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Che cos’è la democrazia?

Posted by on Apr 4, 2016

Che cos’è la democrazia?

qualcuno mi chiede se amo la democrazia, visto che ne parlo spesso male, ebbene se questo appare e perché la amo troppo e non vederla applicata mi fa male. I paesi occidentali con la scusa di esportarla stanno mettendo a ferro e fuoco un intero pianeta. in italia ormai è in crisi totale, governi non figli di regolari elezioni ma di primarie farsa, referendum dai risultati incontestabili buttati nel cestino e una popolazione che pur non avendo letto il pensiero di Mark Twain, “se votare fosse stato utile non ce lo avrebbero mai fatto fare” ha cominciato a disertare in massa le urne. Per rispettare la nobiltà del voto dal 2001 vado alle urne e, mettendoci la faccia, mi faccio annullare la scheda elettorale senza esprimere una preferenza. di seguito un altro autorevole contributo del Dr. Ubaldo Sterlicchio su concetto ti democrazia. in coda allegato pdf con note storiche

Che cos’è la democrazia?

 

Che cos’è la democrazia? È una domanda molto interessante, alla quale però occorre dare un’adeguata e coerente risposta.

In base al suo significato etimologico, la democrazia, vocabolo derivante dal greco e composto dai termini démos [popolo] e kràtos [forza, governo], è quella forma di gestione della cosa pubblica alla quale partecipano, direttamente o indirettamente, tutti i cittadini.

Le forme di «democrazia diretta» erano possibili nelle città-stato dell’antica Grecia, nell’antica Roma repubblicana, nei comuni medioevali. In età moderna, invece, sono realizzabili solamente forme di «democrazia indiretta», in considerazione dell’elevata consistenza numerica del démos.

Oggi, nell’ordinamento giuridico italiano, l’unico istituto superstite di democrazia diretta è il referendum abrogativo, previsto e disciplinato dall’articolo 75 della Costituzione repubblicana. Esso, quantunque soggetto a molteplici limitazioni formali e sostanziali, consente al popolo di deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge. Il 2 giugno 1946, inoltre, il popolo italiano fu chiamato, una tantum [per una volta soltanto], ad esprimersi per scegliere, attraverso il referendum istituzionale, la forma dello Stato fra quella monarchica e quella repubblicana.

È bene puntualizzare, però, che la democrazia non si realizza affatto con l’arido atto formale di depositare, in un’urna, una scheda sulla quale “eventualmente” sia stato segnato un simbolo e/o siano state espresse delle preferenze. Parimenti, la democrazia non si realizza neppure attraverso il conferimento di una «delega in bianco» ad un rappresentante del popolo, impunemente libero, poi, di disattendere gli impegni assunti e di non tener fede alle promesse fatte durante la campagna elettorale o, comunque, di non tutelare gli interessi del démos. Questa è, in realtà, solo una pseudo-democrazia, che si traduce in una presa in giro ai danni dello stesso popolo.

Ciò premesso, vorrei qui proporre una chiave di lettura alquanto differente da quella solita, che tenga conto soprattutto degli aspetti «sostanziali», piuttosto che di quelli puramente «formali».

Io credo che la democrazia, indipendentemente dal tipo di Stato e dalla forma di Governo, consista nel dare concretamente voce al popolo, nell’ascoltarlo, nel recepirne le istanze, nel soddisfarne le esigenze ed i bisogni, nonché nell’assicurargli senza eccezione alcuna una vita dignitosa. La democrazia si realizza mantenendo un sincero rispetto verso il popolo, salvaguardandone gli interessi e non conculcando i suoi diritti, onde garantirgli il maggior benessere possibile. Pericle, grande statista dell’antica Grecia, affermava: «Qui ad Atene noi facciamo così. Qui il nostro Governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia».

Non è democratico, quindi, uno Stato che non solo non si ponga e non realizzi tali obiettivi, ma che tiranneggi il popolo, procurandogli gratuite sofferenze, inutili sacrifici od arbitrarie privazioni di varia natura; che gli imponga un fisco gravoso, vessatorio, ingiusto; che reprima le sue legittime aspirazioni o rivendicazioni, attraverso la menzogna, l’inganno e/o la violenza (non esclusa quella morale o psicologica), con l’impiego di mezzi di coazione fisica, fino all’utilizzo delle armi.

