moderna e per essa del mondo moderno.. Più precisamente ancora : padre di ciò che fa la modernità del mondo moderno, perché, in questo, vi sono forze che non risalgono a lui come a padre e che pure a lui debbono in certo senso la vita, se sorsero in reazione e in opposizione a ciò che il mondo moderno ha di specificamente moderno. Sì che questo mondo nasce con Descartes, direttamente per quano ha di “moderno”, indirettamente per quanto  ha di “antimoderno” e che, in certo senso, è moderno anch’esso  poiché resiste e contrasta alla modernità del mondo moderno. Sotto questo punto di vista, Descartes non è soltanto un filosofo, sia pur sommo : è una forza storica ancora in pieno sviluppo.   “ Considerate non importa quale fra le più capitali produzioni dei tempi moderni, sia nella scienza sia nelle filosofia, voi troverete che il fondo dell’idea, se non la forma stessa, fu presente al suo spirito”. Queste parole di Thomas Huxley su Descartes enunciano l’esatta verità.

   La filosofia. E’ Descartes il primo a porre alla base stessa della filosofia il problema di trovare qualcosa di cui non si possa assolutamente dubitare. Prima di lui, altri avevano formulato quel problema, ma come un problema fra altri problemi,come un problems fra i tanti : è Descartes il primo che in esso vede il problema assolutamente èrimo della filosofia. Egli lo risolve con il “cogito”: di tutto l’uomo può dubitare, meno che del suo dubbio stesso. Nel suo dubbio, nel suo pensiero,nel suo stato doi coscienza egli tocca un essere che fa tutt’uno con il sapere che l’uomo hs; un essere che non è al di là e oltre la coscienza che l’uiomo hs, ma è questa coscienza stessa. Era nato l’iealismo. Visto nella natura sua profonda, come affermazione che di “certo” non vi è che l’”immediato” e che d’immediato non c’è che lo stato d’animo, l’atto di coscienza. L’’idealismo è figlio di Descartes e non ha assolutamente altro padre che lui. Su questo punto Descarte scava tra il pensiero umano dei tempi anteriori a lui e quello dei tempi a lui posteriori un abisso di cui non si può immaginare il più profondo. Certo, Descartes si sforzerà, dall’interno del io,. di arrivare a Dio e al mondo.Partendo dall’immediato, si sforzerà di giungere al mediato.   La sua soluzione sarà respinta come insufficiente dal pensiero successivo. Ma oggi ancora , a quasi quattro secoli dalla pubblicazione del “Discours de la méthode”, il problema che egli ha imposto al pensiero si formula negli stessi termini in cui egli lo formulò. Se rinascesse dalla sua tomba e prendesse  tra le mani i nostri libri e le nostre riviste di filosofia e assistesse alle nostre dispute, pochi minuti gli basterebbero per orizzontarsi.. Egli si sentirebbe a casa sua.

   Né meno a casa sua si sentirebbe se frequentasse i nostri laboratorii di fisica  e di chimica,, se assistesse ai congressi di scienziati, se sfogliasse le riviste e gli atti delle società scientifiche. Delle sue teorie fisiche particolari poche sono sopravvissute. Ma il quadro, la cornice, in cui le teorie scientifiche moderne nascono e si svolgono, è, ancora oggi,  quello stesso che egli sovranamente dettò ed impose. Che spiegazione scientifica sia solo quella che riduce le cose e i fenomeni a movimento nello spazio; che spiegare scientificamente un fenomeno  sia ridurlo a moto nello spazio, causalmente connesso con altri movimenti; che a ciò si riduca, in fondo, ogni teori scientifica ; che la scienza non abbia da impicciarsi  con qualità, quiddità, essenze, cause finali e simili entità oscure, ciò Descartes vide e affermò con assoluta nettezza e precisione e con chiarissima coscienza delle conseguenze a cui  questa posizione portava : eliminazione di ogni scienza che non possa ridursi a scienza della quantità:  negazione di ogni finalismo nella natura ; riduzione della biologia ad un capitolo della fisica e della chimica ; riduzione  delòl’organismo a macchina, ecc..  Non vi è sapere che matematico, quantitativo, e non v’è altra realtà “in rerum natura” che quella corrispondente a tal sapere : cioè moto di particelle nello spazio e combinazioni infinite di esse,ogni altra entità non essendo che erroire dei sensi e fantasma dell’immaginazione. La scienza moderna non ha potuto svilupparsi che dentro questo circolo.

   Ma non solo della filosofia e della scienza moderna è padre Descartes. Egli è il padre dell’attitudine moderna verso il momdo e la vita. Sole vere, per lui,  sono le idee “chiare e distinte”, poiché solo ad esseinerisce l’ “evidenza”, che è garanzia del vero e solo le idee “matematiche” sono chiare e distinte, cioè evidenti. Un solo sapere è degno di questo nome: quello matematico. Ogni altro deve cedere ad esso. La Ragione, intesa nel senso della facoltà delle idee chiare e distinte,la Ragione matematica è la sola potenza che fornisca all’uomo il sapere, che lo fa re del mondo. Il Razionalismo moderno, la pretesa di riordinare e ricostruire il mondo, il mondo delle cose e quellodelle idee, il mondo della natura e quello dell’uomo, secondo la Ragione matematica, nasce di lì.

