Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Il Pane del Sud è il più buono del Mondo: alla scoperta di un’arte sconosciuta

Posted by on Lug 20, 2019

Il Pane del Sud è il più buono del Mondo: alla scoperta di un’arte sconosciuta

Il Pane del Sud è il più buono d’Italia. Basta recarsi in un qualunque forno di una qualunque regione del meridione per capire che qui, il pane, ha un’altra funzione. Non è solo cibo, non è solo alimento. È tradizione, sapienza, conoscenza arcaica. La consistenza ruvida e corposa si deve al progressivo utilizzo di grano duro, più facile da coltivare nelle nostre zone rispetto al grano tenero, diventato nel corso dei secoli  ingrediente indispensabile e segreto.

Altro elemento di grande fascino risiede nella pezzatura. Qui le forme sono tradizionalmente grandi, a volte si potrebbero definire addirittura enormi: basti pensare al pane cafone campano, al pane di Altamura, di Laterza, di Matera, di Camaldoli e di Cerchiara dove ogni pagnotta arrova a pesare anche più di due chili.

Il Pane Cafone ad esempio, ad oggi risulta essere uno tra i pani più apprezzati in tutta la penisola. Con la sua lavorazione a grano tenero infrange i dettami della tradizione meridionale, prediligendo l’utilizzo esclusivo di un solo grano tenero.

Leggenda narra che il suo nome sia stato coniato perché lavorato con una particolare farina grezza originariamente impiegata per produrlo, oggi sconosciuta e quasi esclusivamente sostituita con farina di tipo 0.

Pane Cafone equivale a dire Napoli e Provincia con tutti i suoi sapori. Tradizione vuole che venga realizzato con lievito madre, che ora però ha lasciato il posto al criscito, una pasta di riporto derivante da scarti di precedenti lavorazioni.

Il criscito viene quotidianamente “alimentato” con aggiunte di acqua e farina, come fosse un vero lievito madre. Entrambe le soluzioni conferiscono al nostro pane una nota leggermente acida, caratteristica principale del pane del Sud.

A vederlo si riconosce in fretta il pane cafone, non presenta alcun tipo di taglio o incisioni sulla sua superficie, gode di una buona sapidità, ha una crosta spessa, croccante, e la sua mollica color avorio si presenta piuttosto elastica e morbida, responsabile della creazione di occhiature irregolari presenti in tutta la pagnotta.

Il pane cafone una volta spezzato presenta una mollica solitamente leggermente umida, che consente una buona conservabilità.

Tipicamente può essere acquistata in filoni da 1 e 2 kg ma esiste una variante, la Pagnotta dei Camaldoli capace di raggiungere addirittura i 4kg di peso. Proprio per le sue inusuali caratteristica, per i suoi ingredienti e per il suo sapore esclusivo, la Pagnotta dei Calmadoli è iscritta tra i prodotti agroalimentari tradizionali italiani.

fonte https://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/19955-pane-sud-mondo-scoperta-unarte-sconosciuta/?fbclid=IwAR2YJ59hb9rrSd9PD2SANB_QiN1XpnVG42mlmFI35aDMBmcezj6LLdjQK1w

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La prima volta della “pizzica pizzica” e Ferdinando IV

Posted by on Lug 19, 2019

La prima volta della “pizzica pizzica” e Ferdinando IV

A proposito di pizzica pizzica: la “Lettera sul tarantismo” dell’ing. Andrea Pigonati

di Salvatore Epifani, 30 novembre 2012

Antonio Ianne in un suo articolo intitolato Il sapore della pizzica, pubblicato su Lu Furgularudel 17 gennaio 2011, afferma:

“(…) la prima fonte scritta che fa riferimento alla nostra danza risale al 1797 e cita una serata di ballo che la classe nobile della popolazione tarantina offrì al re Ferdinando IV Borbone venuto in visita diplomatica nella cittadina salentina”(1).

Poiché l’estensore dell’articolo non cita la fonte, mi permetto di segnalare che già da qualche anno sul web si può leggere in formato PDF un contributo di Mauro Gioielli dal titolo Una danza chiamata pizzica (1779-1818), pubblicato sul n. 46 di aprile/giugno 2008 della rivista “Utriculus”. In detto lavoro il Gioielli ci informa che

“Durante la primavera del 1797, re Ferdinando IV, trovatosi a Taranto ospite dell’arcivescovo Capecelatro, assiste ad una pizzica rimanendone colpito, tanto da ricordare l’episodio nel suo Diario Segreto”(2).

La circostanza è il viaggio che il re di Napoli compie tra il 14 aprile e il 27 giugno 1797 per recarsi prima a Manfredonia onde accogliere Maria Clementina d’Austria e poi a Foggia per il matrimonio del figlio Francesco(3). Il lavoro di Mauro Gioielli è importante, perché, seppure con molta prudenza(4), c’informa che per la prima volta il ballo della pizzica pizzica compare nella Lettera sul Tarantismo di Andrea Pigonati che è del 28 settembre 1779.

Il nome di Andrea Pigonati (1734-1790), tenente colonnello del Genio Militare dell’esercito borbonico, è legato soprattutto(5) ai lavori di bonifica del porto di Brindisi che da parecchi anni s’era trasformato in un enorme pantano inagibile alle grandi navi. L’aria malsana determinava una elevata mortalità non solo per malaria ma anche per colera e dissenteria tanto che per alcuni decenni il numero dei morti in città superò decisamente quello dei nuovi nati. Su incarico di Ferdinando IV il Pigonati tra il 1776 e il 1778 si adoperò per riaprire il canale di collegamento tra il bacino interno ed il porto esterno consentendo il ricambio delle acque stagnanti.

La Lettera sul Tarantismo, diretta all’abate Angelo Vecchi, fu, dapprima, pubblicata nel 1779 negli Opuscoli scelti sulle Scienze e sulle Arti, a cura di Carlo Amoretti e Francesco Soave(6), poi, nel 1781, fu inserita in appendice alla Memoria(7) che il Pigonati redasse sul suo lavoro per riaprire il porto di Brindisi. Il testo dell’ing. Pigonati sul Tarantismo, non citato da Ernesto De Martino ne La terra del rimorso, è praticamente assente nella copiosa letteratura postdemartinia. Giorgio Di Lecce nella Rassegna bibliografica allegata al suo Il rito della taranta oggi, nell’ambito della letteratura sul tarantismo relativa al secolo XVIII, inserisce all’anno 1701 (quando A. Pigonati non era ancora nato) un fantomatico titolo “Lettera sopra il tarantismo, o sia il morso della tarantola, che si guarisce nella Puglia con la musica, Napoli”(8). Gino L. Di Mitri appena un cenno dedica ad Andrea Pigonati nella sua pur ottima Storia biomedica del tarantismo nel XVIII secolo(9), allorché tratta della fortuna in Europa dell’opera di Francesco SeraoDella tarantola o sia falangio di Puglia. Ne tratta indirettamente attraverso una citazione dell’astronomo francese J. J. Lalande(10), il quale in Voyage en Italie descrive il viaggio da lui effettuato negli anni 1765 e 1766.

Di Mitri sottolinea lo scetticismo del francese nei confronti della credenza popolare sul tarantismo. Scetticismo avvalorato dalla lettura del Serao e da una informazione che trova in Andrea Pigonati, secondo il quale le giovani tarantate non trovavano marito a causa della loro malattia. Sicché questa circostanza induce il Lalande a pensare che il morbo del tarantismo debba avere altre cause che il morso d’un ragno(11).

Nel commentare questa “intuizione”(12) del Lalande, Di Mitri, dopo aver accennato alla tematica dell’amore precluso di demartiniana memoria, parla di “(…) altri usi del tarantismo illustrati nelle più recenti ricerche di antropologia medica”(13). E nella nota 79 di p. 150, in maniera molto generica, afferma:

“Corre l’obbligo di menzionare i risultati di una comunicazione presentata da F. Signore al convegno di studi L’eredità di Diego Carpitella da cui si è appreso, attraverso diverse interviste raccolte fra donne, che, nel caso di gravidanze non volute, esse inventavano di essere state morse dal ragno per essere sottoposte alla terapia musicale e così sperare in un aborto indotto dalla danza frenetica”(14).

Il contributo di Franco Signore, dal titolo Memorie del tarantismo: una indagine a Novoli, fu inserito nella pubblicazione degli atti del convegno(15), dalla quale si evince chiaramente che alla base della ricerca effettuata a Novoli informatori del Signore siano stati “un anziano barbiere” e “tre anziani contadini”(15); nessuna donna fu intervistata.

