Alta Terra di Lavoro

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Dal no-expedit al patto Gentiloni

Posted by on Ott 25, 2019

Dal no-expedit al patto Gentiloni

“Reca dolore al Papato meno il 20 settembre (1870, giorno della presa di Porta Pia – nda) che il 9 giugno: quella data fu una conclusione, questa è il principio di un’altra età”. Era il 9 giugno 1889 in Campo de’ Fiori, a Roma. Le parole di Giovanni Bovio celebravano l’inaugurazione del monumento a “quello scelerato frate domenichino de Nola”, quel Giordano Bruno che solo due secoli prima moriva sul patibolo in quella stessa piazza. Il filosofo tranese, massone, utopista repubblicano nonché deputato del regno, ricevette quel giorno stesso, a Montecitorio, le congratulazioni del re Umberto I e dell’allora capo del governo Crispi, che non esitò a definire la Santa Sede come nemico dell’Italia, il “..più operoso di tutti, che è nel seno della stessa patria nostra”. Era in atto quel processo che diversi settori clerico-moderati temevano: come afferma Sergio Romano nel suo Disegno della Storia d’Europa, interveniva sulla scena italiana un kulturkampf (in tedesco: battaglia culturale o battaglia di civiltà – nda). Dopo il 1870 infatti ne scoppiano diversi in tutta Europa, tra la Chiesa cattolica e Bismarck nella disputa per la supremazia dello stato come entità politica sulle chiese, viste come sole comunità religiose, fra la terza repubblica (francese – nda) e il clero ultramontano sullo sfondo del caso Dreyfus e appunto tra il papato e lo stato risorgimentale italiano. Ma il caso nostrano presenta aspetti singolari: una nazione richiede unità di lingua, cultura e tradizioni ma per dirla con Massimo D’Azeglio: fatta l’Italia, per “fare gli italiani” bisogna prima di tutto insegnar loro una lingua che non conoscono e che in larga parte continueranno a non conoscere fino all’avvento della televisione, infatti otto su dieci di loro sono analfabeti e il 97% della popolazione non parla correntemente e correttamente la lingua italiana e in secondo luogo è necessario contrapporli alla principale tradizione culturale comune a tutta la penisola, il cattolicesimo. L’Italia, ancora linguisticamente divisa, è infatti caratterizzata da una forte unità religiosa: è il cattolicesimo “la lingua comune che il paese ha parlato dopo la caduta dell’impero romano”, eppure nessuno può dimenticare che l’unità si è fatta contro la volontà di una chiesa che da sempre si è espressa contraria. Infatti le vicende conclusesi con l’abbattimento del potere temporale del papato non esaurirono la questione romana e il tentativo di Cavour di risolvere il problema seguendo una linea separatista sintetizzata dalla formula “libera Chiesa in libero Stato” si scontrò con l’intransigenza di Pio IX, che nel 1864 – con un documento intitolato il Sillabo – condannò i principali errori del mondo moderno: liberalismo, razionalismo, socialismo. Nel 1871 con una legge detta “delle guarentigie”, l’Italia riconobbe il papa come sovrano su un residuo lembo di territorio romano denominato Città del Vaticano, gli assegnò una dotazione finanziaria annua, garantì al clero ampie libertà e lo esimé dal controllo delle autorità civili. Tale legge non venne però riconosciuta da Pio IX che si rifiutò di riconoscere lo stato italiano proclamandosene implicitamente prigioniero politico. Nel 1870 il Concilio Vaticano I proclamò il dogma dell’infallibilità del pontefice e nel 1874 un decreto della Santa Sede – il cosiddetto “non expedit” (in latino: non conviene – nda) – vietò ai cattolici di partecipare alle elezioni politiche e amministrative. Il nuovo stato italiano nasceva così con l’opposizione manifesta del potere che ben più a lungo di ogni altro aveva regnato sulla penisola: quello religioso e culturale della Chiesa cattolica. Il “pericolo nero” – come veniva chiamato allora – accentuò ancor di più la ristrettezza della classe dirigente liberale e il suo isolamento nel paese, aggiungendo un ulteriore elemento di crisi e fragilità. In questo contesto i contrasti tra clericali e anticlericali non vennero mai sopiti: fedeli alle direttive del pontefice e ostili a ogni tentativo di conciliazione con lo stato italiano, nel 1874 i cattolici “intransigenti” fondarono una nuova organizzazione entro la quale ricondurre le loro attività sociali: l’Opera dei congressi. Si trattava di una struttura gerarchica, guidata da ecclesiastici e articolata a livello locale in comitati parrocchiali, diocesani e regionali, che promuoveva incontri annuali per decidere gli indirizzi delle opere