Alta Terra di Lavoro

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DANTE ALIGHIERI FEDERICO II E LA RICCHEZZA

Posted by on Mar 26, 2020

DANTE ALIGHIERI FEDERICO II E LA RICCHEZZA

Che cosa pensi della ricchezza, Dante ce lo spiega a chiare lettere nel Trattato IV del Convivio, costruito al solito come un commento intorno ad un testo poetico, ovvero, in questo caso, alla canzone Le dolci rime d’amor ch’io solea, la prima delle nostre letture di questa sera.

E’ stato osservato che la parola ricchezza non compare mai nella Vita nuova e nelle Rime di Dante, ricorre

solo quattro volte nella Commedia, e ben trentotto volte, invece, in questo Trattato IV. La canzone e il suo commento costituiscono dunque un vero e proprio, concentrato manifesto ideologico: nel quale Dante, messe com’egli dice momentaneamente da parte le “dolci rime” e l’ispirazione amorosa, si volge a quella morale, e con piglio, quasi, di proselitismo ideologico: nel commento alla canzone, egli chiarisce che il suo scopo è quello “di gridare a la gente, che per mal cammino andavano, acciò che per diritto calle si dirizzasse”. Che cosa sente l’urgenza, Dante, di “gridare” alla gente sviata? Che, contrariamente a quello che si crede, la “gentilezza”, ovvero, nel senso

antico, la nobiltà, non dipende dalla ricchezza; più esattamente, che non si è gentili, nobili, “per ischiatta”, per schiatta, “che lungamente in gran ricchezza è stata”; e che non vale nulla vantarsi dicendo “I’ fui / nipote o figlio di cotal valente” (ovvero, ‘di questo o quel valoroso antenato’). Nel seguito del suo ragionamento, Dante sottolinea che il suo pensiero vuole essere la solenne smentita di un’opinione che risalirebbe addirittura a “Federigo di Soave, ultimo imperatore de li Romani”, ossia Federico II stesso, il quale, “domandato che fosse gentilezza”, avrebbe risposto: “antica ricchezza e belli costumi”; un binomio, secondo Dante, che l’opinione volgare ha ulteriormente impoverito, cassando “l’ultima particula”, cioè i buoni costumi, e finendo con l’identificare la nobiltà, in pratica, con, dice ancora Dante, la “possessione d’antica ricchezza”.

Dunque, Dante contro Federico II; la cultura e l’ideologia delle fiere repubbliche comunali contro l’antico prestigio feudale: è fin troppo facile leggere in questo spregio dantesco per le ricchezze antiche una rivolta dell’età nuova contro la vecchia, la rivalsa di un indomito spirito egualitario contro i privilegi di tradizione. D’altra parte, proprio il testo che Dante considera

fondativo della nuova poesia volgare, di quello che proprio lui battezza “dolce stil novo”, e cioè la canzone Al cor gentil rempaira sempre amore di Guido Guinizzelli, non aveva già proclamato che la gentilezza, la nobiltà d’animo non dipendeva dall’aristocrazia della discendenza, ma dalla natura?

“Gentil per sclatta torno” aveva fatto dire Guinizzelli ai suoi superbi nobili di sangue; solo per contraddirli affermando che, se il loro cuore era di fango, di fango sarebbe rimasto: villano, non gentile. E nel seguito del Trattato IV, argomentando sottilmente contro il pregiudizio dell’antichità di sangue, Dante mette in opera ragionamenti che saranno poi cari a tutti i contestatori del privilegio nobiliare, dal Parini del Dialogo sulla nobiltà, al Totò della Livella: se l’antichità è necessaria alla nobiltà, che cosa ne consegue? Che un villano non potrà mai tramutarsi in nobile, perché non ha alle spalle il “tempo” richiesto? E allora, come hanno fatto i nobili a diventare nobili? Si rischia di tornare indietro, di generazione in generazione, fino ad Adamo; come sarcasticamente scrive Dante:

“Dunque, se esso Adamo fu nobile, tutti siamo nobili, e se esso fu vile, tutti siamo vili.”

Tra i motivi di ‘viltà’ delle ricchezze, Dante registra, nel Trattato IV, anche quello di essere distribuite a casaccio dalla Fortuna. E’ un motivo che torna nella Commedia, nel canto VII dell’Inferno, ma orchestrato in maniera più complessa, all’interno di un irraggiamento concettuale e ideologico che finisce con l’abbracciare i temi interconnessi dell’avarizia, della prodigalità, della

liberalità, della povertà.

