Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Storia di Mae West di Alfredo Saccoccio

Posted by on Giu 5, 2019

Storia di Mae West di Alfredo Saccoccio

   Nel 1927  Mae West era già nota in America come attrice di teatro e scrittrice di romanzi popolari. Cominciò a recitare a tre anni, imitando le persone che facevano visita a sua madre. Il padre, Jack West, antico campione  dei medioleggeri, le insegnò la boxe e gli esercizi acrobatici. E’ così che, più tardi, Mai stupì un assoistente  degli studi della Paramount, sollevandolo da terra con una sola mano.

   Come attroce si fece  subito notare per le sue interpretazioni di donna facile e carnale. Le sue forme floride e bianche, la sua recitazione aggressiva e piena di sottintesi, le sue canzoni equivoche e sensuali, suscitarono presto l’entusiasmo popolare.

   Nel 1927 fu condannata a dieci giorni di carcere a Welfare Island  per essere apparsa seminuda  sulla scena nella commedia “Sex”. Quando il furgone della  polizia venne ad arrestarla in teatro,  ella prese con sè un paio di calze di cotone per indossarle in cella.  Tutta la sua “troupe” l’accompagnò in automobile fino al carcere, gettandole fiori.

   Il giudice lodò la giuria che l’aveva imprigionata. Quando sua madre, che era devotissima, seppe dell’incidente, morì di crepacuore. In quello stesso  tempo, in Inghilterra  si protestò, nei quotidiani e nelle riviste, contro l’attrice, che nelle sue interpretazioni metteva in cattiva luce i marinai del Regno Unito.

   Più tardi, Mae West portò sulle scene “The Constant Sinner” nel dipartimento di Washington, ma il teatro, aperto un lunedì, fu chiuso due giorni dopo. Mae West indossava uno scandaloso costume trasparente.

   L’anno dopo Mae pubblicò “Lady Lou”, romanzo che ebbe  un enorme successo in tutti gli Stati Uniti e, d’un tratto, il suo nome divenne celebre.

   Il lavoro fu poi adattato per le scene. Alla prima recita privata del dramma, la “Lega delle Donne”, che già aveva protestato per la pubblicazione del romanzo, intervenne con un parere contrario alla rappresentazione dello spettacolo.  Mae West cambiò  alcune scene, altre le soppresse ed il testo, quasi immutato, poté ottenere  il voto favorevole della censura.

   L’ostilità della “Lega delle Donne” accrebbe la curiosità del pubblico, tanto che il dramma fu rappresentato per migliaia di sere.  La folla dimostrava così la sua simpatia per questa donna straordinaria.

   Le Case cinematografiche di Hollywood subito le proposero di ridurre il lavoro per lo schermo. Dapprima Mae West non volle accettare, forse perché le proposte le parevano insufficienti, o perché si riteneva  soddisfatta dei suoi successi teatrali. Tuttavia nel 1932 la Paramount, con un contratto le cui norme dovevano essere dettate dall’attrice stessa, riuscì a convincerla.

   La sua carriera cinematografica comincia qui. Nel 1935 Mae West è l’artista più pagata di Hollywood. Da quest’anno  il  suo salario annuale raggiunge infatti i 480.833 dollari, mentre il presidente degli Stati Uniti ne guadagna 75.000.

   Il film fu presentato in visione privata, in uno dei maggiori locali di Hollywood. Erano presenti tutte le iscritte della “Lega delle Donne”. Lo spettacolo fu continuamente disturbato dalle furiose zitelle e quando si giunse all’episodio in cui Mae West, nelle vesti di lady Lou, per cinque volte invita un uomo, senza sottintesi, a seguirla, scoppiò un tale uragano di urla che fu assolutamente impossibile proseguire.

   Accesa la luce, il frastuono continuò ancora per un bel pezzo; poi le donne, rauche e stanche, visto che la programmazione non riprendeva, si quietarono e tacquero.

   Allora da un palchetto di proscenio si alzò a parlare Nathan Burkan, uno dei più famosi avvocati americani, morto a New York  nel 1937. Egli esaminò e analizzò tutta la parte del film proiettata fino a quel momento e concluse dicendo : “Propongo che questo film porti nel sottotitolo le parole: “Film  per la propaganda morale ed educativa”, perché l’esempio più convincente che si potesse mai immaginare e realizzare per la lotta contro la prostituzione”.

   Le proteste  delle donne si levarono di nuovo violentissime e Nathan Burkan passò uno dei più brutti momenti della sua carriera. Il risultato di questa battaglia fu che il film non ebbe il sottotitolo suggerito dall’avvocato, ma non venne neppure proibito. Da quel  momento, cominciò anzi il suo successo, che si protrasse per mesi e mesi in tutti i villaggi e le città americane.  Strade e piazze di tutti i paesi portarono il nome dell’attrice; una grande quantità di “clubs” lo scelsero per titolo; ritrovi, bar, marche industriali – da quelle delle automobili a quelle dei lacci per le scarpe – stamparono “Mae West” o “Lady Lou” sui loro prodotti.

   Il colpo di grazia, però, per la “Lega delle Donne” fu la nomina di Mae West a Consigliere Delegato in capo dell’ “Associazione Americana delle Donne Giovani”. Le proteste non valsero a nulla: ormai Mae West era considerata dal popolo americano come una sua eroina.

   Nessuna traccia di scandalo  toccò mai la vita privata dell’attrice. Ella non fumava e non beveva; amava la pallacanestro e il calcio, il pugilato e la lotta, le corse automobilistiche, le cotolette, i diamanti e gli uomini. L’attrice amava mostrarsi ai fotografi durante le scene più suggestive dei suoi lavori. Mae è orgogliosa della sua figura e del suo portamento. Alta cinque piedi e quattro pollici, ha un busto di 36 pollici, la vita di 26 e le anche di 36. Diceva che non ha mai fatto dieta e che le bistecche arrosto erano la sua passione.

   Molti giornali statunitensi gareggiarono per avere la sua collaborazione. Quasi tutti ebbero la sua firma; parecchi le riservarono addirittura una pagina : Mae West tenne così la rubrica delle risposte alle interrogazioni dei lettori.

   Una  dattilografa di Tampas le scrisse : “Io sono già sposata ed amo ancora mio marito; però ora desidero un altro uomo. Che debbo fare?”. La risposta fu breve ed esplicita : “Tienili tutti e due”.