   Perch – e questo è capitale – Descartes è il primo ad affermare che l’uomo è stato creato da Dio perché goda  la vita e instauri per mezzo delòla scienza fisico-matematica il dominio dell’uomo sul mondo. Svalutato ogni altro sapere che non sia quellofisico-matematico, quantitativo; ridotta la natura a geometria in azione; affermata la bontà della vita, Descartes non lascerà all’uomo, finch’è quaggiù in terra, altro fine che la riduzione della materia in suo potere, il padroneggiamento della materia del mondo a servizio della vita umana.  L’esaltazione della Tecnica, prolungamento della scienza, è figlia diretta, e consciamente voluta, di Descartes, che vede già in fantasia il trionfo del  Macchinismo e l’instaurazionr del Regno dell’Uomo sulla Natura soggiogata.

   Quando egli morì, ancora giovane (aveva appena cinquantaquattro anni), già il mondo tremava sotto la spinta formidabile che egli gli aveva dato. Tutte le forze del mondo moderno, esaltate fino al parossismo dalla coscienza lucidissima e dalla sistematicità inaudita che egli aveva loro conferite, si erano lanciate a rivoluzionare la Terra.Comesempre quando un genio sovrano sorge all’orizzonte e illumina nuove vie, costellazioni di genii sorgevano nel cielo del pensiero continuandone o contrastandone (e perciò stesso continuandone) l’opera. La Filosofia, la Scienza, la Tecnica vivevano tre secoli di inaudito splendore, di cui non avevano conosciuto il simile che nella Grecia antica. Ma sfidate, provocate, ridestate a nuova vita e coscienza dalla negazione stessa che ne aveva fatta il gigantesco rivoluzionario dello spirito, tutte le forze che egli aveva negate scendevano in combattimento a  cui egli le aveva obbligate. Descartes aveva innalzato sugli altari la Ragione matematica che spiega e rifà il mondo algebricamente e geometricamente. Insorgevano alla difesa  e al contrattacco le forze opposte e rivali del Sentimento, della Passione, della Fede, dell’Istinto, della Vita. Che cos’è il Romanticismo da due secoli in qua se non Naturismo, cioè rivolta  e rivendicazione furiosa delle potenze psichiche schiacciate dall’implacabile sovranità della Ragione matematica ? La storia dello spirito europeo, da trec secoli in qua, è tutta un duello fra la Ragione e ciò che della Vita non si lascia ridurre alla Ragione. E più la Ragione (per mezzo delle sue figlia, la Scienza, la Tecnica, l’Economia moderna) estende e fa pesare il suo dominio sul mondo, più larivolta della Vita discende in profondità, più profonde,, incoscienti, telluriche, sono le potenze vitali chiamate a scuotere quel giogo di ferro.  Oggi tutto il mondo trema  sotto la violenza dell’urto titanico. E non importa se ben pochi sanno che la prima scossa sismica ebbe il suo centro, quasi quattro secoli  fa nella camera riscaldata a stufa, nella “padella”, dove, nel cuore di un gelido inverno germanico (1619-20), si era chiuso, per mesi interi, un giovane ufficiale ad elaborare i pensieri che dovevano metter fuoco alla terra.

Alfredo Saccoccio                                   a

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Fra’ Diavolo, eroe della Patria di Alfredo Saccoccio

Posted by on Mar 4, 2019

Fra’ Diavolo, eroe della Patria di Alfredo Saccoccio

   Lo scorso 2 marzo, alle ore 17, presso la sala consiliare del Comune di Itri, si è tenuta la presentazione del libro “Storia della spedizione dell’eminentissimo cardinale D. Fabrizio Ruffo” d Domenico Petromasi, edito nel lontano 1801, per i tipi di Vincenzo Manfredi, e ristampato, in copia anastatica, a cura e con un saggio introduttivo dello storico roccaseccano Fernando Riccardi; saggio che narra l’impresa del Vicario Generale di Sua Maestà Ferdinando IV di Borbone, che riesce, senza uomini, all’inizio, e senza mezzi, al riacquisto del reame di Napoli, strappandolo ai Napoleonidi.

   Questo evento, organizzato dall’Associazione Identitaria  Alta Terra di Lavoro, guidata sagacemente dal dott. Claudio Saltarelli, e dall’Associazione Archeologica Ytri, retta magnificamente dalla dott/ssa Rosa Corretti, che  si è avvalso del patrocinio del Comune di Itri, è stato seguito da un folto e scelto pubblico che ha seguito con grande attenzione le accurate relazioni dello storico Alfredo Saccoccio, vicepresidente dell’Associazione Archeologica Ytri, e  del saggista Fernando Riccardi, presidente dell’Istituto di Ricerca delle Due Sicilie e membro della Società di Storia Patria di Napoli e Terra di Lavoro.

  Torna, dunque, tra gli scaffali il libro “Storia della spedizione dell’eminentissimo cardinale D. Fabrizio Ruffo”del Petromasi, che ricostruisce, passo dopo passo, la straordinaria vicenda storica del 1799, ancora oggi poco conosciuta, perché la vulgata storiografica imperante ha steso un velo di oblìo su quegli  avvenimenti.

