Alta Terra di Lavoro

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SELVAGGI E FERRARELLI PER LA DIGNITA’ MILITARE DUOSICILIANA

Posted by on Mag 14, 2019

SELVAGGI E FERRARELLI PER LA DIGNITA’ MILITARE DUOSICILIANA

Tra i libri più validi e curati per la conoscenza reale e non retorica – dolosamente retorica da parte dei conquistatori del nostro Sud – segnaliamo  il classico studio di Roberto M. Selvaggi: “NOMI E VOLTI DI UN ESERCITO DIMENTICATO“ – GLI UFFICIALI DELL’ESERCITO NAPOLETANO DEL 1860 – 61 – Napoli, Grimaldi & C. Editori 1990.


La prefazione dell’autore che riportiamo, è un distillato del lavoro meticoloso e certosino che ha contribuito alla restituzione della dignità militare duosiciliana che la vulgata forzatamente indotta dalla educazione della Nazione Italia ha con basso profilo e grande cialtroneria definito  “l’esercito di Franceschiello”.


Accanto a questo segnaliamo il libro di Giuseppe Ferrarelli “Memorie Militari  del Mezzogiorno d’Italia”, pubblicato da Laterza nel 1911 con una prefazione di Benedetto Croce .


Ferrarelli fu un giovane ufficiale borbonico educato alla Nunziatella di Napoli, la prestigiosa accademia militare officina di soldati di gran valore; egli rappresenta emblematicamente quei militari duosiciliani che tradendo il giuramento borbonico, aderirono all’esercito italiano.


Il Ferrarelli ebbe però il raro merito rispetto alla ufficialità camaleontica meridionale di ricredersi e di rifiutare le umiliazioni e derisioni a cui i vincitori graduati piemontesi li sottoposero: si ritirò ancor giovane, denunciò “l’unificazione d’Italia che fu, negli anni seguiti al sessanta, compiuta brutalmente, non fu italiana ma francese e giacobina, senza tener conto delle diversità regionali che sono forze da non dispregiare, distruggendo a furia formazioni storiche che potevano sopravvivere e cooperare efficacemente nella nuova storia italiana…mentre prevalsero il piemontesismo e la livellazione…”.


Lo stesso Ferrarelli quantunque affiancato al criminale generale Pinelli nella campagna di guerra – invero di conquista – del brigantaggio “costretto ad assistere a fucilazioni talvolta precipitose di borghesi, chiese ed ottenne di essere trasferito a Bologna, perché disse francamente al Pinelli ch’egli si era preparato a far la guerra, ma non le fucilazioni.” (1); infine il Ferrarelli trascorse la sua vita nella scrittura e commemorazione dell’esercito borbonico e degli ufficiali educati dalla Nunziatella, seppure una sua mitezza di carattere gli impedì di denunciare in modo netto talune responsabilità degli stessi nella umiliazione di una tradizione militare meridionale, sarebbe stato d’altro canto chiedergli troppo,  egli stesso faceva parte della cordata…

(1) Cit. la prefazione di Benedetto Croce al libro “Memorie Militari…”  e “PAGINE SPARSE” DI Benedetto Croce “Giuseppe Ferrarelli” pp.193-195, Ricciardi Editore Napoli, MCMXLIII.  Croce era nipote di Ferrarelli.




Dal testo di Roberto M. Selvaggi


…Il 20 maggio 1860, Giuseppe Garibaldi, con un migliaio di volontari, sbarcava a Marsala e iniziava la trionfale marcia verso Napoli, dove sarebbe entrato, il 7 settembre 1860, meno di cento giorni più tardi.  Per fronteggiare l’aggressione, il governo napoletano poteva contare sulla prima flotta italiana e su di un esercito di più di cinquantamila uomini.

La truppa, ben addestrata, fedele alla dinastia, era desiderosa di combattere e soprattutto di vincere. L’ufficialità,  a cominciare dalla classe dei generali, veri responsabili dello sgretolamento dell’esercito,  sia in Sicilia che in Calabria, era profondamente divisa fra coloro i quali ritennero di dover contribuire alla disfatta, per agevolare la conquista garibaldina, e fra quelli che ritennero di dover difendere onorevolmente l’indipendenza del regno meridionale e la dinastia regnante.

Nel mezzo di queste due posizioni si collocò una nutrita parte di loro, che non fece nulla, se non attendere passivamente gli eventi per poi decidere, nel momento più opportuno, di passare con il cavallo vincente. in Sicilia, a cominciare dal primo impatto con Garibaldi a Calatafimi, dove il decrepito generale Landi, non impegnò che una  piccola parte delle sue forze, rinunciando alla vittoria sin dal primo momento, pur di garantirsi la ritirata verso Palermo, i soldati si batterono bene quando furono guidati  da ufficiali coraggiosi, come a Catania ed a Milazzo.

I generali non furono all’altezza del compito e, con i primi insuccessi, iniziò a serpeggiare il disfattismo strisciante che  ebbe il suo culmine nello sfacelo delle truppe napoletane in Calabria.

Nel giugno del 1860,  Francesco II concedeva la costituzione perdendo il controllo dell’armata che passava al  ministero della guerra affidato al generale Giuseppe Salvatore Pianell. A lui spettò il compito di organizzare la difesa delle province continentali.

La sua condotta ambigua e  oscillante, la scelta dei comandanti di brigata, la dislocazione dei reparti, i meno affidabili dell’esercito, fece sì che la resistenza non ci fosse affatto e

Garibaldi, in sole diciassette giorni, poté giungere indisturbato a Napoli.

Francesco II decise, riprendendo le sue prerogative, di abbandonare la capitale e la difesa sulla linea  di Salerno. Lo fece per un motivo preciso ignorato dagli storici. Volle poter tentare  un’ultima resistenza, potendo contare su una ufficialità fedele e decisa a giocare le ultime  carte con coraggio e con valore.