La lettura del breve saggio di F. Signore destò all’epoca della sua uscita molta meraviglia e scalpore nella cittadinanza novolese tanto che l’anziano prof. Oronzo Mazzotta si vide costretto a pubblicare un articolo, dal titolo Tarantata… giù la maschera!, in cui, dopo aver stigmatizzato l’attendibilità dei quattro informatori, affermava che in vita loro

“(…) non hanno mai visto una tarantata. Il ballo della taranta non era uno spettacolo a orario fisso, bisognava perdere una giornata di lavoro e nessuno dei quattro all’epoca se lo poteva permettere”(17).

Il sospetto in Lalande, prima, e in Di Mitri, poi, forse, non ci sarebbe stato se entrambi avessero letto attentamente e compiutamente la Lettera sul Tarantismo di Andrea Pigonati, il cui pensiero è stato un po’ travisato. Entrambi non citano mai direttamente Pigonati. G. L. Di Mitri, forse, non ha visto il testo della Lettera pubblicato in appendice alla Memoria del riaprimento del porto di Brindisi, perché, se l’avesse visto, non avrebbe usato il condizionale allorché afferma:

“(…) la Lettera di Pigonati sarebbe stata pubblicata successivamente in appendice alla Memoria del riaprimento del porto di Brindisi(…)”(18).

Di Mitri, inoltre, non riferisce correttamente il pensiero dell’ingegner Pigonati sul tarantismo perché gli attribuisce una posizione un po’ scettica. Afferma, infatti, Di Mitri:

“Andrea Pigonati (…) cerca di dimostrare che il male è curabile con la musica e con la danza, ma confessa pure di non poter affermare con certezza se esso sia cagionato proprio dal ragno”(19).

E dice, nella succitata nota n. 19 di p. 271, di vedere la p. 306 degli “Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti” (nei quali la Lettera nel 1779 fu pubblicata prima che vedesse la luce nel 1781 in appendice alla Memoria del riaprimento del porto di Brindisi) per trovare espressa questa incertezza del Pigonati. Invece, se si guarda bene la p. 306 degli “Opuscoli”, si comprende come Pigonati, partito da una posizione scettica molto simile a quella di F. Serao, sia giunto a dar credito al tarantismo da lui osservato direttamente negli anni di permanenza a Brindisi. Afferma, infatti, rivolgendosi all’abate Angelo Vecchi, destinatario della Lettera:

“Volete, che v’informi di quello che io credo del Tarantismo? Eccomi a soddisfare le vostre premure. Ancorché fu di questo assunto, pel lungo soggiorno da me fatto in Puglia, abbia raccolti moltissimi bei fatti, ed osservazioni, che esigerebbero tempo per distenderli, io per compiacervi devo restringere il tutto in una lettera. Il Sig. D. Francesco Sarao (sic) luminare della medicina, e letteratura napoletana scrisse del morso della Tarantola secondo i rapporti di quelli, ch’erano stati in Puglia; ma persone eran queste, che non avevan certamente osservati gradatamente, e con critica gli effetti del morso della Tarantola; che se il sopraddetto insigne letterato si fosse portato in Puglia, e si fosse fermato in Brindisi, in Taranto, e ne’ luoghi vicini, non solo sarebbe stato più cauto nel negare i fatti, ma avrebbe forse trovata la musica adattabile ad altri mali affini ai sintomi del Tarantismo. Io sulla opinione del Sig. Sarao (sic) credeva impostura, fantasia accesa, ubriachezza, e prostituzione de’ Pugliesi quanto mi si dicea di questo male; ma il lungo mio soggiorno in Brindisi, e l’essermi in quel tempo portato ne’ vicini luoghi, mi ha convinto, che il Tarantismo è un male reale, che mirabilmente si guarisce col suono; ed ho trovato verissime le esperienze, e le osservazioni del Baglivi, di Epifanio Ferdinandi (sic), e di Caputi, i quali sono stati autori Pugliesi, ed han fatte l’esperienze sul luogo stesso”(20).

Il brano citato è importante per un duplice ordine di considerazioni. In primo luogo perché ci riferisce della ferma convinzione di Pigonati che il Tarantismo è un “male reale”. Secondariamente perché il nostro prende posizione a favore dei pugliesi nella querelle, molto bene del resto tratteggiata da G. L. Di Mitri nel suo libro(21), tra chi tra gli scienziati locali e gli studiosi forestieri fosse da considerare miglior conoscitore del fenomeno del tarantismo. Querelle che tocca i toni più aspri nel De tarantulae anatome et morsu, il cui autore Nicola Caputi così si esprime nei confronti di coloro che, standosene comodamente in casa propria, senza mai aver visto nulla con i propri occhi, osano discettare sul fenomeno del tarantismo:

“Sunt equidem nonnulli non sapientes, sed Scioli, qui ut se super aliis sapere videantur, primos rerum Magistros existimari praesumunt. Hi equidem contrà jus faciunt: nam aliena funditùs quùm eruere conantur, non rationibus, non argumentis, sed sola haesitatione: sic sibi gloriolam parare contendunt: et pretereà à cunctis insulsorum dubiorum admiratoribus caecum praetendunt consensum (…) De hoc morbo nemini hominum fidei fides committenda, nisi solis Conterraneis, Apuliaeque Incolis Authoribus: nostro scilicet Epiphanio Ferdinando Messapiensi: Georgio Baglivo, qui ratione Domicilii veluti noster habetur Sympatrida: Ludovico Vallettae Luceriano, Antonio Ferrari, Galataeo à Patria dicto (…) Endemoniorum morbo rum Sympatridae Authores legendi sunt: non exteri, qui vel relata referunt, vel ex animi libidine scribunt”(22).

La Lettera sul tarantismo nell’edizione del 1779 fu tenuta sen’altro presente da Antoine-Laurent Castellan (Montpellier 1772-Parigi 1838), il quale, nella Lettera IX delle sue Lettres sur l’Italie, la cita due volte. La prima volta, espressamente, nella nota 1 di p. 78 dove afferma:

“(…) L’ingénieur Pigonati, dans sa Lettera al abb. (sic) Angelo Vecchi, 1779, donne la forme exacte des quatre araignées malfaisantes de la Puglia, et certifie la verité des observations faites à ce sujet par Baglivi, Epif. Ferdinandi (sic), Caputi et autres savans de la Puglia”(23).

La seconda volta, quando riporta il caso di un tarantato di San Vito dei Normanni affetto da priapismo:

“Parmi les faits authentiques recueillis par les médecins de la province de Lecce, on cite celui d’un homme de Saint-Vito, ommé Giov. Di Tommaso, sur lequel le tarantisme produisit, autre les autres symptomes ordinaires, le priapisme le plus violent: Onde per impedirgli che non facesse movimenti troppo sconci lo fecero ballare colle mani legate“(24).

L’ultimo periodo in italiano è ripreso da A. Pigonati, che, però, non viene citato espressamente(25).

Infine, il pensiero dell’ingegner A. Pigonati è presente nel Castellan quando questi pedissequamente afferma:

“Certes, on ne peut feindre un tel état, et on ne doit pas suspecter le malade d’imposture, à moins qu’il n’y trouve un certain avantage: or, cette maladie fait beaucoup de tort, surtout aux filles, pour leur établissement; de plus, le remede de la musique est assez couteux, puisqu’on paie au moins un ducat par jour aux musiciens, sans compter le médecin, et que le malade danse pendant quatre et jusqu’à sept jours de suite. Au reste, cet exercice, au lieu de rendre les filles et les femmes plus agréables, les défigure ; quelques unes, très-belles avant, devenoient dans cette occasion très-déplaisantes ; enfin, on a l’opinion que le mal est périodique, et qu’il revient tous les ans jusqu’à un age avancé : aussi a-t-on bien soin, dans les familles d’une classe relevée, de dérober au public la connoissance d’un tel accident ; et si une jeune fille est piquée dela tarantule, on la fait danser dans un lieu écarté et loin de tous les regards. Ce n’est donc ni par intérêt ni par plaisir qu’on a recours à un remède dispendieux, et qui discrédite tellement ceux qui en font usage, qu’à Tarente et dans les autres villes de la Puglia, lorsqu’on sait qu’une femme a été affectée du tarantisme, et qu’elle a dansé pour s’en guérir, on croit lui faire injure en venant jouer sous ses fenetres les airs consacrés à la guérison de sa maladie” (26).

Invero, era stato A. Pigonati che, dopo aver descritto il quadro classico del tarantismo (morso del ragno, sintomi, intervento dell’orchestrina, danza, guarigione), si era soffermato non sulle possibili cause della malattia, ma sul “fine, per cui possa fingersi il Tarantismo”(27). Ed aveva elencato una serie di motivi per i quali la vittima del tarantismo ha tutto da perdere che da guadagnare con l’esibirsi nella danza: giornate di lavoro perse; pagamento dei suonatori; corpo sfigurato; peso economico per il futuro marito; perdita di possibilità di matrimonio; essere oggetto di derisione da parte dei compaesani, onde la necessità di ballare di nascosto in casa di parenti o amici(28).