   Un’altra domanda : “Devo dire a mio marito che, prima di sposare lui, ho avuto un amante? ”. La risposta di Mae fu esattamente la seguente : “What a man doesn’t know doesn’t hurt him”, cioè : “Naturalmente, no: perché l’uomo, finché non sa, non soffre”.

   Questa frase fruttò all’attrice almeno un milione di dollari di  diritti dai giornali, riviste, insegne di negozio, marche di profumi, ecc., che fecero a gara per riprodurla.

   Alfredo Saccoccio

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Von Stroheim intimo di Alfredo Saccoccio

Posted by on Mag 29, 2019

Von Stroheim intimo di Alfredo Saccoccio

   Erich von Stroheim è era un uomo fiero, pieno di dignità, con quel suo collo da lottatore, la cicatrice sul sopracciglio destro, la sua correttezza militare.

   “Amare il proprio lavoro”, sospirava sorridendo con  i suoi occhi vivi e penetranti, “amare il proprio lavoro ed eseguirlo con entusiasmo. Esiste forse una gioia più grande sulla terra? Non si fa niente di buono, per forza. Domandatemi tutto ciò che voletesapere. Sono felice di parlare con qualcuno che mi conosca meglio di coloro che ho visto giornalmente per molti anni. MI è successo di stare mesi e mesi senza dire altro che “buon giorno” o “grazie”. A me invece piace discorrere. L’importante è che in Europa non si raccontino su di me  cose noiose. Ho in orrore le leggende sul mio conto. Non mi vergogno davvero di tutto ciò che ho fatto. Ho pulito le scuderie, ho venduta carta moschicida in una stazione ove non c’erano mosche,, ho anche lavato i piatti, ho fatto l’usciere, sono entrato negli  “studios” come comparsa : non lo nascondo;  ma non voglio che si raccontino fandonie sul mio conto”.  

                                                  Il biglietto della lotteria

    Eric Oswald Hans Stroheim von Nordenwall nacque a Vienna nel 1888. Figlio di un colonnello austriaco, entrò all’Accademia militare di Neustadt. quando una disgrazia politica rovinò la sua famiglia. Nel 1909 sbarcò in America. Per meglio rompere ogni legame con il mondo che abbandonava, piuttosto che servirsi delle lettere di raccomandazione di cui era munito, preferì fare tutti i mestieri. Umiliazioni, viaggi in vagoni merci e caffè nero invece dei pasti quotidiani. Il suo lungo vagabondaggio terminò a San Francisco.

   “Affamato, al mio ingresso in quella città”, raccontava Stroheim, “decisi di entrare in una trattoria per essere in gamba l’indomani. Disgraziatamente ignoravoi i prezzi eccessivi della città californiana, e  mi accorsi, deopo essermi sfamato, di avere appena da pagare la metà del conto  che mi presentò un formidabile “yankee” dagli occhi bovini. Inutile  cercare di discutere con quel tipo. Riuscii a placare la sua collera, offrendogli il solo bene che possedevo : un biglietto per la lotteria messicana, che avevo pagato due dollari. Tre giorni dopo, il biglietto vinse e l’oste intascò trentamila dollari.

   “Ricordavo il numero del biglietto. Ero senza lavoro. Mi recai dall’oste a domandare una parte del guadagno, ma quello non ne volle sapere. Dovetti farmi forza per contenere la rabbia contro quel bruto. “Sono io che vi ho portato fortuna”, insistetti dolcemente, “se non volete darmi un soldo su ciò che vi ho fatto guadagnare, permettete ch’io venga qui a mangiare, finché non mi trovi in grado di pagarvi”

   “Il padrone del locale mi spinse bruscamente verso la porta d’uscita, ricordandomi che la legge americana proibiva il traffico dei biglietti delle lotterie, e non mi restava che scomparire se non volevo finire in prigione”.

                                                Incontro con Flora

   Quando von Stroheim era in cerca di fortuna, negli studi di New Jersey, verso il 1915, in compagnia di due cineasti irlandesi, uno dei quali andò in prigione, indicò all’altro, dietro il vetro del vagone  che si approssimava a New Jersey, la scuola  militare di West Point. George Hill si chinò, ammirando a lungo i famosi edifici, finché un granello di polvere di carbone gli entrò nell’occhio. La sua palpebra arrossata batteva ancora comicamente all’arrivo a New Jersey. George Hill, che era l’uomo d’azione del trio, gridò imperiosamente a un autista di tass’ di condurli in un buon albergo.

   “Potete fidarvi di me”, disse l’uomo, rispondendo ad una strizzatina di occhi involontariamente ammiccante di George Hill, e li condusse in una casa così ospitale e confortevole, che iln solo abitante mascolino era il portiere. I tre amici, spossati da quattro  giorni di viaggio in treno, non si accorsero, se non dopo qualche ora, di come l’autista aveva interpretato l’infermità passeggera di George Hill. Essendosi ormai installati, restarono in quell’albergo fino a quando la polizie lo fece definitivamente chiudere.

   Durante una sinistra notte di un inverno newyorkese, Stroheim, le mani nelle tasche, erava senza soprabito, lo stomaco vuoto, attendendo il momento di morire congelato, quando si imbattè in una donna, vestita con eleganza chiassosa, che gli lanciò uno sguardo di pietà. Avendola riconosciuta, attraversò la strada, vergognoso di offrirle lo spettacolo della sua miseria. Ma ella pure lo aveva riconosciuto e lo raggiunse. Era Flora, una sua antica amica. Flora lo condusse a casa sua, lo vest’ a nuovo, gli dette di che vivere fino al momentoi in cui potette ritrovare lavoro e rimborsarla. Eric von Stroheim visse da Flora e dormì su un sofà, nella camera ove lei pure viveva insieme a un suo amante.

                                                   Vita di comparsa

   La vita dell’antico cadetto austriaco  è piena di contrasti. Affamato, scoraggiato, grazie alle sue qualità di cavallerizzo riuscì a trovare un posto di agente di polizia a cavallo. Promosso maestro di equitazione, filò a gran galoppo verso Los Angeles, dove sapeva che si facevano film. Come comparsa, fi impiegato regolarmente in parti di personaggi odiosi.

   Ogni mattina andava a piedi ad uno studio, mentre tutti gli altri vi si recavano in vettura. Hollywood era ancora un villaggio. Non avendo mai i quaranta “cents” necessari per pagare un tassì, Stroheim subì, ogni giorno, l’affronto di essere ricoperto di polvere dalle automobili di attori oggi dimenticati, mentre compiva  con accanimento la sua passeggiata di cinque miglia. 

