Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

LA RESISTENZA DUOSICILIANA

Posted by on Feb 14, 2019

LA RESISTENZA DUOSICILIANA

Proprio con la farsa dei plebisciti scoppiarono con grande violenza contro gli invasori piemontesi le prime rivolte, che si propagarono a macchia d’olio in tutto il Sud. Fu una vera e propria guerra che durò piú di dieci anni ed in cui le truppe piemontesi compirono tanti delitti e tali distruzioni che non si erano mai visti in alcuna altra guerra. Le forze militari impegnate dai piemontesi furono di circa 120.000 uomini, ai quali vanno aggiunti 90.000 militi della collaborazionista guardia nazionale. Queste forze, verso il 1865, comprendevano circa 550.000 uomini, quanto gli Americani nel Vietnam.


Dopo la resa di Gaeta intere zone della Lucania, della Calabria, delle Puglie e degli Abruzzi si erano liberate dei presidi piemontesi ed avevano innalzato i vessilli duosiciliani. I piemontesi nel ritirarsi compirono molte rappresaglie su civili inermi. Nell’aprile del 1861 si formarono le prime grosse bande di partigiani comandati da Carmine Crocco, detto Donatello, Nicola Summa, detto Ninco Nanco, Domenico Romano, detto il sergente Romano, che liberarono centinaia di paesi.

La reazione piemontese fu immediata. Interi paesi furono distrutti a cannonate e chi si opponeva all’occupazione veniva fucilato immediatamente. Significativo quanto avvenne il 14 agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni, ove allo scopo di terrorizzare le popolazioni vi furono saccheggi, violenze, stupri e le case furono bruciate e completamente rase al suolo. Vi furono oltre un migliaio di morti. Alcuni furono trucidati nel modo piú barbaro, con le teste mozzate poi esposte agli ingressi dei paesi come monito. I generali piemontesi, come Cialdini e tanti altri, furono dei veri e propri criminali di guerra. Lo Stato “italiano” ancora oggi li venera come “eroi” .

Dai dati ufficiali piemontesi, non attendibili, nel solo 1862 i paesi rasi al suolo furono 37, i fucilati furono 15.665, i morti in combattimento circa 20.000, incarcerati per motivi politici 47.700, le persone senza tetto circa 40.000. Ma nonostante l’impari lotta di un popolo male armato e scoordinato, costretto ad una vita difficilissima nelle valli e tra i monti, la guerriglia diventò sempre piú fiera, tanto che nel 1863 il Savoia valutò la possibilità di abbandonare i territori conquistati, ma poi il suo governo emanò la tremenda legge Pica che autorizzava fucilazioni immediate senza alcun processo. La repressione continuò piú ferocemente. I Partigiani duosiciliani con velocissime incursioni attaccavano ovunque i rifornimenti militari, le colonne militari, distruggendo i collegamenti telegrafici e postali. Ma era una guerra impari e destinata all’insuccesso perché senza alcun aiuto esterno.


Nel frattempo tutti i macchinari industriali utili erano stati trasferiti al Nord, il resto fu distrutto con determinazione e per cause belliche. L’Ansaldo di Genova, ad esempio, che era una piccola officina, nacque praticamente con i macchinari dello Stabilimento di Pietrarsa. Nel 1862 chiusero la maggior parte degli opifici tessili, le cartiere, le ferriere della Calabria, le concerie. Alle ditte lombardo-piemontesi furono affidati i lavori pubblici da compiere nelle province duosiciliane. La solida moneta duosiciliana d’argento e di oro fu sostituita da quella cartacea piemontese. L’economia meridionale ebbe cosí un crollo verticale e la disoccupazione si aggiunse al dramma della guerriglia.


Nel 1863 il debito pubblico piemontese fu unificato con quello di tutto il resto d’Italia. Il Sud “liberato” ne sopportò tutte le spese. Da quell’anno incominciò l’emigrazione, che in pochi anni diventò una vera e propria diaspora. A tutt’oggi sono emigrati dal Sud dell’Italia circa 20 milioni di persone che si sono sparse in tutto il mondo.


Nel 1864 furono espropriati e venduti tutti i beni ecclesiastici e demaniali del Sud, il cui ricavato venne usato per il rilancio dell’agricoltura della Valle Padana. È di quell’anno lo scandalo delle speculazioni Bastogi nella costruzione delle ferrovie meridionali. Intanto in Sicilia, per catturare i renitenti alla leva, interi paesi venivano circondati e privati dell’acqua potabile. I renitenti trovati, oppure i loro parenti, venivano fucilati come esempio. Interi boschi furono bruciati perché i “briganti” non avessero piú la possibilità di rifugiarvisi.


Nel 1865 fallirono quasi tutte le fabbriche meridionali, perché senza piú commesse. In quell’anno il carico fiscale venne aumentato dell’87%, ma il danaro cosí drenato fu tutto speso al Nord. Soprattutto quello tratto dall’agricoltura meridionale che finanziò le nascenti imprese industriali del Piemonte e della Lombardia.


Nel 1866 anche in Sicilia si ebbero delle serie sommosse. Palermo fu ripresa dopo un lungo assedio da parte di migliaia di soldati piemontesi. Oltre ai duemila morti causati dalle cannonate, si ebbero poi in tutta la Sicilia, nel giro di circa una settimana, 65.000 morti per il colera scoppiato tra le truppe piemontesi. Diventarono sistematiche la pratica della tortura e le ritorsioni sulla popolazione inerme, con stragi di interi villaggi e la distruzione dei raccolti per affamare i paesi dove si trovavano i resistenti legittimisti.


La guerra per la definitiva conquista piemontese, durata circa 10 anni, costò al Regno delle Due Sicilie oltre un milione di morti, 54 paesi rasi al suolo, 500.000 prigionieri politici, l’intera economia distrutta e la diaspora di molte generazioni. Il Piemonte ebbe il doppio dei morti che aveva avuti in tutte le sue sedicenti guerre d’indipendenza.

CONCLUSIONE


L’invasione piemontese del pacifico Stato delle Due Sicilie fu ben piú di una semplice sconfitta militare e si può affermare che essa ha tanto inciso sulla nostra vita sociale ed economica che ancora oggi viviamo nell’atmosfera creata da quell’evento, dal quale sono nati tutti i nostri mali presenti. Gli effetti di una sconfitta militare, infatti, per quanto terribili, col tempo vengono sanati se il territorio e la popolazione non vengono annessi a quelli del vincitore. Per le Due Sicilie, invece, a causa della particolare posizione geografica, senza soluzione di continuità territoriale con il resto della penisola italiana, l’annessione ha prodotto effetti cosí devastanti che la coscienza del popolo stesso ne è stata alterata.


La storia piú che millenaria del Sud, ricca di immense glorie e di immani tragedie, prima dell’occupazione piemontese era stata la storia di un popolo che non aveva mai perso, nel bene e nel male, la propria identità nazionale. È stata, dunque, questa perdita, causata dalla forzata unione con gli altri popoli della penisola, il piú grave danno inferto al Popolo Duosiciliano.


Il Regno delle Due Sicilie proprio nel 1860 si stava trasformando in un grande Stato moderno. C’erano tutte le premesse, perché allora era una tra le piú progredite nazioni d’Europa, ma la delittuosa opera delle sette che governavano la Francia e l’Inghilterra e la sete di conquista savoiarda ne distrussero i beni e le tradizioni, compiendo un vero e proprio genocidio umano e spirituale.


Come fu precisato da Lemkin, che definí per primo il concetto di genocidio, esso “non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione … esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali … Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali, e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui … non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale”.


Si dice, inoltre, che vi sono due metodi per cancellare l’identità di un popolo: il primo, quello di distruggere la sua memoria storica; il secondo, quello di sradicarlo dalla propria terra per mischiarlo con altre etnie. Noi Duosiciliani abbiamo subíto entrambi i soprusi, ma fortunatamente, per la nostra storia di quasi tremila anni, il nostro inconscio collettivo ci ha salvati in parte dalla distruzione della nostra identità nazionale.


