Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Le nemiche di Bette Davis di Alfredo Saccoccio

Posted by on Lug 17, 2019

Le nemiche di Bette Davis di Alfredo Saccoccio

Ruth Elizabeth Davis è nata nel 1908, a Lowell nel Massachusetts. Giunse a Hollywood ch’era già un’attrice famosa sulle scene di New York. I giornalisti e i fotografi del dipartimento pubblicitario, accorsi a riceverla alla stazione, tornarono in ufficio senza averla nemmeno notata. Credettero di essersi sbagliati sull’orario del treno, quando squillò il telefono. “Sono arrivata”, disse una voce timida e dolce. Piccola, esile, senza rossetto, Bette non aveva l’aspetto di una celebre attrice. Quando i produttori la videro, con quella sua aria di ragazzina fuggita di casa, pensarono ad uno sbaglio del loro agente di New York, che aveva avuto l’incarico di scritturarla. Per mesi e mesi, Bette fu lasciata in attesa di una parte, poi venne messa in libertà: le dissero che non aveva “sex appeal”. La famosa Davis, allieva della scuola drammatica di John Murray Anderson, compagna d’arte del grande attore Richard Bennett, padre di Constance, trascorse così due anni difficili ed oscuri lavorando in piccole parti generiche e senza rilievo. Il suo successo nel cinema è dovuto ad un “prestito”. Bette fu “prestata” dalla Warner Bros alla R. K. O. per il film “Of Human Bondage”. Fu il film che la rivelò come una grande attrice drammatica. A proposito di questa pellicola, vi fu a Hollywood una rumorosa campagna giornalistica. La stampa cinematografica rimproverava aspramente all’ “Accademy of Motion Pictures Arts and Sciences” di aver dimenticato Bette Davis nell’assegnazione dei premi annuali. Il risultato dello scandalo fu che l’Accademia decise di assegnare un “premio speciale” all’attrice. Ma Bette non ne sapeva niente, né vi fece gran caso quando lo seppe. In quel tempo trascorreva le sue vacanze a cinquecento miglia da Hollywood, attendata con suo marito Harmon O. Nelson in uno dei tanti campeggi per automobilisti. Harmon O. Nelson dirigeva un’orchestra nelle vicinanze del campeggio e Bette si divertiva a far mangiare e ad occuparsi delle faccende domestiche. La sua passione, in fatto di cucina, erano le uova fritte e il pane tostato. Bette indossava sempre i pantaloni e una camicetta a mezze maniche. Durante il giorno, leggeva, dormiva e giocava con il suo Scottie: ella sembrava così uno di quei ragazzi biondi e fragili che si vedono nei parchi delle famiglie aristocratiche di Washington. Alla sera si aggrappava al braccio del marito e insieme facevano una passeggiata a piedi, sotto la luna. Bette aveva il gusto delle passeggiate notturne e si abbandonava volentieri a chiacchierare a lungo, come una bambina. Bette Davis amava molto suo marito: lo chiamava Ham, che, evidentemente, è una contrazione del mome Harmon e significa prosciutto, ma sta anche in senso di persona molto buona e docile. Bette non aveva simpatia per la vita di società e se ne stava appartata il più possibile. Ciò dipendeva dalla cattiva opinione ch’ella si era fatta delle donne e delle donne di Hollywood in particolare. Solo gli uomini le ispiravano fiducia. “Io penso che le donne sono terribili”, dichiarò un giorno Bette Davis. “Se vi prende la voglia di confidarvi con qualcuno, fatelo con un uomo. In tutta la mia vita non ho avuto che due donne amiche: una era mia madre. Fin da bambina ho sempre avuto l’idea che le donne fossero terribili, e Hollywood non me l’ha cambiata. Per esempio i “clubs” di donne, di donne organizzate, sono per me una cosa tremenda. Io non saprei cosa fare ad un “club” di donne. I sessi sono stati creati perché si mescolino a scopo di divertimento. Le donne riunite senza la presenza dei maschi non ascoltano mai quello che si dicono fra loro. Le donne mi hanno sempre sospettata perché ho troppi uomini come amici. Gli uomini che io conosco mi fanno le loro confidenze, mi parlano dei loro dispiaceri di cuore, delle loro ambizioni, del grande romanzo che scriveranno, della musica che comporranno. Dicono che io so ascoltare. Ma se vi accade di essere il genere di donna che piace agli uomini, siete dannata per sempre. Specialmente nell’ambiente cinematografico. Non ci sono abbastanza uomini a Hollywood e c’è molta richiesta. Ham, mio marito, è il solo uomo che io abbia amato e desiderato. Ma le donne mi sospettano lo stesso. A Hollywood le donne mi spaventano a morte. Passano la loro vita domandandosi se sono riuscite ad apparire “abbastanza” sessuali senza essere “troppo” sessuali. Non riescono ad avere un’opinione di nessuna cosa, eccetto questa: che un uomo con denaro è meglio di un uomo senza denaro, ma un uomo qualunque è sempre meglio di niente. Credono di essere molto importanti, ma non ne sono mai convinte; mescolano allora dei nomi famosi alla loro conversazione, e ciò aiuta a rassucurarle che sono realmente importanti. A sentirle parlare, sembra che le cose più preoccupanti delle loro vita siano “ i vostri domestici e dove comprate i vostri abiti”. Se non fosse per le donne, io credo che Hollywood sarebbe un posto abbastanza simpatico e decente. Esse danno un valore artificiale a ogni cosa. Non hanno alcun senso della lealtà. Ne ebbi la prova più evidente quando io e mio marito, tempo fa, andammo nell’Est. Eravamo invitati ad un ballo di inaugurazione. Con mia gran gioia mi fu presentato Franklin D. Roosevelt. Mentre ci stendevamo la mano, si ruppero le spalline del mio vestito. Le donne furono orribilmente scortesi; come se le avessi offese, nessuna venne in mio aiuti con uno spillo. Non sono mai stata così imbarazzata in vita mia. Gli uomini salvarono la situazione mettendosi tutti a ridere. Sono sicura che le donne presenti a quella sera sono ancor oggi convinte che io lo abbia fatto apposta. L’amicizia è rara come l’amore. Ciò è ancor più vero a Hollywood che altrove. Le famose stelle, le donne fatali, hanno così poca fiducia nel proprio “charme” che si scelgono per gelosia amiche grassocce e insignificanti: tuttavia le amiche debbono essere sempre della stessa condizione sociale, se non della medesima classe finanziaria. Io penso che la prima cosa che disgusta gli uomini sia il poco senso di adattabilità delle loro mogli. Lamentarsi delle cose che non possono essere evitate è il difetto fondamentale della donna. A volte io desidero di essere una piccola ragazza in un villaggio di campagna, con un fidanzato che abbia solo cinquanta centesimi la settimana da spendere per portarmi al cinematografo. La vita ideale per una donna è maritarsi a diciassette anni, avere molti bambini e non cominciare mai ad analizzare gli uomini. Le attrici dalle grandi carriere incontrano la loro Waterloo quando non riescono più a tornare a casa e ridiventare delle sempluici “piccole donne”. La maggioranza delle donne è ipocondriaca per natura. Esse vogliono essere compatite. Anch’io, a voltre, lo faccio; allora Ham piglia su e se ne va. E’ il miglior sistema di cura per una donna irragionevole. Una cosa triste e divertente è l’osservare come si comportano le ragazze di Hollywood quando perdono il loro contratto. Cercano subito, disperatamente, marito. Mentre hanno lavoro, disprezzano gli stessi uomini ai quali corrono dietro nella disgrazia. Io credo che le donne siano molto simili, in tutto il mondo; e penso che sono veramente terribili”.