   Ma ecco che gli Stati Uniti dichiarano la guerra alla Germania. Gli studi girano una serie di film di propaganda, nei quali c’è, di solito, una parte di ufficiale tedesco. Nessuno, a Hollywood, è in grado di avere una faccia di “boche” come lui. Un personaggio del cinematografo era nato così e si imponeva. Questo ufficiale di un’eleganza gelida, educato, corretto e ipocrita, con la sua impassibilità convenzionale, rivelava una sensibilità  e una crudeltà insolite agli schermi di Hollywood.

    Quelle prime composizioni valsero a von Stroheim una scrittura di Carl Laemmle, il fondatore dell’Universal, nel 1919. Egli stesso diresse lo scenario che aveva composto. Il suo nome divenne subito celebre. “La legge delle montagne” (“Blind Husbands”) ebbe un tale successo che, subito dopo quel film, gli permisero di ricostruire Montecarlo alla Universal City, per girare “Femmine folli”.  

                                          L’uomo che amereste odiare

   Gli agenti di pubblicità circondarono Stroheim di una “réclame” strepitosa. “Si pubblicò la mia fotografia e mi si chiamò “l’uomo che amereste odiare”. Si può essere più idioti?” grida Stroheim spegnendo il furore della sua collera in un bicchiere colmo di “whisky”. “Come se la gente amasse odiare! … E mi recarono un danno immenso, facendomi apparire una specie di energumeno megalomane e arrogante. Io ero il fauno, il sadico, il munifico, il genio pazzoide. Credevano di farmi piacere! Non hanno visto che l’apparenza delle cose ed hanno cercato di influenzare il pubblico, nella persuasione di assecondare i suoi vizi. Ho avuto il torto di non darvi subito peso, perché in seguito, quando ho avuto dei fastidi coi produttori, tutti dicevano : “Non è da stupire, è uno stravagante, egli ha buttato abbastanza denaro dalla finestra”. 

   “Si dimenticava che i miei film dovevano durare tre volte più degli altri. Oggi dsi ammette chre un film occupi tutto il programma d’una serata. Ciò che il ben noto Capra è riuscito a imporre con “Deeds” e “Lost Horizon” mi faceva passare, dodici anni fa, per un demente. Ci volevano sei ore per vedere “Greed”, nel mio montaggio originale. Ero d’accordo anch’io che fosse un po’ lungo, ed ho passato diversi mesi a cercare di ridurre alla metà il film. Hanno trovato che era ancora troppo lungo. Allora ho piantato tutto. Hanno tratto dal mio lavoro un film che non ho mai voluto vedere.

   “Fui accusato di aver fatto durare “Greed” più a lungo di un film normale per guadagnar denaro. La verità è che avevo ricevuto una somma “a forfait”, per girare il film. Dopo aver lavorato quasi due anni, mi restava appena di che sfamarmi, e mia moglie npn aveva che un solo abito.

   “Se mi sono intestato su “Greed”, è perché sapevo che era la cosa migliore che avrei mai fatto. Il dramma, per chi fa il cinema, non è l’insuccesso , ma il fatto che il film non può resistere per sempre. Il metallo, il marmo, la pergamena, la carta, talvolta, resistono al tempo, ma la pellicola è fragile. Non si conosce il valore d’un’opera d’arte che molti anni dopo che ha visto la luce. Tra venti anni, che ne sarà dei nostri film? Se frattanto non sono stati distrutti!”.

                                                  Superstizioni

   Fervente cattolico, Eric von Stroheim è, nondimeno, estremamente superstizioso. Se a tavola rovesciate il sale, diventa verde e vi obbliga a buttare,come lui, un pizzico di sale dietro le spalle. Essendosi accorto, in strada, che il fusto di un fanale lo aveva separato dall’amico, mentre parlavano, tornò indietro e fece il giro del fanale per venire   a prenderlo a braccetto. “Non voglio perdere la vostra amicizia”, gli disse, impermalito per il suo sorriso ironico.

   A Parigi, scelse il suo alloggio in un appartamento ammobiliato, il cui lusso falso e stupido avrebbe dovuto allontanarlo a prima vista. Fu necessario che, nel corso di una discussione telefonica con un produttore, alzasse gli occhi al cielo e che ilm suo sguardo scoprisse dei pavoni nei riquadri decorativi del soffitto, perché si decoidesse a sgomberare. Perché le penne, il grido e l’effige del volatile consacrato a Giunone gli isiprano la più grande sfiducia. Inutile dire che tutti gli affari che trattò durante il suo soggiorno nella casa dei pavoni ebbero un esito disgraziato.

   Nel 1937 Eric von Stroheim, diventato divo del cinema francese,  fu in causa con due produttori. Se è evidente che una certa sfortuna lo perseguitava e che attraversava spesso lunghi periodi neri; se è penoso che quest’uomo, la cui fede gli impedisce di naufragare nella disperazione , sia stato colpito nella persona del figlio, che è restato, per diversi anni, paralitico, e della moglie, che è stata atrocemente sfigurata nell’incendio di una sala di parrucchiere, è permesso di pensare che questo leone potente ed indomabile ha talvolta dei colpi di zampa maldestri o si regola come un gatto spaventato dalla tempesta imminente. A dispetto della sua affabilità e della sua intelligenza, le reazioni di Stroheim sono molto spesso inattese ed inquietanti e quantunque viennese, colto e di spirito lucido e maturo, dopom venti anni di soggiorno negli Stati Uniti, questo americano naturalizzato, che non sa più parlare tedesco senza una punta d’accento “Yankee”, ha le meraviglie puerili di un americano. Così, vi spiegherà che non capisce come in Francia si lasci il pane a portata di mani anche non pulite, invece di involtarlo nel cellofan come negli Stati Uniti, nonostante che la Francia sia la patria di Pasteur!

                                                          Peccatore pentito

   “E’ passato molto tempo”, raccontava Eric von Stroheim, “dall’epoca in cui ebbi la possibilità di scrivere, di dirigere e d’interpretare le mie produzioni. Quando fui obbligato a girare film di altri, ho incontrato qualche regista che mi ha trattato gentilmente, ma troppi colleghi gelosi mi hanno fatto  duramente capire che era giunto il mio turno d’ubbidire. Ho serbato un triste ricordo di quelle umiliazioni, e, sul piroscafo che mi conduceva in Francia, mi domandavo quale accoglienza avrebbero fatto, a me che parlavo appena il francese. Vestito della mia uniforme dedesca, mi trovai abbastanza  a mio agio… giacché sono 23 anni che mi fu affidato per la prima volta la parte di ufficiale tedesco. Entrando nello studio mi dicevo : “Ecco a che punto mi trovo; ricominciare dal principio””.