La principale causa del crollo delle Due Sicilie va, senza dubbio, inquadrata nel marciume generato dalla corruzione massonica. Esso era dappertutto: nelle articolazioni statali, nell’esercito, nella magistratura, nell’alto clero (fatta salva gran parte dell’episcopato), nella corte del Re, vera tana di serpenti velenosi. Infatti, come ha esattamente analizzato Eduardo Spagnuolo: “addebitare ai piemontesi le colpe del nostro disastro è vero solo in parte e contrasta anche con i documenti dell’epoca. La responsabilità della perdita della nostra indipendenza e della nostra rovina è per intero della classe dirigente duosiciliana, che si fece corrompere in ogni senso. Non a caso le bande guerrigliere piú motivate, come quella del generale Crocco e del sergente Romano, si muovevano per colpire, innanzitutto, i collaborazionisti e gli ascari delle guardie nazionali”.


L’opposizione armata, tuttavia, fu soltanto un aspetto della piú vasta resistenza all’invasione piemontese, perché la resistenza si sviluppò per anni in modo civile. Numerose furono le proteste della magistratura e dei militari, le resistenze passive dei dipendenti pubblici e i rifiuti della classe colta a partecipare alle cariche pubbliche. Moltissime le manifestazioni di


malcontento della popolazione, soprattutto nell’astensione alla partecipazione ai suffragi elettorali, e la diffusione, ad ogni livello, della stampa legittimista clandestina contro l’occupazione piemontese.


Mai, nella sua storia, lo Stato delle Due Sicilie aveva subito una cosí atroce invasione. Quante ricchezze, inoltre, furono distrutte insensatamente, che avrebbero potuto fare veramente grande l’Italia. L’economia dell’Italia meridionale, poi, ebbe un crollo verticale non solo perché il centro propulsore fu spostato al Nord, che ne venne privilegiato, ma anche perché la concezione dogmatica del liberoscambismo imposto dal Piemonte, impedí in seguito di porvi dei ripari. Il miope colonialismo dei piemontesi, come poi si rivelò l’occupazione dei “liberatori”, divenne una vera e propria tragedia, che dura ancora ai nostri giorni e che solo il conciliante e forte temperamento della gente del Sud ha impedito che divenisse una catastrofe irreversibile.


Gli abitanti delle Due Sicilie furono usati, prima come carne da cannone per le altre guerre coloniali dei Savoia, poi come mercato per i prodotti delle industrie del Nord e come serbatoio di voti per quei ciechi politici meridionali, spesso solo servi sciocchi delle lobby del cosiddetto “triangolo industriale”. La classe dirigente meridionale, inoltre, allo scopo di conservare piccoli vantaggi domestici, ha fiancheggiato sempre tutti i governi che si sono avvicendati in Italia dall’inizio dell’occupazione, governi che pur definendosi “italiani”, hanno curato solo e sempre gli interessi di alcuni, i quali per questo mantengono eterna la “questione meridionale”.


Il Popolo delle Due Sicilie, in tutta la sua lunghissima storia, non ha mai fatto una guerra d’aggressione contro altre genti. Ha dovuto, invece, sempre difendersi dalle aggressioni degli altri popoli, che lo hanno assalito con le armi o con le menzogne. Ancora oggi dal Nord dell’Italia, per una congenita ignoranza, alimentata continuamente dalla propaganda risorgimentale avallata dallo Stato “italiano”, siamo ancora puerilmente aggrediti con violenze verbali, con luoghi comuni sui “meridionali”.


Nella considerazione di tutti gli avvenimenti succedutisi dopo il 1860 fino ad oggi si può senza dubbio affermare che proprio a causa di quel violento movimento nato nel Nord, il cosiddetto “risorgimento”, si originò un processo autodistruttivo, che, passando attraverso continue guerre, per lo piú suggestivamente etichettate, culminò nel fascismo, che, con la sua fine, ridusse a una sciatta repubblica tutta la penisola italiana, cosí ricca di valori prima del “risorgimento” .


I Duosiciliani veraci, tuttavia, sanno di far parte di un paesaggio unico e inconfondibile, sanno che il loro animo è immutabile e viscerale, proprio per questo, dovunque si troveranno, si porteranno sempre dietro questa loro contraddizione: quella di essere diventati forzatamente “italiani”.

Antonio Pagano

fonte https://www.eleaml.org/sud/crocco/resistenza_ap.html

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Pino Aprile risponde alla nostra domanda sulle carte del brigantaggio

Posted by on Feb 8, 2019

Pino Aprile risponde alla nostra domanda  sulle carte del brigantaggio

Caro Errico,

naturalmente, condivido perfettamente la proposta e qualsiasi altra iniziativa possa rendere facilmente e totalmente consultabili i documenti, di qualsiasi tipo, in grado di far luce (quella possibile) sulla nostra storia. L’idea che gli italiani siano un popolo bambino, incapace di tollerare la verità, perché immaturi e potrebbero farsi male, è un’idea utile solo a chi vuol continuare a trattarli da bambini, per meglio coltivare i propri affari. Al contrario, questa continua negazione di verità e consapevolezza porta prima alla delusione, poi al disinteresse, distruggendo le ragioni della convivenza (e si vede…).

Sciascia diceva che siamo un Paese senza verità; e questo vale per tutte le vicende fondanti della nostra storia, il che vuol dire pretendere di fondare la nostra identità su una serie di menzogne e versioni ammaestrate: vale per il Risorgimento, per le nostre avventure coloniali, per Portella delle Ginestre, per la strategia della tensione, per gli anni di piombo e il delitto Moro, per la P2 e le connessioni fra stato e antistato mafioso e massonico (fra cui cominciano persino a cadere le distinzioni).

Negli archivi concepiti come carcere per la verità è imprigionata la nostra maturità democratica. Apparentemente, tutto è a portata di mano; nei fatti tutto è difficile, contorto, lontano, dispendioso. La Germania è risalita dal suo inferno nazista scarnificandosi dinanzi al mondo intero; negli Stati Uniti, con il Freedom of Information Act, i segreti più segreti vengono divulgati, dall’omicidio Kennedy al Viet Nam. Mentre noi discutiamo di come rendere davvero e agevolmente accessibili documenti di un secolo e mezzo fa.

Quindi, ben vengano tutte le proposte che portano luce nei sotterranei bui della nostra memoria. Possiamo crescere e davvero unirci, solo sapendo. E discutendone, sapendo.

A presto

Pino

DOMANDA PER PINO APRILE

Io penso che lei abbia conseguito col successo del suo libro un notevole peso contrattuale rispetto ai media, mi permetto di suggerire una richiesta che dovrebbe inoltrare in tutti gli incontro che va facendo in Italia:

Il passaggio di tutte le carte del brigantaggio dall’USSME all’archivio di stato e la loro pubblicazione online con relativi codici di decrittazione se necessario per i dispacci militari.

Io personalmente sono rimasto molto colpito da queste parole

L’ultima delusione, poi, ci è data dall’Ufficio storico del Corpo di Stato maggiore; il quale pure aveva destato nel pubblico italiano la speranza della storia. Invece è riuscito un maggiore inganno, perché le sue narrazioni, assumendo per documenti quanto nel tempo si è scritto di adulterato o di addirittura inventato, dimostrano che anche esso ha il fine di consolidare come storia il doppio uragano di glorificazioni al Nord e denigrazioni al Sud, doppio uragano che col pretesto politico non è che sfruttamento economico.

https://www.eleaml.org/sud/stampa2s/razzano_settembrini_2010.html

e se penso che queste parole risalgono a circa 70 anni prima degli articoli sul Calendario del Popolo e su Storia illustrata e della conseguente interrogazione di Angelo Manna c’è da restare allibiti.

Il fascismo prima la Italia resistenziale poi hanno proseguito nella opera di occultamento della verità iniziata dai cosiddetti padri della patria – padani e meridionali.