A questo punto l’ingegnere siciliano, dandoci una notizia importantissima per la storia della danza salentina denominata pizzica pizzica, affermava:

“Stando io in Brindisi un Canonico mio amico maritò una nipote, e diede una festa da ballo. Egli aveva una sorella, che anni prima aveva sofferto il Tarantismo, ma ciò non era pubblico. Un nemico del Canonico, e della sorella disse di voler ballare, ed ordinò a suonatori di suonare la contraddanza della Pizzicapizzica, ch’era quella appunto colla quale era guarita la sorella del Canonico: e venendo ciò eseguito dai suonatori essa si alzò, e cominciò ad urlare, e a ballare; onde si cambiò la festa in lutto”(29).

Faccio notare che il brano surriportato non compare nel testo della Lettera pubblicata in appendice alla Memoria di Pigonati del 1781, che per tutto il resto è identica a quella pubblicata negli “Opuscoli” milanesi del 1779.

Come il lettore può agevolmente vedere, il brano in cui si fa riferimento alla “pizzicapizzica” nella Lettera del 1779 era inserito immediatamente dopo il termine “tale” e prima del capoverso iniziante con “Tra i fatti”.

Perché questa piccola modifica? Certamente è da escludere che debba trattarsi di una svista tipografica. Personalmente, propendo per una sorta di autocensura effettuata dall’ingegner Pigonati per non mettere in difficoltà l’amico canonico di Brindisi fratello della tarantata della quale si parla nella Lettera. Il Pigonati nella sua Memoria del riaprimento del porto di Brindisi fa menzione di due canonici: il primo, Don Francesco Oliva, il quale, durante la messa di ringraziamento di fine lavori per la riapertura del porto, tenne una

“(…) eruditissima Orazione, colla quale dimostrò a tutti lo stato in cui era la Città, ed il rinomatissimo Porto di Brindisi, e quale al presente era divenuto mercè i benefici ricevuti dal Clementissimo Sovrano”(29).

Il secondo era l’allora arciprete e canonico Don Annibale De Leo che con una lettera informava il Nostro delle migliorate condizioni sanitarie della popolazione, il cui saldo naturale tra il 26 novembre 1778 (data di ultimazione dei lavori) e il 10 agosto 1781 (data della lettera) era stato finalmente positivo per 52 unità (nati 875, morti 823)(30). Molto probabilmente il Pigonati si autocensurò per evitare che nel lettore potesse sorgere il sospetto che il canonico fratello della tarantata potesse individuarsi tra lo sconosciuto Don Francesco Oliva o il notissimo Don Annibale De Leo, futuro arcivescovo di Brindisi, ecclesiastici che l’ingegnere siciliano menziona nelle ultimissime pagine della sua Memoria, in luoghi, quindi, molto ravvicinati rispetto al passo della Lettera sopra riportato. Passo che nell’edizione del 1779 negli “Opuscoli scelti sulle Scienze e sulle Arti” di Milano poteva benissimo comparire perché l’anonimato del canonico era perfettamente rispettato.

Note

1. A. Ianne, Il sapore della pizzica, in Lu Fugularu, numero unico di cultura, satira e varia umanità, anno VIII, 17 gennaio 2011, p. 54.

2. M. Gioielli, Una danza chiamata pizzica (1779-1818), in “Utriculus”, n. 46, apr./giu. 2008, p. 21. Per il Diario Segreto di Ferdinando IV cfr. U. Caldora, Ferdinando IV di Borbone, Diario Segreto(1796-1797), Napoli, 1965.

3. Per i dettagli del viaggio cfr. M. PEZZI, Il viaggio di Ferdinando IV in Puglia nella primavera del 1797, in “Archivio Storico Pugliese”, anno XXIX, 1976, pp. 281-294.

4. Scrive il Gioielli: “Per quanto è possibile rilevare dalla documentazione conservata nel mio archivio personale, la prima volta che s’incontra la citazione d’un ballo denominato pizzica pizzica è del 1779, all’interno della Lettera sul Tarantismo di Andrea Pigonati” (M. GIOIELLI, op.cit., p. 21).

5. Tra gli altri incarichi ricoperti dall’ingegnere di Siracusa bisogna almeno ricordare quelli appresso indicati. Nel 1759 da Carlo III fu inviato assieme all’ing. militare Giuseppe Valenzuola ad Ustica per progettare le fortificazioni in vista del progetto di popolamento di quell’isola. Frutto di questi lavori il testo Topografia dell’isola di Ustica ed antica abitazione di essa, in “Opuscoli di autori siciliani”, tomo 7, Palermo, Pietro Bentivegna, 1772, pp. 251-280. Da Ferdinando IV ebbe l’incarico di direttore per la costruzione della strada degli Abruzzi da Castel di Sangro a Sulmona, realizzata dal 1784 al 1790, incarico che fece precedere da due opuscoli descrittivi: La parte di strada degli Abruzzi da Castel di Sangro a Sulmona, Michele Morelli, Napoli, 1783; Le strade antiche e moderne del regno di Napoli e riflessioni sopra li metodi di esecuzione e meccaniche, Michele Morelli, Napoli, 1784.

Su Pigonati e il porto di Brindisi cfr.: A. L. CASTELLAN, Lettres sur L’Italie, faissant suite aux lettres sur la Morée, l’Hellespont et Constantinople, tome premier, lettres IV-XIII, Nepveu, Paris, 1819 ; G. DE FAZIO, Osservazioni architettoniche sul porto Giulio e cenno de’ porti antichi di recente scoverti nel lido di Pozzuoli, Stabilimento Tipografico dell’Aquila, Napoli, 1834; C. DE GIORGI, La genesi naturale del porto di Brindisi, in IDEM, Natura e civiltà di terra d’Otranto, antologia degli scritti a cura di Michele Paone con un profilo di Carmelo Colamonico, Editrice Salentina, Galatina, 1982, I, pp. 379-427; C. TRASSELLI, Il popolamento dell’isola di Ustica nel secolo XVIII, Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1966; F. A. CAFIERO, La città di Brindisi all’apertura del canale Pigonati, in Brundisii res, 1 (1969), pp. 51-57, Amici della A. De Leo, Brindisi, 1971; F. BRIAMO-G. CAVALIERE, Brindisi: il canale Pigonati. Storia scritta da secoli di miseria e di morte, Editrice Salentina, Galatina, 1972; G. SIMONCINI (a cura di),

Sopra i porti di mare, 2: il Regno di Napoli, Olschki, Firenze, 1993; Il disegno luogo della memoria, atti del Convegno di Firenze, 21-22-23 settembre 1995, Firenze, 1995; F. M. LO FARO, Ingegneri e lavori pubblici in Sicilia tra Sette e Ottocento, in Storia dell’Ingegneria, atti del primo Convegno Nazionale (Napoli, 8-9 marzo 2006), a cura di Alfredo Buccaro, Giulio Fabricatore, Lia Maria Papa, tomo I, Napoli, 2006, pp. 921-932.

6. A. PIGONATI, Lettera del Signor Cav.e Andrea Pigonati colonnello di S. M. il RE delle Due Sicilie nel corpo del genio al Sig. Abate Angelo Vecchi sul Tarantismo, in Opuscoli scelti sulle Scienze e sulle Arti tratti dagli Atti delle Accademie e dalle altre Collezioni Filosofiche, e Letterarie, dalle Opere più recenti Inglesi, Tedesche, Francesi, Latine, e Italiane, e da Manoscritti originali, e inediti, tomo II, parte V, in Milano presso Giuseppe Marelli con licenza de’ Superiori, 1979, pp. 306-310.

7. A. PIGONATI, Memoria del riaprimento del porto di Brindisi sotto il regno di Ferdinando IV del Cavaliere Andrea Pigonati, Michele Morelli, Napoli, 1781.

8. G. DI LECCE, Il rito della taranta oggi, in Musica, rito e aspetti terapeutici nella cultura mediterranea, a cura di Davide Ferrari De Nigris, Genova, 1997, p. 87. Il medesimo errore G. Di Lecce ha ripetuto a p. 89 del suo Delle tarantole. Dalle cronache medievali alla bibliografia del settecento, in Sulle tracce della taranta. Documenti inediti del Settecento, a cura di Luigi Manni, Galatina, 2000.

9. G. L. DI MITRI, Storia biomedica del tarantismo nel XVIII secolo, Firenze, 2006, pp. 147-149 e 271.

10. J. J. LALANDE, Voyage en Italie contenant l’histoire et les anecdotes les plus singulières de l’Italie et sa description; les usages, les gouvernement, le commerce, la littérature, les arts, l’histoire naturelle et les antiquités ; avec des jugemens sur les ouvrages de peinture, sculpture et architecture, tome sixième, troisième édition, revue, corrigée et augmentée, Genève, 1790, pp. 7-9. Tutto il brano, oltre che nel testo succitato di G. L. Di Mitri (pp. 166-168), può essere letto in books google.it.

