Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Il ballerino pazzo : grandezza e decadenza di Nijinskij di Alfredo Saccoccio

Posted by on Feb 19, 2019

Il ballerino pazzo : grandezza e decadenza di Nijinskij di Alfredo Saccoccio

   La signorina Romola de Pulsky, figlia della prima attrice d’Ungheria, era , a diciotto anni, bella ed imprudente: imprudente come molte ragazze di anteguerra, quando i cappelli avevano la piuma pendula, il tennis rappresentava un’audacia e il tango uno scandalo. Francis de Miomandre, Marcel Proust, Debussy e Marie Laurencin inventavano proprio allora il Mito della Fanciulla e ce la mostravano in fiore, in giardino, in amaca, o con capelli di lino, ma sempre imprudentissima.

   Romola ebbe l’imprudenza di innamorarsi: e di un uomo impossibile. Nel 1912 capitarono a Budapest il “Ballets” Djagilev, delizia dell’Europa intellettuale d’allora. Il re di Spagna, d’Annunzio, Cocteau, Paquin, i Potenti, i Poeti, sognavano solo coreografia e del resto, per venti anni, il nome dei “Ballets” rappresentò la gloria, lo snobismo e la fantasia.

    L’organizzatore teatrale Sergej Pavlovic  Djagilev aveva raccolto i migliori ballerini della Scuola Imperiale di Pietroburgo, fondata dal marsigliese Petipas nel 1847, scuola di severità ed eleganza inaudite, dove portentosi bambini venivano educati, con rigidità militare, alle piroette.  Diagilev diede a questi meravigliosi strumenti una cornice adatta al gusto del 1909, presentandoli a Parigi, che immediatamente li portò alle stelle.

Tutto il mondo fece eco a Parigi e Romola fece come tutto il mondo.

Andò a teatro ogni sera. Con lei, la città perdeva la testa per i russi amabili e distanti, socievoli, ma chiusi nel loro cerchio quasi magico, fra granduchi, vecchi maestri di ballo, quinte e musiche. Una luce artificiale e raggiante li isolava. I buoni ungheresi   guardavano attoniti Anna Pavlova, così impennacchiata d’oro che la sua testa piegava  all’indietro. Kessinskaia portava gli smeraldi dell’Imperatore; i nomi splendevano: “Après midi d’un Faune”, “Le Spectre de la Rose”, “Prince Igor”. Gli arcieri persiani crudelmente marciavano sui ritmi di Borodin e “Sheherazade” ebbe cornice cinese. E Vasha Nijinskij volava.

                                              * * *

   Vasha era nato a Kiev, il 28 febbraio 188°, da genitori polacchi, ballerini randagi, perfettissimi. Fu battezzato da cattolico, a Varsavia.- Ebbe un fratello, Stanislao, che morì pazzo; una sorella, la Nijinska, grande danzatrice, grande coreografa, e se ne conosce l’opera migliore, il “Sogno di una notte di Mezza Estate”, film di Reiinhardt. I genitori gli morirono presto. La sua vita di scolaro diligente ed eccezionale fu un po’ vuota, scialba, fino al giorno in cui incontrò Sergej Pavlovic Djagilev, che lo amò e che gli diede bei ruoli, belle vesti e l’intelligenza che animò i suoi balzi. Forse gli portò  via l’anima, come si usa nei patti con il Demonio, ma Vasha sembrava contento. Ballava, sorrideva e leggeva Tolstoi.

   Di lui Romola non sapeva nulla. Sergej Pavlovic Djagilev, gelosissimo, lo faceva seguire sempre dal cosacco Vassili,, costringendolo ad una solitudine che forse non gli pesava, occupato, com’era, in allenamenti e in trionfi. E Romola non capì che bisognava lasciarlo a questa vita opaca e trasognata: lo amava.

   Ella ottenne di conoscerlo e non poté parlargli perché Vasha parlava solo il russo e il polacco. Lui stesso, l’indomani, mostrò di non riconoscerla, mentre lei, fra il pubblico, lo guardava adorante e tenace. Tanto tenace da farle abbandonare casa, madre, patria, carriera. Romola segue il Balletto Russo a Vienna. Là seduce il vecchio maestro Cecchetti, si fa appoggiare da critici musicali e da personaggi politici, fingendo di ignorare Nijinskij per non insospettire Djagilev e finalmente ottiene di venir scritturata, come semplice comparsa, nel Balletto.

   Da Vienna a Parigi, da Parigi a Londra, la ragazza viaggiò con i russi, felice, quando, in un corridoio di treno o di teatro, Nijinskij le sorrideva distratto e gentile. Disperata per settimane di solitudine, quando Dijgilev custodiva  Vasha come un allegorico drago. Finalmente una “Tournée” in Sud America: le parve un sogno. Dijgilev restava in Europa e la sua assenza le dava una possibilità di fortuna.

    I giorni di navigazione passano. Romola inutilmente sfoggia, con civetteria, bellissimi abiti. Nijinskij si allena, tace, non la guarda. La nave, carica di danzatori  favolosi, di quinte dorate, si avvicina a Rio de Janeiro: Romola dispera., ma il barone Gunzburg, un bonaccione di quelli che, scherzando, vivono all’ombra dei prodigi, un amico che parla il russo come l’ungherese, improvvisamente le dice: “Romola, Nijinskij domanda se lo vuoi sposare”.

   Romola si crede vittima di un giuoco. Ne piange, finché Nijinskij stesso, con mimica alata, la convince e due giorni dopo si sposano nella chiesa cattolica più grave e spagnolesca, poiché lo sposo vuole un matrimonio solenne, che piaccia al suo cuore primitivo. I veli sono bianchi, i paramenti scarlatti,, le musiche gravi. Sembra, a Romola sposa,, di essere finalmente ammessa nel cerchio misterioso della danza. Davanti ad un prete straniero, in terra lontana, si unisce ad uno che non le ha mai parlato.

 * * *

Karsavina, la prima ballerina, è l’interprete fra i due, che lentamente, con l’aiuto di manuali russo-ungheresi, fanno conoscenza. Vasha racconta di averla amata dal loro primo incontro. Avranno una casa in Russia, un bambino che si chiamerà Vladislav.

   Quante cose devono dirsi ! Vasha parla di Djagilev  che lo dominò, di Tolstoi che ora lo domina e gli sembrano due angeli quasi ugualmente potenti, uno bianco ed uno nero, il Bene ed il Male, intenti a disputarsi la sua anima. Romola, stupita, scopre un marito insospettato, tenero, religioso. E’ tanto contenta che neppure si allarma quando lo vede perdersi in strani sogni di purezza difficile, inumana. Ha altro da pensare, deve godere il suo bene, deve preparare il corredo per Vladislav, che presto nascerà.

   Questi nasce a Vienna. Non  Vladislav, ma soltanto Kyra. Nijinskij adora la sua bambina. Sogna di farne una prima ballerina, la chiama “Son Amabilité”. Quando Djagilev, con un rancore di vecchia donna abbandonata, lo scaccia dal Balletto, Nijinskij sorride, indifferente e tranquillo. Il giugno è dolce, a Vienna. Nel giardino della clinica Vasha si allena davanti a Kyra, che placida ride in braccio alla mamma. Le campane suonano nel cielo chiaro, perché a Serajevo è stato ucciso un arciduca.

   Romola vuole andare a Budapest, per mostrare Kyra alla nonna. imprudente ! La guerra li trova là, russi, nemici, prigionieri. La suocera si rivela bisbetica, litigiosa, e tormenta la piccola famiglia danzante, obbligata a vivere nella sua casa, ma Romola è felice lo stesso. Kyra impara a parlare e Vasha, sempre più splendido, mangia spinaci, legge Tolstoi, pensa agli anacoreti e agli eremiti.

   Ma il re di Spagna, il Papa, gli Impresari ed i Granduchi, chiedono la libertà per Nijinskij. Offrono, in cambio, dieci prigionieri, fra cui un generale. Si tenta di farlo evadere. Djagilev stesso, ansioso, lotta da New York con tutta la potenza neutrale del Metropolitan, che ha ingaggiato il Balletto. E mentre Vasha si viene staccando dal mondo, ne viene ripreso: accolti come sovrani, i tre profughi raggiungono Vienna, Parigi, New York. Djagilev li aspetta allo sbarco.

   E’ difficile, ma vogliono tornare quelli di prima, anche se Nijinskij è sposato, padre di famiglia, misteriosamente ascetico; anche se il pittore Bakst è prigioniero, Strauss  è boicottato, Tamara Karsavina incinta e Strawinsky chiuso in Svizzera; anche se in Europa si combatte. Ecco “Le Spectre de la Rose”: onde di valzer, fanciulle velate di bianco, chiaro di luna, scenari Biedermeier: Nijinskij si innalza, ricade “comme un roi qui descend”, dice Claude, e con un solo balzo attraversa la scena.

                                                              ***

   Romola ritrova l’atmosfera gloriosamente pazzesca che sempre aveva accompagnato Nijinskij. E’ di nuovo il cerchio magico, il Balletto da cui la donna si sente esclusa. Ella ne dà la colpa a Djagilev, lo provoca chiedendogli del denaro arretrato, lo offende, e quello, che la detesta, rompe il contratto. Vasha, quieto, sorride, porta Kyra a passeggio, per la vasta America sconosciuta. Sorride sempre. Tornano ed in Spagna studiano i “fandangos”, le ispirazioni di Argentina e l’Escorial. Due amici filosofi, eccessivamente sporchi ed inquietanti, si installano nella loro casa. Di chi parleranno, esaltati ed infelici? Di Tolstoi, si capisce. Romola dispera e, per salvarsi, immagina la sua imprudenza più grande : mette accanto a Vasha la bellissima ed innamorata “Duquesa” di  X., cugina del re di Spagna.

   Non serve. Dall’avventura, Vasha esce con un desiderio umiliato di purezza, con un’avversione verso la moglie, che ha permessa, aiutata la sua colpa. Ballerà ancora, ad intervalli, nell’America del Sud, in sale private. Più volentieri si chiuderà, con Romola e Kyra, in una casetta solitaria di Saint Moritz, tra la neve. Qui sapranno, finalmente, che la guerra è finita. Per l’ultima volta, in una sala dell’Hotel Suvretta, Vasha compare dinanzi a un pubblico ansioso. Lo accompagna Romola e la pianista Berta Asseo, che nulla sanno dei progetti di lui. Immobile, Vasha guarda i suoi spettatori, tenendoli, per ore, in attesa, mentre inutilmente Romola gli fa cenni disperati. Berta Asseo accenna le melodie che per anni furono le sue. Egli non vede, non sente, è perduto. Finalmente, incrocia sul pavimento una striscia di velluo bianco e una di velluto nero e annuncia di voler ballare la pace e la guerra. E balla come fino allora non aveva mai ballato.

   E’ pazzo ? Romola lo pensa, rabbrividendo, ogni tanto. Quando, con una spinta, fa cadere lei, che tiene Kyra al collo, dall’alto di una scala. Forse è solo uno scatto di cattivo umore. Le chiede  teneramente perdono. O quando lo incontra, per le vie del paese, vestito di bianco, copn una grande croce al collo, seguito da un gruppo di ragazzacci. Forse è solo la prova di un balletto nuovo: egli stesso lo spiega con eloquenza. Vasha gioca, ogni giorno, con stravaganze di cui è il primo a sorridere, alternando lucidità assoluta ad assolute nebbia, sempre parlando di pace, di Dio. Finché, un giorno, il domestico, esitante, racconta a Romola di aver servito, in Sils Maria, un uomo che poi impazzì. SI chiamava Federico Nietzsche e si comportava proprio come il signor padrone.

   Romola non vuol credere; si illude parlando di esaurimento, di crisi. Deve salvarlo. Con un’imprudenza, questa volta eroica, desidera, come una redenzione, un figlio. Non lo avrà: un grande medico svizzero, consultato, le dirà, invece, la certezza della fine di Vasha. Egli è pazzo. Forse la sua infanzia fu troppo dura, forse somiglia al fratello. Più ancora, la sua lotta, continua, fra il bene e il male, fra le complicate colpe di Djagilev e la terrificante purezza di Tolstoi, gli hanno bruciato il cuore, il cervello.

   Assorto in danze che non danzerà, in pitture che nessuno comprende, Vasha è chiuso nella casa di salute Kreutzlingen, sul lago di Costanza.

                                                  *  * *

     Messa in collegio Kyra, Romola restò sola. Chi la conobbe, in quel tempo, la dice bellissima, opaca, taciturna. Abitava nell’Albergo Suvretta, aveva meravigliose mani, perle meravigliose e il più malinconico e distratto sorriso del mondo. Sentiva di aver perso, si lasciava andare. Poiché il medico dell’albergo, il dottor M., piccolo, brutto, uomo ammogliato, e con due bambini, si era innamorato di lei, Romola non fu capace di resistere a questo amore ed ebbe figli dal dottore. La moglie di lui si stancò di soffrire in silenzio: il dottore tentò di suicidarsi. Romola restava  distante, quasi annoiata.

   Un ultimo tentativo di dare la ragione a Nijinskij Romola lo tentò nel 1927, quando i medici consigliarono di rimettere il pazzo in presenza di quello che era stato il suo mondo. Tutto il Balletto Russo si riunisce, a Parigi, nel teatro Sarah Bernhardt, come in uno di quei  finali che le dissonanze di Debussy splendidamente ritmavano. Eccoli, si son fatti fotografare, gli eroi del grande Balletto, che esercitò un’azione incalcolabile, per circa un decennio, sull’arte e sul gusto musicale, teatrale, pittorico di Parigi e d’Europa, e ci si chiede perché. Decoratori, ballerini e Dijgilev, che  fra due anni morirà, stanchissimo, in una pensioncina del Lido di Venezia, con il suo viso di demonio disperato.  E Tamara Karsavina, sfiorita, diritta sulle punte dei piedi, con una grazia frivola e commovente, di farfalla moribonda. E Serge Lifar, adolescente, nelle luccicanti vesti di Petruska. In mezzo a loro, sta Vasha. Gli altri lo fissano con un riso largo, indulgente e falso. Vogliono dargli, si capisce, l’illusione che tutto sia come prima e certo Djagilevf, tra il lampeggiare del magnesio, chiede, teneramente imperioso: “Vasha, ritorna con noi, il Balletto ha bisogno di te ”. Ma quello che fu il Principe, il Fauno, il Sogno,  che porta un colletto troppo largo, un abito da impiegatuccio, china la testa, con rassegnata malizia sorride. “Sergio, non posso più, perché sono pazzo”.

                                                               * * *

   Che pensava, intanto, esclusa, ancora una volta,  dal loro gruppo e dal Balletto,  l’imprudente , l’intrusa, la stanchissima Romola ?