La ringrazio della risposta,

Mino Errico

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Polibio redivivo!

Posted by on Feb 2, 2019

Polibio redivivo!

Ho appena letto il nuovo msg [in cui si parla di un recente testo che minimizzerebbe l’entità degli eccidi di Pontelandolfo e Casalduni – N d. R.] della rete delle Due Sicilie, ecco come zittire il “grande studioso” !!!

E’ inutile citare uno storico contemporaneo per smentire un altro storico (o presunti tali), se non conoscessi le fonti dell’evento storico in questione, penserei “‘a parola mia, contra ‘a toia, chissà addò stà a’ verità!”

Ma a me risulta, benché non abbia mai scritto alcun libro di storia, che la storia la si fa consultando i documenti dell’epoca che vogliamo trattare, valutandone preventivamente l’attendibilità. Qui riporto alcune testimonianze dirette degli eccidi di Pontelandolfo e Casaladuni. Sottolineo che Melegari, Negri e Margolfo avevano tutto l’interesse a minimizzare l’accaduto, ma se pure avessero raccontato la verità oggettiva, il nostro “Polibio” avrebbe scritto una marea di menzogne, giacché il bersagliere Margolfo ammette: subito incominciato a fucilare preti e uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava”.

Nemmeno un prete fu ucciso ?  Caro Polibio redivivo, credo proprio che il nostro abbia personalmente fucilato almeno un prete… in fondo lo ammette candidamente !!!

 “Briganti arrendetevi” Anonimo (Carlo Melagari), Edizioni Osanna Venosa, 1996, pp. 22-33.

[…] “quando si parlava e si leggeva sui giornali che gli abitanti di Casalduni e Pontelandolfo, unitisi a 400 bri­ganti, dopo le più crudeli sevizie, avevano infamemente massacrato una mezza compagnia e ufficiali del 36°reggimento di linea.”

[…] “Persuaso che nulla poteva accadere d’importante, alla sera mi recai all’adiacente teatro San Carlo, prevenendo il capi­tano più anziano che, in caso di bisogno, mi avesse fatto chiamare. …e mi com­piacevo di poter assistere ad un magnifico spettacolo, come se ne soleva rappresentare in questo gran teatro; la nume­rosa e buona orchestra cominciava ad accordare gli strumenti, quando, volgendo lo sguardo al fondo della platea, vidi un tenente del battaglione che, alzando la destra, indi­cava volere parlarmi. Lasciata la poltrona, l’incontrai nel vestibolo:  “ II generale Cialdini, mi disse, la vuole subito al Comando”.

[…] “Accorsi e trovai invece il generale Piola-Caselli, che, un poco contrariato per il mio ritardo, mi riceve con queste parole: « Ella avrà senza dubbio udito parlare del doloroso ed infame fatto di Casalduni e Pontelandolfo; orbene, il generale Cialdini non ordina, ma desidera che di quei due paesi non rimanga più pietra sopra pietra… Ella è autorizzata a ricorrere a qualun­que mezzo, e non dimentichi che il generale desidera che siano vendicati quei poveri soldati, infliggendo la più seve­ra punizione a quei due paesi. Ha ella ben capito?“

“Generale, risposi io, so benissimo come si devono interpretare i desiderii del generale Cialdini: ho fatto la campagna della Crimea e quella del 1859 sotto i suoi ordi­ni, e so per prova come egli sia uso a comandare e ad essere ubbidito”. Ciò detto m’accomiatai e ritornai al teatro, ove potei ancora godere di due atti degli Ugonotti e del grande ballo“[…]

“Spuntava appena il giorno che il battaglione si trovava schierato di fronte a Casalduni. Immantinenti ordinai di circondare il paese, posto in basso, e di aprire il fuoco di fila fino al mio segnale di cessate-il-fuoco; quindi d’entrare, baionetta in canna, di corsa, compagnia per compagnia per i diversi sbocchi, onde concentrarsi sulla piazza del paese vicino alla chiesa. Le campane suonavano tristemen­te a stormo, pochi colpi di fucile partivano dai campanili e dai terrazzi…. Fui sorpreso di trovare le vie deserte ed un silenzio sepolcrale nelle case. I briganti e gli abitanti, avvertiti dell’avvicinarsi dei bersaglieri….

Era giunto finalmente il momento di vendicare i nostri compagni d’armi, era giunto oramai il momento del tre­mendo castigo. Chiamati a me gli ufficiali delle tre com­pagnie che si trovavano riunite sulla piazza, ove s’ergeva anche la casa del Sindaco, ordinai loro di far atterrare le porte e di appiccare il fuoco alle case, a cominciare da quella del Sindaco. In breve dense nubi di fumo s’elevavano al cielo e l’incendio divampava in diverse parti del paese.

Nella casa del Sindaco già le fiamme, irrompendo dai vani del pian terreno, a guisa di serpenti s’allungavano ed invadevano il piano superiore. Alcuni bersaglieri, udendo strepiti e nitriti, entrati nella scuderia ne tiravano fuori due cavalli furiosi dallo spavento; altri, saliti al primo pia­no, buttavano giù dalle finestre bandiere borboniche, uni­formi, razioni di pane, armi, e fra queste i fucili con le cinghie bianche insanguinate appartenenti ai poveri solda­ti sopraffatti a tradimento e trucidati barbaramente.”

[…] “ L’incendio continuava l’opera sua di distruzio­ne e da una casa si propagava facilmente all’altra “[…]

Abstracts, presi dal web, tratti da: L’invenzione dell’Italia unita di Roberto Martucci

[…] “All’alba del 14  agosto  1861  i soldati, che nel frattempo  hanno  preso  posizione sulle alture circostanti, ricevono l’ordine di aprirsi a ventaglio per investire da più lati l’abitato, con i suoi cinquemila abitanti immersi nel sonno. Come ci conferma il diario del bersagliere Margolfo, i soldati avevano ricevuto l’ ordine di “entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi ed incendiarlo” […]

[…]

 «Entrammo nel paese – scrive il bersagliere Margolfo – subito incominciato a fucilare preti e uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava».

Come non manca di ricordare, assaporandone empio il ricordo, l’ufficiale Angiolo De Witt che, pur non  essendo  presente ai fatti, ricostruisce la strage grazie al racconto  dei commilitoni:

 “Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza snidare dalle case gli impauriti reazionari dell’ieri, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette di scendere per la via, ivi giunti vi trovavano  delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro.

Molti mordevano il terreno; altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati di prendere ogni specie di strame per incendiare con quello le loro stesse catapecchie.

Questa scena di terrore guerresco duro una intiera giornata; il gastigo fu tremendo, ma fu più  tremenda la colpa. Donne oltraggiate, malgrado lo spavento e il terrore che saetta dagli occhi, subiscono violenza da molti, pensando, forse, di averne salva la vita fino a che, pietosa, una baionetta mette fine ai loro giorni. Alle vecchie, solenni negli abiti neri, si strappano dalle orecchie i monili: poi per tutte un gesto di morte, rapida per le più fortunate,  lunga e straziante per le altre.

Nella mozione che gli fu impedito di svolgere alla Camera, Marzio  Proto, duca di Maddaloni, aggiunge particolari agghiaccianti; vi sono donne che, temendo lo stupro, preferiscono rimanere nelle case in fiamme: Nei vortici di fiamme che divoravano il vecchio ed adusto Pontelandolfo udivansi alcune voci di donne cantanti litanie e miserere.

Certi Uffiziali si avanzarono verso l’abituro onde veniva quel suono, ed apersero l’uscio, e videro cinque donne che scapigliate e ginocchioni stavano  attorno  di un  tavolo  su  cui era una Croce con  molti ceri ivi accesi. Volevano; ma quelle gridando: Indietro… maledetti! indietro… non  ci toccate, lasciateci morire incontaminate, si ritrassero tutte in un cantuccio, e tosto profondò il piano superiore e furono peste le loro ossa, e la fiamma consumò le innocenti. “

Il legittimista Giacinto De Sivo si dirà incapace di descrivere «lo  spavento  tra la morte e le fiamme di quella città infelice, bruttata da italici rigeneratori» che «impotenti co’ tedeschi, con gli inermi son prodi».

