Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

A processo il medico che ha detto no all’aborto

Posted by on Mag 17, 2019

A processo il medico che ha detto no all’aborto

Alla sbarra il ginecologo Rodriguez Lastra. Nel 2017 si rifiutò di eseguire un aborto su una giovane. Oggi è sotto processo con l’accusa di aver infranto una legge regionale che di fatto “non esiste” perché viola la Costituzione. Ma è un processo funzionale all’internazionale degli aborti che sta sovvenzionando l’Argentina. (VERSION EN ESPAÑOL)
-“HO SALVATO DUE VITE, NON TEMO IL CARCERE”
di German Masserdotti

A quanto pare in Argentina si sta vivendo in uno stato di follia istituzionale e collettiva. Lunedì è iniziato un processo contro un medico, Leandro Rodriguez lastra, ginecologo e primario di ginecologia dell’ospedale Pedro Moguillansky, di Cipoletti (Río Negro). È accusato di avere violato una legge che non esiste e in conseguenza di aver salvato 2 vite nel 2017.

Prima aberrazione: il professionista è stato trascinato alla sbarra per aver salvato 2 vite e per non avere ucciso un innocente. Però, in realtà, non si tratta solo di una follia aberrante, ma di una offensiva giuridica dell’imperialismo internazionale dell’aborto vale a dire del potere finanziario predatore che si è appropriato delle ricchezze del mondo e come contropartita necessita di limitare al massimo la crescita della popolazione nel mondo per poter godere in pace delle ricchezze accumulate.

Seconda aberrazione: per promuovere questo processo farsa si è preso come punto di riferimento legale un manuale di procedura per uccidere un concepito, dato che l’atto di accusa utilizzato dal procuratore per giustificare questa aberrazione è che il medico non ha osservato la legge. Per questo lo accusa di violazione dei doveri di funzionario pubblico. Il problema di fondo è che il medico accusato non si sarebbe sottomesso alla legge provinciale che legalizza, anticostituzionalmente e violando i trattati internazionali, che hanno rango di norma costituzionale, quanto stabilito da un documento amministrativo denominato: Protocollo per la attenzione integrale delle persone con diritto alla interruzione legale della gravidanza, elaborato nel 2010 e introdotto nel 2015 dall’allora ministro della salute.

Questo protocollo non ha alcun valore legale perché determina modelli di procedimento che vanno contro la costituzione e le leggi, le quali riconoscono il carattere di persona del concepito. Anche se il protocollo permette e promuove l’uccisione attraverso un aborto, nessuno è obbligato a obbedire né a compierlo, a patto che non ami uccidere. Il suo stesso titolo è ingannatore: in Argentina non esiste nessuna legge che definisca l’aborto come diritto.

Il caso che è servito da scusa per armare questa aberrazione abortista è quello di una giovane di 19 anni che nel gennaio 2017 si presentò alterata in un ospedale di Cipolletti, senza che le analisi potessero determinare la causa del suo malessere. Però alla fine di marzo 2017, la giovane si presentò nuovamente al consultorio, mostrando un aumento di peso e il ventre cresciuto. Dalle analisi emergeva che era incinta, a quel punto la giovane chiese di abortire perché disse che quella gravidanza era il prodotto di uno stupro.

Terza aberrazione: se fosse stato uno stupro la giovane lo ha accettato senza alcun problema dato che non lo ha mai denunciato, però nel rendersi conto che era incinta si è ricordata che era stata violentata. Ad alcuni periti medici è sembrato molto strano che una giovane si ricordasse di essere stata violentata solo dopo essersi accorta di essere incinta, come se a provocarle il trauma fosse stata la gravidanza e non il suo precedente stupro. Con questo si è voluto far credere che gli stupri non incidono psicologicamente sulle vittime, ma la gravidanza sì. Come ha affermato il dr. Fernando Secin nella perizia che ha presentato ma che la giustizia rionegrina non ha accettato, è che “non risulta logico che qualcuno dica di andare dal medico per un aumento di peso e per il crescere del ventre e successivamente dica di essere stata stuprata. Ciò che è logico è andare dal medico per uno stupro e molto prima che cresca la pancia”.

Quarta aberrazione: la giovane ha insistito con la sua richiesta di aborto e 2 professioniste mediche che l’hanno visitata la misero in contatto con un attivista di una organizzazione abortista, la quale le ha sottoposto un farmaco, l’Oxaprost per provocare l’aborto, il quale costituisce un chiaro esempio di esercizio illegale della medicina perché questa attivista non poteva prescrivere farmaci.

La giovane assunse il farmaco abortivo, ma cominciò ad avere febbre, dolori addominali e perdite, ragion per la quale si diresse all’ospedale, sempre con l’intenzione di abortire. E qui entra in campo il dottor Leandro Rodriguez Lastra, il quale si rifiutò di effettuare questo procedimento, anche a seguito dello stato avanzato della gravidanza (22 settimane). Il medico si decise a ricoverarla fino a quando il bambino non potesse nascere con possibilità reali di sopravvivenza. E così accadde. Dopo la nascita il bambino fu dato in adozione e oggi gode di perfetta salute. La stessa giovane ha ricordato così: “Mi hanno negato di abortire per salvare la vita del bambino”.

Leandro Rodriguez Lastra ha salvato la vita del bambino e sicuramente anche quella della madre.

Quinta aberrazione: nonostante abbia salvato 2 vite, in quel momento è incominciato il calvario del dr. Lastra, dato che fu denunciato dalla deputata provinciale Marta Milesi, medico pediatra a favore della pena di morte contro i concepiti: una pediatra a favore dell’aborto è come mettere il Chapo Guzman a capo della lotta contro il narcotraffico.

Già nell’anno 2006 questa donna presentò alla legislatura provinciale un progetto a favore della legalizzazione dell’aborto in qualità di pioniera in questo intento imperialista di imporre l’assassino del proprio figlio come diritto esclusivo della donna e come amplificazione dei suoi diritti. Questo progetto che presentò, poté contare per la sua redazione dell’attiva partecipazione dei Cattolici per il diritto a decidere una Ong di origine statunitense creata dalla Fondazione Ford (di proprietà della famiglia Rockefeller) per infiltrare nel cattolicesimo americano e latinoamericano l’ideologia abortista. Questa organizzazione pseudo non governativa può contare da alcuni anni in Argentina sull’appoggio finanziario attraverso sovvenzioni della International planned parenthood Federation (IPPF) per imporre come si sa la legalizzazione dell’aborto. Vale a dire, la signora pediatra militante della legalizzazione della pena di morte per i concepiti sembra comportarsi da portavoce dell’imperialismo internazionale dell’aborto, che è il braccio sinistro progressista dell’imperialismo internazionale del denaro. Un potere finanziario di matrice anglo americana vero padrone del mondo, delle sue ricchezze ed esecutore del piano di sterminio di massa dei concepiti più grande che la storia universale conosca

Sesta aberrazione: la denuncia iniziale della pediatra pro aborto è stata promossa nell’ambito giudiziale dal dr. Santiago Marquez Gauna, che in una sua indagine come giudice di garanzia acquistò fama di avere sottovalutato la denuncia fatta contro il padre di 2 bambini minorenni archiviando le accuse di aver castigato con una cintura i figli, perché secondo il “barbaro costume” tutto questo faceva parte del diritto ad educare del padre, del suo potere di coercizione e della sua potestà di correggerlo.