   Eric tremava di paura, entrando nello studio dove si girava “Marta Richard”. Tempo prima, Stroheim era stato colpito da una zampata di un cavallo alla nuca e, prima della partenza, soffrendo di quella vecchia ferita, dovette subire un intervento chirurgico. “Sulla banchina avevo 38° di febbre”, raccontava Stroheim, “e una fasciatura mi copriva la testa. Non potevo toglierla. Siccome la prima scena si svolge al principio della guerra, era verosimile che l’ufficale degli ulani, che dovevo rappresentare, fosse stato colpito da uno scoppio di granata. La proposta fu subito accettata dal regista Raymond Bernard. Tuttavia non mi sentii a mio agio a Joinville, che quando, tra due riprese, un elettricista mi venne incontro e mi parlò in inglese.

   “Mi trovai talmente bene in quello studio, e restai così commosso per l’amicizia che mi dimostrava tutta la compagnia degli attori, cominciando dalla stella Edvige Feuillère, che dimenticai l’attitudine grave e contegnosa che esigeva la mia parte di spia, e, alla fine di un lungo giorno di lavoro, essendo stato obbligato a rappresentare la parte di chi combatte il proprio paese, caddi a unm tratto in una crisi di pentimento, e mi ricordai di non essere altro  che un tremendo peccatore”.

   Stroheim raccontava come pretese che lo trasportassero a Santa Rita, affinché potesse inginocchiarsi davanti al suo confessore abituale. Durarono molta fatica a convincerlo che era a Parigi e non a Vienna e che dovevano essere passati trent’anni da che aveva cambiato confessore. Le lacrime sollevarono la sua disperazione momentanea e tutto sarebbe terminato dignitosamente e discretamente se l’infermiera, che egli era stato costretto ad assumere per vegliare sulla sua salute, non avesse creduto, da buona puritana, di dover assumere una sfumatura d’ironia per le parole consolatrici con cui gli amici colmavano Stroheim.

   L’attore prese fuoco di colpo e, in un momento d’isterismo, ingiuriò “i miserabili mangiatori di ranocchi”, che sembravano dimenticarsi l’onore di aver presso di sé un genio. Questo genio voleva confessarsi a Santa Rita ed essi non erano capaci di dargli ciò che voleva. La serata finì alla Basilica del Sacro Cuore di Montmartre.

Alfredo Saccoccio

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“Napoleone unico”, pièce vuota di Alfredo Saccoccio

Posted by on Mag 14, 2019

“Napoleone unico”, pièce vuota di Alfredo Saccoccio

    Per questi “virtuosi del fiato” cui manca funo la grancassa vittorughiana  e il bacio della rima, Napoleone, o “Napoglione”, come diceva Madama Madre  e sapientemente ripeteva la signora Mercedes Brignone, è una bazza.

   Triste destino essere stati “tre volte nella polvere, tre volte sull’altare, e finire tra le mani di “monsieur” Paul Raynal. Ma buffa anche la sorte dell’attore, che si maschera da Napoleone, si mette la patacca della Legion d’onore sul costato, si fa la virgola sulla fronte e i calamari sotto gli occhi . e, d’un tratto, si ricorda che si chiama Renzo Ricci! 

   La commedia è un mattone vuoto , dovuto a quel re  del pompierismo che si chiamava Paul Raynal Il titolo di questa “pièce” si impone da sè e richiede un’interpretazione sua propria. L’intenzione non ci è sfuggita  di escludere, per mezzo di quell’”unico”, ogni altro eventuale Napoleone. Però in quella determinazionre si ravvisano pure propositi più miti e financo commerciali, simili a quelli per i quali Wagner chiamava sua moglie “die Einzige” e Unica, del pari, si è nominata una fabbrica di cioccolatini.

   Sciccherie si questo genere Victor-Marie Hugo le pigliava dall’altro verso e, tacendo del primo, chiamava il terzo “Napoléon le petit”.

   L’arte preferisce l’effetto indiretto.

   Nell’atto primo, Napoleone, in vestaglia e pantofoline rosse, fa meno figura di capitano che di energumeno, cui una buona dose di sedobròl riuscirebbe di gran profitto, sempre quando la fondazione della casa Riche non fosse posteriore al 18 brumaio.

   Nell’atto secondo, Napoleone, vestito di una pelliccia di gigione, ci assicura, per mezzo di Madama Madre che, per far cessare definitivamente le guerre, basterebbe che “lui avesse un figlio£”.

   Nell’atto terzo, Napoleone, vestito da stampa dell’epoca, con il fracchettino verde e i calzoni bianchi, ci comunica, tramite Giuseppina, che, mentre il mondo lo crefdeva immerso a Vienna in gravi faccende strategiche e diplomatiche, lui fecondava illegittimamente una donna, sempre con il fine “di far cessare le guerre”.

   Il senso del ridicolo non è tra le più spiccate qualità del signor Paul Raynal.

      La fine corona l’opera.

      Invitato da Giuseppina a “coucher avec”, per l’ultima volta, Napoleone, dopo breve ma straziante alternativa, preferisce parafrasare il “Beethoven” di Lionello Balestrieri e, a questo fine, si pone davanti a un tavolino “stile impero” e si riduce a “maschera nuda”:

   Cara Giuseppina! Che peccato il suo invito vada sprecato, con tanti begli appetiti sparsi in platea!

Alfredo Saccoccio                                              

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Il Leopardi di De Robertis

Posted by on Mag 5, 2019

Il Leopardi di De Robertis

      La fortuna di Giacomo Leopardi  si sa quanto ha variato fra noi. I lettori italiani per tutto un secolo,  mentre magari  l’onoravano come un poeta del Risorgimento, finivano con il trascurarlo, intenti  a diverse letture e ciò è ben comprensibile, se si pensa come Alessandro Manzoni , nato prima, gli abbia sopravissuto  e come, dopo Manzoni, stesso, si siano avuti  in Itala poeti non più grandi, ma almeno  tali da avere  un’eco rara  nell’animo dei cittadini della nuova nazione.  Leopardi, per anni, è restato, appena di nome, un grande poeta: Ha avuto i suoi lettori, eppure è restato, sia come lirico,  sia come prosatore in disparte. Il suo insegnamento cadeva senz’altro nel vuoto.