   Passano gli anni, musiche e balletti nuovi corrono il mondo. Lifar imita Mary Wigman; la scuola di Isadora prima, quella di Dalcroze poi, hanno mutato il gusto delle folle. Scenarista, impresaria, scrittrice di memorie, Romola cerca guadagni divenuti difficili. Forse altri  uomini piccoli e brutti stanno accanto a lei, che fu compagna del più bello, del meno umano. Però la sua vita temeraria, sprecata, ci sembra ancora buona, purificata da un amore inutile, ma superiore ad ogni dignità, ad ogni delusione. Abbiamo letto, un giorno, fra gli annunci vari del “Times”, un appello umile e supplichevole di donna, che per mantenere al manicomio il marito pazzo chiedeva, come una mendicante, l’ elemosina. E questa donna era Romola Nijinskij.

Alfredo Saccoccio

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Vita eccessiva di Maria Malibran

Posted by on Feb 11, 2019

Vita eccessiva di Maria Malibran

   Manuel Garcia fu un tenore sivigliano e cantò nelle parti di Don Giovanni, Almaviva, Otello. Fu anche direttore di compagnie liriche e compositore. Le sue collere, violentissoime, erano famose : aveva una sorta di talento per la tirannia, che esercitò su quanti gli vissero vicino, specialmente sulla moglie, la signora Joaquina Sitchez, che dalla gelosia di Manuel fu costretta a lascisare il teatro, e sui suoi figlioli. E su una delle figlie, particolarmente : Maria de la  Felicitad.

   Questa era nata a Parigi, il 24 marzo 1808. Piccolissima i genitori la portarono a Napoli, dove, nel 1811, Isabella Colbran, fastosa, impennacchiata, e potentissima primadonna madrilena, offriva a Manuel una protezione di compatriota e di amica. Napoli allora era sotto il dominio fastoso di re Joachim Murat : in quel tempo Rossini era un azzimato compositore ventenne, i duchi gettavano fiori e gemme alle dive, gli usseri affollavano il San Carlo e le musiche, i capricci, gli intrighi la rallegravano.

   Nel 1813 al teatro dei Fiorentini di Napoli si rappresenta “Agnese”, opera di Paer, e Manuel è Ernesto, infelice innamorato di Agnese, “madame” Mainvielle-Fodor, che al momento di attaccare l’ultimo “duo” si sente male e sparisce dietro le quinte. Garcia, spazientito, mastica vocalizzi e arrota i denti ; l’orchestra, sperduta, saltella;  il pubblico si indigna, quando una vocina acidula e chiara si leva e “io ti perdono” canta, “io ti perdono…”.

   E’  Maria Felicita, che sta davanti al padre, aprendo le piccole braccia con un gesto da primadonna : ha cinque anni,, un abito di percalle blu stellato d’oro, un piccolo naso a punta,, gli occhi neri. Sgrana le sue note imitando esattamente “madame” Mainvielle-Fodor e, come lei, sorride, si inchina al pubblico estasiato, al padre che non sa se arrabbiarsi oppure no. Il giorno dopo che le chiedono che ricompensa voglia, domanda di cavalcae Gloria, la bella giumenta di Manuel : non glielo permettono ed essa, di nascosto, parte al galoppo, venendo gettata a terra e rompendosi una gamba.

                                        *  *   *

    La sua infanzia  fu dura, tiranneggiata e orgogliosa. Ha appena una piccola voce, le corde basse sono poco sviluppate, i toni acuti duri, l’intonazione incerta. Manuel Garcia, padre e maestro, si sfoga contro questo strumento manchevole e della voce di Marietta si impadronisce, deciso a farla perfetta. Terribili lezioni, con gridi e pianti che allarmano la gente per la strada ; terribili lezioni, per cui Marietta impara a cantare piangendo, a piangere cantando, ad eseguire bravure che le parevano impossibili, conquistandosi nota per nota, piccola acrobata atterrita. Ella lava i piatti, cuce, studia solfeggio, pianoforte, composizione musicale, lingue, disegno, equitazione e scherma. Sopgna applausi, trionfi, glorisa : non sa accontentarsi del suo mezzoo soprano, anche se lentamente diviene un mezzo soprano prodigioso. Poi riesce ad ottenere il registro completo, dal contralto al soprano, e, pochi giorni prima della sua morte, lotta ancora per un trillo, ansiosa di raggiungere una nuova, unica grazia.

   A Parigi nel 1824 non ci sono teatri aperti : la tediosa corte  di Luigi XVIII porta il lutto del suo sovrano, morto di recente, e la duchessa d’Angouleme austeramente sbadiglia e l’elegante società con lei. I Garcia vanno dunque a Londra, scritturati dal King’s Theatre, insieme con Rossini, vecchio amico, che ne “Il barbiere di Siviglia” sfruttò consigli e motivi di Manuel.

   Marietta ha sedici anni ed esordirà : con Velluti, il cantore che ha  una così bella voce bianca ed un così brutto carattere. Per intimidire la compagna, lascerà cadere su di lei tempeste di vocalizzi, bufere di fioriture, ma la fanciulla, impavida,  riprende ogni tratto, lo amplifica, lo moltiplica: la florida pancia di Vellui trema di indignazione e di gelosia, le sue mani torcono i polsi di Marietta, che, dispettosa e radiosa,, sorride, davanti agli applausi.

   Ma il suo esordio vero avviene soltanto un anno più tardi, nel giugno del 1825, sempre a Londra : e sarà, come è giusto, Rosina. Chi più spagnola di lei, più maligna e vezzosa ? Le brave dame inglesi, abituate alle contegnose eroine di Jane Austen, trasaliscono davanti a tante fiamme, mantiglie, rose rosse e fantasie : Manuel è Almaviva e Rossini si dichiara soddisfatto dei suoi interpreti, del loro successo.  Compare, a questo punto, Mr. Lynch, commerciante di vini a New York, e propone ai Garcia di trasportare questo successo nel Nuovo Mondo, come allora si diceva, e si evocavano i Sioux, i conquistatori, l’oro e le avventure. I Garcia si imbarcano, arrivano a New York, si installano al Park Theatre e mettono in scena un “Barbiere” assolutamente familiare. Marietta e Manuel conservano le loro parti; ma torna sul palcoscenico per raffigurare Berta. Uno dei figlioli sarà Figaro, un vecchio zio, Bartolo e la città, entusiasmata, non parlerà che di loro.

                                         * * *

   Un vecchio amabile, decrepito e galante si presenta a Manuel, si inchina a Marietta con la grazia arcaica e libertina, che, nel Settecento, si usava con le donne di teatro. Il suo nome fa trasalire padre e figlia, quasi quello di un fantasma : é Lorenzo da Ponte, il librettista di Mozart. Seguendo una tradizione casanoviana, Lorenzo da Ponte ha corso il mondo, devastando cuori. Ora, a sua volta devastato, vive a New York, dando lezioni di lingue. Ma l’atmosfera della famiglia Garcia rende a Lorenzo da Ponte una provvisoria gioventù e, rapito, respira l’odore dei belletti, delle sale stipate, degli intrigi amoroisi che intorno a Marietta fioriscono : è lui che le presenta un ardente ammiratore, bell’uomo cinquantenne, considerato fra i più facoltosi banchieri, il signor Eugenio Francesco Malibran, un emigrato francese.

   Dapprima, Manuel non se ne preoccupa. E’ troppo preso dalle prove del “Don Giovanni” e riserva le sue furie ai coristi, all’orchestra : alla prima rappresentazione si indigna al punto di dimenticare la sua parte e si serve della spada di Don Giovanni per minacciare gli indegni : l’azione è sospesa. Manuel, bestemmiando, ordina di ricominciare e questa volta le cose vanno meglio, fra gli scroscianti applausi degli energici americani. Intanto Marietta, vestita di raso da Zerlina, cautamente occhieggia il palco del suo innamorato banchiere.

   Occhieggia, fino al giorno in cui Manuel scopre ogni cosa e minaccia pugnalate, sfregi : Malibran chiede la mano di Maria Felicita e Manuel sai arrabbia e, rimproverandogli i cinquant’anni e la poca solidità finanziaria, lo mette alla porta, ma Marietta lo richiama. misteriosamente  innamorata e gli giura di sposarlo.

   Il collerico Manuel si rivela buon padre e le fa una dote di 50.000 franchi : ma la sera dell’ultima rappresentazioine  di Marietta, che per il matrimonio lascerà le scene, Manuel-Otello piomba su lei, Desdemona, con tale ferocia e con un coltellaccio in mano, che quella, tremante, fugge via, supplicando “Por Dios, no me mate !” e gli americani ammirano. Manuel non intende uccidere la figlia, ma abbandonarla, e con la famiglia lascia New York, dove gli sposi restano soli.

                                            * * *

   L’alone evanisce, la spagnola diciottenne si annoia nella casa squallida, nella città ancora provvisoria e quacchera. Si spegnerebbe , ma il signor Malibran è improvvisamente sull’orlo della rovina, pur continuando a mostrarsi un bell’uomo brillante, e Marietta, felice  di trovare pretesti alla sua ambizione, come alla sua generosità, riprende a cantare.

   Canta, nel 1827, a Filadelfia, ma senza successo. I candidi americani preferiscono spettacoli di ginnasti o di “clowns” e il secondo concerto annunciato non ha neppur luogo, per mancanza  di spettatori. Indignata, Marietta si getta alla religione. Vuol convertirsi e con eccesso oscilla fra varie sette e vari sacerdoti.  Poi, stanca del marito galante e frusto, annoiata della città, incollerita con il pubblico, decide di partire per l’Europa, accompagnata da un cognato, il signor Chastelan.. Nel novembre del 1827, i due viaggiatori si imbarcano su un veliero.. e, durante la traversata,, vedono scatenarsi tempeste spaventose . i passeggeri sono presi dal pànico. Il naufragio pare inevitabile, ma Marietta, insensibile al mal di mare ed alla paura, si alza in puiedi e, dominando i compagni boccheggianti, intona l’ “Alleluja” di Mozart: naturalmente, spenta l’ultima nota, la burrasca è finita e il veliero è salvo.

   A Parigi, si installa presso i parenti Chastelan, gente povera e meschina. Ma, per fortuna, un’antica scolara del padre, la contessa Merlin, è pronta a lanciarla. Spagnola lei stessa, la contessa si incanta di Marietta, che ha vent’anni, lunghi riccioli neri ed un’unica veste di mussola. In suo onore, organizza una serata musicale.

   Ha invitato Rossini, la signora Rossini, che è poi l’antica Isabella Colbran, il direttore del Théatre des Italiens ed i migliori critici musicali. Maroietta canta Rosina e trionfa. Incrocia le gambe, afferra una chitarra e, in spagnolo, intona un “bolero”, un “polo”, una “jacara”. Il suo pubblico, che l’aveva creduta soprano e la ritrova contralto, si entusiasma. Isabella Rossini ricorda la sua gioventù, il suo canto, la Spagna e piange dietro un ventaglio di pizzo nero.

   Maria Felicita è lanciata. Canterà davanti all’impetuosa duchessa di Berry, davanti alla contegnosa “madame “ Récamier. Esordirà all’Opéra, nel gennaio 1828, in una rappresentazione di addio al basso Galli, Chiederà di essere Rosina, essendo la parte che meglio le si addice. Ma la parte è già stata destinata ad Enrichetta Sontag, la grande cantante tedesca.

   Bambina, la Sontag aveva cantato per le strade, oppure sui tavoli delle osterie. Dopo aver studiato a Praga, rapidamente  aveva dominato  i teatri di Vienna, Monaco, Berlino. Era bionda, bella,  fragile, con una voce luminosa. Ma gelida  e la sua compostezza  di giovanetta aristocratica, la sua ricercata  semplicità, erano fatte per dare sui nervi alla fragorosa Marietta.  Poiché ella non può  essere Rosina, sceglie di essere Semiramide e, accanto a lei, Arsace, sarà la signora Pisaroni, “en travesti”. Questa, sfigurata dal vaiolo, canta sempre celandosi il viso con le mani, per non spaventare il pubblico, ma la sua voce è potentissima. Marietta rivaleggia con lei, disponendo di una grande potenza espressiva e grazia innata, e, quando attacca la famosa frase “trema il tempio”, si può credere che la sua voce si spezzi, per tanto clangore. Invece no, resiste, si eleva ancora. Marietta, felice,  si inchina agli applausi.

   Applausi che saranno ancora maggiori per Enrichetta, Rosina impeccabile e glaciale. Fremente di gelosia, Marietta saluta con un cenno del capo la rivale, dietro le quinte. Quella risponde, distratta, senza interrompere il suo colloquio con un violinista belga, che inutilmente l’adora e si chiama Charles de Bériot.

   Questi, giovane molto bello, pallidissimo, languido, per la Sontag è però  senza risultato, perché la cantante, a sua volta, è innamorata di un diplomatico piemontese, il conte Rossi. Esasperata, Marietta diviene temibile : tira di scherma, si informa se sia permesso sfidare a duello la Sontag; canta nelle stesse parti della tedesca, trasformandole; va in società e seduce Gautier, Balzac, Sainte-Beuve, soltanto perché non le riesce di sedurre Bériot. Di un solo uomo Marietta poteva innamorarsi, di quello che apparteneva alla nemica : di Bériot.

                                          * * *

   Ostinata nel pensiero di lui, si serba virtuosissima e chiede il divorzio  a  Malibran, che rifiuta. Marietta si dedica alla beneficenza, la più eccessiva. Un giorno, all’ospedale, le mostrano un bambino affetto da convulsioni, che, strillando, rifiuta di prendere un bagno caldo, solo rimedio al suo male. Marietta, fiduciosa e canora, intona le sue romanze predilette. Tutto il personale dell’ospedale accorre, si estasia, ma il bambino, privo di ogni senso musicale, seguita a contorcersi. Soltanto Marietta non si scoraggia : fulminea, si spoglia, fra la generale e commossa attenzione, prende in braccio il bambino e con lui entra nella vasca, nentre le suore raccolgono pudicamente le cornette.

   Durante l’estate, in campagna, Marietta gioca come una bambina. Poi, tornata in città, si separa dai Chastelan, e va a vivere con un’austera vedova. Canta “Otello” e con tale frenesia da essere colta, alla fine, da una crisi. E ritrova la Sontag, ma avvilita, malinconica:  il conte Rossi non può sposarla, perché il re di Sardegna gli vieta le nozze con una cantante. Ed Enrichetta aspetta un bambino da lui.

   Bériot, furibondo, è tornato a Bruxelles. Le due primedonne riprendono la lotta, a colpi di fiori avvelenati, pettegolezzi e strilli. Neppure Rossini riesce a riconciliarle, neppure il gran “duo” del “Tancredi”.

   Marietta recita la parte di Romeo, alla presenza del re Carlo X, che dorme, nel palco reale. sulla spalla della duchessa di Angouleme. Marietta, offesa, decide di partire per Londra, dove ritroverà la Sontag e Bériot.

   A Londra quest’ultimo comincia ad amarla, dimentico ormai di Enrichetta, che, a sua volta, ha dimenticato rivalità  e rancori, felice poiché il re di Prussia l’ha fatta nobile, per permetterle di sposare il conte Rossi.  Tutto va, dunque, per il meglio. Le cantanti fanno pace, si offrono fiori, non avvelenati questa volta. Poi Maria, con Bériot, lascia Londra. Vanno insieme in Belgio, a dar concerti. Invitati entrambi al castello di Chimay, si dichiarano a vicenda il loro amore, se lo dimostrano e, d’ora in poi, si ameranno sempre.