Non si può evitare di riconoscere la “coerenza” di questo “servitore” del diritto, un vero diamante grezzo: colpire maltrattare e abusare un figlio è un diritto allo stesso modo che ucciderlo mediante un aborto.

Settima aberrazione: questo giudice si è dimenticato di indagare la denuncia del supposto stupro della giovane, che poi si decise a far abortire suo figlio quando si accorse che era stata violentata. Il sig. Marquez Gauna prima della denuncia di questo delitto non ha mosso un dito, né fatto il minimo gesto di indagine su un atto criminale: si è soltanto occupato di accusare il medico, stessa condotta quella della pediatra pro morte. A questo punto è lecito domandarsi: il sig. Marquez è un procuratore della provincia o un impiegato servile della portavoce dei Cattolici per il diritto a decidere e di International planned parenthood?

Avrebbe forse paura a scoprire che la giovane stuprata potrebbe essere in realtà vittima di una rete di tratta di persone, dato lo stato nel quale si presentò inizialmente in ospedale?

Ottava aberrazione: questo demenziale giudizio contro il dr. Rodriguez Lastra promosso dalla pediatra abortista e dal procuratore giustificatore di abusi infantili si basa su denunce e criteri che costituiscono una chiara violazione della costituzione nazionale, la quale protegge la vita umana dal momento del concepimento (art 23 e 75) e della stessa costituzione della provincia di Rio Negro.

Nona aberrazione: la pediatra abortista pone come fondamento della sua azione il non aver osservato una legge provinciale che giustifica il crimine dell’aborto nei casi di gravidanze per stupro e che viola il mandato costituzionale di proteggere la vita dal concepimento. Il protocollo in questione è stato realizzato nel 2015 grazie al supporto tecnico fornito dalla cosiddetta FUSA (Fondazione per la salute dell’adolescente) membro della International planned parenthood Federation, la rete abortista multinazionale di origine britannica più grande del mondo.

In definitiva: siamo chiaramente davanti a una nuova versione di Davide (il dottore per Rodriguez Lastra) e Golia (Marta Milesi, Santiago Marquez Gauna, i Cattolici per il diritto decidere e l’IPPF) in cui un medico argentino si è visto costretto a scontrarsi con l’imperialismo abortista internazionale. Così come Davide vince Golia, speriamo che in questa nuova versione, il Davide argentino possa vincere il Golia invasore tanto criminale mercenario e superbo come il personaggio del racconto biblico.

Evidentemente nella provincia di Rio Negro si vivono tempi apocalittici in cui salvare vite costituisce un atto criminale e uccidere i figli è un diritto della donna.

Però in definitiva dipenderà dalla volontà dell’Onnipotente e dalla forza e dagli artigli spirituali degli argentini per bene, opporsi di fronte a questo aberrante atto criminale mentre le autorità civili, politiche ed ecclesiastiche brillano per la loro assenza, ma si arrischiano ad essere complici di questo crimine giuridico e giudiziale.

fonte http://lanuovabq.it/it/a-processo-il-medico-che-ha-detto-no-allaborto

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I prìncipi che ingannarono Giovanni Paolo II sull’Europa

Posted by on Mag 11, 2019

I prìncipi che ingannarono Giovanni Paolo II sull’Europa

“La Costituzione europea doveva salvaguardare la società perché non perdesse di vista il punto di riferimento dell’orizzonte ideale, dove il cielo s’univa alla terra. Ma San Giovanni Paolo II venne ingannato dai leader europei sulle vuote parole “uguaglianza, libertà e fratellanza”, vuote perché staccate dalla realtà dalla deificata ragione dell’Illuminismo francese”. La seconda parte della lectio di Grygiel alla Giornata della dottrina sociale. 

La seconda parte della lectio magistralis sull’Europa di Stanisław Grygiel alla Giornata della dottrina sociale della Chiesa. In questa seconda parte il professore emerito dell’Istituto Giovanni Paolo II analizza il rapporto del Principe con le leggi e ricorda di quando San Giovanni Paolo II venne ingannato dai leader europei sul preambolo costituzionale dell’Ue. Domani la terza e ultima puntata. LEGGI LA PRIMA PUNTATA

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Il Principe che detta all’Europa come debba vivere distrugge le radici con le quali essa attecchisce nel cielo della Trascendenza della verità, del bene e del bello. Egli sottomette gli Europei a effimere leggi e procedure cosi da farli dire insieme con il Kirilow dei “Demoni” di Dostoevskij, che “se credono, non credono di credere, e se non credono, non credono di non credere”[1]. In Europa egli spegne la luce della domanda greca (episteme) che chiede alla verità di non nascondersi (a-letheia) dietro le nuvole delle opinioni (doxa). Sono proprio queste nuvole a servire al suo potere “principesco”, mentre la domanda sulla verità e sul bene, che in certo modo già conosce, gli ricorda che il potere non appartiene a lui ma a Colui nel quale zampillano le sorgenti della verità e del bene. Il Principe che cerca di dominare l’Europa non è consapevole del fatto che essa avviene nella venerazione socratica del “Dio ignoto” il cui altare si trova in Atene (cfr. Ap 17, 23) e nella profezia giudaica che aveva annunciato la venuta del Messia sulla terra per vivificarla in modo salvifico con la rugiada mattutina (cfr. Is 45, 8) della libertà di Dio[2].

Il Principe combatte l’Europa che nasce negli uomini che dimorano nel dialogo con il Divino Logos-Persona rimasto in mezzo a loro. Papa Francesco pensava forse a questo, quando ha detto che l’Europa “non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone”[3]. Chiudendo l’Europa nei numeri e nelle istituzioni, il Principe le sbarra la via del dialogo con la Parola, alla quale si rivolge da un lato la fondamentale domanda greca sulla verità e da un altro lato la profezia di Gerusalemme che annuncia la Sua venuta.

I Greci identificavano la verità con la giustizia, in cui vedevano “la figlia di Zeus”[4]. Alla “figlia di Dio”, diceva Platone, solo l’amico della saggezza (filo-sofos) può avvicinarsi, poiché soltanto lui scorge la verità alla luce del Bene che come il sole sorge nei suoi atti d’amore che rendono giustizia alla verità delle cose. Socrate diceva che “vive peggio /…/ chi ha malvagità nell’anima, e non se ne libera”[5]. Cristo completa: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 31-32).

Secondo Platone l’uomo e lo Stato seguono le due specie di giustizia e, quindi, anche le due di verità. Una di queste consiste “nella misura, nel peso e nel numero”. La giustizia così determinata la chiamiamo giustizia matematica. Il legislatore e lo Stato regolano questa giustizia “con il sorteggio”, assegnando a tutti parti uguali del pane comune. L’altra giustizia, da Platone ritenuta vera giustizia e alla quale perciò lo Stato non può rinunciare, consiste nel “giudizio di Zeus”. “Agli uomini viene sempre raramente in soccorso, ma per quanto venga in aiuto a Stati e a privati cittadini realizza ogni sorta di beni: al maggiore distribuisce di più, al minore di meno, assegnando all’uno e all’altro quanto è conveniente secondo loro natura”. Lo Stato deve quindi badare a “chi possiede maggiore virtù”[6]. Prendendo umanamente le cose, l’osservanza delle due giustizie è impossibile. Occorre cercare di realizzarle “invocando allora, nelle nostre preghiere, il Dio e la buona fortuna perché dirigano la sorte nella direzione di ciò che è più giusto”[7].