Non è, inoltre, democratico un regime che attui una politica militarista e guerrafondaia, al fine di soddisfare le proprie brame egemoniche, di potere, di conquista coloniale o di espansione territoriale e che, pertanto, mandi a morire i figli del popolo in terra straniera, il più delle volte ipocritamente mascherando le guerre di aggressione come interventi armati per garantire la libertà di altri popoli, o come «missioni di pace» ed «umanitarie», ovvero ricorrendo al risibile pretesto di esportare – ahimè! – proprio la democrazia. In questo caso, l’antidemocraticità di un governo che agisca in tal modo sortisce guasti in misura doppia, perché qualsivoglia azione bellica, oltre ad essere condotta in danno di un «altro popolo», comporta sempre degli alti costi, in termini di sofferenze e di vite umane, anche per il «proprio popolo».

Chiarissima è a tale riguardo, in piena concordanza con la testé enunciata nozione di democrazia, la Carta Costituzionale della Repubblica italiana, allorquando, all’articolo 11, sancisce che: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Alla luce di quanto detto, è lapalissiano che solo ed unicamente una «guerra difensiva» non contrasta con i principî della democrazia; anzi, la difesa militare diventa, in questo caso, un dovere imprescindibile, proprio per tutelare e garantire i diritti dello stesso popolo aggredito.

Non è, infine, conforme ai principî della democrazia la «cessione di parti di Sovranità», trattandosi di un atto illecito, illegale, illegittimo ed incostituzionale. Infatti, in virtù dell’articolo 1, comma 2, della già citata Carta Costituzionale, «La Sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»; pertanto, solo il Popolo è legittimato a delegarla ai suoi rappresentanti regolarmente eletti. Questi ultimi, in virtù del principio giuridico in base al quale: «delegatus non potest delegari», qualora sub-deleghino una qualsivoglia parte della Sovranità popolare, della quale sono democraticamente divenuti depositari e garanti, si rendono responsabili di una grave violazione per «manifesta incostituzionalità». Nessun popolo, infatti, è più sovrano, se non può più decidere della sua Sovranità; la qual cosa costituisce, peraltro, un formidabile preludio di pericolose derive totalitarie.

Ricapitolando: è conforme alla democrazia tutto ciò che viene fatto in favore del popolo, è antidemocratico tutto ciò che può danneggiare il popolo.

Volgiamo ora un breve sguardo diacronico alla storia d’Italia degli ultimi due secoli.

Alla luce di quanto premesso, possiamo, senza tema di smentita, affermare che, nell’Italia pre-unitaria, non furono affatto democratici i promotori delle varie «repubbliche giacobine» filo-francesi, che sorsero nel contesto delle invasioni napoleoniche. Essi, infatti, non solo instaurarono, contro la volontà popolare, delle feroci «dittature oligarchiche», ma, in qualità di «collaborazionisti dello straniero invasore», rivolsero anche le armi contro le popolazioni della Penisola, provocando enormi bagni di sangue in danno dei propri connazionali.

Successivamente, democratici non furono nemmeno i parlamenti ed i governi sedicenti «liberali», piemontesi prima ed italiani dopo, artefici del c.d. risorgimento. In primo luogo, perché essi erano espressione di un’esigua minoranza di borghesi, militari e nobili, che costituiva appena l’1% dell’intera popolazione; si trattò, in realtà, di una «democrazia teorica», falsa ed esistente solo sulla carta, concretandosi, in tal modo, la più classica espressione del c.d. «totalitarismo d’élite». Infatti, nel Regno sardo prima e nel Regno d’Italia poi, la classe dirigente, che si autodefiniva «liberale», si comportò in maniera dispotica, negando alle masse popolari il diritto ad essere rappresentate, ascoltate, tutelate. In secondo luogo, perché i governi italo-piemontesi del 1860 e degli anni successivi, soprattutto con l’invasione e con l’annessione del Regno delle Due Sicilie, inaugurarono una stagione di terrore e di sangue, ponendo in atto una spietata repressione; furono massacrate centinaia di migliaia di figli del popolo duosiciliano e furono rasi al suolo molti paesi del Sud d’Italia. Queste efferatezze sono semplicisticamente passate alla storia con l’ingannevole definizione di «lotta al brigantaggio», mentre innumerevoli furono le fucilazioni, indiscriminate e senza processo, di ex militari borbonici, popolani e contadini meridionali. Ci fu la più totale negazione della democrazia! Ed, a tale riguardo Antonio Gramsci, molto crudamente, puntualizzò: «Fino all’avvento della Sinistra al potere, lo Stato italiano ha dato il suffragio solo alla classe proprietaria, è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di “briganti”».