Alfredo Saccoccio

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Gary Cooper di Alfredo Saccoccio

Posted by on Lug 9, 2019

Gary Cooper di Alfredo Saccoccio

   Gary Cooper entrò in cinematografia per pura combinazione. Lontano da casa, egli cercava lavoro, un lavoro qualsiasi. L’occupazione che gli venne offerta fu quella di fare il cavallerizzo  in uno spettacolo ippico, perché, pare, questa era l’unica cosa che, a quei tempi, Gary sapesse fare. Il resto avvenne per combinazione.

   Egli desiderava essere pittore. Da ragazzo disegnava alla buona i paesaggi che il Montana offriva alla sua vista e i cavalli che vi galoppavano.

   Il suo “eroe” preferito era Charles Russel, il “cow-boy” pittore, molto amico di suo padre. Era nato ad Helena e la casa dei suoi fu il solo mondo della sua infanzia. I suoi genitori erano venuti nel Montana da bambini, con i primi coloni, al sorgere della cittadina. Suo padre, Charles Cooper, Giudice alla Suprema Corte, nacque in Inghilterra. Venuto da fanciullo in America, rivide il paese natìo una sola volta, dopo cinquant’anni.

   La famiglia Cooper possedeva un modesto ranch, a Wolf Chek, a circa 30 miglia dalla città, e Gary vi passava il maggior tempo possibile. Suo fratello Arturo, di qualche anno più anziano di lui, gli insegnò a cavalcare e a tirare di fucile. Il suo più caro amico era Jim Galen, figlio di un collega di suo padre. Era della sua stessa età ed abitava in un ranch vicino al suo. Essi cavalcavano assieme per intere giornate e facevano lunghe partite di caccia su per le colline.Fu lui, parecchi anni dopo, a farlo entrare nel mondo del cinema.

   Proseguiamo per ordine. Gary aveva sei anni quando, assieme al fratello, fu mandato a studiare in Inghilterra. Vi rimase soltanto due anni e, al suo ritorno in America, fu vittima di un incidente automobilistico, in seguito al quale rimase qualche tempo fra la vita e la morte. Gary trascorse due anni di convalescenza al ranch del padre, al sole e all’aria aperta, poi riprese ad andare a scuola, ad Helena. Egli non fu uno scolaro modello. I libri di scuola gli servivano, durante le lezioni, più per disegnare dei pupazzi che per studiare.

   Dopo qualche anno, Gary fu mandato alle scuole superiori di Bezeman e qui  fu un migliore scolaro. Quei professori seppero ispirargli maggiore interesse allo studio e, riusvcito a diplomarsi, passò al “Grinnell College”, una scuola d’arte. Tornato nel Montana, non trova niente di meglio da fare che impiegarsi come autista  della linea di autobus del Parco Nazionale di Jellowstone. Iniziò, poco dopo, quella che credette essere la sua vera carriera, ossia cominciò a fare caricature e disegni per un giornale di Helena. Il suo sogno era quello di pter illustrare libri, far disegni per le grandi riviste e, infine, darsi alla vera e propria pittura.  Egli ammirava  moltissimo, ed erano oggetto del suo più attento studio, James Montgomery Flagg, Hiward Chandler Christy, disegnatori, a quei tempi, di moda, e tutti i paesaggisti.

   Abbiamo già accennato che l’entrare in cinematografia fu per lui una mera combinazione. Specificheremo ora che le cause furono tre : il suo amico di infanzia Jim Galen, i brutti tempi e una ragazza. Era, questa ragazza, una studentessa del “Grinnell College” e il sogno dei suoi anni giovanili. Quando  cominciò a disegnare per il giornale di Helena, Gary le parlò di fidanzamento. Essi non avevano un soldo, cosicché decisero di sposarsi non appena Gary avesse trovato un posto migliore, non appena avesse raggranellato qualche dollaro. I due erano d’accordo nel giudicare la cittadina di Helena troppo ristretta alle loro ambizioni. Perciò la ragazza lo spingeva a far fagotto e a cercare fortuna in una città più grande.Gary non era entusiasta della cosa : tutti i suoi amici vivevano ad Helena ed egli amava essere vicino al ranch di suo padre, ove si recava spesso per cavalcare e andare a caccia. Però gli argomenti della ragazza erano inoppugnabili, cosicché riuscì a persuaderlo. Il duo scelsero Los Angeles: Gary doveva partire solo e, ottenuto che avesse un buon posto, lei lo avrebbe raggiunto per sposarlo. A Los Angeles trovare un posto non fu tanto facile. Quotidianamente Gary faceva il giro delle redazioni di vari  giornali ad offrire  i suoi servizi di disegnatore, ma senza nessun risultato. Aspettando giorni migliori, Gary peregrinava, per due dollari al giorno, di porta in porta, in qualità di propagandista per uno studio fotografico.

   Più tardi  egli fece l’agente di pubblicità cercando avvisi reclamistici per i sipari dei teatri. Anche questo lavoro finì, come finì il suo poco denaro. Aveva le scarpe sfondate, era in arretrato di qualche mese con l’affitto della camera, quando un tale gli consigliò di fare la comparsa cinematografica. L’idea gli sembrò buona ; prese il coraggio a due mani e si presentò  alla Fox. Nell’ufficio comparse dello “Studio” Gary incontrò Jim Galen, che non aveva visto da anni. Quando Gary partì pe il “Grinnel College”, egli si era trasferito  a Notre-Dame  per tornare, poco dopo, disilluso, al ranch paterno. Aveva preso parte a qualche rodeo e si era fatto una certa fama come cavallerizzo e domatore di tori. Come molti altri “cow-boys” era entrato in cinematografia per figurare in quelle pellicole del West, che, a quei tempi, andavano per la maggiore.In quei giorni Jim aveva l’incarico di scritturare buoni cavalieri  per un film sulla guerra anglo-boera. Jim presentò Gary al regista assicurandogli che egli era uno dei migliori della “squadra del Montana”. E così Gary fu assunto.

   Lo vestirono da ufficiale boero e per tutta una giornata Gary galoppò, ventre a terra, assieme a ttanti altri, su e giù per una collina. Fu questa la più faticosa giornata di tutta la sua carriera di attore, ma gli procurò una scrittura fissa come comparsa. Gary lavorò in molti altri films, generalmente pellicole del West, ma il suo sogno era ancora di entrare in un giornale come disegnatore. In quei giorni gli pervenne una lettera della fanciulla che doveva sposare e per la quale si era traslocato a Los Angeles, in cui gli annunciava che aveva trovato il vero amore e che si era sposata con un commesso droghiere. Qualche mese prima, a tale notizia,  si sarebbe sentito spezzare il cuore, ma in quel lomento, nello stato d’animo in cui si trovava, la prese abbastanza tranquillamente e pensò che la ragazza era fatta più per il droghiere che per lui. Gary fece la comparsa  per circa un anno. Un bel giorno gli affidarono una parte in un film della lunghezza di 250 metri ! La ragione di tale fortuna fu solo la sua abilità nel montare a cavallo.

