Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Ormai uno stipendio non basta più. Sono riusciti, anche economicamente, a distruggere il modello tradizionale della famiglia

Posted by on Nov 17, 2019

Ormai uno stipendio non basta più. Sono riusciti, anche economicamente, a distruggere il modello tradizionale della famiglia

La crisi economica è quella che è. La povertà è in aumento… e ormai uno stipendio può non bastare più. Una volta si sperava che vi fosse almeno un lavoro, adesso no.

Ebbene, non solo spesso questo lavoro non c’è, ma anche se vi fosse, potrebbe essere insufficiente per mandare avanti una famiglia.

Solo congiunture economiche? Solo fallimenti o quant’altro? Anche.

Siamo però convinti che ci sia anche dell’altro. Si è voluto imporre un nuovo modello di famiglia su quello che reggeva almeno fino agli anni ’60, ovvero il modello tradizionale: marito a lavoro e madre a casa.

Ovviamente qui non si vuole far riferimento a tutte quelle mamme che volontariamente desiderano coniugare lavoro e maternità, quanto a quelle mamme (e sono tante!) che non possono rinunciare al lavoro (molto spesso lavori saltuari, con turni innaturali e sottopagati) per dedicarsi alla famiglia.

In questo caso l’unica soluzione sarebbe quella o di aumentare lo stipendio di una famiglia monoreddito (potrebbe essere sufficienti aumenti consistenti degli assegni familiari), oppure pensare persino ad un salario per la donna che decidesse di fare casalinga. Ma si tratterebbero di soluzioni che andrebbero palesemente contro gli orientamenti ideologici del tempo, prima fra tutti l’ideologia di genere che cerca di combattere i cosiddetti stereotipi di genere; ma anche contro ciò che si è voluto imporre non da adesso, né da poco, ma da ormai molto tempo.

Non si può negare che tra le istanze ideologiche che si sono succedute nel corso degli ultimi secoli, nel tentativo di distruggere definitivamente la società naturale e cristiana, vi sia stato e vi sia un odio profondo nei confronti della famiglia. Un odio che si esprime non sempre in un attacco frontale (anche questo), quanto spesso in tentativi più o meno espliciti di distruggere terreno e radici su cui l’istituto familiare possa reggersi.Il motivo? E’ presto detto. La famiglia dà fastidio su due piani: su quello economico e su quello antropologico o (se si preferisce) esistenziale.

Sul piano economico, la famiglia (ancor più se è numerosa) è un freno all’instaurarsi e consolidarsi della società dei consumi. Si sa che un single può consumare, cioè spendere, molto più di un gruppo familiare. E’ vero che oggi molti (ci riferiamo ai potentati che contano) stanno rivedendo un certo modello di civiltà dei consumi per conseguenze che non avevano previsto, fra questi la questione delle produzioni non eco-compatibili, ma è pur vero che i modelli di economia circolare, che si propongono come alternativa, troverebbero comunque nella famiglia un ostacolo per consolidarsi. La famiglia esige, infatti, la proprietà dei beni ed è certamente meno disposta a facilitarne lo scambio e l’alienabilità.

Ma -dicevamo- c’è anche un motivo antropologico. Ne parlammo già tempo fa (clicca qui). La famiglia è il luogo del mistero e del bisogno. E’ il luogo in cui l’uomo sperimenta la sua non autosufficienza; in cui è inevitabilmente ricondotto alla dipendenza. Tutte cose che stanno al delirio antropocentrico come i cavoli a merenda!

fonte http://itresentieri.it/ormai-uno-stipendio-non-basta-piu-sono-riusciti-anche-economicamente-a-distruggere-il-modello-familiare-tradizionale/

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Itri : la Madonna della Civita in un antico rito religioso

Posted by on Nov 13, 2019

Itri : la Madonna della Civita in un antico rito religioso

    A 13 km. da Itri, è posto il santuario della Madonna della Civita, sulla cima del monte Fusco (673 metri d’altitudine), circondato tutt’intorno dai silenzi montani. Ci si arriva tramite un tronco di strada voluto dal re di Napoli, Ferdinando II, nonché grazie ad una bella mulattiera, di soli sette chilometri.

