Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

CON L’UNITA’ D’ITALIA INIZIO’ IL DECLINO ECONOMICO DEL MEZZOGIORNO

Posted by on Ott 31, 2019

CON L’UNITA’ D’ITALIA INIZIO’ IL DECLINO ECONOMICO DEL MEZZOGIORNO

L’unità d’Italia, specialmente in Terra di Lavoro, che era la seconda provincia borbonica, dopo quella di Napoli, per benessere economico e sociale, nel giro di qualche decennio provocò il tracollo delle attività produttive, che non erano solo agricole ma anche industriali; sollevò enormi problematiche sociali innescando una spirale di malessere a tutti i livelli, con effetti irreversibili su tutto il centro sud d’Italia (la “questione meridionale”). Immagino che il lettore si stia chiedendo su quale libro di storia ho letto queste cose. Ha ragione a chiederselo perché non esistono libri di storia che dicano tali cose. Nelle scuole si fa studiare l’epopea risorgimentale illuminata da gloriose figure di eroi della guerra e della politica, si evidenzia la separazione netta tra i santi patrioti e i diabolici oppressori; ma quella è la storia scritta dai vincitori, è il risultato della “propaganda di regime” ……………… Allora uno storico sereno e una mente liberamente pensante, riguardo agli avvenimenti dell’Ottocento italiano, dovrebbero cominciare a chiedersi: ma se l’unità d’Italia arrecò benessere e progresso sociale, perché nella seconda metà del secolo migliaia di italiani abbandonarono le loro terre del meridione per cercare fortuna altrove all’estero o al nord del Paese? Non furono certo degli avventurieri quelli che diedero vita al vasto fenomeno dell’emigrazione: era gente che abbandonava la propria casa per sfuggire alla miseria. Nel precedente Regno di Napoli, invece, non si conosceva emigrazione. Dovrebbero cominciare a chiedersi: da dove nacque il doloroso fenomeno del brigantaggio? Di sicuro dal diffuso malessere sociale, ma anche dalle migliaia di ex soldati dell’esercito borbonico e dell’armata Garibaldi, reduci dalla spedizione dei Mille, tutti liquidati senza complimenti e destinati ad un ruolo di disadattati nel nuovo contesto sociale. Leggo nella relazione di Luigi Gargiulo (Napoli 1863) luogotenente dell’armata meridionale garibaldina: “… con soprusi, maneggi ed infamie si riuscì a sciogliere l’esercito dei volontari e più di 20.000 giovani furono gittati sulla strada … i 70.000 soldati borbonici fatti prigionieri dal ministro Fanti furono poi rinviati alle loro case, scalzi, laceri e senza mezzi … Per tal modo in meno di un mese venivano posti in balìa della fortuna e senza mezzi più di 100.000 uomini fra borbonici e garibaldini“. Ma ancora: furono tutti briganti quelli cui le truppe piemontesi diedero la caccia per anni? Anche quelli del famigerato “sergente Romano” che nel loro giuramento recitavano: “Promettiamo e giuriamo di sempre difendere con l’effusione del sangue Iddio, il sommo Pontefice Pio IX, Francesco II, re del Regno delle Due Sicilie ed il comandante della nostra colonna degnamente affidatagli …“? Furono briganti i padri Cappuccini espulsi da Cassino nel 1866 con l’accusa di brigantaggio? Lo fu anche il sacerdote di Cassino D. Vittorio Grossi, arrestato nel 1861 con la stessa accusa? E che dire della fucilazione dei cassinati Renzi e Coletti nel 1862 perché disertori? – Solo per citare alcuni casi –. Queste cose non sono scritte nei libri della storia d’Italia perché la vera storia d’Italia ancora non è stata scritta; né è necessario essere filoborbonici per occuparsene; trovo nel prezioso lavoro del prof. Aldo Di Biasio, docente di storia nell’Università di Napoli e di idee politiche sicuramente non di destra, La Questione Meridionale in Terra di Lavoro (Napoli, 1976), precisa conferma a quanto ho appena detto: “Quella che era la più vasta, la più popolata, la più ricca, la più produttiva provincia del regno delle Due Sicilie, con la sua agricoltura fiorente e le sue manifatture prestigiose, la prediletta dimora estiva dei sovrani, l’area più fornita di infrastrutture dell’intero Meridione, anche per il crollo degli investimenti pubblici e un insostenibile aggravio del sistema fiscale doveva diventare una delle più depresse e diseredate aree del nuovo Regno d’Italia, ricca solo di pauperismo e di disoccupazione“: a parlare è il prof. Carlo Zaghi, anch’egli esponente illustre della sinistra italiana, nella prefazione al citato lavoro di Di Biasio. Ma Zaghi, cifre alla mano, rincara la dose. Mi limito ad una rapida selezione dei numerosi dati forniti dallo studioso e relativi alla provincia di Terra di Lavoro.

Investimenti pubblici: nel Regno borbonico assommavano ad un terzo di tutti gli investimenti, dopo l’Unità scesero a meno della decima parte. Tassazione, essenzialmente indiretta (“pressoché inesistente nel Regno borbonico“): solo nell’anno 1870 l’odiata tassa sul macinato consentì alle casse sabaude di incassare ben 1.382.447 lire; nello stesso anno la provincia di Terra di Lavoro versò all’erario 21.415.760 lire; nel 1857 ogni cittadino del Regno delle Due Sicilie contribuiva in media con 16,06 lire all’anno, nel 1859 poco più (16,11 lire), nel 1867, Regno d’Italia, la contribuzione salì a £. 35,99 per abitante; è da tener presente che nel 1865 la rendita annuale di un’ara di buon terreno in Cassino era di £. 9.

Occupazione: Nel 1876 gli operai impiegati nelle maggiori industrie della provincia erano 8.360, dodici anni dopo si erano dimezzati (4.716 nel 1887/88); per avere un termine di confronto si cita il caso di Arpino, che nel 1845, Regno delle Due Sicilie, gli occupati negli opifici erano oltre 12.000. Nel 1871 soltanto in 17 comuni della provincia 8.000 persone sopravvivevano grazie alla beneficenza pubblica.

Agricoltura: gli occupati nel settore alla fine del regno borbonico erano 265.966, dieci anni dopo (1871) erano scesi a 246.260; la produzione agricola diminuì gradatamente negli anni settanta e crollò in quelli successivi; basti l’esempio del frumento, che nel 1864 è di ettolitri 4.790.080, nel 1897 è appena di 788.300 ettolitri.

Criminalità: nel 1855 i crimini erano 500, nel 1870 erano 5.000; i reclusi nel 1855 non raggiungevano il migliaio, nel 1870 salirono a 10.000.

Brigantaggio: nella zona militare di Gaeta nel 1861 furono fucilati o uccisi in scontri a fuoco o arrestati 381 briganti, nel 1862 altri 329; in tutta la provincia per sospetto di brigantaggio furono arrestate 1.400 persone nel 1866, 1.036 nel 1867, 3.000 nel 1868.

Emigrazione: nel periodo dal 1876 al 1887 emigrarono 17.270 persone, poi 3.000 nel solo 1890, 4.000 nel 1891, 7.641 nel 1893, 9.122 nel 1896, 14.065 nel 1900, 23.901 nel 1901, 28.210 nel 1913; dati a dir poco dolorosi per noi comuni mortali, ma quasi trionfalistici per il Consiglio Provinciale del 1900: “L’emigrazione porta questi vantaggi: non condanna alla fame coloro che emigrano e rende migliori le condizioni di coloro che restano“.

Emilio Pistilli

fonte http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Storia/Altre/Pistilli_Emilio.htm

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