   Cose che non avvenivano senza ragione. Gli insegnamenti di Leopardi  prosatore  potevano dare l’avvio  ad una prosa moderna, di cui l’Italia pare che non abbia  avuto necessità fino al 1915. Il Leopardi  lirico poi  non poteva essere inteso  che a metà. Ora quello delle canzoni  all’Italia,  l’altro un po’ seicentista: sfuggiva ai letterati il punto dolente  di un poeta tanto moderno.  Strano a dirsi, Leopardi, che non  è certo il poeta che piacque di più a Pascoli  e a d?Annunzio, è divenuto  comprensibile appieno  dopo Pascoli e d’Annunzio: Dopo di loro, quando la poesia italiana, esauriti per sempre  o momentaneamente che sia, certi schemi tradizionali, si è volta ad effetti che potremmo dire musicali : “Se mai fu dato d’avvertire”, scrive De Robertis  nel capitolo del suo saggio dedicato ai Canti, “stato d’animo “musicale”, nello spirito dico della musica, indeterminato e  reale insieme, questa è la volta  che un poeta  gli diede espressione con la sostanza più elementare e lontana delle parole, e con le modulazioii più arcane. ”

   Così è De Robertis di fronte a Leopardi. Giuseppe De Robertis è, a modo suo, e, diremmo quasi nascostamente, un umanista, un critico di lettere che tutti sanno.  Da noi raramente è possibile affidare  l’edizione di un classico ad un critico di cose vicine.  La nostra letteratura è grandissima agli occhi di tutti, ma resta cosa lontana allo spirito di tanti.  Spesso si legge un classico solo per il gusto e per la nobiltà della lingua: insomma per trovarci insegnamenti formali.  Si è parlato tanto di romanzo in questi ultimi anni e poco di Boccaccio, Sacchetti, Lasca,, Basile.  Riguardo a Leopardi, le cose non stanno diversamente. Se c’è un poeta che può aiutare  quei pochi poeti giovani che ci  sono in Italia è Leopardi. Mentre spesso, appena  un poeta italiano  lo accosta, non ne trova   che accorgimenti  di metrica e di forma. La musicalità che diceva De Robertis sta invece altrove: non nella canzone, non nell’endecasillabo di Leopardi, che spesso è visto di fianco e sempre parzialmente. Lo si dice poeta e prosatore moderno, mentre poi non si cava da lui che quegli esempi di lingua e di stile  che si possono cavare da scrittori assai più inattuali. Mentre l’insegnamento di Leopardi ora meno che mai può essere scolastico.

   De Robertis, di fronte a Leopardi, non è uno scrittore in cerca di novità. Vuole essere di Leopardi lo studioso  o al massimo il lettore.  Legge e non mira all’articolo; anzi  ad un’ideale antologia. E’ sempre  il suo abito mentale del ricercatore di pezzi, sicché l’articolo da rivista, quando salta fuori, risulta come trama di appunti per una scelta da fare.  Quasi viene un sospetto: che De Robertis, se non avesse certa consuetudine per le lettere contemporanee, non lo scriverebbe nemmeno l’articolo. Ma quella consuetudine dura da anni e gli deriva da assai lontano : dai tempi de “La Voce” e dell’amicizia con Serra, che non fu un’amicizia casuale, di quella che nasce o sui banchi di scuola o al caffè. Un’amicizia volontaria, diremmo : raggiunta soltanto per elezione.

   De Robertis sempre di un autore ti dà la trama, la rete. Va annotando i punti che poi  gli serviranno non per tirarne fuori un saggio discorsivo, anzi tutto il contrario. Se c’è nella nostra letteratura un critico che sfugge il bozzetto, privo addirittura del gusto per la cronaca letteraria, è lui. Come di fronte all’ultimo volume di un giovane, così è De Robertis di fronte a Leopardi. Con Leopardi maggiore è l’impegno, perché maggiore è stato lo studio. La rete sarà più vasta. E il saggio premesso al primo volume delle opere di Giacomo Leopardi è veramente una trama vastissima. Sono cinque lunghi capitoli : sul “primo Leopardi”, sullo “Zibaldone” (dove utilizza, in parte, certi suoi studi già pubblicati), sulle “lettere come storia di un’anima”, sulle “Operette morali” e, infine, sui “Canti”. Rete fittissima e prova fittissima. Addirittura un sommario di Leopardi.

Alfredo Saccoccio

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Paul Valéry a Roma di Alfredo Saccoccio

Posted by on Apr 26, 2019

Paul Valéry a Roma di Alfredo Saccoccio

    E’ aprile del 1924, quando Paul Valery, nel salottino, parla con il padrone di casa  della sua formazione artistica. Del nesso fra le sue cognizioni di matematica e i versi.  Parla un po’ francese e un po’ italiano. Il suo italiano è fluido e ricco  di vocaboli, anche per il fatto che,  quando egli parla francese, si mangia metà delle parole e si dura fatica a tenergli dietro. Parla con un tono dimesso e semplice, che dà grande autorità alle sue parole. Ora insiste sul valore dei trapassi in poesia : “Bei versi tutti i poeti non hanno; ma è il collegamento fra i tratti d’ispirazione il più arduo compito del poeta. Trovare l’armonia, la misura,  il modo affinché tutto fili e proceda senza scosse e ineguaglianze, come una vettura  su un terreno spianato.  Di queste leggi  di mestiere, io mi son fatto lo scopo massimo.  Io sono un versificatore, non un poeta…”.

   “E allora come spiegate che i popoli primitivi abbiano avuto  la poesia e non la prosa ? ” gli chiede uno dei presenti.

   “Ma quella poesia là è soltanto linguaccio”, risponde Valéry.

   “O piuttosto”, obietta un altro, “essa era artificio e si è trasmessa attraverso le epoche proprio perché era artificio”.

Con d’Annunzio

   A proposito della poesia intesa come musica, il  Valéry dice : “Nella musica  ci sono gli strumenti. Lo strumento dà il suono : una cosa cioè  che è già di per sè una condizione eccezionale; una cosa che suggerisce di per sè il fatto arte.  La poesia invece si fa arte servendopsi dei suoni e dei rumori comuni con i quali si denominano le ose usuali nella vita degli individui”.