I Greci credevano che l’ingiustizia fosse “figlia della tracotanza” (hybris)[8]. La tracotanza consegue alla convinzione che la ragione umana, dominando i numeri, può dominare tutto[9]. L’uomo gonfio della tracotanza provocata dal suo dominare i numeri, l’uomo che non riconosce le leggi che nascono nell’esperienza dei doveri[10], cioè nell’esperienza della presenza delle altre persone, s’arroga il diritto di decidere la vita e la morte. Ma “è pieno di paura, convulsioni e dolori per tutta la vita”. Non vivendo in timore Dei, ha paura dei più forti di lui, così da non dire la verità persino quando la dice. Non affidato alla giustizia del “giudizio di Dio”, è “povero agli occhi di chi sa contemplare la sua intera anima”[11].

Man mano che in essa viene a mancare il Grande Contenuto, cioè lo spirito d’amore che nella madre unisce la paternità e la figliolanza in una sola cosa, l’Europa degenera in una bastardia spirituale. Di conseguenza quest’Europa si consegna nelle mani dei politici che non si lasciano guidare se non dalla giustizia matematica in vari modi calcolata. I giocatori politici, “partecipando in piccola parte della verità”[12], allontanano gli uomini “dal loro bene e dalla verità”[13] e in tal modo provocano il caos, sommosse e guerre. Ad uno di questi, Callicle, il politico del nihilismo nel “Gorgia” di Platone, Socrate rivolge le parole che se fossero oggi ascoltate in Europa potrebbero restaurare la sua legittimità perduta: “Credo, o carissimo, che sarebbe meglio che la mia lira fosse scordata e stonata, e che lo fosse il coro che io dirigessi, e che la maggior parte della gente non fosse d’accordo con me e mi contraddicesse, piuttosto che sia io, anche se sono uno solo, ad essere in disaccordo con me stesso e a contraddirmi”[14]. Se in Europa fossero al governo dei politici socratici, in essa governerebbe la giustizia della verità che “non si confuta mai”[15].

Tutte le leggi devono condurre alla verità che si rivela nelle persone presenti l’una all’altra. Tutte queste leggi devono difendere le dimore delle persone così da far loro sentire che la loro identità non è affatto minacciata dall’esterno. La via da seguire nel concepire e nel fare queste leggi deve essere tracciata dall’“Introduzione”, prooimon,di Platone. L’“Introduzione”, oggi chiamata Preambolo, dovrebbe introdurre i cittadini nel lavoro delle generazioni passate e con esse concreare le leggi che obbligherebbero al lavoro per il bene comune, cioè per il Futuro. Dovrebbe allora indicare la via che conduce i cittadini alla casa familiare. Platone la intravede nel rispetto dovuto a Dio, ai genitori (tradizione), all’inestimabile anima dell’uomo e alla bellezza del suo corpo. In altri termini, l’“Introduzione” deve parlare della giustizia dovuta alla verità delle persone reciprocamente presenti a sé, che vivono cioè se stesse come un loro reciproco compito (munus).

In caso contrario questa “Introduzione” condurrà gli uomini in sentieri impervi dove ciascuno crea per sé il proprio bene e la propria verità. Gli uomini nei cui nomi e cognomi non c’è la tradizione della famiglia né la speranza che aiuta a permanere nella certezza del senso della vita, provocano una cacofonia in se stessi e nella società. La verità fugge dalla cacofonia, la verità dimora soltanto nella sinfonia che suona nelle persone e tra le persone. Dalle mie parti, alla domanda: “Come ti chiami?”, il bambino risponde indicando la sua casa familiare, come se volesse dire: “Essa è il mio cognome”. Non sono i bambini ad avere “un disaccordo” in sé e a contraddire se stessi, perché loro dimorano nella casa familiare dell’amore, ma sono invece gli adulti che dalla casa familiare si sono allontanati.

L’“Introduzione” alle leggi fondamentali (Costituzione) deve salvaguardare la società perché non perda di vista il punto di riferimento per le proprie azioni e per le leggi che devono servirle[16]. Deve aiutare i cittadini ad entrare nel dialogo laborioso con gli antenati, cioè nella tradizione, e nel dialogo altrettanto laborioso con ciò che ad-viene, cioè nella speranza. Nel Preambolo non si deve dunque parlare delle cose di poca importanza. Esso deve disegnare un orizzonte ideale, dove il cielo s’unisce alla terra, rendendola terra familiare che permette di comprendere l’uomo.

Invano Giovanni Paolo II chiese agli autori della cosiddetta Costituzione Europea del 2003 di anteporle un tale Preambolo. L’avevano ingannato facendogli discorsi basati sulle vuote parole “uguaglianza, libertà e fratellanza”, vuote perché staccate dalla realtà dalla deificata ragione dell’Illuminismo francese. Delle parole vuote la ragione calcolante fa entità economico-politiche puramente matematiche e banalmente prosaiche, nelle quali la vita spirituale si spegne.

I politici che amministrano numeri e cose di poca importanza, non stabiliti sulla domanda fondamentale sul bene comune che sempre si trova davanti a noi, non si danno cura che le leggi da loro statuite riflettano “le divine necessità” stabilite dalla natura che “neppure Dio risulta combattere”[17]. Gli amministratori dei numeri e delle cose di poca importanza si preoccupano del progresso e non del suo contenuto e del suo orientamento. Di conseguenza, invece di creare gli Stati come opere d’arte[18], producono gli Stati-kitsch, in cui i cittadini non possono dimorare poiché in tali realtà le persone non si rivelano.

“È difficile legiferare nell’ambito di questa materia che è stata precedentemente ordinata in tal modo”[19]. Per farlo bisogna avere la visione dello Stato basato sulle fondamenta che trascendono la storia. I politici privi di tale visione creano i Preamboli delle parole corrotte dal saeculum, cioè delle parole il cui contenuto dipende dal tempo che passa, delle parole non fondate nel Logos dell’atto della creazione. L’antropologia corrotta dei politici privi della visione della verità dell’uomo deforma la loro esperienza morale, così da lasciare i cittadini in preda ai “demoni” che li fanno vagare “nella nebbia”[20].

In un mondo di gente frastornata dai “demoni”, “le città non avranno tregua dai mali /…/ e neppure, /…/ il genere umano”. In un mondo così fatto nessuna “città può essere felice, nella vita privata come in quella pubblica”[21]. Gli uomini che non fissano lo sguardo sulla verità che non è possibile non solo separare da Dio ma persino da Lui distinguerla, così che per l’uomo non esista un bene di essa più grande, si mostreranno vili di fronte sia alla morte che alla perdita delle cose che tengono tra le mani. Della loro vigliaccheria contageranno lo Stato[22], così che anch’esso “non sarà mai causa né di grandi beni né di grandi mali”[23]. “Quali discorsi privati /…/ potranno opporsi con successo a costoro?” – Platone chiede e risponde: “Credo /…/ nessuno. No davvero /…/ anzi il solo tentativo sarebbe una grande follia. Non esiste, non è mai esistito e temo non esisterà mai un carattere diverso, che abbia ricevuto un’educazione alla virtù contraria a quella propugnata da costoro; intendo un carattere umano, amico, perché secondo il proverbio facciamo eccezione per uno divino. Occorre infatti essere ben consapevoli che in un simile regime politico, qualunque cosa si salvi e proceda per il verso giusto, si può ben dire che si salva per volontà di un Dio”[24].