   Il Sacro Luogo, che si erge solenne ed imponente, è uno dei più antichi e celebri santuari d’Italia, sia per il valore spirituale che artistico, su cui si puntano gli sguardi di migliaia e migliaia di visitatori e di pellegrini, che, come anime assetate, accorrono tra le braccia di Maria, su cui convengono altresì centinaia di coppie di sposi per concludere il loro sogno d’amore e decine e decine di pullmans di infermi, con il loro carico di dolore e d’infelicità umana.

   Le voci “Civita” e “Fusco” sono di chiara derivazione latina, ricordanti l’influenza profonda che esercitava sulla zona il popolo romano.

La Santa Casa, sorta su un luogo dedicato, in epoca romana, al dio Mercurio, è allietata da una chiostra di digradanti colline, verdeggianti di grandiosi olivi dal dorato balenìo, di carrubi, di lecci e di lauri, nella più varia promiscuità, che arricchiscono la bellezza di questo raro lembo di terra laziale, cui fa da maestoso scenario la catena dei monti Aurunci, che chiudono, come in un baluardo di protezione, il fratello minore, il Fusco, benedetto nella gloria della Vergine, che vi pose il suo tabernacolo di tenerezza materna.

   Tutt’intorno ubertose campagne, solatìe ed irrigue, con muretti a secco, con qualche cipressetto di toscana memoria, che sottolineava l’amenità d  tutta la contrada, e con prati in fiore, richiamanti alla mente i verdi paesaggi alla Corot. Nel bosco vi  sono tutte le sfumature di colore proprie dei Paesi mediterranei. Dappertutto una lussureggiante vegetazione in selvaggio rigoglio, dai colori prorompenti e dagli straordinari effetti cromatici, che l’occhio non si stanca di scrutare e di ammirare. E’ tutta  una festa di fiori; è un’orgia di bellezze incomparabili, che la natura ha voluto largire con tanta generosità. Sui belvederi si accendono i colori smaglanti delle frutta. Tra le molteplici varietà di piante, prospera il fiodindia. A primavera, poi, non ci lascia mai l’aroma del rosmarino, della salvia, del mirto e della mentuccia, usata per aromatizzare le vivande. Vi fiorisce anche una sorta di mentastro, chiamato, con antica voce greca, “kallimeria”, con il quale, un tempo, le donne incinte facevano una bevanda propoziatrice dei parti. Tutti questi odori si gffondono per l’aria, non ancora contaminata dai danni del mondo moderno.  

   Questo meraviglioso angolo di natura (pittoresco e suggestivo, un vero incanto), un’autentica oasi di pace, dall’aria balsamica e corroborante, su alcuni versanti offre stupendi profili e magiche aperture sull’armoniosa costiera tirrenica, dal mare placido ed invitante, di un azzurro terso.

   Dal balcone naturale, dal quale  si gode uno dei più bei panorami d’Italia, l’occhio spazia sulla sottostante vallata itrana ed abbraccia, in un sol arco, lo scoglio di Gaeta, che appare come una piccola Venezia, dallo svettante campanile del duomo e dal cilindrico mausoleo di Lucio Munazio Planco; la vasta pianura di Fondi, tutta messa a a coltura, con il lago omonimo; l’arditissima cuspide del “Pesco Montano” di Terracina, la volsca “Anxur”; il mitico Circeo; le isole di Ventotene, di Ponza, di Palmarola, di Zannone, di S. Stefano, d’Ischia e di Procida, emergenti come gusci di immami testuggini; il Vesuvio; i monti d’Abruzzo.