   Valéry si volge a Giuseppe Prezzolini chiedendo della sua vita e del suo lavoro : “Oh, io scrivo delle cose usuali” , risponde l’interpellato. £Non appartengo ai  suoni, io ; ma soltanto ai rumori e che restan rumori. Domandi a Cecchi, piuttosto; lui è un’altra cosa”.

   Era reduce, il Valéry, da una visita  a d’Annunzio. Ed era ancora vibrante delle varie impressioni di questa visita, soprattutto della rapidità vertiginosa con cui l’automobile del Comandante lo aveva trasportato da Brescia a Gardone. Una corsa pazzesca. “Mi sentivo portar via le palle degli occhi e giuravo dentro di me che era finita, che non avrei mai più riveduto il suolo di Francia. Mi ritrovai, ancora stordito, in una cella  dalle pareti di legno, sulle quali si alternavano motti latini e cilizii francescani. Da un lato, la fiamma  nel camino; dall’altra una goccia d’acqua che cadeva con ritmo lento in una vasca. In quel mistico raccoglimento ebbi agio di rimettermi, se non di  meditare, come forse era nell’intenzione del mio illustre ospite”.

   Descrive con molto brio il Vittoriale: le sale, il sacrario, l’ara dei sacrifici,,, il ponticello che anch’egli passò pagando il soldino,, le poltrone per tre misteriosi traditori, la sobrietà dei pasti ::: “C’est un drole de type”. Ma che uomo meraviglioso di vita, di entusiasmo, di passione, di disciplina. Mi ha detto che crede  di incominciare a saper scrivere soltanto ora”. E ce lo fa vedere, attraverso le sue parole. piccolo, piccolo, magro, con la testa completamente calva e sbarbata, pallida, che sembvra una palla di biliardo.

   Due o tre sere dopo, si era insieme in trattoria. Il Valéry era stanco. Aveva tenuto, quel pomeriggio,  una conferenza su Baudelaire. Tuttavia non tralasciava di interessare i commensali con aneddoti, notizie e osservazioni sempre di prima mano. Ha incontrato tanta gente importante e ha pensato su tante cose che ci diverte un mondo raccogliere anche un briciolo dei suoi ricordi.

RICORDI DI DEGAS

   Vien fatto di parlare di Degas. Egli lo ha conosciuto intimamente. Ma, santo Dio, che caratteraccio ! Gli amici riuscivano appena a sopportarlo, in considerazionr della sua grande arte. E faceva parte del suo brutto carattere la sporcizia della persona che non era, a quanto pare, facilmente trascurabile.

   Il ben noto disegnatore inglese Bearsdley era invece  di un’eleganza estrema. Già malato, quando il Valéry lo conobbe, girava per Londra con una sorella magnifica, vestita splendidamente e la conduceva nei luoghi più scandalosi della capitale.

   Di Anatole France fece, il Valéry, una sorta di critica sintetica. “egli affronta sempre cose facili a dirsi, oppure imita situazioni già espresse. Per lettori correnti  questo poco conta, perché essi  cercano nella lettura soltanto un’impressione  piacevole e vivace. Ma non è così  per  i pochi del mestiere. A questi preme  di riconoscere e apprezzare il valore  di chi ha tentato  di esprimere qualcosa  di più raro, e difficile, e non ancor detto”.

   Di un amico suo, personalità politica insigne :” E’ un uomo tanto semplice e intelligente; ma ha un difetto comune a molti uomini politici : quello di non poter dimenticare sè stesso. E’ cosa che ho osservato tante volte.  Gli uomini politici si chiudono  in quella posa di autorità e di commedia che è loro richiesta, o almeno credono sia loro richiesta,,,. dalla loro aqutorità. E’ più forte di loro ; è come per i professori  che non possono trattenersi da sciorinare a un dato punto una citazione erudita…”

La valuta oro

   Nel maggio del 1933 il Valéry era di nuovo in Italia, in uno dei più illustri salotti romani.

   Ancora una discussione , interessantissima, sulla poesia, sulla prosa, sul roimanzo. “Le roman c’est l’inlation  de la vie;  la poésie c’est le reve… ”.  La prosa narrativa è la circolazione cartacea, la poesia pè la valuta oro”.

   L’interesse  della prosa narrativa è soltanto un interesse di vita e di circostanze, secondo il Valéry. “Ecco : il baronev partì alle npve e quarantacinque…Io dico invece : il barone partì alle nove e un quarto, oppure era la baronessa che partì…Si può prendere un romanzo e cambiare tutti i particolaroi, senza che il romanzo cambi la sua essenza. “On ne peut rien changer à la poésie” (Non si può cambiare niente alla poesia , n. d. r.). La forma espressiva di una poesia, il poeta  stesso non la conosce prima che sia conchiusa a furia di correzioni e di spostamenti : la forma soltanto crea ciò che si trattava di dire. La poesia, come la musica, è l’essenza suprema della forma. Il romanzo obbedisce a delle necessità di divulgazione, a un interesse per gli avvenimenti”.

   Interviene una signorina : Ma Matilde di “Rouge et noir”, per esempio, è così e non può essere che così”.

   “Ah ah”, esclama Valéry: “Ma quanta parte della vostra vita mettete nell’interesse per quegli avvenimenti? Forse, signorina,, state scrivendo  un romanzo?…”.

   “Noi”, dice la madre, “lo vive, perché è fidanzata”.

   Riprendendo il filo della discussione : “Quand j’étais poète…”. Vedendo gli ascoltatori sorridere, conferma  : “Oui, lorque j’étais, parce que je suis en repos maintenant”. Ma si interrompe per gustare uno squisito lambrusco proveniente dalle terre  della padrona di casa. “Capisco perché è così buono; “c’est vous-meme qui le faites avec vos pieds”.

   Paul cita un verso di Pierre Corneille : “Sembra impossibile possa essere di Corneille : del resto i teologi, per condannare i peccati, debbono averli ben conosciuti, perché non ci può essere fantasia per i peccati della lussuria”.

DANTE LIBERTINO

   Ai diverte a pensare come saranno bruciati e macerati nell’inferno i lussuriosi ; e dall’inferno il trapasso a Dante viene naturale. Lo diverte anche il pensiero che Dante sia stato un po’, o molto, libertino. “Conoscoiamo nove donne di lui”, qualcuno dice. “Oh, il y aura des marges, il y aura dei marges…”.