Qualora i giudizi espressi da un borbonico possano risultare ancora oggi sospetti, proviamo a leggere cosa scrive nel suo diario inedito, con una prosa zoppicante ma efficace, il bersagliere Margolfo:

«quale desolazione, non si poteva stare d’intorno per il gran calore: e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case»

Ma questa partecipazione al dolore è quasi certamente frutto di una rielaborazione successiva, dato  che, quasi a voler sottolineare l’estraneità dei soldati al loro massacro di donne, bambini, vegliardi, Carlo Margolfo sente di dover aggiungere: «noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava», a parte 1’appetito, distrutto «per la gran stanchezza della marcia di 13 ore»

 I morti? La strage non  ha una contabilità ufficiale, ma considerato  che Pontelandolfo e Casalduni nell’insieme contavano  circa 12.000 abitanti, non  ci sbaglieremmo  di molto  ipotizzando  che le vite stroncate siano  state parecchie centinaia, forse anche un paio di migliaia.

Il tenente Gaetano Negri parlò dell’eccidio in una lettera indirizzata al padre:

“Probabilmente anche i giornali nostri avranno parlato degli orrori di Ponte Landolfo. Gli abitanti di questo villaggio  commisero  il più  nero  tradimento  e degli atti di mostruosa barbarie; ma la punizione che gli venne inflitta, quantunque meritata, non fu  per questo meno  barbara. Un battaglione di bersaglieri entrò  nel paese, uccise quanti vi erano rimasti, saccheggiò  tutte le case e poi mise il fuoco  al villaggio  intero, che venne completamente distrutto. La stessa sorte toccò a Casaldone i cui abitanti si etano riuniti a quelli di Ponte Landolfo.”

Lo storico legittimista Giacinto De Sivo, pochi anni dopo i fatti, scrive: “quattrocento piemontesi da San Lupo, con seguito di mascalzoni, guidati da quel tristo del Jacobelli, credendo  sorprendere la popolazione, entrarono  da più  parti in  Casalduni, sparando all’aria, spaventando quei pochi di vecchi e donne e fanciulli rimasti. Un Tommaso Lucente da Sepino […] precedeva i soldati, indicando le case da ardere, prima quella del sindaco  Ursini.

In  ogni parte sacco, lascivia, incendi; nudi i cittadini fuggivano  dalle fiamme; chi bastonato  era, chi ammazzato.

Un  Lorenzo  d’Urso, là venuto  per faccende, fattosi sull’uscio a salutare i soldati, è spento; e poi la casa col cadavere sono arsi. Il vecchio arciprete fugge in  camicia, e ne more indi a poco. Un  malato, rizzandosi sul letto  per ispavento  è ucciso.

Ugual ruina che a Ponte Landolfo, ma meno  sangue, perché quasi, deserto il luogo, e più pochi gli assassini. Stigmatizzata dal «Times» di Londra in una corrispondenza del settembre 1861, denunciata con parole roventi alle cancellerie europee da Pietro Calà d’Ulloa duca di Lauria, ministro di Francesco II nell’esilio romano, della strage non si sarebbe mai saputo nulla – vista la mancata iscrizione all’ordine del giorno  dell’interpellanza Proto  de120  novembre – se la questione non  fosse stata sollevata alla Camera dei deputati da Giuseppe Ferrari.

Prende la parola il 2 dicembre 1861… :

Nel turbinio degli avvenimenti […] la confusione giunge a tal punto che io a Napoli non  poteva sapere come Ponte Landolfo, una città di 5.000 abitanti fosse stata trattata. Io ho dovuto intraprendere un viaggio per verificare il fatto cogli occhi miei. Ma io non potrò mai esprimere i sentimenti che mi agitarono in presenza di quella città incendiata. Mi avanzo con pochi amici, e non vedo alcuno; pochi paesani ci guardano incerti; sopravviene il sindaco; sorprendiamo qualche abitante incatenato alla sua casa rovinata dall’amore della terra, e ci inoltriamo in mezzo a vie abbandonate. A destra, a sinistra le mura erano vuote e annerite, si era dato il fuoco ai mobili ammucchiati nelle stanze terrene e la fiamma aveva divorato il tetto; dalle finestre vedevasi il cielo. Qua e là incontravasi un mucchio di sassi crollati; poi mi fu vietato il progredire; gli edifizi puntellati minacciavano di cadere ad ogni istante.

L’implacabile Giuseppe Ferrarii, impolitico  e indignato, non  aveva tregua e con pathos infinito rievocava una tragedia paradigmatica:

E quando Volli vedere più addentro lo spettacolo ce1ato delle afflizioni domestiche, mi trassero dinanzi il signor Rinaldi, e fui atterrito. Pallido era, alto e distinto della persona, nobile il volto; ma gli occhi semispenti lo rivelavano colpito da calamità superiore ad ogni umana consolazione.

Appena osai mormorare che non  così s’intendeva da noi la libertà italiana.

Nulla io chiedo, disse egli, e noi ammutimmo tutti. Aveva due figli, l’uno avvocato, l’altro negoziante, ed entrambi avevano vagheggiato da lontano la libertà del Piemonte, ed all’udire che approssimavansi i piemontesi, che così chiamasi nel paese la truppa italiana, correvano ad incontrarli. Mentre la truppa procede militarmente, i saccomanni la seguono, la straripano, l’oltrepassano, e i due Rinaldi sono presi, forzati a riscattarsi, poi, dopo tolto il danaro, condannati ad istantanea fucilazione.

L’uno di essi cade morto; l’altro viveva ancora con  nove palle nel corpo; e un  capitano  gittavasi a ginocchio  dinanzi ai fucilatori per implorare pietà; ma il Dio della guerra non ascoltava parole umane e l’infelice periva sotto il decimo colpo tirato alla baionetta.

Rinaldi possedeva due case, e l’una di esse spariva tra le fiamme, e appena gli uffiziali potevano spegnere l’incendio che divorava l’altra casa. Rinaldi possedeva altre ricchezze, e gli erano  rapite; aveva altro… e qui devo  tacermi, come tacevano dinanzi a lui tutti i suoi conterranei. Quante scene d’orrore!

Qui due vecchie periscono  nell’incendio; là alcuni sono  fucilati, giustamente, se volete, ma sono  fucilati; gli orecchini sono  strappati alle donne; i saccomanni frugano ogni angolo; il generale, l’uffiziale non possono essere dappertutto: si è in  mezzo  alle fiamme, si sente la voce terribile: piastre! piastre! e da lontano si vede l’incendio di Casalduni, come se l’orizzonte dell’esterminazione non dovesse avere limite

Su quelle ed altre efferatezze, un alto magistrato, Pietro Calà d’Ulloa, già consigliere della Corte suprema di Napoli, poi a Gaeta e a Roma con Francesco  II, avrebbe cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica europea, chiosando un lungo elenco di abusi con un richiamo alle vecchie e nuove pratiche coloniali: «non facevan le stesse cose gli inglesi in India, i francesi in Algeria, non avevano agito con la medesima accortezza gli spagnoli nel Messico e nel Perù contro i barbari.”