   Pregevole il testo di Riccardi, frutto di un’attenta ed approfondita ricerca scandagliando negli archivi e nelle biblioteche di Napoli le “ormai consunte cronache sepolte sotto una densa coltre di polvere”. Esso attesta la raggiunta maturità di un autore, che, da anni, frequenta argomenti di storia patria e che ha superato i confini del provincialismo di maniera.

   Grande merito di Fernando Riccardi, ricercatore che ama remare spesso controcorrente , sempre però nel rispetto della realtà storica, che è poi quella che promana dai documenti d’archivio, dai quali non si può e non si dovrebbe prescindere, è quello di aver diradato le nebbie che avvolgevano, fitte ed impenetrabili, gli avvenimenti e i fatti d’armi accaduti nel 1799, ad opera del cardinale Ruffo, persona “di rari talenti dotato dalla natura, e di straordinario coraggio fornito dal cielo”, a detta di Domenico Petromasi, commissario di guerra e tenente colonnello dei Reali Eserciti di S. M. Siciliana, che aveva vissuto gli avvenimenti in prima persona.

   Il prelato calabrese si rese protagonista di un’impresa clamorosa, la  riconquista del regno, progetto ritenuto temerario, pieno di ostacoli, con poche possibilità di riuscita. Partendo da Punta del Pezzo, alla chetichella, con soli sette uomin (il cardinale Ruffo, l’abate Lorenzo Spanziani, il marchese Filippo Malaspina e quattro servitori),  senza artiglieria, senza denaro, ma con la forza della fede e dei valori tradizionali, l’esercito crocesegnato crebbe di numero, in maniera consistente, raggiungendo, in pochi giorni, il numero di ventimila uomini, tra cui anche russi, turchi, portoghesi, dalmati, albanesi ed inglesi. L’eterogenea truppa del cardinale Ruffo, che poi potette contare su quarantamila uomini, risalì la Penisola verso la capitale del reame, scontrandosi con i soldati del generale Filippo Wirtz, già colonnello nelle fila borboniche, che rimase ucciso nel combattimento al Ponte della Maddalena, guarnito da una formidabile artiglieria. Il porporato era riuscito, in soli cinque mesi, a restituire al sovrano Ferdinando IV, grazie all’ “Armata Cristiana e Reale”, il regno di Napoli, perso ad opera dei francesi e dei cosiddetti “patriotti” partenopei, rei di aver aiutato i nemici dei Borbone nell’installazione dell’effimero governo repubblicano a Napoli e nelle province.

   Uno zelante cooperatore di Fabruizio Ruffo nell’opera conquistatrice del reame fu Michele Pezza, alias “Fra’ Diavolo”. A Napoli il lealista borbonico combatté  contro il generale Francesco Bassetti, a Capodichino, sconfiggendolo e ferendolo. Nella capitale Michele partecipò a tutti i combattimenti occupando le fortificazioni di Castelnuovo e di Castel dell’Ovo, dove si trovavano 40.000 fucili.  Galvanizzati dal suo coraggio e dal suo selvaggio ardore, gli insorti, in seguito, ingrossarono le sue fila. L’itrano, a Napoli, dette grandi prove di valore reagendo contro l’idea di conquista  e di sopraffazione e contro le speciose ideologie, che, con l’Illuminismo, si erano propagate in tutta Europa e con cui imbonivano le masse. Il cittadino Carnot, in una impetuosa requisitoria al Direttorio nazionale francese,  gridò: “Noi siamo divenuti l’esecrazione di tutto il mondo. Tutto il mondo ci segna col nome di soverchiatori e di ladri”,  finendo così: “la maschera è caduta, l’illusione è scomparsa e l’Onnipotente si è scosso”. Lo strazio arrecato all’Italia dai conquistatori fu deplorato da Alfieri, Parini, Foscolo, Monti, Leopardi, i più nobili spiriti del tempo. 

   Il temuto e famoso capomassa, al quale furono troppo spesso  attribuiti orrori ed iniquità commessi da altri capimassa, è pienamente rivalutato, tra gli altri, da Victor- Marie Hugo, nella cui casa-museo, sotto il ritratto del padre, generale napoleonico, si definisce il Pezza “nazionalista” e “legittimista”, gettando uno squarcio di verità su questo personaggio mitico e leggendario, denso di suggestione e pregno di arcano sapore. “Fra’ Diavolo personificava – lo sostiene il grande scrittore e poeta transalpino –  quel tipo che si ritrova in tutti i Paesi in preda allo straniero, il bandito legittimo in lotta con la conquista. Egli era in Italia quello che sono stati, poi, l’Empecinado in Spagna, Canaris in Grecia e Abd-el- Kader in Africa”.Lo  storico Edouard Gachot scrisse che Michele Pezza era una figura “grande e drammatica”, che non avrebbe meritato la “caricatura  popolare, dietro la quale il vero profilo del modello sparve del tutto”, concludendo con il sostenere che “Fra Diavolo fu nel suo genere un eroe e un grande patriota”. Il de Kock definisce il Pezza “il più formidabile Capo degli insorti napoletani del novantanove”. Il Rabbe gli riconosce molteplici prove di “generosità e di grandezza d’animo, a riguardo dei viaggiatori caduti in suo potere,che gli ispiravano dell’interesse”. Egli ospitò e rispettò cavallerescamente alcune donne francesi, mogli di ufficiali, catturate dai suoi uomini e fatte accompagnare dal Pezza a Capua, dove era la piazza dei franxesi.