   Valéry si lancia contro certa scienza medica e freudiana. “Molto spesso  questa scienza è un pretesto per dire impunemente delle porcherie, per occuparsi di porcherie. Si può osare tutto con il beneficio della scienza, sia nella teoria che nei rimedi, in specie nei paesi nordici e puritani. Se uno scienziato dimostrasse che la carne umana guarisce certe malattie, per esempio il cancro, troverebbe gente che mangia carne umana. Si creerebbero istituti per mangiare carne umana. Già siamo arrivati a togliere certi organi a un individuo, a beneficio di un altro che può sborsare del denaro. Alla maggior parte degli scienziati manca la penetrazione  artistica, psicologica e morale”.

   Un’altra volta il Valéry lesse, ad alta voce, il suo poema “Ebauche d’un serpent” ed aiutò gli amici, che gliene avevano fatto richiesta, a trasportare certi passi in italiano. Alla fine, però, chiudendo il libro e uscendo dalla stanza, fece con le mani un gesto come a scacciare dalla testa un pensiero troppo faticoso e importuno : “Ah, c’est difficile; meme en français : surtout en français”.

Alfredo Saccoccio  

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Marlene Dietrich nel giardino di Allah di Alfredo Saccoccio

Posted by on Apr 15, 2019

Marlene Dietrich nel giardino di Allah di Alfredo Saccoccio

   Quando si lascia mano libera ai russi di esprimere in qualche modo il loro misticismo, chi li ferma più ? Richard Boleslawsky, nativo russo, si deve esser sentito proprio a suo agio, con un soggetto come “Il giardino di Allah”.

   Di fronte al tema della conversione, al peccato di un religioso e della successiva redenzione, egli non ha tentato  di prendere le scorciatoie per evitate le difficoltà. Anzi, ci si è buttato addirittura a capofitto. La trama narra di una sorta  di moderno Sant’Antonio, che cede alle tentazioni del diavolo, impersonato da Marlene Dietrich. La cosa non ci stupisce affatto, abituati a ben altre debolezze. Ma per Boleslawski la cosa sembra altamente drammatica. L’eroe è un frate trappista, internato in un convento dell’Africa. Egli butta la tonaca alle ortiche, lasciando esterrefatti  i suoi colleghi monaci, piglia il treno ed eccolo in un “cabaret” arabo,, con gli ovcchi torbidi, inchiodati sopra i magnifici fianchi di una ballerina, che,  quasi fiutando il dramma, si snoda e si contorce davanti a lui.  Si pensa, per un momento, che egli resisterà alle grazie molli e lascive della danzatrice. Ma in fatto di mollezza perversa e lasciva Marlene Dietric non si lascia battere da nessuno. Il nostro fraticello in giacchetta si innamorerà dunque di Marlene. Non c’è nemmeno bisogno, per questo, che egli veda le sue meravigliose gambe : sembra, infatti, che l’immaginazione febbrile del fraticello sia attratta proprio dal mistero delle lunghe vesti della donna. I due si sposano e la luna di miele si svolge nel deserto, in una curiosa tenda appoggiata sulla groppa dei cammelli. Abbiamo dimenticato di dire che il film è a colori. Boleslawsky non si è accontentato di farci vedere i grigi delle sabbie e l’azzurro del cielo. Egli ha voluto che tutti coloro che ancora oggi ammirano le cartoline illustrate restassero soddisfatti. Ed ecco tramonti  infocati, cieli mattutini di un azzurro che fa male agli occhi, sete bianche, velluti rossi e verdi. In questa orgia non c’è da meravigliarsi che il nostro frate sfratato si perda.

   Finché una bottiglia di liquore lo salva e lo rende alla sua vocazione. Si sa come i frati trappisti siano gente  industre. Vicino a Roma, essi fabbricano, per esempio, una cioccolata speciale : in Africa – vediamo nel film – essi frabbricano liquori. Il fraticello, per una di quelle strane combinazioni, che fanno pensare alla provvidenza, trova una di quelle bottiglie fabbricate dai trappisti. Basterà questa vista per fargli capire la gravità di ciò che ha fatto. E’ il momento più tragico della pellicola. Vediamo gli occhi di Charles Boyer, il fraticello, bagnati di lacrime e, nello stesso tempo, cosa finora mai vista, la sua fronte imperlata di sudore.

   Dopo, la pecorella smarrita tornerà all’ovile. La moglie lo accompagnerà in carrozzella e, al momento dell’addio, quando ormai è troppo tardi per convertire di nuovo al demonio il povero frate, lei sentirà le prime nausee della gravidanza.

   Che dire di questo film ?  La trama, abbiamo visto, è una povera cosa ; la regìa di Bolslawsky tutta di maniera. Ma si sa che quando Marlene Dietrich è protagonista, della povertà del soggetto o dei difetti della regìa  il pubblico non si accorge. Se Marlene Dietrich sia o no una grande attrice, milioni di spettatori ne discutono e non cercheremo noi di risolvere la questione. Ci sembra soltanto che il prestigio di certi attori vada al di là delle loro virtù interpretative. Essi valgono per quello che sono, figure complesse ed indecifrabili, che sembrano impersonare e rendere sincere le aspirazioni più confuse.

* * *

Marlene Dietrich in casa

    Chi si inoltrava nella strada di Two Park  incontrava una villa  in stile messicano, circondata di eucalipti e di larici ombrosi. Due grossi alani abbaiavano dietro la cancellata. Se si entrava nella “hall”, si scorgeva un grande camino  con alari di bronzo  che sostenevano  un ceppo di cemento , dipinto color legno e illuminato da una lòampada  rossa che voleva sembrare una fiamma. Molte poltrone ricoperte di tela  a fiorami,  molti tappeti di paglia e una scala rustica che portava  al primo piano. Ecco tutto quello che si poteva scoprire nella casa della diva.

   La vita di Marlene tracorreva tranquilla ed appartata , protetta dagli alani e da quattro poliziotti privati, guardie del corpo necessarie ad una donna  tanto ammirata. Dal tempo del rapimento del piccolo Lindbergh, le attrici americane gareggiavano  a chi aveva più poliziotti. Carole Lombard ne aveva solo tre ; Mae West  riuscì ad averne dieci. La famosa stella di Brooklyn dava anzi, ogni anno, un banchetto ai poliziotti privati di Hollywood.

   Marlene era meno affettuosa con i suoi angeli custodi. Certi giorni pareva non avvedersi di loro ; altre volte, invece, rivolgeva loro la parola e offriva sigarette.