Cordialmente

FDV

P. S.

Ci avete fatto caso? Melegari ha l’ordine di massacrare degli inermi mentre stava al San Carlo, dove poi ritorna subito dopo, come se niente fosse. Eppure qualcuno mi accusa di delirare, quando sostengo che certi personaggi hanno profanato la nostra Terra e i monumenti a loro dedicati, e continuano a farlo !!!

fonte https://www.eleaml.org/sud/briganti/polibio_redivivo.html

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Roberto Saviano e le colpe dei Borbone

Posted by on Gen 27, 2019

Roberto Saviano e le colpe dei Borbone

Propaganda liberale e coscienza nazionale


Chi segue questo sito sa che Saviano non ci ha mai entusiasmato – ovviamente ci riferiamo alla sua opera (abbiamo letto il libro “Gomorra” e abbiamo visto anche il film che ad esso si è ispirato) e non alla persona, per la quale abbiamo tutta la comprensione umana possibile. Ciononostante venerdì sera – L’era glaciale in onda su Raidue alle 23.40 del 25 settembre 2009, intervista con Daria Bignardi – siamo rimasti colpiti dall’astio mostrato dai ragazzi di Casal di Principe nei confronti dello scrittore. Sono le stesse risposte date tempo fa da ragazzi diversi di quel comune, ma stavolta i toni erano ancora più rancorosi e pieni di livore. …………

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LA CALATA DEGLI OSTROGOTI di NICOLA ZITARA

Posted by on Gen 25, 2019

LA CALATA DEGLI OSTROGOTI di NICOLA ZITARA

La parola italianità significa, più o meno,  che qualcosa o qualcuno, per il suo atteggiarsi, porta i segni dell’appartenenza alla cultura, al costume, al carattere degli italiani. Ma l’Italia, il paese che detta agli uomini o alle cose il suo segno, qual è? Quella del Sud o quella del Nord? Perché, in effetti, è chiaro a tutti, che di Italie ce ne sono due: quella degli itagliani e quella dei taliani.

La confusione è cominciata al tempo di Roma repubblicana, allorché gli italici erano romani per i doveri militari e non lo erano per l’arricchimento provenienti dai saccheggi che illustrano (anche se non lo si dice) la civiltà romana. La confusione è andata così avanti che è difficile stabilire se furono i Romani a conquistare l’Italia o se furono gli Italici a conquistare Roma.

Comunque una certa alterità (o doppiezza) tra chi sta dentro l’Itaglia a pieno titolo e chi non possiede il titolo pieno, ma solo una specie di usufrutto, c’è sempre stata. Pensate al significato etnico e politico della frase “Temo i Greci e i doni che essi portano” (o quando portano doni. Esattamente: Timeo Danaos et dona ferentes), che circolava a Roma-urbe al tempo di Scipione l’Emiliano.

Ora, questi Greci della  frase erano essenzialmente taliani del Sud, i quali, vinti e sottomessi dai Romani, portavano doni ai vincitori e padroni, al fine di ingraziarseli in vista di un lavoro o di un favore (al tempo di Cicerone si diceva clientes, da cui l’itagliano clientela, in taliano ‘amici’). In buona sostanza, i Romani, non paghi di esercitare una padronanza sui Taliani, li giudicavano anche male.

La cosa si è ampiamente ripetuta dopo l’unità cavourrista. Raffaele Cadorna, intrepido generale milanese, nel 1866, assediò, bombardò, conquistò  e sottomise Palermo insorta contro l’unità. Nella sottostoria d’Itaglia, Palermo non fu la prima città bombardata, ma la seconda dopo Genova (dal grande Lamarmora Alfonso, inventore dei bersaglieri).

La quarta fu Gaeta (un tempo città, anche se oggi è un insignificante borgo taliano), la quarta Reggio Calabria, la quinta  – non appena Caldiroli avrà assunto il comando dello Stato Maggior Generale (ed anche Ammiraglio), sicuramente Napoli. Non tutta, però; solo quella abitata dai Taliani. Perché, come tutti sanno, a Napoli ci sono anche molti Itagliani (Bassolino, Jervolina, Pomicino, Mussolina, etc.). Il seguito si vedrà. Forse Augusta, forse Mazara del Vallo, forse Agrigento, non so.

Anche al tempo dell’eroico Cadorna c’erano ambivalenze italiche. Palermitani nemici della patria e palermitani patrioti. Leoluca Orlando Cascio non era ancora nato, ma viveva e operava un suo antenato e precursore come sindaco di una città (e forse antenato anche nel senso proprio di stipite familiare), il quale patriotticamente guidò la mafia nell’opera di liberazione della decaduta capitale federiciana, in ciò seguendo l’esempio del Generale Garibaldi, che pochi anni prima, alla testa di venti idealisti, 980 avanzi di galera, un assegno scoperto e 3000 mafiosi (per pudore detti ‘picciotti’, ancorché analfabeti e non capaci di capire altro se non il tintinnio delle piastre – chissà perché turche? – generosamente distribuite dai consoli inglesi di stanza), aveva liberato l’intera Sicilia dall’odiato Borbone.

Qualche decennio dopo, il  marchese Di Rudinì fu elevato per i suoi meriti a presidente del consiglio dei ministri itagliano e taliano, aprendo la strada a un mafioso più illustre ancora, un componente della seconda generazione di patrioti, il prof. Vittorio Emanuele Orlando,  presidente della vittoria nel 1918. 

Cornuti e mazziati, il nome dell’illustre guerriero, generale Cadorna,  ce lo ritroviamo nella toponomastica dei nostri paesi e città bombardate, insieme a quello del Generale Lamarmora, che non pago della carneficina di Genova, si esibì nella patriottica opera di liquidare i briganti taliani.

Leggo su Corriere Economia del 7 febbraio 2005 il fondo di Edoardo Segantini dal titolo “Quella cosa del Sud che nessuno vuole dire”.

A lettura fatta, mi resta da capire se sono taliano o itagliano. Infatti, io vivo immerso nella mafia, che sicuramente non è cosa italiana, in quanto l’italianità è definita dall’aeroporto della Malpensa, dall’EuroStar (non so se “E’ bello Star in Europa” o se Stella d’Europa), dalla Scala, da Giuseppe Verdi, da Maria Callas e, perché no, anche da Giovanni Verga e dall’Opera palermitana dei Pupi.

Tuttavia potrei anche essere itagliano anch’io, perché sono stato prima fascista e poi antifascista, subito dopo, forse per redimermi, ho fatto  l’emigrazione a Melano, sono transitato per Piazza Cairoli e accanto alla Scala, quando vi cantava la Callas e Toscanini vi dirigeva l’orchestra, e anche accanto  al Piccolo quando era guidato da Strehler. Insomma sono mezzo taliano e mezzo Itagliano. Ma non tutto Itagliano, come Segantini.      

La mafia è taliana e non conosce l’itagliano. E tuttavia intrattiene gran rapporti d’amicizia  con i banchieri e i costruttori di Milano, che, come ben si sa, sono Itagliani cosmopoliti (o forse Itagliani apolidi), comunque parlano una lingua EuroUNiversal).

Per combatterla, il collega Segantini suggerisce l’invio dell’esercito. Personalmente sono d’accordo. La  mafia, o la si vince militarmente o i vari De Gasperi, Einaudi, La Malfa, Saragat e i Comitati di Liberazione Alta e Bassa Italia continueranno a nasconderla nel sottoscala.

Resta il tema dei Dona Ferentes, dei regali o regalie (o anche sportule o tangenti, vulgo intrallazzi). Cioè il tema di Benetton, Zonin, Melagatti, Pelagatti, Filogatti, Carlusconi, Bruttusconi, Perlusconi, Merlusconi, Pittusconi, che stanno comprando le case a Ortigia e le terre viticole della mafiosa Sicilia, come insegna lo stesso numero di Corriere Economia in altra pagina. Quo vadis, Domine?  Questa è la strada maestra dell’itaglianità. Lo anticipai nel 1971, ma nessuno mi credette.

Predissi (L’unità d’Italia, nascita di una colonia) che per redimerci pienamente, gli avremmo venduto   la terra come i nostri megaellenici progenitori,  e portato doni che li avrebbero messi in sospetto. “Cu nesci, arrinesci”, chi va fuori fa fortuna, cita il Corriere. Stiamo nescendu, anzi nescsimu da 150 anni. Però non pensavo di vivere tanto da fare in tempo a vendere la casa avita a un Serluschese del Trecento. Ecce Domine!