11. J. J. LALANDE, op. cit., p. 9: “Ce détail de M. Pigonati nous donne lieu de croire que la maladie dont il parle pourroit bien avoir toute autre cause que la morsure d’une araignée ».

12. G. L. DI MITRI, op. cit., p. 149.

13. IDEM, p. 150.

14. IBIDEM, nota 79.

15. F. SIGNORE, Memorie del tarantismo: una indagine a Novoli, in L’eredità di Diego Carpitella. Etnomusicologia, antropologia e ricerca storica nel Salento e nell’area mediterranea, a cura di Maurizio Agamennone e Gino L. Di Mitri, Atti del convegno, Galatina 21, 22, 23 giugno 2002, Nardò (Lecce), 2003, pp. 125-135.

16. IDEM, p. 127 ss.

17. O. MAZZOTTA, Tarantata… giù la maschera!, in La cernia, anno III, n. u. Novoli, 17 gennaio 2004, p. 3.

18. G. L. DI MITRI, op. cit., p. 271, nota 19.

19. IDEM, p.271.

20. A. PIGONATI, Lettera…, cit.,pp. 306-307.

21. G. L. DI MITRI, cit., passim, soprattutto pp. 69-70, pp. 129-132, pp. 206-218.

22. “Vi sono però alcuni ignoranti con l’aria di saputelli che per apparire più dotti degli altri pretendono ingiustamente di essere considerati dei maestri insigni perché tentano di distruggere le opinioni altrui alla base, senza la forza delle argomentazioni, ma attraverso il dubbio e così si procurano un’effimera fama e inoltre accampano come pretesto il cieco consenso di tutti gli ammiratori di insipidi dubbi […] E riguardo a questo morbo non si può prestar fede se non ai soli autori del luogo, pugliesi come il nostro Epifanio Ferdinando di Mesagne, Giorgio Baglivi, per luogo di residenza quasi un nostro compaesano, Ludovico Valletta di Lucera, Antonio Ferrari, detto il Galateo […] Lo ribadisco, a proposito delle malattie locali bisogna affidarsi ai dotti del luogo perché gli stranieri o riferiscono opinioni altrui o ne scrivono in maniera arbitraria”. (N. CAPUTI, De tarantulae anatome et morsu, con saggi di Gabriele Mina e Alessandro Laporta, traduzione del testo latino e note di Mario Monaco, Edizioni dell’Iride, Tricase (LE), 2001, pp. 98-103).

23. A. L. CASTELLAN, Lettres sur L’Italie, faissant suite aux lettres sur la Morée, l’Hellespont et Constantinople, tome premier, Nepveu, Paris, 1819, p. 78 (nota 1).

24. IDEM, pp. 80-81 (nota 1).

25. A. Pigonati così riporta il fatto: “Tra i fatti, che conservo con autentici attestati de’ primi medici della provincia di Lecce, ve n’è uno accaduto ad un uomo della Terra di S. Vito per nome Gio: di Tommaso, al quale assisté il Dot. Fisico D. Giacinto Niccola [sic] Greco. Il fatto è de’ più strani, mentre il male produsse all’infermo il priapismo, accompagnato con tutti gli altri sintomi; onde per impedirgli che non facesse movimenti troppo sconci lo fecero ballare colle mani legate: e dopo più giorni di ballo guarì” (A. PIGONATI, Lettera…, cit., p. 309).

26. A. L. CASTELLAN, Lettres sur L’Italie, cit., pp. 81-82.

27. A. PIGONATI, Lettera …, cit., p. 307

28. IDEM, pp. 307-308.

29. IDEM, pp. 308-309.

30. A. PIGONATI, Memoria…, cit., p. 72.

31. IDEM, p. 75.

fonte http://lnx.vincenzosantoro.it/2012/12/01/la-prima-volta-della-pizzica-pizzica/

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La festa della Madonna del Carmine: tra fede e rivolta

Posted by on Lug 16, 2019

La festa della Madonna del Carmine: tra fede e rivolta

La festa del Carmine rappresenta per i napoletani la solennità dell’anno più sentita dal popolo, il 16 luglio si celebra la Madonna del Carmelo, chiamata affettuosamente Madonna Bruna, ‘a Mamma d’o Carmene.

Chi non ha mai pronunciato l’esclamazione: «Mamma d’o Carmene!» almeno una volta nella vita? Ebbene sì, dietro questa espressione popolare pronunciata con molta enfasi, vi è un’icona: lo stretto legame con l’immagine religiosa della Madonna del Carmelo, dalla caratteristica pelle scura da cui l’appellativo «Madonna Bruna» riferimento all’icona bizantina. Perché questa Vergine è molto amata dal popolo napoletano? Quali prodigi ci rivela? Per scoprirlo dobbiamo fare un salto nel tempo.

Il culto devozionale della Madonna del Carmelo ovvero della Madonna del Carmine è molto più antico di quanto pensiamo: infatti è citata nell’Antico Testamento nel Primo Libro dei Re, in cui si afferma, dopo un susseguirsi di eventi, la costruzione di una chiesa sul Monte Carmelo in Israele. L’oggetto legato alla Madonna è lo «scapolare» ovvero il capo più prezioso dell’abito religioso, apparso in visione all’inglese Simone Stock, simbolo di devozione profonda e affidamento in Cristo.

A Napoli il culto risale al XIII secolo, attestato da un documento storico che si riferisce alla prima presenza dei carmelitani in città nel 1268. La leggenda vuole che alcuni monaci, fuggendo alle terribili persecuzioni da parte dei saraceni in Palestina, arrivarono a Napoli portando l’immagine della Madonna, che aveva il suo culto originario sul Monte Carmelo nello Stato di Israele. Giunta in città, l’icona santa fu collocata all’interno di una groticella situata presso la marina che un tempo era stata destinata al culto di San Nicola. Il suo tempio fu costruito tra il 1283 e il 1300 ma le successive ristrutturazioni dal XVII e XVIII secolo, spazzarono via l’antica impronta medioevale.

La Madonna del Carmelo fu oggetto di venerazione da parte del popolo napoletano sin dai primi tempi e la vicinanza strategica con piazza Mercato (centro commerciale cittadino) favoriva la devozione da parte dei più umili e la diffusione del suo culto.
In alcuni documenti del 1457 quando i culto aveva raggiunto il suo culmine, si specificava che i napoletani erano molto legati alla Madonna del Carmine a cui rivolgevano suppliche e grazie e amavano recarsi in visita dall’inizio di Agosto fino all’ 8 Settembre, giorno della natività della Vergine Maria.
La sua celebrazione è fissata al 16 Luglio secondo il calendario cristiano, attraverso una serie di eventi che coinvolgono il centro antico di Napoli.

L’origine della festa risale molto probabilmente al 1500, quando l’icona della Madonna Bruna fu portata in processione a Roma a cui seguirono interventi prodigiosi lungo il pellegrinaggio. Nelle cronache si raccontava già del famoso «Incendio del Campanile» detto castello forse per ricordare l’assedio del Campanile (adoperato come fortezza militare) a cui si dava alle fiamme con i fuochi d’artificio. I festeggiamenti giunti nel 1700, in occasione del bicentenario del pellegrinaggio della Madonna Bruna a Roma furono esaltati in maniera spettacolare con interventi di luminarie, fuochi pirotecnici locali e musica d’orchestra a seguito.
Napoli, sotto la guida di Carlo III di Borbone rifiorì di cultura e tradizione, anche grazie al notevole contributo di reali e nobili che con cospicue donazioni, garantivano il perpetuare della Festa del Carmine.

L’icona della Madonna Bruna

Il quadro che tutti conosciamo, risale molto probabilmente ad opera di un maestro di scuola toscana del XIII secolo e non come si suppone ad un’artista di origine orientale; la tavola ritrae la Vergine con bambino all’interno di un formato rettangolare, alta un metro e larga 80 cm.

La tavola realizzata a tempera, ritrae la Madonna con Gesù bambino in un’atteggiamento di dolce intimità fra madre e figlio, in un legame naturale e complice; infatti viene detta «l’immagine della tenerezza» dal forte impatto evocativo, frutto di orazione e di contemplazione che induce all’amore e alla venerazione della Madre di Dio e degli uomini.
Il suo volto bruno induce alla salvezza, ispira protezione e fa sorgere nel cristiano sentimenti di pietà e misericordia.