caritative e del proselitismo. Una nuova sfida ai cattolici arrivò tre anni dopo: cominciavano le riforme della Sinistra storica, anche se ridimensionate rispetto alle premesse. La legge Coppino del 1877 rese facoltativo l’insegnamento religioso nelle scuole elementari e sebbene introducesse l’obbligo di frequenza dando una prima risposta al grave problema dell’analfabetismo sollevò aspre polemiche tra i clerico-moderati. Inoltre la crescente diffusione dell’Opera dei congressi, in atto già dal 1880, quando lo sconvolgimento portato dalla crisi agraria nella società rurale richiese la costituzione di una rete di banche popolari, le casse rurali, dedicate al deposito dei risparmi e alla concessione di crediti finanziari a favore dei ceti rurali, di leghe contadine e di istituzioni cooperative e mutualistiche di impostazione solidaristica e interclassista, che, specie nelle campagne settentrionali, rafforzarono sensibilmente l’influenza cattolica rinnovandola al passo con i tempi, portò, nel 1886, il parlamento italiano all’avvio di una prima legislazione sociale che riconobbe le società di mutuo soccorso, fissò dei limiti al lavoro infantile e contemplò la possibilità facoltativa di assicurarsi contro gli infortuni sul lavoro presso una Cassa nazionale di assicurazioni dalla Cassa di risparmio di Milano. Tuttavia lo scontro si fece molto più aspro con i governi Crispi: l’estrema varietà della società italiana aveva condizionato fortemente le forme dello stato nazionale, al regno d’Italia venne dato un assetto fortemente accentrato anche per fronteggiare un potere ostile come quello della Chiesa, che esercitava una capillare influenza specie sulla popolazione rurale e specie nel Mezzogiorno, privo di una classe dirigente borghese ampia e ramificata, devastato dalla guerra al brigantaggio di vent’anni prima e prosciugato da un mutamento qualitativo dell’emigrazione, prima temporanea e orientata al Nord, ora orientata sempre più verso le Americhe e tendente a divenire definitiva. I primi atti di Crispi furono così volti a rafforzare l’esecutivo, ampliando i poteri del presidente del consiglio e accentuando la subordinazione dei prefetti al governo, la medesima logica guidò il testo unico di pubblica sicurezza varato nel 1889, che limitava la libertà di riunione; ma fu con l’ultima delle riforme crispine, riguardo le istituzioni pubbliche di beneficienza, nel 1890, che si rinfocolarono aspramente le tensioni tra lo stato unitario e la chiesa cattolica. L’obiettivo era di completare la laicizzazione degli istituti di assistenza controllati dal clero. Almeno sulla carta, le opere pie vennero riunite in congregazioni di carità soggette al controllo dei comuni, per intaccare così uno dei maggiori centri del potere ecclesiastico. Di fatto, però, gli enti assistenziali clericali, circa ventimila, diffusi su tutto il territorio nazionale, continuarono a svolgere la propria opera, limitando fortemente i margini di manovra della sanità pubblica. In risposta alle politiche e alle dichiarazioni ostili del governo del regno, nel 1891 l’enciclica Rerum novarum del pontefice Leone XIII pose nuove basi alla dottrina sociale della Chiesa e allargò l’orizzonte dell’influenza cattolica alle masse operaie. L’enciclica infatti sosteneva la necessità di una conciliazione fra lavoratori e imprenditori, la condanna dello sfruttamento capitalistico non meno che del socialismo e della lotta di classe, lo sviluppo dell’associazionismo popolare e operaio dei cattolici. Così i cattolici non abbassarono la bandiera dell’intransigenza mentre tra i giovani dell’Opera dei congressi si venne formando un nuovo movimento, cosiddetto democratico cristiano, guidato dal sacerdote Romolo Murri, più aperto al mondo moderno e favorevole a un impegno politico collettivo dei cattolici italiani, un vasto movimento, in contrapposizione ai clerico-moderati, animato da un forte spirito di concorrenza verso i socialisti, ispirato a ideali di pacifica convivenza sociale e di tutela dei ceti più deboli, al cui interno si profilarono anche le prime forme di un sindacalismo bianco, fondato sull’unione, anziché sul conflitto, tra lavoratori e datori di lavoro, secondo quanto già avveniva all’interno delle corporazioni di mestiere dell’età medievale. Superato il periodo dell’autoritarismo crispino, tra avventure coloniali e tensioni interne, entrati nel nuovo secolo, con un nuovo Papa e un nuovo re, in pieno affermarsi del sistema giolittiano, quello che sarebbe divenuto l’elettorato cattolico, non rimase a guardare. Nel mondo cattolico si