   Poco dopo egli interpretò la parte di Abe Lee nel film “Il fascino di Barbara Worth”. In questa parte Gary piacque ai dirigenti della Paramount, che lo convocarono allo “Studio”, dove firmò il suo primo contratto. Il giorno dopo egli  fu mandato a Sant’Antonio (Texas), dove la Paramount  “girava” il primo grande film  d’aviazione : “Ali”,in cui Gary interpretò la parte del “cadetto”. Da quel giorno molte cose gli sono accadute. La più importante è stata, naturalmente, il suo matrimonio con Sandra Shaw.Gary ha partecipato ad una spedizione di caccia grossa in Africa Orientale ; ha visitato,  più volte, l’Italia ;ha lavorato in più films di quanti egli ne avesse  visti, prima di arrivare ad Hollywood.

   Le pellicole da lui interpretate preferite erano: “Convegno d’amore”, “Desiderio”, “ I Lancieri del Bengala”, “E’ arrivata la felicità “, “La conquista del West”. Un film che lo entusiasmava era “Anime sul mare”, diretto da Henry Hathaway.

   Gary Cooper è stato molto fortunato. I primi giorni egli non amava né Hollywood né il cinematografo, Poi ha adorato ambedue. Ci si deve trascorrere molto tempo, ad Hollywood, prima di riuscire a capire la differenza fra la mitica Hollywood, che il mondo immagina e la vera, reale Hollywood.

   Tante sono le pellicole girate da Gary Cooper. Noi ne scegliamo solo sei : “Mezzogiorno di  fuoco” del 1952, di Fred Zinnemann, cineasta di origine austriaca, in cui l’attore interpreta la parte dello sceriffo Will Kane, che si accinge a sposare l’algida fidanzata quacquera Amy (Grace Kelly) e a lasciare le sue funzioni  da sceriffo , quando, in una stracca mattinata del giugno 1865, nel polveroso villaggio del Nuovo Messico, Hadleyville, giunge, con il treno del mezzogiorno,  l’efferato bandito Frank Miller (Ian MacDonald), spalleggiato da altri delinquenti, decisi ad uccidere l’uomo della legge, a suo tempo responsabile dell’arresto, pochi mesi prima, dello stesso Miller.Dilemma morale : occorre fuggire ed evitare il ricorso alla forza (la sua donna, quacquera rifiuta la violenza) o affrontare l’uccisore e i suoi tre accoliti ?  Quando egli deciderà di attendere i delinquenti, scoprirà la codardìa della cittadina.

   Tutto il racconto, condensato in ottantacinque minuti, è formato dalla richiesta infruttuosa dello sceriffo che non subisce che rifiuti fiacchi ed impauriti in risposta alle sue numerose richieste  di sostegno.  Il film si trasforma così in parabola politica, divenendo un apologo antimaccartista appena mascherato,, una critica dell’idea  di comunità. John Wayne aveva d’altronde dichiarato essere stato scioccato dal gesto finale dello sceriffo, che getta la sua stelletta nella polvere, dopo aver trionfato dei banditi.

   Prodotto da Stanley Kramer, specialista dei “films a tesi”, “Mezzogiorno di fuoco” soffre di uno stile pesante, del tutto determinato dal messaggio da assestare. Malgrado il volto di Gary Cooper, bello e già  contrassegnato dall’età, malgrado una musica stordente di Dimitri Tiomkin e una fotografia in bianco e nero sorprendente di Floyd Crosby, il film è vittima di un’ambizione che appesantisce più che non superi le figure imposte. E’, un poco più tardi, con opere firmate Robert Aldrich, Anthony Mann o Samuel Fuller, che il genere western perverrà, negli anni Cinquanta, ad una complessità più convincente.

   “Mezzogiorno di fuoco” è tuttavia divenuto, al di là di queste qualità reali o dei suoi difetti, una sorta di modello canonico del genere, un riferimento assunto. Talvolta negativamente.  Howard Hawks aveva dichiarato di aver realizzato “Rio Bravo” con l’idea di fare il contrario di “ High Noon”. “Per me un buon sceriffo non si metteva a percorrere la città, come un pollo di cui si è tagliata la testa, chiedendo aiuto”. Il film fu anche un riferimento per Sergio Leone. L’inizio di” C’era una volta il West”, quando i tre pistoleri attendono il treno che conduce l’uomo dell’armonica, riprende allungandola fino al burlesco una scena del film di Zinneman.  

    Il film è un classico western dalle colorature psicologiche (e ideologiche) palesemente definite. In un crescendo spasmodico di tensione e di paura, il racconto prima di intollerabile angoscia, poi, via via, disciolto in un progressivo epilogo (la solitudine dello sceriffo, l’ignavia della sleale comunità, la contrarietà della moglie Amy finalmente superate e sublimate dal cruento, vittorioso successo di Kane sui suoi nemici) tocca l’acme di un ammonitore, civilissimo apologo.

    Zinemann fu il realizzatore, un anno più tardi, del prestigioso “Da  qui all’eternità”, che raccoglierà una pioggia di Oscars (miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura, migliore fotografia, migliore attore non protagonista (Frank Sinatra) e  migliore attrice non protagonista (Donna Reed). 

   In “Maschere e pugnali” del 1946, diretto da Fritz Lang, che dal 1941 al 1943 aveva partecipato, in una maniera magistrale, alla propaganda cinematografics hollywoodiana contro il nazismo, Gary Cooper interpreta il ruolo di Alvah Jaspers, professore di fisica, inviato, alcuni mesi prima della fine della seconda guerra mondiale, in Svizzera dai servizi segreti per ritrovare i suoi antichi amici, che i nazisti costringono a lavorare alle loro ricerche atomiche. La messinscena, su soggetto di Albert Matz e di Ring Lardner Jr., future vittime della “caccia alle streghe”, non si lega che  all’essenziale. Ogni sequenza prende il senso di un meccanismo del destino.  Il film metteva in guardia, dopo Hiroshima, contro il pericolo dell’utilizzazione dell’arma nucleare. Però le ultime scene furono sostituite da una fine posticcia, che  deluse il regista.