   Però l’insigne santuario deve la sua rinomanza soprattutto ad un’antichissima immagine della Vergine Maria, dipinta in tela su tavola, di origine bizantina, incastonata nel marmoreo taberbacolo del sontuoso altare maggiore, che è un gioiello d’arte, attribuita dalla tradizione popolare – viva ancora in tutta la candida freschezza del suo carattere leggendario – a S. Luca Evangelista. Gli storici Niceforo Callisto Xanthopoulos e Gian Felice Astolfi asseriscono essere il quadro della Madonna della Civita proprio opera di S. Luca. La sacra effigie, salvata nel periodo dell’iconoclastìa (sec. VIII), sotto l’empio imperatore Leone Isaurico, da due monaci basiliani, che l’avevano prelevata  dal tempio di Maria di Costantinopoli, eretto da S. Pulcheria, imperatrice d’Oriente, sarebbe stata rinvenuta da un giovane pastore, alla ricerca di un bue smarrito, trovato inginocchiato,   in atto di adorazione, ai piedi di un’annosa elce, fra i cui rami era il miracoloso quadro. Egli, sordomuto, racquistò, per prodigio, la parola e l’udito e scese ad Itri ad annunziare le buona novella.

   L’icona (alt. 0,92 x largh. o,65), dalla grande freschezza e dal grande fascino, raffigura Maria SS.ma della Civita, che, dalla cornice dorata, si affaccia regale, con un dolce e, nel contempo, austero sorriso, che parla al cuore e che colpisce, con un senso del soprannaturale. La “Virgo speciosa”, i cui tratti distintivi sono soavi, è rappresentata in atteggiamento ieratico, mentre offre l’Infante divino.  La Santa Genitrice è bruna; ha il viso ovale, il naso affilato, il mento tondeggiante, piccole e floride labbra, grandi occhi, vivi e penetranti. Ella, dall’espressione nobile e serena, ha sopra le sue ginocchia, in un naturale gesto di squisita maternità, Gesù Bambino, il quale ha la mano destra alzata, benedicente, e la sinistra poggiata su un globo (simboleggia il dominio del mondo), sormontato da una croce. La giovane donna è un’Orante Madre, le palme rivolte in avanti, ben distese, con perfetta simmetria,tipo comune ai primi tempi del Cristianesimo, di un carattere tutto arcaico, serbatosi nella Chiesa greca. Questo “aroma”  d’antichità è dato dal senso di severa sacralità  della Vergine. Originariamente, sotto la sacra immagine, vi erano incise, chiare e distinte, tre lettere: L. M. P, cioè “Lucas Me Pinxit”. Forse esse scomparvero nel 1815, allorché un fulmine annerì il dipinto.

   E’ un quadro prezioso, più che per il valore intrinseco, per l’incalcolabile sibolismo religioso e per il significato  mistico che racchiude.

    La data di fondazione del santuario è incerta, ma troviamo, in un decreto di Alfonso d’Aragona, che una cappellina, semplice e disadorna, fu costruita nel 938, sorta sul luogo del ritrovamento del dipinto e custodita da un eremita. In un altro documento, del gennaio 1036, il senatore Leone di Gaeta e la moglie Letizia affermavano che il piccolo cenobio di S. Giovanni in Figline fosse stato fondato dal duca di Gaeta, Giovanni III, e dalla consorte Emilia, quindi anteriormente al 1009.

Il monastero, posto in un’amena valletta circondata dai monti Civita, Le Vele, Canneto e Larigno, deve il suo nome a “figlinum”, oggetto di terracotta. Nella parte più alta della zona  c’era, fino a pochi anni fa, della creta. In passato vi si fabbricavano tegole.

   Un documento  molto importante per la storia del santuario  è la bolla dell’umanista senese  Francesco Patrizi Cellitto, vescovo di Gaeta, del 20 giugno 1491, in cui si annuncia la consacrazione della nuova chiesa, dedicata alla “Santa ed Immacolata Vergine”, fatta solennemente da lui stesso, pochi giorni prima, il lunedì di Pentecoste. Nella suddetta bolla gli itrani vengono definiti “fondatori della chiesa”, ricostruita più ampia, con ambienti più confortevoli. 