Platone scrive con amarezza: “Deploro proprio il fatto che nessuna delle forme di governo attuali sia degna di una natura filosofica”[25], cioè dell’amico della saggezza. Negli Stati amministrati dagli “amanti del potere e delle opinioni”[26] e non della verità e della giustizia, gli uomini come asini, cavalli, buoi “abituati a procedere con grande libertà e fierezza, urtano per la strada chiunque incontrino, se non si scansa, e parimenti ogni altra cosa si riempie di libertà”[27]. In un regime così “democratico” (Platone), “i cittadini sono liberi, la città si riempie di libertà e di franchezza, e c’è la possibilità di fare ciò che si vuole. /…/ Ciascuno potrà organizzare la propria vita come gli pare”[28]. Si possono uccidere gli altri ed anche se stessi a condizione che si vinca quel dio che è il “dolore proprio della paura della morte”[29].

Gli amanti del potere, non conoscendo l’amore del Piccolo Principe per la Rosa e non riconoscendo il fatto che la verità che si rivela nella propria bellezza esige non tanto la giustizia matematica quanto la giustizia “secondo il giudizio di Zeus”, distruggono lo Stato con la loro ira contro questo “giudizio” divino. Con questa ira contro l’amore e contro la sua giustizia, distruggono quei fondamenti dello Stato che sono le amicizie, i matrimoni e le famiglie. “Il principio della nascita di ogni Stato non consiste forse nell’unione e nella relazione coniugale? /…/ Probabilmente, allora, se si stabiliscono per prime le leggi coniugali, risultano ben stabilite ed orientano lo Stato nella giusta direzione”[30]. Lo Stato che si mette al di là del matrimonio, della famiglia e della nazione vieta alla coscienza morale di andare contro la corrente della storia[31], costringe l’uomo a guardare la storia così come se essa fosse “centro” dalla sua vita e della sua coscienza morale. Lo Stato costruito su un falso “centro dell’universo e della storia” può servire a tutto tranne che alle amicizie, ai matrimoni e alle famiglie[32]. In altre parole, colui che non ritorna al Principio dell’Europa invece di edificarla la rovina. Ripeterò le ben note parole di Robert Schumann, che l’Europa sarà cristiana o non ci sarà più.

Il Principio-Persona che è “centro dell’universo e della storia” costituisce il fondamento dell’Europa e il suo bene comune. A ciò che accade in questo Principio l’Europa deve ritornare, come si ritorna alla casa familiare che dà l’identità ai suoi abitanti. Sono loro che, grazie al sapere chi essi siano, creano la cultura, mentre la produttura la fanno i mercenari, nelle cui menti, e talvolta anche sul loro corpo, il Principe marchia i numeri e costringe ciascuno a rispondere con essi alla domanda: “Chi sei?”.

CONTINUA – 2

GIA’ PUBBLICATO: 1- Europa, evento spirituale


[1] F. Dostojewski, “Demoni”, Warszawa 1958, s. 609.
[2] Il profeta Isaia grida al cielo: Rorate coeli desuper et nubes pluant iustum.
[3] Francesco, Discorso ai partecipanti al Simposio “Ripensare l’Europa”, promosso dalla Commissione degli episcopati della Comunità Europea (COMECE), Roma 2017.
[4] Eschilo, “Coefore”, v. 970-972.
[5] Platone, “Gorgia”, 478 e.
[6] Platone, “Leggi”, 757 b, c.
[7] Platone, “Leggi”, 757 e.
[8] Platone, “Leggi”, 691 c.
[9] Cfr. la nota 1.
[10] Cfr. Arystoteles, „Polityka”, Warszawa 1964, s. 130 i n..
[11] Platone, “Repubblica”, 579, e.
[12] Platone, “Leggi”, 804, b.
[13] Platone, “Gorgia”, 472 b.
[14] Platone, “Gorgia”, 482 b-c.
[15] Platone, “Gorgia”, 473 b.
[16] Cfr. Platone, “Leggi”, 723, 724, 726, 727, 728.
[17] Cfr. Platone, “Leggi”, 818 b, d.
[18] Platone, “Leggi”, 817 b. d-e.
[19] Platone, “Leggi”, 818, e,
[20] Cfr. Aleksander Puszkin, „Biesy”, in: „Lutnia Puszkina””, Warszawa 1949, s. 93-94.
[21] Platone, “Repubblica”, 473 d-e.
[22] Cfr. Platone, “Repubblica”, 485 c, 486 a-b.
[23] Platone, “Repubblica”, 491 e.
[24] Platone, “Repubblica”, 492 d-e, 493 a.
[25] Platone, “Repubblica”, 497, b.
[26] Cfr. Platone, “Repubblica”, 475 e, 479 d-e, 480 a.
[27] Platone, “Repubblica”, 563, c-d.
[28] Platone, “Repubblica”, 557, b.
[29]Cfr. F. Dostojewski, „Biesy” („Demoni”), Warszawa 1958, s. 120.
[30] Platone, “Leggi”, 721, a.
[31] Cfr. Karol Wojtyła, “Pensando patria…”, in: “Tutte le opere letterarie”, Milano 2001, p. 235.
[32] Cfr. Aristotele, “Etica Nicomachea”, 1155 a.

fonte http://lanuovabq.it/it/i-principi-che-ingannarono-giovanni-paolo-ii-sulleuropa

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Europa, evento spirituale di amore e cultura

Posted by on Mag 11, 2019

Europa, evento spirituale di amore e cultura

“Non si può costruire una nuova identità dell’Europa se non si riconosce che è un evento spirituale”. La lectio magistralis sull’Europa di Stanisław Grygiel alla Giornata della dottrina sociale della Chiesa. Dalla domanda greca sul bene e il bello alla Rosa del Piccolo principe: linee guida per sconfiggere il Principe di Machiavelli che domina il Vecchio continente con i soldi. Ma teme le epifanie della verità dell’uomo: amicizie, matrimoni e le famiglie che possano limitare il suo potere.

Pubblichiamo la prima parte della lectio magistralis del professor Stanisław Grygiel “L’Europa è un evento spirituale”, pronunciata sabato 6 aprile a Milano nel corso della II Giornata della dottrina sociale, evento promosso dalla Nuova BQ e dall’Osservatorio per la dottrina sociale cardinale Van Thuan. La relazione dell’arcivescovo Crepaldi, che ha aperto la giornata, potete trovarla qui

È necessario insistere nel ricordare a quelli che cercano di costruire una nuova identità dell’Europa che essa è molto di più di una penisola geograficamente definita oppure un prodotto di economisti e di politici che operano sulla base di trattati e di procedure. L’Europa è un evento spirituale. Fu concepita nella coraggiosa domanda greca sul bene e sul bello della verità e della giustizia e nell’ancor più coraggioso affidamento degli ebrei a Dio, chiamato dai profeti a scendere sulla terra. Da quando invece il fatto che Egli era venuto ad abitare in mezzo gli uomini divise la storia in due epoche, una delle quali fu chiamata da san Giovanni Evangelista epoca delle tenebre e l’altra epoca della luce, l’Europa avviene nelle persone orientate alla sorgente di questa luce, cioè all’Amore per il quale, nel quale e con il quale Dio crea l’universo e la storia che è l’uomo.