Non a caso affidò il comando dell’esercito, forte ancora di  trentamila uomini bene equipaggiati, a un generale, forse non dotato di particolari qualità strategiche, ma sicuramente devoto alla dinastia ed al paese.

Il 7 settembre fu l’ora della  verità per l’ufficialità napoletana e molti preferirono dare le dimissioni dal servizio, molti passarono con Garibaldi e la maggior parte si riunì sulle rive del Volturno dove, con  spirito di sacrificio, affrontò valorosamente l’ultima campagna che si concluse con l’eroica  difesa di Gaeta, chiudendo con onore l’ultima pagina della sua storia.

La storia militare di  quegli ufficiali ebbe termine con la res di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto, mentre  iniziava la diaspora voluta dai piemontesi che si comportarono da conquistatori e non da  italiani.

Soltanto i due generali Pianell e Nunziante vennero immediatamente ammessi nell’esercito italiano col grado corrispondente a quello che avevano nell’esercito napoletano.

Tutti gli altri vennero affidati a uno scrutinio selettivo, a seconda del loro grado di italianità o, per meglio dire, di lealtà verso la deposta dinastia. Ad essi  vennero riconosciuti i gradi avuti fino al 7 settembre del 1860, quasi che i successivi atti  di valore e la fedeltà ad un giuramento, fossero motivo di biasimo e di punizione.

Fu così  che uomini valorosi giunti ad aver meritato fino a due promozioni, al termine dell’assedio di  Gaeta, dovettero scegliere tra il congedo e l’umiliante ammissione nell’esercito italiano con il vecchio grado.

Ufficiali di giovane età vennero messi a riposo, non senza averli prima costretti a giurare fedeltà al nuovo governo, in maniera che, se avessero  preso le armi o la semplice parola contro il nuovo ordine di cose, sarebbero stati giudicati da un tribunale militare. Molti varcarono così le porte delle carceri militari del Piemonte  per il solo motivo di essersi rifiutati di prestare giuramento.

Molti subalterni si dettero  alla macchia e parteciparono alla resistenza armata, comunemente battezzata “brigantaggio”,  rischiando la vita davanti ad un plotone di esecuzione. Molti dovettero condurre una vita di  stenti e di miseria.

Quelli poi che furono ammessi come effettivi nell’esercito italiano furono sottoposti allo scherno ed al sarcasmo dei colleghi piemontesi e furono inviati in lontane guarnigioni dell’alta Italia o, peggio, furono destinati alla lotta al “brigantaggio”, trovandosi costretti a combattere contro i propri concittadini per poter  sopravvivere.

A questo amaro destino non si poterono sottrarre nemmeno quelli che avevano  contribuito fattivamente alla conquista garibaldina. Non pochi furono i casi di suicidio e  di espulsione dall’esercito per “viltà” nella lotta al “brigantaggio”. Le istituzioni militari dell’antico regno, come quelle civili, vennero spazzate via dal governo unitario e  con la distruzione sistematica e spesso violenta della memoria, sull’esercito napoletano  cadde un velo d’oblio. 

E’ stato difficile persino poter ricostruire i nomi dei caduti nelle campagne del 1860,  perché ai napoletani non fu consentito di onorarne la memoria. Senza l’acquisizione da parte  dello stato italiano, in tempi ancora recenti, dell’archivio di Francesco II, questo libro  non avrebbe potuto essere scritto perché, il lavoro di distruzione fu meticoloso e completo  nel periodo successivo all’unità.

E’ utile ricordare che negli anni che vanno dal 1861 al 1870, nelle province meridionali, era sufficiente avere in casa un ritratto dei sovrani spodestati o semplicemente una medaglia o una uniforme, per non parlare di una sciabola, per essere processati e incarcerati.

Con un paziente lavoro anagrafico e di ricerca ho cercato di riscrivere quella storia le biografie di quei militari dimenticati, sia di quelli che dettero il loro contributo alla formazione dello stato unitario che di quelli che ritennero di dover difendere l’autonomia meridionale combattendo fino all’ultimo.

La ricerca non ha pretese letterarie e scientifiche ma potrà essere di valido aiuto a chi vorrà approfondire la storia della fine del Regno di Napoli….

Sebastiano Gernone

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La cavalcata della Banca Nazionale sarda

Posted by on Apr 23, 2019

La cavalcata della Banca Nazionale sarda

Nel 1859 la Banca contava due sedi, Genova e Torino, e  cinque succursali: Alessandria, Cagliari, Cuneo, Nizza e Vercelli. Quell’anno, già prima che gli austriaci fossero battuti da Napoleone III, il capitale sociale venne portato a 80 milioni, in modo da concederne un quinto al padronato lombardo[1].


I trentamila caduti a Solferino e San Martino erano ancora insepolti, quando fu  istituita la sede di Milano. La minaccia del dissesto, conseguente al run dei possessori di banconote, si dissolse fra i vapori agostani della Palude Padana, mercé l’oro che i lombardi portarono in dote.


Non so se Wagner si sia mai interessato alle banche, certo è che il dilagare della Banca Nazionale per le cento città d’Italia ricorda l’impeto incalzante de La cavalcata delle Valchirie. Bombrini corse più veloce dei bersaglieri. Tra il giugno del 1859 e il settembre 1860 venne praticamente realizzata  l’occupazione dell’Emilia, delle Romagne, dell’Umbria, delle Marche. Crollate anche le Due Sicilie, furono immediatamente istituite altre due sedi, Napoli e Palermo. Ma non la Toscana.


Nel 1860, Bombrini inaugurò succursali ad Ancona, Bergamo, Bologna, Brescia, Como, Messina, Modena, Parma, Perugia, Porto Maurizio (l’attuale Imperia) e Ravenna;

  • nel 1862 s’insediò a Catania, Cremona, Ferrara, Forlì, Pavia, Piacenza, Reggio Calabria e Sassari;
  • nel 1863 a Bari e Chieti;
  • nel 1864 all’Aquila, Catanzaro, Foggia, Lecce e Savona.