PS. Secondo me, la perfetta talianità dei meridionali si ha con Totò Riina e con questo Cuffaro, di cui – chiedo scusa – mi sfugge il nome di battesimo. Quella degli Itagliani, di edificare dei taliani simili a loro è un pio e cavourristico proponimento, che mai potrà realizzarsi, perché la talianità è dell’Oriente mentre l’itaglianità è dell’Occidente. Se e quando i taliani si faranno anche loro le fabbriche, tutt’al più torneranno a essere come i Danaos prima che intraprendessero l’esercizio di portare doni, non mai Itagliani.

Perché c’è il risvolto dei Dona Ferentes. Anche questo in latino: Graecia capta ferum vincitore cepit, frase che tradotta a senso (storico) dice: i taliani – i quali non vollero combattere a loro difesa, e perciò noi Romani li abbiamo vinti e assoggettati – con i loro artifici (o altro) stanno mettendosi sotto gli Itagliani.  Le case, la terra, prendete anche questo. I nobili prediligono gli ambienti storici.

Senza il citato Cadorna, Giovanni Paolo II benedirebbe  i credenti dal balcone del Quirinale. Ma i preti, bene o male, furono pagati. A Napoli e in Sicilia, i sabaudi si beccarono non meno di una decina di regge, senza sborsare un centesimo. Il nostro lavoro se prendono già, pagandolo male. Il nostro sottosuolo è loro sin dal maledetto giorno dell’unità. Adesso anche le case, le spiagge, il sole, la terra. 

L’attuale caduta della capacità d’acquisto, per salariati e stipendiati, a questo mira. Ma il giorno in cui non vi porteremo più doni (forse) non è lontano.

Nicola Zitara

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ATLANTIDE

Posted by on Gen 11, 2019

ATLANTIDE

Un viaggio nella memoria. Smentito ad ogni passo, vuoi per un asfalto recente vuoi per un tetto o una facciata rifatti. Solo le candele di una centa sembravano sempre le stesse, quelle di oltre sei lustri fa, quando seguimmo una delle tante vie aperte da chi se ne era andato prima di noi, verso l’isola felice del socialismo italiano, regione modello per eccellenza.

Altre volte eravamo riandati a Sud, nei decenni passati, spinti dalla nostalgia o da impegni familiari. Stavolta però il viaggio nella memoria era denso di presunzioni e di illusioni “duosicilianiste”.

Come prima tappa l’omaggio ad un maestro, Nicola Zitara, uno storico che ha fatto della dignità meridionale una ragione di vita ed un progetto politico: la indipendenza del paese meridionale quale soluzione unica e improcrastinabile al problema dei problemi, l’assenza di lavoro.

L’incontro si snoda tra appassionate ed estenuanti discussioni notturne e viaggi in luoghi simbolo della cultura e della storia meridionale, Gerace, Stilo, la ferriera di Ferdinandea, le fabbriche di armi e gli altiforni di Mongiana.

Appassionate discussioni notturne

Sullo sfondo sia delle parole che dei passi sempre lei, l’isola felice. Per noi, immagine-ricordo ingombrante, dove ormai sostano tanti affetti. Per gli altri, immagine-modello di un nord ordinato, opulento, invidiato e invidiabile. 

Da imitare. 

Modena, ah Modena, Reggio Emilia… gli asili all’avanguardia. Lo avremmo sentito dire tante volte nel corso di questo viaggio nel Sud, tra Campania, Calabria e Lucania.

A sud, invece, tutto da rifare, non funziona nulla. Solo mafia, corruzione, insipienza politica. Iniziative zero.

“Questo sud ha bisogno di uno scossone morale. I destini dei meridionali della diaspora e di quelli che oggi vivono al sud si divaricheranno sempre di più, per interessi contrapposti.”

La necessità di una scossa morale la condividiamo, le modalità  per generarla un po’ meno. Forse da lontano si vede male, distorto, non si percepiscono appieno la profondità e la vastità delle contraddizioni di una società devastata dalla emigrazione prima e dal mito dei soldi facili poi. Un mito che ha coinvolto tanti: a testimoniarlo una militarizzazione veramente impressionante del territorio [la Locride].

Le scorribande tra passato, presente e futuro si inseguono e si intersecano nei pochi giorni – o, meglio, soprattutto nelle notti! quando Zitara dava il meglio di sé nelle discussioni – di permanenza a Siderno

Uno dei filoni d’indagine che meriterebbe di essere esplorato – secondo il nostro ospite – è il “trattamento riservato alle opposizioni” nei primi anni di vita unitaria. Sicuramente si usarono maniere forti ed era pressoché impossibile opporsi. 

Noi suggeriamo che fu il “brigantaggio” la vera rovina del Sud: la paura dei briganti impedì alle classi dirigenti meridionali di far valere le proprie ragioni nei confronti del nuovo stato. Giocarono di rimessa, consegnando l’ex regno nelle mani dei piemontesi, senza contropartite.

Tra una discussione e l’altra riusciamo a convincere Zitara a postare un messaggio – intanto un amico napoletano dà un preavviso per informare gli iscritti che eventualmente vogliano replicare o porre delle domande – nel forum di Terra e Libertà. 

Zitara percepisce la potenza del mezzo e le possibilità di dialogo fra persone lontane che esso offre ma non ha un accesso personale diretto a internet e dopo la nostra partenza non ci risulta abbia proseguito il dialogo.

Per chi è interessato a leggere le repliche che non riportiamo in quanto dovremmo chiedere le autorizzazioni agli iscritti al forum, basta collegarsi a https://www.ngsoft.it/forum/ e leggersi – finché non verranno archiviati – i messaggi della discussione intitolata: Sondaggio: autonomia o indipendenza?

Gerace

La Firenze del Sud, deve il suo nome a Jerax, sparviero, secondo altri all’antico nome Bizantino “aghia kiriaki’” (S. Ciriaca). Il borgo poggia su un rilievo arenario da cui si domina la quasi totalità del territorio della Locride.

Il centro urbano conserva l’originaria struttura medioevale, è ricco di chiese, palazzi, e strutture architettoniche particolari (Gotiche, Bizantine, Normanne e Romaniche), i portali, le stradine, i monumenti, la bellissima cattedrale Normanna, il castello, le chiese del X, XII sec.

Di Gerace oltre alla straordinaria vista panoramica, ci ricordiamo di uno “strano” particolare, l’essere rimasti al sole per diverso tempo senza aver avuto alcun problema – quando a Siderno si trovava difficoltà a fare una passeggiata sotto il sole anche alle sei del pomeriggio.

Stilo

Situata alle pendici del Monte Consolino, dette i natali a Tommaso Campanella. Centro di storia e cultura tra i più rappresentativi di tutta la Calabria, tra le varie chiese e monumenti, di notevole interesse la cattedrale detta “Cattolica“, esempio unico di arte bizantina.

Ci siamo immersi nel respiro del silenzio che invita alla meditazione all’Eremo di Monte Stella, risalente all’epoca dei primi insediamenti di eremiti.

Nella chiesa bizantina di San Giovanni Theristis, risalente al X sec., officiata dai monaci greci, oltre a Padre Kosmas Aghiorita abbiamo incontrato Francesco, giovane e altero calabrese, reduce dalla partecipazione alla Fiera di Rimini, giugno 2005, al “Premio per il miglior sito comunale” per il sito https://www.bivongi.com.

Ferdinandea

Chi ama la storia di questo sfortunato paese e passa per le Calabrie non deve sottrarsi a questa sorta di pellegrinaggio che noi – assolutamente ignari di cosa avremmo trovato – abbiamo intrapreso tra fitti e verdi boschi di faggi, guidati dall’instancabile Franco Z. e dalla vulcanica Antonia C., insostituibili compagni di viaggio.  

Ma questa è Atlantide!” ha esclamato mia moglie di fronte all’imponenza del complesso che prorompe dalla vegetazione che l’ha sommersa e nascosta alla vista in più parti.