L’Amore, che è risposta alla domanda sul senso della vita umana nell’universo, ci ad-viene nel dialogo della memoria con il Passato, cioè nella Tradizione, e nel dialogo con il Futuro, cioè nella speranza. Nel dialogo con l’Amore che è il Principio e la Fine “dell’universo e della storia” (cfr. Redemptor hominis, 1) nasce la visione profetica degli eventi spirituali quali la persona, il matrimonio, la famiglia, la nazione ed anche la Chiesa. La mancanza di tale visione provoca la loro dissoluzione e la morte spirituale (cfr. Pr 29, 18). L’identità degli eventi spirituali non risulta infatti dalle operazioni della ragione (ratio) illuminata dai numeri che vi sono presenti (Cartesio)[1], ma avviene nel dialogo della Trascendenza che seduce e porta l’uomo nel paese dell’Alterità, come Zeus travestito da toro bianco rapisce Europa, la figlia del re di Tiro e Sidone. L’Europa avviene nel nostro ammirare l’Alterità Divina e nella speranza che questa Alterità si stia avvicinando, da Essa ridestata in noi.

Sedotto dalla Trascendenza che gli si rivela in un altro uomo, l’uomo affonda le radici nella Sua Divinità. AdorandoLa, egli entra nel lavoro degli altri uomini nel campo dell’umanità che in tutti si estende. Lo coltiva assieme agli altri come si coltiva la terra, perché come questa terra anch’esso porti un raccolto abbondante. La promessa del raccolto stringe alleanza con la speranza, che dà all’agricoltore la forza interiore, ma che lo trascende ed è indispensabile per la difesa della terra da lui coltivata. È in questo modo che l’uomo crea la cultura. Non bisogna dimenticare che la parola “cultura” ha una provenienza agricola (colo, colere, cultum, significa coltivare la terra). I confini dell’Europa passano allora attraverso la volontà e il cuore degli uomini che sono pronti a dare la vita per ciò a cui lavorano e che attendono come gli agricoltori che coltivano la terra loro affidata, che non si lascia né valutare, né negoziare. La cultura fondata sulla speranza, sulla fede e sull’amore svela la dignità che è stata loro donata e alla cui altezza devono laboriosamente elevarsi, se non vogliono perderla. La libertà di questi tre doni li rende dignità, che passa soltanto per questa terra, senza identificarsi con cosa alcuna su di essa.

Sulla terra staccata dal cielo, il luogo dovuto alla cultura, cioè al coltivare l’umanità, è occupato da ciò che io chiamo produttura. La produttura non conosce il dono con cui l’Amore chiama in modo obbligante l’uomo all’amore laborioso e responsabile. Gli uomini alienati dalla produttura dimenticano di essere chiamati alla libertà che si realizza in un continuo rispondere con l’amore all’amore. Nella produttura ogni uomo ed anche ogni cosa possono funzionare come se fossero ciascuno per proprio conto un assoluto solitario. Gli assoluti di questo genere gettano gli uomini in pasto ai “vitelli d’oro” che si puntellano sulle ideologie totalitarie. Il cinismo paralizzante dei servi dei “vitelli d’oro” si manifestò nelle parole rivolte nel 2017 a Roma dall’allora presidente francese François Hollande al Primo Ministro della Polonia Beata Szydło: “Voi avete i princìpi ma noi abbiamo i soldi!”. In altri termini, “Voi vi curate della cultura, ma siamo noi ad avere in mano la produttura. Non poniamo domande sulla verità, perciò possiamo fare ciò che ci piace!”.

Nel bimestrale “The American Interest è apparso un saggio molto interessante sotto il titolo: Two Princes. Il suo Autore non solo ci introduce nei meandri della politica moderna, ma ci mostra anche la via che conduce fuori del loro labirinto[2]. Analizza due modi di fondare lo Stato e di mantenerlo in vita. Il primo di questi è la politica del Principe di Nicolò Machiavelli, l’altro, diametralmente opposto, è, se così posso dire, la politica del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Il Piccolo Principe è preoccupato per la Rosa che è più vicina al suo cuore e che dimora su un lontano pianeta. Grazie all’amore che ad essa lo unisce risponde alla domanda della volpe: “Addomesticami!”[3]. Come direbbe Socrate, la qualità della sua “vita privata” decide della qualità della vita sociale, poiché la vita sociale nasce nella persona appartenente alla Rosa che dimora su quel lontano pianeta.

Il Principe di Macchiavelli crea invece lo Stato piuttosto che la società. Lo crea quindi sulla base non dei legami dell’amore e della coscienza morale, ma sulla ragione calcolante che tratta tutte le rose come se non fossero altro che oggetti da usare e da buttare. Il Principe ha paura, e l’ha a ragione, che le epifanie della verità dell’uomo, come le amicizie, i matrimoni, le famiglie, possano limitare il suo potere. Il Principe ha paura della soggettività dei cittadini. Ha paura di Dio che con la voce della coscienza morale chiama l’uomo a non uscire dalla via d’amore che lo conduce alla verità cercata e allo stesso tempo attesa.

La presenza della Rosa dà alla vita del Piccolo Principe senso e valore. Lo rende libero responsabilmente. Nei legami del suo amore responsabile nascono la nazione e la società idonee alla lotta contro la morale disonesta del Principe di Macchiavelli. La casa del Piccolo Principe (oikos), dove la legge (nómos) nasce dall’amore per la terra (nomós) coltivata per il bene comune che è la sua Rosa, è costituita di ciò che è chiamato oiko-nomia. In essa il Datore della terra (nomós) e delle leggi (nómos) legate con la terra mantiene e salva la vita sia spirituale che biologica dell’uomo. In questa economia non c’è posto per i pretendenti di Penelope, che rendono la casa di Odisseo una taverna del piacere e gridano a Telemaco, che sta per partire alla ricerca del padre: “Scemo! Andiamo a mangiare e bere!”[4]. Il Datore della terra e delle sue leggi si oppone a quelli che, non legati dall’amore per la Rosa, erigono la loro praxis alla dignità di “centro dell’universo e della storia” (Redemptor hominis, 1) e con ciò esiliano persino se stessi dalla terra natia condannandosi alla vita nella miseria propria dei senzatetto, privi della terra e delle sue leggi.

Il Principe non ama le comunità delle persone, poiché non riesce a dominarle, e non riesce a farlo perché non è possibile confutare la verità che si rivela nella reciproca presenza delle persone l’una all’altra e nella loro unione a Dio. Ricordo che alla domanda: Quid sit veritas?, che cosa è la verità?, l’antico anagramma risponde: (Veritas) est vir qui adest, verità è la persona presente a un’altra persona. Questa sempre contemporanea verità, che si rivela nella persona presente a un’altra persona, costituisce per loro un reciproco compito, munus. Vivendo con questo compito, cum munere, esse creano una comunione delle persone, com-munio personarum, nella quale trovano la difesa contro l’ingiustizia. L’ingiustizia accade là dove l’uomo non risponde alla chiamata degli altri: “Addomesticaci!”, né gli altri rispondono alla stessa chiamata che lui a loro rivolge. La persona rende giustizia a un’altra persona rispondendo con l’amore all’amore. La solitudine, effetto della mancanza di fede nell’altro uomo e di amore per lui, costituisce lo spazio dell’ingiustizia il cui fantasma si delinea nella domanda che Cristo pone al termine della parabola sul giudice ingiusto: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8).