Non furono democratici nemmeno i governi dell’Italietta sabauda, nell’armare la mano del generale Fiorenzo Bava Beccaris, nel trascinare il Paese nelle patetiche avventure coloniali e nelle sanguinosissime guerre mondiali, nell’avvalersi ripetutamente degli stati d’assedio, nell’applicare con estrema leggerezza la legge marziale, nell’attuare feroci repressioni contro il popolo.

Non solo durante il periodo risorgimentale, ma anche dopo la stessa unità d’Italia, furono conculcate molte libertà del popolo italiano, quali quella politica all’autodeterminazione ed alla libera scelta dei propri governanti, quella di espressione, quella di associazione, quella di stampa e, soprattutto, quella religiosa dei cattolici.

Riguardo, poi, ai cosiddetti «plebisciti di annessione» degli antichi Stati pre-unitari al Regno di Sardegna, è oramai acclarato e ben documentato che si trattò di consultazioni-farsa, la cui legittimità fu inficiata in toto, non solo per il clima di intimidazioni e di violenze in cui si svolsero, ma anche per i risaputi brogli dai quali furono caratterizzati.

Un pietosissimo velo deve essere steso anche sui referendum abrogativi indetti nell’Italia repubblicana, molti dei quali si sono rivelati inutili, vuoi perché invalidi a causa del mancato raggiungimento dei relativi quorum, vuoi perché i responsi popolari (ad esempio, quello sul finanziamento pubblico ai partiti politici o quello sulla responsabilità civile dei magistrati) sono stati successivamente disattesi attraverso molteplici sotterfugi ben noti a tutti gli italiani e sui quali, in questa sede, reputo superfluo soffermarmi. Una vera e propria presa in giro!

Non credo che possano, infine, ritenersi democratici quei regimi che non amministrino con onestà la cosa pubblica, ignorando quel principio cardine di buon governo, immortalato dal brocardo latino: «obliti privatorum, publica curate [dimentichi dei privati interessi, occupatevi degli affari dello Stato]»; che non assicurino l’efficienza e l’imparzialità della giustizia, tanto quella penale, quanto quella civile e quella amministrativa; ovvero quei governi che, nell’odierno mondo globalizzato, attraverso l’uso di strumenti ancora più subdoli di quelli impiegati in passato, come l’indulgenza legislativa verso l’usura bancaria, non disgiunta da una contestuale iniqua tassazione, soffochino l’economia di un Paese, spingano al fallimento le attività economico-produttive e generino, di conseguenza, elevati livelli di disoccupazione, tanto da indurre al suicidio padri di famiglia e figli del popolo, ormai privati di ogni benché minimo mezzo di sostentamento.

Alla luce della chiave di lettura fin qui utilizzata, ritengo che nel nostro Sud, prima dell’unità d’Italia, in luogo di una banale ed inutile democrazia puramente «formale», esistesse una «democrazia sostanziale», di fatto. Vediamo perché.

Cominciamo col dire che il Regno delle Due Sicilie era uno Stato legittimo e sovrano, che nei 730 anni della propria storia non aveva mai nutrito mire espansionistiche e che, quindi, non aveva mai aggredito o minacciato nessuno. Pertanto, i figli del popolo duosiciliano non erano mai stati mandati a morire in alcuna guerra di conquista. Esso, al contrario, ha solamente subito infami e sanguinose aggressioni!

Lo storico Giacinto de’ Sivo, testimone coevo, ci informa che nella società delle Due Sicilie «…la vita lieta e a buon mercato, piena di ricreazioni e godimenti era; chi non si impicciava di sette era civilmente liberissimo, e poteva far quello che voleva (…); qui tenui le statistiche dei delitti: raro l’omicidio, pochi i poveri, la fame quasi male ignoto; la carità religiosa e privata, comunale e governativa provvedeva; non carta moneta, tutto oro e argento, poche tasse, poche privazioni, con poco si godeva tutto. Facile il lavoro, lieve il prezzo, molte feste popolari, rispetto ai gentiluomini, giustizia, tutela, sicurezza per tutti, ordine sempre. Nella somma delle cose il reame era il meglio felice del mondo; e quanti vi arrivavano stranieri si arricchivano, e i più restavano. La popolazione in quarant’anni crebbe d’un quarto».