   In “Sogno di prigioniero” di Henry Hathaway, del 1935, Gary impersona un celebre architetto, Peter, che ritrova nella seducente consorte del duca di Tower la sua compagna di giochi, l’eroina della sua infanzia, a cui aveva giurato eterno amore, lasciata, perché obbligato a abbandonare la Francia alla morte della madre. Una lacerazione brutale. Amore folle ritrovato e subito perduto.  Il destino li separa ancora: nella cella di una prigione, il gentleman romantico ideale, accusato della morte del duca, si consuma nel fondo di una prigione a vita, fin quando scopre che può comunicare tramite il sogno e riprendere con la sua amata il filo della loro passione. Egli continua ad incontrarla in sogno, fino a quando sono colti, entrambi, lo stesso giorno, da morte. Pellicola  ultraromantica e visionaria, che le fa meritare un posto nella storia del cinema. Di questa favola lirica,con sfumatura di fantastico, nell’era del tempo, André Breton scriverà :” E’ un film prodigioso, trionfo del pensiero surrealistico”.    

 “Dove la terra scotta” di Antony Mann, in cui Gary Cooper è un magnico cow-boy, su un argomento esile come un filo, l’intrigo corre con una tale disinvoltura che si tuffa, sin dalla prima immagine, nella magia del grande western di qualità.

   Un fuorilegge pentito è ripreso dal suo passato in occasione di un primo viaggio in treno, nel corso del quale  si fa attaccare da alcuni avventurieri. Abbandonato sui luoghi dell’attacco con Billie, la bella sciantosa dal cuore d’oro ( Julie London) e un baro da saloon (Lee J. Cobb), “L’Uomo dell’Ovest”  trova rifugio nella tana dei banditi che egli ha ben conosciuti…  La sorte dei tre compagni va stranamente a pesare l’una sull’altra, senza altra forma di avventura sentimentale.

   In partenza, si è colpiti dalla figura de “L’Uomo dell’Ovest” (1958), interpretato da Gary Cooper tre anni prima della sua morte : un cow-boy stanco che si vede discendere dalla sua cavalcatura nel cuore di una cittadina, con il solo pensiero di legare il proprio cavallo e di prendere qualche riposo nell’attesa del treno da prendere. Però è ormai impossibile dissociare il personaggio dall’attore. Si è colpiti dalla fatica e dall’invecchiamento in favore dei quali il volto e le attitudini di Gary Cooper sfumano nella psicologia del personaggio che egli interpreta. Egli approfitta senza motivo delle situazioni in cui lo pone Anthony Mann, nel vagone, per esempio, dove si vede il cow-boy magnifico durar molta fatica a sistemare la sua statura nello spazio striminzito dei sedili nuovi di zecca.

   L’assalto al treno, e i faccia a faccia  che si susseguono, si svolgono nel quadro classico di un’azione rigorosa e mirabilmente misurata, ma che non apporta niente di più all’intensità drammatica intessuta nella sensibilità stessa dei personaggi costantemente sotto la minccia dei legami che li lega e dei vasti paesaggi che li circondano. Le strade sono poco aperte, tanto l’ approccio strategico della violenz< è quasi più morale che fisica.

   Un western di stile in cui Gary Cooper accende i suoi ultimi fuochi di “Uomo dell’Ovest” che porta in lui la nostalgia di “Mezzogiorno di fuoco” di Fred Zinnemann, uno dei più grandi westerns di sempre.  Da rivedere, in copia nuova, sul grande schermo e in Cinema-Scope.     

   “Il giardino del diavolo” e  “La conquista del West” sono due pellicole ritenute dagli specialisti delle cime del genere western. Nel secondo film, firmato da Cecil B. DeMille,, girato nel 1936, si trovano particolarmente riuniti i personaggi di Calamity Jane e di” Wild” Bill Hickock, del generale Custer e di Bill Cody, cioè  la maggior parte di quelli che hanno contribuito a costruire la leggenda del Far West. La pellicola  ha un ritmo incalzante e parecchi colpi di scena.     

   Gary Cooper è ormai associato a questa leggenda. “Il Cavaliere del deserto”, “L’Uomo dell’Ovest”, “Mezzogiorno di fuoco” :  non si contano più i suoi ruoli da cow-boys taciturni e di sceriffi disincantati. Una cosa, però, è certa : debuttando nel cinema come cascatore negli anni Venti e recitando fino alla sua morte nel 1961, Gary Cooper è uno dei rari attori  che sia sopravvissuto al film muto. La sua carriera è eccezionale : 91 films e tre premi Oscar.  Ad eccezione di John Ford, tutti i grandi registi americani figurano nella sua filmografia.

  “Coop” non si è limitato al western. Egli ha saputo imporre il suo lungo profilo, i suoi silenzi sinistri, i suoi gesti rapidi e precisi in altri generi, dopo il film da avventure fino alla commedia. Gary è stato legionario in “Beau Geste” e in “Marocco”; volontario per la guerra civile di Spagna, del 1937, in “Per chi suona la campana”, celebre melodramma del mitico Hemingway;  pacifista convinto con “La legge del Signore”, conosciuto anche con il titolo “L’uomo senza fucile”,  e Sergente York. Infine, con l’ “Extravagant Mr. Deeds”, egli simboleggiò l’americano medio, integro, talvolta ingenuo, ma fermamente legato ai valori democratici.

   Questo attore non ebbe a forzare la sua natura per incarnare gli eroi fragili e stanchi. Timido e maldestro, fedele in amicizia come in amore, Gary Cooper non impressiona per la sua forza : egli commuove con le sue debolezze che impongono il rispetto. Prima di essere portato via dal cancro, all’età di sessant’anni, Gary si era convertito al cattolicesimo. “Il mondo ha perduto l’uomo più amato”, dirà allora Marion Morrison, alias John Wayne.

Alfredo Saccoccio

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Orizzonte perduto di Frank Capra