   “Fra’ Diavolo” fu un uomo infamato, screditato, fatto passare da ribaldo, da volgare grassatore, da sanguinario rapinatore. Troppo spesso la vera storia di  Michele Pezza viene travisata, dimenticata, offesa, per dar luogo a strane leggende di brigantaggio, sviluppatesi attraverso i tempi ad opera specialmente di romanzieri e di narratori dalla feconda immaginazione, facili alle fantasticherie di ogni genere.

  In realtà , egli  non   era altro che un grande guerrigliero  che lottava, con tutte le forze, per la propria terra, il Sud d’Italia, fedele ai principii della Monarchia teocratica, alla Santa Vergine, devoto all’altare. Un personaggio che ha lasciato un segno indelebile nella fantasia storica. Pochi personaggi hanno fatto breccia nell’immaginario collettivo come “Fra’ Diavolo”.La leggenda che accompagna le sue  imprese  è legata a quello strano soprannome  di battaglia, che suonò come un incubo alle orecchie dei fantaccini  francesi inviati fra le montagne  impervie del Meridione d’Italia, tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento. Michele fu un patriota, una sorta di eroe nazionale, cui viene riconosciuta una grandezza  e una legittimità della resistenza alla conquista  e alla sottomissione, venute con le baionette. La democrazia non si esporta con i cannoni e i fucili. Il leggendario ribelle, dal cuore generoso e nobile, sempre pronto (ne aveva fornito mille prove) ad osare tutto per il trono e per la Chiesa, era legato, in maniera inscindibile, alla cultura del proprio Paese, con un profondo amore per il focolare domestico, quello dei padri, reso sacro dalle tombe ancestrali. Egli accettva, con profondo rispetto, le decisioni delle “autorità secolari”, che conservavano il genio della stirpe. La religione gli imponeva l’obbligo di osservare regole morali.  Per il Pezza la patria non era una parola vuota di significato; la patria voleva dire tre cose: il suolo, gli abitanti e la religione, trasmessa di generazione in generazione.   

   La purezza e l’eroismo della lotta sostenuta dal colonnello Pezza, duca di  Cassano allo Ionio, in difesa della propria patria e del proprio re, e la morte, affrontata, a soli 35 anni, per non venir meno alla sua fede, costituiscono la dimostrazione più lampante della sua resistenza di soldato.

   Chi è “Fra’ Diavolo” ? E’ l’eroe che, da solo, organizza la difesa del suo paese e disperatamente combatte nel fortino di S. Andrea, fra Itri e Fondi, contro la strapotente armata francese, comandata da generali e da ufficiali superiori sfornati da accademie militari prestigiose; è il figlio che sul cadavere del padre, assassinato dai “liberatori” francesi, giura di mantenere la propria posizione senza deflettere; è il comandante che, incontratosi con il commodoro inglese Thomas Trowbridge, respinge l’offerta di forti somme di denaro e richiede, invece, cannoni e munizioni, provvedendo a mantenere i suoi 1700 uomini con fondi versati, a tale scopo, dai Comuni partecipanti alla lotta contro gli invasori francesi;  è il capo di una truppa di massa, che annovera, fra i suoi effettivi, quattro ufficiali cappellani (D. Angelo Castello, D. Tommaso Moretti, D. Onorato Costanzi e D. Francesco Cassetta) ed  un chirurgo (D. Saverio Bonelli) ; è l’uomo che paga, di tasca propria, l’enorme debito di 27.000 ducati, contratti in nome del re, per la difesa del regno, “preferendo – scrive egli – meglio patir lui e la sua famiglia che apparire impuntuale”.

   “Fra’ Diavolo”, infine, è l’eroe, come abbiamo già accennato, che, all’età di 35 anni, ricolmo di onori, colonnello dell’esercito borbonico, beneficiario di una rendita vitalizia di 3.500 ducati, all’offerta del Ministro do Polizia Christophe  Saliceti, che gli propone di aderire alla causa francese in cambio della vita, del grado, del titolo nobiliare, della rendita, oltre ad un’altra carica del nuovo Stato, rifiuta fieramente, preferendo il capestro piuttosto che passare tra le fila dei conquistatori, che trucidavano, depredavano, saccheggiavano.  Questi sarebbe l’infame, esecrato “Fra’ Diavolo”, chiamato a “mantenere l’interna tranquillità del regno” di Giuseppe Bonaparte?

   E’ ancora più eroico perché il “Leonida napoletano” non  rinuncia al suo impegno fino all’ultimo episodio della guerra, benché sappia che la sconfitta è inevitabile, benché veda i tradimenti, le diserzioni, benché comprenda qual è il corso della storia. In Piazza Mercato Michele “morì con segni di vero cristiano e con molta edificazione”, indossando l’uniforme di colonnello borbonico e con il brevetto di duca di Cassano allo Ionio al petto.

   In ultima analisi, possiamo dire che Michele Pezza fu uno dei più importanti e prestigiosi paladini dei Borbone, anima e fiamma della resistenza del suolo patrio e delle patrie istituzioni, artefice della riconquista del reame di Napoli, assieme  al cardinale Fabrizio Ruffo, l’uomo  della Santa Fede che battezzò un fortunatoo quanto spesso vilipeso vocabolo – sanfedista, appunto – catalizzando la fiducia di centinaia e centinaia di uomini duri e spietati.