L’Europa non diventerà tale domanda sulla verità se non rinascerà come una comunità delle persone, delle amicizie, dei matrimoni, delle famiglie e delle nazioni. Resterà un artificiale insieme di classi-Stato dei vari lacchè che si combatteranno per avere il sopravvento gli uni sugli altri. I valletti alienati non entrano nel lavoro degli altri. Non vivono nel dialogo con il Passato e con il Futuro presenti nella Rosa che dimora su un altro pianeta. Di conseguenza, essi non sono soggetti, si può fare di loro tutto ciò che si vuole. Per poter funzionare i valletti non hanno bisogno che di decreti formali e di procedure che dipendono dai valletti di loro più forti. Tutti questi più o meno potenti staffieri possono essere incatenati a qualsiasi cosa, poiché loro stessi non si sono incatenati al verum, al bonum e al pulchrum, cioè alla verità, al bene e al bello. Hölderlin metteva in guardia contro il qualunquismo delle leggi e delle procedure statuite dalla gente di questo genere:
Le leggi sono buone, tuttavia,
come i denti dei draghi tagliano
e ammazzano la vita
quando le irrigidisce l’infuriato
Villano oppure il re
”.[5] 

CONTINUA – 1 


[1] Ruggero Bacone disse: Qui mathesim scit, potest omnia scire.

[2] Cfr. Jakub Grygiel, Two Princes, in: “The American Interest”, 6. X. 2014.

[3] Cfr. Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, VII, VIII, XXI.

[4] Cfr. Omero, “Odissea”, II.

[5]   “Denn gut sind Satzungen aber

     Wie Drachenzähne, schneiden się

      Und tödten das Leben, wenn in Zorne sie schärft

      Ein Geringer oder ein König.”   (F. Hőlderlin, “Hymne an die Madonne. Projekt”, in: “Analecta Hölderliana,”, Band   

      3, hrsg. Anke Bennholdt, s. 180).

Stanisław Grygiel

fonte http://www.lanuovabq.it/it/europa-evento-spirituale-di-amore-e-cultura

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8 Maggio – Apparizione di San Michele Arcangelo

Posted by on Mag 8, 2019

8 Maggio – Apparizione di San Michele Arcangelo

Gli Angeli nel Vangelo

Il Salmista aveva predetto che l’arrivo dell’Emmanuele in questo mondo sarebbe stato salutato dai santi Angeli, che l’avrebbero umilmente adorato nel momento in cui avrebbe manifestato la sua presenza in mezzo agli uomini (Sal 96,8; Ebr 1,6).

Noi vedemmo compiersi quest’oracolo nella notte di Natale. Il concento angelico attirò i pastori alla grotta, ove li accompagnammo per offrire i nostri omaggi al Dio Bambino. Nel trionfo della risurrezione, l’Emmanuele non poteva mancare di essere circondato da questi spiriti beati che l’avevano seguito con rispetto nelle umiliazioni ed i dolori della sua passione. Appena superata la barriera che lo tiene prigioniero nel sepolcro, un Angelo, il cui volto sfavilla e le cui vesti sono risplendenti come la neve, viene a rovesciare la pietra che chiude l’ingresso della tomba e ad annunciare alle pie donne che, colui che cercano, è risuscitato. Quando esse penetrano nell’antro del sepolcro, due Angeli, vestiti di bianco, si presentano ai loro sguardi e confermano la buona novella. Rendiamo omaggio a questi augusti messaggeri della nostra liberazione, e contempliamoli con rispetto mentre circondano Gesù durante il suo soggiorno sulla terra. Essi adorano questa umanità glorificata, che vedranno presto ascendere al più alto dei cieli e prendere posto alla destra del Padre. Si rallegrano con noi in questa festa di Pasqua, per mezzo della quale, nel nostro Salvatore risorto, ci è resa l’immortalità; come san Gregorio c’insegna [1]: “Questa Pasqua diviene anche la festa degli Angeli; poiché, allo stesso tempo che ci riapre il cielo, annuncia loro che le perdite che hanno subito nelle loro schiere, saranno colmate”. È dunque giusto che il Tempo pasquale consacri una solennità al culto degli Spiriti Angelici. Poco prima dell’Annunciazione di Maria, festeggiammo Gabriele; oggi riceve i nostri omaggi l’Arcangelo Michele, il principe della milizia celeste. Egli stesso ne fissò questo giorno, apparendo agli uomini, e lasciando un pegno della sua presenza e della sua protezione.

Il nome e la missione dell’Arcangelo

Anche il solo nome di Michele lo designa alla nostra ammirazione: è un grido di entusiasmo e di fedeltà. “Chi è simile a Dio?” così si chiama l’Arcangelo. Satana, dal fondo dell’inferno, freme ancora a tale nome, che gli ricorda la protesta con la quale questo Spirito accolse il tentativo di rivolta degli Angeli infedeli. Michele ebbe le sue prove nell’armata del Signore, e per questa ragione gli fu affidata la guardia e la difesa del popolo di Dio, fino al giorno in cui l’eredità della sinagoga ripudiata passò alla Chiesa cristiana. Adesso è il custode e il protettore della Sposa del suo Maestro, la nostra madre comune. Il suo braccio veglia su di essa; la sostiene, la risolleva nelle sue prove, ne condivide tutti i trionfi.

Ma non crediamo che il santo Arcangelo, incaricato dei più vasti e più elevati interessi per la conservazione dell’opera di Cristo, ne sia talmente sovraccaricato da non poter mantenere un orecchio aperto alla preghiera di ognuno dei membri della santa Chiesa. Dio gli ha dato verso di noi un cuore che compatisce e non una delle anime nostre sfugge alla sua azione. Egli possiede la spada per la difesa della Sposa di Cristo; si oppone al dragone sempre pronto a lanciarsi contro la Donna ed il suo frutto (Ap 12,13); ma, nello stesso tempo, si degna di prestarci attenzione quando ognuno di noi, dopo di avere confessati i propri peccati al Dio onnipotente, alla Beata Vergine Maria, li accusa anche davanti a lui, Michele Arcangelo, e gli domanda il favore della sua intercessione presso il Signore.

Il suo occhio vigila, su tutta la terra, presso il letto dei moribondi; poiché è suo incarico particolare di raccogliere le anime elette quando escono dal loro corpo.

Con tenera sollecitudine ed incomparabile maestà, egli le presenta alla luce eterna e le introduce nel soggiorno di gloria. È la santa Chiesa stessa che, nei testi della Liturgia, ci istruisce su queste prerogative del grande Arcangelo. Ci insegna che è stato preposto al Paradiso, e che Dio gli ha affidato le anime sante per condurle nella regione della felicità senza fine. Nell’ultimo giorno del mondo, quando Cristo comparirà sulle nubi del cielo per giudicare il genere umano, Michele dovrà compiere un ministero formidabile, eseguendo con gli altri Angeli, la separazione degli eletti e dei reprobi, che avranno ripreso i loro corpi nella Risurrezione generale. Nel medio evo i nostri padri amavano raffigurare l’opera del santo Arcangelo in quel momento terribile, presentandolo ai piedi del trono del giudice supremo, nell’atto di tenere una bilancia sulla quale pesa le anime con le loro opere.