Ebbene, in tutta franchezza, confesso che io preferisco senz’altro una siffatta forma di governo, poiché la giudico molto più democratica dei sedicenti «regimi democratici» che l’Italia unita ha avuto durante gli ultimi 155 anni della sua storia; e, meno che meno, gradisco quella attuale!

Ma, poiché qualcuno potrebbe ovviamente obiettare che Giacinto de’ Sivo era un filo-borbonico, reputo opportuno ricordare anche le illuminanti parole di un’autorevole personalità del tutto aliena da simpatie borboniche, ma senz’altro intellettualmente onesta, il liberale Francesco Saverio Nitti. Lo statista, in merito al governo dei re Borbone, affermò che essi miravano «…ad assicurare la maggiore prosperità possibile al popolo (…) non si contentavano se non di contentare il popolo (…) bisognava leggere le istruzioni agli intendenti [i prefetti di oggi, n.d.r.] delle province, ai commissari demaniali, agli agenti del fisco per sentire che la monarchia cercava basarsi sull’amore delle classi popolari. Il re stesso scriveva agli intendenti di ascoltare chiunque del popolo; li ammoniva di non fidarsi delle persone più potenti; li incitava a soddisfare con ogni amore i bisogni delle popolazioni».

Lo stesso Nitti ci fornisce, inoltre, una fulgida attestazione di gratitudine e di attaccamento del popolo meridionale alla Dinastia borbonica, riferendo che: «Le masse popolari delle Due Sicilie, da Ferdinando IV in qua, tutte le volte che han dovuto scegliere tra la monarchia napoletana e la straniera, tra il re e i liberali, sono state sempre per il re: il ’99, il ’20, il ’48, il ’60, le classi popolari sono state per la monarchia borbonica e per il re».

Ed è fin troppo chiaro che le motivazioni a supporto dell’atteggiamento delle «masse popolari delle Due Sicilie», nelle scelte rilevate da Francesco Saverio Nitti, sono racchiuse proprio nel buon sistema sociale, politico ed economico in cui vivevano le popolazioni del Meridione d’Italia; queste condizioni di vita, così ben descritte dal summenzionato Giacinto de’ Sivo, sono indice inequivocabile del «reciproco rispetto» fra governanti e governati, che costituisce un valore fondamentale ed irrinunciabile nelle più autentiche forme di democrazia.

A ragion veduta, quindi, lo storico inglese Bolton King (1860-1937) affermò che «nessuno Stato in Italia poteva vantare istituzioni così progredite come quelle del Regno delle Due Sicilie».

Ma c’è di più. Oltre alle direttive impartite ai responsabili della pubblica Amministrazione del Regno, lo stesso re Ferdinando II usava normalmente tenere «udienza privata» nel Palazzo reale di Napoli per due volte al mese. Chiunque del popolo poteva farne richiesta, venendo quindi inserito in una lista compilata dal c.d. «usciere maggiore», fino a che non si fosse raggiunto il numero massimo di sessanta persone al dì. Nel giorno loro assegnato, i convenuti affluivano nella Reggia e, dopo aver atteso il proprio turno nella gran sala [precisamente il salone che, all’epoca, era arredato con le due grandi tele del pittore romano Vincenzo Camuccini (1771-1844), raffiguranti rispettivamente la morte di Cesare e la morte di Virginia], venivano ricevuti dal Sovrano. Entravano prima le donne e poi gli uomini, mentre i militari accedevano da ultimi, poiché per loro era più facile poter conferire con il re, disponendo di ulteriori opportunità presso gli acquartieramenti e nei campi d’arme.

Non mi risulta che altrettanto abbiano fatto i sedicenti «costituzionali» re Savoia o facciano gli attuali presidenti della Repubblica italiana!

Telese Terme, aprile 2016.

dott. Ubaldo Sterlicchio

 

Che cos’è la democrazia

 

2 Comments

  1. Analisi meravigliosa. Potrebbe stare degnamente a fianco del Codice Ferdinandeo e costituire il “manifesto” di una nuova società più a misura d’uomo di cui si sente veramente la mancanza.

    • dove l’uomo e protagonista della propria e non spettatore come è sempre stato. basato sulla tradizione intesa come innovazione e sulle consuetudini, un abbraccio

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