   Non senza malintesi e bisticci. Quando Bériot deve partire per la Russia, inutilmente chiede a Marietta di seguirlo. Teme lo scandalo, preterisce perdere l’amante, ma serbare la reputazioine. Si lasciano: Bériot riprende il suo aspetto martoriato, Marietta si rifugia a Bruxelles., in una casa prossima alla chiesa di Santa Gudula e si dà alla devozione. Ma un giorno riceve un’arpa d’oro, quella che le ci vuole per accompagnarsi durante la “romanza del Salice”.. Solo Bériot è capace di tanta finezza; Bériot, che ha rinunciato alla Russia. Marietta lo richiama e decidono di vivere insieme e, nel 1828, si installano a Parigi in una casa assolutamente degna di Marietta, con vetrate di chiesa, falsi bronzi, lampassi.

                                   * * *

   Ma ecco dal Messico arrivare la famiglia Garcia. I banditi li hanno spogliati dei loro risparmi. Ora, rimpatriati, si preparano a vivere con Marietta. Ella rifiuta, offrendo denaro, ma vuole la sua libertà. Aiuta il padre a tornare sulle scene, ma il povero Almaviva, cinquantacinquenne, non ha più voce e decide di ritirarsi. Alla rappresentazione di addio, Marietta rappresenta Desdemona : si commuove, abbraccia il padre così impetuosamente che il nero di lui si fonde al bianco di lei ed il pubblico, commosso, saluta un Otello bianconero !

   Poi Manuel apre una scuola di canto e Marietta con Bériot va a Londra, poi a Bruxelles. Il suo solo dolore, in quel tempo, è di non aver potuto prendere parte alle barricate del 1830.  

      Quella che fu una delle più perfette interpreti dei personaggi rossiniani morì  a Manchester, a soli ventotto anni, per le conseguenze di una caduta da cavallo.

Alfredo Saccoccio     

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Napoleone e Talleyrand nei documenti inediti di Vienna di Alfredo Saccoccio (II)

Posted by on Feb 4, 2019

Napoleone e Talleyrand nei documenti inediti di Vienna di Alfredo Saccoccio (II)

           Al soldo dell’Austria

    Dopo essersi così vendtuto all’Austria, la sera dello stesso giorno Talleyrand si reca tranquillamente alle Tuileries, dove si teneva circolo nella sala del trono. Vi giunse per primo. Napoleone parlò ai suoi due vicini e passò davanti a lui senza nemmeno guardarlo. “Disarmato”, osserva Thiers, “Per questa  calcolata sottomissione, l’Imperatore notò il calcolo, ma gradì l’umiliazione”. La domenica successiva ritornò e tutto si svolse allo stesso modo. Il caso venne in aiuto di Talleyrand. Trovandosi il suo vicino impacciato a rispondere ad una donda dell’Imperatore, Talleyrand rispose   prontamente in sua vece. Con questa infrazione all’etichetta era riuscito a rompere il ghiaccio. I rapporti con l’Imperatore erano ritornati normali.

   Il 30 gennaio il “Monitore” annunciava che il orincipe di Benevento era sostituito come ciambellano dal signor di Momtesquieu. Bel nome e autentico galantuomo. Talleyrand perdeva il posto e un assegno di quarantamila franchi. Napoleone ritenne la punizione adeguata alla colpa, adeguata ai torti che erano a sua conoscenza.  Egli era ben lungi dal sospettare che il suo ministro lo tradiva fin dal Congresso di Erfurt. Ma poiché tale punizione non era proporzionata alla violenza del linguaggio della famosa scena, Metternich ne dedusse, a fil di logica, che Napoleone aveva paura di Talleyrand. Perché non pensare il contrario ? Forse la generosità dell’Imperatore  fu motivata dall’orgoglio  ; forse volle mostrare a Talleyrand che non lo annientava appunto perché non lo temeva.

   Nel frattempo i rapporti fra Talleyrand e Metternich si facevano sempre più intimi. Per non dstare l’attenzione della Polizia, che, del resto, era      sempre nella mani di Fouché,  si incontravano nei saloni che solrevano frequentare, entrambi. Il 1° febbraio Metternich inviava al suo governo un dispaccio che dimostra fino a qual segno Talleyrand  fosse avido di vendetta e di danaro.

   “ X (è la lettera usata per designare Talleyrand) mi fa sapere che il generale Oudinot ha ricevuto l’ordine di puntare su Augusta e su Ingolstadt. Un corriere è stato mandato a Monaco ieri l’altro per portarvi questa notizia. Nulla ho potuto sapere, finora, circa gli ordini che ci potrebbero essere. 8Seguono alcune parole indecifrabili): Bisogna attribuire la massima importanza ai movimenti del corpo di Oudinot, dato il gran caso che l’Imperatore fa di questo corpo. Egli considera la comunicazione fattami questa mattina dal signor di Champagny come la prova indiscutibile che l’Imperarore è deciso alla guerra. X ritiene pure che si dovrebbero  prendere immediatamente come pretesto per la mobilitazione, i movimenti di Oudinot. Sopra tutto occorre non perdere tempo. Qualsiasi illusione sarebbe criminosa. Nessun dubbio che Napolene  vuole decidsamente la guerra”.

   Il 23 febbraio Metternich rileggeva questi testi a Talleyrand, che li approvava senza riserva, solo aggiungendo  che si doveva parlare con la Russia, in modo da provarle che era Napoleone a provocare la guerra. E Metternich   soggiunge :” X domanda che cosa succederebbe in Germania se si ritirasse il corpo di Oudinot”

   E il 27 feebbraio : “X riferisce che un confidente  dell’imperatoe Napoleone  gli ha detto che noi non siamo pronti in alcun punto e che manchiamo di tutto,, da per tutto”.

   Il rappoirto segreto di Metternich, del 1° febbraio, era  fin troppo chiaro e tale, comunque, da suggerire pronte decisioni. “L’Imperatore “m scrive lo Stadion a Metternich, il 10 feffraio, “mi ha ordinato di darvi carta bianca a proposito di X. Siete pertanto autorizzato a concedergli quanto possa ragionevolmente desiderare non appena siate convinto che egli vuole  e può renderci dei servizi veramente importantui”.

   Ancora più esplicito è un secondo dispaccio dello stesso giorno, il che prova  in quale stato di ansietà si doveva vivere a Vienna. “L’Imperatore”, conferma Stadion, “è deciso  ad entrare nell’ordine di idee di X e vi autorizza a non indietreggiare davanti a nessuna somma, purché si tratti di servigi reali, essenziali e  non di promesse vaghe. Però non vuole esporsi a richieste troppo onerose, a meno che non si abbia la certezza che esse impegneranno X a inizitive effettivamente utili e tali da far prevedere cospicui risuiltati. Abbiamo ritenuto opportuno di approfittare dell’incidente del dispaccio illeggibile, di cui avete informato la questione in persona, per trasmettervi, come a fondo perduto, una somma di centomila franchi, di cui potrete liberamente disporre per convincerlo che noi non abbiamo esitazioni di sorta sulla cosa ib sé, ma unicamente sul modo di trasmettere tali invii, nel timore di compromettere ogni cosa. Siamo in attesa di chiarimenti ulteriori. Prenderete questa occasione per fargli comprendere che le somme saranno proporzionate ai servigi resi e per indurlo a pronunciarsi con maggior precisione su quanto potrà e vorrà fare. Il signor de Mier (corriere) aggiungerà alcuni chiarimenti verbali a quanto vi scrivoi”.

   Il 12 marzo la Grande Armata sta per mettersi in movimento.. E’ la guerra che segnerà la grande battaglia di Wagram. Stadion è impaziente, ansioso di prevedere e di provvedere.. Che fa Metternich?  

   “Suppongo”, gli scrive il 12 marzo, “che fra pochi giorni  riceveremo da V. E. precisi ragguagli in seguito a quanto ho avuto l’onore di dirvi relativamente ad X sia per iscritto, sia verbalmente mediante il de Mier. Sarete stato informato senza dubbio del nostro proposito di far passare le somme di cui si tratta a un intermediario qualunque, sia esdso una casa di commercio, sia un individuo all’estero che goda la fiducia di X: Questa seconda maniera ci pare la più sicura, per evitare da una parte e dall’altra di essere compromessi. Attendo, signor Conte, il vostro parere al riguardo,  affinché, nel caso che X rifiuti simile mezzo, possa farvi pervenire  ancora delle somme  mediante il prossimo corriere.  Ecco il vero momento  in cui  i suoi servigi potranno divenire capitali, solo che ci metta effettivamente della buona volontà. Sarebbe  un punto fondamentale concertare in anticipo una via di comunicazione la più sicura e regolare possibile “dopo la rottura”. Bisognerebbe farla passare al largo, attraverso paesi che non siano, per il momento, teatro delle ostilità”.

                    I segreti militari

   Forte dell’approvazione imperiale, Metternich scrive, il 77 marzo : “Le mie relazioni con X sono attivissime. E’ in gran parte  attraverso di lui  che io vengo a conoscere di momento in momento quel che fci può interessare.. Supplico, pertanto, V:E.  di arrivare alla somma che ho domandato. Le circostanze sono trppo importanti perché non si debba giocare il tutto per il tutto. Sono riuscito a procurarmi dal Gabinetto dell’Imperatore due memoriali di un interesse immenso suylla posizione attuale. Un corriere non mi pare mezzo abbastanza sicuro per farli passare. E poiché la Russia non vi è trattata meglio dell’Austria, li ho fatti pervenire a Pietroburgo. Vi si trova tutta la politica di Napoleone, che può ridursi ad una semplice parola d’ordine : distruggere quanto non rientra nell’0rbita del fondatore della nuova dinastia”.

   E’ in quei giorni che Talleyrand  dispiega tutta la prodigiosa abilitàù diabolica di cui è capace. La cupidigia e la sete di vendetta sono tali che non esita nemmeno a svelare i più gelosi segreti militari. Il 17 marzo Metternich può annunciare a Stadion l’ultima dislocazione dell’esercito francese, copiata al Deposito della Guerra, delle dettagliate tabelle sulla composizione delle truppe ed altri preziosissimi particolari di natura strettamente militare.

   Il 20 e il 23 marzo Metternich trasmette al suo governo la sostanza dei dispacci di Caulaincourt e di Andréossy, ambasciatori a Pietroburgo e a Vienna. E nel medesimo  23 scrive, fra l’altro :”Sto studiando il modo migliore per conservare una corrispondenza attiva con Talleyrand durante la guerra. Francoforte ci pare il miglior punto di collegamento. Talleyrand ha già in mente la persona che potrà fargli da agente colà (probabilmente il banchiere Bethmann o il duca di Dalberg). Conviene Francoforte a Vostra Eccellenza ? V’è qualcuno, colà,, che potrebbe essere adoperato da noi?”.

   Il 31 marzo 1809 Stadion accettava Francoforte. Vi regnava il principe primate Carlo Teodoro di Dalberg, grande amico di Talleyrand e zio del duca di Dalberg, suo confidente.

   Dopo la pace di Vienna, Metternich, nominato ministro degli esteri, non tornò più a Parigi. Schwarzenberg, che ne prese il posto di ambasciatore,  non seppe mai nulla di quei tremendi segreti. A continuarli per vie sotterranee  e ad insaputa dello stesso ambasciatore, fu designato il consigliere di ambasciata, de Floret  Nesselrode assolveva le stesse mansioni per la Russia.

   I rapporti di Talleyrand  con Napoleone  si ripresero, poco a poco,,. Quando l’Imperatore fu ferito davanti a Ratisbona, Talleyrand gli scrisse poche parole, che sono un capolavoro di cinismo e di cortigianeria : “La Vostra gloria, Sire,, è il nostro orgoglio; ma la Vostra vita è la nostra esigenza”.

   Tornato Napoleone a Parigi nel novembre 1809, Talleyrand fu chiamato  spesso alle Tuileries . Gli furono resi gli ingressi segreti. Il 3 dicembre  il de  Floret potevascrivere : “Talleyrand  ritorna in auge. Ha preso parte al viaggio a Fontainebleau. Vede spesso l’Imperatore. Ha pranzato con lui”.

   Aveva scritto il Lacour-Gayet nella sua biografia  di Talleyrand : “Non abbiamo dati precisi sulla generosità con la quale la Corte di Vienna pagò i servigi che il principe di Benevento le aveva reso”. Oggi la causa è giudicata.

   La raccolta “Letres et Papiers de Nesselrode” pubblicata nel 1904, ci aveva già fatto sapere che Talleyrand  aveva fatto ricorso all’aiuto finanziario dello Zar come corrispettivo dei servigi segreti che gli aveva prestati. Gli chiese licenza di importazione di merci inglesi. Il 15 settembre 1810 gli chiese un milione e mezzo di franchi, ma gli furono rifiutati.

   L’Austria fu più generosa. I costumi del secolo decimottoavo consentivano, fino ad un certo punto, in tempo di pace,  pensioni o sussidi sorani a stranieri. Ma Talleyrand  anche quando cessò di essere ministr delle relazioni estere, rimasev grande dignitario dell’Impero. Non era dunque libero. D’altra parte, fu pagato dall’Austria durante la guerra del 1809. Per un crimine analogo,, Enrico IV fece decapitare il maresciallo de Biron e Richelieu trattò allo stesso modo il principe di Chalais, che aveva cospirato ai suoi danni.    

                      La maschera

   Si è fatto rimprovero a Napoleone di non aver seguito il loro esempio. Ma l’abbiamo già detto: Napoleone ignorò sempre il tradimento di Talleyrand. Lo ignorò a tal punto da consigliare e ricercare i suoi servigi fino alla fine.

   Nelle amare e penose conversazioni di Sant’Elena egli diceva, un giorno, a Gourgaud :” Sfido chiunque a prendermi in trappola. Bisognerebbe che gli uomini fossero tanto scellerati, quanto io li ritengo capaci di esserlo! “.

   Napoleone è costantemente ingannato da Talleyrand, che mantiene , al suo cospetto, la maschera del perfetto cortigiano. I due impersatori di Austria e di Russia, Nesselrode, Stadion, Metternich, più tardi de Floret, furono i soli a possedere il segreto. Talleyrand corrispondeva  per mezzo di corrieri stranieri e la polizia imperiale, che soirvegliava le dsue lettere affidate alla posta, non ne trovava che di insignificanti.

   Negli ultimi mesi del 1813 Napoleone  fu autorevolmente avvertito del riaccostamento fra Talleyrand  e i Borboni.  Fu una rivelazione. Nel gennaio 1814 egli lo prese direttamente a partito in una scena drammatica,, che parve e dovette essere una ripetizione, in grande stile anch’essa, della scena violentissima del 1809.

   Da allora, Napoleone  considerò Talleyrand “come il più temibile nemico della propria Casa”. Ma neppure allora  pensò di porlo nell’impossibilità di nuocere.