Nel 1865, i toscani scesero a patti, cosicché Bombrini poté aprire  la sede di Firenze. Quell’anno inaugurò succursali anche ad Ascoli Piceno, Carrara, Lodi, Macerata, Pesaro, Reggio Emilia, Siracusa e Vigevano.


Nel 1866 s’insediò a Caltanissetta, Cosenza, Girgenti (Agrigento), Novara, Salerno, Teramo e Trapani.


Nel 1867, acquisito il Veneto ai Savoia, comprò una banca veneziana e la trasformò nella propria sede di Venezia. Aprì inoltre le succursali di Padova, Mantova, Udine e Verona. Al Sud inaugurò la succursale di Avellino. La penetrazione locale proseguì dopo l’annessione di Roma (1870).


Una diffusione così ampia, ad opera di una banca privata, che si era messa in campagna  con appena cinque milioni d’oro in cassa, si spiega soltanto con la fanfara dei bersaglieri. Questa espansione privata, e tuttavia munita del sigillo dello Stato, fu una cosa da Compagnia delle Indie, indegna di un Regno che si autoproclamava fondato sulla  volontà della nazione, oltre che sulla  grazia di Dio.


Evidentemente in quel momento il Sud era coperto di nubi e sfuggiva alla vista e alla grazia di Dio! Per giunta, la consorteria  cavour-bombrinesca inchiodò al remo gli altri istituti di credito esistenti, alcuni dei quali –  sicuramente il Banco delle Due Sicilie e la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde – avrebbero potuto fare d’essa un solo boccone. Persino l’accomodante Di Nardi è costretto ad ammettere che


 “l’espansione [della Banca Nazionale] non avvenne senza contrasti e difficoltà. Negli anti­chi Stati italiani esistevano altre banche […] e potenti isti­tuti di credito radicati nella tradizione locale, che mal volentieri vedevano l’insediamento nelle loro città di un istituto concorrente, che sembrava [sic, zucchero patriottico!, ndr] godesse appoggi e protezioni del governo. Alcune di quelle banche si arresero subito alla rivale piemontese, convinte di non poter reggere a lungo alla lotta con essa sulle stesse piazze. Fu il caso della Banca Parmense e della Banca delle Quattro Legazioni a Bologna, entrambe [da poco, ndr] autorizzate all’emissione di biglietti, che con­cordarono presto la loro fusione con la Banca Nazionale, per cui già nel marzo 1861 le rispettive sedi erano trasformate in succursali della Banca Nazionale. Atteggiamento di resistenza assunsero invece la Banca Nazionale Toscana ed i banchi meridionali. A Firenze la Banca Nazionale ci andò solo nel 1865, quando la sede del governo sì trasferì nella capitale toscana. Nelle provincie meridionali si insediò più presto, ma dovè vincere forti resistenze locali e procedè con ritardo nella fondazione di alcune succursali, per le precarie condizioni  dell’ordine pubblico in quelle provincie, che per alcuni anni furono infestate  dal brigantaggio borbonico” (Di Nardi, pag. 46 e sgg.)[2].

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 Come annotato da Di Nardi nel passo riportato, la Banca Nazionale entrò in Toscana soltanto nel 1865, cioè sette anni dopo l’annessione del Granducato, insieme al re, al governo e al parlamento, allorché la capitale d’Italia venne trasferita da Torino a Firenze. La città dei Bardi e de’ Medici fu l’ultima e sofferta conquista di Bombrini prima della terza guerra cosiddetta d’indipendenza e della conquista del Veneto.


In precedenza i toscani, avendo capito tutto, non avevano permesso che aprisse una delle sue prosciuganti sedi nella loro capitale e delle succursali nelle loro città, insofferenti di dominio forestiero. I banchieri toscani erano consapevoli che per loro sarebbe stato impossibile resistere all’aggressione di un concorrente ammanicato con lo Stato, perciò si difesero sul terreno politico.


Gli storici patrii non sono riusciti a tenere nascosto il contrasto tra toscani e piemontesi. E’ persino divertente il visibile affanno per cercare di addolcirlo con parole melliflue. Non si possono offendere i toscani, perché nessuno in Italia è più italiano dei toscani, ma neppure si può dire male dei piemontesi, essendo essi i padri della patria. Tuttavia fra le contorsioni lessicali, emerge chiaramente che qualcuno, capace di imporre la sua volontà persino al colendissimo e venerato Cavour, vietò a Bombrini di calcare una terra rinascimentale, sacra a ogni forma di usura. E all’usura come opera d’arte.


Infatti la Toscana, fra tante primogeniture, vanta quella  d’aver tenuto a battesimo  la banca moderna. Tuttavia, spenti gli antichi splendori, una sua banca d’emissione era arrivata  ad averla  soltanto nel 1858: la Banca Nazionale Toscana, che era il  prodotto della fusione tra la Banca di Sconto di Firenze e la Banca di Livorno. Plebano e Sanguinetti, gli storici di cose finanziare più accreditati dell’epoca, considerano la Nazionale Toscana una copia della Nazionale Sarda (pag. 114), che l’aveva preceduta di un buon decennio.


Si tratta di un giudizio che mi appare tarato di sabaudismo, in quanto sorvola sul fatto che i biglietti della Banca Toscana erano garantiti dallo Stato, allo stesso modo delle fedi di credito duosiciliane; cosa che non è di poco conto, se si ha presente la funzione sociale e politica della  dalla Banca ligure-piemontese, consistente nel drenaggio del circolante metallico.   


Qualche anno dopo la morte di Cavour, si mise a fare la ruota del gran ministro delle finanze il napoletano Giovanni Manna, uno dei tanti utili idioti che il sistema padano andava mobilitando al suo servizio. E’ probabile che alquanto ingenuamente questi considerasse l’Italia-una una specie di Tavola Rotonda di tutti gli italiani, cosicché immaginò di poter creare un istituto unico d’emissione, più o meno controllato dal padronato di tutte le regioni.