Il culto dell’Arcangelo

Il culto di un così potente ministro di Dio, di un così vigile protettore degli uomini doveva propagarsi nella cristianità, soprattutto dopo la disfatta dei falsi dèi, quando non si ebbe più a temere che gli uomini fossero tentati di rendergli onori divini. Costantino elevò in suo nome un celebre santuario che si chiamò Michaélion e che sorse nei pressi della sua nuova capitale. All’epoca in cui Costantinopoli cadde nel potere dei Turchi, non vi si contavano meno di quindici Chiese consacrate al nome di san Michele, sia entro le mura della città, sia nei sobborghi. Nel resto della cristianità questa devozione si accrebbe grado a grado; e fu per mezzo delle stesse manifestazioni del Beato Arcangelo, che i fedeli vennero invitati a ricorrete a Lui. Queste manifestazioni erano locali; ma Dio, che fa scaturire grandi effetti da cose piccole, se ne servì per svegliare nei Cristiani, a poco a poco, il sentimento della fiducia verso il loro celeste protettore.

Le Apparizioni

I Greci celebrano l’apparizione che ebbe luogo nella Frigia, a Chone, nome che ha rimpiazzato quello di Colossi. Esisteva in questa Città una Chiesa eretta in onore di san Michele, ed essa era frequentata da una pia persona che si chiamava Arcipe, e che i Pagani perseguitavano furiosamente. Nell’intento di disfarsi di lui, allentarono la chiusa di un corso d’acqua che venne ad unirsi al Lico, minacciando di far crollare la Chiesa di san Michele, dove Arcipe stava in preghiera. Ma, improvvisamente, il Beato Arcangelo apparve, tenendo in mano una verga; di fronte alla sua presenza l’inondazione arretrò, e le acque, ingrossate dall’affluente che la malizia dei pagani aveva scatenato, andarono a perdersi nell’abisso in cui il Lico sprofonda e sparisce presso Colossi. La data di questo prodigio non è sicura; si sa solamente che ebbe luogo in un’epoca in cui i pagani erano ancora abbastanza numerosi a Colossi, per dare preoccupazione ai Cristiani. Un’altra apparizione fu destinata ad accrescere la devozione a san Michele tra il popolo italiano, ed ebbe luogo sul monte Gargano, nelle Puglie: è quella che noi festeggiamo oggi. Una terza ebbe luogo in Francia, sulle coste della Normandia, sul monte Tomba. Si celebra il sedici Ottobre. La festa odierna non è quella più solenne delle due che ogni anno la Chiesa consacra a san Michele; quella del ventinove settembre è di grado superiore, ma meno personale per il Beato Arcangelo, poiché vi si onorano nel medesimo tempo tutti i cori della gerarchia angelica.

L’apparizione sul monte Gargano

Questa apparizione si crede abbia avuto luogo sotto il pontificato di Gelasio I, in Puglia, sulla cima del Gargano, ai piedi del quale è situata la città di Siponte.

Secondo la tradizione, un toro si era impigliato nella boscaglia, all’ingresso di una caverna. Un uomo che lo inseguiva, scoccò una freccia su di esso; ma questa si girò, tornò sopra di lui e lo ferì. Un religioso terrore s’impossessò allora delle persone che erano andate all’inseguimento dell’animale, di modo che nessuno osava più avvicinarlo. Consultato il Vescovo di Siponte, rispose che si doveva interrogare Iddio per mezzo della preghiera e di un digiuno di tre giorni, alla fine del quale l’Arcangelo san Michele lo avvertì che il luogo dove si trovava quell’animale era sotto la sua protezione, e che voleva che esso si consacrasse al culto divino, in suo onore e degli Angeli. Una processione si recò alla caverna. Videro allora che essa era disposta in forma di Chiesa, vi si celebrò il santo Sacrificio, ed il luogo divenne celebre per i miracoli che vi si produssero.

Lode

Come sei bello, Arcangelo san Michele, mentre rendi gloria al Signore, di cui hai umiliato il nemico! Il tuo sguardo si volge verso il trono di Dio, del quale hai sostenuto i diritti e che ti ha dato la vittoria. Il tuo grido: “Chi è simile a Dio?”, ha elettrizzato le legioni fedeli, ed è divenuto il nome tuo e la tua corona. Esso ci ricorderà per sempre, nell’eternità, la tua fedeltà ed il tuo trionfo sul drago. Ma nell’attesa noi riposiamo sotto la tua custodia, siamo i tuoi fortunati protetti.

Protettore della Chiesa

Angelo custode della santa Chiesa, è venuto il momento di spiegare tutto il vigore del tuo braccio. Satana, nel suo furore, minaccia la Sposa del Maestro: fa brillare il lampo della tua spada, e piomba addosso a questo implacabile nemico ed alla sua orribile corte. Il regno di Cristo è scosso fino alle sue fondamenta. Ma se la terra deve vivere ancora, se i destini della Chiesa non sono ancora compiuti, non è il momento, o potente Arcangelo, che tu faccia sentire al demonio che non si oltraggia impunemente su questa stessa terra colui che l’ha creata, che l’ha riscattata, e che ha il nome di Re dei re, di Signore dei signori? Il torrente degli errori e del male non cessa di trascinare verso l’abisso questa generazione sedotta: salvala, dissipando gli oscuri complotti di cui essa è vittima.

…e della buona morte

Tu, o Michele, sei il protettore delle anime nostre al momento del passaggio dal tempo all’eternità. Durante la nostra vita, il tuo occhio ci segue, il tuo orecchio ci ascolta. Noi ti amiamo, Principe immortale, e viviamo felici e fiduciosi all’ombra delle tue ali. Ben presto verrà il giorno in cui, in presenza dei nostri resti inanimati, la santa Chiesa, madre nostra, domanderà per noi, al Signore, che veniamo strappati dalle fauci del leone infernale e che le tue mani potenti ci ricevano e ci presentino alla luce eterna. Aspettando quel momento solenne, veglia sui tuoi protetti, o Arcangelo! Il dragone ci minaccia, vorrebbe divorarci. Insegnaci a ripetere con te: “Chi è simile a Dio?”. L’onore suo, il sentimento dei suoi diritti, l’obbligo di restargli fedeli e di servirlo, di confessarlo in ogni tempo e in ogni luogo formano lo scudo della nostra debolezza, l’armatura sotto la quale noi pure vinceremo, come tu vincesti.

Ma ci occorre qualcosa di questo coraggio che tu attingesti all’amore di cui eri ricolmo. Fa’, dunque, che amiamo il tuo e nostro Signore, poiché solamente allora saremo invincibili come te.

Satana non sa resistere alla creatura che è affascinata dall’amor di Dio e fugge vergognosamente. Il Signore ti aveva creato, o Michele, e tu hai amato in lui il tuo Creatore; noi, non ci ha solamente creati, ma ci ha riscattati nel suo sangue; quale deve essere dunque il nostro amore per lui? Fortificalo nel nostro cuore e poiché combattiamo nella tua milizia, dirigici, infiammaci, sostienici col tuo sguardo, e para i colpi del nemico. Tu sarai presente, lo speriamo, alla nostra ultima ora, vessillifero della salvezza! In cambio della nostra devozione per te, degnati di montar la guardia presso il nostro giaciglio e ricoprirlo del tuo scudo. Non abbandonare l’anima nostra, beato Arcangelo, quando essa si serrerà presso di te; conducila ai piedi del tribunale di Dio, ricoprila con le tue ali, rassicurala nei suoi terrori. Si degni il Signore, tuo padrone, di ordinarti di trasportarla prontamente nella regione delle gioie eterne!

fonte http://itresentieri.it/8-maggio-apparizione-di-san-michele-arcangelo-di-dom-prosper-gueranger/

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“SAN PIETRO AD ARAM”: BASILICA DALLA STORIA ANTICHISSIMA a NAPOLI

Posted by on Mag 3, 2019

“SAN PIETRO AD ARAM”: BASILICA DALLA STORIA ANTICHISSIMA a NAPOLI

San Pietro ad Aram è uno dei numerosi edifici sacri monumentali di Partenope

Il complesso religioso (che si erge nel Centro Storico e che, fino all’Ottocento, era affiancato da un magnifico chiostro, ndr) è fra i più noti dell’area dato che, secondo la tradizione, custodirebbe l’Ara Petri, ovvero l’altare su cui pregò San Pietro durante la sua venuta a Napoli. Sarebbe, tra l’altro, anche il luogo dove il discepolo avrebbe battezzato Santa Candida e Sant’Aspreno, i primi napoletani convertiti (come narra anche l’affresco nel vestibolo recentemente attribuito a Girolamo da Salerno, ndr).