   Il 6 aprile Napoleone diceva ingenuamente a Cauulaincourt : “Talleyrand mi tradiva da sei mesi”. Dieci giorni dopo, ripeteva il medesimo calcolo. Sei mesi di tradimento! Erano, in realtà,, sei anni. “Avrei dovuto farlo arrestare”, soggiungeva, “ma io sono  stato sempre  nemico dei provvedimenti di rigore”.

   Sotto la sagoma della sua compassata rudezza, l’Imperatore  era così longamine  che, a Fontainebleau, giungeva ad ammettere che fosse stato naturale per Talleyrand  lo schierarsi contro dui lui. “Io debbo perdonare a Talleyrand”, diceva, “L’ho trattato così male! Egli si è vendicato”. E pochi istanti prima  del suo tentato suicidio, Napoleone ripeteva ancora : “Il suo è stato un gesto di legittima difesa”. Nel suo accecamento. sentenziava  in piena, buona fede : “ Personalmente, Talleyran non mi odia”. Se avesse conosciuto la verità,,, avrebbe potuto perdonare  ?

   A Sant’Elena Napoleone parlava spesso di Talleyrand. Ne deplorava la insaziabile venalità. Ne stigmatizzava i costumi privati. ma ne esaltava i servigiprestati.. “E’ il ministro più capace che io abbnia mai avuto”.

   Nessun dubbio. Ma non cè capacità che possa spiegare l’ostinato attaccamento di Napoleone a Talleyrand. Pure ignorando l’entità dei tradimenti, riparati solo dal suo genio militare, Napoleone tanto im mano per metterlo al bando. All’isola d’Elba amava ripetere : “Se avessimo fatto impiccare due uomini, Talleyrand e Fouché, sarei ancora sul trono”. Perché, allora, non se ne liberò? Non se ne liberò ( e questa è anche l’opinione del Lacour-Gayet e del Dard) perché Napoleone, nonostante le sue guerre, voleva la pace (non occorre aderire, per questo, alla tesi estrema del Lévy, per cui Napoleone fu sempre l’aggredito) e Talleyrand era la stessa incarnazioine della volontà di pace. Al pacifismo di Talleyrand tutti credevano in Europa, a quello di Napoleone, nessuno.

    E’ ormai acquisito che prima della rottura della pace di Amiens con l’Inghiltera, Talleyrand sostenne il partito della pace. Che poi nelle dichiarazioni ufficiali abbia rigettato la colpa della rottura sull’Inghilterra non prova nulla. Finché rimaneva ministro di Napoleone, non poteva fare altrimenti. Nel memoriale dell’ottobre 1805 all’Imperatore proponeva  di togliere  Venezia all’Austria, ma per farne una repubblica indipendente;  proponeva anche  di toglierle la Svezia e il Tirolo, in modo da separarla completamente dai dominii napoleonici, ma la voleva compensata  con i principati danubiani. Era già la teoria dell’inorientamento  dell’Austria. All’indomani di Austerlitz, consigliava nuovamente  di risparmiare l’Austria  e di allearsi con essa. Sostenne sempre  la necessità di intesa della Francia  almeno con una grande potenza. All’indomani di Friedland, scriveva a Napoleone, pur girando il consiglio in forme di devozione personale, che  il  maggior valore della vittoria doveva essere di aprire la strada alla pace.

         Demonio della diplomazia

      In una questione, gravissima in verità, i suoi istinti di moderazione pare che non l’abbiano guidato. Napoleone lo accusò di essere stato l’istigatore della detronizzazione dei Borbone di Spagna e l’accusa ha fondamento.. La sostituzione  dei Borbone di Francia, con una nuova dinastia, gli sembrò richiedere, per solidarietà, una sostituzione simile in Spagna.  Si trattava di ristabilire su nuove basi dinastiche  il “patto di famiglia”. Ancora una tradizione del Settecento, impiegata, però, questa volta,, a profitto dello spirito napoleonico e a danno della moderazione talleyrandiana. Più fedele  a se stesso era, invece, il Talleyrand in quel periodo medesimo quando a madama  di Rémusat diceva che Napoleone avrebbe dovuto fare dell’Italia un regno indipendente (dalla Francia non meno che dall’Austria) e rifare la Polonia. Qui lo spirito del secolo XVIII anticipava le realizzazioni  dei secoli XIX  e XX .

   Questa la vera foirza del Talleyrand : il suo genio. E questo spiega l’invincibile simpatia dei francesi per questo demonio della diplomazia, che, ancora oggi, tutto sommato, lascia così perplessi gli storici. In sede morale nessun dubbio è possibile : Talleyrand  si macchiò delle peggiori colpe. Ma in sede puramnte politica, fino a qual punto è accettabile la tesi che egli servì sempre la causa della Francia, anche quando tradiva il suo Imperatore? Come era possibile distinguere la Francia da Napoleone? Ed anche ammessa, anche accettata una simile distinzione. Come poteva Talleyrand prevedere il corso degli avvenimenti, le conseguenze  ultime della sua diabolica azione? E se i vincitori non fossero stati così generosi al Congresso di Vienna? E se invece dello Zar Alessandro e di Metternich, Talleyrand si fosse trovato di fronte Aleksandr  Michajlovic Gorcakov e Otto di Bismarck?

Alfredo Saccoccio

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Napoleone e Talleyrand nei documenti inediti di Vienna di Alfredo Saccoccio

Posted by on Gen 30, 2019

Napoleone e Talleyrand nei documenti inediti di Vienna di Alfredo Saccoccio

   Pareva che su Talleyrand  tutto fosse stato detto, dopo l’opera monumentale del Lacour-Gayet, di cui uscì , nel 1936, il quarto ed ultimo volume. Non è così.  Gli studi, e con carattere monografico e documentario,  si susseguono e  recano sempre nuova luce su aspetti inesplorati di quella torbida personalità, in qualcuna delle sue azioni rimaste ancora  oscure.  Sotto questo riguardo, di straordinaria importanza  è il volume “Napoléon  et Talleyrand” di Emile Dard pubblicato dal Plon , che colma qualche lacuna del Lacour-Gayet, mentre il “Talleyrand”  del Saint-Aulaire  edito dal Dounot  si può riguardare come una felice ricostruzione dell’opera diplomatica  di colui che più di ogni altro contribuì ad innalzare sul trono il Primo Console.

   Che la figura morale dui Talleyrand sia bella, nessuno penserà a sostenerlo. Prete senza vocazione, vescovo senza coscienza spirituale, donnaiuolo, cupidissimo di ricchezze, opportunista fino al cinismo, mancante di dignità personale : questi suoi connotati non cambiano per la considerazione del suo spirito, della sua “politesse”, della sua uimperturbabilità. L’una e l’altra serie di qualità sono condensate nel famoso detto, ch’egli sarebbe stato capace di ricevere un calcio dietro senza un movimento dei muscoli del viso.

   Politicamente, il ministro del Direttorio e di Napoleone sembra mancare di personalità. Tanto la costituzione direttoriale,, quanto quella consolare ed imperiale, erano così congegnate, che i ministri non erano propriamente uomini di governo, ma, diremmo oggi, direttori o segretari generali : semplicemente esecutori della politica altrui.

 Di Talleyrand in particolare, lo Chateaubriand ha detto che “sottoscriveva agli avvenimenti, non li faceva”.. E un agente segreto, nel 1801, affermava, di lui, che se avesse cessato di essere lo  strumento di un trionfatore, l’uomo sarebbe apparso in tutta la sua mediocrità.

   Sta il fatto, però, che quest’uomo al Congresso di Vienna, che pure riuniva sovrani vittoriosi e pieni della propria missione, come Alessandro, e politici come Metternich, esercitò una parte di prim’ordine. Rappresentante del Paese sconfitto,, egli non solo acquistò ad esso la parità di rango, ma addirittura  una funzione direttiva. Prima ancora, era stato l’artefice principale  della restaurazione borbonica,, in un momento in cui  Luigi XVIII  era lontano dal rappresentare, agli occhi dell’universo, l’unica soluzione. E ancora nel 183°, già prossimo agli ottanta anni, egli è uno dei pilastri della nuova monarchia tricolore : ambasciatore a Londra, in comunicazione diretta e costante con Luigi Filippo, festeggiato ed esaltato dalla società londinesew, realizza l’ “entente cordiale” con l’Inghilterra e la costituzione del Belgio indipendente. Tutto ciò non è da uomo di secondo o terz’ordine.

       Il ministro delle mance

   Diremo, dunque, che Talleyrand si è maturato alla scuola di Napoleone ? Sarebbe un’assurdità. Le sue qualità maestre, lo spirito della sua polòitica sono agli antipodi dello spirito napoleonico. Se l’ex-ministro dell’Imperatore duiviene, nel 1814, uno dei protagonisti della politica europea, ciò è divuto al fatto che l’Europa, dopo un ventennio di rivoluzioni, di guerre, di agitazioni illòimitate, sentiva il bisogno di un ritorno all’ordine, all’equilibrio, alla ragione, alle tradizioni del secolo XVIII. Queste tradizioni Talleyrand le impersonava superiormente, con in più le esperienze dell’agitatissimo periodo intermedio.

   Talleyrand è, in certa midsura, l’ “ancien régime” che ritorna, na un “ancien régime” raffinato, addolcito, adattato ai tempi; un “ancuien régime che ha letto Montesqueu e subìto l’influsso di Voltaire; un “ancien régime” con la Carta, l’uguaglianza davanti la legge, la libertà dei culti. Non è un caso  che, sotto i Borboni restaurati, Talleyrand passi ben presto nello sfondo della scena politica e torni ad emergere solo con la monarchi orleanista, Dell’assunzione al trono di Luigi Filippo egli fu uno dei fautori.. E ancora una volta era una parziale rivincita del Settecento  sull’Ottocento . la rivoluzione si piegava all’ordine. Invece della democrazia trionfava il “giusto mezzo”. L’ideale cui ci si ispirava non era la Francia repubblicana e rivoluzionaria, msa l?Inghilterra monarchico-costituzionale, a cui già Montesqueu e Voltaire avevano guuardato  come a maestra.

   Come mai uno spirito simile rimase, per quasi un decennio, a fianco del Bonaparte, che ne rappresentava l’antitesi ? La risposta comune è sbrigativa : Talleyrand era un opportunista, che pensava soprattutto alla sua posizione mondana e a far quattrini. Il servizio  di Napoleone lo provvedeva benissimo sotto l’uno e l’altro aspetto e ciò gli bastava. Il Lacour.

-Gayet ci fa, di tanto in tanto, l’elenco degli onori piovuti sull’ex-vescovo di Autun e il computo dei milioni da lui guadagnati con la rendita delle sue cariche, con i giuochi di borsa, con le “mance” sontuose dei sovrani stranieri.

   Tutto questo è vero, ma non è tutto il vero. Intanto, se Napoleone lo tenne a lungo e lo apprezzò altamente (parliamo di apprezzamento intellettuale), se il suo giudizio sula capacità di lui non  variò neppure a Sant’Elena, vuol dire che in questo spirito così diverso dal suo aveva trovato una sorta di completamento. La moderazione del ministro  serviva, presso i sovrani e i diplomatici stranieri, a rivestire di formule plausibili  la smoderatezza del Cesare, le cui pretese assumevano, per l’abilità di Talleyrand, parvenza di ragione. La diplomazia del Talleyrand  era la forma  razionale di una politica sostanzialmente irrazionale .

               Ritiro o congedo

   Ma quel che più conta è che , ad un cero punto, Napoleone e Talleyrand  si divisero. I motivi del distacco non sono raccontati  in maniera uguale dall’uno e dall’altro : quel che per il ministro è ritiro, per l’imperatore è congedo. Un fatto, però, è fuori di ogni dubbio : fin dal 1808, Talleyrand consuma intimamente il divorzio  dalla politica napoleonica.  Al Congresso di Erfurt (24 settembre –  14 ottobre 1808) egli prende una posizione nettamente antinapoleonica. Si può parlare di tradimento vero e proprio ? E’ dubbio.  La maggioranza degli storici francesi, ostinatissimi a  trovare scuse e attenuanti petr Talleyrand, lo esclude.  E fose non hanno torto. Ad Erfurt si poteva ancora scorgere nel dualismo fra Napoleone e il suo ministro un contrasto di concezioni. Si sa che il dissenso aveva origini remote. Risale alla rottura della pace di Amiens, cui seguì la ripresa della guerra continentale, giudicata dal Talleyrand un gravissimo erroire.  “Talleyrand è disperato, si legge  in un rapporto segreto del Lucchesini, del 14 settembre 1805, e se potesse evitare la guerra riguarderebbe questa circostanza come la maggior gloria del suo ministero”.

   Comunque sia, al Congresso di Erfurt inizia una vera e propria  politica personale… La dsua formula è questa : la Francia prima di Napoleone.

   Ad Erfurt Napoleone cercava soprattutto due cose : l’assicurazione dello zar Alessandri che l’Austria sarebbe stata tenuta a bada durante la campagna di Spagna e la mano della sorella maggiore dello zar stesso,,, la granduchessa Caterina. Questo l’incarico affidato a Talleyrand. Non se ne fece nulla. Assecondato da Caulaincourt, che sembra essere stato il suo zimbello più ancora che il suo complice., Talleyrand mandò all’aria entrambi i disegni.  Alessandro non prese nessun impegno e la granduchessa Caterina  si fidanzò, un mese dopo,, con il principe Oldenburg.

   Come sempre, l’azione di Talleyrand fu abilissima, tanto è vero che Napoleone non sospettò mai del tradimento di Erfurt. Nel dicembre del 1812, nella slitta di Smorgoni, alla presenza di Caulancourt, egli attribuiva alle chiacchiere inconsiderate del maresciallo Lannes le resistenze opposte ad Erfurt dall’imperatore della Russia così alle sue blandizie come alle sue minacce. Calaincourt dovette esserne ben sorpreso.

   Nell’atteggiamento di Talleyrand ad Erfurt non c’era nulla di improvvisato. Prima di partire per il Congresso, Talleyrand aveva avuto dei lunghi colloqui con Metternich, ambasciatore d’Austria a Parigi. Sulla natura di queste relazioni gettano molta luce i dispacci riservati e cifrati che il Metternich inviava da Parigi all’imperatore Francesco II e al suo ministro degli Esteroim Stadion,, nei quali dava precisi  ragguagli dei suoi colloqui con il Talleyrand. Questi dispacci furono omessi o pubblicati frammentariamente nelle “Memorie” di Metternich, edite nel 188°. E’ merito del Dard averli tratti dall’iblìo degli Archivi di Vienna e largamente utilizzati in questa opera di rigorosa documentazione. Racconta il Metternich, in uno di questi dispacci, immediatamente precedente la partenza di Talleyrand per il Congresso di Erfurt, che fin dal 1805 Talleyrand “aveva concepito il disegno di opporsi con tutta la sua possibile influenza ai piani distruttori di Napoleone”. E precisa : “Dobbiamo a lui, unicamente a lui, certe particolarità più o meno favorevoli del negoziato di Presburgo.. Egli si oppose più a lungo che potè alla campagna contro la Prussia”. Metternich ricorda parimenti le ripetute insistenze di Talleyrand  perché l’imperatore Francesco II o lui stesso si recassero a Erfurt per “dare soggezione” a Napoleone.