Posted by on Lug 5, 2019

Orizzonte perduto di Frank Capra

Sarà vero quel che si dice, che gli americani nascondono, sotto l’apparenza di gente pratica e positiva, inclinazioni oscure per le metafisiche, le teosofie e i misticismi. Sarà vero, anche, che l’America è il Paese dove più attecchiscono le religioni nuove, lo spiritismo, i miti pacifisti, le morali evangeliche, le utopie egualitarie, insomma tutti i sogni e le chimere di menti esaltate e impaurite. Noi in America ci siamo stati una sola volta, ma queste cose le conosciamo per sentito dire. Però possiamo spiegarle, considerandole come una sorta di sfogo, di reazione e di fuga da una vita così isterica e infelice. Ma che le speranze, le estasi e le illusioni, messe al concreto, siano così infantili e insieme medioevali, come almeno dal film “Orizzonte perduto”di Frank Capra appare, stenteremmo a crederlo. Non abbiamo letto il libro di James Hilton, da cui il soggetto è stato tratto, e non possiamo dire, quindi, se infantili siano gli ideali del regista o soltanto quelli dello scrittore. Certo gli ideali ciascuno se li sceglie secondo il proprio gusto: ma che strana economia di ideali, per gente che lavora in un Paese dove ce n’è tanta richiesta. Si pensi: un famoso scrittore, Premio Nobel per la letteratura, è rapito insieme a certi compagni di viaggio e condotto in un paese fuori dal mondo civile, incassato in fondo a una stretta valle, tra montagne altissime e nevose, inaccessibil ai comuni viaggiatori. La ragione del ratto? Il Capo della città favolosa ha letto, un giorno, in un libro del Premio Nobel questo profondo, abissale pensiero: “Ci sono momenti nella vita in cui l’uomo avverte l’eternità”. Da quel giorno il Capo (un ex prete senza una gamba, che vive in quel luogo da circa centoventi anni) si è messo in mente di conoscere personalmente lo scrittore. Soltanto un Premio Nobel della letteratura, capace di pensare così profondamente, potrà succedergli nella carica di Capo. La vcrità dove il vecchio centocinquantenario vive è naturalmente noiosissima. Già tutti i paesi immaginari, tranne Lilliput di Swift e il paese dei giocattoli di Collodi, sono sempre stati luoghi di noia e di sbadigli: dalla Repubblica di Platone all’Utopia di Tommaso Moro, alla Città del Sole di Campanella. In quelle città e repubbliche i cittadini per lo più sono tutti eguali, tutti onesti, tutti disciplinati. Soltanto gli Anabattisti, più di tre secoli fa, riuscirono ad immaginare, e a mettere poi in pratica, una società abbastanza allegra, in Westfalia. Essa, però, durò poco. Presto degenerò in orge spaventose e il suo capo, Giovanni di Leida, finì sul patibolo. Shangri-La, il paese di Frank Capra, è invece triste come un cimitero: i cittadini sono silenziosi, tranquilli, morigerati; le case, costruite nello stile dei padiglioni delle esposizioni coloniali. Unico beneficio, una salute perfetta, che fa vivere a lungo le persone, conservando la fresca apparenza della gioventù. Come ciò avvenga non si sa. Fatto è che tra i cittadini c’è, per esempio, una bella ragazza di settant’anni, che , a vederla, ne dimostra appena venti. La vergine settantenne, da cinquant’anni si annoia in quel luogo e si capisce che avrebbe gran voglia di andarsene. E infatti, appena le capita un giovanotto tra le mani, il fratello del Premio Nobel, nulla trascura, a quella tenera età, per non lasciarselo sfuggire. E’ anzi pronta a seguirlo in capo al mondo. Ma ecco che, appena fuori di quel clima da frigorifero, a un tratto le ragioni della vecchiezza prevalgono e l’aspetto della fanciulla si muta in quello più naturale alla sua vera età.Vien fatto di pensare all’Alcina di Ariosto, innamorata di Ruggero, che, da bellissima fata, si trasforma, per incanto, in un’orribile megera. Soltanto che Ruggero, nel Palazzo di Alcina, era trattato meglio. Ogni giorno feste, conviti, giostre, danze. Invece in “Orizzonte perduto” la nuova Alcina è una timida fanciulla vestita da tennis, che offre il tè e i biscotti al suo Ruggero, vicino al davanzale di una camera mobiliata in falso Rinascimento. Come Frank Capra si sia deciso a dirigere un film come questo rimarrà per tutti un mistero. “E’ arrivata la felicità”, film, anch’esso, di Capra, del 1936, che per tanta parte si ispira ad una produzione corrente: eppure, come tutto in quest’opera è narrato con semplicità, servendosi di ambienti comuni e di personaggi consueti. E il protagonista, il giovane milionario campagnolo, diventa senz’altro una figura poetica e vera, un personaggio degno di un racconto di Hamsun. Quel che in “Orizzonte perduto” è dato come una tesi invadente e fastidiosa: il motivo cioè dell’evasione da una civiltà piena di intrighi e di sgomento, là era appena accennato e con quale discrezione e delicatezza.Tutto era verosimile, ed anche commovente, in una vicenda per molti lati abbastanza ordinaria. Due anni prima, Frank Capra aveva diretto “Accadde una notte”, una fortunatissima pellicola, che finiva, come tutti ricordano, con la rottura di un fidanzamento proprio davanti all’altare e con le nozze immediate della bella e viziata figlia di un miliardario, Helen (Claudette Colbert), con un giornalista americano (Clark Gable). Una delle migliori commedie statunitensi degli anni Trenta ottenne un clamoroso successo di pubblico e la definitica consacrazione di Gable e si vide attribuire ben cinque Oscar (miglior film, migliore regia, migliori attori protagonisti e migliore sceneggiatura). La fortuna di Capra è stata finora nel mantenersi su un binario piuttosto modesto, dove i treni correvano verso stazioni conosciute e sicure, perché, nonostante le insincere acclamazioni di molti, le qualità di Frank Capra non sono poi così grandi. La sua dote migliore è una tenue facoltà satirica. insieme al dono di rappresentare poeticamente certe angosce e aspirazioni di personaggi umili e inquieti. La sua novità, nei confronti della produzione americana, sta nel fissare abilmente sentimenti un po’ confusi : nostalgia di un’esistenza semplice e naturale, ribellioni subitanee di fronte a pregiudizi, tenerezza verso persone sacrificate, pentimenti, stupori, disinganni. L’abbandonare quel binario è stato un gran torto. Capra è un cineasta che vede le cose con occhi chiari; non è un visionario. Questa metamorfosi improvvisa e gratuita dà da pensare: non vorrà certo d’ora innanzi seguire le tracce di Fritz Lang. Nemmeno gli è riuscito di far recitare gli attori con naturalezza e questo, per un regista americano, è forse la più grande mancanza.

Alfredo Saccoccio

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Una serata in onore di Georg Wilhelm Pabst di Alfredo Saccoccio