Ovviamente Bombrini, sulle idee dei ministri, specialmente se napoletani, ci faceva la pipì. D’altra parte, piegata la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, non aveva altro avversario degno d’essere veramente temuto se non il Banco delle Due Sicilie, al cui confronto la Banca Toscana era un ringhioso botoletto aizzato da Ricasoli e dal suo avido contorno. I giochi di Bombrini ormai erano fatti: Firenze si sarebbe data per amore o per altro, e Napoli, prima o poi, si sarebbe arresa per fame. Comunque, alle insistenze del ministro Manna il governatore della Nazionale non poté opporre un aperto rifiuto.


Fu così che tra la Banca Nazionale ex sarda e la Banca Nazionale Tosacana si arrivò a un reclamizzato accordo. Manna portò in senato il  disegno di legge governativo.  Dopo lunghe e ampollose discussioni, il senato lo approvò, ma, quando passò alla camera, questa lo lasciò dormire fra le altre scartoffie, finché non sopraggiunse la scadenza della legislatura.


In apparenza, sia alla camera sia al senato, la maggioranza era contraria alle bramosie della Banca Nazionale; nella sostanza era Bombrini a fomentarle perché  si perdesse tempo, in attesa che la Banca Toscana gli cadesse in grembo come una pera matura. Bombrini voleva mangiare, e non accordarsi sul menù.


Tra attacchi e resistenze, la partita tra Juventus e Fiorentina si protrasse dal 1859 al 1865 – cioè un incalcolabile numero di tempi supplementari. Alla fine la cosa ebbe la sua naturale conclusione: il governo, spostando la capitale del Regno da Torino a Firenze, pretese che la sede centrale della Banca bombrinesca (che era sempre una banca privata) lo seguisse nella nuova capitale.


Bombrini assorbì la Banca Toscana in cambio di 15 milioni di azioni della Banca sarda: 10 a copertura del capitale sociale e 5 come regalia, per tappare la bocca ai verbosi discendenti di Savonarola.

fonte https://www.eleaml.org/sud/den_spada/banca_nazionale.html

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La tratta degli italiani

Posted by on Mar 21, 2019

La tratta degli italiani

Alla fine degli anni ’60 vi erano ufficialmente, sparsi attraverso il mondo, 6 milioni di individui in possesso di passaporto italiano.


Di questi, oltre 2,4 milioni vivevano in Europa: 900 mila in Francia, 700 mila in Svizzera, 400 mila in Germania, 250 mila nel Benelux, 150 mila in Gran Bretagna. In realtà, il numero degli italiani all’estero era allora sensibilmente superiore alla cifra ufficiale, in quanto da essa erano stati esclusi tutti coloro che, nel corso degli anni, avevano rinunciato o dovuto rinunciare alla propria cittadinanza originaria. Innumerevoli quindi sono stati gli italiani costretti a prendere la via dell’esilio per cercare, all’estero, quel pane che veniva loro negato in patria.


Ciò avvenne precisamente da quando, conquistato dai piemontesi il Regno delle due Sicilie, cominciò in nome dell’Unità d’Italia, il pesante saccheggio del più vasto, più potente e più ricco Stato della Penisola; di quello Stato che poteva vantarsi di un’amministrazione pubblica modello e di un patrimonio aureo di poco inferiore al mezzo miliardo di lire oro, più che doppio di quello complessivo degli altri Stati d’Italia. Stato pacifico che, tra l’altro, non conosceva la coscrizione obbligatoria e la leva in massa, e che si era posto all’avanguardia del progresso tecnico; a esso i Borboni avevano dato la prima ferrovia in Italia, la prima nave a vapore, il primo telegrafo elettrico (sia pure sperimentale) e, alla sua capitale, l’illuminazione a gas, con 10 anni d’anticipo sulle altre città della Penisola. Stato dove non attecchì la grande usura, che vide anzi fallire il ramo dei Rothschild che si era stabilito a Napoli.


L’Unità d’Italia, per il Meridione, significò il crollo della sua agricoltura e quello delle sue industrie -già più sviluppate e floride di quelle del Nord – con conseguenze che si fecero sempre più gravi e tragiche per le popolazioni.


L’Unità portò anzitutto alla completa rovina dei contadini, considerati sino alla conquista legalmente inamovibili dalle terre feudali, ecclesiastiche e comunali da loro coltivate, nonché proprietari di quelle coloniche; contadini praticamente esenti da doppie imposizioni e tributi, e da qualsiasi servitù militari.


L’incameramento di queste terre, in ossequio ai nuovi principî, da parte del demanio piemontese, la loro messa in vendita, il loro acquisto, furono il trionfo degli speculatori, degli usurai, dei manipolatori di ogni specie, locali e piovuti dal Nord, i quali – sotto la protezione di un esercito di occupazione forte di 120 mila uomini e che, in 10 anni, bruciando paesi e paesani, massacrò 20 mila contadini in lotta per il pane, gabbandoli per briganti -diventarono, con l’ausilio di leggi non meno infami di coloro che le applicavano, i padroni inesorabili del contadino.


Questi, messo nell’impossibilità materiale di pagare le tasse e i balzelli imposti da un Piemonte in eterno disavanzo finanziario, si vide portare via le scorte, gli attrezzi, la capanna, il campo; e ciò non da un feudatario “spietato”, ma dal borghese “liberale”.


Così il contadino dell’ex reame delle Due Sicilie, il quale dal 1830 al 1860 aveva fruito di una condizione economica assai migliore di quella dei lavoratori della terra del resto della Penisola, si vide con l’Unità depredato addirittura anche del lavoro.


E questo in quanto i nuovi proprietari della terra – introducendo colture industriali (agrumi e ulivo) in sostituzione di quelle che coprivano il fabbisogno alimentare e tessile delle popolazioni locali, contadine e cittadine – non ebbero che una preoccupazione: quella di realizzare sempre maggiori profitti finanziari, pure a totale scapito del lavoro (l’industrializzazione di quei tempi!).