Una Basilica, dunque, dalla storia antichissima. Papa Clemente VII le concesse, proprio per il suo immenso valore storico, il privilegio di poter celebrare il Giubileo un anno dopo quello di Roma, in modo da evitare un eccessivo affollamento nella capitale pontificia ed un viaggio che, al tempo, era particolarmente difficoltoso e faticoso per il popolo napoletano. I post-giubilei, più nello specifico, furono celebrati nel 1526, nel 1551 ed infine nel 1576. Papa Clemente VIII abolì, tuttavia, questo privilegio alla città nel XVII secolo. L’attuale ristrutturazione è del XVII secolo (compiuta negli anni fra il 1650 e il 1690), su precedente disegno di Pietro De Marino e Giovanni Mozzetta.

Alla fine dell’Ottocento, coi lavori del cosiddetto Risanamento, i capitelli del distrutto chiostro (di epoca aragonese) furono trasferiti nel Sacello di Sant’Aspreno in Piazza Borsa.

La facciata della struttura è in un sobrio Stile Neoclassico. La parte inferiore è tripartita in fasce verticali da quattro lesene scanalate corinzie. Nella fascia centrale si trova il portale, inserito all’interno di una strombatura poco profonda con arco a tutto sesto sorretto da due colonne tuscaniche. In ciascuna delle due zone laterali, nello specifico, si trova un’apertura ad arco. L’area superiore, separata da quella sottostante tramite un cornicione decorato con bassorilievi, è divisa in due livelli: quello più basso presenta due finestre ottagonali con al centro un frontone semicircolare con oculo; quello in alto, invece, un finestrone sormontato da un frontone triangolare.

Il portale dell’ingresso secondario (del XVI secolo) è in pietra scolpita a motivi di girali vegetali e proviene dal Conservatorio dell’Arte della Lana, in Vico Miroballo, demolito per i lavori voluti per la ristrutturazione della città.

L’interno è a navata unica ed a croce latina. Nel vestibolo vi è l’altare in marmo con iscrizione angioina e colonnine sveve, sormontato dal baldacchino di Giovan Battista Nauclerio.

Di grande bellezza sono il rilievo con la Madonna delle Grazie di Giovanni da Nola, la Tela con il Giubileo di Wenzel Cobergher (1594), il San Raffaele di Giacinto Diano, il Battesimo di Cristo di Massimo Stanzione, la Madonna con San Felice da Cantalice di Andrea Vaccaro.

Nel presbiterio, inoltre, sono collocate due tele giovanili di Luca Giordano: San Pietro e San Paolo si abbracciano prima di andare al martirio e La consegna delle chiavi. Il coro ligneo, del 1661, è di Giovan Domenico Vinaccia. Nelle rimanenti cappelle, tra gli altri, è possibile ammirare dei dipinti di Sarnelli, Pacecco De Rosa, Giacinto Diano, Cesare Fracanzano e Nicola Vaccaro.

Dal transetto sinistro si scende nella cripta che, in seguito ai restauri del 1930, si rivelò essere una chiesa paleocristiana. Questa presenta tre navate, articolate con colonne monolitiche in marmo, dove sono state scoperte anche delle catacombe. In queste ultime è presente un culto delle anime del purgatorio simile a quello praticato nel Cimitero delle Fontanelle.

fonte http://www.villasignorini.it/it/san-pietro-ad-aram-basilica-dalla-storia-antichissima/

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L’origine del toponimo Molise

Posted by on Apr 30, 2019

L’origine del toponimo Molise

Il Molise, con il nome di “Contado di Molise” (in seguito, più semplicemente, “Provincia di Molise“), fu una unità amministrativa prima del Regno di Sicilia, poi del Regno di Napoli ed, infine, del Regno delle Due Sicilie. Il suo territorio originale comprendeva all’incirca l’attuale provincia di Isernia (Castel di Sangro inclusa, Venafro ed Agnone escluse), parte della provincia di Campobasso e alcuni comuni della provincia di Benevento (come Morcone e Sassinoro). Subì diverse variazioni territoriali, tanto da comprendere anche parte dell’attuale Abruzzo fino a Vasto, per poi restringersi tanto da non avere più sbocchi sul mare.

Differenti teorie esistono sull’origine del toponimo “Molise“. Di certa genesi medievale, la denominazione potrebbe derivare, secondo Francesco D’Ovidio, dalla forma aggettivata di molao molinum, da cui molenses, ovvero abitanti presso la mola o il mulino. Secondo altri, invece, deriverebbe dal nome di un feudo o di un castello o di una antica città sannita (la Melaecitata da Livio). Secondo la leggenda, infatti, il primo gastaldo di Bojano, Alczeco, avrebbe edificato il suo castello proprio sulle rovine di Melae. Un’altra ipotesi, ancora, fa risalire il nome Molise all’alterazione dei cognomi “Marchisio” e “de Molisio” presenti in un documento del 1195, dove il conte Corrado di Luzelinart, si firmò “Corradus Marchisium de Molisio”. Tale firma avrebbe generato un equivoco: essa, infatti, male interpretata, sarebbe stata intesa come: “Corrado, Marchese del Molise”. Giambattista Masciotta, invece, tenta di individuare una connessione tra il guerriero Alczeco e la famiglia de Molisio definendo una linea di discendenza diretta. Proprio dal cognome de Molisio, secondo la teoria più accreditata, è da farsi risalire l’origine del toponimo. Proveniente dal feudo di Moulins-la-Marche (parte del Ducato di Normandia), questa famiglia ebbe quale capostipite Rodolfo de Molisio. Costui, compagno d’armi di Roberto il Guiscardo, divenne feudatario supportando gli Altavilla nella conquista di alcuni dei territori sanniti che saranno parte del Regno di Sicilia. Studi basati sull’analisi di antichi testi pubblicati nell’Italia Meridionale ed in Europa individuano in “Conti de Molisio” la genesi di “Contado di Molise“, proprio in virtù di quella espansione territoriale della contea di Bojano della quale essi furono artefici intorno al XII secolo.

Bibliografia

  • Vincenzo Eduardo Gasdía, Storia di Campobasso, vol. 1, Linotipia Ghidini e Fiorini, 1960, pag. 306.
  • Giovanni Brancaccio, Il Molise medievale e moderno: storia di uno spazio regionale, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2005, pag. 40. ISBN 978-88-495-1163-5

Giuseppe Bartiromo

fonte http://briganti.info/lorigine-del-toponimo-molise/

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