Ferdinandea, emblema di un glorioso passato sconosciuto alla stragrande maggioranza degli stessi meridionali – lo avremmo verificato nel prosieguo di questo viaggio a sud. Un nome che non è finito sui libri di storia, almeno quella insegnata nelle scuole e nelle accademie, rimanendo perciò ignota. Venne destinata, nella prima metà del 1800 a sede della direzione delle Regie Ferriere e della Fonderia, stabilimenti già in funzione da tanto tempo, e costituenti fonte di reddito per tutta la zona.

Il complesso residenziale comprende una Cappella o Oratorio, che esiste tuttora ma a cui è vietato accedere.

All’interno della tenuta, dimora estiva di Ferdinando II, accanto al laghetto artificiale, abbiamo incontrato due giovani con un gruppo di scout. Siamo rimasti piacevolmente sorpresi nello scoprire che essi avevano un opuscoletto contenente alcuni appunti su Ferdinandea [ringraziamo Maria Federica di Bovalino per averci dato copia delle due pagine che riproduciamo per intero]. Una prova tangibile che a Sud la vulgata risorgimentale si sta incrinando, che iniziano a circolare documentazioni storiche che negli scorsi anni erano appannaggio di pochi isolati cultori di storia meridionale.

Mongiana

Per evitare di tornare indietro, vista la distanza da Siderno, lasciamo la visita a Mongiana per il giorno della partenza, del ritorno in Campania, destinazione Vallo di Diano.

A Mongiana sono ancora visibili i resti di un vero e proprio complesso siderurgico sulle rive del fiume Allaro, di un altoforno sopravvissuto alle intemperie e alla incuria degli uomini e di una fabbrica d’armi, destinata alla produzione di cannoni, doppiette, sciabole, ma anche di utensili (bracieri, mortai) e balconi – mia moglie faceva notare, passeggiando per il paese, le personalizzazioni delle ringhiere visibili nei balconi meno recenti di quasi tutte le case.

Dopo la visita alla fonderia [vedi foto] , in Via Carbonile incontriamo un gentilissimo signore del luogo che ci chiede se abbiamo bisogno di passare dietro casa sua. Noi non resistiamo alla tentazione di domandargli cosa avesse sentito dire da piccolo dagli anziani del paese. Ne nasce una intervista non programmata, dove la storia con la esse maiuscola si incrocia con quella personale di emigrante prima e di forestale dopo, con tanti rimpianti per una vita che sarebbe stata diversa se non avessero smantellato la fabbrica di Mongiana e portato tutto a Brescia [forse la storia non andò proprio così ma ci è andato molto vicino]

Tra le altre cose che il signor Angelletta dice – durante la conversazione che riportiamo per intero – è che “a quei tempi quando suonava la campana si passava a prender la paga, non come adesso che ti fanno aspettare anche sei mesi“.

La fabbrica d’armi, edificio essenziale, la cui entrata è sormontata da due enormi colonne doriche di ghisa massiccia, è in restauro e non abbiamo potuto visitarla. In questa fabbrica furono fusi i binari della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici.

L’altra tappa è stata la fabbrica dei cannoni, di cui si è persa finanche la memoria negli stessi abitanti di Mongiana. Dopo alcune domande senza risposta, un anziano signore ci ha indirizzati per un sentiero che porta a valle, lungo il fiume Allaro. Ci siamo incamminati in cinque ma un giovane abitante incontrato lungo la strada ci ha vivamente sconsigliato di proseguire. E così siamo andati avanti solo in due, chi vi scrive e l’infaticabile Franco. Solo una buona dose di follia o una grande passione può spingerti sotto lo schioppo del sole del primo pomeriggio, per giungere qualche chilometro più in basso, oltre il ponte di cui aveva parlato l’anziano signore delle prime indicazioni, ad un muracene che solamente una pietra rossastra tipico scarto da fusione testimoniava l’antica esistenza di una fabbrica di cannoni. Vana la ricerca di qualche segno più evidente tra le siepi che ricoprivano tutto.

Poco prima del ponte l’insegna del famoso “Sentiero naturalistico Frassati” un sentiero che per i luoghi che tocca costituisce una sorta di crocevia in cui s’intrecciano le vie del monachesimo, del naturalismo e della civiltà industriale.

Sul tardo pomeriggio giunge quell’ora – triste  per ogni viaggiatore – in cui dobbiamo salutare i nostri ospiti che se ne tornano verso la costa jonica, a casa propria. Noi decidiamo di pernottare. Una decisione davvero, saggia, in quell’albergo di Mongiana abbiamo riassaporato il piacere del silenzio dopo aver sofferto la chiassosa Siderno notturna.

All’indomani di nuovo sull’A3 – stavolta oltre i cantieri esistenti tra Lamezia e Rosarno – verso il Vallo di Diano. Il solito mistero dell’obbligo di procedere a 60 km all’ora  nella zona di Sibari lungo un pezzo di autostrada in cui i lavori parevano terminati. Ovviamente nessuno rispettava quell’assurdo e incomprensibile limite – avremmo scoperto di lì ad una settimana che era dovuto – parola di giovane camionista conoscitore del tratto che percorre spesso – alla cedevolezza del fondo stradale appena realizzato [verità o leggenda metropolitana?].

La capitale

Napoli, bella e maledetta. Vi capitiamo in uno dei giorni più torridi di luglio. Lasciata la stazione, dalle parti di via Torino finiamo in un dedalo di vie,  una delle quali completamente colonizzata da extracomunitari, dai marciapiedi ai negozi, al via vai di camion che scaricavano e caricavano merci.

Abbandoniamo l’idea di proseguire a piedi. Ad una fermata dei bus incontriamo il “solito napoletano” che ti spiega con dovizia di particolari cosa prendere per andare dove vuoi andare. Si tratta probabilmente di una questione fortuna, ma tutte le volte che passiamo per Napoli incontriamo sempre non i soliti scippatori ma i soliti napoletani gentili che se potessero ti accompagnerebbero direttamente alla tua destinazione. Con questo non vogliamo dire che Napoli sia la città più sicura del mondo, ma quando si gira in una qualsiasi metropoli del mondo bisognerebbe muoversi con un po’ di circospezione invece che con i paraocchi del pregiudizio.

Il nostro primo appuntamento è col direttore de “ilbrigante” col quale riusciamo finalmente a incrociarci in Piazza Municipio  per poi andare a rifugiarci via Partenope a due passi dal mare, al ristorante  “Anema e Cozze” dove resteremo per qualche ora a parlare del Nord e del Sud, ovviamente. E anche qui, un nostro interlocutore occasionale col cuore che batte a destra – politicamente parlando – si spertica in lodi del modello emiliano-romagnolo. Praticamente una rivisitazione riveduta e corretta del “FUJETEVENNE” di eduardiana memoria. E noi venuti dal nord ordinato e opulento, finiamo per dover erigere barricate contro i soliti luoghi comuni sul malcostume e il malgoverno meridionali, cercando di sostenere le ragioni di un sud da cui siamo lontani da decenni e di cui forse conserviamo una visione mitologica e intellettualistica.

Il nostro secondo appuntamento – sempre a Piazza Municipio, dove ci conduce il direttore de “ilbrigante”, a cui ormai abbiamo bruciato, pur senza volerlo, tutto il pomeriggio – è con un giovane amico dell’agro nocerino-sarnese strappato al ristoro delle acque del Tirreno e catapultato a Napoli in pieno solleone. Un altro gesto di sincera amicizia difficile da dimenticare. Andiamo in un bar a Mergellina,  dove nonostante la calura insopportabile, trascorriamo due ore piacevoli, finalmente con un paio di meridionali – G. ed E. – che non fanno professione di autorazzismo e non hanno timori reverenziali verso alcun nord.

Era il sud che cercavamo, anche se si tratta di un sud minoritario. Per ora.