Così le campagne del Mezzogiorno, sacrificate all’industrializzazione agricola locale e tradite dalla politica per lo sviluppo delle manifatture del Nord, non furono più nella possibilità materiale, come lo erano state nei secoli, di assicurare alla popolazione del Sud, anche delle città, neppure la propria alimentazione. E fu lo sfacelo [1]. Si interruppe in conseguenza – tra l’altro – la corrente migratoria della mano d’opera, che sino allora si era spostata dal Nord al Sud, mentre i contadini meridionali, cacciati per fame dalle loro terre, furono costretti alla fuga verso il Nord e l’estero.


Fenomeno che non tardò a trasformare l’intera Penisola in una immane colonia di sfruttamento umano, dove nuovi negrieri razziavano ogni anno, non più africani, ma un crescente contingente di disperati bianchi, il cui numero salì progressivamente da 107 mila – media annua del periodo 1876 -1880 – a 310 mila, media annua del periodo 1896 -1900, a 554 mila, media annua del periodo 1901-1905, a 651 mila, media annua del periodo 1906-1910, a 711 mila nell’anno 1912, a 872 mila nell’anno 1913, anno di vigilia della prima guerra mondiale, che troncò questa tratta, sino alla fine delle ostilità, per fornire carne da cannone, in abbondanza, alle offensive, negazione della strategia, di un altro piemontese.


Nessun documento meglio di queste cifre potrebbe illustrare i risultati economici, sociali e umani della politica della borghesia italiana “liberale” di quegli anni. Borghesia che doveva trovare in Giovanni Giolitti il suo personaggio più rappresentativo, diventato direttamente o – per pochi mesi – tramite i suoi luogotenenti Fortis e Luzzato, dal 1903 al marzo 1914 capo del governo e, attraverso la burocrazia e la corruzione, padrone assoluto del Paese.


Politica che costrinse, nell’ultimo biennio dell’era giolittiana, oltre un milione e mezzo di italiani a emigrare; più della metà dei quali oltre Atlantico, verso l’inferno delle fazende brasiliane, delle miniere e ferriere della Pennsylvania, dei mattatoi di Chicago, degli angiporti e dei bassifondi di Buenos Aires e di New York; caricata per maggior utile degli armatori del Nord, in condizioni di poco meno disumane di quelle fatte all’inizio del secolo scorso dai negrieri agli schiavi portati sui mercati delle due Americhe.


[1] Codificato dalle leggi protezioniste del 1887 a favore delle industrie del Nord.

Fernando Ritter

fonte https://www.eleaml.org/sud/den_spada/tratta_degli_italiani.html

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LA VERA MODERNITA’ E’ IL PASSATO

Posted by on Mar 12, 2019

LA VERA MODERNITA’ E’ IL PASSATO

Non c’è nulla di più moderno che rivolgersi al passato. Niente di nostalgico, né di retrivo. Anzi. Appena si scrosta, sia pure di poco, la cortina fumogena di una martellante propaganda, le scoperte sono persino sorprendenti. Nel 1890 i Liberisti del Settentrione, fortemente unitari, chiesero ed ottennero il protezionismo.

Il pretesto fu l’importazione nell’allora Regno d’Italia di gelsi cinesi a basso costo?! Gli stessi ambienti contrari al sano protezionismo attuato dai Borbone (applicarono una politica Keynesiana “ante-litteram”) per favorire lo sviluppo del Sud al riparo dall’invasione di merci estere, si convertirono a tale pratica, applicandola peraltro in modo tale da soffocare del tutto l’economia del Sud. La fiorente agricoltura fu completamente rovinata. Oggi chi chiede il protezionismo contro le merci cinesi?

Il più grande e moderno opificio nell’Italia pre-unitaria? A Pietrarsa, nel Napoletano (mille addetti, settemila nell’indotto). Il Sud, nel settore tecnologico era all’avanguardia!

La buona finanza? Nel Sud. Il Regno aveva finanze solide, garantita da un vasto risparmio e da un’adeguata riserva presso il Banco di Napoli, Istituto di emissione. Le finanze piemontesi, per il malgoverno e le continue guerre, erano alla bancarotta.

I coraggiosi e gli impavidi?

Francesco II e Maria Sofia delle Due Sicilie non fuggirono davanti agli invasori, ma difesero l’onore della dinastia e dei meridionali a Gaeta.

I Sabaudi invasero militarmente il Sud, senza dichiarazione di guerra. Il diritto bellico degli antichi romani, nostri avi, indicava tali ipotesi (e le guerre civili) col termine “latrocinium” (brigantaggio): chi furono, dunque, i veri “briganti”?

Le truppe piemontesi, per reprimere il moto, non esitarono a compiere massacri di massa, fucilazioni senza un giudizio, l’incendio di centinaia di ,villaggi, il genocidio dei soldati fatti prigionieri dopo la resa di Francesco II (Furono rinchiusi in lager lombardi e piemontesi da cui pochi uscirono vivi).

I giornali inglesi del tempo affermarono che in soli due mesi, dall’ottobre al dicembre 1861, i bersaglieri passarono per le armi quasi novemila resistenti.

Franco Molfese elenca trecentoottantotto bande di guerriglieri composte da ex ufficiali, da ex soldati borbonici, da ex garibaldini disillusi, da contadini ed artigiani, ognuna delle quali contava da quindici a centocinquanta uomini.

Basterà fare una media per capire che non si trattò di brigantaggio, bensì di una resistenza armata ben più impegnativa della guerra partigiana del 1944/45.

Ciò, senza contare i fiancheggiatori. Per domarla, il Piemonte impegnò parecchie divisioni, per un totale di centoventimila uomini, più di quanti ne schierò sul fronte veneto nella guerra contro l’Austria del 1866.

Antonio Gramsci, insigne intellettuale, era di origine meridionale. Le sue analisi e il suo pensiero, in particolare contro il fascismo e lo stalinismo, s’inquadrano nella sua complessa personalità che ben conosceva le problematiche meridionali (il nonno, Don Gennaro, fu capitano della Guardia Borbonica).