   Attualmente la chiesa, preceduta da un bel portico quattrocentesco, in pietra, è formata da tre navate: quella mediana, molto grande, e le due laterali più piccole, tutte a volta, con quattro cappelle. L’altare maggiore, di stile barocco, opera dell maestro napoletano Filippo Pecorella, pregevole sia per il disegno che per le tarsìe policrome, è lo stesso del vetusto tempio.

   Tra i tanti personaggi che hanno visitato il santuario della Madonna della Civita e reso omaggio alla taumaturgica immagine, ricordiamo: il re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, con l’Augusta Famiglia; il sovrano Francesco II di Borbone; il re VIttorio Emanuele III e la consorte, Elena di Montenegro; S. Filippo Neri; S. Leonardo di Porto Maurizio; S. Paolo della Croce; S. Gaspare del Bufalo; il Beato Paolo Burali d’Arezzo; la Beata Maria Matilde De Mattias; il Beato Domenico Barberi; alcuni Venerabili, Servi di Dio, Cardinali, Vescovi.

   Anche il Santo Padre Pio IX, tra il vivo tripudio e le acclamazioni della folla, assiepata lungo tutto il percorso, salendo il “Sacro Monte”, per una disagevole mulattiera, a dorso di una mula, bardata di bianca stoffa serica e di frange d’oro, vi si recò, in giorni di grande sconforto, quando era esule a Gaeta. Il pontefice era accompagnato da Ferdinando II di Borbone, dal cardinale Antonelli, dal conte Spaur e da un lungo, imponente corteo. Era il 10 febbraio 1849, a soli otto giorni dalla promulgazione dell’enciclica “Ubi primum”, inerente il dogma dell’Immacolata, elevata a simbolo di purezza. In quell’occasione, il papa Mastai, che troverà nel solitario santuario un indicibile conforto, lasciò un calice, dieci monete d’oro per la celebrazione di una S. Messa ed un foglio con su scritto, di suo pugno, “Gloriosa dicta sunt de Te, Civitas Dei”. Il Sommo Gerarca, inginocchiato lungamente sui gradini dell’altare maggiore, a pregare fervidamente la Vergine, aveva scelto l’elogio del reale Salmista a Gerusalemme (Salmo 86,3), in compendio della fama acquisita dal santuario stesso. Un affresco della volta della chiesa, un busto e due lapidi marmoree con epigrafe, poste all’entrata, ne eternano l’avvenimento.

  Tra le feste popolari in onore dei Santi protettori delle cittadine del basso Lazio, quella della Madonna della Civita, ad Itri, si distingue per il grande attaccamento a questo culto da parte degli itrani e per profondità simbolica. C’è, andati perduti molti documenti preziosi, una sentita tradizione popolare, trasmessa da generazione in generazione, che, come ogni tradizione orale, serba un proprio nucleo di verità.

   Il quasi millenario santuario conserva, come abbiamo già accennato, un’antichissima immagine della Madonna di Costantinopoli dall’indubbio favore non solo spirituale, ma anche magico, per i miracoli operati, che hanno creato entusiasmi religiosi in tutte le genti  del circondario, che accorrono, numerose, sul Sacro Monte in pulman  o a piedi, in pellegrinaggi provenienti da località distanti fino a 30 km., fatti più per devozione che per richiesta di grazie. I devoti itrani e di altre parti salgono a piedi, alcuni scalzi, alcuni facendo tratti in ginocchio per sciogliere voti. I ceccanesi hanno, sin dal Seicento, una viva devozione per la Madonna della Civita , che li aveva liberati da una pestilenza. Essi, salendo  al santuario per la sassosa  strada,cantando “Evviva Maria!” o sostando, in devoto raccoglimento, davanti alle 14 cappelline della “Via Crucis”, portarono in dono  paramenti sacri, un calice, candele ed un rubbio di grano, dato in perpetuo come presente.