svilupparono infatti contrasti tra gli intransigenti dell’Opera dei congressi e l’opera di rinnovamento portata avanti dal movimento di democrazia cristiana diretto da Romolo Murri, che era già stato parte dell’opposizione a Crispi e al colpo di stato del 1898, legata anche all’attività di sindacati e leghe contadine bianche. Questi contrasti vennero risolti nel 1904, quando Pio X sciolse l’Opera dei congressi per sostituirla poco dopo con tre Unioni (popolare, economico-sociale ed elettorale) facenti capo all’Azione cattolica italiana. Dunque la fine, per decreto papale, dell’intransigentismo significò per i credenti l’autorizzazione ad andare alle urne allo scopo di scongiurare la minaccia socialista, senza che ciò implicasse la revoca del “non expedit” col quale all’indomani dell’Unità si era vietata la partecipazione alla vita politica dello stato. Questi rivolgimenti sul fronte cattolico influenzarono molto l’andamento delle elezioni del 1909, che portarono al consolidamento del blocco clerico-moderato e all’entrata alla Camera di un drappello di deputati cattolici, il cui maggiore esponente era l’ex democratico-cristiano Filippo Meda. Tutto questo avveniva in un momento in cui l’azione governativa era stata caratterizzata dal privilegiare il parlamento come luogo di mediazione tra forze politiche e interessi diversi con una grande capacità di aggregare vaste maggioranze parlamentari, cosiddetto trasformismo, a tutto discapito dell’alternanza fra schieramenti diversi; il cui risultato maggiore fu la riforma che introdusse, nel 1912, il suffragio universale maschile. Per la prima volta nella storia d’Italia il diritto di voto non venne più limitato dalla ricchezza o dall’alfabetizzazione. Tutti, anche i braccianti e gli operai socialisti, poterono votare, il che rappresentò un sicuro pericolo per gli equilibri politici. Grazie all’allargamento del corpo dei votanti, infatti, si rischiava davvero che il partito socialista potesse conquistare la maggioranza parlamentare. Così in vista delle elezioni del 1913, le prime a suffragio universale maschile, Giolitti e il presidente dell’Unione elettorale cattolica Ottorino Gentiloni stipularono un accordo non ufficiale, secondo il quale l’elettorato cattolico avrebbe sostenuto i candidati liberali che si fossero impegnati a non promuovere leggi anticlericali. Il patto Gentiloni fruttò ai liberali un incremento di oltre 60 deputati rispetto al 1909 in una competizione elettorale contraddistinta da una nuova dimensione di massa: il diritto di voto venne infatti esteso al dal 7 al 24% della popolazione e ad esercitarlo furono più di 5 milioni di persone, pari al 60% dell’elettorato. Sull’onda di una forte radicalizzazione dei contrasti sociali, l’estrema sinistra e i socialisti ebbero un’importante affermazione, ma essa fu efficacemente controbilanciata dalla massiccia affluenza dei cattolici alle urne, che fece seguito al patto Gentiloni e garantì al fronte governativo una vasta maggioranza. Dunque l’affermarsi della tendenza a un compromesso tra classe dirigente laica e movimento cattolico fu il prodotto di un lungo e travagliato percorso. Alla fine anche la democrazia cristiana venne sconfessata sul piano dottrinario, attraverso la condanna del cosiddetto modernismo: una definizione sotto la quale Pio X riassunse diversi movimenti culturali e ideali, che proponevano una nuova lettura dei testi sacri e dell’esperienza religiosa alla luce della cultura moderna. Atto principale di questa condanna fu l’enciclica Pascendi Dominici gregis del 1907. Non per questo Murri rinunciò alla sua battaglia: nel 1904 fondò un nuovo movimento, la Lega democratica nazionale e venne poi scomunicato nel 1913 perché eletto deputato con l’appoggio delle sinistre. Ciò non pose fine alla crescita di un movimento sindacale cattolico, che ebbe i suoi punti di forza in Lombardia e nel Veneto, ma il prevalere dell’opzione clerico-moderata restrinse drasticamente gli spazi per un’autonoma presenza dei cattolici nella politica italiana. È significativo, da questo punto di vista, che tale presenza si esplicò soprattutto sul piano della politica amministrativa, dove una linea di decentramento del potere e di sostegno alle autonomie locali venne elaborata da don Luigi Sturzo, un sacerdote proveniente dall’esperienza democratico-cristiana e prosindaco del comune siciliano di Caltagirone, che negli anni successivi sarà nominato dal Papa alla guida dell’Unione popolare e nel 1919 fonderà il Partito popolare italiano.

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