Giuseppe Garibaldi comprese ben presto la reale situazione. Nel 1868 scriveva:

“…gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato odio…”.

Anita Garibaldi, pronipote del generale, ha dichiarato nel 1966: “…Garibaldi capì a che razza di persone stava consegnando l’Italia”.

Si prefigurò le conseguenze dannose dell’insediamento della gretta classe dirigente sabauda nel Regno delle Due Sicilie…

Napoli era la seconda città d’Europa per importanza culturale dopo Parigi: al Sud c’era lavoro, industria e cultura…I fatti gli hanno dato, purtroppo, ragione.

I Sabaudi hanno saccheggiato le immense ricchezze del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia… Da quei saccheggi cominciò la povertà del Sud…”

Quindi ha aggiunto: “…dopo il risorgimento, l’Italia venne distrutta dai funzionarietti e dai burocrati piemontesi che calarono da Torino…”

Piero Ottone, già direttore de “Il Corriere della Sera”, ha recentemente scritto: “…ho espresso, nel passato, il parere che sarebbe stato meglio se l’Italia fosse stata unificata dai Borbone piuttosto che dai Savoia… la dinastia napoletana era più cosmopolita di quella piemontese e Napoli era città, già nell’ottocento, di più largo respiro di Torino…

Basta osservare il risultato e quel che è successo”.

E’ singolare che un autorevole “nordista” (e non solo) sia pervenuto a tali clamorose conclusioni, mentre troppi meridionali (anche quelli mandati a guerreggiare con le scarpe di cartone nei fronti più lontani) ancora si abbeverano a miti del tutto inesistenti.

Giorgio Ciccotti

Unione Autonomista Alto Sagittario – Scanno

fonte https://www.eleaml.org/sud/den_spada/vera_modernita.html

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LA RESISTENZA DUOSICILIANA

Posted by on Feb 14, 2019

LA RESISTENZA DUOSICILIANA

Proprio con la farsa dei plebisciti scoppiarono con grande violenza contro gli invasori piemontesi le prime rivolte, che si propagarono a macchia d’olio in tutto il Sud. Fu una vera e propria guerra che durò piú di dieci anni ed in cui le truppe piemontesi compirono tanti delitti e tali distruzioni che non si erano mai visti in alcuna altra guerra. Le forze militari impegnate dai piemontesi furono di circa 120.000 uomini, ai quali vanno aggiunti 90.000 militi della collaborazionista guardia nazionale. Queste forze, verso il 1865, comprendevano circa 550.000 uomini, quanto gli Americani nel Vietnam.


Dopo la resa di Gaeta intere zone della Lucania, della Calabria, delle Puglie e degli Abruzzi si erano liberate dei presidi piemontesi ed avevano innalzato i vessilli duosiciliani. I piemontesi nel ritirarsi compirono molte rappresaglie su civili inermi. Nell’aprile del 1861 si formarono le prime grosse bande di partigiani comandati da Carmine Crocco, detto Donatello, Nicola Summa, detto Ninco Nanco, Domenico Romano, detto il sergente Romano, che liberarono centinaia di paesi.

La reazione piemontese fu immediata. Interi paesi furono distrutti a cannonate e chi si opponeva all’occupazione veniva fucilato immediatamente. Significativo quanto avvenne il 14 agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni, ove allo scopo di terrorizzare le popolazioni vi furono saccheggi, violenze, stupri e le case furono bruciate e completamente rase al suolo. Vi furono oltre un migliaio di morti. Alcuni furono trucidati nel modo piú barbaro, con le teste mozzate poi esposte agli ingressi dei paesi come monito. I generali piemontesi, come Cialdini e tanti altri, furono dei veri e propri criminali di guerra. Lo Stato “italiano” ancora oggi li venera come “eroi” .

Dai dati ufficiali piemontesi, non attendibili, nel solo 1862 i paesi rasi al suolo furono 37, i fucilati furono 15.665, i morti in combattimento circa 20.000, incarcerati per motivi politici 47.700, le persone senza tetto circa 40.000. Ma nonostante l’impari lotta di un popolo male armato e scoordinato, costretto ad una vita difficilissima nelle valli e tra i monti, la guerriglia diventò sempre piú fiera, tanto che nel 1863 il Savoia valutò la possibilità di abbandonare i territori conquistati, ma poi il suo governo emanò la tremenda legge Pica che autorizzava fucilazioni immediate senza alcun processo. La repressione continuò piú ferocemente. I Partigiani duosiciliani con velocissime incursioni attaccavano ovunque i rifornimenti militari, le colonne militari, distruggendo i collegamenti telegrafici e postali. Ma era una guerra impari e destinata all’insuccesso perché senza alcun aiuto esterno.


Nel frattempo tutti i macchinari industriali utili erano stati trasferiti al Nord, il resto fu distrutto con determinazione e per cause belliche. L’Ansaldo di Genova, ad esempio, che era una piccola officina, nacque praticamente con i macchinari dello Stabilimento di Pietrarsa. Nel 1862 chiusero la maggior parte degli opifici tessili, le cartiere, le ferriere della Calabria, le concerie. Alle ditte lombardo-piemontesi furono affidati i lavori pubblici da compiere nelle province duosiciliane. La solida moneta duosiciliana d’argento e di oro fu sostituita da quella cartacea piemontese. L’economia meridionale ebbe cosí un crollo verticale e la disoccupazione si aggiunse al dramma della guerriglia.


Nel 1863 il debito pubblico piemontese fu unificato con quello di tutto il resto d’Italia. Il Sud “liberato” ne sopportò tutte le spese. Da quell’anno incominciò l’emigrazione, che in pochi anni diventò una vera e propria diaspora. A tutt’oggi sono emigrati dal Sud dell’Italia circa 20 milioni di persone che si sono sparse in tutto il mondo.