Posted by on Giu 26, 2019

Una serata in onore di Georg Wilhelm Pabst di Alfredo Saccoccio

Alcuni anni fa, a Parigi, ci capitò di assistere ad un “Festival Pabst”, in cui si potevano vedere alcuni brani di vecchie pellicole del regista tedesco, oltre al film “L’opera dei quattro soldi”, sempre di George Wilhelm Pabst. Ad ogni brano comparso sullo schermo, succedeva qualche momento di interruzione, durante il quale la gente applaudiva discretamente e “si scambiava le idee”.
I brani scelti erano senz’altro molto belli: si incominciava con alcune scene di “La strada senza gioia” (1923), film sulla prostituzione, poi altre ne venivano da “Lulù-Il vaso di Pandora” (1928), da “Crisi”, da “Il diario di una donna perduta” (1929). Si finiva con “I quattro fanti ”. Di quest’ultima pellicola, ricordiamo, come l’avessima vista ieri, la scena dell’improvvisa pazzia di un soldato, che, trascinato via attraverso le corsie di un ospedale di guerra, si dibatte ed urla come un vitello sgozzato : cento metri di film di una violenza e di una verità da lasciare senza respiro. In definitiva, quella sorta di antologia ci fece pensare di Pabst le cose migliori: evidenti erano le sue intenzioni di servirsi del cinema come strumento di propaganda sociale: precise e documentate erano le sue descrizioni di costumi. Quei primi films di Pabst appartenevano al periodo che potrebbe chiamarsi la pubertà del cinema tedesco. Di essa avevano il senso morboso ed esaltato, l’indolenza fantastica e ribelle ed insieme quel misterioso aspetto di precoce vecchiaia, che si riscontra nelle prime manifestazioni di un’arte giovane.
Ci aspettavamo di vedere ne “L’opera dei quattro soldi” qualcosa che ci lasciasse altrettanto soddisfattui. Invece , a spettacolo finito, nonostante gli applausi di qualche giovane intellettuale, ce ne andammo un po’ delusi, con molti dubbi, seppure con qualche ammirazione. Il film c’era parso stranamente frammentario e ineguale. Vi erano momenti di grande intensità ed altri fiacchi ed inespressivi. Nell’insieme, l’opera era slegata, monotona e grave. Queste stesse impressioni si sono ripetute ogni volta che ci siamo trovati dinanzi ad una nuova opera di Pabst. Che cosa rimane delle sue ultime opere, se non qualche episodio bellissimo e staccato ? Se si fa eccezione per la “Tragedia della miniera”, che è il capolavoro del cineasta teutonico e che, nel suo complesso, può dirsi l’unico film interamente riuscito e coerente. Di tutti gli altri, appena un personaggio ricordiamo, o un ambiente, una situazione, qualche gesto.
Di “Mademoiselle Docteur” siamo certi che tra breve non rammenteremo più nulla. Tra i tanti lavori di Pabst, è senza dubbio il più debole. Forse il cinema americano ci ha un po’ intossicati, a a veder questa opera, dopo tante altre simili, più svelte e sorprendenti, che ci vengono da oltre Oceano, si è provato una strana impressione, come davanti a qualcosa di invecchiato e stremato. La stessa abilità tecnica del regista le sue qualità di fotografo, quel suo realismo un po’ pesante ed ossessivo, ci riportavano dieci anni addietro, in un’epoca che certamente è stata tra le miglori del cinema, ma che oggi, senz’altro, è finita. E non è a dire che, di tanto in tanto, una certa nostalgia non ci prenda a rivedere, ancora una volta, quei vicoli stretti e bui, quei caffè fumosi, quei lampioni annebbiati, quei personaggi massicci e troppo espressivi, che resero celebre nel mondo il cinema tedesco. Si tratta, però, di brevi momenti. Subito dopo il fastidio e la stanchezza sopraggiungono.
Forse soltanto ragioni commerciali costrinsero Pabst ad effettuare un film come “Mademoiselle Docteur”. Tutti i personaggi, le avventure e gli ambienti, che hanno fatto impallidire d’emozione e d’attesa le platee, sembravano riuniti. Saremmo piuttosto impacciati se dovessimo narrare la vicenda della pellicola. Probabilmente ci accadrebbe di confondere la storia di Mademoiselle Docteur, celebre spia tedesca, con quella magari di Mata Hari, o di altre misteriose avventuriere,B. 29, o X 47, di cui il cinema ci ha raccontato gli eroismi, gli inganni e la fucilazione finale. Soltanto rammentiamo che, questa volta, la protagonista scampa alla morte, ma non perciò il suo destino è di diventare sposa e madre, come qualsiasi altra donna. La sventurata finisce pazza e smemorata in un ospedale svizzero. La sorte delle spie è sempre spaventosa.
Per il resto, tutto va secondo le aspettative : tra spie e controspie, levantini e diplomatici, telefoni controllati, alberghi equivoci, bombardamenti aerei, fughe in automobile, documenti rubati, difficile era non tanto interessarsi quanto rinvenirsi. Per conto nostro, fino all’ultimo, siamo rimasti incerti se un personaggio fosse una spia tedesca, o francese, o bulgara. E non eravamo soli in questo imbarazzo.
Pierre Blanchar ha recitato la parte della spia con le stesse intonazioni di voce, sguardi allucinati e sorrisi sterili del Raskolnikof di “Delitto e castigo”, del Mattia de “Il fu Mattia Pascal” e del magistrato francese de “Il colpevole”. Gli altri attori appaiono tutti lievemente stonati ed eccessivi : invano il cineasta ha cercato di addensare su di loro atmosfere cupe ed ossessionanti. E’ il destino singolare di tanti attori francesi. La ragione sta nel fatto che i più provengono dal teatro, anzi da quel teatro borghese, che, per tradizione si attiene a certi schemi scolastici, a certe inflessioni, cantilene, pause, riprese, che sono quasi diventate ormai una convenzione. E’ una recitazione senza spontaneità e senza iniziativa, a cui sono necessari una piccola platea e spettatori attenti e abituati. Portata sullo schermo, questa recitazione perde ogni efficacia e, per essere troppo espressiva, così piena di allusioni e di segreti, distrae lo spettatore e lo fuorvia dal naturale svolgersi della vicenda.

Alfredo Saccoccio

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La luce solare di Itri avvinse Andersen e altri viaggiator del “Grand Tour” di Alfredo Saccoccio

Posted by on Giu 21, 2019

La luce solare di Itri avvinse Andersen e altri viaggiator del “Grand Tour” di Alfredo Saccoccio

