Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Come S. Donato in Terra di Lavoro fu vessata dai soldati francesi nel 1799

Posted by on Giu 24, 2016

Come S. Donato in Terra di Lavoro fu vessata dai soldati francesi nel 1799

quanta storia, ma quella con la s maiuscola, ha scritto la terra di lavoro, l’alta terra di lavoro e una ennesima riprova me la da Domenico Cedrone che mi invia un interessante articolo che di seguito riporto integralmente…………..

Consultando l’archivio della chiesa parrocchiale di S. Maria e S. Marcello di San Donato V.C. ho potuto constatare. come alcuni zelanti sacerdoti avevano t’abitudine di tramandare ai posteri gli eventi memorabili (quali pestilenze, carestie,, alluvioni; invasioni, eccidi, ecc.) annotandoli nel libro dei morti. Fra le diverse “cronache” ne ritrovo una molto interessante dell’abate Coletta dal titolo: “Memoria dell’iniqua invasione del Francesi nel Regno di Napoli nell’anno 1799”; due paginette da cui stralcio alcuni passi che mi offrono lo spunto per narrare un episodio relativo all’invasione dei Francesi nelle nostre contrade. La “Memoria” inizia così: “Per descrivere gli spaventi, li travagli, le rovine accadute in questo infelicissimo anno 1799, vi vorrebbero de’ volumi intieri; pure accennerò qualche cosa per memoria dei posteri”.

Dopo aver accennato alla fuga di Ferdinando IV a Palermo, al tradimento dei suoi generali ed alla disfatta dell’esercito borbonico, in merito ai Francesi scrive :”… e li perfidi Francesi in poco tempo occuparono le fortezze e tutto il Regno; dove arrivavano piantavano un albero che chiamavano della Libertà con coccarda francese da capo. Nel primo arrivo, fecero delle imposizioni di migliaia (di ducati) alle Città, Terre, Prìncipi e danarosi, con, contribuzioni di grano, vini ed ogni altro commestibile, e con ciò cominciò un’anarchia che sembrava una babilonia”.     –

Relativamente alle imposizioni che i Francesi facevano alle città e ai “danarosi” riporto il caso che avvenne nel Circondario di Sora soffermandomi in modo particolare su ciò che accadde in San Donato. Le notizie sono tratte da una relazione del Sotto Intendente del Distretto di Sora, Antonio Siciliani; diretta all’intendente di Terra di Lavorò in merito ad una vertenza che il benestante sandonatese Emilio Salvucci aveva promosso presso la Regia Camera contro l’Università (= Comune) di San Donato per riavere la somma di ducati 667 “imprestati alla Commune” al tempo dell’invasione dei Francesi. I fatti: alla fine del dicembre dell’anno 1798, l’Armata francese, guidata dai Generali “Magdonald” e “Bertier”, occupò la Terra di Sora (sindaco Francesco Antonio Macciocchi) e li si acquartierò. I due Generali immediatamente richiesero al Sindaco un elenco di tutti i facoltosi proprietari della Città e dalla lista fornita ne scelsero dieci che furono presi come ostaggi insieme con lo stesso Sindaco, ingiungendo alla Terra di Sora e ai paesi circostanti di pagare “immediatamente” una “pesante contribuzione” in migliaia di ducati (pena la morte degli ostaggi e il saccheggio delle Terre del circondano). Fra i Paesi che dovettero pagare la “Convenzione” figurava anche la Terra di San Donato, dove, all’istante, fu inviato un Commissario, tal Francesco Francalancia, che, portatosi a San Donato, ingiunse al Decurionato (assemblea corrispondente all’odierno consiglio comunale) ed al sindaco, don Anacleto Salvucci, l’esborso, entro sei ore, della somma di ducati duemila. A tale ingiunzione il Sindaco ed il Decurionato convocarono d’urgenza un’assise dei cittadini in cui convennero le persone più facoltose e più “intelligenti” del paese per “risolversi li espedienti da prendersi in tal emergenza’.