Nel 1864 furono espropriati e venduti tutti i beni ecclesiastici e demaniali del Sud, il cui ricavato venne usato per il rilancio dell’agricoltura della Valle Padana. È di quell’anno lo scandalo delle speculazioni Bastogi nella costruzione delle ferrovie meridionali. Intanto in Sicilia, per catturare i renitenti alla leva, interi paesi venivano circondati e privati dell’acqua potabile. I renitenti trovati, oppure i loro parenti, venivano fucilati come esempio. Interi boschi furono bruciati perché i “briganti” non avessero piú la possibilità di rifugiarvisi.


Nel 1865 fallirono quasi tutte le fabbriche meridionali, perché senza piú commesse. In quell’anno il carico fiscale venne aumentato dell’87%, ma il danaro cosí drenato fu tutto speso al Nord. Soprattutto quello tratto dall’agricoltura meridionale che finanziò le nascenti imprese industriali del Piemonte e della Lombardia.


Nel 1866 anche in Sicilia si ebbero delle serie sommosse. Palermo fu ripresa dopo un lungo assedio da parte di migliaia di soldati piemontesi. Oltre ai duemila morti causati dalle cannonate, si ebbero poi in tutta la Sicilia, nel giro di circa una settimana, 65.000 morti per il colera scoppiato tra le truppe piemontesi. Diventarono sistematiche la pratica della tortura e le ritorsioni sulla popolazione inerme, con stragi di interi villaggi e la distruzione dei raccolti per affamare i paesi dove si trovavano i resistenti legittimisti.


La guerra per la definitiva conquista piemontese, durata circa 10 anni, costò al Regno delle Due Sicilie oltre un milione di morti, 54 paesi rasi al suolo, 500.000 prigionieri politici, l’intera economia distrutta e la diaspora di molte generazioni. Il Piemonte ebbe il doppio dei morti che aveva avuti in tutte le sue sedicenti guerre d’indipendenza.

CONCLUSIONE


L’invasione piemontese del pacifico Stato delle Due Sicilie fu ben piú di una semplice sconfitta militare e si può affermare che essa ha tanto inciso sulla nostra vita sociale ed economica che ancora oggi viviamo nell’atmosfera creata da quell’evento, dal quale sono nati tutti i nostri mali presenti. Gli effetti di una sconfitta militare, infatti, per quanto terribili, col tempo vengono sanati se il territorio e la popolazione non vengono annessi a quelli del vincitore. Per le Due Sicilie, invece, a causa della particolare posizione geografica, senza soluzione di continuità territoriale con il resto della penisola italiana, l’annessione ha prodotto effetti cosí devastanti che la coscienza del popolo stesso ne è stata alterata.


La storia piú che millenaria del Sud, ricca di immense glorie e di immani tragedie, prima dell’occupazione piemontese era stata la storia di un popolo che non aveva mai perso, nel bene e nel male, la propria identità nazionale. È stata, dunque, questa perdita, causata dalla forzata unione con gli altri popoli della penisola, il piú grave danno inferto al Popolo Duosiciliano.


Il Regno delle Due Sicilie proprio nel 1860 si stava trasformando in un grande Stato moderno. C’erano tutte le premesse, perché allora era una tra le piú progredite nazioni d’Europa, ma la delittuosa opera delle sette che governavano la Francia e l’Inghilterra e la sete di conquista savoiarda ne distrussero i beni e le tradizioni, compiendo un vero e proprio genocidio umano e spirituale.


Come fu precisato da Lemkin, che definí per primo il concetto di genocidio, esso “non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione … esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali … Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali, e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui … non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale”.


Si dice, inoltre, che vi sono due metodi per cancellare l’identità di un popolo: il primo, quello di distruggere la sua memoria storica; il secondo, quello di sradicarlo dalla propria terra per mischiarlo con altre etnie. Noi Duosiciliani abbiamo subíto entrambi i soprusi, ma fortunatamente, per la nostra storia di quasi tremila anni, il nostro inconscio collettivo ci ha salvati in parte dalla distruzione della nostra identità nazionale.


La principale causa del crollo delle Due Sicilie va, senza dubbio, inquadrata nel marciume generato dalla corruzione massonica. Esso era dappertutto: nelle articolazioni statali, nell’esercito, nella magistratura, nell’alto clero (fatta salva gran parte dell’episcopato), nella corte del Re, vera tana di serpenti velenosi. Infatti, come ha esattamente analizzato Eduardo Spagnuolo: “addebitare ai piemontesi le colpe del nostro disastro è vero solo in parte e contrasta anche con i documenti dell’epoca. La responsabilità della perdita della nostra indipendenza e della nostra rovina è per intero della classe dirigente duosiciliana, che si fece corrompere in ogni senso. Non a caso le bande guerrigliere piú motivate, come quella del generale Crocco e del sergente Romano, si muovevano per colpire, innanzitutto, i collaborazionisti e gli ascari delle guardie nazionali”.


L’opposizione armata, tuttavia, fu soltanto un aspetto della piú vasta resistenza all’invasione piemontese, perché la resistenza si sviluppò per anni in modo civile. Numerose furono le proteste della magistratura e dei militari, le resistenze passive dei dipendenti pubblici e i rifiuti della classe colta a partecipare alle cariche pubbliche. Moltissime le manifestazioni di


malcontento della popolazione, soprattutto nell’astensione alla partecipazione ai suffragi elettorali, e la diffusione, ad ogni livello, della stampa legittimista clandestina contro l’occupazione piemontese.


Mai, nella sua storia, lo Stato delle Due Sicilie aveva subito una cosí atroce invasione. Quante ricchezze, inoltre, furono distrutte insensatamente, che avrebbero potuto fare veramente grande l’Italia. L’economia dell’Italia meridionale, poi, ebbe un crollo verticale non solo perché il centro propulsore fu spostato al Nord, che ne venne privilegiato, ma anche perché la concezione dogmatica del liberoscambismo imposto dal Piemonte, impedí in seguito di porvi dei ripari. Il miope colonialismo dei piemontesi, come poi si rivelò l’occupazione dei “liberatori”, divenne una vera e propria tragedia, che dura ancora ai nostri giorni e che solo il conciliante e forte temperamento della gente del Sud ha impedito che divenisse una catastrofe irreversibile.