   Per quanto concerne la festa della Madonna della Civita, dobbiamo far notare che essa è un momento organizzato socialmente, a carattere ciclico e a fondamento religioso, che coinvolge tutta la cittadina. Nel mito della Madonna della Civita si uniscono elementi arcaici di miti di fondazione delle comunità con elementi di tradizione anticotestamentaria, nel ricordo del patto tra la Madonna che sceglie il suo popolo e la fede di risposta del popolo, che la riconosce e la elegge a sua protettrice, la quale stabilisce un rapporto privilegiato con la comunità itrana.

   La fierezza di essere stati scelti dalla Madonna è ancora presente nel popolo itrano. La leggenda della sparizione della sacra icona dalla cattedrale di Gaeta e la sua riapparizione su di un’elcina del monte Fusco rafforza, ancora di più, quel senso di appartenenza.

   La predilezione della Madonna per Itri è indice di una volontà della comunità itrana, con caratteri prevalentemente agro-pastorali, di distinguersi da quella di Gaeta, che vive aul mare. La città tirrenica per la sua posizione geografica occupava un posto strategico da un punto di vista militare e negli scambi commerciali dei Paesi mediterranei, essendo stato ducato e poi repubblica marinara.  

   Probabilmente la rivalità di Itri verso Gaeta derivava da motivi economici. Le famose “olive di Gaeta” sono prodotte ad Itri ed insieme ad altri prodotti agricoli venivano portate tramite uno scomodo sentiero fino ai mercati di Gaeta. Le merci molto spesso erano mal pagate e poi rivendute a Napoli e nel porto di Ripetta, a Roma.

   L’identità storica e culturale di una comunità si costituisce in opposizione a ciò che è altro da sè (coloro che hanno rifiutato la sacra immagine, oppure non sono stati da essa prediletti); si costituisce, in altri termini, nella determinazione di un limite mitico ideale tra ciò che appartiene alla comunità e ciò che gli è estraneo, similmente nel solco circolare che effettivamente realizzavano i mitici fondatori delle città per dividere, una volta per sempre, il “cosmos” dal “caos”.

   Ancora oggi i messaggi che circolano nella comunità itrana hanno come denominatore comune la fantasia che la salute, la felicità e, più in generale, l’esistenza dipendano, in larga misura, dalla protezione della Madonna, dalla sua indulgenza. 

   L’apparizione del quadro della Madonna della Civita su di una montagna, su una quercia (per Jung essa è il simbolo pregnante dell’io che si costituisce come autocoscienza), esprime la volontà del divino di stabilire rapporti organici e permanenti con il luogo di elezione, con la comunità itrana.

Alfredo Saccoccio

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L’ Abbazia di San Vincenzo al Volturno

Posted by on Nov 10, 2019

L’ Abbazia di San Vincenzo al Volturno

E’ il Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni che ci fornisce le notizie di questa stupenda abbazia benedettina del meridione che, insieme a quella di Montecassino, influenzava la vita politica e sociale dell’alto medioevo. Il monaco Giovanni scrisse il Chronicon intorno al 1130 per recuperare la memoria del distrutto e poi ricostruito cenobio, basandosi su documenti più antichi non sempre autentici. Ci racconta che furono tre giovani beneventani longobardi, Paldo, Taso e Tato, a fondare il primitivo Cenobio.