Il canto VII è quello degli avari e dei prodighi: puniti qui nell’identica maniera, ed anzi costretti ad una eloquente manovra simmetrica: gli uni e gli altri si muovono intorno al girone loro assegnato spingendo pesi col petto (“per forza di poppa”); compiuto un semicerchio, essi si incrociano, si insultano a vicenda (“Perché tieni? /”Perché burli”?) e si girano per compire all’incontrario lo stesso

semicerchio. A taluni il contrappasso è sembrato un po’ vago: ma sembra evidente che qui Dante vuol significare, attraverso questa specifica modalità di pena, la totale insensatezza della brama sconsiderata di ricchezze; il moto faticoso, stupido, improduttivo del voltolare un sasso (con ovvia

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reminiscenza del supplizio di Sisifo nell’Erebo classico) qui riproduce icasticamente la fatica di chi accumula tesori: per puro piacere del possesso, gli avari, o per profonderli sconsideratamente, i prodighi, ma ciò per Dante non fa evidentemente differenza; nell’uno e nell’altro caso rimane stigmatizzata la cecità di uno sforzo inutile, brutale, senza fine e senza scopo. In questo episodio, fra l’altro, Dante non riconosce nessuno dei peccatori, ed è un caso raro: anche tra gli ignavi, che Dante pure aveva contemplato con evidente sprezzo, egli aveva detto di aver riconosciuto qualcuno, colui “che fece per viltade il gran rifiuto”; pur se non ne aveva, intenzionalmente, svelata l’identità.

Ma qui i peccatori appaiono del tutto irriconoscibili: una massa “più ch’altrove troppa”, cioè tanto numerosa, quanto anonima: “la sconoscente vita che i fe’ sozzi,/ ad ogne conoscenza or li fa bruni”.

Dunque, all’Inferno il possesso delle ricchezze, sdoppiato nei due estremi simmetrici dell’avarizia e della prodigalità, non che legittimare una distinzione aristocratica, e provvedere allo splendore del nome, conduce, per ulteriore, più segreto contrappasso, al grigiore, al ‘bruno’ indistinto dell’anonimato. Cambia semmai, in questo episodio infernale, l’aspetto della Fortuna: nel Convivio

fattore di imperfezione e viltà delle ricchezze, qui riscattata come intelligenza angelica, che, ben lontana dalla capricciosa vanità della sua raffigurazione mitologica, classica, esegue puntualmente i misteriosi voleri di Dio, e, sua fedele “ministra”, “volve sua spera e beata si gode”.

In altre parole, anche Dante sa, come ogni cristiano, che le bizzarrie della Fortuna appaiono tali soltanto ai nostri occhi umani; che anche le ingiustizie e le disgrazie hanno un significato; che la miseria, la povertà, l’umiliazione di quaggiù si compongono, nella paradisiaca intelligenza dell’Angelo della fortuna, in Provvidenza.

Ma è dura e lunga la strada fra l’esperienza delle pene umane e la loro ricomposizione in un senso, in un destino, in una missione. E’ la distanza che separa due altre letture che ascolteremo, molto diverse fra loro: una è una lettera, anzi quasi niente più che un biglietto di scuse; l’altra, è la

grande pagina della Commedia in cui, nel cielo di Marte, Cacciaguida svela definitivamente a Dante il suo amaro futuro: la macchinazione politica ai suoi danni, l’abbandono di “ogni cosa diletta / più caramente”; la miseria e l’umiliazione dell’esilio..

La lettera è una missiva che Dante invia a Oberto e Guido, conti di Romena, per porgere le sue condoglianze in occasione della scomparsa del loro zio, l’illustre conte Alessandro; e per scusarsi, in pari tempo, di non essere intervenuto “alle lacrimose esequie”: il che, confessa Dante con disarmante franchezza, non è dipeso da “negligenza né ingratitudine” ma dalla sua povertà. Il poeta, insomma, non si è trovato in tasca i soldi per il viaggio; senza armi, senza cavalli, non si è potuto permettere di muoversi fino a Romena. Il tono della lettera è di alta indignazione per il suo stato di

esule immeritevole; ma conserva nondimeno un toccante sapore di umile quotidianità, di minuta vita vissuta. E’ la testimonianza, al vivo, nel frangente di una contingenza minima, del destino profetizzato da Cacciaguida : “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui; e come è duro calle lo scendere e il salir per le altrui scale”.

Ma non sarà casuale che la povertà di Dante esiliato sia profetata da quello stesso Cacciaguida che aveva appena rievocato le virtù della Firenze dei suoi tempi: “Firenze dentro della cerchia antica, / ond’ella toglie ancora terza e nona,/ si stava in pace, sobria e pudica”…La povertà, che Cacciaguida imprime sul futuro di Dante come un sigillo di elezione, come la cresima di una vera

nobiltà, sollevando le amare vicissitudini dell’esilio nella luce dell’eterno, assume entro la sua rievocazione dell’antica Firenze un valore non più soltanto individuale, ma collettivo, politico:

l’austera sobrietà della Firenze di Cacciaguida trionfa qui come compiuto ideale di convivenza civile. Stavolta, oggetto di spregio e di rammarico non sono le antiche ricchezze feudali, contestate nella canzone da cui siamo partiti: non è qui questione di old money, ma, al contrario, dei quattrini nuovi, di quella esplosione economica che stava facendo di Firenze la grande capitale europea dei traffici mercantili e finanziari: qui vista in tutta la devastante portata delle sue conseguenze nelle famiglie, nei rapporti interpersonali, nella vita della città. Viene in chiaro, allora, che la ricchezza è comunque vile: quella antica, arroccata nella sua alterigia nobiliare, e quella nuova, preoccupata solo della sua smania di accumulazione protocapitalistica. E naturalmente può dispiacere – e infatti, a qualcuno è dispiaciuto – questo Dante così fieramente antimodernista, così avverso ai tempi nuovi: qui ci si limiterà ad osservare che in lui possiamo riconoscere il capostipite, nella nostra letteratura, di una genealogia non trascurabile di scrittori, o di osservatori, che di fronte al premere della fiumana del progresso e alla tirannia del profitto, si sono levati a denunciarne i costi umani: nella Firenze di Dante, la diserzione delle donne, abbandonate da mariti assenti, assorbiti dai loro traffici in terra di Francia; gli insensati costumi matrimoniali, a cominciare dalle doti delle fanciulle, troppo precoci e troppo esorbitanti; e, perfino, le case lasciate vuote di figliolanza, da mogli e mariti troppo ricchi, e troppo egoisti, per accettare le responsabilità della procreazione.

La povertà, così riabilitata quale virtù civica, celebra infine il suo trionfo solenne nel canto XI del Paradiso, nel panegirico di San Francesco: pagina celeberrima, e sconcertante. Di San Franceschi ne abbiamo letti e visti tanti: alla nostra memoria di moderni possono venire in mente il Francesco giullare di Dio di Rossellini, il Francesco arrabbiato contestatore sessantottino della

Cavani, il gracile figlio dei fiori di Zeffirelli, sino al Francesco dell’ultima incarnazione televisiva, troppo bello e troppo mediatico, perfetto per l’era della civiltà dell’immagine. E anche Dante aveva già a disposizione un mito francescano consolidato, e variato in fonti plurime, figurative e letterarie,

delle quali egli tiene presente soprattutto la Legenda maior di SanBonaventura. Ma il suo Francesco non è quello naif della predica agli uccelli o del lupo di Gubbio; non è il campione di carità che supera se stesso nel bacio al lebbroso; non è il paradossale lodatore di un’abiezione che si converte in perfetta letizia; non è, nemmeno, il poeta del Cantico delle creature, che abbraccia il

sole e le stelle, il fuoco e l’acqua, la vita e la morte in un unico sentimento di traboccante gratitudine.

Niente tutto questo, nel San Francesco di Dante: tanto che, a più di un interprete, il suo è parso un San Francesco poco francescano o addirittura, com’è stato detto, antifrancescano. Il fatto è che Dante impugna, sino dall’inizio del panegirico, un filo insieme ideologico e retorico, e lo svolge con

imperterrita coerenza sino alla fine: il suo Francesco è un personaggio ad una dimensione, e questa è il suo rapporto con la povertà, con Madonna Povertà. Tutta la biografia francescana viene letta così, in chiave allegorica, come un travolgente romanzo d’amore: tra un innamorato che cocciutamente, contro tutti, contro ogni ragionevolezza, si sceglie una compagna – una compagna,

fra l’altro, lungamente “dispetta e scura”, che nessuno vuole; e per difendere la stravaganza della sua scelta, come nella storia di un vero e proprio matrimonio contrastato, rompe con  la famiglia di origine e inizia, sempre da lei accompagnato, un’avventurosa esistenza di sfide e di prove: dalla

conquista del consenso papale, prima di Innocenzio, poi di Onorio, al passaggio in Oriente, in Egitto, in cerca di un’impossibile conversione dei musulmani; le stesse stimmate intervengono qui non tanto a sancire la qualità di Francesco come alter Christus, quanto come la definitiva investitura di un cavaliere che porterà l’ “ultimo sigillo” della sua nobiltà nella sua carne, nelle “sue membra”

stesse. Perché questo è il San Francesco di Dante: un guerriero, un combattente innamorato, e la sua vita si legge come una chanson d’armi e d’amori: si badi come lo stesso formarsi dei suoi seguaci (“Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro / dietro a lo sposo, sì la sposa piace…”) è presentato quasi

come l’aggregarsi di una corte, intorno ad un signore carismatico, e, come cortesia richiede, alla sua piacente signora. Signora che il nostro cavaliere, morendo, raccomanda ai suoi fidi, nel momento in cui spira, giustappunto, fra le sue braccia: ovvero nudo, sulla la nuda terra: nell’ultimo contatto

fisico, e diciamo pure, nell’ultimo bacio, con Madonna Povertà.

Nel 1999, in mezzo ai luccichìi della notte degli Oscar, un giullare moderno, e benemerito lettore di Dante, Roberto Benigni, nel momento in cui veniva premiato per “La vita è bella”, se ne uscì in una battuta assai incongrua, dato il contesto: “Ringrazio – disse Benigni – ringrazio i miei genitori per il dono della povertà”. Battuta strana davvero, nel regno del lusso e della ricchezza. Eppure,

proprio per questo, battuta rivelatrice: come l’insopprimibile riaffiorare, in una sorta di ilare paradosso, dell’antico messaggio dantesco; di un Dante che nel suo San Francesco esaltava lo strano potere dell’essere poveri, ovvero, liberi d’ogni ricchezza: il potere di infondere, nei cuori veramente “gentili”, una misteriosa , innamorata felicità.

Giulia Lazzarini

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