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Controstoria del Risorgimento di Fernando Riccardi (II)

Posted by on Lug 19, 2018

Controstoria del Risorgimento di Fernando Riccardi (II)

Controstoria del Risorgimento

Il governo italiano alla disperata ricerca della “soluzione finale”

Si voleva realizzare uno stabilimento penale in un’isola dell’Oceano Atlantico, nel Borneo o in Patagonia dove deportare gli ex soldati dell’esercito napoletano

I tentativi hanno inizio nel 1862 quando il ministro degli Esteri Durando contatta il governo portoghese per chiedere l’autorizzazione ad allestire nell’isola di Timor Est, nell’Oceano Atlantico, una colonia penale, dove rinchiudere i soldati dell’ex esercito napoletano rinchiusi nelle prigioni del nord Italia e che avevano rifiutato di passare nelle fila dell’esercito sabaudo. Ma la richiesta viene respinta e il progetto si blocca per alcuni anni. Fino a quando, nel 1867, il Presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Menabrea contatta il governo inglese per chiedere il permesso di realizzare un penitenziario in Eritrea. Ma ancora una volta deve registrarsi il netto diniego delle autorità britanniche. L’anno seguente Menabrea torna alla carica chiedendo all’Inghilterra di cedere all’Italia un suo possedimento sulle coste del Mar Rosso per realizzare una colonia penale, richiesta che viene di nuovo respinta. Sempre nel 1868 Menabrea, che voleva a tutti i costi la “soluzione finale”, contatta il governo argentino per farsi cedere una porzione di terreno in Patagonia allo scopo di costruirvi un penitenziario capace di contenere 10/15 mila prigionieri, in gran parte soldati dell’ex esercito delle Due Sicilie. Ma una volta di più incassa un netto rifiuto. E allora ci prova, con altrettanta scarsa fortuna, contattando il bey di Tunisi. Dopo aver collezionato tutta una serie di fallimenti (tutti i governi interpellati avevano rispedito al mittente la richiesta in quanto non si voleva concedere all’Italia la possibilità di intraprendere una politica di chiaro stampo coloniale), il cocciuto Menabrea decide di cambiare strategia. E così, nel 1868, l’anno in cui in Italia, grazie all’introduzione della famigerata tassa sul macinato, la rivolta brigantesca che pareva essersi assopita conosce un’improvvisa recrudescenza, dà incarico alla Marina di trovare un posto dove allestire il penitenziario. Un ruolo di primo piano in questa missione lo svolge il capitano di fregata Racchia, comandante della pirofregata “Principessa Clotilde”, che si trovava nel mar del Giappone. Si vagliano numerose possibilità: il Borneo, l’isola di Socotra, al largo del Corno d’Africa, e persino le lontanissime ed inospitali Isole Nicobare, vicino Sumatra, nell’Oceano Indiano, già colonia danese poi abbandonata a causa delle difficili condizioni climatiche e diventata in seguito proprietà del governo inglese. Nel 1869, mentre il capitano Racchia prosegue nella sua incessante attività di perlustrazione, il governo italiano, cui evidentemente piace giocare su più versanti, dà mandato all’esploratore Cerruti di cercare in giro per il mondo un posto adatto per costruire una colonia penale capace di ospitare ventimila persone. Il tutto doveva essere portato a termine entro quattro mesi. Cerruti si mette subito in moto ed a bordo di un veliero inglese, l’Alexandra, giunge nell’isola di Bacan, nel mare delle Molucche (oggi appartenenti all’Indonesia) e acquista dal locale sultano tale isola, con soldi messi a disposizione, ovviamente, dal governo italiano. Nel gennaio del nuovo anno (1870) Cerruti arriva alle Kay, in Indonesia orientale, e acquista dal locale rajah quelle isole. Quindi giunge nell’arcipelago delle Aru (Indonesia, provincia di Maluku) e stipula un altro contratto del tenore di quelli precedenti. Dopo di che fa ritorno in Italia portando con sé tre diversi scenari. Ma, mentre Cerruti si muove per proprio conto, godendo di un ampio mandato da parte del governo italiano, il capitano Racchia, del tutto all’oscuro della missione affidata all’esploratore, con la sua “Principessa Clotilde” proseguiva nelle perlustrazioni, giungendo nell’isola di di Gaya, in Malesia. Dopo di che naviga verso Labuan, possedimento inglese. Stiamo parlando, tanto per essere chiari, di quei posti resi immortali dai romanzi di Emilio Salgari. Il governatore inglese, però, fa capire che difficilmente il suo governo avrebbe acconsentito a far edificare lì una colonia penale. Da Labuan Racchia si porta a Batavia, l’odierna Giakarta, in Indonesia, possedimento olandese. Ed è qui che viene a conoscere i risvolti della missione Cerruti che molto aveva indispettito le autorità olandesi. Quindi prosegue il suo viaggio verso le Molucche dove, ancora una volta, è costretto a subire le rimostranze delle autorità olandesi. A questo punto il capitano Racchia decide di interrompere le sue esplorazioni, convenendo che la situazione migliore per l’insediamento della colonia penale sia l’isola di Gaya, in Malesia, al largo delle coste del Borneo. Dopo tanto navigare, dunque, si è maturata la convinzione che lo colonia penale italiana possa essere realizzata sulle isole di Gaya e Sapangar, al largo delle coste del Borneo. Occorre, però, affinché il progetto possa avere attuazione pratica, intavolare trattative con gli stati che controllano, politicamente e militarmente, quella regione, ossia Inghilterra e Olanda. Tra la primavera e l’inverno del 1872, dopo una lunghissima ed estenuante trattativa diplomatica (lo stesso capitano Racchia si porta a Londra per perorare personalmente la causa italiana), prima il governo inglese e successivamente quello olandese, negano l’autorizzazione. Di rilievo le motivazioni addotte dal governo olandese che, senza mezzi termini, paventa il rischio di mettere in piedi un’altra disumana Cayenna, molto simile a quella francese, che aveva provocato il disgusto e il biasimo del mondo intero. Ma il governo italiano non si arrende ed attraverso il suo ministro degli Esteri Visconti Venosta continua a fare pressione sull’Inghilterra affinché si adoperi a sbloccare la situazione. «Noi non vogliamo intraprendere alcuna politica coloniale – si affanna a spiegare il ministro – ma soltanto risolvere in maniera definitiva un grave problema di ordine pubblico che investe in particolar modo alcune regioni del nostro territorio: il napoletano, la Sicilia e la Romagna. E per risolvere tale problema – insiste il ministro – si deve per forza di cose prevedere accanto alla pena di morte quella della deportazione, in maniera tale da scoraggiare i malviventi dal delinquere». Quindi, se negli anni successivi all’unificazione, la colonia penale doveva accogliere gli ex soldati dell’esercito borbonico che non avevano voluto entrare nell’esercito italiano, ora invece serviva per rinchiudervi i briganti, che avevano continuato a lottare sulle montagne, ed i delinquenti comuni, che la facevano da padrone in alcune zone della Penisola, come riconosce lo stesso Visconti Venosta.                                                                           

(II parte – continua)

I parte

Fernando Riccardi

 

 

 

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