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INIZIA IL NATALE LUNGO PARTENOPEO CON LA TERZA EDIZIONE DELLA “PROCESSIONE DEI FRATI MORTI”

Posted by on Nov 8, 2019

INIZIA IL NATALE LUNGO PARTENOPEO CON LA TERZA EDIZIONE DELLA “PROCESSIONE DEI FRATI MORTI”

Co-organizzato della “Proloco Neapolis” e nato da un partenariato tra le Associazioni napoletane ed abruzzesi “I Sedili di Napoli” e “Fontevecchia” di Spoltore, in Provincia di Pescara , si rinnova l’ormai tradizionale appuntamento novembrino che annuncia il “Natale lungo partenopeo” e che è basato sul recupero delle memorie storiche e culturali popolari legate al “Culto dei Morti” ed alle antiche leggende natalizie che intorno a questo tema sono ancora vive nella memoria degli anziani e che trova un riscontro anche nel Presepio Popolare napoletano.
Giunge, infatti, alla sua Terza Edizione, Sabato 9 novembre dalle ore 10:30 la “Processione dei Frati Morti e delle Anime Perse”: un corteo storico di oltre 100 figuranti
con gli ospiti abruzzesi:”I Cavalieri della Compagnia del Lupo Errante” seguiti da figuranti in abito tradizionale abruzzese di “Camminando
Insieme” nonché con la partenopea Associazione di Rievocatori Storici “Fantasie d’Epoca” negli splenditi abiti medievali di Francesca Flaminio, accompagnati dal suono delle zampogne de “I Gigli d’Abruzzo” dell’Associazione “Beato Marco d’Aviano”.

Accompagnerà la folta delegazione abruzzese, il Sindaco di Spoltore, Luciano Di Lorito.
La “processione”, con il Patrocinio Morale del Sindaco di Napoli e della Municipalità 2,non ha valenza liturgica perché consistente nella attualizzazione, per la terza volta nella Città di Napoli, della devozione popolare per il Culto dei Morti; una risposta culturale ed “identitaria” al fenomeno commerciale ma con tratti di “esoterismo” di Halloween che da qualche anno ha preso piede anche nel nostro Paese ma che è del tutto
estraneo alla nostra Cultura. Ed è in questa ottica che quest’anno, grazie all’impegno della redazione giornalistica “Identità Insorgenti” con il contributo dell’artista Pasquale Manzo, torna nel Centro Storico di Napoli l’usanza popolare, praticata fino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, delle “Cascettelle de’ Muorti”: “simboliche” scatolette di cartone decorate con teschi e croci e portate dai bambini che sciameranno per chiedere un piccolo obolo per i defunti recitando antiche filastrocche in lingua napolitana, in suffragio delle “Anime Pezzentelle”.
La “processione” fa riferimento ad una delle tante leggende popolari legate al Natale e che vede protagonisti le figure dei frati incappucciati che nella Notte dei Morti, si manifestano al mondo dei Vivi per recitare preghiere a suo tempo negate. Il simbolismo è quello del “passaggio” tra i due mondi e della Speranza di Salvezza ed infatti, in molti presepi popolari napoletani, le figure dei “frati morti” sono raffigurate nell’atto di attraversare un ponte.
Durante il corteo che percorrerà, partendo Piazza San Domenico Maggiore, Vico San Domenico, Piazza L. Miraglia, Via Tribunali, Via San Gregorio Armeno, Via San Biagio dei Librai, con termine in Piazza San Domenico Maggiore, sono previste diverse soste durante le quali saranno fornite tutte le notizie ai turisti ed ai napoletani presenti e saranno distribuite le noci, altro elemento simbolico che sarà “svelato” in queste occasioni, grazie ai contributi di Luciano Troiano.
Contemporaneamente, dalle ore 10:30 e fino alle 12:00 con appuntamento a Via Tribunali, altezza Portici Angioini, chi vuole approfondire il tema delle “Anime Pezzentelle” potrà partecipare alla visita guidata da Enzo Di Paoli che illustrerà il significato delle numerose grotte devozionali con le figure delle “Anime Pezzentelle.
Si ringrazia il Servizio di Protezione Civile, con l’assistenza garantita dall’Associazione “Base Condor”.


Per ulteriori informazioni:
www.sedilidinapoli.com -FB: I Sedili di Napoli Custodi della Nostra Storia

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