All’interno della tavola si colgono molti simboli che ne spiegano i messaggi: l’oro del fondo e l’aureola indicano la santità della Madre e del figlio nonché l’attribuzione al Sole, luce divina; l’azzurro del manto è legato alla maternità, al simbolismo con l’acqua sinonimo di fertilità. Il colore rosso inneggia al trionfo dell’amore che unisce la mamma al neonato, come pure la tunica color pelle cioè dell’incarnato di Gesù, ci ricorda che egli è l’Agnello di Dio. La stella a coda pendula posta sul manto della Madonna sta a significare la sua Verginità pepetua, prima, durante e dopo il parto. Lo sguardo di entrambi sono rivolti verso lo spettatore, ed esprimono la missione redentrice di Gesù e la partecipazione di Maria. Tutta la scena è un susseguirsi di dolcezza e infinita tenerezza, dove la Vergine mostra la mano destra in risposta alla nostra supplica: “Mostraci Gesù, frutto benedetto…”, e ci indica: “Ecco il cammino, la verità e la vita”.

La leggenda del Crocifisso miracoloso

Per i fedeli della Madonna del Carmine, questo «miracolo» attesta l’autenticità dell’amore e della protezione che la Vergine Maria riserva al popolo napoletano da molti secoli.
La leggenda del Crocifisso miracoloso si colloca nel XV secolo, quando gli Angioini e gli Aragonesi si contendevano il regno di Napoli e il dominio della città.

Il re Renato D’Angiò allora reggente, per proteggere i suoi possedimenti contro Alfonso D’Aragona che era entrato in città, aveva fatto posizionare le sue artiglierie sul Campanile del Carmine (la parte più alta della città) tramutata come fortezza militare, le cui armi da fuoco miravano sull’accampamento del nemico, al Borgo Loreto.

La leggenda e la storia raccontano che l’infante Pietro (fratello del re Alfonso) il 17 ottobre del 1439 diede miccia ad una grossa bombardata detta la «Messinese» ovvero una grande palla di cannone (conservata intatta nella cripta della Chiesa del Carmine ) che sfondò le mura della chiesa attraversando l’abside fino a toccare il Crocifisso. Tutti supposero la completa o parziale distruzione del Crocifisso per poi accorgersi di un’evento straordinario: il Cristo di legno per evitare il colpo, chinò la testa sulla spalla destra, senza subire nessun danno. Un vero miracolo, come si nota ancora oggi.

Il giorno dopo, l’infante Pietro D’Aragona, non contento, volle di nuovo azionare la Messinese, ma un colpo partito dal campanile (punizione divina?) dalla bombarda chiamata la “Pazza” troncò il capo all’infante Pietro e dopo una serie di lotte, re Alfonso pose fine alla dura battaglia.
Il 2 giugno il re Alfonso D’Aragona entrò in Napoli da vittorioso e volle recarsi al Carmine per venerare il Crocifisso miracoloso e riparare così l’ingrato gesto del fratello minore, a cui fece dedicare un’importante tabernacolo.

«(..seguendo la Domenica ad hora del Vespro, il Rè con grandissimo trionfo se n’entrò nella Venerabile Chiesa del Carmine per vedere il miracolo del Santissimo Crocifisso, à cui s’adorò divotamente, Lui l’Illustrissimo Indico d’Avololos gran Siniscalco del Regno suo Germano e altri due de’ Magnati, che assisterono al Rè, con grande ossequio l’additorno il luogo da dove era venuta la palla della bombarda. (…)» esposto dal P. Filocalo Caputo nel suo volume “Il Monte Carmelo” 4 ed., Napoli 1683.

Il tabernacolo fu eretto dopo la morte di re Alfonso, che accolse il 26 dicembre del 1459 l’immagine sacra del Crocifisso; da allora ogni anno nel giorno della «svelazione» il 26 dicembre viene esposta al pubblico il famoso Crocifisso, per 8 giorni fino al 2 gennaio.
La stessa cerimonia si presenta il primo sabato della Quaresima per ricordare lo scampato pericolo della terribile tempesta che si abbatté su Napoli nel 1676, che risparmiò la città dalla minaccia (secondo la leggenda popolare) grazie all’intercessione del Crocifisso.

E’ nota la devozione del Mercoledì, istituito da re Federico D’Aragona reggente di Napoli, a seguito della processione del Crocifisso e della Madonna Bruna a Roma, in occasione dell’Anno Santo. Il mercoledì è dedicato ai malati e agli infermi per chiedere alla Madonna, grazie ed intercessioni speciali.

L’ultimo giorno di Masaniello: una lapide commemorativa nella Chiesa del Carmine

All’interno della Chiesa del Carmine vi è anche un personaggio tanto illustre: il celebre Masaniello, la cui «rivolta» azionò il principio dell’insofferenza del popolo napoletano contro il governo vicereale spagnolo.

In occasione della festa del Carmine il 16 luglio del 1647, Tommaso Aniello detto Masaniello trovò la sua morte, tradito dallo stesso popolo che giorni prima l’aveva portato in trionfo come un vero eroe. L’episodio si riferisce alle ultime ore di Masaniello, il quale accusato di pazzia e di tradimento tentò di difendersi e di scagionarsi dalle dicerie del popolo. Sentendosi minacciato si rifugiò nella Chiesa del Carmine dove interruppe la messa in onore della Madonna del Carmelo; salì sul pulpito dove tenne il suo ultimo discorso, si denudò e fu deriso da tutti. L’Arcivescovo per placarlo lo accompagnandolo nelle celle del Convento ma qui venne raggiunto da quattro Capitani delle ottine (corrotti dagli spagnoli) che fidandosi di voci amiche, aprì la cella e fu freddato all’istante con colpi di archibugi. Il corpo fu decapitato e trascinato per strada e scaraventato fra Porta del Carmine e Porta Nolana mentre la testa fu portata al viceré come prova della sua uccisione.

A seguito della morte di Masaniello, il popolo comprese quanti sforzi e cambiamenti aveva portato la sua piccola rivolta, insorta per migliorare le condizioni di vita del popolo; solo allora i napoletani si accorsero di lui e tentarono di ricomporre il suo corpo degnamente e restituirgli quel minimo di gratitudine che meritava.
Fu celebrato il funerale il 18 luglio del 1647 dalla Chiesa del Carmine con l’approvazione delle autorità reali; un lungo e commosso corteo per le vie del centro. Le sue spoglie mortali oggetto dell’idolatria popolare rimasero lì fino al 1799 ma durante la Rivoluzione napoletana, il suo corpo fu spostato. Col tempo il ricordo di Masaniello era flebile, quasi scomparso e solo negli anni sessanta del Novecento per opera dei padri carmelitani, furono deposte due targhe commemorative da tramandare ai posteri: una nel Convento e l’altra nella chiesa con su scritto «mendace riparazione di un delitto preordinato, il sepolcro di Masaniello qui era ma fu tolto per mire politiche di un dispotico sovrano nel 1799 durante la rivoluzione partenopea»

Curiosità: Sia Piazza del Carmine che la sua omonima chiesa basilicale hanno accolto, da secoli, le voci chiassose del popolo, le interminabili battaglie dei regnanti, le feste giocose della tradizione popolare e le atroci condanne dei più importanti personaggi storici del regno. Fra questi ricordiamo il supplizio del giovane e valoroso Corradino di Svevia, l’ultimo regnante del suo casato che venne decapitato (tradito da Giovanni Frangipane) in piazza il 29 Ottobre nel 1268 da Carlo D’Angiò. Una storia molto toccante, una lotta tra papato e impero descritta anche da Dante nella Divina Commedia nel XX canto del Purgatorio.
Le spoglie di Corradino riposano nella Chiesa del Carmine dove fu eretto secoli dopo, il nobile monumento funebre per volere di Massimiliano II di Baviera che lo onorò degnamente. Ogni anno nel giorno dell’anniversario della morte, nella Chiesa del Carmine, si celebra la messa a suffragioin suo onore.

E pensare che Hitler pretendeva il ritorno in Germania delle sue spoglie nel 1943 ossessionato dell’occulto e dall’esoterismo deciso a plasmare il suo «Pantheon degli Imperatori». Grazie all’intervento tempestivo dei frati carmelitani che riuscirono a coprire bene la lapide con grossi tappeti, i soldati delle SS furono sviati sulla tomba e non riuscirono a trafugare nulla dell’agognato bottino. Corradino è nostro! 

fonte https://grandenapoli.it/la-festa-della-madonna-del-carmine-tra-fede-e-rivolta/?fbclid=IwAR2OfOXOb_raL1Dv02_mFdNbF0npiXZRlAuKoD_6UEo01c3zr5verpAEhVA

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“1984”, i 70 anni della profezia avveratasi oggi

Posted by on Lug 11, 2019

“1984”, i 70 anni della profezia avveratasi oggi

Nell’estate del 1949 il mondo della cultura britannica viene sorpreso dall’uscita di un romanzo il cui titolo è semplicemente una data: 1984. Il romanzo uscito esattamente settant’anni fa ci mostra uno scenario di mondo futuro dominato da un totalitarismo cupo e terribile, che muta il linguaggio e che porta al pensiero unico. La somiglianza tra quanto descritto da Orwell e quanto accade oggi è impressionante. 