Uno scrittore stregato dall’Italia, luogo di incanto, di poesia, di pace e di romanticismo, fu Hans Christian Andersen.Solo pochi addetti ai lavori conoscono il romanzo L’ Improvvisatore di Hans Christian Andersen, che fu l’inizio della fortuna e della fama dello scrittore di Odense, che riversò in esso le molteplici sensazioni accumulate nel suo viaggio in Italia, tra il 1833 ed il 1834, intrapreso a scopo di formazione culturale, grazie al sussidio assegnatogli dal re Federico VI di Danimarca, c he gli elargì una lunga serie di sussidi con cui Hans Christian si mantenne, spianandogli il cammino sulla via della celebrità.Tale viaggio, dei 29 lunghissimi e a volte tragicomici viaggi per il Vecchio Continente, lasciò una traccia rilevante nella sua opera letteraria e permise al famoso autore di fiabe, il re Mida della favolistica mondiale, di trovare se stesso artisticamente, quale disegnatore, un aspetto quasi ignorato della sua attività culturale, meritevole di recupero per la pregnanza espressiva degli schizzi, che prelude a Van Gogh, dai quali traspare una nostalgia per il mondo incantato, di cui è sostanziato L’Improvvisatore, il più famoso dei cinque romanzi dello scrittore danese, una storia parzialmente autobiografica, corredata da osservazioni sulla plurisecolare vicenda storica, sui monumenti e mondi antichi, sugli usi, sui costumi, sul carattere delle popolazioni, sulle tradizioni e sulle feste nel romantico Ottocento,osservazioni acute, grazie agli estri e alla curiosità del Nostro, a cui si deve, assieme al Goethe, la più eloquente ed ispirata descrizione dell’aura mitica che avvolgeva il Bel Paese e delle particolarità spirituali del popolo italiano.
Questo inesauribile, animatissimo flusso di impressioni italiane è espresso, oltre che con ricca vena creativa, con grande spontaneità, essendosi l’Andersen abbandonato agli impulsi della sua natura e alla poesia della sua anima di eterno fanciullo, piena di slanci. Durante la permanenza nel nostro Paese, fecondo in ogni senso, il fulgore abbagliante del sole italiano, la flagranza della campagna, il paesaggio pittoresco, tutto colori, avvinse lo strano lungagnone venuto dal profondo Nord ; fu conquistato dai cieli italiani, soffusi di quell’aura luminosa che è tipica delle regioni meridionali, e dai paesi ancora schiettamente eredi della classicità, impregnati di una presenza soprattutto simbolica.. Le esaltanti visioni della nostra Penisola, in cui convivono, incontrastate, la storia, la storia, l’arte e la letteratura, gli fecero vibrare profondamente le corde del cuore e scrivere pagine palpitanti: per il letterato danese l’Italia era il forziere di tutti i gioielli del mondo, un lacerto di “paradiso terrestre”, di cui sente l’armonia, la purezza, la misteriosa santità, l’intensa umanità, il valore perenne. che unisce il mondo di ieri e quello del suo tempo. Essa era un fulgido sogno, una favola. Tanto più che egli veniva dalle brume del Nord. dinanzi alla tipica luce celeste degli orizzonti italiani, dinanzi alle infinite, profumate essenze mediterranee, dinanzi a tanta pittorica bellezza, che gli fece scrivere: “tutto è come una pittura”, l’animo di Andersen esultava, credendo di trovarsi nel giardino incantato di Armida, di tassiana memoria.Egli si tuffa nell’affascinante, luminosa, morbida natura della fruttifera Campania, a contatto con la vegetazione meridionale della penisola.
Quella del brutto anatroccolo è un’irresistibile attrazione, una fascinazione, una sorta di voluttuosità sensuale per il cielo luminoso, per le vestigia di un grande passato, per il quale affluì on Italia, per secoli, un pellegrinaggio di artisti, venuti come fedeli dell’Islam alla Mecca, e di giovani uomini benestanti del Nord Europa, che intraprendevano il “Grand Tour”, il viaggio di conoscenza attraverso l’Italia, dopo aver terminato gli studi classici e umanistici, oltre a re, a regine, a principi, a papi, a beati, a cardinali, a vescovi, a generali, a sir, a conti, a musicisti, per vivervi in piena luce. I suoi riflessi li affascinano, il suo sole li quetano. Essi vanno a caccia della felicità sulle spiagge, nei giardini, nei palazzi, nei siti archeologici, nei musei, nelle chiese, nei castelli.
Il poeta beveva quest’atmosfera solare, che pervadeva ogni fibra del suo essere, “a lunghe sorsate”, come scrisse alla sua amica Henriette Wulff, una fanciulla gobba ed inabile: “ posso bere un’aria mai gustata prima, mangiare grandi grappoli d’uva e udire le dolci voci che mi fanno sciogliere il cuore. Non provo nostalgia, semmai tristezza al pensiero di dover lasciare questo paradiso!”. Per Andersen l’Italia aveva avuto in dono una cornucopia di frutta e di fiori, che profumavano l’aria, mentre alla Danimarca era toccato soltanto una zolla d’erba e qualche macchia di rovo.
Di fronte allo splendore del sole mediterraneo e alla luminosa atmosfera del Sud, il celebre favolista (per lui la vita è una fiaba e questa fiaba è condotta dall’inizio alla fine dalla Provvidenza divina) sentiva l’impotenza della sua rappresentazione grafica, incapace di rendere le vivide e variegate immagini che vedeva. Un benessere profondo lo invase nel viaggio verso Napoli, in cui restò avvinto da Itri, cittadina di grande importanza strategica… L’allora ventinovenne romanziere, nel suo dettagliato diario, descrive la cittadina aurunca(lo fa con occhi di artista, con vivida immaginazione). La descrizione è di grande vivacità, che il tempo non ha appannato.
Itri per Andersen è una città interessante, che offre molteplici stimoli. Egli mette in bocca a Federigo parole di giubilo, che fanno di questo uno del luoghi particolarmente pittoreschi ed affascinanti dell’Italia. Al confronto, la Danimarca somiglia alla più scialba cittadina di provincia: “Ecco la mia tetra e fangosa Itri! Esclamò indicandomi la città che si disegnava dinanzi a noi. Forse non mi crederete, Antonio, ma vi assicuro che nelle nostre città del Nord, dove tutte le strade sono tanto pulite, tanto larghe, tanto regolari, ho spesso rimpianto le vostre città italiane, dove abbondano i tratti caratteristici, tanto ricercati dai pittori.
Quelle strade sporche, strette, fangose, quei balconi tanto mal mantenuti, dove si asciugano al sole calze e camicie, quelle finestre irregolari, di cui una è in basso, l’altra in alto, qualcuna piccola, qualcuna grande, quegli scalini in pietra che conducono alla porta d’ingresso su cui la madre di famiglia fila al fuso, quel limone carico di frutti gialli, che tappezza la muraglia, tutto ciò crea la scena! Invece da quelle nostre strade uniformi, dove le case sono allineate come soldatini, dove i gradini esterni e i balconi sono stati soppressi, che cosa un artista può trarne fuori?
Ecco la città natale di Fra Diavolo! Esclamarono i viaggiatori dall’interno della carrozza, come entravano in questa tetra e fangosa Itri, che Federigo trovava tanto pittorescamente bella. Essa è situata su una roccia che costeggia un profondo precipizio. In parecchi tratti, la strada principale è abbastanza larga da permettere il passaggio solo ad una carrozza.
La maggior parte dei pianterreni delle case è sprovvista di finestre che sostituiscono una porta d’ingresso, per mezzo della quale gli sguardi penetrano nell’interno di queste dimore tanto buie quanto le cantine. Fummo assaliti da sciami di donne e di bambini cenciosi, che tendevano, tutti, la mano per chiedere l’elemosina. Le donne ridevano, i bambini gridavano facendoci le smorfie. Nessuno osava mettere la testa fuori dello sportello, per paura che fosse schiacciata dai balconi sporgenti delle case, che si proiettavano così avanti nella strada che sembrava talvolta che noi passassimo sotto delle arcate. Da ogni lato, rasentavamo nere muraglie, poiché il fumo dei focolari, non avendo altra uscita che l’apertura delle porte, le rivestiva di uno strato di fuliggine.