L’assise, dopo affannose consultazioni, stabilì di inviare ai Generali francesi due deputati per far presente lo stato miserevole dell’Università di San Donato e per convincerli ad accettare la somma di ducati seicento al fine di evitare il saccheggio paventato. Accettato all’unanimità ” l’espediente”, non si riuscì a trovare però né i due delegati per contrattare con i Generali francesi né chi sborsasse la somma stabilita dall’assise. A questo punto, dato l’incalzare del tempo, Sindaco, Decurioni e convenuti tutti implorarono il facoltoso proprietario don Emanuele Salvucci di far prestito all’Università di San Donato della suddetta somma, promettendo il rimborso entro breve tempo mediante una tassa da imporre dalla “Comune” inter cives. Il Salvucci, al fine di evitare il saccheggio del paese, si piegò alle richieste dei presenti e fece il prestito all’Università. Una volta reperita la somma da consegnare ai Generali, fu facile trovare i due “deputati” imbonitori ai quali fu data la facoltà “di combinare l’affare nella migliore maniera possibile”, anzi, ai deputati si aggiunse una terza persona di fiducia, il fisico (= medico) don Antonio Coletti, con l’incarico di consegnare la somma e di richiedere regolare ricevuta. Portatisi a Sora i deputati ed il Coletti ebbero non poco da fare per convincere i Generali ad accettare la somma e dopo penose trattative si stabilì la “convenzione” in seicento quaranta ducati. La somma mancante fu rapidamente reperita dal fisico Coletti presso un suo amico sorano e così i seicento quaranta ducati furono consegnati ai Generali francesi tramite il sindaco Macciocchi che rilasciò regolare ricevuta. Ritornati a San Donato i tre deputati consegnarono la ricevuta al Sindaco il quale la “girò” al Salvucci che dovette sborsare, oltre ai quaranta ducati in più, altri ducati quindici quale regalia al Coletti per la prestazione resa ed in più altri dodici ducati al Commissario Francalancia per il breve servizio prestato nella “Comune” di San Donato. In tutto, il prestito del Salvucci ammontava a ducati seicento sessantasette.

Dopo tali avvenimenti, stante la situazione critica degli anni che seguirono, né il Decurionato dell’Università di San Donato impose la tassa inter cives per risarcire il Salvucci né il munifico cittadino si preoccupò di esercitare pressioni sulla Comune per avere la restituzione del prestito. Dopo pochi anni il Salvucci passò a miglior vita, lasciando in eredità ai figli, oltre i molti possedimenti, anche il credito nei confronti del Comune di San Donato. Il figlio Emilio, nel marzo del 1805, “comparve in Regia Camera contro l’Università di San Donato” per chiedere la restituzione della somma concessa in prestito dal padre. La Regia Camera, di conseguenza, “spedì Provisioni” per sentire l’Università di San Donato la quale non si era costituita in giudizio e, a seguito di “istanza fiscale”, commissionò alla Corte Regia di Arpino di accertare i fatti. Quest’ultima nominò un Commissario per le dovute indagini. Costui accertò la veridicità dei fatti sopra descritti che furono avallati dalla relazione del Sotto Intendente Siciliani del 25 marzo 1807. Due giorni dopo (come era celere un tempo la Pubblica Amministrazione!) l’intendente di Terra di Lavoro, che aveva sede in Caserta, autorizzava l’Università di San Donato a pagare il debito agli eredi del Salvucci; infatti, a margine della relazione del Siciliani si legge: “Addì 27 marzo 1807, Arpino, l’intendente di Terra di Lavoro – visti gli atti e la presente relazione – ha provveduto che il Decurionato di San Donato prenda gli espedienti onde soddisfare l’enunciato credito degli Eredi del fu Emanuele Salvucci …”. Non si sa con esattezza quale fosse “l’espediente” adottato dal Decurionato di San Donato per reperire la somma pretesa da Emilio Salvucci. Si ha l’impressione, però, che tra il Salvucci e la “Comune” di San Donato vi sia stata una transazione con cui l’Università alienava beni immobili in favore dell’istante. Induce a ritenere ciò una petizione, sottoscritta dal Siciliani nell’anno 1812, con la quale si chiedeva all’intendente di Terra di Lavoro di concedere una dilazione rateale di circa trecento ducati a favore del Salvucci per il “pietoso” caso.

Domenico Cedrone

 

 

 

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