Quando su Mergellina cala la sera, dobbiamo abbandonare i nostri amici e riprendere il treno verso Battipaglia. E finire sull’inferno della A3, un vero incubo tra Contursi e Atena lucana, un corridoio strettissimo con le macchine che ti abbagliavano contro ed un disgraziato (sudico o nordico che fosse, si trattava di un vero delinquente) che ci tampinava ad una paio di metri col suo camion –  e non è che noi potessimo andare più veloci visto che a un centinaio di metri ci precedeva un gruppo di auto ad andatura regolare. Ad Atena Lucana termina l’incubo e ci salutiamo con un reciproco e sonoro “vaffan….”.

Il Cilento

Per noi il Cilento è il luogo dell’anima, perché è il luogo dell’adolescenza: vi abbiamo frequentato elementari, medie, secondaria superiore.

Partendo da Teggiano, la cittadina della “Congiura dei Baroni”, ci siamo mossi tra Sacco, Piaggine, Roscigno vecchia, passando il più delle volte per la Sella di Corticato. Una volta per il passo della Sentinella, partendo da San Rufo, il paese di Nicola Marmo, poeta e scrittore, autore dell’amara satira postunitaria “Roma liberata”.

Prima di partire per il Sud, mi diceva per telefono un amico napoletano che ora risiede in Lombardia “dove son nato io, ora c’è un gommista”, ebbene dove son nato io, nel Vallo di Diano, ora c’è un posto macchina! Ma la nostalgia non è per quel posto macchina, è tutta per il Cilento, terra dei tristi al tempo dei borbone, terra d’emigrazione dai piemontesi ai giorni nostri.

Il terremoto ha stravolto il paesaggio urbano facendo fare un salto di decenni negli standard abitativi, ma ora diversi angoli del paese si riconoscono a fatica e tante case rimesse a nuovo sono completamente disabitate! 

Una classe politica incapace e soggiogata al centro politico padano-romano ha dilapidato una occasione sprecando un fiume di miliardi in assurde e inutili ricostruzioni di case oggi rifugio di qualche barbagianni.

Scrive Alessandro Cavalli in “COME REAGISCE LA COMUNITA’”, 1998:  

“E qui la variabile cruciale è la cultura delle élites locali – politiche, economiche e culturali – che sono in fondo le depositarie della memoria e dell’identità collettiva, e che guidano, magari attraverso processi dialettici e conflittuali, il processo della ricostruzione. Perché un disastro è sempre un’occasione, peraltro non cercata, per riflettere su se stessi, per riflettere su cosa si è e su cosa si vuole essere nei confronti del proprio passato e del proprio futuro.”

E ci siamo chiesti e continuiamo a farlo perché il modello Friuli che pur si è cercato di adottare – secondo noi sbagliando perché si trattava di un modello importato, estraneo alla nostra cultura e alla nostra storia – da noi non ha avuto successo: si ricostruiscono o si creano ex-novo le attività produttive, poi con i redditi da lavoro si ricostruiscono anche le case. 

Una ricetta semplice, per un’area contigua alle aree economicamente forti, forse meno praticabile in un sud bloccato tanti anni fa da una guerra civile nel suo percorso verso la modernità.

Non è stato poco e non è vero che non è cambiato niente, è cambiato eccome” ci scriverà poi, in questi giorni, il giovane amico dell’agro nocerino-sarnese, a proposito del tracollo del Regno delle Due Sicilie e della sua annessione al Piemonte. Ma per molti è roba vecchia passata. Non ne vogliono sentir parlare, secondo tanti meridionali col Sud di oggi non c’entra granché. Oggi i problemi del Sud sono altri, non certo come si è formato questo paese.

A questo ci hanno ridotto.

Peccato che si tratti di un passato che non passa. Da cui tutto discende, sottosviluppo ed emigrazione. Una guerra civile che ha visto migliaia di uomini in armi combattersi con ferocia e crudeltà e che ha lasciato un astio profondo tra il nord e il Sud del paese, che ha alimentato le diffidenze reciproche e non ha mai aiutato a far decollare uno sviluppo armonico dell’intera Italia. 

Anche la terminologia testimonia lo scontro decennale tra esercito e guardia nazionale da una parte e guerriglieri meridionali dall’altra, “quelli del Nord” e “quelli del Sud” sono le espressioni migliori del vocabolario nazionale postunitario. Anche oggi, o no? Pensate alla vostra esperienza personale e datevi una risposta.

Noi, in questo ennesimo viaggio dei luoghi della memoria, nel salutare amici che non vedevamo da otto-dieci anni ci siamo sentiti rivolgere battute tipo: “sei ancora neoborbonico”, “fai ancora parte del movimento di liberazione del Sud”  e altre amenità del genere. Ovviamente non siamo né iscritti al Movimento Neoborbonico [nel caso, non ce ne vergogneremmo e comunque abbiamo amici carissimi che ne fanno parte] e né siamo separatisti, anzi non lo siamo mai stati. Anche di questo non ci vergogneremmo, ovviamente,  nel caso lo fossimo.

Abbiamo solo fatto qualche lettura che non accetta la vulgata risorgimentale, tutto qui. Riteniamo che questo paese sia nato sopra un imbroglio e che sarebbe da rifondare sottoponendo ad una operazione di verità la sua storia fondante. Solo così i meridionali avrebbero qualche ragione per non vergognarsi di se stessi e i settentrionali qualche ragione per non sentirsi superiori ad essi.

Cosa non da poco.

Anche stavolta, estate 2005, siamo finiti impantanati nelle solite discussioni, nelle solite visioni palingenetiche e messianiche in cui non crede più nessuno, ma qualche amico meridionale invece sì. Stiamo parlando della sinistra, nel caso non lo si fosse capito. L’emigrazione sarebbe ripresa solo ora, con questo governo [di cui a noi importa meno di nulla, ma i fatti sono fatti] e non negli anni 1997-98 quando le statistiche già parlavano di 60-70mila persone che abbandonavano il Sud ogni anno, ma sui giornali non se ne parlava, ora invece si fanno i paginoni sul “fenomeno in ripresa”. 

Del decreto fiscale 56/2000, approvato dal governo di centrosinistra e applicato da quello di centrodestra, non sa niente nessuno. Se parli di Vera Lutz [che tanto piace al nostro presidente del consiglio] e delle sue teorie sulla necessità di concentrare al nord lo sviluppo,  ti guardano come un marziano.

Il destino dei popoli è simile a quello degli individui: esistono persone fortunate, a cui va tutto per il verso giusto e altre, invece, a cui la sorte matrigna riserva bocconi amari in quantità.

Il popolo meridionale prima della unificazione nazionale viveva in uno stato indipendente, che marciava con un suo particolare ritmo verso la modernità, possedeva una delle migliori marinerie del tempo, alcuni insediamenti industriali, delle buone leggi, un’agricoltura in trasformazione.

Una serie di sfortunate coincidenze storiche e geopolitiche [da tempo l’Inghilterra voleva dare una sistemata al Mediterraneo, a testimoniarlo un articolo apparso su “The Globe” del 12 maggio 1849, dove si tracciava una nuova configurazione dell’Europa che prevedeva, tra l’altro, in Italia un regno dipendente da casa Savoia] ne decretarono il tracollo militare, politico ed economico e resero questo paese una delle zone più arretrate dell’Europa occidentale.

Se il problema – su questo possiamo essere d’accordo – è quello della formazione di una nuova classe dirigente, come si fa a generarla o a farla emergere senza uno scatto di orgoglio che parta dalla propria storia?

Lo si potrà fare non certo rimestando i soliti luoghi comuni, ma chiarendo quelli che sono stati i punti cardine della formazione dello stato unitario prima e della ricostruzione del secondo dopoguerra poi.

* * *

Altre due tappe di un’estate in bilico tra memorie d’infanzia e ricerca storica avrebbero dovuto essere una seconda visita a Rionero in Vulture, patria di Crocco (di cui quest’anno ricorreva l’anniversario della morte), e una visita all’Archivio di Stato di Salerno nel quale si troverebbero notizie sul processo seguito ai fatti di Pontelandolfo e Casalduni, ma dei banali problemi tecnici alla nostra vettura lo hanno impedito.

fonte https://www.eleaml.org/sud/atlantide/atlantide.html

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