Estate 1949: il mondo della cultura britannica viene sorpreso dall’uscita di un romanzo il cui titolo è semplicemente una data: 1984. Il suo autore, lo scrittore George Orwell, lo aveva scritto l’anno prima, nel 1948, e il titolo gli era uscito dallo scambio delle ultime due cifre. Il libro sarebbe diventato uno dei massimi capolavori del genere utopico, un genere letterario che spesso ha avuto una posizione critica nei confronti del progresso tecnologico, ovvero della capacità dell’uomo di controllarlo e di farne un uso intelligente.

Dopo l’ubriacatura di ottimismo scientifico dell’800, nel ‘900 troviamo le grandi distopie, ovvero utopie negative, romanzi inquietanti, dove il futuro è presentato come uno scenario da incubo, funestato da dittature e da trasformazioni radicali non solo del mondo, ma dell’uomo stesso. Il romanzo uscito esattamente settant’anni fa ci mostra uno scenario di mondo futuro dominato da un totalitarismo cupo, terribile, molto simile allo stalinismo ma, in qualche modo, anche ai fascismi, una sorta di sintesi di quelli che erano stati i totalitarismi dominanti negli anni Trenta. 

In quegli anni Orwell, pseudonimo di Eric Blair, inglese nato nelle colonie, esattamente nel Bengala, che era un giornalista militante nella sinistra britannica, era andato volontario nella guerra di Spagna, e lì vide gli orrori, compiuti non solo dai franchisti, ma anche dai repubblicani, che si accanivano soprattutto contro religiosi e religiose innocenti, arrivando a fare tra di essi circa settemila vittime.

Tornato quindi in Inghilterra totalmente disincantato, cercò di raccontare le storture delle ideologie, a cominciare da quella comunista, sotto forma di racconto allegorico, quasi una fiaba, sul modello di Jonathan Swift. Nel 1945 aveva pubblicato La fattoria degli animali, una satira brillante e dolorosa del comunismo sovietico. Infine, portando alle estreme conseguenze l’avversione per il totalitarismo, pubblicò 1984

La condanna di Orwell, di tutte le ideologie totalitarie garantì maggior fortuna a questo libro, considerato, nella letteratura utopistica del Novecento, il classico per eccellenza. 

Gli elementi positivi e affascinanti di questo romanzo, però, stanno nell’esaltazione dell’individuo che si oppone al sistema, un uomo comune che si erge, con la sua piccola  e banale vita, a contestare, a fermare il potere devastante del Grande Fratello. Orwell non ha una prospettiva religiosa, bensì scettica, che parte dal desiderio di libertà dell’uomo, del piccolo uomo comune che cerca di sopravvivere al peso schiacciante del dominio, del controllo esercitato non solo a livello sociale, ma anche individuale, dal potere, rappresentato da quella espressione – il Grande Fratello – ovvero  un potere impersonale, senza nome e senza volto, semplicemente l’occhio che ti scruta ovunque vai, in tutti i momenti particolari della vita.

Nella società descritta da Orwell il dominio viene esercitato attraverso la scrittura e soprattutto la riscrittura, la codifica e ri-codifica del linguaggio, fino ad arrivare alla elaborazione di una “neo-lingua”: alcuni termini non devono essere più usati, alcuni significati vengono completamente sconvolti.

Come in tutte le utopie, anche in quest’opera letteraria c’è un po’ di preveggenza. Orwell sembra aver profetizzato l’odierna ossessione per il “politicamente corretto” nel linguaggio, che porta spesso a esiti grotteschi.

La somiglianza tra quanto descritto da Orwell e quanto accade oggi è impressionante. L’obiettivo del Potere è, in ultima analisi, il completo controllo del pensiero e della coscienza. L’obiettivo è giungere ad un pensiero unico. Uno scenario che aveva lucidamente intravisto anche Guareschi, soprattutto negli ultimi anni della sua vita.

Orwell aveva raccontato inoltre ciò che capita a chi non si adegua alla cultura dominante, dove scattano le sanzioni per quello che viene definito psicoreato, ovvero la colpa di pensare con la propria testa, di usare la propria coscienza anziché quella immateriale, collettiva. Ciò che Guareschi, con il suo umorismo, aveva definito “portare il cervello all’ammasso”.

“Chi controlla il passato controlla il futuro, e chi controlla il presente controlla il passato”, recita uno degli slogan del Partito. Un antidoto a questo potere è dunque la memoria. La memoria contro la dimenticanza, che è invece uno degli strumenti del Grande Fratello.

Una grande lezione, che dopo settant’anni è più vera e importante che mai. 

fonte http://lanuovabq.it/it/1984-i-70-anni-della-profezia-avveratasi-oggi

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Vincent agonizza nel silenzio del mondo (e della Chiesa)

Posted by on Lug 8, 2019

Vincent agonizza nel silenzio del mondo (e della Chiesa)

13.30: Nuovo comunicato, stavolta degli avvocati che difendono il diritto alla vita di Vincent:

“Per tutta la scorsa settimana abbiamo moltiplicato le ultime azioni legali per tentare di far rispettare i ricorsi sospensivi di cui beneficiava Vincent presso il Comitato dell’Onu per i diritti delle persone disabili. Inutilmente. Non abbiamo più a disposizione alcun ricorso e ormai è troppo tardi. Vincent sta per morire. La situazione nella quale lo ha messo il dottor Sanchez è ormai medicalmente irreversibile. Questi sono momenti dolorosi per tutti. È tempo di raccogliersi, insieme alla famiglia, per rispetto a Vincent e attorno a Vincent. Non vi saranno altre dichiarazioni.
Jérôme Triomphe – Jean Paillot
Avvocati dei genitori, del fratello e della sorella di Vincent Lambert”


10.00: Stamattina i genitori di Vincent, la sorella Anne e il fratello David hanno diffuso il seguente comunicato:

Cari amici, che ci avete fortemente sostenuto in questi sei anni. Questa volta è finita. I nostri avvocati, in questi ultimi giorni, hanno moltiplicato ancora i ricorsi e presentato le ultime misure per far rispettare i ricorsi sospensivi davanti all’ONU in favore di Vincent.

Tutto inutile. La morte di Vincent è ormai inevitabile. È stata imposta a lui come a noi. Anche se non l’accettiamo, non possiamo far altro che rassegnarci nel dolore, nell’incomprensione, ma anche nella Speranza.

Vogliamo ringraziarvi tutti per la vostra amicizia, il vostro amore, il vostro sostegno, la vostra preghiera in tutti questi anni. Non c’è più niente da fare se non pregare e accompagnare il nostro caro Vincent, con dignità e raccoglimento. Voi tutti siete con noi col pensiero e la preghiera vicino a Vincent.

Chiediamo ai giornalisti presenti davanti al CHU [l’ospedale di Reims, n.d.t.] di avere la decenza di rispettare la nostra intimità famigliare in questi momenti così dolorosi.

Pierre, Viviane, David e Anne“.

***
 

Siamo al settimo giorno di barbarie autorizzata contro Vincent Lambert e la narrazione mediatica è ormai pressoché muta sull’argomento. Quando Vincent – se Dio vorrà – morirà, torneranno a parlare, o meglio a vocalizzare allo sfinimento le solite cose, per assicurarsi che l’inebetimento dell’opinione pubblica raggiunga un buon margine di sicurezza.

Proprio questo pomeriggio, dalle 16 alle 19, i due avvocati dei genitori, di un fratello e di una sorella di Vincent, prenderanno la parola in un comizio organizzato a Parigi, per cercare di gridare al mondo, ancora una volta, la verità della situazione, etica, giuridica e medica di Vincent Lambert.

I vescovi francesi ormai tacciono. È vero che in occasione del tentativo di eutanasizzare Vincent, fermato poi dalla Corte d’Appello di Parigi il 20 maggio scorso, si erano fatti sentire: anzitutto i più direttamente coinvolti, monsignor Éric de Moulins-Beaufort, vescovo di Reims, e il suo ausiliare, monsignor Bruno Feillet; poi anche l’arcivescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit, e altri vescovi. Però è altrettanto vero che la condanna è stata ripetuta e ora Vincent è in agonia da una settimana; è perciò necessario che l’episcopato francese compatto denunci nuovamente e con più forza che si tratta di un omicidio, i cui responsabili sono politici, medici e familiari che hanno nomi e cognomi ben precisi; che si tratta di una volontà precisa di introdurre l’eutanasia dalla finestra, visto che dalla porta è ancora presto (fino a quando?).