             Legion d’Onore e  Toson d’Oro

   Su un particolare cospicuo per un austriaco, Metternich fece resistenza durante quei colloqui. A proposito dello scambio della Legion d’onorew e del Toson d’oro fra i due imperatori e i ri spettivi ministri : “Sapete quel che farei al vostro posto? “ gli didsse Talleyrand. “Io proporrei lo scambio degli ordini. L’Imperatore attribuisce grande importanza a tutto  ciò che viene dalla vostra Corte, da signori di antica razza”. La trisposta di Metternich fu glaciale. “Gli statuti del Tosone esigono cinquesento anni di nobiltà. Voi siete il solo che possa aspirarvi”. E la cosa restò lì. Il 24 settembre Metternich postilla : “Talleyrand non tradisce ancora. Fa un po’ di fronda e vuol dirigere”.

   Appena tornato da Erfurt, alla fine di ottobre, Talleyrand mette segretamente Metternich al corrente di tutto quanto si è fatto al Congresso e della parte decisiva ch’egli vi ha dispiegato. “La Russia, gli dice, non sarà più trascinata contro di voi. Solo la più stretta unione fra Austria e la Russia può salvare quanto ancora rimane della indipendenza dell’Europa”.

   Ai primi di novembre del 1808 Napoleone parte per la Spagna, dopo aver raccomandato, in piena buona fede, a Talleyrand di imbandire, quattro volte la settimana, un pranzo di trentasei coperti, a ministri, consiglieri di Stato, membri del Senato e del Corpoi legislativo. La consegna era precisa : “ Dovete metterli a contatto fra di loro, dovere  studiarli e assecondare le loro disposizioni”.

   Le periodiche imbandigioni ci furono, ma servirono a scopi del tutto diversi. Non occorre ricordare che nel comportamento di Talleyrand la cortigianeria più umile procedeva, di pari passo, con il tradimento. In occasione della vittoria di Somo-Sierra, egli si felicita con Napoleone e gli augura di arrivare, s più presto, a Madrid. Questo era l’atteggiamento ufficiale. Ben diverso quello dell’intimità. A quattr’occhi con Champagny e con Maret le sue critiche erano spietate. Alla presenza di Beugnot, nelle sale di Madama Rémusat, dove soleva troneggiare come un oracolo, Talleyrand si effondeva in recriminazioni su quello che egli chiamava “l’errore irreparabile “ dell’Imperatore.

   Fu proprio in uno di quei banchetti ordinati da Napoleone perché Talleyrand alimentasse i sentimenti di lealtà degli alti funzionari, che, una sera, i convitati videro arrivcare, con indicibile sorpresa, Fouché. Non erano da gran tempo in pessimi rapporti ? Fra lo stupore crescente dei presenti, il principe di Benevento prese ostentatamente il duca di Otranto sotto il braccio e i due personaggi passeggiarono a lungo, avanti ed indietro per le sale, ragionando amichevolmente, perché la loro riconciliazione apparisse a tutti piena ed assoluta. E la riconciliazione c’era di fatto. L’aveva favorita e aiutata il D’Hauterive, antico oratoriano come Fouché e vecchio amico di Talleyrand, in quel momento capodivisione al Ministero degli Esteri.

   Si sarebbe potuto pensare che la consegna lasciata da Napoleone, al momento della sua partenza per la Spagna, al suo MInistro, fosse religiosamente rispettata, se Talleyrand passava sopra ai suoi rancori personali e invitava alla sua tavola l’avversario  di così lunga data. Ma sì! Quale era la posta della riconciliazione ? L’eventuale successione dell’Imperatore! Sotto l’apparenza  dell’adempimento letterale degli ordini imperiali, Talleyrand faceva, dei convegni settimanali, l’occasione delle sue trame.

   Dai tempi di Marengo,,, in Talleyrand non c’era che una sola ptreoccupazione: chi avrebbe potuto sostituire Napoleone ? L’eventualità era ora più prossima, forse, che mai. Non poteva, Napoleone,  da un momento all’altro, essere colpito in battaglia?

   A buon conto,, dalle conversazioni di Tallewyrand e di Fouché, riconciliati  nei simposiiii settimanali,, uscì una lettera che doveva avvertire Murat perché si tenesse pronto alla prima chiamata. Ma Eugenio di Beauuharnais, messo sull’avviso da Lavalette,, intercettò la lettera e la fece pervenire all’Imperatore. Dal canto suo, Madama Letizia, avendo colto al volo alcune parole d’intesa fra Talleyrand e Fouché, in casa  della principessa di Vaudemont, prevenne suo figlio.

          L’orecchio di Metternich

   Metternich stava con l’orecchio teso. Egli era particolarmente stimolato da Carolina Murat. Le circostanze gli parvero così gravi che decise di partire per Vienna, alla fine di novembre, per renderne conto a Corte. Gli armamenti ripresero febbrilmente in Austria e la guerra fu decisa, in linea dii principio, per la primavera seguente, fermo restando che la parte di aggressore fosse lasciata a Napoleone. Per  quanto riguardava Talleyrand,, limperatore Francesco e Stadion rimasero sbalorditi ed esitanti. “E’ possibile che costui lavori nel senso del suo padrone? Che lo serva per una via che, per quanto divergente all’apparenza, può finire col mirare al medesimo scopo, evitare, cioè, complicazioni alla Francia, cullandoci in speranze chimeriche? Oppuure segue una sua direttiva personale, condivisa da altri personaggi eminenti dello stato ? Comunque sia, seguire una linea di massima prudenza : mai sbilanciarsi, non prestar fede  senza solidi pegni”. Queste le istruzioni impartite a Metternich.

   Ritornato a Parigi, Metternich scrive, l’11 gennaio 1809 : “Ho trovato la persona in questione (Talleyrand) nelle medesime condizioni di spirito nelle quali l’aveva lasciata. Nessun dubbio che tutte le alternative sono state “eventualmente” calcolate. Non si provocheranno catastrofi, ma si saprà trarre profitto da quelle che potrebbero verificarsi. Questa la sostanza delle nostre conversazioni. Si giudica buono l’atteggiamento dell’Austria. Si consiglia di mantenerlo sempre così energico”.

   Una settimana dopo, ilm 17 gennaio, dopo un colloquio con Talleyrand, Metternich scrive al suo ministro a Vienna : “X (TAlleyrand) e il suo amico (Fouché9 sono sempre gli stessi, decisissimi qualora l’occasione si oresenti da sè, mancando un coraggio abbastanza attivo per provocarla”. L’occasione era la morte di Napoleone! Ma che cosa intendeva Metternich per “coraggio attivo” ? Si deve ritenere che fosse, non diversamente dagli agenti inglesi sotto il Consolato, per il “colpo essenziale” ? E’ un punto oscuro.

   Non si perde tempo. Il 20 gennaio Talleyrand mostra a Metternich una lettera di Fouché, nella quale si dice che sulla strada di Baiona sono stati ordinati dei cavalli per un generale. “Questo generale è l’Imperatore”. Talleyrand  comunica  ancora dei rapporti di Champagny e uina lettera di Dalberg, il quale informa “che la Germania si riscalda sempre più”. “Talleyrand”, conclude Metternich, “raccomanda  di non lasciarci prevenire da Napoleone se questi è veramente deciso a farci la guerra”.

    Quel generale era proprio Napoleone. Bruciando le tappe, Napoleone arriva a Parigi, il 23 gennaio, furibondo. Aveva saputo delle riserve, delle critiche, del “disfattismo”, si direbbe oggi,, di Talleyrand durante la sua assenza. Nel pomeriggio del 28 gennaio, chiama nel suo gabinetto Cambacérès, Lebrun, l’ammiraglio Decrès, Fouché  e Talleyrand. Aveva deciso di liquidare il suo ministro degli esteri.

   FRa Napoleone e il suo ministro si svolse una scena di una violenza inaudita. Secondo Pasquier, durò mezz’ora; secondo altri, più ore. E’ stata riferita da Pasquier, che ne aveva avuto l’esatto resoconto da Decrès.

   Napoleone incominciò  con il lamentarsi seroamente che durante la sua assenza si fossero svisati i fatti, si fosse parlato di una campagna disgraziata, mentre la sua era stata una serie di successi, si fosse perfino osato prospettare la possibilità di una successione.  Ricordò i doveri dell’obbedienza e della discrezione assoluta cui erano tenuti, nei suoi confronti, deputati, ministri, alti dignitari dello Stato. E finalmente, non riuscendo più a contenersi, camminando avanti e indietro, a grandi passi, gesticolano, urlando, si scagliò su Talleyrand, immobile, appoggiato a un caminetto , a causa della sua gamba inferma.

   “Voi siete un ladro, un vigliacco,  un uomo senza fede e senza Dio. Per tutta la vostra vita  avete mancato a tutti i vostri doveri. Siete un traditore, avete ingannato tutti quanti.  Non v’è nulla  di  sacro per voi. Vendereste perfino vostro padre. Vi ho colmato di benefici e in cambio sareste  capace di qualsiasi  cosa contro d i me.  Da dieci mesi,  immaginando che le mie cose di Spagna vadano male, avete l’impudenza  di andar dicendo, anche a chi  non lo vuol sapere, che voi avete disapprovato l’impresa, mentre siete stato voi  a darmene la prima idea e siete stato voi, proprio voi, a consigliarmela  con tanta insistenza.  E in quanto a quel “disgraziato” (era così che Napoleone  designava il duca d’Enghien) chi mi  indicò  il luogo del suo rigugio? Chi mi incitò a infierire contro di lui ? Quali sono, dunque,  i vostri piani ? Che cosa cercate ? Che cosa sperate ? Osate dirlo una volta per tutte! Dovrei farvi a pezzi come un bicchiere! Potrei farlo, ma vi disprezzo troppo!”.

   Secondo Mollien, l’Imperatore avrebbe anche soggiunto : “Ma perché non vi ho fatto appendere ai cancelli del Carrousel ? Ma sono ancora in tempo ! Andate, non siete altro che dello sterco in una calza di seta!”:

   Secondo Metternich, Napoleone gli avrebbe rimproverato anche la pace di Presburgo, definita “infame e opera dii corruzione”.
   Passando e ripassando davanti a Talleyrand, dice Thiers, scagliandogli in viso, ogni volta, le parole più offensive, accompagnate sempre da gesti minacciosi. Napoleone fece gelare di spavento tutti i presenti e lasciò coloro che lo amavano pieni di dolore, al vedere così avvilita la doppia dignità del trono e del genio.

   Talleyrandi restò impassibile e muto. Parecchi anni più tardi, l’ammiraglio Decrès non riusciva ancora a riaversi dallo stupore che gli aveva ispirato simile padronanza di sè. Romantzoff, scrivendo alla propria Corte, ammirava la “straordinaria disinvoltura” dell’uomo.

   Fu questa straordinaria padronanza di sè che valse a Talleyrand una certa superiorità su Napoleone. Il silenzio del colpito metteva l’Imperatore in una situazione niente affatto brillante e niente affatto  imperiale. Rimproverare al proprio ministro i consigli dati, non equivaleva a riconoscersi colpevole di averli seguiti ? Ad ogni modo, nella serie dei rimproveri manca l’accusa specifica di tradimento. Chi può escludere che nell’immobilità del Talleyrand non ci fosse il timore di sentirsela rinfacciare da un momento all’altro ?

             Sulla soglia

   Alla fine della scenata, Talleyrand si accinse ad uscire lentamente dallo strudio imperiale. Il supremo affronto lo raggiunse sulla soglia. Napoleone gli gridò alle spalle : “Non mi avete mai detto che il duca di San Carlo è l’amante di vostra moglie”.  Sotto l’ultima, sanguinosa staffilata, Talleyrand si voltò di colpo e, senza scomporsi, replicò :” Non mi sarei mai immaginato, Sire, che un simile particolare potesse comunque interessare la vostra gloria e la mia”.  E rivolgendosi ai presenti, ancora esterrefatti :”Che peccato che unuomo così grande sia stato così male educato!”:

   Mentre usciva, Duroc gli si avvicinò per chiedergli la sua chiave di ciambellano. Talleyrand evitò sempre di parlare della terribile scena.. Non se ne confidò nemmeno con Metternich, che ne ebbe conoscenza da altra parte. Nelle sue “Memorie” accenna vagamente a scene violente che Napoleone gli avrebbe fatto in pubblico. “Nobn mi dispiacevano, poiché la paura non è mai entrata nella mia anima. Sarei quasi tentato di dire che l’odio che ostentava contro di me faceva più danno a lui che a me”.

   La sera stessa Talleyrand corre dalle sua fedeli amiche, Madame de Rémusat e la viscontessa  di Laval. “E voi non vi siete gettato su di lui? , avrebbe esclamato quest’ultima. “Ah, ci ho pensato; ma sono troppo indolente per simili reazioni”. In realtà, la sua impassibilità era stata solamente apparente. Tornato a casa, era stato preso da una sorta di collasso. E i medici trepidarono per la sua vita. In nottata si riprese, riflettè e, a differenza di Napoleone, operò.

   L’indomani, domenica 29, va a trovare Metternich. Un rapporto inedito dell’ambasciatore d’Austria getta piena luce sulle decisioni prese da Talleyrand durante la notte. Il rapporto, in data 31 gennaio, era “riservato e cifrato”. Fu collocato fra i pieghi umidi e giunse a Vienna poco decifrabile. Il ministro Stadion ne chiese un duplicato, che fu inviato il 23 febbraio successivo.

   Ecco  qualche tratto  essenziale  del rapporto di Metternich.  “La tensione   incomincia a toccare  il più alto grado. Fino ad oggi l’Imperatore  non ha osato attaccare  Fouché. La maniera  stessa  che egli ha  scelto per colpire Talleyrand sta a provare  che questi opersonaggi  hanno delle solide basi.  L’Imperatore mette la corazza.  Sarebbe infinitamente più  facile mettere  gli avversari nell’impossibilità  di nuocere.  Se non lo fa, è segno che non osa. Ad ogni modo la sfida fra le due parti è lanciata.  X (Talleyrand) ha gettato definitivamente  la maschera al mio cospetto. Mi pare decisissimo a non tergiversare. Due giorni fa  mi ha detto che a suo giudizio  era giunto il momento di agire. E che riteneva  suo dovere entrare in rapporti diretti con l’Austria. Mi disse anche che altra volta  aveva rifiutato le profferte del conte Cobenzl. Ma che oggi  le accetterebbe.  Il rifiuto di allora era stato determinato dalla particolare posizione che  occupava.  !Oramai”, concluse, “sono libero e le nostre cause sono solidali. Ve ne parlo con tanta maggiore franchezza,  dato che sono persuaso sia vostra intenzione obbligarmi in qualche modo”. Mi ha fatto capire che ha bisogno di qualche centinaio  di migliaia di franchi, dato che l’Imperatore l’ha scalzato  fino alle fondamentacol mantenimento dei principi spagnuoli e la compera della sua casa. Io gli ho risposto che l’Imperatore  (Francesco I)  non sarebbe stato alieno dal dimostrargli la sua riconoscenza qualora si fosse messo al servizio della causa comune. Rispose che questa  era  la sua e che non gli restava che di vincere  o di perire coin essa.  “Siete sorpreso di queste mie dichiarazioni ? ”  mi domandò. “Niente affatto!, gli risposi, le considero, anzi, come un autentico impegno a lavorare per la causa comune” ”.