   Michele Pezza, precursore della guerriglia particolare, ha provocato sentimenti di forte ambivalenza in tutti coloro che si sono avvicinati alla misteriosa figura: da una parte, erano attratti dal suo valore di combattente e dalla sua intrepidezza; dall’altra, erano da questa spaventati e, dunque, proiettavano in lui attributi di ferocia e di perfida malvagità.

Alfredo Saccoccio

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Morte di Alessandro Pusckin di Alfredo Saccoccio

Posted by on Feb 26, 2019

Morte di Alessandro Pusckin di Alfredo Saccoccio

   Natalia Njìicolajevna , la moglie di Alkessandro Pusckin, il più grande poeta russo, conosceva il francese, ricamava al tobolo e ballava con grazia, ma si può dire che non sapesse far altro. Il suo maggior titolo  di gloria era una bellezza singolare , che, fin da quando era stata introdotta, sedicenne, nel gran mondo, aveva oscurato quella di tutte le altre donne. Un contemporaneo scrive: “Ho visto, nel corso delòla mia vita, molte belle  donne,  più interessanti forse  di Madana Pusckin, ma non ho mai  incontrata una donna  che presentasse  una perfezione così perfetta  e classica dei  lineamenti  e del corpo.  Alta, con una  vita delziosamente sottile e un busto meraviglioso, sul quale la sua fine testa  si cullava come un giglio.Non ho mai più avuto occasione di vedere un profilo così bello e regolare, e che carnagione, che occhi, che denti e che orecchie! Sì, Natalia era una bellezza, ed è troppo naturale che in sua presenza impallidissero tutte le donne, anche le più deliziose”.

   Natalia, d’indole vana e frivola, mondana e leggera, sebbene fredda, di una civetteria spesso eccessiva, amava le feste e i balli di Corte ed aveva un gusto spiccato  per gli omaggi  degli adoratori. Di lei, tuttavia, Pisckin  diceva ch era “una buonissima ragazza” e all’epoca che la sua ritrosia gli dava le più fiere pene, l’aveva persino soprannominata “l’inespugnabile rocca di Kars”.

   Comunque, che di una donna simile se ne andassero dicendo di tutti i colori,, non è da meravigliarsi. Anche l’imperatore, Nicola I,  si era degnato di notarla, appena giovinettta, ai suoi balli, e ciò non aveva mancato di attirare, in seguito, le insinuazioni e le maldicenze del gran mondo. Ma fu quando sull’orizzonte della bella Natalia, contro lo sfondo delle sale del Palazzo d’Ani’kov,, apparve l’unico uomo che con lei potesse competere, fu allora che gli osservatori mondani raccolsero davvero l’onesto compenso di tanta assidu vigilanza.

   Il barone Giorgio d’Anthès, antico allievo di Saint–Cyr, poi paggio di Carlo X, “Chouan”, cacciato di Francia dalla rivoluzione di luglio, e trasferitosi in Russia per farvi una carriera,, era l’uomo più brillanta e, pur nella sua ignoranza, dotato di tutti gli attributi mondani. Pochi mesi dopo il suo arrivo, era già “cornetta”della Guardia e ben presto passò luogotenente. Danzava con un’incomparabile eleganza di movenze, era pronto all’arguzia e alla risposta e possedeva quello che si usa  chiamare il dono di piacere a prima vista. La sua profonda sapienza mondana gli fruttò presto protettori altolocati, dei quali uno almeno deve essere debitamente ricordato, per la parte che ha in questa storia

   Il barone Heckeren, ministro plenipotenziario dei Paesi Bassi a Pietroburgo, era certamente un cervello fine, ma un essere subdolo. Quanto alla sua intimità con il brillante ufficiale della Guardia, mentre alcuni pensavano che fosse dpvuta a segreti legami di sangue, e che il giovane fosse figlio naturale del vecchio, altri, e pare con maggior ragione, spergiuravano in favore di legami, più possibile più intimi e, per dir tutto, contro natura. Fatto sta che, in capo a poco, il vecchio adottò  il giovane per il quale sentiva un così esclusivo affetto.

   Chi, in questa delicata storia d’amore, faceva la parte del terzo incomodo, “le mari de madame”, era il grande poeta Pusckin. Non più il Pusckin della Pietroburgo del 1820, di Kiscinjov o di Odessa, galante e scapato giocatore e duellista, ma un Pisckin imborghesito e convinto ormai “ che non c’è felicità se non nelle vie comuni”, un Pusckin nominato gentiluomo di camera contro la sua volontà, legato all’imperatore da certi impeni pecuniari e in qualche modo d’onore con preoccupazioni finanziarie ed intime di ogni sorta.  Eppure era poco più in là che nel mezzo del cammino della sua vita. Ma, come a ventott’anni, in un suo poema, esclamava : “Ma è proprio vero  che presto avrò trent’anni?”, così a ventinove e sui deprecati trenta, era già un uomo oppresso da lunga esperienza, lanciato in vettura da viaggio sulle strade dell’immensa Russia: Già pensava  con nostalgia alla casa, a una sua casa (sentimenti che ci rimangono appunto consegnati in alcune sue poesie dell’epoca).  Che volete? aveva dietro di sè – à tout Seigneur tout honneur – un passato di quelli che si usa chiamare vivaci, una vita di quelle che chiamano da scapolo impenitente. Se non era perciò maturo per un affetto serio e durevole, lo era per un capriccio sensuale. Fu così che, incontrando in società la giovanissima Natalia, se ne innamorò perditamente. La chiese in sposa, ma,siccome la futura suocera non lo giudicò un partito abbastanza brillante, fu rifiutato, sebbene non in maniera decisiva.  