È poi necessario mobilitare i cattolici e tutte le persone di buona volontà alla resistenza, alla preghiera, al sacrificio, e denunciare la disinformazione continua e martellante dei media. Questo è il minimo che si possa e si debba fare, per sostenere il grido continuo di mamma Viviane e quello di papà Pierre, quest’uomo di novant’anni cardiopatico che si vede ammazzare un figlio disabile, e che proprio ieri pomeriggio, mentre si recava all’ospedale di Reims per visitare il figlio, ha detto al mondo la verità: “È un assassinio mascherato, un’eutanasia”.

Purtroppo nulla è arrivato anche dal Santo Padre, che ha avuto a disposizione l’Udienza generale di mercoledì scorso e l’Angelus di ieri per lanciare un appello che cercasse di fermare la mano del boia, o quantomeno di mettere davanti agli occhi del mondo il fatto che in Francia sta per essere ucciso un uomo, solo perché disabile, e si stanno violando le norme elementari dei diritti umani, riconosciute a parole e puntualmente disattese nei fatti.

La tremenda verità, che viene taciuta, è che sta per essere portata a termine una condanna che avrà un effetto domino mortifero su migliaia di altre persone in situazioni simili e che getta i presupposti per qualsiasi contravvenzione dei diritti umani. Non è voglia di polemica: è semplicemente la dolorosa constatazione che il Papa ha deciso di abbandonare Vincent al suo destino e di accettare, senza batter ciglio, la sentenza iniqua che è pronta a far strage di disabili.

Nemmeno il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Vincenzo Paglia, ha trovato il tempo per intervenire sulla questione: forse ha già scritto un messaggio di condoglianze per la famiglia e sta solo attendendo il fatal giorno. E dire che la sua Comunità di Sant’Egidio, sempre pronta a mostrarsi agli occhi di tutti vicina agli ultimi, è ben presente in Francia, almeno stando a quanto riferisce il sito ufficiale con un hashtag: la #santegidio summer c’est parti! Udite, udite: barbecue organizzato nel cuore di Parigi, e poi, coming soon, un altro barbecue per i senza dimora a Lione e via con pranzi, feste, gite e chi più ne ha più ne metta. Alla faccia di Vincent che muore di fame e di sete: per lui, nemmeno una parola. Sarà perché non è senza dimora, non è clandestino, non è LGBTQI (e avanti con tutto l’alfabeto)?

Silenzio anche dall’Onu, che sta dimostrando che le convenzioni, i protocolli, e tutto il materiale cartaceo prodotti in questi anni non sono in grado di tutelare la vita di un innocente, che non è in mano a dei terroristi pronti a farsi saltare in aria insieme agli ostaggi, ma è in un letto di ospedale della civilissima Francia. Il Comitato per i diritti dei disabili ha provato a richiamare Macron ai suoi impegni, ma di fronte ad un nemmeno troppo celato “chissenefrega” (con o senza hashtag?), si è ritirato in buon ordine. Regola numero uno per difendere i diritti umani, in un mondo dove dominano l’arroganza, la prevaricazione, la menzogna: usare la forza. Altrimenti, in certi casi, le parole non servono a nulla.

A cantare ancora una volta un assolo, unica consolazione in questa situazione, è, in una bella intervista a L’Occidentale, il cardinale Raymond Burke, tanto accusato di essere un rigido dogmatico “pizzi e merletti”, lontano dai problemi reali della gente, e che è invece uno dei pochi a esporsi: “Noi cattolici e ogni persona di buona volontà abbiamo il preciso obbligo di difendere la massima dignità della vita umana, in ogni suo stadio. In questo momento di grandissima confusione è necessario, inoltre, che la Chiesa faccia fronte unito per lanciare il chiaro messaggio del suo insegnamento”.

E continua: “Vorrei dunque ribadire, con fermezza, […] che la vita umana e la sua dignità non varia in base a circostanze fisiche o mentali: l’uomo non cessa di essere tale e dunque meritevole del pieno rispetto in nessuno di questi casi. Spesso si afferma che sia umiliante, per coloro che si trovano in queste gravi condizioni, il continuare a protrarre tali sofferenze e una vita «non degna di essere chiamata tale». Al contrario, ritengo unicamente e intrinsecamente umiliante arrivare a paragonare la vita umana a quella di un vegetale, arrivare a far percepire a queste persone, già molto provate dalla loro condizione, che l’opinione pubblica maggioritaria, o ancor peggio lo Stato, ritengano che la loro vita non sia più degna di essere vissuta. Ancora una volta, da pastore, vorrei far giungere loro la voce di Cristo e della sua Chiesa, che da sempre annuncia che in qualunque stadio e condizioni si trovi, la vita dell’uomo è sempre preziosa ai Suoi occhi”.

E in particolare, sulla situazione di Vincent Lambert, il cardinal Burke dimostra di comprendere la posta in gioco: “Si può interrompere la vita di una persona perché è disabile, perché è affidata agli altri? Può lo Stato dare la morte agli innocenti e indifesi? Ricordo che qualche anno fa, in Italia, ci fu un caso simile, quello di Eluana Englaro, che giustamente coinvolse l’intero paese, comprese le massime autorità dello Stato e il Parlamento. Una reazione simile ci fu anche in America per il caso di Terri Schiavo. Il Magistero della Chiesa è da sempre netto sulla difesa della vita, in particolare di quella più fragile, più esposta. Un politico cattolico non deve, e non può, fare altro che rifarsi al diritto naturale, come è espresso nell’insegnamento della Chiesa, e agire con energia e coerenza. La Chiesa non ha la necessità di elaborare nuove risposte, ma non può tacere di fronte alla violenza su chi non può difendersi, su chi è fragile e inerme; penso che debba prestare la propria voce a chi non ha voce”.

Qualcuno potrà obiettare che la Chiesa non ha alcuna possibilità di coercizione. È vero: nessuno pretende che Papa Francesco mandi le Guardie Svizzere a piantonare la camera di Vincent; e nemmeno che mandi il noto cardinale “elettricista” a ripristinare l’alimentazione e l’idratazione di Vincent. Deve però alzare la voce, gridare ai quattro venti quello che accade in Francia, minacciare di ritirare il proprio Nunzio, e porre anche l’eutanasia, soprattutto quella commessa su disabili o persone indifese, insieme all’aborto, tra le colpe colpite con la scomunica latae sententiae. È di fondamentale importanza risvegliare il mondo di fronte a un tale crimine, che sta già facendo strage.

Qualcuno torcerà il naso, avvezzi come siamo a sentire ormai parlare solo di misericordia. Ma è bene ricordare che da nessuna parte, men che meno nel Vangelo, la misericordia è intesa come esenzione dalla giustizia e dal castigo che corregge il peccatore. Commentando la seconda metà del versetto 29 del salmo (118)119, che nella versione della Vetus latina suonava così: lege tua miserere mei (abbi pietà di me, secondo la tua legge), Sant’Ambrogio notava con grande acume: “Usa dunque una misericordia secondo la legge colui che usa misericordia con giustizia e sapienza, concedendo solo quello che sa di poter legittimamente concedere, se non vuol diventare egli stesso colpevole di fronte alla legge nell’usare misericordia ad altri […]. Badiamo bene di non rendere peggiore la persona stessa che trattiamo ingiustamente con misericordia!”.

Troppo duro? Non per il Pastore e Dottore della Chiesa, Ambrogio, che ha invece ben chiaro che “il più delle volte il non reprimere i delinquenti è prova di maggiore durezza che non il punirli. Coloro che avranno commesso delle disonestà, vengono trascinati da ignominiose passioni e non traggono alcun vantaggio dalla propria colpa”. E chi non si emenda, per un peccato così grave come quello di far morire di fame e di sente un innocente, finisce all’Inferno. Con buona pace di chi pensa il contrario.

Luisella Scrosati
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MAURIZIO SARRI E’ UN GIACOBINO

Posted by on Lug 8, 2019

MAURIZIO SARRI E’ UN GIACOBINO

Cantavano i lazzari e i sanfedisti “chi tene pane e vino è nu giacubbino” mentre negli 60 e 70 per le strade di Napoli  c’era chi cantava “caro compagno i fatic e tu magn” queste sono due frasi che mi sono venute in mente nell’approcciare il tema Maurizio Sarri che grazie al Napoli Calcio ha raggiunto il sogno della sua carriera allenare una squadra importante, bastava vedere il suo sorriso raggiante quando è sceso dall’auto che lo accompagnava alla conferenza stampa organizzata dalla Juventus.

Nulla di strano in tutto questo perché credo che chi esercita una professione importante ha delle ambizioni importanti ma tutto filerebbe liscio se la squadra in questione non fosse la Juve acerrima nemica per noi tifosi napoletani e l’odiosa compagine savoiarda per chi come me si sente un napolitano identitario.