   Dopo di che Metternich chiede all’Imperatore di mandargli tre o quattrocentomila franchi  in lettere di cambio a ordini ipotetici sull’Olanda. “Per quanto cospicua possa apparire tale somma, essa è sempre inferiore  ai sacrifici ai quali siamo abituati. Immensi possono  essere i risultati di un simile impiego”; E che i risultati fossero veramente di un’efficacia  straordinaria, si desume da un altro dispaccio inviato da Metternich  a Stadion , il 23 febbraio. “Non posso dilungarmi sull’utilità dei servizi di X da quando le nostre relazioni hanno assunto  questo carattere. Prego V. E. di valutarli  sulla scala puiù elevata. La persona che si è impegnata a farmi conoscere il dislocamento delle truppe non ha ancora potuto mantenere la parola”: ………..continua

Alfredo Saccoccio

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Incanti di Wagner di Alfredo Saccoccio

Posted by on Gen 22, 2019

Incanti di Wagner di Alfredo Saccoccio

   La  vita di Richard Wilhelm Wagner è come un libretto d’opera : una vita in cui passano prìncipi, artisti celebri, dame del gran mondo, amici fedeli, donne che redimono e salvano. Wagner vi recita la parte del “bel tenebroso”. Alla fine di questo straordinario melodramma, si vede un popolo genuflesso  davanti ad un’apparizione ieratica, in un teatro dove l’estasi è di regola come in chiesa.

   La sua gioventù è irrequieta e bizzarra : le ambizioni, fin dai primi anni,   sono sfrenate e violente. Egli odia gli studi, i maestri, la scuola, e dimostra una singolare volontà di indipendenza e insieme un’incertezza e una volubilità  quasi morbose. L’inclinazione alla musica e alla poesia si manifestano in lui molto presto. Compone versi e musica : legge Byron e si atteggia ad eroe perseguitato e ribelle. E’  uno studente aggressivo, esaltato, prepotente. Nel 1830, quando aveva appena sedici anni, prende parte alle agitazioni politiche degli studenti.

   In quel tempo, Lipsia  è una città male amministrata da una Corte prodiga e dissipata e da una magistratura venale. I giovani si mettono contro la corruzione e i dispendi dei ricchi.  Seguito da qualche compagno, un giorno Wagner organizza una sorta di spedizione nelle case di malaffare della città,, dove vengono sorpresi alcuni funzionari noti per i loro atteggiamenti ipocriti e  moralisti. Ma, d’altra parte, il giovane censore conduce una vita dissipata  ed allegra. Gli piace bere e divertirsi; gioca alle carte con rabbia e con furore e, un giorno, arriva a proporre, come posta del gioco, la pensione della  madre. Smanioso di dominare, Richard costituisce, insieme agli amici, una specie di guardia civica studentesca, con il fine apparente di “proteggere i cittadini”.

   Nello stesso  tempo, però, manifesta la sua vera inclinazione alla musica e improvvisamente rivela il suo grande amore per Beethoven. A diciott’anni, infatti, un’audizione del “Freischutz” di Weber decide la sua carriera.

   Da quel momento, Richard abbandona goliardi e milizie civiche e si dedica all’armonia e alcontrappunto. L’anno dopo già dirige l’orchestra di Magdeburgo. Ma non smette per questo le sue  pazzie e i suoi diverimenti. E’ un giovane esuberante, gioviale, ingordo. Gli piace mangiar bene, ubriacarsi, vestire con eleganza. Per far fronte alle spese, contrae debiti e rivela già quell’invincibile predilezione per le cambiali che l’accompagnerà fino alla morte.

* * *

Sul   palcoscenico di Magdeburgo incontra Wilhelmina Planer, cioè Minna, l’eroina brontolona, che, per venticinque anni, sarà compagna delle sue incerte fortune. E’ una ragazza semplice, senza grandi aspirazioni, che vivrà al fianco di Wagner sopportando miserie e privazioni senza fine. Da principio avrà qualche impulso a ribellarsi, ma poi finirà per restar calma e mansueta vicino al marito.

   Anche il matrimonio, a Wagner, si presenta subito sotto le apparenze dell’avventura. Una sera, lo smemorato maestro ha dimenticato la chiave a casa : per entrare deve scavalcare la finestra. Quando improvvisamente una mano bianca e grassoccia si stende sopra di lui ad accoglierlo : è la mano di Minna. I due si sposano nel 1836.

   Lasciata Magdeburgo, dove l’orchestra si scioglie per dissesti, cominciano per i due sposi le peripezie romanzesche. Wagner attraversa Koenigsberg, Memel, Tiga: Dopo una navigazione tempestosa, approda in Norvegia, invece che a Londra, dove era diretto. I debiti aumentano e la tragedia è sfiorata venti volte. Ma Wagner risolve abilmente ogni situazione scabrosa con l’enfasi e la declamazione. I creditori, stupiti ed affascinati, tacciono sotto quest’onda vertiginosa e gesticolante delle sue parole. Lo stesso Nietzsche, che fu sempre un grande ammiratore di Wagner, parlando di quel periodo avventuroso, scrive : “La vita di Wagner, vista da vicino e senza amore, ricorda una commedia stranamente grottesca”.

   Un giorno, infine, la coppia errante arriva a Parigi. In quegli anni la città è il covo delle cospirazioni e degli attentati, il mercato delle idee più temerarie.
Ma è anche il paradiso dei poeti  e la fabbrica delle reputazioni: finanzieri e grandi dame, poeti ed artisti, vi gareggiano nel lusso, nei dispendi e nei fasti. E’ la Parigi di Balzac, di George Sand e di Alfred de  Musset; è il periodo delle stravaganze fortunate. Eppure Wagner non riceve che i rifiuti degli arrivati, le ripulse degli impresari musicali, e vive tra la penuria e la ricerca affannosa del denaro. In quegli anni, Franz Liszt trionfa con i suoi concerti; Meyerbeer domina le platee. Wagner deve adattarsi, costretto dal bisogno, a ridurre per pianoforte le partiiture delle opere di Rossini, di Halévy, di Auber, di Donizetti e a scrivere articoli per le gazzette musicali tedesche.

   “Povertà, dura indigenza, compagna consueta dell’artista tedesco, a te rivolgo, scrivendo questi miei ricordi, questa prima invocazione”, scrive egli nel corso di un articolo. Non sono metafore. Alloggia veramente in un miserabile appartamento della via Helder, dove Minna è costretta a

faticare per conto d’una famiglia di vicini. Wagner  passa le giornate inchiodato alla croce delle traduzioni : non ha più tempo per occuparsi delle opere già cominciate o soltanto vagheggiate. Il focolare domestico resterebbe spento per settimane, se non ci fossero gli aiuti di un amico tedesco. Wagner mastica la pipa, legge gli scrittori socialisti del tempo. Intanto le “scarpe non erano che un fantasma di calzatura, da cui le suole erano totalmente scomparse”.

                                                * * *

   Non ha che venticinque anni, ma come i suoi eroi ama le avventure più ardue. I fiaschi di Parigi saranno ripagati dalle buone accoglienze di Dresda, dove il “Rienzi” viene rappresentato il 20 ottobre 1842.

   Quest’opera, piena di balletti, cortei e fanfare, di preludi e finali alla maniera di Meyerbeer e di Spontini, ottiene un grande successo. Wagner raggiunge così un certo assestamento economico, che sembrerà sicuro e definitivo il giorno in cui, dopo la rappresentazione de “L’olandese volante”, la terza opera di Wagner, verrà nominato “Hofkapellmeister”, direttore cioè del Teatro Reale.

   Tutto sembra rassenerarsi. Dal suo appartamento gode la vista dei giardini reali ; Minna si riconforta ed il giovane maestro può ora trattare alla pari con Spontini, con Berlioz, con Schumann. Il “Rienzi”, “L’olandese volante” e il “Tannhauser”, quantunque poco graditi al pubblico sempre avido di cabalette e di “usignoli”, ottengono numerose repliche. Infine, una splendida esecuzione, senza pari, della “Nona Sinfonia” di Beethoven gli procura la stima degli intenditori più restii.

   Wagner tuttavia non è musicista da accontentarsi del successo. Quando sopraggiune la rivoluzione del 1848, non resta indifferente : si trova bene nel ciclone. Entra in una società di patrioti esaltati, scandalizza la Corte con le sue imprudenze, redige articoli in cui invoca una monarchia repubblicana. Afferma perfino, esplicitamente, che “più povero è l’uomo, più naturale è il suo diritto a decretare leggi che lo proteggano”. Il Re manda in congedo il suo inquieto direttore d’orchestra. Wagner potrebbe  forse guadagnare un seggio di deputato alla Dieta di Francoforte, ma intanto ha perso uno stipendio. E allora deve ricorrere alla borsa di Franz Liszt. “ I miei affari vanno male, ed io mi ripeto che voi potreste aiutarmi. Ho intrapreso io stesso la pubblicazione delle mie opere. La somma di cui si tratta si aggira sui cinquemila talleri. Non sarebbe interessante che voi diventaste l’editore-proprietario delle mie opere ?” (Lettera del 23 giugno 1848).

    E’ il tempo in cui Wagner tratta volentieri con Bakunin e va sulle barricate di Dresda, che gli destano nell’animo quel vago incantesimo del fuoco. di cui si ricorderà componendo “Sigfrido” e “La Valchiria”. Ma la polizia sassone lo costringe a fuggire verso i laghi svizzeri. Attraverso quel dedalo di frontiere ch’era la Germania anteriore all’unità, questa fuga gli riesce abbastanza facilmente. Dopo una serie di travestimenti, giumge infine a Lindau, sul lago di Costanza. Libero.

                                     * * *

   Negli anni trascorsi in Svizzera (1848-1858) Wagner si dedica alle grandi composizioni. In questo periodo una nuova donna entra nella vita del grande musicista. E’ Mathilde Wesendonck, che oscura e sostituisce in Wagner il primo, giovanile amore per Minna. Ciò che Carlotta von Stein rappresentò, un giorno, per Goethe, ora Mathilde Weswndonck lo rappresenta per Wagner.

   Il grande poema amoroso di “ Tristano  e Isotta” è stato composto, si può dire, nel grembo della crinolina di Mathilde. Tra i velluti “capitonnés” della sua villa, sono nati Brunilde, Sigfrido, Wotan, Alberico, le figlie del Reno, gli abbozzi della “Tetralogia” e del “Parsifal”. Mathilde lo vede come un genio perseguitato : e la suggestione delle grandi disavventure del maestro si estende fino ad Otto Weswndonck, il marito di lei.

   Otto è un ricco commerciante di filati, stabilitosi a Zurigo : Mathilde, una intellettuale. Il maestro li incanta entrambi suonando al pianoforte, leggendo i suoi poemi e i suoi manifesti innovatori. Imitando, nella vita, i personaggi del “Tristano e Isotta”, Wagner appare come l’eroe delle terre del nord; Mathilde somiglia ad Isotta; mentre il marito si conforma inconsapevolmente sul re Marke.

   Wagner aveva allora quarantacinque anni, Mathilde ventiquattro e Otto trentasette. Per una singolare ironia, Otto, come re di Marke, chiama Wagner-Tristano alla sua corte o, per meglio dire, alla sua villa; come re Marke, assiste allo scambio dei filtri fra Tristano e sua moglie. Infine più tardi, quando l’amore fra i due sarà passato, egli accetterà di comprare, versando ventiquattromila lire, la proprietà dell’ “Anello del Nibelungo” non ancora composto.

   “Ciò che mi innalza, ciò che resta  durevole in me, è la felicità di essere amato da te”, scrive Wagner nel suo diario dedicato a Mathilde, che frattanto s’è già data, anuima e corpo, al “pallido navigatore”, “all’uomo che può trovare la liberazione se può trovare una donna fedele fino alla morte”. Quando Wagner si stabilisce nella villa dei Wesendonck, presso Zurigo, scrive all’amica : “Una profonda pace è discesa in me. Sono stato preso, fino alle profondità del mio essere, da un calore benefico e senza turbamento.  Una chiarissima luce si è fatta in me. Non vacillo più, so dove vado, dove mi fermo, dove lavorerò, dove attingerò forza e riposo!”.

   Ahimè, la realtà si incaricherà di confutare queste frasi così alte e così vuote. Nella tragicommedia della sua carriera, si annuncia, improvvisa, una scena di gelosia fra Minna e Mathilde. Le due donne si affrontano come nel più melodrammatico dei duetti. Mathilde, sdegnosa, sicura della sua superiorità, esige che Wagner si allontani da Minna.  Wagner esita, incapace di decidere. Ma, in ultimo, finisce per adoitare una soluzione borghese e piena di egoismo : quella di separarsi dalle due donne e partire, solitario viaggiatore, per Venezia.

                                  * * *

   Una tale crisi, in altri avrebbe prodotto conseguenze non indifferenti e forse fatali. Ma in quest’uomo demoniaco e adattabile le tragedie si trasformano facilmente in partiture. Dietro la gesticolazione e il dolore romantico, si delinea una coscienza abbastanza realistica e mediocre. Le crisi di Wagner non raggiungono mai il punto estremo. Ciò che gli preme soprattutto è la musica. Separazioni, burrasche coniugali, fughe attraverso l’Europa, struggimenti romantici, per lui non sono che motivi di ispirazione per un’opera che poi rivestirà di musica.

   Quando le crisi arrivano al colmo, l’egoismo lo salva. Wagner continuerà a soffrire la povertà, a viaggiare in lungo e in largo il Vecchio Continente, a tempestare Liszt di sollecitazioni finanziarie, a dirigere encicliche agli amanti della “musica dell’avvenire” e a urtare i benpensanti con le sue teorie artistiche rivoluzionarie. Dell’amore di Mathilde si libererà attraverso la musica. Nel lunghi messi passati a Venezia, fra il 1858 e il 1859, nascerà “Isotta”.

   Più tardi corre a Vienna, torna in Svizzera, progetta di stabilirsi a Parigi, dove, nel 1861, il “Tannhauser” è accolto da un vero uragano di fischi; torna quindi a Vienna per farvi rappresentare “Tristano e Isotta”, sempre fantasticando progetti grandiosi e contraendo debiti non meno ingenti. Ma il “Tristano e Isotta ” viene dichiarato “irrapresentabile”.

   Tuttavia, mentre le ostilità crescono e l’operista dell’avvenire sta sull’orlo del fallimento, un colpo di scena si produce come un miracolo : nella vita di Wagner appaiono due nuovi amori, grandi e diversi. Quello di una donna e quello di un re.

                            * * *

   Come a Minna sono toccati gli anni dei tentativi e delle temerità sfortunate e a Mathilde quelli della profonda  elaborazione interiore, così a Cosima  von Bulow, la poco più che ventenne figliola di Liszt e di Madame  d’Agoult, toccheranno gli anni dell’apoteosi.