Disperato, e portando “in fondo all’anima l’immagine dell’essere celeste”, egli se ne partì allora per il Caucaso,  dove l’esercito russo combatteva. Qui, se anche volle cercare la morte,, non gli fu concesso di permanere a lungo sui campi di battaglia, sicché, dopo aver assistito alla disfatta del Serraschiere e aver raggiunto Erzeeeeeerum, gli toccò rotornare a Pietroburgo e poi a Mosca. La vergine Natalia, seguendo sempre i consigli della madre, lo accolse con freddezza calcolata e non si intenerì che quando fu ben certa che nessun altro partito si presentava…In breve, il consenso fu finalmente ottenuto e cominciarono allora per il poeta gli affanni petr trovar quattrini. Ma la partita era vinta e, fosse o non fosse Natalia la donna adatta per lui, nel 1831 si sposarono.

   Come rimpiangeva ora Pusckin la sciocchezza commessa, con che sincera foga tentava ogni tanto di fuggire! Ma l’errore era compiuto. Incominciò subito a lagnarsi con la moglie delle sue leggerezze, che,, per quanto innocenti in sè, potevano essere male interpretate e creargli gravi imbarazzi. Aveva sfidato a duello un tale che poi divenne suo grande amico,, perché gli pareva che fosse eccessiva la sua assiduità presso Natalia. A stento, la cosa  si era aggiustata. Perfino al paterno imperatore aveva, una volta,, detto il fatto suo. Incontrandolo, l’aveva ringraziato con molta effusione di alcuni buoni consigli largiti a Natalia. Poiché quello protestava : “Ma ti potevi aspettare altro da me? “. “Non soltanto lo potevo, Sire”, aveva replicato il poeta, “ma per esser franco, vi confesserò che sospettavo anche voi di far la corte a mia moglie”. Sospetti, però, alla resa dei conti,, infondati.

   Ma intanto Natalia, il giglio del Palazzo d’Anic0’kov,, la bellezza delle bellezze, e Giorgio, il rubacuori, l’irresistibile, il “sole della Guardia”, filavano il perfetto amore, o piuttosto il perfetto “flirt”, sotto gli occhi più o meno compiaciuti del barone Heckeren. Al “sole della Guardia la relazione con la dama più in vista della Corte, giovava anche per la carriera. In che consisteva propriamente questa relazione? I due ballavano spesso insieme, si intrattenevano a lungo, appena quel tanto che bastava perché il mondo desse per sicuri rapporti intimi fra di loro. Quanto al ministro plenipotenziario, si sobbarcava  alla parte su pper giu

ù di mezzano, non solo per l’amore sviscerato xhe portava al figliolo adottivo, ma forse anche con lo scopo di disonorare palesemente il poeta, nemico suo e di certi suoi amici dell’altissima società.A tale scopo, mentre da una parte dava una mano a Giorgio, dall’altra, andava insinuando di un debole dell’imperatore per Natalia. Insomma si ingegnava come poteva.   

                                                * * *

   “Les Grand’Croix, Commandeurs et Chevaliers du Sérénissime Ordre des Cocus, réunids en grand Chapitre, sous la présidence du Vénérable Grand Maitre de l’Ordre S. E. D. L. Naryychkine, ont nommé à l’unanimité Mr. Alexandre Pouchkine coadjuteur du Grand Maitre de l’Ordre des Cocus et historiograplhe de l’Ordre. Le Secrétaire perpétuel : Cte J. Borch”.

   Tale, parola per parola, il tenore del messaggio, che, in tre copie, il 4 novembre 1836,raggiungeva per posta il poeta al suo domicilio. Parecchie altre copie erano state inviate ai suoi amici in doppia busta, affinché, in ogni caso, non ci fossero da eccepire disguidi postali. Per intenderci subito, quel Naryysckin era un famoso e – per dirla alla maniera del poeta – “maestoso “cocu” dei tempi di Alessandro I, il quale si era degnato di corteggiane a fondo la moglie. In ogni modo, chiunque fosse l’autore dell’anonimo messaggio, era certo che veniva dall’alto. Il primo pensiero di Pisckin fu di spedire al Ministro delle Finanze una lettera intesa a rompere con la Corte ogni rapporto finanziario, proponendo una soluzione assurda, che non fu accettata. Quello era comunque il supremo tentativo per romperla, in pari tempo, con tutto quel mondo di falsità e di miserie, per riconquistare la libertà.