  • E’ una città celebre! Disse Federigo battendo le mani.
  • E’ una città di ladri, aggiunse il vetturino quando ne fummo usciti. La polizia ha costretto la metà degli abitanti di Itri a cercare un rifugio in un’altra città dietro le montagne e li ha rimpiazzati con altri…, ma ciò non è servito a niente. Tutto quello che si pianta qui diviene malerba… Del resto, non occorre che la povera gente viva?
    E’ da notare che tutto sembra favorire il brigantaggio sulla strada maestra (la Via Appia, n. d. r.) che va da Roma a Napoli. I boschi d fitti di ulivi, le caverne nella montagna, le costruzioni in rovina sono altrettanti, sicuri rifugi per i banditi”.
    La strada che conduce da Fondi ad Itri, attraverso la collina di S. Andrea, rapisce un viaggiatore francese. “Si arriva a questa rupe – scriveva nel 1836 Augustin Jal – attraverso una pianura carica di aranci e di limoni che si mescolano gradevolmente agli olivi grandi e forti, ai cipressi piramidali, ai pini arrotondati, ad alcune palme eleganti; e la gola selvaggia per dove si sale è coperta della più bella vegetazione di mirti, di lauri e di cespugli di fiori rossi. Se in questi bei paesaggi vi fossero cittadine un po’ civettuole, questa parte del regno di Napoli sarebbe proprio il paradiso”, mentre sembra essere covo di briganti.
    Per molti viaggiatori passare per campagne tanto deliziose, dalle produzioni sì varie, è uno estremo piacere. Il reverendo statunitense J.E. Edwards, 21 anni dopo, rimase colpito dalla profusione di boschetti di aranci e di limoni. A suo dire, “le arance sono di gran lunga superiori a quelle che io abbia mai assaggiato – grandi, succose e deliziose, la polpa tenera come quella di un’anguria matura, e la buccia si toglie facilmente con le dita come si fa con l’involucro di una pasta semicotta al forno.”
    Dall’ Itinerarium Italiae totius…, datato 1602, riportiamo la descrizione del tratto in salita dell’Appia, dopo Fondi: “Per questa, da entrambe le parti fiancheggiate di mirto, verdeggiante e di lauro, si sale dolcemente ai colli feraci di vino e d’olio dove sta il Castello d’Itri”, paese sepolto in una conca tra i monti, le cui invalicabili torri, che misuravano con la loro altezza la paura dei loro abitanti, sono la testimonianza di truci baluardi di difesa, di tempi feroci, di lotte sanguinose contro i saraceni; paese che resta medioevale con le sue stradine che sfociano su scalinate o su fontane.
    Andrea Scoto in Itinerario , overo Nova Descrittione de’ Viaggi principali d’Italia…, guida del 1629, riporta che “si vede il castello d’Itri situato in alcune colline fertilissime di fichi, olive et altri frutti”.

Alfredo Saccoccio

(continua al prossimo numero)

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La Venere di Milo: segreti di bellezza di una dea. Anatomia di un capolavoro

Posted by on Giu 10, 2019

La Venere di Milo: segreti di bellezza di una dea. Anatomia di un capolavoro

La Venere di Milo: segreti di bellezza di una dea. Anatomia di un capolavoro

   Con il suo busto mutilato, i suoi moncherini a fior di spalla, questo marmo sembra aver iniziato male per un concorso di bellezza. Tuttavia, esso incarna un modello femminile d’estetica ! La sua storia permette di risolvere questo paradosso. La statua, della fine del II secolo a. C., è

scoperta casualmente, coltivando un campo,  nel 1820, sull’isola greca di Melos, senza braccia, e acquistata per 1500 franchi, per conto di Luigi XVIII, che ne fa dono al Museo del Louvre. All’epoca, il museo deve restituire il bottino portato via dalle truppe napoleoniche, particolarmente il “Laocoonte”, quella impressionante scultura rappresentante un sacerdote e i suoi due figli alle prese con dei serpenti. La “Venere di Milo” sostituisce il capolavoro e si impone sin da allora come la più importante scultura greca del museo parigino. Rapidamente, un altro avvenimento accresce la sua notorietà. La Grecia, sotto il dominio ottomano, si innalza. Artisti ed intellettuali difendono con fervore la sua indipendenza. E la “Venere di Milo”, strappata ai Turchi, diviene il simbolo della Grecia liberata…imponendosi definitivamente come un’icona che ispirerà Dalì, Yves Klein o Arman.

   Le cure del 2010 portate alla statua hanno condotto a rivelazioni : una piccola carta nascosta sotto il seno  e scarabocchiata ha indicato che essa era fatto oggetto di un precedente restauro, non documentato, nel 1936. Però la dea serba i suoi principali misteri. Non si conosce, per il momento, precisamente né il suo autore né la sua data di nascita, né la figura mitologica che rappresenta ! La “Venere di Milo”, dell’altezza di 2,o2 m., non è forse neanche una Venere…

                                     Il volto : classico e misterioso

   Vagamente imbronciata ? Serena ? Impassibile ? L’espressione della Venere di Milo resta indecifrabile. Quello che colpisce è soprattutto l’armonìa dei tratti e delle proporzioni. Guardandola da più vicino, ci si accorge  che il volto è diviso in tre parti uguali : la fronte, il naso e il basso del volto (dalle nari al mento) hanno altezze identiche ! La pettinatura in crocchie, con le sue graziose ciocche che scorrono liberamente sulla nuca, può far pensare al più celebre scultore greco, Prassitele, nato verso il 400 a. C.. Falsa pista. La “Venere di Milo”, dal corpo leggermente “contorto”, è una composizione elicoidale troppo moderna per lo scultore. Essa non ha potuto vedere la luce che verso il 100 a. C., come sostenuto dal Lippold, che fa derivare la raffinata scultura in marmo  dal tipo della “Venere di Capua” attribuita alla cerchia di Lisippo.

                                         Il ventre : la carne si mette a nudo

  Quello che fa propendere per l’ipotesi sia una Venere è quel ventre scoperto. Nell’Antichità, Afrodite, il riscontro greco di Venere, era rappresentata seminuda. Con le sue curve rotonde, che valorizzano la sua femminilità, la statua è particolarmente sensuale. Notate come la linea obliqua della taglia, parallela alla linea delle spalle, rende la posa notevolmente armoniosa.

                                                  Il panneggio : una stoffa che vive

   Ammirate la resa, il vigore espressivo della pesantezza del tessuto che si ammassa sulla vita. Le pieghe potenti, che formano delle onde regolari sul drappo, accrescono la dinamica dell’insieme. E l’ancheggiare della divinità la rende ancora più viva. E’ una posizione molto diffusa nella statuaria classica. “Il contrapposto” si porta su una gamba il peso del corpo, essendo l’altra leggermente ripiegata.

                                              Le braccia : il grande enigma

La comparsa delle braccia, mai ritrovate sul sito greco dove ha avuto luogo la scoperta, lascia il campo libero  a tutte le ipotesi. La scultura era appoggiata ad un’altra ? Teneva uno specchio ? Era appoggiata contro un pilastrino ? La questione resta aperta… ed è ben frustrante, poiché senza i suoi attributi (Artemide porta un arco, Atena un ramo di olivo, eccetera), è impossibile conoscere l’identità vera della divinità ! La mano sinistra  stringeva la mela, attributo simbolico del nome dell’isola di Milo ? La destra tratteneva il panneggio ?

                                               Le anche : l’arte dell’artificio

Non notate niente di speciale a livello della vita della statua ? Tuttavia è qui che si congiungono i due blocchi indipendenti, il busto e le gambe, che sono state lavorate separatamente. L’artista ha abilmente dissimulato gli attacchi verticali sotto il panneggio.  E degli elementi sono scomparsi, come i gioielli metallici (una collana, degli orecchini, una benda) che portava la giovane donna. Di quegli ornamenti, non restano che i buchi in cui essi erano appesi. Bisogna così immaginare che delle pitture policrome ricoprivano il marmo… La Venere non è sempre stata così sobria !

   In ultima analisi, possiamo dire che la scultura resta un enigma : perché questa donna, emersa dalla spuma marina, sprovvista di braccia, è divenuta un’icona ?

Alfredo Saccoccio  

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