   Dal canto suo, Luigi II di Baviera scende i gradini del trono per venire incontro al “pallido navigatore”.  Questo re da ballate romantiche si innamora di Wagner, ne fa il suo confidente, il suo consigliere, conferendogli un’autorità invidiata dai ministri. Una sorta di velario magico si solleva : i debiti di Wagner vengono saldati; gli viene offerta una casa a Monaco; il teatro, l’orchestra, le casse dello Stato sono lasciate a sua disposizione. “Siate sicuro che io farò quanto sta  in mio potere per indennizzarvi dei vostri patimenti passati”, gli dice nella sua prima udienza il re. E Wagner annota, in una lettera alla signora di Monkanoff-Kelersi : “ L’incredibile è diventato realtà. Un re mi è stato inviato dal cielo, esisto per lui e divento me stesso; egli è la mia patria e la mia felicità”.

   Il dialogo fra i due, poco a poco, sale di tono : “ Mio unico e mio tutto! Autore della mia felicità! Giornata di estasi! Tristano!  nato per te, eletto da te”, gorgheggia Luigi II. Wagner replica in chiave più bassa, ma rivolgendo talora al re un frasario più appropriato all’amante. Cosima, frattanto, si stabilisce a Monaco con il marito.

   Questi anni di Triebschen e di Monaco danno luogo ad una fra le più stravaganti “commedie degli errori”. Il re, esteta e paranoico, giura a Wagner un’incondizionata dedizione ; Wagner  corrisponde in un linguaggio vaporoso, ma appare sempre più innamorato di Cosima von Bulow. Il marito di quet’ultima , incantato da Wagner, è indeciso fra la venerazione musicale e il desiderio di uccidere il musicista con un colpo di pistola. Liszt, padre di Cosima, non sa scegliere fra il genero e il compagno d’arte. Ma c’è di più : Luigi di Baviera ritira le cambiali del suo amico infedele; Cosima assicura il re dei sentimenti del compositore per lui; l’abate Liszt  tiene mano all’adulterio della propria figlia; Bulow finisce con il ringraziare la moglie colpevole di aver saputo custodire la sua “libertà spirituale”.

   La strana commedia, a questo punto, non può più reggersi : i ministri intervengono, esigono dal re l’allontanamento dell’istrione. Ludwig di Baviera, non senza riluttanza, cede  e Wagner parte da Monaco. Il sovrano, riconosciuto ormai paranoico, si annegò nel lago di Starn trascinando con sè, nei flutti, il medico personale.

                                    * * *

   1873-1883. Sono gli anni dell’apoteosi. Wagner ormai regna sotto la cupola del “Festspielhaus”. I giornali del buon Reich lo esaltano. Intorno a lui sono re, diplomatici stranieri, ciambellani e fanatici di ogni razza. Ma ancora non gli mancano guai economici: il primo esercizio del “Festtspielhaus” si chiude infatti con un passivo di centotrentamila marchi. Senonché Wagner non si cura di tutto questo. Riceve nella sua villa di Wahnfried cento persone alla volta. Negli intervalli della “Tetrologia”, il ristorante del teatro è pieno di personaggi vestiti più vistosamente delle comparse; si divorano salsicce e si beve birra.  Quanto ai debiti, Wagner sa fronteggiarli come sempre, mediante l’intervento di donne e di sovrani. In fondo,  quella sorta di orgasmo per le scadenze, specie di quelle eccezionali, esalta la sua ambizione.

   Deve andare a dirigere concerti nell’ “Alberthall” di Londra? Deve impegnare i beni di Cosima? Dovrà forse stabilirsi in America?  Non importa. Si sente pari ai sovrani della terra. Uomini come Nietzsche disprezzano quel gran rumore mondano, ma Wagner non se ne cura. Intanto lavora al “Parsifal” ed è, in quei tempi, che si innamora, per l’ultima volta, di Juditte Gautier. Come il carteggio con Mathilde  Weswndonck ci mostra la storia del “Tristano”, così  quello con la Gautier ci parla del “Parsifal”… Mentre lavora a questa opera, Wagner sogna l’oriente, i cipressi, le magnolie e i cortili moreschi, e. per mantenere  l’illusione, si fa costruire un padiglione orientale pieno di tende, di sete damascate e di profumi. La Gautier provvede a che la messa in scena sia perfetta. “Mia Giuditta”, le scrive Wagner, “tutto è arrivato a destinazione : le pantofole, il latte d’iris sono eccellenti. Ma me ne occorre molto : una mezza boccia per il bagno che faccio tutti i giorni. Pensateci : la “Rosa del Bengala” di Rimmel è superiore alla “White Rose”. Adottiamola. E mandatemene moltissima, perché io sono un eccessivo. Ho il bagno sotto lo studio : mi piace sentire gli odori che ne provengono… Ricordo i vostri abbracci come l’evento più grande e inebriante della mia vita”.

   Il maestro lavora al “Parsifal”, in mezzo a queste follìe. Il 13 febbraio 1883, sul Canal Grande, nel Palazzo Vendramin, sopraggiunse, improvvisa, la fine. Richard stava scrivendo, in quel tempo, un saggio sul femminismo nell’uomo. La sincope cardiaca (un vaso sanguigno del cuore gli si lacerò) lo colse in un momento in cui era più che mai fedele alle idee che lo avevano guidato per tutta la vita.

   “Un funerale di gondole parate di nero – lo scrive Charles Wood  in  “Wagner”- trasportò la bara sul Canal Grande. Accanto alla madre vestita a lutto (Cosima Liszt, la figlia del grande musicista, n. d. r.), sedeva Sigfrido vestito da marinaretto, la schiena  fieramente eretta come quella di lei. Il loro alito condensava l’aria gelida sotto il fosco cielo di febbraio. Le pale dei gondolieri fendevsano l’acqua nera in uno sciacquio dolente. La gente era assiepata lungo le rive e su tutti i ponti. Un’altra folla di facce aspettava alla stazione di Santa Lucia, dove una locomotiva con la bandiera nera sbuffava, pronta a partire per Bayreuth”.

Alfredo Saccoccio

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Il testamento di Augusto di Alfredo Saccoccio

Posted by on Gen 15, 2019

Il testamento di Augusto di Alfredo Saccoccio

   Nel 13 d. C. Augusto e Livia toccavano il cinquantennio del loro matrimonio . Tale ininterrotta vita coniugale  di Augusto  è un simbolo della continuità della sua carriera  e della costanza con la quale perseguì  le finalità  che si era proposto. Mentre l’esaltazione della sua felice unione con Livia decretava l’erezione di un  tempio della Concordia sull’Esquilino, a ricordo del suo ingresso  settantesimosesto anno di vita, pensò di redigere, secondo la frase di Svetonio,  un sommario, “index rerum a se gestarum”, che servisse al giudizio  dei contemporanei, come a quello dei posteri.

   Tale “index” autobiografico era destinato  ad essere inciso su tavole di bronzo da erigersi davanti a quel suo Mausoleo, che, fin dal 28 a. C.,  spente le guerre civili, debellati i nemici esterni  e chiuso il tempio di Giano,  Augusto, allora Ottaviano,  aveva provvisto a far costruire , per sè e per i suoi,  nella zona settentrionale del Campo Marzio, fra il Tevere  e la Flaminia. Alla sua morte, Tiberio, ottemperando  alla volontà dell’estinto, fece incidere l’ “index”  su due pilastri di bronzo e li fece collocare davanti al Mausoleo. Per quanti secoli i Romani poterono leggerlo sul posto? Non lo sappiamo.

   Ancira, oggi Ankara, la capitale della Galazia, nel pronao del suo “Sebasteion”, il sontuoso tempio  dedicato ad Augusto e a Roma, fece incidere il testo latino dell’ “index”, con accanto la traduzione greca. E là il documento fu letto e, oer la prima volta, copiato nell 1555 dagli ambasciatori inviati da Ferdinando I, imperatore di Germania, al sultano Solimano.

                                               Conquiste, spese e opere

    In una lingua sobria, semplice, chiara e pur solenne, piena di regale dignità, l’ “Augustus” dà la nuda, oggettiva enumerazione di cose e di fatti che hanno avuto ripercussioni così vaste nella storia del mondo. Nessun ornamento di forma. L’imperatore non si abbandona mai ad apprezzamenti o a commenti.

   Augusto rpartisce il novero delle sue “Res gestae” in tre parti. Al primo posto uno sguardo complessivo alle guerre da lui intraprese,, nelle quali si manifestò la sua “clementia”. Nella seconda parte elenca le spese da lui sostenute per lo Stato romano. La terza parte, infine, contiene l’enumerazione delle “Res gestae” vere e proprie.

   “All’età di diciannove anni, di mia propria iniziativa e a spese mie raccolsi un esercito, col quale liberai lo stato dal dominio di una fazione che l’opprimeva.. Per questa ragione, sotto il consolato di Gaio Pansa e Aulo Irzio,  il senato con decreti onorifici mi aggregò all’ordine suo, insieme concedendomi il grado consolare col diritto di voto, e mi conferì  il comando militare.  Ordinò che io, quale propretore, con i consoli provvedessi, affinché la repubblica  non avesse a soffrir danno.  Lo stesso anno il popolo mi nominò console, essendo ambedue i consoli caduti in guerra, e triumviro con il compito di riordinare lo stato.

   “Mandai in esilio coloro che uccisero il padre mio, con procedimenti legali punendo il loro delitto, e poi, movendo essi guerra alla repubblica, due volte li sconfissi in battaglia”.

   Così, con pacata freddezza di cronistorico, Augusto accenna al suo drammatico ingresso nella vita pubblica. Egli era ad Apollonia, in Epiro, per attendere agli studi e alla preparazione  militare, quando, pochi giorni dopo, gli idi di marzo del 44, gli giunse la notizia che Cesare era caduto sotto il pugnale dei congiurati. Senza esitare né ascoltare consigli di prudenza, accorse a Roma  e, rivendicando i suoi dititti di erede, che il console Antonio gli contestava, arruolò, a spese sue, un esercito fra i veterani di Cesare stanziati nella Campania e guadagnò  alla propria causa due delle quattro legioni di Antonio.  La partita era già vinta. Il primo gennaio del 43 a. C. il Senato, su proposta di Cicerone, si aggregava Ottaviano Ottaviano, conferendogli, in pari tempo, la dignità di propretore e il diritto di sentenza e di voto fra i consolari. Sei giorni dopo, rivestito del comando militare (“Imperium”), Ottaviano assumeva , per la prima volta, i fasci, insegna del potere, che non doveva più deporre.

   Nell’ “index” Augusto  allude fugacemente alla nomina a console  e a triumviro. La guerra di Modena era costata la vita ai due consoli, ma Antonio, sconfitto, era fuggito. Ottaviano, rimasto solo a capo dell’esercito, aveva superato, con una rapida marcia militare su Roma, l’opposizione del Senato e dal popolo riunito nei comizi era stato eletto console non ancora ventenne. Dopo di che, andato incontro ad Antonio e a Lepido, aveva costituito con essi il “triumviratus reipublicae constituendae”, che, sanzionato dalla “lex Titia”, il 27 novembre del medesimo 43,  aveva ai tre conferito poteri straordinari  per cinque anni. Dei due colleghi, nessuna menzione nell’ “index”. E si comprende. Essi erano stati, più tardi, dichiarati nemici della patria. La vittoria di Filippi, con la sua duplice azione, terminata la prima con il suicidio di Cassio, la secona con quello di Bruto, aveva chiuso quel drammatico prologo dell’azione politica di Augusto.

   “Guerre per terra e per mare civili ed esterne in tutto il mondo spesso io combattei e, vincitore, risparmiai tutti i cittadini che chiesero grazia. Preferii conservare anziché distruggere  quelle genti straniere, alle quali si poté senza pericolo perdonare. Circa cinquecentomila cittadini romani militarono sotto le mie insegne : di essi, più di trecentomila inviai in colonie o rimandai ai loro municipi, poi ch’ebbero compiuto il loro servizio, e ad essi tutti assegnai campi o donai danaro come premio  del servizio prestato. Catturai seicento navi, non comprendendo in questo numero quelle minori delle triremi”.

                                                                  500.000 uomini

   A settantacinque anni, Augusto accenna, di sfuggita, alle campagne seguite alla vittoria di Filippi per far risaltare la “clementia” con la quale le condusse  e le conchiuse. Ma egli ci tiene a calcolare gli uomini passati complessivamente sotto il suo comando, dal triumvirato  al momento della stesura  del “Testamentum”. Sono cinquecentomila . Numero strabocchevole per l’antichità. E si compiace di ricordare le trecento navi catturate a Sesto Pompeo e le altrettante  catturate ad Antonio e a Cleopatra, ad Azio.

   “Console per la quinta volta, per comando del popolo e del senato accrebbi il numero dei patrizi. Tre volte  procedetti alla revisione delle liste dei senatori. E nel mio sesto consolato feci il censimento  del popolo, avendo collega Marco Agrippa, e celebrai la cerimonia lustrale alla distanza di quarantadue anni dall’ultima celebrazione.  Risultarono allora censiti 4.063.000 cittadini romani. E poi di nuovo ripetei la stessa cerimonia  da solo  con potere consolare, durante il consolato di Gaio Censorino e Gaio Asinio. E furono in questo lustro  censiti 4.233.000 cittadini romani. Per la terza volta, rivestito del potere consolare feci il censimento avendo collega il mio figliuolo Tiberio Cesare, quand’erano consoli Sesto Pompeo e Sesto Apuleio : e risultarono allora cittadini romani 4.937.000.  Con la promulgazione di nuove leggi, richiamai in vigore molte antiche consuetudini, che cadevano ormai in disuso : e io stesso offrii ai posteri esempi di molte cose da imitare”.

    Augusto può sorvolare sulla serie vittoriosa delle sue azioni militari. Ma non può  e non vuole sorvolare su quelle che sono le sue più insigni azioni di pace. Fra queste, eccellono il risanamento interno della casta patruzia e la politica demografica. Già negli ultimi tempi della repubblica le file del patriziato erano diminuite in modo impressionante. Di 136 genti patrizie esistenti al principio di essa, solo quattordici, con circa trenta famiglie, ne sopravvivevano nell’età di Cesare. Occorreva, dunque, costituire una classe  dirigente che fosse idonea ai compiti richiesti dal nuovo ordine di cose. Già Cesare, con la “Lex Cassia”, aveva innalzato al patriziato famiglie plebee. Ora Augusto, nel suo quinto consolato, nel 29 a. C., si era fatto attribuire, in virtù della “Lex Saenia”, la facoltà di aumentare il numero dei patrizi. Ma lo zelo con il quale Augusto aveva tenuto d’occhio l’andamento demografico della cittadinanza romana è mostrayto dalla scrupolosa esattezza con la quale egli registra nell’ “index”, fino all’ultimo migliaio, le cifre progressive dei tre censimenti, quello del 28 a. C., quello dell’ 8 a. C. (particolarmente importante nella storia del Cristianesimo) e quello del 14 d. C..