   Il secondo pensiero fu di indirizzare a Giorgio d’Anthès un regolare cartello di sfida. Ma il bollente ufficiale era di guardia al reggimento e la sfida fu ricevuta  dal vecchio Heckeren, il quale si agitò con tanto impegno che.. con l’aiuto di alcuni benintenzionati e ingenui amici del poeta, riuscì provvisoriamente ad accomodare le cose. Ecco la sua trovata : c’era errore, il brillante ufficiale non corteggiava Natalia, na era innamorato di una sorella di Natalia, Caterina, cognata dunque del poeta e che abitava con gli sposi.. L’ufficiale era tanto innamorato che sarebbe stato subito disposto a sposarla.Ora, per quanto strana fosse una tale ritrattazione, il poeta, consigliato da saggi amici, mostrò di prenderla per buona e ritirò la sfida. E il 10 gennaio si celebravano le nozze di Caterina con il d’Anthès-Heckere.. Caterina Nicolajevna! Questa piccola cenerentola amava da tempo, in segreto e senza speranza, il brillante ufficiale : fu, dunque, “come in un sogno fiabesco £ che accolse la domanda di matrimonio.

  Ad alcuni le nozze di d’Anthès apparvero il supremo sacrificio di un amante cui sta a cuore, sopra ogni cosa,, l’onore della sua donna ; ad altri, una notevole prova di vigliaccheria. La verità è probabilmente, invece, che il giovine incappò, lui stesso, nei lacciuoli del vecchio intrigante, che aveva tutto l’interesse,, come padre e come uomo pubblico, ad evitare il duello e le scoperte che ne sarebbero seguite.‘

                                             * * *

   Ma una soluzione tanto fittizia non poteva essere che una battuta d’aspetto. Il poeta, sentendo bene che la faccenda non era risolta, aveva, a buon conto, respinto, dopo la vertenza,, e proibito a Natalia ogni sorta di relazione con l’ufficiale e cognato, senonché  i due, come se nulla fosse, riannodarono, ben presto, i loro antichi (e innocenti) rapporti e con più furia l’ufficiale ricominciò ad ostentare un’intimità inesistente.La cosa culminò con un appuntamento organizzato da una mortale nemica di Ousckin nella sua casa; appuntamento che Natalia accettò e di cui il marito fu subito informato.

   La situazione era di nuovo insostenibile e tanto più imbarazzante in quanto, come ebbe poi a dire il poeta, sull’innocenza sostanziale di Natalia non  c’erano da avanzare dubbi. Ma la rabbia dell’offeso  sin rovesciò, di colpo, sulla testa del vecchio ministro  e macchinatore, al quale venne spedita, seduta stante, una lettera gravemente ingiuriosa, in cui si leggeva, fra l’altro : “Voi, il rappresentante di una testa coronata, voi siete stato paternamente il ruffiano del signor vostro figlio . Sembra che tutta la sua cndotta già sia stata ispirata da voi. Simile ad un’oscena vecchia, voi andavate seguendoi  mia moglie in tuttii gli angoli per parlarle dell’amore del vostro bastardo, o presunto tale; e quando, malato di vaiolo, egli non poteva uscire, le dicevate che moriva d’amore per lei e imploravate  : rendetemi mio figlio.  Non posso permettere che vostroo figlio, dopo l’abbietta condotta che ha tento, osi rivolgere la parola  a mia moglie, ancor meno che le racconti facezie da corpo di guardia e finga  una passione infelice  “mentre non è che un vile e un mascalzone”…”.

   L’unica risorsa possibile  non si fece attendere molto: una lettera del padrigno che conteneva una sfida  a nome del figlio.  I rappresentanti si abboccarono e furono fissate le condizioni dello scontro.

                                      * * *

   1) I due avversari saranno posti a venti passi di distanza, a cinque passi dalle due barriere  che saranno lontane dieci passi l’una dall’altra.

   2) Armati ciascuno di una pistola, quando sarà dato il  segnale , potranno, procedendo l’uno verso l’altro, senza tuttavia oltrepassare in nessun caso la barriera, fare uso delle loro armi.

   3)  Resta inoltre convenuto  che,  se  il primo colpo non produrrà nessun risultato, si ricomincerà come la prima volta,, riponendo cioè gli avversari alla stessa distanza, e così di seguito.

   4) i testimoni saranno gli intermediari obbligati di ogni spiegazione fra gli avversari sul terreno.

   5) I testimoni, sottofirmati, rivestiti di pieni poteri, garantiscono sull’onore  la rigorosa osservanza delle norme surricordate ciascuno per la sua parte.

   27 gennaio 1837,, ore  2 e mezzo del pomeriggio.

   Il duello era fissato per le quattro del pomeriggio. La mattina, il poeta si era alzato alle otto, aveva scritto, cantato, e dedicato lungo tempo ad un’accurata toletta.  Poi, in gran segreto, per tema che i soliti amici benintenzionati non mandassero a monte ogni cosa, anche questa volta, se ne andò con i secondi al luogo fissato. Strada facendo, incontrarono Natalia in carrozza, ma i due sposi non si videro.

   Alla “Giornaia Rec’ka “ (il Ruscello Nero) giunsero insieme con gli avversari. La neve giungeva  alle ginocchia e bisognò pestarla per ricavarne una specie di pista. Infine, segnati con due mantelli i limiti e messi a posto i duellanti, il direttore dello scontro agitò il cappello. L’ufficiale fu il primo a far fuoco, mentre il poeta, che stava per raggiungere il limite, mirava ancora. Il poeta cadde bocconi con il viso sul mantello e la pistola in avanti, sicché la canna si riempì di neve. “Sono ferito”, disse. L’ufficiale fece per accostarsi. “Non vi muovete; mi sento ancora abbastanza forte per tirare il mio colpo”, aggiunse Pusckin e, avuta un’altra pistola, appoggiandosi sul braccio sinistro, sparò da terra. L’ufficiale cadde anche lui e il poeta,  buttando in aria la pistola, gridò a se stesso : “Bravo !”, poi perdette conoscenza per un attimo. Riprendendosi, domandò : “L’ho ucciso?”.