   Il più anziano dei poliziotti privati di Marlene era Fred Still, che aveva l’apparenza di un avvocato. Fu lui a suggerire, dal tempo di baby Lindbergh, l’uso delle inferriate per proteggere le finestre  di tutti quei villini . Con le inferriate Fred ci si fece la casa. Nel 1936 uno dei tre alani dell’attrice fu trovato morto in giardino, avvelenato con zolle di zucchero. Fred Still vedeva spesso la signora, anche in camicia da notte.  Spesso egli era chiamato a fare un’ispezione in giardino, perché la Dietrich   credeva di aver visto ombre nel parco. Marlene scendeva, anche lei, in veste da camera e attendeva che lo Still potesse garantirle che nessuno era in agguato. Allora si fermava, per un momento, a chiacchierare. Offriva sigarette e ci scappava anche il bicchierino.

   La Dietrich era spesso malata. Un’infermiera le faceva le iniezioni, perché era anemica. Marlene amava molto i bambini , a cui spesso regalava giocattoli. Spesso era sola, perché il marito  lavorava in uno stabilimento di chimica.  

Marlene Dietrich a Venezia

   Quel che mise in subbuglio, nel 1937,  piazza San Marco e la Riva degli Schiavoni  fu la presenza, qua e là, di Marlene Dietrich, la grande Marlene.

   Apparve seguita da un codazzo di gente, che aumentò man mano di numero fino a quando  esso la nascose alla vista. Marlene venne così scortata verso il caffè Florian, accompagnata da una giovanetta, forse sua figlia, quasi più grande e più bella di lei. La seguiva un signore dall’occhio “frappant” di una belva, un aspetto esotico veemente, quasi coloniale, con il volto infiammato da due baffi di paglia. Non era il marito, ma era Sternberg, il famoso e geniale regista. Insieme a lei c’erano  altri tre personaggi perfettamente neutri.

Si sedettero tutti ad un tavolo del caffè.

   Marlene, le braccia nude e magre, rannicchiandosi sulla sedia , faceva un po’ la gobba di contentezza come nei film.

   Portava sul capo un cappellaccio verde tirolese.Era proprio lei, tale e quale la si vede sullo schermo.. Senza belletto, senza bistro, senza ciglia aggiunte, senza piume, e niente che luccichi, più tranquilla di quando recita, anzi saggia come una mamma  che ha sua figlia al fianco.

   I camerieri  facevano un po’ di largo intorno a questi personaggi, perché avessero almeno tanto d’aria  da respirare in pace.

   L’uomo interessante, dai capelli un po’ lunghi, dalle basette e baffetti di artista , che sembravano gialli e, invece, non lo erano, si batteva con un futile bastoncino  da ufficiale la spalla  e sembrava leggermente irritato di questo assedio che la folla, immobile, aveva messo intorno a loro.

   Tuttavia Marlene, divertita, rideva senza scoppiare,, guardando in giro il bastione, la muraglia, di giovanotti veneziani e di popolani che stavano lì di fazione, a braccia conserte,, senza batter ciglio : soddisfatti, ammirando.

   Marlene portava quasi alle labbra la sigaretta con quelle sue belle mani dalle dita grassocce e affusolate, ma era continuamente distratta e non fumava.  Molte eleganti signore, sedute in crocchi ai tavoli vicini, facevano finta di non accorgersi di nulla.

   L’abIto della Dietrich era dei più semplici, anzi dei più poveri che si potessero immaginare. Marlene non portava ricchezze addosso, non portava ornamenti né alle mani né al collo. Si era vestita così forse per non attirare l’attenzione e non eccitare la curiosità. Avrebbe voluto passare inosservata,, ma tutto era inutile.

   Pareva che facessero per giuoco a chi resisteva di più : il pubblico ammutolito ,da una parte, e la grande attrice dall’altra, così conservando le distanze per una buona ventina di minuti.

   Dopo essersi misurati come degli avversari, che, per la prima volta, si incontravano, finalmente Marlene si alzò con lentezza, quasi timidamente, e con lei la figlia, Sternberg e gli altri tre del loro tavolo… Allora, udendo dietro di sè degli applausi, e dei battimani entusiastici, nell’atto di voltarsi e di sorridere,,, la stella del cinematografo mostrò i suoi veri occhi, di un colore verde e oro,,,, subitamente straordinario, e avvolse di uno sguardo incantato  questo mondo così nuovo per lei,, questa piazza mitologica e questa folla italiana così gentile, discreta e adorabile.

   Fu uno sguardo da grande artista.

   Due occhi simili non li aveva mai mostrati sullo schermo Marlene Dietrich, nata Maria Maddalena von Losch, figlia di un luogotenente dei granatieri prussiani, ucciso all’inizio della prima Guerra mondiale, quando la fanciulla, con sua madre, discendente di una antica famiglia, si trasferì in una povera abitazione, nei dibntorni di Berlino. Maria Maddalena era ambiziosa di divenire concertista di violino  studiando fino all’età di diciassette anni. Una ferita al polso le rese impossibile continuare la sua carriera. Decise allora di lavorare in teatro.

   Benché la fortuna della famiglia fosse da tempo svanita, la madre si fece promettere dalla figlia che non avrebbe usato sul teatro il nome di famiglia. Fu allora che Maria Maddalena von Losch divenne Marlene Dietrich.

   Dopo essersi iscritta alla scuola d’arte drammatica di Max Reinhardt, fu costretta a lasciarla dopo un mese per mancanza di mezzi. Le fu data suibito una parte meschina ne “La bisbetica domata”. Il suo nome vero poteva ritornare intatto in famiglia.

   Spesso,, quando non vi era più cibo, l’orgogliosa mogle dell’ufficiale prussiano non mangiava, per conservare il cibo alla figlia. Quando sua madre alfine si ammalò, Marlene, disperata, andò da un dottore militare, amico del padre. Questi le disse apertamente che la prima causa del male della madre era la penuria di nutrimento.

   Marlene pensò ad un raro violino, dono di suo padre nei giorni di abbondanza, come alla sola possibilità di salvezza   rimastale. Quella sera lo portò ad impegnare.

   Ottenuto il danaro,, ella disse alla mamma che aveva ottenuto un contratto per un mese allo “studio” e che l’avevano pagata anticipatamente. E preparò in cucina subito qualcosa da mangiare.

   Come non commuoversi alla storia di questo violino, rivelata dalla rivista “This Week” ?

Alfredo Saccoccio

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