L’allenatore l’ho sempre apprezzato perché le sue capacità fuori dal normale sono indubbie e grazie anche al suo lavoro abbiamo vinto il campionato dopo 28 anni, per il sottoscritto lo abbiamo vinto, ma l’uomo non mi ha mai preso perché ho sempre avuto la sensazione che recitava il suo ruolo e che ci stava “strunziando” ogni volta che apriva bocca e infatti non  ho mai ascoltato una sua conferenza stampa o una sua intervista, mi interessava solo la squadra e come giocava.

Viene a Napoli a fare il “compagno” raccontando la sua bellissima storia da figlio dell’Italsider che tifava Napoli perché era giusto così se ci sei nato, veniva a dare lezioni di Filosofia nella città dove nasce l’Agora e la Filosofia ma non a parlare del Vico o del Campanella, i primi che mi son venuti in mente, ma di autori residuati bellici di un mondo morto e sepolto, quello comunista. Ci ha detto che andavamo a prendere il palazzo ignorando qual è la storia di Napoli che non ha mai preso il Palazzo ma quando decideva lo occupava.  Come è accaduto nella rivolta dei panettieri, nella rivolta di Masaniello, ricordo a chi non lo sapesse che Masaniello la guidò in nome del Re e non viceversa, oppure quando volevano mettere i tribunali d’inquisizione civile e quando il popolo napoletano diede prova di grande eroismo, esaltato e osannato dai suoi nemici, nelle “Tre giornate di Napoli” vissute nel Gennaio del 1799 quando si opposero all’invasione giacobina francese mentre i giacobini napoletani sparavano loro alle spalle per agevolare le operazioni dell’esercito napoleonico invasore.

Sarri avrà sicuramente letto le narrazioni di Cervantes su Napoli e sicuramente avrà saputo perchè simbolo della città è il “Corsiero del Sole” ma se lo rileggesse non sarebbe male perché forse gli è sfuggito qualcosa. Per non parlare di alcune esternazioni  volgari come  quando si “arrapava” nel vedere le cose che gli piacevano proprio nella città dove nasce l’osceno di Atellana memoria che abbiamo amato con gli Squallor, con Federico Salvatore o con l’Inferno Napoletano recitato dal grande Angelo Manna e che mai ci sono apparsi volgari; se voleva risultare simpatico poteva usare il termine mi fa “arrizzà” tipicamente Napoletano, a differenza  del termine “arrapare”  che viene usato dai piccoli borghesi  eche attesta il loro stato di ruminanti, ti proietta sempre  verso l’alto nel raggiungimento di vette erotiche inesplorate.

Come gli piaceva frequentare  i salotti radical chic di sinistra con la presenza di intellettuali, italiani nati a Napoli, che pensano di essere gli eredi della grande cultura Napoletana solo perché hanno scritto qualche romanzo di successo, oppure non aver indossato mai abiti eleganti  e rafforzare il suo, presunto, anticonformismo. A Torino lo abbiamo visto elegantissimo alla prima conferenza stampa e questo punto bisogna dire che è stato in questo caso poco lungimirante infatti nei tre anni vissuti a Napoli poteva approfittarne per farsi un guardaroba  di primo livello visto che nell’ex capitale c’è la miglior sartoria maschile del pianeta.

Ha usato i napoletani, che in lui vedevano  il “comandante”, per denigrare e mettere in cattiva luce De Laurentis trattandolo come una mazza da scopa, veramente inelegante e rozzo averlo definito poco tempo fa “un uomo di mondo”,  continuando a servirsene ancora qualche settimana fa dedicando loro la coppa appena vinta mentre era in trattativa con la Juve.

De Laurentis che per fortuna è antipatico, ti ha scelto per il dopo Benitez prelevandoti dall’Empoli mettendosi contro un’opinione pubblica perplessa e difendendoti da essa quando chiedeva la tua testa dopo le prime prove opache. E’ venuto fino a casa tua per rinnovarti il contratto ed invece di dire a tutti che legittimamente volevi approdare in squadre più ambiziose hai scaricato su Adl le tue responsabilità, ma come si dice “l’irriconoscenza è l’unica cosa più grande della misericordia di Dio”.

Se per il sottoscritto quanto descritto non è stata una sorpresa il comportamento dei giacobini napoletani di six mi ha stupefatto perché sono andati oltre ogni mia più rosea previsione, non pensavo arrivassero fino a tanto. Con una riflessione più attenta però non è una vera sorpresa per quanto accaduto perché i giacobini napoletani fin dal 1799 hanno cercato di distruggere la grande civiltà e la grande cultura napoletana cercando prima farla diventare provinciale con il lavoro di Croce, di Marotta, di Galasso ed ecc.ecc. e visto che hanno fallito questa mediocre classe dirigente ha messo in atto una “iconoclastia culturale”  per cercare di avere partita vinta.

Grazie al loro impegno mai Napoli è scesa così in basso nella sua storia, è stata completamente colonizzata infatti basta andare per le strade di Napoli e vedere i cantieri importanti a chi sono stati assegnati, a proposito da quanti anni sono aperti? Oppure i padroni di tutte le testate giornaliste da dove vengono? Il porto che era il primo nel mediterraneo oggi è quarto in Italia e anche la squadra di calcio della città è in mano ad un “torrese” nato a Roma. Povero Scarfoglio che vede a chi appartiene oggi il Mattino e cosa è rimasto della città che aveva il maggior numero di case editrici d’Europa e il maggior numero di  case discografiche d’Italia, badate non sto parlando del periodo Borbonico perché se parlo di quello vi faccio a pezzetti. Ma la cosa più triste e che sprecate le vostre migliori energie nell’essere anti-juventini , fa chic anche questo, ma non avete mosso un dito per evitare che il glorioso Banco di Napoli scomparisse e fosse sbranato dalla Torinese San Paolo Intesa, nemmeno i vostri antenati post-unitari hanno permesso questo. Schifate il passato glorioso di Napoli però vi piace mettere in bella mostra i magnifici monumenti  che ci ha lasciato dimenticando che quello che voi lascerete alla storia sarà il centro direzionale, fatto progettare ad un Giapponese, e le tristi Vele!!!

Pensavate di voler scrivere la vostra storia attraverso Sarri coniando il termine “Sarrismo” e mettere la sua foto al fianco di Donna Eleonora e tutti i suoi compagnucci del 1799? Ma voi siete lungimiranti perché avevate capito che il vostro comandante avrebbe avuto il loro stesso comportamento!!!.  A proposito come mai dal monitore napoletano gestito da Antonella Orefice è scomparsa la parola “Fraternitè”? e cosa vuol dire essere liberali marxisti oppure essere crociani di estrazione gramsciana? Ho cercato di comprenderlo leggendo alcune tesi che sinceramente si capiscono poco e se lo spiegate a parole…”nostre”  potrei imparare qualcosa.

Il vero comandante, unico e inimitabile, lasciò gloria, onori e successo per andare prima in Africa e poi nella giungla sudamericana  a trovare la morte inseguendo i suoi ideali, prestò servizio in un lebbrosaio per nove mesi senza vaccino e quando venne in Europa, a Mosca, ci stette per pochissimo tempo anticipando il rientro mentre a Botteghe Oscure non ci andò proprio, lo stavano aspettando a  braccia aperte, perché aveva capito che sul Comunismo Europeo  Orwell nella sua “fattoria degli animali” aveva perfettamente ragione.

Ma la cosa più importante del “comandante” e che non andò a Londra a prestare servizio presso l’opulenta  e grassa capitale del capitalismo in cambio di milionari ingaggi, quindi chiedete  scusa al “Che” per averlo affiancato al falso comandate e se siete autenticamente pentiti fate quello che fece a Cuba dopo la rivoluzione, zappate la terra e mietete il grano che il peridio è quello giusto!!!

Sarri è Giacobino non perché è venuto a rubare i soldi, anzi da questo punto di vista è un grande lavoratore, e li ha meritati tutti regalandoci una pagina di storia calcistica che mai verrà cancellata, ma perché è venuto a servirsi di una città, di una passione, di un amore e non a servirli. Ha offeso tutti  quelli che hanno creduto in lui e in quello che voleva rappresentare non  giustifico nessuno tranne i ragazzi delle curve perché il loro amore e la loro passioni autentiche e vere li ha confusi facendosi inebriare dalle parole del finto  comandante vedendo in lui il proprio condottiero.

Concludo ricordando a Sarri che non può continuare a pensare di essere più intelligente degli altri dichiarando che i tifosi napoletani, che eventualmente  lo fischieranno lo fanno perché sono sempre innamorati di lui, perché i Napoletani sapranno cosa fare come la storia ci ha sempre dimostrato e qualunque cosa metteranno in piedi ti faranno star male.

Claudio Saltarelli

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