   La palla aveva attraversato solo un braccio di d’Anthès ed era stata fermata da un bottone. Evidentemente l’ufficiale aveva atteso il colpo del poeta con le braccia incrociate sul petto, come d’uso. “E’ strano”, soggiunse allora Pusckin, “credevo che m’abrebbe fatto piacere ucciderlo, ma sento che non è così. Del resto, poco importa; quando saremo guariti tutti e due,, si dovrà ricominciare”.

* *  *

    Il poeta perdeva molto sangue. La sua ferita al ventre era mortale, ma mentr lo trasportavano a casa, in slitta, raccontava storielle al suo secondo. A casa, alla moglie che era svenuta all’annunzio e voleva poi vederlo, gridò con voce ferma : “Non entrare !”: non voleva impressionarla. Si cambiò da sè e si stese su un divano. Ai medici sopraggiunti disse di parlar chiaro e, avendo quelli ammessa la gravità del suo stato,  li ringraziò e prese la cosa con gran coraggio. Interrogato se volesse vedere gli amici più intimi : “Addio, miei amici! “, esclamò, guardando i suoi libri.

   Soffriva terribilmente della ferita, ma evitava di lagnarsi e di smaniare per non impressionare la moglie. Si sottopose docilmente a tutte le manipolazioni dei medici. Gli ricordarono i suoi doveri di cristiano. Acconsentì , ma volle che si chiamasse un prete qualunque. Si confessò e si comunicò. Nondimeno l’imperatore ebbe poi a dire: “C’ è costata molta fatica indurre Pusckin a morire cristianamente”. Il moribondo si preoccupò anche dello Zar : “Digli”, pregò un amico, poeta bene accetto a Corte, “che è un peccato ch’io muoia, sareii stato tutto suo. Aspetto una parola dello Zar per morire in pace”. La parola venne : il despota scrisse al poeta dell’ode alla Libertà, al poeta dell’esilio : “Se Dio non ci permette di rivederci, ricevi il mio perdono e il mio consiglio di morire da buon cristiano. Per tua moglie e i tuoi figli non ti prender pena,,, me ne assumo io la cura”.

                                            * * *

   L’atteggiamento di Pusckin nei confronti della moglie fu estremamente affettuoso. Disse : “Poverina, soffre innocente e soffrirà anche più per l’opinione del mondo”. Mezz’ora prima di morire, chiese una “maroscka e volle che fosse Natalia ad imboccarlo. Ella si inginocchiò al capezzale del morente e gli porse una cucchiaiata dopo l’altra, con la guancia appoggiata alla sua fronte. Allora il poeta le accarezzò i capelli: “Andiamo, andiamo, non è nulla, grazie a Dio, tutto va bene ! ” .  Dicono anche che se qualche volta Natalia entrava senza rumore nella camera e rimaneva vicina alla porta, in modo da non essere vista, per non agitarlo, egli “sentisse” tuttavia la sua presenza e si volgesse a lei.

   In tutto dimostrò il più grande sangue freddo. “Non devo gemere”, insisteva, “mia moglie sentirebbe e sarebbe ridicolo che una simile sciocchezza dovesse aver ragione di me; non voglio”.

   Costrinse tutti i presenti a famigliarizzarsi  con l’idea della morte, tanto era persuaso che l’ora fatale era sonata. Soffriva, più che della ferita, di una malinconia senza limiti, il che si deve attribuire all’infiammazione dell’addomr e forse anche di più a quella delle grandi arterie. “Ah, che noia ”, esclamava. “il mio cuore è oppresso”. Ma faceva tutton da sè e ancora l’ultima notte si applicò da se stesso, con mano sicura, le sanguisughe. Nondimeno si lagnava spesso : “Più presto, per carità”, diceva alla morte. Poco prima di spirare, afferrando la mano di un medico amico, mormorò : “Tirami su, più su, più su, via !” e spiegava, tornato in sè : “Sognavo di arrampirarmi con te lungo quei libri e quegli scaffali, molto in alto…”.  All’ultimo momento, mormorò : “Finita, la vita !”. Il medico non aveva inteso : “Che cosa è finito?”. “La vita è finoita”, concluse il  poeta con tono convinto. £Mi fa male respirare, mi sento oppresso”. Furono le sue ultime parole.

   Così Alessandro Pusckin, il patriarca della letteratura russa, morì a 38 anni non compiuti. Erano le 2,45 del 29 gennaio 1837. Natalia, sopravvissuta al marito molti anni, sposò, in seconde nozze, un generale. D’Anthès fu arrestato e processato, ma poui ebbe il perdono dello Zar, che gli impose di lasciare la Russia. Tornato in Alsazia, nel 1848 e nel 1849 fu deputato all’Assemblea Nazionale. Morì senatore del Secondo Impero.

Alfredo Saccoccio

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