   “Per onorare il mio ritorno, il senato consacrò  l’altare della Fortuna Reduce davanti al tempio dell’Onore e della Virtù, presso la porta Capena, e comandò che ivi i pontefici e le vergini Vestalii celebrassero un sacrificio ogni anno, ricorrendo il giorno  nel quale, sotto il consolato di Quinto Lucrezio e Marco Vinicio, io ero tornato in città dalla Siria, e chiamò quel giorno “Augustalia” dal nome mio.

   “Quando tornai a Roma dalla Spagna e dalla Gallia, dopo i successi riportati in quelle provincie, durante il consolato di Tiberio Nerone e Publio Quintilio, il senato decretò  doversi consacrare  per il mio ritorno l’altare della Pace Augusta nel Campo Marzio, e comandò che ivi magistrati e sacerdoti e vergini Vestali celebrassero un sacrificio annuale.

   “Il tempio di Giano Quirino, che i nostri maggiori vollero che fosse chiuso quando per tutto l’impero del popolo romano si fosse conseguita con le vittorie la pace per terra e per mare, tre volte, essendo io principe, il senato ordinò che venisse chiuso :  la qual cosa, prima ch’io nascessi, dalla fondazione di Roma, si ricorda essere accaduta due sole volte”.

   Quando Augusto tornò a Roma nel 19 a. C. dal lungo e fortunato viaggio in Oriente, che gli aveva fruttato la restituzione delle insegne  tolte dai Parti a Crasso e ad Antonio, con il conseguente ristabilimento del prestigio romano in quelle regioni, il Senato consacrò l’altare della Fortuna Reduce, di fronte al tempio dell’Onore e della Virtù dedicato da Marco Claudio Marcello nel 208 a. C., ai piedi del Celio, presso la porta Capena. Attraverso questa porta, venendo dalla Campania, per la via Appia, Augusto era entrato in città.

   Quando, sei anni più tardi, Augusto tornò a Roma, dopo il triennio consacrato all’ordinamento  e alla pacificazione della Spagna e della Gallia, il Senato decretò che nel Campo Marzio, presso la via Flaminia, per la quale egli aveva fatto il suo ingresso in città, sorgesse un altare dedicato alla Pace, a quella pace che pareva ora finalmente assicurata al mondo romano.

Bottino di guerra

   Naturalmente il ricordo dell’ “Ara Pacis” suscita, per spontaneo collegamento, quello della chiusura del tempio di Giano. Due volte solamente, secondo la tradizione, il tempio era stato chiuso, prma di Augusto. Una prima volta, al tempo del mitico regno di Numa. Una seconda volta dopo la prima guerra punica, nel 235 a. C.. Aveva ben ragione Augusto di addurre, a titolo di gloria, l’aver chiuso, per tre volte, il tempio fatale, durante il suo lungo impero. Una prima volta nel 29 a. C., dopo la vittoria di Azio e la conseguentre conquista dell’Egitto¸ una secondas nel 25 a. C., al termine delòla guerra cantabrica; una terza,  infine, in epoca non meglio determinabile, fra l’8 e l’1 a. C..

   L’ “index” indugia con particolare e trasparente compiacimento sulle elargizioni al popolo, che hanno contrassegnato, anno per anno, il governo  augusteo.

“Alla plebe romana distribui trecento sesterzi a testa in esecuzione del testamento di mio padre e quattrocento sesterzi a nome  mio dal bottino di guerra, quando fui console per la quinta volta. Più tardi ancora, nel mio decimo consolato, donai quattrocento sesterzi per ciascuno dal mio patrimonio; e quando fui console per l’undicesima volta, feci dodici distribuzioni di grano da me privatamente acquistato. Infine, nel dodicesima anno del mio potere tribunizio, per la terza volta distribuii quattrocento nummi a testa. Questi miei donativi toccarono a non meno di duecentocinquantamila uomini ogni volta. Nel diciottesimo anno del mio potere tribunizio e dodicesimo consolato diedi a trecentoventimila  persone della plebe urbana sessanta danari.  a testa. E alle colonie  dei miei soldati, console per la quinta volta, distribui dal bottino di guerra mille nummi per uno : ricevettero questo donativo trionfale nelle colonie circa centoventimila uomini. Console per la tredicesima volta, donai sessanta danari a testa alla plebe, che allora riceveva il frumento pubblico : godettero di questa elargizione poco più di duecentomila uomini”.

Acque e pietre

      Ma Augusto non ha solamente aperto le sue casse private per farne rifluire oro sul popolo. Con i suoi mezzi privati e mercé sapienti destinazioni del denaro pubblico ha arricchito Roma e l’Impero di mirabili opere pubbliche. Non per nulla aveva voluto per sè la carica di “Curator viarum”.

      “Restaurai il Campidoglio e il teatro di Pompeo, con spesa ingente e senza farvi iscrivere il suo nome. Riparai gli adcquedotti in molti luoghi rovinati dal tempo, e raddoppiai la portata dell’acqua Marcia, immettendo nel suo corso una nuova fonte. Completai il foro Giulio e la basilica fra il tempio di Castore  e il tempio di Saturno, opere iniziate e condotte quasi a termine dal padre mio ; e quando la medesima basilica fu distrutta da un incendio, cominciai a riedificarla su più ampio suolo, sotto il nome  dei figli miei, e comandai che, se non l’avessi finita durante la mia vita, fosse compiuta dai miei eredi. Ottantadue templi degli dei, console per la sesta volta, io restaurai nella città per volontà del senato, non trascurandone  alcuno, che in quel tempo abbisognasse di riparazione. Console per la settima volta, restaurai la via Flaminia dalla città fino a Rimini  e tutti i

ponti tranne il Milvio e il Minucio.

   “Su terreno di mia privata proprietà, costruii il tempio di Marte Ultore e il foro Augusto col bottino di guerra. Edificai presso il tempio di Apollo, su terreno per gran parte comprato da privati, un teatro, che volli portasse il nome del genero mio Marco Marcello. Col bottino di guerra consacrai doni nel Campidoglio, nel tempio del divo Giulio, nel tempio di Apollo, nel tempio di Vesta e nel tempio di Marte Ultore : doni che mi costarono circa un milione di sesterzi. Console per la quinta volta, rimandai ai municipi e alle colonie d’Italia trentacinquemila  libbre d’oro coronario  offerto per i miei trionfi : e poi, ogni qualvolta  fui proclamato “imperator”, non accettai l’oro  coronario, benché  i municipi e le colonie me lo decretassero con la stessa benevolenza di prima”.

   Il grande incendio  dell’83 a. C. aveva distrutto il venerando tempio dedicato sul Campidoglio a Giove Ottimo Massimo, Giunone e Minerva, che la tradizione attribuiva alla fondazione di Tarquinio Prisco. Silla e Lutazio Catulo ne avevano curato la ricostruzione.  Avendolo un fulmine nel 9 a. C. nuovamente danneggiato, Augusto lo restaurò con particolare magnificenza. Il teatro che Pompeo aveva costruito  nel 55 a. C. , che era stato il primo teatro stabile in pietra a Roma, fu ugualmente ricostruito e abbellito da Augusto. Gli acquedotti, inoltre, furono sommamente curati da Augusto. Di quella Acqua Marcia (“optima rerum aqua, optima aquarum Marcia”), che il pretore Q. Marcio Re aveva convogliato verso Roma nel 146 a. C. dalla vallata dell’Aniene , Augusto raddoppò  la portata, immettendovi l’ “aqua Augusta”, raccolta nella vallata fra “Tusculum” e il monte Albano. Il Foro di Cesare e la basilica Giulia, che Cesare aveva dedicato, nel 46 a. C., furono da lui completati. Infine, fra tutte le vie suburbane, la Flaminia riscosse le speciali attenzioni di Augusto.  Era stata aperta nel 220 a. C. dal censore C. Flaminio. Ancora oggi il ponte sulla Marecchia, a Rimini, è testimone glorioso e sorprendente della solida magnificenza con cui Augusto provvide alla vigilanza delle strade.

La pace

   Augusto ha riservato , alla fine del suo “index” autobiografico, l’evocazione delle grandi conquiste   e degli strepitosi successi  diplomatici. L’andatura del testo, pur nella sua sobria compostezza, assume un ritmo intenso.

   “Allargai i confini di tutte le provincie del popolo romano, alle quali erano confinanti popolazioni che non ubbidivano al nostro dominio. Sottomisi le provincie delle Gallie e delle Spagne e similmente la Germania, seguendo il confine dell’Oceano, da Cadice alla foce dell’Elba. Assoggettai le Alpi, dalla regione prossima al mare Adriatico fino al Tirreno, a nessuna gente recando guerra ingiustamente. La mia flotta navigò per l’Oceano dalla foce del Reno verso Oriente fino al territorio dei Cimbri, dove né per terra né per mare alcun Romano prima d’allora era giunto : e i Cimbri e i Caridi e i Semnoni ed altre popolazioni germaniche della medesima regione per mezzo di ambasciatori chiesero l’amicizia mia e del popolo romano.  Per mio comando e sotto i miei auspicii due eserciti furono guidati, quasi contemporaneamente, nell’Etiopia e nell’Arabia detta Felice, e numerosissime schiere dell’una e dell’altra gente nemica furono uccise in campo e moltissime città furono conquistate. Nell’Etiopia si giunse fino alla città di Nabata, ch’è vicinissima a Meroe : e nell’Arabia l’esercito avanzò nel territorio dei Sabei fino alla città di Mariba.

   “Aggiunsi l’Egitto  al dominio del popolo romano. Potendo fare dell’Armenia maggiore una provincia , dopo che ne fu ucciso il re Artasse, preferiii, seguendo l’esempio dei nostri avi,  affidare quel regno  a Tigrane, figlio del re Artavasde e nipote  del re Tigrane, per mezzo di Tiberio Nerone, ch’era allora mio figliastro.  La medesima gente, poi, infedele e ribelle, soggiogata per mezzo di mio figlio Gaio,  diedi da governare  al re Ariobarzane, figlio del re  dei Medi Artabazo  e, dopo la sua morte, al figlio di lui Atavasde. E quando questi  fu ucciso, mandai in quel regno Tigrane, ch’era oriundo della regale schiatta degli Armeni. Riconquistai, con Cirene, tutte le provincie, che al di là del mare Adriatico son rivolte ad oriente, possedute per gran parte da re, e prima ancora la Sicilia e la Sardegna, ch’erano state  occupate durante la guerra servile.

      “Le popolazioni dei Pannoni, tra le quali, prima ch’io fossi principe, nessun esercito mai del popolo romano penetrò, sconfitte per mezzo  di Tiberio Nerone, ch’era allora mio figliastro e luogotenente, io sottomisi al dominio del popolo romano ed estesi i confini dell’Illirico fino alla riva del Danubio. Un esercito di Daci, che osò varcare questo fiume, sotto i miei auspici fu vinto e sbaraglato : e poi l’esercito mio, guidato al di là di esso,  costrinse le popolazioni dei Daci a sottostare al dominio del popolo romano.

   “A me furono mandate spesso dall’India ambascerie di re, non mai viste prima presso alcun duce romano. Chiesero la nostra amicizia per mezzo di ambasciatori i Bastarni, gli Sciti, i re dei Sarmati, che abitano al di qua e al di là del Tanai, e i re degli Albani, degli Iberi, dei Medi.

   “Le genti dei Parti e dei Medi,, inviandomi in qualità di ambasciatori i connazionali più nobili, chiesero ed ebbero re da me : i Parti Vonone, figlio del re Fraate, nipote del re Orode, i Medi Ariobarzane, figlio del re Artavasde, nipote del re Ariobarzane.  

   “Durante il sesto e il settimo mio consolato, poi ch’ebbi fatto cessare le guerre civili, avendo assunto il supremo potere per consenso universale, trasferii il governo della cosa pubblica dalla mia persona  nelle mani del senato e del popolo romano. In ricompensa di ciò, per decreto del senato mi fu conferito il titolo di Augusto e la mia porta fu ornata d’alloro a nome dello stato e una corona civica fu appesa ad essa e fu posto nella curia Giulia uno scudo d’oro con una iscrizione  attestante ch’esso mi veniva offerto dal senato e dal popolo romano per il mio valore, la mia clemenza, la mia giustizia e la pietà mia. Da allora io fui superiore a tutti per autorità, ma non ebbi maggior potere di quelli che mi furono colleghi in ciascuna magistratura”.

La corona civica

   Prossimo alla morte, Augusto può con legittima fierezza guardare alle sue sconfinate conquiste. Ha dovunque ampliato e dilatato i confini romani. In Germania,, fino all’Elba.. Nell’Illirico  e nella Macedonia, ove sono state istituite le due nuove province della Pannonia e della Mezia. Nell’Asia Minore, dove si è formata la nuova provincia della Galazia. Nella Siria che si è arricchita con il territorio della Giudea. Nella provincia d’Africa, che si è accresciuta della Numidia tolta al re Giuba, compensato, d’altra parte, con la Mauritania. Augusto ha pacificato le province della Gallia e della Spagna a due riprese, fra il 27 e il 25 a. C. e poi fra il 16 e il 13. La sconfitta di Varo ha lasciato indeterminato il confine della Germania. E’ l’unico punto oscuro e dolente nelle reminiscenze e nelle rievocazionii augustee.

   E’ dal 30 a. C., dopo la morte di Antonio e di Cleopatra, che l’Egitto è stato posto sotto la diretta dipendenza di Augusto, che lo ha ininterrottamente governato per mezzo di un prefetto. E l’Egitto era stato un eccellente punto di partenza per esplorazioni più lontane. Di là  due eserciti romani avevano preso le mosse per avanzare vittoriosi, l’uno fin nel cuore dell’Arabia Felice, l’altro fin nell’Etiopia. Recuperando le province  che, assegnate ad Antonio dal trattato di Brindisi, del 40 a. C., erano state da lui donate a Cleopatra e ai suoi figli, o a sovrani a sè personalmente devoti, Augusto aveva ristabilito in Oriente la dilacerata integrità dello Stato romano. Infine l’ “index” poteva vantare la sottomissione  delle popolazioni danubiane, Pannoni, Daci e Geti e l’arrivo di ambascerie devote dai più lontani reami.

   Quasi a coronamento finale della evocazione delle “res gestae “, l’ “index” registra il gesto magnanimo con il quale, in un momento saliente della sua prodigiosa carriera. l’ “imperatore” ha restituito al Senato  e al popolo i suoi poteri eccezionali, assumendo una superiore “auctoritas”, che non aveva  altro fulcro  e altro fondamento al di fuori delle qualità personali.

   E’ durante il suo sesto consolato, nel 28 a. C., che Augusto abroga, poco a poco, tutti i provvedimenti eccezionali del periodo triumvirale. Il 16 gennaio del 27 a. C., in una solenne seduta senatoriale, dichiarava di trasmettere di nuovo nelle mani del Senato e del popolo il potere straordinario di cui era stato investito. In seguito a ciò, il Senato gli conferì il titolo sacro di “Augustus”, che vale “il degno di onore e il venerando”. Evocando così le sue gloriose “res gestae”, Augusto poteva serenamente avvicinarsi alla morte. Il “novus ordo” vaticinato da Virgilio Marone era effettivamente nato con lui.

Alfredo Saccoccio

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