Gli abitanti delle Due Sicilie furono usati, prima come carne da cannone per le altre guerre coloniali dei Savoia, poi come mercato per i prodotti delle industrie del Nord e come serbatoio di voti per quei ciechi politici meridionali, spesso solo servi sciocchi delle lobby del cosiddetto “triangolo industriale”. La classe dirigente meridionale, inoltre, allo scopo di conservare piccoli vantaggi domestici, ha fiancheggiato sempre tutti i governi che si sono avvicendati in Italia dall’inizio dell’occupazione, governi che pur definendosi “italiani”, hanno curato solo e sempre gli interessi di alcuni, i quali per questo mantengono eterna la “questione meridionale”.


Il Popolo delle Due Sicilie, in tutta la sua lunghissima storia, non ha mai fatto una guerra d’aggressione contro altre genti. Ha dovuto, invece, sempre difendersi dalle aggressioni degli altri popoli, che lo hanno assalito con le armi o con le menzogne. Ancora oggi dal Nord dell’Italia, per una congenita ignoranza, alimentata continuamente dalla propaganda risorgimentale avallata dallo Stato “italiano”, siamo ancora puerilmente aggrediti con violenze verbali, con luoghi comuni sui “meridionali”.


Nella considerazione di tutti gli avvenimenti succedutisi dopo il 1860 fino ad oggi si può senza dubbio affermare che proprio a causa di quel violento movimento nato nel Nord, il cosiddetto “risorgimento”, si originò un processo autodistruttivo, che, passando attraverso continue guerre, per lo piú suggestivamente etichettate, culminò nel fascismo, che, con la sua fine, ridusse a una sciatta repubblica tutta la penisola italiana, cosí ricca di valori prima del “risorgimento” .


I Duosiciliani veraci, tuttavia, sanno di far parte di un paesaggio unico e inconfondibile, sanno che il loro animo è immutabile e viscerale, proprio per questo, dovunque si troveranno, si porteranno sempre dietro questa loro contraddizione: quella di essere diventati forzatamente “italiani”.

Antonio Pagano

fonte https://www.eleaml.org/sud/crocco/resistenza_ap.html

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Pino Aprile risponde alla nostra domanda sulle carte del brigantaggio

Posted by on Feb 8, 2019

Pino Aprile risponde alla nostra domanda  sulle carte del brigantaggio

Caro Errico,

naturalmente, condivido perfettamente la proposta e qualsiasi altra iniziativa possa rendere facilmente e totalmente consultabili i documenti, di qualsiasi tipo, in grado di far luce (quella possibile) sulla nostra storia. L’idea che gli italiani siano un popolo bambino, incapace di tollerare la verità, perché immaturi e potrebbero farsi male, è un’idea utile solo a chi vuol continuare a trattarli da bambini, per meglio coltivare i propri affari. Al contrario, questa continua negazione di verità e consapevolezza porta prima alla delusione, poi al disinteresse, distruggendo le ragioni della convivenza (e si vede…).

Sciascia diceva che siamo un Paese senza verità; e questo vale per tutte le vicende fondanti della nostra storia, il che vuol dire pretendere di fondare la nostra identità su una serie di menzogne e versioni ammaestrate: vale per il Risorgimento, per le nostre avventure coloniali, per Portella delle Ginestre, per la strategia della tensione, per gli anni di piombo e il delitto Moro, per la P2 e le connessioni fra stato e antistato mafioso e massonico (fra cui cominciano persino a cadere le distinzioni).

Negli archivi concepiti come carcere per la verità è imprigionata la nostra maturità democratica. Apparentemente, tutto è a portata di mano; nei fatti tutto è difficile, contorto, lontano, dispendioso. La Germania è risalita dal suo inferno nazista scarnificandosi dinanzi al mondo intero; negli Stati Uniti, con il Freedom of Information Act, i segreti più segreti vengono divulgati, dall’omicidio Kennedy al Viet Nam. Mentre noi discutiamo di come rendere davvero e agevolmente accessibili documenti di un secolo e mezzo fa.

Quindi, ben vengano tutte le proposte che portano luce nei sotterranei bui della nostra memoria. Possiamo crescere e davvero unirci, solo sapendo. E discutendone, sapendo.

A presto

Pino

DOMANDA PER PINO APRILE

Io penso che lei abbia conseguito col successo del suo libro un notevole peso contrattuale rispetto ai media, mi permetto di suggerire una richiesta che dovrebbe inoltrare in tutti gli incontro che va facendo in Italia:

Il passaggio di tutte le carte del brigantaggio dall’USSME all’archivio di stato e la loro pubblicazione online con relativi codici di decrittazione se necessario per i dispacci militari.

Io personalmente sono rimasto molto colpito da queste parole

L’ultima delusione, poi, ci è data dall’Ufficio storico del Corpo di Stato maggiore; il quale pure aveva destato nel pubblico italiano la speranza della storia. Invece è riuscito un maggiore inganno, perché le sue narrazioni, assumendo per documenti quanto nel tempo si è scritto di adulterato o di addirittura inventato, dimostrano che anche esso ha il fine di consolidare come storia il doppio uragano di glorificazioni al Nord e denigrazioni al Sud, doppio uragano che col pretesto politico non è che sfruttamento economico.

https://www.eleaml.org/sud/stampa2s/razzano_settembrini_2010.html

e se penso che queste parole risalgono a circa 70 anni prima degli articoli sul Calendario del Popolo e su Storia illustrata e della conseguente interrogazione di Angelo Manna c’è da restare allibiti.

Il fascismo prima la Italia resistenziale poi hanno proseguito nella opera di occultamento della verità iniziata dai cosiddetti padri della patria – padani e meridionali.

La ringrazio della risposta,

Mino Errico

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